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lunedì 7 gennaio 2019

Ero scemo, ero bello

   La stazione mi sembrava vecchissima, più dei miei genitori rimasti a letto mentre io salivo su quel treno puzzolente proveniente da Siracusa. Però c’era una bella luce di settembre e tantissimi taxi, bus, giapponesi e belle ragazze che mi parevano tutte spensierate, a differenza di quelle di Gaeta che parevano o contesse o sceme. Pure io però sembravo altezzoso e scemo, con la timidezza e la spocchia del diverso, all’epoca. Insomma, ora sto (stavo) qui a Santa Maria Novela e aspetto il taxi per la prima volta in vita mia, anzi, è il tassista che aspetta me: prego, dove deve andare? San Frediano, via di San Frediano numero sei. Salga, su.
Il portone altissimo, la strada stretta, l’Arno a cento metri. Mi accoglie Marco, un inquilino vicino di letto: tre letti in una stanza che però fungeva anche da corridoio per un abbaino affittato ad altre due persone. Questo l’ho scoperto dopo una settimana, vedendo passare un tipo insonnolito verso mezzanotte. Marco mi prepara subito un caffè e mi fa tante di quelle domande, almeno quante ne ho ricevute negli ultimi due anni. Mi siedo, accavallo le gambe, respiro e rispondo a raffica per paura che la sua attenzione possa scemare all’improvviso. Invece mi ascolta e mi fa: andiamo, ti offro un caffè da Pascosky. Così mi ritrovo ad attraversare il ponte Santa Trinità per la prima volta accanto a un ragazzo più vecchio di me, con una faccia che mi ricorda Gaber, e un accento che fa scivolare le parole sull’ultima sillaba e con una camminata tipica da paese borbonico: mani in tasca a formare una protezione genitale da ogni avversità cittadina. Però è simpatico quando comincia a parlare di musica per accattivarsi la mia giovinezza. L’altro argomento è il suo passato da contestatore, un po’ rinnegato, e che sopravvive in un ascolto religioso di Guccini. Io lo osservo mentre parla con autorevolezza che gli ho donato all’istante, appena mi ha chiesto: che musica ascolti? L’altro argomento che poi ha ripreso quotidianamente erano le sue invenzioni pre-tecnologiche riguardo a un sistema di asciugatura delle lavatrici, era il ‘90, era l’anno della benzina verde!… Insomma, prima o poi avrebbe brevettato le sue scoperte e avrebbe campato un po’ di rendita, almeno così sembrava che sperasse, mentre mi raccontava i lati negativi del suo lavoro come decoratore. Lo osservavo come se sfogliassi un libro sugli effetti della migrazione interna in Italia nella generazione del dopo ‘68: ce la farò anch’io, vedrai mamma ce la farò anch’io, suggeriva la sua faccia immalinconita. Mi stava simpatico anche quando raccontava di una donna che aveva rincontrato dopo dieci anni e nel frattempo lei si era sposata, aveva una figlia, ma lo cercava e lo voleva con sé almeno una volta alla settimana.
  Marco Abitava a Firenze già da dodici anni, io da dodici ore, eppure dai suoi racconti avevo recuperato tempo, soprattutto un tempo che mi era stato negato dal mio paese, da mia madre, dalla mia timidezza. Intendiamoci, avevo una libertà tale che un sessantottino si sognava, poiché io non professavo nessuna ideologia né appartenenza: ero soltanto solo al mondo. Fermati, non sto partendo col racconto tristissimo del ragazzino scappato di casa, no, si trattava di una solitudine intimissima: sapevo solo io quello che volevo realmente, gli altri erano spettatori dei miei slanci, delle mie fughe, delle mie stramberie maldestre, e poco più. Insomma, stavo qui a Firenze nel ‘90 in una casa per migranti post-fame degli anni cinquanta, e ci stavo per frequentare la Scuola di fotografia f/64 di Luciano Ricci. Avevo letto un suo annuncio su Fotografare, una rivista dell’epoca e, mentre sedevo svogliato in classe scrivevo sul diario: voglio andare a Firenze per studiare fotografia! E il mio amico di banco, con cui realizzavo vignette potentissime - lui disegnava io davo le idee - che facevano ridere da pisciarsi sotto pure al primo della classe. Insomma Amedeo mi dice, lasciando cadere la matita nervosamente sulla scalinatura: ma si scem’? E aveva un po’ ragione, poiché a marzo mi sono ritirato scemamente da scuola e a maggio stavo già a Firenze per conoscere Luciano Ricci. Era il primo viaggio che facevo da solo, e non avevo idea che profumo avesse, e neppure di dove sarei andato a dormire. Certamente non me lo chiedevo mentre addentavo una bistecca fiorentina in un ristorante con vista sul Duomo. Quando Ricci me lo ha chiesto, dopo che mi aveva fatto vedere la scuola, fatto conoscere gli allievi, e raccontato con tono sbrigativo lo scopo della scuola, io ho risposto: boh! Così mi sono ritrovato in una stanza a Figline Valdarno, dopo che ho cenato con una coppia che frequentava la scuola, anche se lui era essenzialmente un meccanico e lei una bella ragazza generosa, e che mi avevano offerto subito ospitalità appena hanno capito che quel mio boh! era frutto di una totale mia dipendenza dal mondo che mi passava davanti agli occhi. Questi due Rivera e Modotti nella Valdichiana mi hanno subito adottato per quella sera, anzi, fino al mattino, quando lei mi ha accompagnato alla stazione offrendomi pure la colazione.
 Questa è una traccia della mia vecchia libertaria mente che nella pagina precedente avevo abbozzato male, e che riprenderò col prossimo racconto erotico.


venerdì 2 marzo 2018

A scuola non ci vado più

Oggi non ci vado a scuola. No, me ne sto in giro, prendo l’autobus e faccio capolinea-capolinea. Voglio vedere le facce di chi non sta a scuola mentre io dovrei esserci. A me piacciono le facce delle persone sconosciute, a me piace riconoscere quello che pensano. Poi voglio mangiare un cornetto gigante con la panna, al bar Zurich. A scuola i professori sono frettolosi, pensano o alla prossima campanella o a come inchiodarti. Una volta quella di matematica mi ha fatto andare alla cattedra, ma solo per far vedere a tutti che brutti denti avevo: perché tua madre non ti compra l’apparecchio? E giù tutti a ridere. Una volta un’altra mi ha detto che stavo ai piedi di cristo, e forse aveva ragione: mia madre era appena stata dimessa dalla clinica. Un’altra, quella che si faceva portare la carne di prima scelta da un compagno di classe figlio di macellai, mi ha detto all’improvviso: ma tu sei scemo!

Insomma, io di certo non sono un genio, di certo non capisco Pitagora o l’inglese ma quando la maestra ci faceva trascrivere l’Eneide a me piaceva pure. Non ci capivo niente lo stesso, però era quel non capire niente che ti piace e che pensi prima o poi forse lo capirai. Ecco, a parte questi professori un po’ così, io resto sempre ottimista: sogno di diventare fotografo, poeta e pure contadino. Mia madre non chiede mai cosa voglio fare da grande, mentre mio padre mi fa fare già il grande, portandomi al lavoro con lui.
Di fatto stasera quando parlerò coi santi, io parlo coi santi prima di andare a dormire, gli chiederò di aiutarmi a scegliere una scuola fatta apposta per me. Io sono ottimista, e quando non vado a scuola voglio prendere l’autobus e fissare le persone sedute strette strette che guardano il mare come se guardassero il loro vecchio amore. Io non ho ancora un amore, così guardo loro che lo guardono, così imparo come si fa.
Domani forse ci andrò, o forse no, non riesco ancora a decidere. Chi mi aiuta a decidere? Quasi quasi lo chiedo a quella vecchina rugosa che sta sempre con quella busta di pane e mi sorride sempre, una volta mi ha fatto l’occhiolino e mi sono fatto tutto rosso. Domani mi faccio forte e glielo chiedo. Domani voglio imparare come si fa a parlare con gli sconosciuti.
(marzo ‘85)



martedì 31 ottobre 2017

Stazioni di fuga: Sezze.(nuova fuga)

Giunto a questa stazione vuol dire che sto quasi a metà del viaggio verso Roma. Di solito ci si prepara per i posti che si liberano di quelli che scendono a Latina. Oggi non m’importa del posto a sedere, questo finestrino è pulito e mi fa vedere la campagna come quella volta che con mio zio parlammo per tutto il tragitto fino a Roma, con le facce rivolte ai campi che si attraversava. Gli chiedevo di quelle coltivazioni che il treno sfiorava e lui, partendo dalle serre per i pomodori intorno a Fondi e arrivando fino alle distese di vigna dei Castelli, mi raccontò tutto quello che si poteva raccontare a un bambino di sette anni curioso quanto un cucciolo di gatto. Appresi di carciofi e tedeschi, di uva e americani.


