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venerdì 23 dicembre 2011

tosta


Tosta che picchia nel vuoto: le tue parole poggiano candide sulle tue ossa asciutte. Le vedo, e penso alle articolazioni e ai muscoli involontari. Parole che rimbalzano nella casetta “bella, bella”, e io che già penso a come descriverle. Con tutta la stima immutata scappo dal corto circuito che si presenta, e mi metto a pensare alle onde che immagini. Questo è tutto quello che di religioso riesco a tirar fuori; il resto rimane ignoto e mi spaventa. Così mi rifugio verso “il pensiero progressista” scaccia terrore di invecchiare come mio nonno: ignaro di sé dentro a un groviglio di colpe innocenti.
La macchina volava sui vapori della notte e mi spingeva verso un nuovo ricordo: risate a crepapelle sulle nostre facce giovani lucide di stupore.
Un pezzo brutto ma dovuto, che mi fa saldare i conti di stagione.
Una danza cantata di canarini infreddoliti abbaglia di nuovo il giorno.

mercoledì 21 dicembre 2011

solo una smorfia


Aveva sognato di un amico, di polvere da sparo e di morte. Si è alzato presto, era buio freddo, solo il gatto che già trafficava d’unghie e fantasmi.
Appena lucido corre a leggere le mail, e accende il cellulare. Tutto a posto.
Fuori non c’era nemmeno il ghiaccio; fluido scorre e con lui l’auto verso il lavoro. Il cielo, sopra i suoi occhi, un’enorme tovaglia natalizia. L’asfalto era blu e specchiava ogni paura consumata.
Ogni cosa a suo posto, ogni bimbo col proprio cappotto.
Ride tutta la mattina e diffonde simpatia che nemmeno da Crozza. Tutti devono stringerlo nella testa e nel cuore; nessuna indifferenza oggi, per carità.
Scoccano le tredici e fuggono tutti i timori di catastrofi. Nessuno ha pianto per niente. I bimbi ridono nel sonno quando pensano di lui. E’ una smorfia, e basta appena per renderlo sereno e forte nel giorno più stretto dell’anno.



lunedì 19 dicembre 2011

meno male


Se ne sta pensieroso anche quando accelera il passo. Questa è la città dove anni fa è sceso con altri ragazzi dal treno e portato alla svelta su dei camion marrone. Da lì a poco tutti coi capelli corti. Questo pensa, forse, mentre s’incammina verso il palazzotto del suo datore di lavoro. Lo vedo che parla per quaranta minuti di fila, con un tono deciso e le parole giuste. Riceve altre parole: alcune ragionevoli altre mascherate da menzogne necessarie, non per lui di certo. Davanti alla chiesa di S. Agostino mangia un kebab: e la piazza sembra un enorme deserto di marmo grigio. Il freddo taglia in due il mondo. Poi sul treno del ritorno la tristezza picchiettava sul finestrino. Il buio copriva la lenta discesa nei pensieri innominabili. Apre il giornale di Milano e chi vede: una faccia amica e bella, con una scritta accanto che dice “ho fotografato l’anima”. Era Mimmo Jodice che lo aiutava a crederci ancora, alla sua storia e alle sue parole dolci che teneva strette strette al petto. Ma come, sono anni che non ti cerco, e tu sbuchi proprio oggi a salvarmi con la tua bellezza che sta distribuita nelle tue tante foto che ricordo benissimo? Questo pensa, e nel farlo meglio, gli sono venute in mente le immagini di quando lui entrava in incognita, da uditore ficcanaso, all’Accademia di Napoli a seguire le lezioni Di Jodice. Una volta aveva una lettera che Ricci gli aveva dato da consegnare al fotografo napoletano, che onore, che piacere. Una volta aveva pure chiamato a casa sua. Rispose la moglie Angela che, con fare gentile e accogliente, lo invitava ad andare a casa da loro. Non c’è mai andato poi, era timido, allora. Così, per chiudere ancora più in bellezza, si è riletto “Il passaggio”, della Parrella, e questo racconto l’ha preso proprio per la cavezza e riportato a casa sano e salvo. In braccio alla moglie e ai figli, in dolce attesa della sua venuta stavano tutti sorridenti davanti alla porta.
Ora salvo e fiero, stanco e deluso, leggero e vecchio, siede davanti allo specchio di parole nere in attesa di colore.

http://lettura.corriere.it/jodice-ho-fotografato-l%E2%80%99anima/

sabato 17 dicembre 2011

Don Giuseppe



Non ne voleva sapere di scendere: sotto c’erano quindici metri di vuoto, riempito solo da travi impolverate, una corda e il buio in fondo. Don Giuseppe gli urlava di farlo “ché non è la prima volta che scendi”. Sì, questo era vero, ma stavolta non gliela faceva davvero. Quella palanca era un ponte tibetano da attraversare; uno stuzzicadenti dove passare con tutto il corpo. Certo, aveva dieci anni, era appena un fuscello di nervi. Niente, si era accovacciato e aspettava che il coraggio tornasse. Eppure, poco prima, aveva come tutti i santi giorni, prima di fare i tocchi con le campane, giocato con i compagnetti. Si erano appesi sulle campane appena avevano visto comparire le vecchiette nere nere dalle scale di sotto. Quelle a urlare: disgraziat’, scignit’. E loro a ridere come diavoli. Poi altre cose inenarrabili, che di solito fanno a quell’età i bambini e che poi, all’improvviso dimenticano; forse si vanno a depositare nella legnaia dei ricordi. Gianni, Emiliano e Carlo erano fetenti nel far disperare le nonne che da sotto si mettevano le mani raggrinzite tra i capelli a cipolla. Intorno freddo, e il via vai delle madri tra botteghe e mariti. Il rientro di mare grosso si sentiva fino a lassù. Ridere come matti rompeva la paura di vivere nel silenzio dell’attesa tra il mare grosso e la sera.
Quel pomeriggio la resa: non voglio scendere. Il prete si agitava a dieci minuti dall’inizio della messa. I chierichetti erano già pronti, che intanto si lanciavano le vecchie divise addosso, dentro questo stanzone che racchiudeva odori e misteri: donnine che fuggono con gli occhi serrati dal piacere, al mattino, tra la scuola e il pranzo.
Ad un certo punto Don Giuseppe arriva a due metri dalla palanca, mica c’era mai andato fin su alle campane lui, e no, ci mandava ragazzini scapigliati con gli ormoni da nascondere in alto; insomma, lo prende dai piedi e lo obbliga a passare sopra la palanca tibetana. Lui prima urla, poi, ripensando allo schiaffone che gli aveva dato ‘sto prete qualche tempo prima, dopo una parolaccia, si fa buono buono, forte forte e scende. Intanto l’aveva anticipato, porgendogli l’altra guancia.