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giovedì 6 aprile 2017

ho perso un pensiero al parco

   L’altra sera chiedevo a Ettore: ma quella volta a Mondragone che siamo andati a vedere gli Avion Travel, era il 1994? Un’inaspettata giunta di centrosinistra, dopo gli anni di mani pulite, organizzò il concerto del gruppo casertano all’interno di un parco pubblico. Saremmo stati una trentina di spettatori, in cerchio seduti su sedie bianche di plastica. La metà di quei trenta erano miei amici di allora. Partimmo da Formia entusiasti come sempre, di quello che si andava a fiutare per resistere al conformismo paesano e con la speranzosa felicità negli occhi che ci distingueva all’epoca. Fu un concerto strepitoso e breve. Rimanemmo qualche minuto lì con il desiderio di abbracciare i musicisti, o mangiare mozzarelle nei mille caseifici lì intorno. Io sentivo una gioia infantile in quei momenti di condivisione celestiale tra quei Pini secolari, e voialtri? Invece ricordo che quella sera ci arrendemmo e con le nostre auto ce ne tornammo quieti quieti al di là del Garigliano.
   L’anno scorso ho rivisto gli Avion Travel a Roma in un grande centro commerciale, all’aperto, sempre su sedie di plastica, insieme a mia moglie, mio figlio piccolo e Roberta. Mi è piaciuto tantissimo il concerto, con un Servillo sempre più teatrale e i musicisti ancora più bravi e con un Fausto Mesolella piegato sulla sua adorata chitarra a interpretare melodie davanti a quello scatolone di cemento e vetro pieno di merci attraenti. Ecco, oplà, passano i decenni ed io mi ritrovo sempre coi soliti desideri mischiati a mille dubbi, e col solito fiuto per gli accenni di felicità qua e là, e l’inossidabile famelica voglia di mangiare mozzarelle di bufala che si presenta sempre nelle domeniche sere estive. In quel concerto al centro commerciale Fausto Mesolella fissava Jacopo, così, come a scegliere di osservare un mondo bambino invece che quello solito stantio adulto. A me di stare al centro commerciale o tra Pini secolari interessa davvero poco, quel che conta e mi fa sentire vivo, bello e pieno di sentimento è la sacralità di certi sguardi, o di certi ascolti. Tutta qua la mia spiritualità.
   Poi l’altro giorno Claudio mi ha raccontato che Fausto Mesolella fissò anche lui nel centro di Aosta, l’anno scorso. E difatti Claudio è uno che sa trattenere l’infanzia negli occhi nel suo passeggiare per il mondo: sicuro e dubbioso nel suo vagare.
 Questa cosa di fissare le persone a me piace e quando mi rendo conto di non essere l’unico a farlo, per buona pace di mia moglie, mi inorgoglisco sapendo di far parte di quella cerchia di eletti un po’ matti, curiosi e un po’ morbosi a cui interessa fissare bene bene le persone: le merci, il cemento, gli oggetti di design, gli oggetti di decoro, i parenti ottusi e le parole vuote sono poco più di niente per me, pari a caramelle scadute, appiccicose. A noi che fissiamo le persone, ci interessa seguire quelli che vagano problematici e colmi di tenerezza per le strade, o anche soltanto che recitano al meglio la propria tragedia lontano dagli occhi degli altri. Ma non dai miei, quando mi capitate a tiro, sappiatelo. La vita tutta intera tanto è prigioniera della noia pesta, e così proviamo a colmare l’angoscia per la salute che se ne va, o a frenare la paura per i soldi che si dissolvono, o cerchiamo di non vedere le rughe che compaiono di notte. Eccoci, siamo noi che lottiamo contro i giorni tutti uguali, a cui ci arrendiamo pacati solo dopo l’amore o un abbraccio improvviso dei figli. Noi che non sopportiamo la ferita di non essere riusciti a suonare nemmeno uno strumento musicale, nemmeno una chitarrina. E allora ci tuffiamo nelle canzoni degli altri, o sprofondiamo nei film tristi, e il pomeriggio osserviamo le smorfie dei bambini al parco. Così continuiamo svogliati e splendenti a fare l’amore nei sabati pomeriggio arancioni. Siamo salvi anche quando né colpevoli né innocenti ce ne andiamo al centro commerciale, anche se poi ne usciamo sempre con gli occhi che bruciano e quella frenesia di arrivare a casa per mangiare le mozzarelle di bufala con le mani. Eccomi qui, uomo e bambino e lasciatemi vivere così: in questo limbo fresco pieno di bufale campane, con gli occhi arrossati dopo una passeggiata tra gli alberi e i negozi.




lunedì 27 febbraio 2017

tappi di vita 5° episodio

   Oggi non volevo giocare coi tappi, ho dato un giorno di libertà a tutti i tappi della cittadella. Avevo voglia di leggere il fumetto che mi sono scordato di prendere al piano di sotto, mancano poche pagine da leggere e stasera voglio proprio finirlo. Quando comincio una storia poi devo finirla, io non riesco mica come fanno certi a ritornarci su dopo mesi. Come sono fredde queste scale di marmo, chissà perché i miei si sono comprati questa casa mezza moderna e mezza antica. A pensarci bene hanno fatto sempre scelte strambe, che poi non erano mai scelte fatte fino in fondo da loro. Per esempio, a comprare questa casa li ha convinti una mia vecchia zia acida, mezza zitella, tutta bianca, che si mangiava le parole, e mi rincorreva per farmi le siringhe. Sì, mio padre, dopo aver faticato tantissimo da quando aveva otto anni, aveva proprio il desiderio di una casetta tutta per noi, ma di comprare proprio questa con le scale di marmo non l’ha deciso di certo lui. Dopo il periodo da cassaintegrato in fabbrica ha lavorato per tre: usciva di notte e rientrava di notte. Lo ammiravo. Qualche volta piangevo, quando non lo vedevo per l’intera giornata. Ma la domenica mattina era tutto mio, quando mi comprava dieci bustine di figurine all’edicola lungo il viale dei platani. Camminavo piccolo accanto a lui e ridevo con le gengive tutte di fuori, ché mi sentivo un re con quelle bustine ancora chiuse nella tasca del cappotto grigio. Camminavo e pregustavo quel profumo dolciastro di colla, continuando a sorridere, con lui accanto.
  Ora papà sta in pensione, anticipata, ma lavora ancora sodo. Mia madre gli vuole bene. Gli prepara da mangiare e gli lava tutti i panni da lavoro: metà sanno di mare e l’altra metà di terra. Ogni tanto litigano facendo scenate esagerate, quando succede, mi tappo le orecchie e fischietto canzoncine sceme sceme. Nel rimbombo mi pare di stare dentro ad una navicella diretta verso un’altra galassia.  Poi mi stappo le orecchie, ma succede a volte che non hanno ancora finito di litigare e quindi, com’è successo in quella domenica pomeriggio, mi tocca sentire il suono secco della forchetta che prende in pieno il vetro della finestra, dopo aver attraversato l’intera stanza come un missile. Il vetro comunque non si rompe mai. Certe volte sento porte sbattute in sequenza, camera bagno ingresso, con tutta la forza della fine del mondo. A quel punto mio padre esce e sparisce tra gli alberi in fondo alla pineta. Invece mia madre, stremata dallo scontro, si stende sul letto che pare una merla morta. Allora io passo silenzioso accanto alla stanza da letto e mi vado a mangiare i biscotti colussi in cucina. A  volte cominciano a litigare proprio mentre sto pensando a un’amichetta: la immagino già grande come mia madre, coi seni, le cosce e tutto quello che la trasforma in una femmina vera. Spesso succede proprio nel momento che sto con gli occhi chiusi e le gambe tese, che sento le prime urla, bestemmie o porte che sbattono. E così ricomincio a tapparmi le orecchie.