E mi raccontava degli orti che era riuscito a creare nei posti più impensabili. Così partì il racconto della sua fuga da Weimar, dove era internato in un campo di lavoro dei nazisti, e di come con gli altri marinai riuscirono a raggiungere il luogo della sepoltura della Principessa Mafalda, ma non prima di avermi raccontato di come lui e Corrado riuscirono a sfamare l’intero campo con le patate coltivate da loro, nella gelida terra tedesca d’allora. I suoi occhi si infiammavano quando parlava dei dettagli della raccolta e di come tutti i compagni di sventura erano felici di mangiare quelle patate che crescevano su quei campi tragici. Della questione principessa Mafalda si soffermò soprattutto per dirmi di come rimase sorpreso e divertito del parrucchino di Pippo Baudo, quando li ospitò a Domenica in come eroi che diedero una degna sepoltura alla figlia del Re. Ricordo di come quel giorno alla tivù sembravano ancora i marinai di quaranta anni prima: fieri e semplici. Comunque, quel giorno sul treno si era proprio infervorato nel vedere la vigna così bella, fitta e curata - sì, era lui che passava da una cosa all’altra durante quel viaggio, non soltanto io che ne scrivo ora - e diceva che la resa era massima con quel tipo di coltivazione, e che i contadini dovevano pensare alla resa, mica solo alla natura. Non capii allora, oggi forse capirei, e comunque i suoi occhi erano elettrici anche di bellezza per quei tappeti verdi, ondulati, che parevano un mare placido e fertile davanti al nostro treno grigio di ferro. Ricordo che una signora sbuffò per i nostri infiniti discorsi e mia cugina romana, che viaggiava con noi, la prese a ridere e disse alla signora che era la prima volta che il bambino viaggiava in treno, e soprattutto che viaggiava insieme al suo zio preferito.
Arrivammo assetati a Termini, e al primo nasone ci facemmo una bevuta che nemmeno in estate dopo la raccolta dei pomodori San Marzano.
   Una sera di pochi anni fa attraversavo solo piazza Indipendenza, con le sue luci gialle e le sparute finestre accese degli uffici che mi aiutavano nello scenografare meglio la malinconia crescente, e pensai a quella lontana giornata in treno con mio zio. Pensavo a quello che avevo perso a non andare più in campagna da lui, di come tutto si interruppe senza preavviso. Arrivarono i sedici anni e tutto cambiò. Da quella piazza passavo per raggiungere la libreria Piave, dove Antonio Pascale ci aspettava il giovedì nel seminterrato, e dove imparai che certe lacrime sono diverse dalle altre e che certi addii scivolano dentro le nostre storie senza nemmeno una scossa, un pianto tempestivo. Quella sera scrissi di un quarantenne in fuga dal suo passato che, dopo aver raschiato il raschiabile alla cultura della sua epoca, alla fine quella sua stessa epoca lo ha preso a schiaffi a furia di realtà. In fondo quell’uomo voleva che continuassero a sembragli soltanto energiche carezze, vestite di ideali presi in prestito dall’epoca precedente, e che continuassero quegli schiaffi di carezze lo stesso a proteggerlo e coccolarlo ancora negli anni a venire: come una affettuosa madre di passaggio.

 Quella sera me tornai a casa col pensiero di quel treno che tagliava la campagna ma che non riusciva a spezzare ancora del tutto il legame profondo e strambo che avevo per quel mio zio contadino. Da quel giorno del ‘77 nella mia testa si è accesa quella possibilità di creare orti nei luoghi a cui mi lego almeno un po’. A volte li creo gli orti, altre volte li immagino soltanto.


lunedì 21 agosto 2017

uno schermo in riva al mare

Stasera ho visto un documentario che narra la storia degli Stooges e di Iggy Pop. Un susseguirsi di spezzoni d’epoca folli, esagerati di libertà scombinata, alternati a misurate interviste attuali ai protagonisti di quella epopea, a Iggy Pop soprattutto che, nella frase finale, dopo aver dichiarato di non voler indossare tanti status tipici delle rockstar, dice semplicemente di voler Essere. Proprio quello che stavo pensando io poco prima, durante la visione. Cambia decisamente lo scenario, lo so, ma io pensavo vedendolo a torso nudo e ipnotico durante i concerti, beh io pensavo ai protagonisti del libro di Haruf Le nostre anime di notte, di cui mi stavo stavo pregustando le ultime pagine, e che poi ho finito di leggere una volta a casetta. Me ne stavo seduto sulla sdraio, con mio figlio e mia moglie accanto, uno schermo in riva al mare, il buio profumato della macchia mediterranea intorno, un mio amico che presenta l’evento con perfetta pronuncia inglese, e lontano dalle nostre spalle il caos estivo del golfo di Gaeta. Una metafora su dove mi piace stare, mentre ci stavo. Questo voglio essere? E cosa volevo essere a quindici anni? E nei prossimi venti?

Stamattina io e il piccolo abbiamo cominciato a scrivere una storiella insieme. L’idea ci è venuta mentre l’altra sera abbiamo aspettato invano le pigre stelle cadenti. Così abbiamo immaginato una grottesca estinzione del genere umano, attraverso un enorme cellulare che cerca di farsi un selfie scimmiottando un uomo d’oggi. Nella fine c'è l’inizio: la cellula. Tutto questo mentre le presunte stelle cadenti ci osservavano come se fossimo in una teca del Muse, come se fossimo già estinti da millenni, per le stelle e per altri strambi e geniali generi spersi nell’universo. No, non c'è lo siamo vissuto come un possibile racconto apocalittico, anzi, ci pareva di stare su una bellissima navicella stellare, accanto a mondi stimolanti. Siccome il piccolo si è fissato che devo scrivere un libro, pur non sapendo che a volte resto, come ora, a scrivere cose così fino alle due di notte, senza un perché; l’indomani, mentre oziava in attesa del pranzo, mi fa: Allora scriverai il libro sul cellulare scemo! E io: no, semmai lo scriviamo insieme. Non se lo fa dire due volte, impugna il cellulare non scemo e si mette a scrivere: io detto, lui aggiusta e scrive.
Forse voglio essere così. Arrendermi al fatto che non sopporto più il vuoto di questo posto dove trascorriamo due settimane ad agosto, e alcuni giorni tra Natale e Pasqua. Dove non c'è la faccio più a fare la manutenzione a questa casetta di legno, o sistemare l’uliveto, e neppure raccogliere i fichi d’india, almeno non quest’anno. Non mi va per mancanza d’immaginazione, per stanchezza, e perché sono esaurito: fragile come quel mandarino piantato quindici anni fa ma che non vuole saperne di attecchire in questa terra. Riuscire a fregarsene del giudizio di tutti quelli che qua intorno alzano case piene di tristezza abusiva, e arano, e ti trattano spesso come un alieno, un fesso da sfottere.
Penso alle morti improvvise di Barcellona, e a quelle premature di tanti miei amici d’infanzia, e mi sento di essere pronto a vivere questi supplementari che mi restano con il pensiero di essere quello che vuole scrivere una storiella col figlio in una casetta di rubinetti che perdono, di finestre che non si chiudono bene, di una libreria a parete realizzata e donata da un amico anni fa, quando tutto pareva che funzionasse alla meraviglia, ma era solo la giovinezza.
Vi prego voi quattro, non spoilerare niente della storia del Cellulare scemo, altrimenti il coautore s’incazza di brutto.

Questa pagina la dedico a quelle stelle e a quelle persone che ancora non conosco. E a voi quattro che leggete ora.



giovedì 10 agosto 2017

stazioni di fuga

  
  Il treno sta partendo e come sempre mi sale quell’ansia che sa d’addio e di: aspettatemi che torno, eh. Devo ritornare a Roma, dopo aver passato alcuni giorni a casa da mia madre. Sono giorni che non si alza dal letto, capita che lo faccia almeno due o tre volte l’anno, poi passa. Non sono più preoccupato come un tempo, quando su questi treni regionali pregavo che cambiasse tutto, all’improvviso, a casa mia e nella mia testa. Oggi riparto col sollievo di rivedere dopo pochi ma lunghi giorni i miei figli, mia moglie, la mia casa, il mio glicine. Oggi i treni sembrano più veloci, hanno l’aria condizionata e non ci si può fumare più. Devo chiudere gli occhi prima che si apra come un sipario il golfo più malinconico della terra, con quelle sue colline minuscole che da piccolo facevo percorrere da biglie rosse immaginarie: le seguivo fino al loro tuffo in mare oltre la Punta stendardo. Chiudo gli occhi e divento me a quindici anni, seduto a gambe strette sul treno che sta partendo, con la faccia affamata di cose nuove sto voltando le spalle al golfo. Durante questo viaggio di ritorno, per un’ora almeno, sarò quel ragazzo: poi lo abbraccerò, poco prima di dargli una leggera spinta, travestita d'abbraccio per farlo precipitare in mezzo alla gramigna fuori dalla stazione di Campoleone. Ora ti saluto, cara B., ché devo sognare da solo.


Stazione Formia-Gaeta.

    Questo treno puzza come sempre, le tende svolazzano fuori e come al solito la mattina ci sono quei maleducati che dormono con i piedi sul sedile di fronte. Quella volta che Ambrogio Sparagna li fece alzare, con determinazione e senza paura, con quel gesto brusco quando aprì la tendina dello scompartimento, mi fece paura ma pure capire mille cose. Ma io ora sto scappando, e Sparagna invece col suo oscillarci dentro a quella tratta, riuscì a crearci una fortuna, e la sua arte. Io scappo e basta. Un giorno scatterò le foto più belle, conoscerò le persone più belle, amerò le donne più belle: ora scappo e basta. Quella volta che E. venne a salutarmi col motorino più vecchio della terra: stavo per partire e mi diede un bacio al volo, da quel giorno i baci devono confrontarsi con quel suo bacio tenero e profondo, dato sul binario tre alle nove di una mattina fresca. Sto scappando, e non è la prima volta. Un pomeriggio d’inverno andai a Latina. Scesi alla stazione e, pensando che la città fosse lì fuori, m’incamminai: mi ritrovai subito in mezzo alla pianura Pontina, quella studiata a scuola. Mi arresi e presi un autobus. Arrivai in piazza San Marco e vidi alcune bancarelle di libri. Una aveva sul banco solo monografie di fotografi, tutte nere, Fabbri Editore. Ne comprai una decina, poi ci ritornai dopo una settimana, per comprarmi tutte le altre. In quelle monografie di Jodice, D’Alessandro, Giacomelli, Koudelka e tanti altri futuri amatissimi fotografi, ci stava incredibilmente tutta la mia storia, e quella della mia famiglia, e del mio paese, e pure le mie ossessioni. Per anni pensai che la mela su un tavolo con accanto ad un uomo, in una foto di D’Alessandro, fosse una scena vissuta nella sala bar della clinica dove  ricoverarono mia madre. Scappai per non ripensare a quella clinica, o almeno per scacciare quella mela bacata in quel salone dove vidi ballare una mazurca una coppia di svitati adorabili. Scappavo, in verità, anche per un desiderio egoistico di annusare aria contaminata di città. Certo, Latina non era proprio una città, ma pure a Roma andavo spesso: scendevo a Termini e percorrevo via Nazionale con l’incubo che mi riconoscesse qualcuno. Una volta a Largo Argentina all’improvviso mi misi a correre perché sentivo dietro di me una voce simile a quella di mio zio. Appena a Termini sentivo subito quella puzza di ruggine, e me la portavo a spasso tra vetrine e piazze che mi facevano smorfiare brevi sorrisi: cammino da solo per le strade di Roma, ehi sei proprio tu, tocca il marmo, sfiora lo zampillo e ridi senza vergogna. Vivevo il contrasto tra paura e coraggio, era una turbina che avevo sotto al culo e mi faceva avere una faccia mai espressa prima. Mi fissai che dovevo osservare tutto quello che accadeva in città per poterci scrivere appena possibile un libro: I contrasti nell’era della pop art, fu il titolo che scelsi. Avevo raccolto informazioni con gli occhi, ma qualche volta scattavo foto, anche se, quando le scattavo, mi pareva di essere un cecchino, tanto era la paura di scocciare le persone. Coi barboni andavo di lusso, quelli neanche mi vedevano. Scappavo, ma in realtà prendevo aria a circa due ore da casa mia. Certe volte compravo riviste tipo Oggi, e me le leggevo al ritorno, per rilassarmi come certe vecchie che desideravo avere come nonne: le mie adorabili nonne mancate. Ricordo che spesso c’era Maria Giovanna Olmi in copertina su Oggi, in bikini. All’andata leggevo Repubblica, oppure Epoca, ve lo ricordate il settimanale Epoca? Scappavo, ma volevo essere sempre presente, le droghe o l’alcol non mi attraevano. Il sesso sì, ma cosa c’entra però il sesso con i vizi me lo deve ancora spiegare Don Gennaro. Una volta mi prese da parte al parco, e mi sussurrò di fare attenzione a frequentare quella... o di uscire con quegli altri… di non fare quelle cose… Io non capii, poiché in realtà mi tagliai semplicemente i capelli, rasandomeli dai lati. Non risposi nulla, ma da quel giorno non diedi più peso alla sua tonaca: diventò suggestiva come lo scialle della cartomante che d’estate sul viale dei platani, a lume di candela, attirava a sé i vacanzieri coi suoi superpoteri. Una volta scappai più delle altre volte. Rientrai verso le 22, d’inverno e il mare era mosso anche a quell’ora. Alla fermata c’erano mia madre, mia cugina grande e il marito. Vedendoli dall’autobus, appena misi piede a terra corsi come Mennea verso il lungomare. Queste urlavano come ossesse ma mica mi acchiappavano, e in più si prendevano gli schizzi d’acqua salata in faccia. Arrivai col fiatone fino alla mia cameretta, chiusi a chiave e mi tappai le orecchie.

Stazione Fondi-Sperlonga.

   Oggi sto scappando con stile, me ne vado a Bologna. Voglio vedere se è vero quello che canta Lucio Dalla. Voglio imparare a scappare meglio, mi sono stufato di essere rincorso. Devono capire che oramai faccio quello che mi pare. Mica faccio male a nessuno. Sono convinto che niente di brutto potrà mai accadermi, questa cosa la so da sempre, così vado e vengo, e parlo con tutti, e mi aspetto sempre qualcosa da ogni incontro: come quel giorno che mi ospitò una coppietta gentilissima a casa loro, vicino Firenze. Questi due erano iscritti alla scuola di fotografia di Luciano Ricci e, sentendomi dire che sarei ritornato giù in treno la sera stessa, erano già le 18, mi convinsero a stare da loro almeno per la notte, a Figline Valdarno. Mi sfamarono, mi chiesero mille cose, e mi misero al letto in una stanzetta che forse sarebbe diventata quella dei loro figli: nella notte fecero l’amore in maniera esagerata. Mi tappai le orecchie pure lì. L’indomani lei girava per casa in vestaglia trasparente e lui con la divisa da meccanico fece colazione velocemente. Ci salutammo sotto una pensilina bianca alla stazione, e per me fu la prima pura gioia sociale, tutta mia.