    Il fumetto l’ho scordato giù in cucina perché prima sono salito di corsa per fare l’ultima partitella a pallone della giornata, in cameretta con mio fratello. Siamo grandi e grossi, pensiamo alle nostre femmine nude, eppure quando scatta la voglia della partitella non resistiamo e ci scanniamo come nei peggiori derby. La palletta da gioco è grande quanto un uovo, ma i dribbling glieli faccio lo stesso alla Bruno Conti.

Sento i miei, sdraiati a pancia all’insù, che fanno il loro solito dolce resoconto della giornata, anche se a volte capita che parlino male di qualche parente, ma questo dipende dai loro umori amari che si mischiano; ora mi pare proprio di sentire sempre più chiaramente un discorso che mi riguarda…

“ …chissà se riuscirà a combinare qualcosa di buono nella vita”.
“ Speriamo che trov’ nu buon lavor’, ché quello non sa fa’ quasi niente”

Non faccio in tempo a tapparmi le orecchie. Vorrei partire con le canzoncine sceme, ma a questo punto farlo non servirebbe più: il peggio l’hanno già detto. Vorrei fare un salto fino a giù, ma mi sentirebbero e allora sarebbe anche peggio. Di farmi vedere ora sarebbe vergognoso quasi come se gli vedessi mentre fanno l’amore. Devo congelarmi. Magari mi tappo lo stesso le orecchie e mi sento ancora un po’ marziano, pensando cose assurde. No, sarebbe davvero troppo assurdo. Magari aspetto paziente qualche altra frase di spiegazione, un accenno di pentimento. Magari erano arrabbiati con me e allora hanno deciso di sostituirmi nei cattivi discorsi a qualche parente fetente? O forse sono solo stanchi? Non li sento più. Dormono. Fuori i gatti miagolano come donne innamorate. Stasera c’è un silenzio che non avevo mai sentito. Non mi muovo. Le mani sfiorano le orecchie. Gli occhi bloccati. La bocca neanche la sento. Davanti ai miei occhi c’è la cornice del cristo piena di schizzi di vernice bianca sul corpo martoriato – residui di pennellate mai ripulite da mio padre – e stasera sta ancora più in alto al centro della parete, con la lampadina sopra la fronte. Il silenzio aumenta. Mi paralizzo sul gradino di marmo, vedo nel buio le vene blu e non so se sono le mie o del marmo di Coreno. Sto a tre metri dai miei che sono stesi sul lettone, morti di sonno, appena svuotati di parole amare per me, e non riesco a svegliarli per farmi spiegare. Ho tredici anni, l’età giusta per farmi valere e dirgliene quattro. Non mi muovo. Spero, ancora una volta spero, oggi ancora di più, nella parola buona dell’ultimo secondo. Che sgonfi il dolore. Ma non c’è.  Sale invece una rabbia mai conosciuta: vorrei entrare e rovesciarli a terra. Poi urlargli tutte le parolacce che gli ho sentito dire in questi anni, e con gli occhi di fuori fargli capire quanto siano loro ad avermi deluso. Sono l’ultimo figlio, un ragazzo pieno di tic, di paure, eppure ancora con un filo di voglia di perdonare. Stasera, che silenzio. Allora mi sdraio lentamente e di colpo crollo nel sonno anch’io.

  Mi sveglio in piena notte, sdraiato e freddo e con tutta la bocca impastata come di birra, come quella che una volta abbiamo bevuto di nascosto un sabato sera con gli amici. Rumori di materasso mosso da corpi mi fanno tremare, facendomi capire dove sono, e così scappo come un fantasma pauroso nel mio letto. Il fumetto è sul comodino, non si è mai mosso da lì. Mi tappo le orecchie e aspetto.





lunedì 6 febbraio 2017

Tappi di vita (4° episodio)

    Poi all’improvviso, in un luminoso pomeriggio di giugno, mentre me ne stavo a testa in giù concentrato su dei tappi a un incrocio che soccorrevano altri tappi incidentati, mi sale una irrefrenabile non voglia di vomitare. Mi rialzo e comincio a camminare velocemente nella stanza, avanti e indietro. Poi esco sul balcone, rientro. Faccio finta che non stia accadendo a me: è un vuoto di cui non voglio avere nessuna memoria. Così ammacco altri tre o quattro tappi all’incrocio, e me li fisso ancora  più stupito di prima. I tappi delle peroni rendono di più: con la loro leggera puzza danno realismo all’accaduto. Rimango all'incrocio dell’incidente fino a sera. Poi ceno. Melanzane arrostite e bocconcini di bufala. Dopo cena vado a liberare la scena dell’incidente, facendo ritornare a casa i vari tappi coinvolti, tranne due che li trasferisco nel piccolo ospedale. La diagnosi del tappo medico è inequivocabile: tre giorni di degenza, minimo. Cerco di tranquillizzare i parenti tappi, e subito dopo do la buonanotte all’intera cittadella. Esausto, mi sdraio sul divano a guardare Portobello in tivù ma il pappagallo non parla nemmeno stasera, e si ripresenta quel fastidioso senso di nausea che sfonda ogni distrazione che stavo per architettare nella mia mente, costringendomi a rialzarmi di scatto. Mio padre mi guarda di sguincio, mezzo addormentato non si preoccupa più di tanto dei miei movimenti. Mia madre già dorme. Raggiungo mia sorella su e le dico, ma senza parlare e facendo smorfie strane con la bocca contorta: aiutami! Lei ride, convinta di una mia ennesima imitazione. E smettila, scemetto, mi fa. Io allora comincio a togliermi i vestiti e ad ansimare. A questo punto lei mi viene incontro con gli occhi all’ingiù. Passiamo un’oretta sdraiati l’uno accanto all’altra, come in ospedale: mi aiuta a respirare accarezzandomi e raccontandomi fatti buffi vissuti con le sue amiche, anche se riesce a fatica a stare calma pure lei. Quando vede che la mia agitazione aumenta si alza e mi fa: andiamo da zia! I miei dormivano, e mia zia stava a cento metri da casa nostra e senz’altro era ancora sveglia a chiacchierare con le figlie. Le raggiungiamo in condizioni pietose, comiche: attraverso il vicolo con addosso solo gli slip bianchi, stringendo le mani sudate di mia sorella. Intorno a questi due mingherlini c’è solo buio di vicoli e neanche un’anima in giro. Entriamo con tutta l’emergenza del caso: non so cosa c'ha, respira male e trema, fa mia sorella tutta imbarazzata per quell’incursione serale. Mia zia coglie come sempre il nostro disagio e lo trasforma in un pronto aiuto: sedetevi ragazzi, vi preparo una bella camomilla. E si mette a raccontare di come anche la figlia più piccola ogni tanto aveva queste crisi durante l’inverno romano. Le sue figlie annuivano accennando sorrisi discreti su quei volti sereni. Già prima di bere la camomilla calda e dolce ricomincio a parlare, lentamente, tirando fuori parole farfugliate e annuendo contento a ogni sua carezza di parola.
   Al rientro stringo ancora la mano a mia sorella lungo quel vicolo che mi appariva meno scuro, più largo, e non sudavo più ma sentivo l’eco di quelle parole tenere e incoraggianti che ci riaccompagnavano piano a piano a casa.