 Stazione Priverno-Fossanova

  In una mattina fredda di gennaio, alle sei, alla fermata dell’autobus col mare alle spalle, conobbi M. Portava un basco un po’ troppo alla parigina. Cominciò a parlarmi alle sei e smise alle undici, quando arrivammo a Firenze Campo di Marte.
“Io non pago il biglietto del treno e degli autobus da otto anni. Disobbedisco. Ma tu nella vita, dipingi?” Così esordì vedendomi con una cartellina, che in realtà conteneva le foto che realizzai come “compito a casa” per la scuola di fotografia, dopo un mese che restai tappato in casa, quando feci una fuga all’incontrario verso casa mia. Il mare placido e nero restò fermo, mentre noi partimmo con l’autobus. Gli chiesi con un filo di voce se aveva un biglietto in più, e la sua risposta fu un trattato politico sulla necessità di ottenere tutto gratis, e sulla conseguente determinazione a non lavorare mai per nessuno: dobbiamo picchiettare come uccellini alle finestre marce del capitalismo. Così mi conquistò, all’altezza della stazione di Priverno, oramai sul treno, mentre albeggiava su di noi: annuendo per cinque ore di fila, aderì al suo movimento fancazzista.
Cominciai ad applicare il suo credo già dalla settimana successiva al suo proclama. Coinvolsi E. e E. quando ripartimmo alla volta di Firenze. Fu un correre impauriti e divertiti in quel corridoio strettissimo dell’Espresso notte. Il controllore, enorme e baffone, insospettitosi dai nostri sali e scendi a ogni fermata, decise di braccarci. Lo vedemmo in fondo, tutto scombinato, come un orso disperato, che puntava verso la nostra direzione. Mettemmo la retromarcia e ci infilammo dentro al primo bagno libero. Lasciammo la porta chiusa ma senza girare la leva. Arrivò trafelato, con la fronte sudata, e sbatté la porta contro i nostri corpi sovrapposti: ridemmo come scemi durante il tempo immobile dell’emissione del verbale. L’amico E. però rideva nervosamente, considerata la sua precisione, il suo essere un ragazzo tranquillo, credo che fu per lui una mazzata tremenda quell’esperienza: la vergogna gli fece perdere un paio di chili, ma, come sempre, me lo fece capire dagli occhi e non con le parole. Invece E., il mio amore, fu felicissima dell’accaduto, e quella notte me lo sussurrò all’orecchio sinistro dopo i mille baci dati.
M. lo incontrai altre volte, in quegli anni. L’ultima volta che lo vidi era sconvolto, non più prolisso, e mi raccontò soltanto che cominciò a raccogliere i pomodori in campagna dallo zio; sfidava il capitale lavorando con gli umili, così mi disse mentre s’incamminò un po’ curvo lungo via Indipendenza. Lo seguii con gli occhi fino a quando imboccò vicolo La scurda, e in quegli interminabili secondi mi salì un pensiero lancinante, cattivo, comico e liberatorio: ma che cazzo mi racconti? Tu che non hai il coraggio nemmeno di ricevere l’amore di A.? Ripensai a lui qualche mese dopo, durante l’ultimo verbale subito. Il controllore con l’espressione da padre tentò di farmi ragionare sulla cazzata di non pagare il biglietto: tanto prima o poi o tu, o chi per te, lo pagherà con la mora. E sarà contento solo l’erario, allora. Parlò con tono incerto, fissandomi, anche se con gli occhi sembrava che fiutasse soprattutto quel mio disastrato presente. Io rimasi con la carta d’identità tra le dita e lo sguardo che rimbalzava fiero e ridicolo nello scompartimento zeppo di studenti pendolari e pendolari statali. Fu l’ultimo verbale e fu la prima fuga verso un senso, tutto mio, tutto in salita verso mille scorciatoie impazzite di desideri.

Se ti va arrivo a Roma, fuga dopo fuga.


giovedì 6 aprile 2017

ho perso un pensiero al parco

   L’altra sera chiedevo a Ettore: ma quella volta a Mondragone che siamo andati a vedere gli Avion Travel, era il 1994? Un’inaspettata giunta di centrosinistra, dopo gli anni di mani pulite, organizzò il concerto del gruppo casertano all’interno di un parco pubblico. Saremmo stati una trentina di spettatori, in cerchio seduti su sedie bianche di plastica. La metà di quei trenta erano miei amici di allora. Partimmo da Formia entusiasti come sempre, di quello che si andava a fiutare per resistere al conformismo paesano e con la speranzosa felicità negli occhi che ci distingueva all’epoca. Fu un concerto strepitoso e breve. Rimanemmo qualche minuto lì con il desiderio di abbracciare i musicisti, o mangiare mozzarelle nei mille caseifici lì intorno. Io sentivo una gioia infantile in quei momenti di condivisione celestiale tra quei Pini secolari, e voialtri? Invece ricordo che quella sera ci arrendemmo e con le nostre auto ce ne tornammo quieti quieti al di là del Garigliano.
   L’anno scorso ho rivisto gli Avion Travel a Roma in un grande centro commerciale, all’aperto, sempre su sedie di plastica, insieme a mia moglie, mio figlio piccolo e Roberta. Mi è piaciuto tantissimo il concerto, con un Servillo sempre più teatrale e i musicisti ancora più bravi e con un Fausto Mesolella piegato sulla sua adorata chitarra a interpretare melodie davanti a quello scatolone di cemento e vetro pieno di merci attraenti. Ecco, oplà, passano i decenni ed io mi ritrovo sempre coi soliti desideri mischiati a mille dubbi, e col solito fiuto per gli accenni di felicità qua e là, e l’inossidabile famelica voglia di mangiare mozzarelle di bufala che si presenta sempre nelle domeniche sere estive. In quel concerto al centro commerciale Fausto Mesolella fissava Jacopo, così, come a scegliere di osservare un mondo bambino invece che quello solito stantio adulto. A me di stare al centro commerciale o tra Pini secolari interessa davvero poco, quel che conta e mi fa sentire vivo, bello e pieno di sentimento è la sacralità di certi sguardi, o di certi ascolti. Tutta qua la mia spiritualità.
   Poi l’altro giorno Claudio mi ha raccontato che Fausto Mesolella fissò anche lui nel centro di Aosta, l’anno scorso. E difatti Claudio è uno che sa trattenere l’infanzia negli occhi nel suo passeggiare per il mondo: sicuro e dubbioso nel suo vagare.
 Questa cosa di fissare le persone a me piace e quando mi rendo conto di non essere l’unico a farlo, per buona pace di mia moglie, mi inorgoglisco sapendo di far parte di quella cerchia di eletti un po’ matti, curiosi e un po’ morbosi a cui interessa fissare bene bene le persone: le merci, il cemento, gli oggetti di design, gli oggetti di decoro, i parenti ottusi e le parole vuote sono poco più di niente per me, pari a caramelle scadute, appiccicose. A noi che fissiamo le persone, ci interessa seguire quelli che vagano problematici e colmi di tenerezza per le strade, o anche soltanto che recitano al meglio la propria tragedia lontano dagli occhi degli altri. Ma non dai miei, quando mi capitate a tiro, sappiatelo. La vita tutta intera tanto è prigioniera della noia pesta, e così proviamo a colmare l’angoscia per la salute che se ne va, o a frenare la paura per i soldi che si dissolvono, o cerchiamo di non vedere le rughe che compaiono di notte. Eccoci, siamo noi che lottiamo contro i giorni tutti uguali, a cui ci arrendiamo pacati solo dopo l’amore o un abbraccio improvviso dei figli. Noi che non sopportiamo la ferita di non essere riusciti a suonare nemmeno uno strumento musicale, nemmeno una chitarrina. E allora ci tuffiamo nelle canzoni degli altri, o sprofondiamo nei film tristi, e il pomeriggio osserviamo le smorfie dei bambini al parco. Così continuiamo svogliati e splendenti a fare l’amore nei sabati pomeriggio arancioni. Siamo salvi anche quando né colpevoli né innocenti ce ne andiamo al centro commerciale, anche se poi ne usciamo sempre con gli occhi che bruciano e quella frenesia di arrivare a casa per mangiare le mozzarelle di bufala con le mani. Eccomi qui, uomo e bambino e lasciatemi vivere così: in questo limbo fresco pieno di bufale campane, con gli occhi arrossati dopo una passeggiata tra gli alberi e i negozi.




lunedì 6 febbraio 2017

Tappi di vita (4° episodio)

    Poi all’improvviso, in un luminoso pomeriggio di giugno, mentre me ne stavo a testa in giù concentrato su dei tappi a un incrocio che soccorrevano altri tappi incidentati, mi sale una irrefrenabile non voglia di vomitare. Mi rialzo e comincio a camminare velocemente nella stanza, avanti e indietro. Poi esco sul balcone, rientro. Faccio finta che non stia accadendo a me: è un vuoto di cui non voglio avere nessuna memoria. Così ammacco altri tre o quattro tappi all’incrocio, e me li fisso ancora  più stupito di prima. I tappi delle peroni rendono di più: con la loro leggera puzza danno realismo all’accaduto. Rimango all'incrocio dell’incidente fino a sera. Poi ceno. Melanzane arrostite e bocconcini di bufala. Dopo cena vado a liberare la scena dell’incidente, facendo ritornare a casa i vari tappi coinvolti, tranne due che li trasferisco nel piccolo ospedale. La diagnosi del tappo medico è inequivocabile: tre giorni di degenza, minimo. Cerco di tranquillizzare i parenti tappi, e subito dopo do la buonanotte all’intera cittadella. Esausto, mi sdraio sul divano a guardare Portobello in tivù ma il pappagallo non parla nemmeno stasera, e si ripresenta quel fastidioso senso di nausea che sfonda ogni distrazione che stavo per architettare nella mia mente, costringendomi a rialzarmi di scatto. Mio padre mi guarda di sguincio, mezzo addormentato non si preoccupa più di tanto dei miei movimenti. Mia madre già dorme. Raggiungo mia sorella su e le dico, ma senza parlare e facendo smorfie strane con la bocca contorta: aiutami! Lei ride, convinta di una mia ennesima imitazione. E smettila, scemetto, mi fa. Io allora comincio a togliermi i vestiti e ad ansimare. A questo punto lei mi viene incontro con gli occhi all’ingiù. Passiamo un’oretta sdraiati l’uno accanto all’altra, come in ospedale: mi aiuta a respirare accarezzandomi e raccontandomi fatti buffi vissuti con le sue amiche, anche se riesce a fatica a stare calma pure lei. Quando vede che la mia agitazione aumenta si alza e mi fa: andiamo da zia! I miei dormivano, e mia zia stava a cento metri da casa nostra e senz’altro era ancora sveglia a chiacchierare con le figlie. Le raggiungiamo in condizioni pietose, comiche: attraverso il vicolo con addosso solo gli slip bianchi, stringendo le mani sudate di mia sorella. Intorno a questi due mingherlini c’è solo buio di vicoli e neanche un’anima in giro. Entriamo con tutta l’emergenza del caso: non so cosa c'ha, respira male e trema, fa mia sorella tutta imbarazzata per quell’incursione serale. Mia zia coglie come sempre il nostro disagio e lo trasforma in un pronto aiuto: sedetevi ragazzi, vi preparo una bella camomilla. E si mette a raccontare di come anche la figlia più piccola ogni tanto aveva queste crisi durante l’inverno romano. Le sue figlie annuivano accennando sorrisi discreti su quei volti sereni. Già prima di bere la camomilla calda e dolce ricomincio a parlare, lentamente, tirando fuori parole farfugliate e annuendo contento a ogni sua carezza di parola.
   Al rientro stringo ancora la mano a mia sorella lungo quel vicolo che mi appariva meno scuro, più largo, e non sudavo più ma sentivo l’eco di quelle parole tenere e incoraggianti che ci riaccompagnavano piano a piano a casa.

In psicologia questo episodio può essere ascritto all’emetefobia.




domenica 11 dicembre 2016

Tappi di vita (2°episodio)

   Avevo convinto i miei compagnetti a giocare coi tappi lungo il marciapiede dietro la curva di casa mia. Accanto avevamo le auto parcheggiate di sbieco, in discesa, e noi stavamo sdraiati e schiacciati in quel metro scarso a gareggiare ognuno col suo tappo più veloce. Mi ero inventato questo gioco, reclutando amici con cui condividerlo: uno era altissimo, un altro enorme e grasso, un altro ancora bassissimo e tutto peloso. E c’era pure uno viziatissimo dai genitori, figlio unico, e antipaticissimo ma con una casa piena piena di giocattoli. Avevo scelto un gruppo strampalato per la mia vocazione alla santità, anche se, per onestà, ero soprattutto un bambino curiosissimo e con la brama di avere più giocattoli a disposizione. In quegli anni in famiglia ricordo un clima sereno seppur appeso a un filo malato: ero incollato a loro eppure sempre in giro a esplorare il quartiere. Ma di giocattoli ne avevo davvero pochi. Coi tappi inventavo un mondo tutto mio insieme a compagni che gli altri gruppi respingevano, deridevano: a me invece piacevano da matti. In ognuno cercavo la deformità che mi mancava ancora. In psicologia pare si chiami empatia, per me in quegli anni era il meglio che riuscivo ad avere, ad amare. Le gare coi tappi iniziavano dopo la tazza di latte del risveglio e terminavano poco prima delle sarde arrostite del pranzo: dentro questo segmento di tempo c’erano silenzi di “pestecchie” che fiondavano i tappi in fondo al marciapiede di porfido. Quando cadevano dal marciapiede bisognava ripartire dall’inizio: un gioco interminabile, che mi serviva a trattenere la tensione di quell’amore. Sentivo quel tempo come il migliore a disposizione, sentivo che mi era toccato di giocare coi tappi come se giocassi a vivere come gli altri.

   Me ne tornavo a casa con la scatola piena di tappi con quel lontano profumo di birra e di uomini prepotenti che l’avevano bevuta, gli stessi che molestavano le marines americane nei night club la notte. Io all’epoca non lo sapevo, sentivo solo quella puzza di violenza e d’orgoglio, e me ne scappavo di corsa a casa, dove mangiavo e ascoltavo, prima di accovacciarmi sorridente nel letto fresco zeppo di sogni.


venerdì 2 dicembre 2016

io e mio figlio



     Ieri mentre stavo in macchina passando dal Mandrione pensavo a mio figlio che intanto stava in fila per il firma copie di Salmo, nel negozio Discoteca laziale. Io lì ci andavo a sentire dischi, ogni tanto a comprarli, poiché accanto c’era La casa dei diritti sociali che bazzicavo come tirocinante. L’Esquilino accoglieva tutti i nostri beati turbamenti di inizi anni 90. Sì, pensavo a mio figlio e ai suoi turbamenti: papà ma te pare che si vuole fare una foto con me. E nei suoi occhi vedo quella vergogna che sempre i figli hanno per i genitori: non sono più piccolo, dico parolacce, canto cose toste e rifletto sul perché mi tocca vivere nell’era dei grillini e dei salvini e tu a dirmi solo ‘ste cose sceme. Già, e dopo mentre passo davanti alla Caritas a Ponte Casilino ricordo di quando facevo il tirocinio in quel centro di prima accoglienza minori. Il primo giorno mi diedero le chiavi di una 127 rossa e ci misero dentro due ragazzine rom che si erano graffiate le vene dei polsi: ti prego portale al primo pronto soccorso. Mi ritrovai all’ospedale Pertini per miracolo: per strada ‘ste due mattarelle maledicevano tutti gli automobilisti che incrociavamo, ed io a scusarmi con una specie di lingua dei segni da tangenziale est. Ieri invece ero orgoglioso di andare a prendere mio figlio, di riportarlo a casa dopo che aveva preso 6 a diritto - sto a gode, mi aveva messaggiato – e poi alle 14.40 era partito da solo dall’incrocio di San Basilio per raggiungere Termini. Come facevo un tempo anch’io: prendevo un treno e cambiavo aria, cercavo una scena di vita più spensierata. Una volta che arrivo in via Turati di colpo mi ricordo quando, quindicenne anch’io, in quella stessa via mi ritrovai davanti a una casa dove affittavano una stanza e mi spaventai come un pettirosso quando sull’uscio comparve un marchettaro in mutande. Mi ero iscritto al CineTv, e tutti giorni fare 130 km era una follia almeno quanto quella di riuscire nell’impresa di continuare lì gli studi, in quel tempo matto per me. Mi ritirai a dicembre, così cominciai la mia fase mezza punk solitaria, poco prima di andare via per sempre. Ieri una volta arrivato in negozio ho visto mio figlio che spulciava ciddì da prendere e mi sono emozionato. Nello scaffale poco più in là tutto l’indie-rock anni 90 era in svendita.


   Durante il viaggio verso casa alla radio c’era Gipi che parlava del suo ultimo libro, La terra dei figli. Mio figlio fremeva per sentire il ciddì nuovo, ma intanto stava eccitato su Instagram a dispensare mi piace sull’evento appena vissuto. Gipi diceva cose interessanti, oneste come al solito. A un certo punto mentre origliavo – scrittori non esagerate con lo spoileraggio, ché m’innervosisco – capto che parla del personaggio padre del libro, che aveva rinunciato a far conoscere alcune parole ai figli per proteggerli, salvarli e proiettarli verso un futuro migliore. Ecco, io a quel punto mi sentivo scemo ad ascoltare Gipi mentre mio figlio scalpitava col ciddì tra le gambe. Di scatto stavo per infilarlo nel lettore ma, d’un tratto, una luce bianca: basta questo bla bla bla sul fatto che siamo genitori adolescenti inquieti, basta, io non lo sono del tutto, altrimenti non avrei continuato a sgobbare in un posto dove guadagno appena 1100 euro al mese. No, io sono un genitore che vive nel 2016, con una tarda giovinezza spensierata di tormenti e speranze alle spalle, quindi ora, a 46 anni, tecnicamente sono ancora un non vecchio. Mio padre a 46 anni aveva vent’anni di fabbrica sulle spalle e nessun libro letto sulla coscienza, ma gli volevo bene lo stesso e da lui pretendevo che mi portasse a vedere le partite, non di certo a sentire Vasco Rossi. Oggi siamo in un altro mondo, oggi così come nel libro Eccomi di Safran Foer siamo tutti più vulnerabili, tutti più appesi al presente, ma volendo potremmo essere spensierati ancora, volendo io potrei mollare zavorre e zizzanie e frequentare il mondo che vorrei. Volendo potrei godermi i figli che vivono come figli, e fare al meglio il padre che vive.