In psicologia questo episodio può essere ascritto all’emetefobia.




mercoledì 4 gennaio 2017

Tappi di vita (3° episodio)

   In quel tempo che giocavo come un forsennato coi tappi mi sono pure innamorato. Si chiamava Valentina, aveva 12 anni, era di Napoli. Certi pomeriggi di controra mi sdraiavo sul lettino e me la immaginavo in santa pace: la amavo da sdraiato, all’ombra. Non ne parlavo con alcuno, tanto meno con lei. Poi mi rialzavo, mangiavo una rosetta con la nutella e tornavo alle gare sulla pista del marciapiede. A testa in giù facevo schizzare ancora più veloce quei tappi che a tratti mi facevano pensare a delle corone di regine, un po’ ammaccate. Le ferie d’agosto Valentina le trascorreva al mio paese, in una casa al terzo piano di fronte alla mia, appena quattro metri di vuoto ci separavano. Spesso prima di andare a dormire lei era lì con le sue gambe penzoloni infilate tra le maglie della ringhiera: gambe abbronzatissime. Io stavo di fronte con le mie gambe secche accanto a quelle di Alessandro, quello peloso e piccolo, e cercavamo con gli sguardi di trasmettere dichiarazioni audaci, ma con le parole riuscivamo solo a sfotterla come due scemi. Alessandro ci metteva un gusto nel farlo che mi faceva salire il sangue al cervello. No, mica glielo dicevo, invece stavo lì a rinforzare i suoi maligni sfottò: mi sembri Michael Jackson, le diceva! E poi arrivava il momento dei saluti ancora più scemi: Valentì, attenta agli zombi stanotte, eh. E il momento esatto che chiudevo la porta finestra mi saliva un magone che asciugava il sangue di prima, ma ridevo lo stesso, con tutti le gengive di fuori all’ultima battuta di Alessandro, già di spalle con tutti quei peli che sbucavano dalla canottiera rimasta appiccicata alla sua schiena. Mi sdraiavo sul lettino in slip e sbirciavo la finestra di fronte spenta e vuota come un pianto non esploso.
   Così passai quell’agosto esagerando col gioco dei tappi: addirittura feci esordire anche le tappe, poiché fino allora non mi ero posto la questione delle femmine nel gioco. Ce n’erano alcune che sceglievo tra i tappi della cedrata o dei succhi di frutta. Quei gialli e quei bianchi arricchirono quella comunità monocromatica che era stata fino allora la mia cittadella dei tappi: comparvero anche le scuole, i bar e le spiagge. M’inventai certe posture dei tappi per farli apparire più felici, più imbronciati o semplicemente più curiosi di come sembravano prima. A Valentina non feci mai vedere le gesta di quei tappi, neanche sotto tortura l’avrei fatto, eppure quel cambiamento sociale dipendeva dal mio amore per lei: avevo colorato un gioco che pensavo fosse solo da maschi, ma non riuscii mai a farci giocare una femmina, così come non riuscii mai a dare un bacio a Valentina. Quando giocavamo a nascondino, e ci si ritrovava dietro le macchine parcheggiate al porto, e tra noi e il mare c’era solo quel tanfo di nafta e pesci morti, ci fissavamo al buio e scoppiavamo a ridere per le mie battute, e delle volte le nostre mani nervose sfioravano una coscia o un braccio dell’altro, niente, neanche in quei momenti esibivo quella modifica sociale apportata nel mondo dei tappi: l’amore. All’epoca avevo una timidezza strana: intimissimo con i compagnetti della cerchia, ma bloccato con tutti gli altri. Avevo sempre bisogno di una spalla per sfottere, parlare, giocare. A favore dei miei compagnetti mettevo in atto l’effetto pigmalione, come si usa dire in pedagogia, quindi sapevo tirare fuori il meglio da ognuno di loro, ma loro, all’oscuro dei miei sentimenti per Valentina, non potevano proprio farmi fuoriuscire niente, figuriamoci l’amore per lei. Così quel che resta di quell’amore oggi se ne sta tra le mie stanche scapole a farmi i versacci, le pernacchie, per sbeffeggiare giustamente quella mia primitiva vigliaccheria maschile.




sabato 31 dicembre 2016

nel 2017 accetto tutto anch'io, o quasi tutto.

    In quest’ultimo anno è come se mi fossi ritirato dagli amici, e da certe cose che chiamerei tradizionali, almeno per me. Per esempio, avevo una discreta passione per gli Offlaga disco pax di Max Collini - l’ho pure intervistato qui - così come per altri personaggi che hanno nutrito i miei intensi anni ‘90. Sì, è vero che nel frattempo in casa sono comparsi due figli, i debiti e le disillusioni ma non è questo il punto: è che io mi stufo. E sono anche pigro, mi sorprendo di non sentire la necessità di dovermi guardare “assolutamente” tutte le serie tivù per sentirmi vivo. No, sarò fatto male, ma io devo appassionarmi, incuriosirmi, fissare le persone al ristorante o in metro e soprattutto devo amare i miei eroi! ma, come direbbe Natalia Aspesi nella sua rubrica, come fai ad amare una folla di eroi? Nel frattempo mi sono messo anche a leggere cose che non avevo letto a tempo debito: Le streghe, Canto di Natale, Il diario di Anna Frank e Anna Karenina, che comincio domani. Insomma, capitemi, ho anche lavorato sodo su più fronti, e soprattutto ho lavorato per non scappare da “quel lavoro”: una fatica enorme resistere al cospetto di un’ingiustizia perenne che si dissolve in sarcasmo risolutore, cos’ al contempo riuscire ad azzerare una mia memorabile statistica di dieci lavori in dodici anni! Be’ sono cambiato, mi sono calmato, eppure continuo a sputare fuori dal petto delicate confessioni esistenziali sotto forma di raccontini, che non suscitano poi tanta impressione a giudicare dal silenzio: ah caspita, lo sai che sei cambiato tanto nel raccontare le tue paure? Questa frase mi basterebbe per campare un altro decennio così inquietamente “calmo”.
Ettore mi ha donato, in seguito a una mia richiesta sonnolenta durante il pranzo di Natale, due ciddì: uno dei Sorge e l’altro dei Spartiti. Nomi astrusi che celano due personaggi che ho amato tanto: Mimì Clementi e Max Collini. Sono lontani dal mio presente di bimbi e scelta di materassi Memory da Mondo convenienza, ma a me piacciono da paura le storie che mi raccontano questi due: c’è quello che siamo stati in quel disgregato e sorprendente mondo vissuto come bimbi frementi dopo la caduta del muro. Tutti spersi abbiamo scelto i cantucci più scomodi per fiutare ancora più libertà di prima, tradendo ideologie mai capite fino in fondo e spiazzando i nostri sentimenti ancorati in testa, che stavano repressi e lì lì per germogliare: ti prego l’anno prossimo non avere opache opinioni, ma mille brillanti dubbi prima di finire un discorso, o una giornata al mare.


    Non voglio morire, invece voglio stare calmo calmo per intere giornate piovose o serene e provare a fare il padre senza incazzarmi troppo nel primo pomeriggio, e il marito che sa scegliersi l’angolo migliore del divano per osservare bene l’amore la sera. E poi bere vino e chiacchierare con le amiche che confessano di stare bene lì a chiacchierare con te in un giovedì qualunque. E gli amici, quelli che vedi dopo mesi e pare invece che siano appena tornati dieci minuti fa dalla pasticceria per portarti i bignè alla crema.

    Chiedo scusa a quelli di cui mi sono stufato quest’anno, sappiate che dieci minuti a volte passano in fretta e ti portano inaspettati bignè.


domenica 11 dicembre 2016

Tappi di vita (2°episodio)

   Avevo convinto i miei compagnetti a giocare coi tappi lungo il marciapiede dietro la curva di casa mia. Accanto avevamo le auto parcheggiate di sbieco, in discesa, e noi stavamo sdraiati e schiacciati in quel metro scarso a gareggiare ognuno col suo tappo più veloce. Mi ero inventato questo gioco, reclutando amici con cui condividerlo: uno era altissimo, un altro enorme e grasso, un altro ancora bassissimo e tutto peloso. E c’era pure uno viziatissimo dai genitori, figlio unico, e antipaticissimo ma con una casa piena piena di giocattoli. Avevo scelto un gruppo strampalato per la mia vocazione alla santità, anche se, per onestà, ero soprattutto un bambino curiosissimo e con la brama di avere più giocattoli a disposizione. In quegli anni in famiglia ricordo un clima sereno seppur appeso a un filo malato: ero incollato a loro eppure sempre in giro a esplorare il quartiere. Ma di giocattoli ne avevo davvero pochi. Coi tappi inventavo un mondo tutto mio insieme a compagni che gli altri gruppi respingevano, deridevano: a me invece piacevano da matti. In ognuno cercavo la deformità che mi mancava ancora. In psicologia pare si chiami empatia, per me in quegli anni era il meglio che riuscivo ad avere, ad amare. Le gare coi tappi iniziavano dopo la tazza di latte del risveglio e terminavano poco prima delle sarde arrostite del pranzo: dentro questo segmento di tempo c’erano silenzi di “pestecchie” che fiondavano i tappi in fondo al marciapiede di porfido. Quando cadevano dal marciapiede bisognava ripartire dall’inizio: un gioco interminabile, che mi serviva a trattenere la tensione di quell’amore. Sentivo quel tempo come il migliore a disposizione, sentivo che mi era toccato di giocare coi tappi come se giocassi a vivere come gli altri.

   Me ne tornavo a casa con la scatola piena di tappi con quel lontano profumo di birra e di uomini prepotenti che l’avevano bevuta, gli stessi che molestavano le marines americane nei night club la notte. Io all’epoca non lo sapevo, sentivo solo quella puzza di violenza e d’orgoglio, e me ne scappavo di corsa a casa, dove mangiavo e ascoltavo, prima di accovacciarmi sorridente nel letto fresco zeppo di sogni.


venerdì 2 dicembre 2016

io e mio figlio



     Ieri mentre stavo in macchina passando dal Mandrione pensavo a mio figlio che intanto stava in fila per il firma copie di Salmo, nel negozio Discoteca laziale. Io lì ci andavo a sentire dischi, ogni tanto a comprarli, poiché accanto c’era La casa dei diritti sociali che bazzicavo come tirocinante. L’Esquilino accoglieva tutti i nostri beati turbamenti di inizi anni 90. Sì, pensavo a mio figlio e ai suoi turbamenti: papà ma te pare che si vuole fare una foto con me. E nei suoi occhi vedo quella vergogna che sempre i figli hanno per i genitori: non sono più piccolo, dico parolacce, canto cose toste e rifletto sul perché mi tocca vivere nell’era dei grillini e dei salvini e tu a dirmi solo ‘ste cose sceme. Già, e dopo mentre passo davanti alla Caritas a Ponte Casilino ricordo di quando facevo il tirocinio in quel centro di prima accoglienza minori. Il primo giorno mi diedero le chiavi di una 127 rossa e ci misero dentro due ragazzine rom che si erano graffiate le vene dei polsi: ti prego portale al primo pronto soccorso. Mi ritrovai all’ospedale Pertini per miracolo: per strada ‘ste due mattarelle maledicevano tutti gli automobilisti che incrociavamo, ed io a scusarmi con una specie di lingua dei segni da tangenziale est. Ieri invece ero orgoglioso di andare a prendere mio figlio, di riportarlo a casa dopo che aveva preso 6 a diritto - sto a gode, mi aveva messaggiato – e poi alle 14.40 era partito da solo dall’incrocio di San Basilio per raggiungere Termini. Come facevo un tempo anch’io: prendevo un treno e cambiavo aria, cercavo una scena di vita più spensierata. Una volta che arrivo in via Turati di colpo mi ricordo quando, quindicenne anch’io, in quella stessa via mi ritrovai davanti a una casa dove affittavano una stanza e mi spaventai come un pettirosso quando sull’uscio comparve un marchettaro in mutande. Mi ero iscritto al CineTv, e tutti giorni fare 130 km era una follia almeno quanto quella di riuscire nell’impresa di continuare lì gli studi, in quel tempo matto per me. Mi ritirai a dicembre, così cominciai la mia fase mezza punk solitaria, poco prima di andare via per sempre. Ieri una volta arrivato in negozio ho visto mio figlio che spulciava ciddì da prendere e mi sono emozionato. Nello scaffale poco più in là tutto l’indie-rock anni 90 era in svendita.


   Durante il viaggio verso casa alla radio c’era Gipi che parlava del suo ultimo libro, La terra dei figli. Mio figlio fremeva per sentire il ciddì nuovo, ma intanto stava eccitato su Instagram a dispensare mi piace sull’evento appena vissuto. Gipi diceva cose interessanti, oneste come al solito. A un certo punto mentre origliavo – scrittori non esagerate con lo spoileraggio, ché m’innervosisco – capto che parla del personaggio padre del libro, che aveva rinunciato a far conoscere alcune parole ai figli per proteggerli, salvarli e proiettarli verso un futuro migliore. Ecco, io a quel punto mi sentivo scemo ad ascoltare Gipi mentre mio figlio scalpitava col ciddì tra le gambe. Di scatto stavo per infilarlo nel lettore ma, d’un tratto, una luce bianca: basta questo bla bla bla sul fatto che siamo genitori adolescenti inquieti, basta, io non lo sono del tutto, altrimenti non avrei continuato a sgobbare in un posto dove guadagno appena 1100 euro al mese. No, io sono un genitore che vive nel 2016, con una tarda giovinezza spensierata di tormenti e speranze alle spalle, quindi ora, a 46 anni, tecnicamente sono ancora un non vecchio. Mio padre a 46 anni aveva vent’anni di fabbrica sulle spalle e nessun libro letto sulla coscienza, ma gli volevo bene lo stesso e da lui pretendevo che mi portasse a vedere le partite, non di certo a sentire Vasco Rossi. Oggi siamo in un altro mondo, oggi così come nel libro Eccomi di Safran Foer siamo tutti più vulnerabili, tutti più appesi al presente, ma volendo potremmo essere spensierati ancora, volendo io potrei mollare zavorre e zizzanie e frequentare il mondo che vorrei. Volendo potrei godermi i figli che vivono come figli, e fare al meglio il padre che vive.