martedì 15 novembre 2016

tappi di vita (primo episodio)

    Da piccolo giocavo con dei tappi di bottiglia che recuperavo al bar Del Mare, e ci creavo città, uomini e donne, bambini, e magnifici stadi di calcio. In questi campi facevo disputare partite infinite, con tifosi veri che accendevano anche i fumogeni-fiammiferi. C’era anche il telecronista, in cabina. Le bandierine. Le gradinate le avevo realizzate con piastrelle avanzate in terrazza. Me ne stavo lì per interi pomeriggi tra lenzuola e cieli tersi, vedevo un solo spicchio di mare appendendomi al palo dell’antenna della tivù. Pensavo sempre alla vita dei tappi, cioè agli abitanti di questa mia città, e quando mi svegliavo invece di vedere i cartoni animati pensavo a come organizzare la giornata a questi più di cinquecento abitanti che aspettavano me al risveglio.  Così organizzavo mercati e feste, lotte e vita domestica, ma gli sport erano quelli che desideravo proporgli di più. Partite di calcio soprattutto, ma anche corse infinite su marciapiedi strettissimi, a cui costringevo amichetti soggiogati dalla mia tenera follia di far vivere bene questi tappi-abitanti. Una piacevole frenesia durata alcuni anni. Poi un giorno mia madre ne buttò parecchi ma, soprattutto, buttò Mennuni! che era una sorta di stella della squadra locale, quindi, nella mia gerarchia cittadina era una specie di eroe-sindaco-santo. Piansi disperato, quasi quanto quella volta nella caduta in vasca dove mi ruppi un dente. Mi arrabbiai con mia madre, quasi volli scappare di casa, poi, una volta digerita l’ennesima incomprensione genitoriale, impiegai cento tappi sopravvissuti per l’imponente ricerca del disperso Mennuni. Niente. Era introvabile, e forse lo stavano già triturando nel compattatore che sfrecciava sulla litoranea verso Terracina. Povero me, che vivevo solo per loro ma che li ho traditi lasciandoli incustoditi, soli. Gli feci anche diverse foto a questi tappi vivi, e chissà se un giorno le ritroverò, così da farle vedere ai miei figli. Ecco, io ero uno così, uno che animava cose e fiutava gli altri ascoltandoli, religiosamente. Ma parlavo pochissimo in pubblico, soprattuto tra i grandi: timido ma vivo, avevo sempre qualcosa in serbo nelle mie lunghe giornate giocose. Si chiama gioco simbolico in pedagogia, per me era tutta la vita che potessi trasmettere agli altri e alle cose per farle diventare qualcosina di più: qualcosa che potesse attivare altra vita a casa mia. 


mercoledì 13 luglio 2016

ci riprovo con un orto

  Ci tengo a precisare che non sono un agronomo né tanto meno un contadino. Ho soltanto ascoltato dai sei anni con la bocca aperta i racconti che mi faceva zio sulla sua fissazione di creare orti nei posti più assurdi. A cominciare dalla postazione militare di confino a Pola, o nel campo di lavoro nazista di Buchewald o ancora in una officina di Caterpillar in America. Non ho mai osato chiedergli se si trattasse di Stati uniti d’America o del Venezuela, poiché è stato in entrambi i posti nell’arco di tre o quattro anni. Sì, perché poi è tornato in Italia nei primi anni ’50 e l’idea di orto che aveva disseminato nel mondo l’ha realizzata sulla sua terra. Ha costruito serre, cisterne per l’acqua, semenzai e prodotto quintali e quintali di ortaggi nell’arco di quarant’anni, così da permettersi di comprare due case e far studiare due figlie femmine.
Adesso che ho chiuso la bocca e guardo verso quel tempo, mi accorgo che il fatto di aver creato orti in Centri diurni, in Nidi o sui balconi di Roma, lo devo a tutte quelle storie che transitavano rigogliose dalla mia bocca. E poi, la cosa fondamentale - avrei voluto dire seminale ma sarei stato sciocchino – è stato quando all’età di dieci anni ho ricevuto in concessione l’intero semenzaio dismesso da mio zio: ecco, facc’ gl’ uort’.
E io mi misi a faticare come un mulo su quella terra soffice e nerissima: scelsi le orticole che mi piacevano di più e via, tutti i santissimi giorni, ad annaffiare e sarchiare quel rettangolo lunghissimo di terra.
Così quell’estate a casa mia si mangiavano melanzane, San Marzano e zucchine a più non posso! Addirittura, coinvolgendo un mio amichetto, quelle che a casa erano di troppo andavo a venderle alle ricche signore di Vindicio: portamele sopra vuagliò! Quante soddisfazioni quell’anno, sembravo un mini zio senza figlie, seppure  mantenevo la sua stessa aria fiera la sera, quando mi lavavo le ascelle alla sua maniera: bacinella di sapone di Marsiglia nel lavatoio all’aperto, di fronte al pollaio. La felicità la assaggiavo quasi tutti i giorni a quel tempo.
Così anche quest’anno mi ritrovo a formare, ma sarebbe meglio dire a cercare di appassionare, un intero gruppo educativo di un Nido.

Ecco, ci provo con il ricordo, ci provo con un altro orto.


mercoledì 22 giugno 2016

La pazza gioia

    Ripenso al mio lento singhiozzare dopo aver visto il film La pazza gioia. Non era proprio un pianto classico, poiché fuoriusciva dalla mia testa un liquido amaro di pensieri e immagini e addii, e stavolta non riuscivo ad arginarne la portata: era la piccola verità che premeva attraverso il film. Stavo sulla Tiburtina, era sera, solo in auto, e ogni volta che prendevo fiato mi ripetevo: è difficile, è difficile. Certe scene del film avevano graffiato e accarezzato la mia memoria, che quotidianamente tengo a bada, e che mostro soprattutto nello scrivere e a pochissime persone rigorosamente selezionate. Nel film ci sono io, c’è mia madre, mia moglie, le mie amiche, mio cugino, vecchi amici; e tante persone matte, belle e brutte, povere e ricche, che ho conosciuto negli anni di vita e di lavoro. Soprattutto c’è quella straniante bellezza di non accusare nessuno per le deprivazioni subite, che nella scena dell'incontro all'ospedate tra Donatella e il padre è incorniciata in maniera struggente. Senza fine. Ecco, questo è davvero difficile da mettere in pratica nelle nostre giornate.

   Avevo quindici anni, una mattina come tante di marzo, un subbuglio nelle stanze, pensieri confusi che riempiono la nostra casa. Si è deciso di ricoverarla. È colpa tua, incautamente dice zia verso di me, o chissà, magari era verso quel nulla rimasto appiccicato al lampadario di gocce di cristallo al centro della stanza da letto anni ’60 dei miei. Così, in quella stanza, io e la mia adolescenza ci prendiamo tutta la colpa: da lì comincio a cambiare per sempre. La colpa. E’ la stessa che mi ha portato a lavorare come Educatore nella struttura dove nel film è stata girata la scena drammatica del Tso. Dieci anni fa era il vecchio reparto dei “residuali manicomiali”, così era chiamato quel posto abitato da persone con mille tic, che parlottavano da sole, fumavano mozziconi, sedevano all’ombra accanto ai demoni, abbracciavano alberi rigogliosi, pisciavano sui muri, e ogni tanto si prendevano le botte da certi infermieri (li ho visti anche istigati da un pingue psichiatria barbuto). Ho resistito sei mesi, avevo un contratto a tempo indeterminato, e durante l’ultimo giorno del periodo di prova mi hanno licenziato. Mi davo malato spesso, non avevo voglia di stare lì. Eppure la responsabile mi aveva ingaggiato entusiasta dopo il colloquio, per cambiare le cose insieme, diceva speranzosa. Dopo un mese mi ha affidato un incarico di responsabilità, ma il sindacato si è messo di traverso, e io sono rimasto nel limbo a osservare scene tremendi, a sopportare colleghi ottusi. Il mio periodo basagliano finiva lì. Poi ho rimosso, ché avevo paura di trattenere nella mente quel buio e quella miseria umana immobile. Poi è arrivato il film di Virzì e ha svegliato e rappacificato sentimenti che si pestavano da decenni: ragazzo moro e magro non è colpa tua! E come fa Donatella Morelli nel film, chiedo soltanto di rivederlo: lei suo figlio, io il ragazzo che ero.
L’altro giorno mi ritrovo in un’Asl, dove c’è questa dolce assistente sociale che ha accolto me, le mie parole e l’origine della mia storia con fare delicato: come se volesse invitarmi a raccontare senza vergogna quello che è stato. Allora chissà, domani lo racconterò o lo reinventerò; intanto il prologo l’hai già letto.




lunedì 9 novembre 2015

Amavo Pasolini, amavo la mia sconfitta.