martedì 15 novembre 2016

tappi di vita (primo episodio)

    Da piccolo giocavo con dei tappi di bottiglia che recuperavo al bar Del Mare, e ci creavo città, uomini e donne, bambini, e magnifici stadi di calcio. In questi campi facevo disputare partite infinite, con tifosi veri che accendevano anche i fumogeni-fiammiferi. C’era anche il telecronista, in cabina. Le bandierine. Le gradinate le avevo realizzate con piastrelle avanzate in terrazza. Me ne stavo lì per interi pomeriggi tra lenzuola e cieli tersi, vedevo un solo spicchio di mare appendendomi al palo dell’antenna della tivù. Pensavo sempre alla vita dei tappi, cioè agli abitanti di questa mia città, e quando mi svegliavo invece di vedere i cartoni animati pensavo a come organizzare la giornata a questi più di cinquecento abitanti che aspettavano me al risveglio.  Così organizzavo mercati e feste, lotte e vita domestica, ma gli sport erano quelli che desideravo proporgli di più. Partite di calcio soprattutto, ma anche corse infinite su marciapiedi strettissimi, a cui costringevo amichetti soggiogati dalla mia tenera follia di far vivere bene questi tappi-abitanti. Una piacevole frenesia durata alcuni anni. Poi un giorno mia madre ne buttò parecchi ma, soprattutto, buttò Mennuni! che era una sorta di stella della squadra locale, quindi, nella mia gerarchia cittadina era una specie di eroe-sindaco-santo. Piansi disperato, quasi quanto quella volta nella caduta in vasca dove mi ruppi un dente. Mi arrabbiai con mia madre, quasi volli scappare di casa, poi, una volta digerita l’ennesima incomprensione genitoriale, impiegai cento tappi sopravvissuti per l’imponente ricerca del disperso Mennuni. Niente. Era introvabile, e forse lo stavano già triturando nel compattatore che sfrecciava sulla litoranea verso Terracina. Povero me, che vivevo solo per loro ma che li ho traditi lasciandoli incustoditi, soli. Gli feci anche diverse foto a questi tappi vivi, e chissà se un giorno le ritroverò, così da farle vedere ai miei figli. Ecco, io ero uno così, uno che animava cose e fiutava gli altri ascoltandoli, religiosamente. Ma parlavo pochissimo in pubblico, soprattuto tra i grandi: timido ma vivo, avevo sempre qualcosa in serbo nelle mie lunghe giornate giocose. Si chiama gioco simbolico in pedagogia, per me era tutta la vita che potessi trasmettere agli altri e alle cose per farle diventare qualcosina di più: qualcosa che potesse attivare altra vita a casa mia. 


lunedì 3 ottobre 2016

La gatta e la mia passata santità

   
   Mi ricordo quelle aule pregne di santità, di crocerossismo, di ingenuità. Di futuro colorato, per come avremmo seminato la bontà in giro per il mondo. Io tra loro ero solo più timido, ma avevo la stessa tenacia di credersi nel giusto, sempre, e solo sventolando il più possibile in giro certi valori comuni, alla moda di allora. Ebbene, mi laureavo educatore professionale negli anni buoni, in compagnia di mio figlio di un anno e di numerosi amici che sembravano tanti fratelli, per la vicinanza d’intenti e di ideali. Erano gli anni del primo biologico e degli ultimi comunisti. Io tra loro timido cercavo una via tutta mia, ma quanta fatica, quanta paura di rimanere solo in mezzo a tanto affetto. Così sono rimasto con loro, così mi sono fermato e ho aspettato il tempo che reale, duro e selvaggio poi ha scudisciato ogni ipocrisia tra di noi. Qualcosa è rimasto, tra gli affetti e i fratelli, facendo in modo che facessi mea culpa di tanta santità esibita, a dispetto di gelosie e possessioni che rosicchiavano tutte le notti i miei beati pensieri.
   Mi sono arreso in una mattina bianca di panico, accanto alla stazione Termini e a un senegalese sorridente che voleva rifilarmi un bongo. Gli sorrido e poi di colpo crollo sulla panchina preso da contorcimento e spavento. Così, tirando fuori ogni mia timida spocchiosa superiorità, l’indomani comincio a leggere Pascale e Roth. Volevo anche imparare l’inglese, niente, dovrò aspettare per quello.
  Oggi continuo a lavorare nel sociale ma lavorando come se non ci lavorassi: no, non è burn-out cara amica psicologa. Neppure cinismo, amica mia buona quanto una ciambella zuccherosa, la verità è che sono stanco, squattrinato e spettinato dagli anni. Ma non odio quasi nessuno, tanto meno invidio gli altri che si godono benefit, giovani donne e mamme che gli rammendano i calzini (cit.). Mi accuccio in società e osservo: specchi e vagoni dove transitano i miei pensieri stretti ai vostri silenzi. Poi, per il resto, non ho mai sentito meglio la vita come in questo tempo mediocre.
Ah che stranezza soffrire per una gatta investita, dopo che da piccolo in campagna ne ho viste maltrattare a decine, o addirittura affogare quando ne nascevano troppe.
Sono migliorato negli ultimi anni cari parenti miei, anche se voi avevate pronosticato il mio fallimento prima dei diciotto anni. Vi avevo anche creduto, e mi sono prodigato nell’andare male a scuola, abbandonare ogni luogo e lavoro dove avrei potuto migliorare la mia condizione. Così è stato fino a quel crollo davanti alla stazione: accanto avevo il saio rosso da santo ridotto a straccio da piedi, per la gioia degli ultimi amici terzomondisti. Un urlo alla Stratos dei Ribelli ha chiuso ogni speranza di peggiorare, spaventando il senegalese e il tassista appisolato.
Così oggi spendo orgoglioso gli ultimi averi per guarire una gatta dispettosa e affettuosa che ogni mattina all’alba con la zampetta mi sfiora la faccia come a dire “aprimi la finestra, per favore”.


Così ci siamo ritrovati in auto a tormentarci per cinquanta chilometri sul da farsi: farla operare o no? L’hanno investita davanti casa e stava in condizioni critiche. I figli piangevano, e i preventivi per l’operazione mi piegavano le gambe, così prima di arrivare in clinica abbiamo deciso che finiva lì. Poi la veterinaria ci ha convinti che valeva la pena, e A. e S. ci hanno sostenuto, ma soprattutto ciò che ci ha scosso e spinti a provarci è stato quel suo sollevare lieve la testolina al mio fischiettare. C’era, e noi con lei.
Oggi non sta bene la gatta, io per un'oretta l'ho accarezzata, fischiettando il solito richiamo, ma poi il tempo delle visite è terminato. Oggi è San Francesco, e me l'ha ricordato la radio.