     All’epoca leggevo “Scritti corsari” notte e giorno, a casa dei miei, in una stanzetta disposta alla Van Gogh: invece sarei dovuto stare a Firenze nella scuola di Luciano Ricci a imparare come si fa lo still life. Leggevo Pasolini per nascondermi. Qualche anno prima avevo varcato una clinica psichiatrica per quindici giorni di fila: ci andavo a trovare una persona importante. E in quei giorni mi è piombata addosso la certificazione sociale della mia diversità: testata cambiando quattro prime superiori in tre anni. Avevo la testa che somigliava a una giungla: l’allerta, l’ansia e la solitudine sostituivano l’acne, le ragazzette e le canne. Facevo finta di niente, come se quelle bufere non accadessero proprio a me, e addirittura da quei giorni ho cominciato a sentire di poter salvare gli altri con la buona volontà, l’esempio. Figuriamoci se non mi salvavo anch’io, nel frattempo. Così Pasolini compare nella mia stanzetta e mi fa: Io so, ma non ho le prove.  Fu un gioco da ragazzi stare dalla parte dei giusti.
    Leggendo un pezzo su Rivista Studio mi è venuta la smania di disobbedire alla retorica e andare giù pesante contro la mia storia, e vedere bene cos’era la mia passione per l’intellettuale di Casarsa. Sì, perché la lezione di Pasolini io l’ho consumata mischiandola pericolosamente assieme alla mia inconcludente formazione, e poi nelle conseguenti mille peripezie lavorative. Dalla frequentazione di quei casi disperati, grovigli d’ingiustizie e sofferenze ho scoperto di aver sbagliato quasi tutto: avrei dovuto iscrivermi a Lettere, non a Scienze dell’Educazione. Punto.
    Correvo lungo le strade piene di erbacce del mio quartiere, con De Gregori nelle orecchie e pensavo all’idiota convinzione di allora di sentirmi bene in brutte periferie: ricordo che costringevo i poveri amici che venivano a trovarmi a Roma a tour domenicali per Tiburtino III, quartiere senza nemmeno l’ombra di un’imminente gentrification. Poi quel godere imbarazzante nel fare del bene, e quel leggero stato di trance quando sentivo di non dovermi preoccupare a imparare, perché mi bastava essere. In fondo me ne fregavo di quelle vocine che mi dicevano che stavo sbattendo soltanto contro un muro pieno di locandine di concerti in topaie o di cineforum anticapitalisti: dietro quei muri terribili solitudini a cui solo adesso riesco a dare un nome. Segretamente disprezzavo quell’approssimazione nei ragionamenti che circolavano in quel periodo sia nella mia testa che in certi luoghi che adesso fatico a considerare frequentabili: tutta quella fredda ideologia come pioggia insistente sulle nostre teste frastornate dal tempo. Mi rivedo in quella strada dritta e buia, nel quartiere degli studenti, con un magone che mi scivola fin dentro i pantaloni a coste di velluto, in compagnia della disperazione silenziosa che non raccontavo a nessuno, nemmeno a te.
   Tanti anni fa, in un pomeriggio di giugno, passeggiavo al Circeo con Pino quando lui all’improvviso mi fa: un giorno vorrei comprare una casa qui, dove ce l’avevano pure Pasolini e Moravia, ché a me il progresso e le industrie piacciono, eppure migliorarsi individualmente, come anche vivere nelle belle case. Io risi senza fiatare, come quando le mie convinzioni si voltano da un’altra parte lasciandomi solo davanti alle cose della vita: e mo’ rispondi tu, fanno loro, non possiamo consultare il manuale del perfetto pasoliniano qui al mare, facci fa’ un tuffo in pace. Anni dopo ho capito che Pino stava un po’ più avanti delle mie convinzioni, e ora che è morto sento di restituirgli una sottile verità che, insieme ad altre che ho conquistato negli anni, hanno ribaltato le mie convinzioni; nel frattempo erano diventate pallide come l’ingresso di un pronto soccorso d’ospedale.
    Arrivo a un’attuale convinzione: io Pasolini non l’ho conosciuto abbastanza. A parte il divorare gli Scritti corsari, svariati articoli e qualche poesia, già quando ho letto Ragazzi di vita ho fatto fatica a finirlo. Il Decameron lo vidi più volte con piacere ma Le 120 giornate di Salò era davvero pesante come film, troppo lontano da me. Così oggi la cosa più rispettosa da fare sarebbe rivedere bene Pasolini, con un approccio da pescare proprio in una delle sue rinomate ossessioni: non vi omologate!
So di aver detto qualche anno fa che la freschezza di Parise stava scansando per sempre Pasolini dal mio scaffale ideale, e oggi, dopo un lavaggio stirameno in lavatrice delle mie convinzioni, capisco che studiare, aspettare e divertirsi sia la miglior arte per avvicinarsi alla vecchiaia con stile, dimenticando quello che non ci appartiene più, e forse non ci è mai appartenuto davvero. Care vecchie e vigliacche convinzioni mie non perdonatemi: lasciate soltanto che scorra questo torrente di fatti e pensieri fino al loro affluente ancora ignoto.
Questo ieri.

Invece oggi.

   Alla fine ora abito in una villetta a schiera, e con la mia famiglia cerco di andare a tutte le domeniche gratuite nei musei, poi, ogni giorno, controllo nuove parole al vocabolario, e di altre ancora scopro la pronuncia sull’app del tablet: sogno che le cose che scrivo vadano dritte nella curiosità di alcuni scrittori che mi piacciono. Nei risvegli annoiati mando messaggi per stare anche nelle storie degli altri, ascoltandone le quiete risposte diaboliche: come stai? ma quando ci vediamo? Siamo diventati un insieme di sopravvissuti che cercano di scacciare via le epoche passate come se fossero soltanto delle zanzare giganti, in pomeriggi tutti uguali, dolci, afosi e misteriosi davanti alle nostre cialtrone convinzioni. E’ tutto quello che mi sta accadendo di buono oggi.


mercoledì 8 luglio 2015

l'evoluzione del fricchettone

    Dovevo decidere: mare o lago. L’idea di scendere a Gaeta era naufragata nel mare d’inquietudine, e mi ci vorrebbe una traversata oceanica per spiegarvela bene. Dovevamo decidere: l’ha fatto per noi google maps. Per arrivare a Martignano solo 41 minuti! Per S. Severa ci voleva più di un’ora. Partiamo sereni col navigatore del tablet sulle gambe, e apprezziamo, ma ben oltre i 41 minuti previsti, i cespugli boscosi della Cassia. Per poco non arriviamo a Viterbo. Imprechiamo, e ci incazziamo tra di noi per poi ritrovarci a circumnavigare metà del lago di Bracciano, ma non ci piace per balneare. Puntiamo di nuovo su Martignano, dopo quasi due ore arriviamo e ci accoglie lo sconto per il bus navetta delle 15.00; sembriamo quasi felici, e ci pare di stare in vacanza per davvero dentro al pullmino che traballa a ritmo di musica house: stupiti guardiamo la polvere che si alza alle nostre spalle. Gli occhi dei miei figli, i beni preziosi che ho. 
Questo lago oggi ci abbraccia e protegge.



Nella testa avevo una strana paura di ritrovarmii tra milioni di fricchettoni, e tanti cani inzuppati, o suoni monotoni di bonghi. Sì, c’erano i fricchettoni e i cani, ma sono pochi rispetto a vent'anni fa, e sembrano evoluti e discreti che si godono, rispettandola, la quiete del posto. Comincio a cambiare umore, non sono più incazzato, e così mi tuffo con i figli nelle acque grigie. Sì, starai pensando “Vieni da un posto di acque cristalline e ti tuffi qui?”. Lo ripeto: ci vuole una traversata per spiegarti i tanti buchi grigi della mia esistenza, amica mia. 
A un certo punto mentre leggo Paura, di Zweig, un gruppo di ragazzi alle mie spalle con chitarra e bongo tirano fuori un repertorio anni ’90 niente male. Così penso a come certe canzoni dei Radiohead, pur non essendo mai stato un loro fan, riescono sempre a sfibrarmi per bene i sentimenti. Parte Creep e chiudo gli occhi come fanno certe ragazze innamorate in attesa del pensiero giusto per sognare. Ci provo anch'io.




Poi partono i Marlene Kuntz, gli Aftherouse e anche i Litfiba, ma quelli del periodo a cui avevo già voltato le orecchie: Lacio drom e giù di lì. Stavo per alzarmi e chiedergli Labbra blu, magari andando verso di loro per cantarci insieme. Invece ho continuato a leggere e sorvegliare i figli tra aquiloni, smartphone e rive sabbiose. Pensavo a come siamo arrivati a questo equilibrio che sa di tregua e ansia, e cercavo di ricordarmi le salvifiche deviazioni che non ci hanno fatto impantanare dentro a quegli anni. Il mio amico dice che sono nostalgico, non credo, sai, eppure non so come fare a staccarmi da canzoni come Nuotando nell’aria, o dal raccontare ogni volta quel tempo incastonato nella mia memoria, strambo, eppure pieno di aspettative eccitanti. Forse ci voglio rimanere ancora un attimo dentro a quel tempo, e setacciarlo bene, per poi esaminarne i detriti preziosi con la luce potente di oggi. Amico mio in fondo hai un po’ di ragione riguardo alla mia nostalgia, forse è soltanto paura di ammettere che adesso siamo diventati altro: tutti i giorni penso di scrivere sul mio blog una dichiarazione di realtà, su cosa credo di essere diventato. Poi mi scoraggio pensando a come continuano a vedermi gli altri: sempre uguale a ieri, mi sa. Forse ho paura dei cortocircuiti e preferisco l’uscita di scena dal branco di appartenenza con una luce fioca alle spalle, lentamente, magari con le mani in tasca e lo sguardo sui miei piedi.


(Come mi vedete davvero? Ditemelo almeno in privato, accidenti ai vostri occhi pigri e troppo compassionevoli).

Nella pancia di questa placida giornata al lago ci sono pensieri di debiti enormi come montagne di terra arida, che lascio sbriciolare frivolmente davanti a future uscite serali: ondeggiare tra le persone che desidero imitare, lasciando gonfiare la mia illusione per un’altra vita ancora. Un mite mitomane, me e il mio sorriderci con te.

A voi ex o presunti ex fricchettoni che avete colorato le pareti beige della mia giovinezza, oggi, davanti a questo lago pacificante, vi chiedo perdono di tanto mio accanimento contro la vostra condotta discutibile di allora, spesso incoerente, sicuramente modaiola. In fondo v’invidiavo anche per le vostre libertà sessuali, ma, soprattutto, per tutte quelle comodità famigliari che vi sostenevano, e quel benessere che riuscivate a procuravi anche lontano da casa: io squattrinato, sempre inadeguato e pieno di sensi di colpa, riuscivo a scopare sulla spiaggia solo da ubriaco, per esempio. Poi al mattino smontavo la tenda con fare mitteleuropeo, e già maledicevo la caduta di stile della notte. Ero matto, lo so. E oggi osservando il vostro conformismo di sempre, vedendovi pieni di tatuaggi, placidi, e senza rimorso alcuno per le condotte passate e attuali, capisco che state sempre nel fuoco del vostro tempo. Sembra che non abbiate mai avuto colpe, né ripensamenti o cadute davanti a un’epoca che, al massimo, vi chiedeva di sacrificare una vacanzetta a Lisbona con gli amici, in cambio del solito giro in barca a Ponza con mamma, papà e nuova compagna di papà. Ecco quello che vi ho sempre invidiato: le vacanze spesate, e le lingue apprese in giro per l’Europa in quegli anni di spensieratezza. 
Perché stanotte ancora tutto questo rancore davanti a un mare di stelle?

Al lavoro, mentre stavo in bagno, un pensiero nerissimo mi ha risucchiato nel vortice luttuoso che non voleva saperne di vedere luce. Appena ne sono uscito ho avuto un brivido nel vedermi allo specchio sopravvissuto a tante brutte storie e a giornate buie, così come a questo pensiero pesante che lascia la gola secca. Di corsa sono uscito in giardino scordando dietro di me le invidie, le frustrazioni e i dolori: piangendo di gioia come un uomo.

p.s.
Vorrei convocare le persone che stimo, e quelle che amo, e magari anche quelle che non mi hanno mai creduto fino in fondo a una partita di pallone: farvi vedere quanto sono bravo, fantasioso e generoso nel gioco del calcio. Il mio unico grande rimpianto è di non aver insistito a quindici anni a giocare nella squadra degli allievi della mia città: da lì, guarda caso, qualcosa poi si è bloccato. Fatemi fare una partita ancora, solo così potrò fare quei goal necessari per mettere un punto al mio rancore e ricominciare a vedere il mondo come ad una ennesima magnifica possibilità.

sabato 2 maggio 2015

il quotidiano

Solitamente almeno un paio di settimane d’agosto le passiamo in una casetta di legno di 30 metri quadrati, circondata da ulivi e fantasmi, a dieci minuti dal mare. Il 20 agosto 2013 mi sveglio all’alba, come a volte mi capita lì. Esco, perlustro il perimetro del giardino con gli occhi e, una volta verificato che non ci sono animaletti indesiderati nei paraggi, salgo in auto e in tre minuti sto a Maranola. Nel bar in cima alla scalinata mi faccio imbustare quattro cornetti alla crema, ne mangio subito uno da solo e senza sensi di colpa, mentre spulcio Latina Oggi; prima di uscire chiedo un caffè lungo. Non so voi, ma io all’alba ci associo sempre un quotidiano da divorare, sempre dopo il cornetto, sia chiaro. Col sapore del caffè sulla lingua, guido spensierato verso l’edicola, che sta accanto al frantoio. Scendo e mi fiondo davanti al chioschetto: Repubblica, per favore. Lo afferro e con gli occhi già scorro la prima pagina mentre aspetto il resto: sappiate edicolanti che in quei momenti potete darmi pure dieci centesimi di resto quando vi do cinquanta euro, tanto non me ne accorgo. Mentre il primo articolo mi entra negli occhi e nella testa, mi avvio a risalire sull’auto e, continuando a leggere, impiego decine di secondi a cercare di infilare la chiave. Finito il pezzo, infastidito, guardo il cruscotto: ma che cazz! In due secondi capisco. Ho sbagliato auto. Intuisco che il tipo robusto che mi stava accanto in edicola è il proprietario dell’auto dove mi sono accomodato: sta comprando la Gazzetta dello sport: quel rosa si accende nei miei occhi. Tremo. E se questo mi acchiappa e mi sbatte per terra pensando che io stia qui per rubargli l’auto? Schiaccio il mio tasto replay uscendo fulmineo, col giornale tra le mani chiudo lo sportello ma me lo do sul pollice, forse inconsciamente creo un cuscinetto per non fare rumore con la portiera: mi attraversa dalla testa alle infradito il dolore più acuto della mia vita adulta. Santiddio! Sento il tipo della Gazzetta che continua a chiacchierare di Juventus con l’edicolante, ignaro che uno si sia intromesso nella sua auto, tantomeno che si sia sfracacciato il ditone scappando, nel frattempo. Santiddio! Entro nella mia auto e piango, per davvero: le lacrime scendono che è una bellezza. Dalla caduta in cameretta a otto anni (dente spezzato) che non vivevo un aspro dolore così. Noto che l’auto dove ho appena finito di leggere un editoriale è soltanto nera come la mia. Nel giro di qualche secondo comincio pure a ridere. E sudo. Non riesco ad accendere la mia auto. Intanto sento i due che si scaldano: e voi quanti ne avete rubati di scudetti? Parto lentamente, e guido come quei contadini dentro le Apette che bloccano il traffico per le strade dei paesi. Faccio le curve fino alla casetta ridendo e piangendo con una cadenza sorprendente, a un certo punto comincio pure a cantare. Da fuori sembro un disperato appena lasciato dalla fidanzata, prossimo alla pazzia. Da fuori sembro proprio fuori di me. All’ultima curva, zuppo di sudore, di lacrime e di mocciolo rischio di prendere in pieno un ulivo secolare.
Eccomi arrivato. Sono solo salvo. Mi siedo ancora piagnucolante sul terrazzino col ghiaccio sul dito e il giornale stropicciato sul tavolino bianco. Meno male: gli altri dormono ancora, e a me e al gatto non resta che fissare sconsolati il mare che appare dietro al giovane melograno. Mi esplode un’immagine ghiacciata in testa: vedo la busta bianca di cornetti alla crema adagiati sul sedile passeggero nell’auto dello juventino.

-Papà…papà, ma hai preso i cornetti?