Poi la gatta è morta. L'intervento l'ha superato ma probabilmente non andava fatto, ci rimane dentro questo inganno sottile subito, e una poltrona vuota da contemplare. Intanto il letto del Melograno l'ha ospita e un ciclamino la nasconde. Che stranezze sentimentali mi dovevano capitare in questo tempo nostro.


venerdì 2 settembre 2016

la mia famiglia è una giornata d'agosto

   Poi giorni appiccicaticci di parole pesanti nell’aria, di figli annoiati, e di me che lotto come uno scemo contro la solita frustrazione di fine agosto: ancora un anno a lavorare lì? Ancora?
Così le serate le ho avvelenate con accuse e mugugni, subendo musi e sfottò. A quel punto eravamo una famiglia in preda a demoni aleggianti come Pokemon. Braccia graffiate dai rovi, birrette tutte le sere sotto le stelle ma con troppa troppa salsedine addosso. Al risveglio mi dedicavo alla ricerca di alberghetti economici in Trentino, e nella faccia si stampavano preventivi che mi deprimevano a ogni cliccata: quanto sei povero, tu con la tua rata per la fogna da ristrutturare. Poi ce l’ho fatta, e siamo fuggiti dal mare. Transitati da Roma giusto il tempo per portare vestiti e pannolini a una collega di mia moglie, che poi li ha consegnati ai terremotati nel paese dei suoi genitori. Così ci siamo messi in macchina direzione terme di Saturnia, con gli occhi pieni di sfollati e bimbi tirati fuori dai calcinacci. Passiamo da Saturnia ché anni fa con mia moglie ci trascorremmo giorni incredibili d’amore e tremori in tenda, tra teneri pazzi con cui abbiamo poi condiviso panini con porchetta, storie maledette e paesaggi commoventi. Eccoci là tutti e quattro sull’Aurelia a fare colazione felici e assonnati. Io che cerco la rivista IL, ma appena dopo Santa Marinella c’è solo terra argillosa ai lati della strada. Alle terme sotto le cascatelle ci diamo la mano e ridiamo e forse tratteniamo quegli attimi e forse ameremo quegli attimi: oltre ai grovigli sentimentali, che i figli portino con sé immagini di noi che ci baciamo nelle pozze d’acque sulfuree.
Mi riparo nel chioschetto con la password del wifi sulla lavagnetta e ricomincio a cercare su booking. Stavolta provo una tappa intermedia tutta per lei: Pavana, per salutare il suo Guccini. In trattativa con un albergo fermo la stanza per cinque minuti, il tempo di controllare su Maps: tre ore e quarantanove minuti. Niente. Puntiamo al concerto di Salmo a Senigallia, per fare una sorpresa al grande. Intanto prenoto una camera affare a Chianciano terme. Si parte e Maps ci immette in una strada sterrata dove non incrociamo macchine né persone e neppure animali, col tramonto di fianco che ci accompagna tiepido. Mi stacco da terra e vedo ora quella macchina che recupera serenità a ogni metro macinato, e la vedo di zolfo e di argilla avanzare lentamente tra filari di cipressi impolverati da noi: piccola e nera assomiglia a un insetto innocuo, a una tartaruga che cerca erba bagnata. Arrivati sull’Amiata siamo spersi senza GPS e con una fame spaventosa. Ci fermiamo davanti a una specie di rigattiere pieno di lamiere, è buio, solo gatti dentro a un mini borgo disabitato (ma chi li fa mangiare 'sti gatti, penso: ove per poco il cor non si spaura). Ci prende una voglia matta di barattare l’affare di Chianciano con un albergo sperduto di montagna: niente, tutto caro. La strada comincia a scendere insieme alla nostra stanchezza, ma ecco dopo l’ultima curva compare Arcidosso con una sagra fumante. Freno, e tutti contenti con le magliette a manica lunga ci tuffiamo nella sagra. Continuo a chiedere di alberghi, ma qui sono ancora più cari. Il paese ci piace, e ce lo giriamo dopo cena pieni di arrosto e sorrisi. Una compagnia di teatro fa le prove, un manifesto del festival dei racconti di strada sta accanto a una biblioteca che da fuori ci immaginiamo bellissima; poi signore che ci sorridono, e ragazzi che ci raccontano di sé partendo da un mio accenno di domanda. Siamo felici, e intanto sentiamo sparare i fuochi della Madonna del… boh? Ripartiamo in macchina. L’albergo di Chianciano sembra fermo al 1982, incluso il portiere di notte e il suo aiutante vecchietto con l’accento campano, per altro gentilissimi. Abbiamo due stanze comunicanti, così cominciamo a comunicare come non si faceva da giorni. Al risveglio trovo IL in una edicola in centro, e mi leggo il pezzo che Nadia mi aveva consigliato. Ci siamo tutti in quel libro dice, e intanto, sicuramente, siamo finiti tutti un po’ denudati dentro alla sua bella recensione.  Deviamo verso il Trasimeno, poiché al risveglio leggo che Salmo ha annullato il concerto (‘sti giovinastri rapper), ma lo diciamo lo stesso al grande che, incredulo, forse ci ringrazierà davvero fra ventisei anni… A Città della Pieve ci confondiamo tra mattoni rossi, mercatini affollati e chiese. Ripartiamo per il Trasimeno. Ci perdiamo ancora, ’sto cacchio di GPS, e ricominciamo a litigare inchiodando su un’altra strada sterrata. Sempre col caldo sono in agguato le nostre bestiali vulnerabilità. Alla fine ci tuffiamo in piscina e sciogliamo ogni inutile e pallosa tensione. Siamo sereni, quasi felici, e i figli giocano beati a basket nonostante i 30° gradi di afa. L’indomani gite, sorprese, isole, e il piccolo che si fa tagliare i capelli da un barbiere improvvisato in piazza. Noi ad ammirarlo per il suo coraggio, e per quella sua curiosità che vorremmo ancora intatta nelle nostre teste, tra capelli brizzolati e permanenti che ci tengono ancora in equilibrio.



Assaggiamo pesce fritto di lago all’interno di una stancante serata vintage paesana, a tratti divertente: i primi dieci minuti. Arrivato a questo punto, tu che leggi, penserai: oddio che cronaca dettagliata e spietata, ma perché ti riduci a questo? Provo a risponderti con l’ultimo fatto. La sera successiva dopo aver cenato a Perugia con tutta quell’aria fresca che attraversava vicoli e piazze piene di ragazzi, di suonatori, di pasticcerie arrapanti, e di strangozzi eccitanti, mi è scappato un pensiero di testa: a me gli altri piace solo sfiorarli, fissandoli, e desiderarli fino all’osso, ma restandomene un po’ fantasma in disparte. E allora tutto questo che sto scrivendo è frutto di un’incontrollata e frustrata voglia di condivisione. Smisurata, irreale, quasi compassionevole. Ecco il perché. E non avendo ricevuto neanche un invito quest’anno, cosìcché noi, affamati sempre degli altri, bisognosi di abbracci e addii, quest’anno ci siamo preoccupati, cioè, io soprattutto mi sono preoccupato: che la vecchiaia ci avesse già catturato sbattendoci a terra o affondandoci in una spiaggia assolata. Questo non mi pare giusto con tutto questo sole che c’è, mi ripetevo tra una cliccata su booking e una litigata con mia moglie: al di là del dolore c’è sempre un luogo disposto a barattarlo in amore. E la geografia ci salverà, e le strade sterrate prima o poi ci lasceranno entrare in giardini rigogliosi di persone e rose.



domenica 28 agosto 2016

fichidindia

     Poi ti capita di passare una giornata presso una masseria diventata nel frattempo un luogo per eventi, in provincia di Caserta, dove le strade sono piene di copertoni e prostitute. E sto lì al tavolo con un amico quasi sessantenne, ex fricchettone, uno che mette il panama in testa e riesce a essere sprezzante col mondo intero poco prima di tuffarsi vestito in piscina. Una volta riemerso gli ho chiesto se sapeva da chi era gestito questo posto, e lui, denso d’alcol e rimpianto, mi dice che è una lavatrice di soldi sporchi, ma per poi ammettere, con fare da attore alla Carlo Cecchi, che la sua generazione oramai spara solo cazzate. Romantiche cazzate, che però a me continuano a piacere, così come mi piace fissare quell’attimo prima della decadenza, chissà perché.


E durante la cerimonia ho continuato a chiedere se questo posto è “pulito” a un vice-sindaco, che mi farfugliava mah, chissà, e poi… a un altro parente, che dissertava come un travaglio qualsiasi; c’era poi chi mi rideva in faccia malizioso, e alla fine mio cugino Pasquale che si è ritrovava il mio stesso stupore in volto: magari questi sono diversi, e checcazz! Poi ho scoperto che sì, sono stati minacciati all’inizio, ma che poi sono riusciti a far incarcerare quei delinquenti. Tanto lo so che i “Io so, ma non ho le prove” che Pasolini disseminò in giro, qui, nel basso Lazio o nell’alto casertano, hanno attecchito più delle palme delle Canarie. Insomma, qui tutto si regge sull’emotività, sul pessimismo borbonico o ex-extraparlamentare e nessuno ha voglia di dire le cose per come sono davvero, per come nascono, si sviluppano e poi muoiono: come gli uomini, come le idee, come quell’Erica aggrappata alla Montagna spaccata. Questo vale anche per le questioni personali. Io, per esempio, ho una situazione famigliare stramba da sempre, a tratti angosciante, che gli altri conoscono, eppure, da anni, sono pochissimi quelli che mi hanno chiesto: Come stai? col tono affettivo giusto, di quello che ti fa rispondere senza fretta di troncare per paura di annoiare. Queste persone che l’altra sera ballavano e ridevano io le ho amate tantissimo, fino poi a odiarle altrettanto: anche se non riesco a essere sprezzante come l’ex fricchettone col panama (ti voglio bene ancora, eh!). Io non voglio invecchiare, pensavo stamattina sull’amaca mentre provavo a leggere, senza note, i canti dell’Inferno salvati sullo smartphone. Io voglio scappare dai clan, no, non solo da quelli gomorriani, soprattutto da quelli semplicemente famigliari: nell’aria ci sono turbamenti neri d’invidie e litigi e accuse e risentimenti e diffidenze e vafammocc’. Qui è così. E ci sono scappato nel ’90, per paura di crollare in una depressione coperta da mascara e birra.
Alla fine della serata l’ex fricchettone, oramai a modo suo integrato anche se nel fine settimana sputa veleno bevendo vino rosso buono, e che a me continua a stare simpatico, comincia a delirare spaziando su una gamma d’odio che partiva dagli ebrei, passando dai napoletani e finendo coi gay.
A questo punto gli ho messo una mano sulla spalla, ho abbassato al minimo il tono della voce e cercando l’espressione più dolce e accogliente che avevo appresso, e gli ho sussurrato: buonanotte, amico mio.

  

  Ieri sera il grande ha cominciato a parlarmi dei suoi problemi di comunicazione con gli amici “quelli quando io gli racconto di me mi troncano e cambiano discorso”, scoppiando a piangere alla fine della frase, come se avesse rivisto quell’espressioni chiuse. Allora l’ho abbracciato e mi sono sforzato di non dirgli cazzate, così ho aspettato alcuni minuti, facendolo piangere sotto quell’ulivo dove fiondava luce lunare, e riabbracciandolo gli ho appena sussurrato “ti voglio bene”, con il tono giusto, almeno credo. Dopo siamo usciti a prendere il gelato. E dopo ancora ho rischiato di mettermi il panama anch’io e…
(continua domani).

sabato 13 agosto 2016

elogio degli altri


  Ieri sera ho cenato con certi parenti che vedo circa una volta l’anno. Di solito in queste situazioni mi isolo, o bevo, o rido sguaiatamente: di solito non vorrei essere lì. Ieri invece volevo esserci, e non perché ho cambiato idea su di loro né per mancanza d’altro o per un’improvvisa affinità. Forse perché in questi giorni di ferie ci siamo portati appresso troppa tensione poi esplosa in macchina, a tavola, in piazza, e tale da farci rinunciare anche ad andare al mare. Fino a farmi sputare parole sentenziose di cui oggi mi vergogno. Siamo così serenamente una famiglia stramba eppure non abbiamo ancora imparato del tutto a convivere con le storture che ci portiamo appresso dall’infanzia. Qui è tutta aria di famiglia che ci pressa e rende piccolini nelle scelte, nelle parole e nei ricatti ma ieri sera sono riuscito a superarmi e dare il meglio di me: ascoltare ancora di più gli altri, praticare con grazia l’autoironia, e rafforzare l’ironia dei loro racconti. Loro parlavano di Cina o Ungheria e io di Anagnina e mia zia, eppure, ascoltare e poi far rimbalzare i racconti su quel prato ben annaffiato è stato così umano. Sì, lo ammetto: gli altri mi hanno salvato. E vale per tutti gli altri con cui ho condiviso racconti, risate e dolori. Prima degli altri ero introverso e presuntuoso: un groviglio sensibile di fumosi pensieri grandiosi.

Risultati immagini per la prima verità simona vinciHo finito di leggere La prima verità di Simona Vinci. 
Un libro che contiene tante storie legate dal filo nero della diversità internata, maltrattata e abbandonata su un’isola greca o sui marciapiedi di Budrio. Nel libro c’è una parte in cui la voce narrante racconta del rischio corso di cadere nell’isolamento mentale, di perdersi. La mia storia è ancora segnata da tale spavento: mi rivedo chiuso nella cameretta con la scritta sulla parete SIETE TUTTI STRONZI, fatta con la bomboletta. E tutto stava per esplodere, e tutto stava finendo già a quindici anni. Me la ricordo quell’ombra che si lanciava sugli scogli in una notte di novembre. Ora quell’ombra addirittura mi ripara a volte, e mi sconvolge in altre ancora, ma soprattutto oramai mi guida e spinge a frequentare gli altri, ad amarli fino alla devozione, a scappare dalle paranoie e dai silenzi quasi più lunghi dei pomeriggi afosi e massacranti di luce d’agosto. 
Simona Vinci ha scritto questo libro che è una benedizione per quelli come me che hanno sfiorato questo isolamento e che oggi se la ridono nel fa ridere gli altri in cene estive inimmaginabili d’inverno, o tempo fa.
   In questi giorni ho inviato messaggi a persone speciali – a certi altri che sono ancora più altri di alcuni – invitandoli a raggiungerci al mare disegnandogli a parole momenti di assoluta meraviglia, per conquistarli e trattenerli da me: loro sono occhi e braccia che valgono più di mille paesaggi tropicali. Nella mia testa ronzavano tour culturali e gastronomici da riservare a questi ospiti-soccoritori. So che poi gli avrei inflitto anche un po’ della mia ansia, e di quel misto di sottomissione e dedizione che caratterizza, e caratterizzerà sempre, il mio eccitante ospitare.




domenica 7 agosto 2016

E la chiamano estate? (domani, sì domani)

Insonnia.
La tavolata era lunga, fino al fondo dei nostri fallimenti. Sulla tavola frutti di mare, vino, cocomero. Mani timide, mani piccole, tutte a prendersi sprazzi di vita altrui. Sì, si stava insieme per convenienza, per una forzata serata di utilità sociale. I bimbi sono gli unici a saperlo per davvero, e per questo, forse gli unici a fingere di fingere per acchiappare qualche briciola di sincera beatitudine. I bambini lo sanno, e le bambine ancora di più, che il mondo rotola fingendo di stare fermo: così gli adulti si scannano in un precipitare di parole e rancore. Credi di fermare il mondo con qualche bicchiere di vino bianco tracannato di fretta, senza grazia e con quella faccia che a tratti lascia intravedere la smorfia del bambino che eri.
Dopo dieci righe nere.
Non posso che dichiarare tregua al mio precipitare fin dentro la notte dell’estate: non riuscire a dormire, non riuscire a scacciare via la fatica e il fallimento. Leggevo La prima verità ma sapevo che avrei dovuto scrivere la mia ultima bugia. La sincerità delle notti insonni l’avevo dimenticata. Quando senti le facce deformi dei parenti che volteggiano nella stanza, e quelle degli amici, minuscole, che si nascondono negli armadi nel preciso istante che ti siedi sul letto per pensarli.
Dopo sei righe grigie.
La porta socchiusa sul giardino buio. I pomodori dell’orto pomiciano con le melanzane, tradendo così il basilico, che intanto guarda sgomento la scena pur non cedendo lo stesso alle lusinghe della fragola. Il melograno copre tutti zeppo di frutti e pazienza, e aspetta la leggerezza di fine settembre quando gli restano solo foglie e tempo per fantasticare un’altra primavera di api e di acqua.
Dopo cinque righe colorate.
Alle cinque e tre minuti sento le ossa dentro gli occhi che reclamano un letto.




mercoledì 13 luglio 2016

ci riprovo con un orto

  Ci tengo a precisare che non sono un agronomo né tanto meno un contadino. Ho soltanto ascoltato dai sei anni con la bocca aperta i racconti che mi faceva zio sulla sua fissazione di creare orti nei posti più assurdi. A cominciare dalla postazione militare di confino a Pola, o nel campo di lavoro nazista di Buchewald o ancora in una officina di Caterpillar in America. Non ho mai osato chiedergli se si trattasse di Stati uniti d’America o del Venezuela, poiché è stato in entrambi i posti nell’arco di tre o quattro anni. Sì, perché poi è tornato in Italia nei primi anni ’50 e l’idea di orto che aveva disseminato nel mondo l’ha realizzata sulla sua terra. Ha costruito serre, cisterne per l’acqua, semenzai e prodotto quintali e quintali di ortaggi nell’arco di quarant’anni, così da permettersi di comprare due case e far studiare due figlie femmine.
Adesso che ho chiuso la bocca e guardo verso quel tempo, mi accorgo che il fatto di aver creato orti in Centri diurni, in Nidi o sui balconi di Roma, lo devo a tutte quelle storie che transitavano rigogliose dalla mia bocca. E poi, la cosa fondamentale - avrei voluto dire seminale ma sarei stato sciocchino – è stato quando all’età di dieci anni ho ricevuto in concessione l’intero semenzaio dismesso da mio zio: ecco, facc’ gl’ uort’.
E io mi misi a faticare come un mulo su quella terra soffice e nerissima: scelsi le orticole che mi piacevano di più e via, tutti i santissimi giorni, ad annaffiare e sarchiare quel rettangolo lunghissimo di terra.
Così quell’estate a casa mia si mangiavano melanzane, San Marzano e zucchine a più non posso! Addirittura, coinvolgendo un mio amichetto, quelle che a casa erano di troppo andavo a venderle alle ricche signore di Vindicio: portamele sopra vuagliò! Quante soddisfazioni quell’anno, sembravo un mini zio senza figlie, seppure  mantenevo la sua stessa aria fiera la sera, quando mi lavavo le ascelle alla sua maniera: bacinella di sapone di Marsiglia nel lavatoio all’aperto, di fronte al pollaio. La felicità la assaggiavo quasi tutti i giorni a quel tempo.
Così anche quest’anno mi ritrovo a formare, ma sarebbe meglio dire a cercare di appassionare, un intero gruppo educativo di un Nido.

Ecco, ci provo con il ricordo, ci provo con un altro orto.


mercoledì 22 giugno 2016

La pazza gioia

    Ripenso al mio lento singhiozzare dopo aver visto il film La pazza gioia. Non era proprio un pianto classico, poiché fuoriusciva dalla mia testa un liquido amaro di pensieri e immagini e addii, e stavolta non riuscivo ad arginarne la portata: era la piccola verità che premeva attraverso il film. Stavo sulla Tiburtina, era sera, solo in auto, e ogni volta che prendevo fiato mi ripetevo: è difficile, è difficile. Certe scene del film avevano graffiato e accarezzato la mia memoria, che quotidianamente tengo a bada, e che mostro soprattutto nello scrivere e a pochissime persone rigorosamente selezionate. Nel film ci sono io, c’è mia madre, mia moglie, le mie amiche, mio cugino, vecchi amici; e tante persone matte, belle e brutte, povere e ricche, che ho conosciuto negli anni di vita e di lavoro. Soprattutto c’è quella straniante bellezza di non accusare nessuno per le deprivazioni subite, che nella scena dell'incontro all'ospedate tra Donatella e il padre è incorniciata in maniera struggente. Senza fine. Ecco, questo è davvero difficile da mettere in pratica nelle nostre giornate.

   Avevo quindici anni, una mattina come tante di marzo, un subbuglio nelle stanze, pensieri confusi che riempiono la nostra casa. Si è deciso di ricoverarla. È colpa tua, incautamente dice zia verso di me, o chissà, magari era verso quel nulla rimasto appiccicato al lampadario di gocce di cristallo al centro della stanza da letto anni ’60 dei miei. Così, in quella stanza, io e la mia adolescenza ci prendiamo tutta la colpa: da lì comincio a cambiare per sempre. La colpa. E’ la stessa che mi ha portato a lavorare come Educatore nella struttura dove nel film è stata girata la scena drammatica del Tso. Dieci anni fa era il vecchio reparto dei “residuali manicomiali”, così era chiamato quel posto abitato da persone con mille tic, che parlottavano da sole, fumavano mozziconi, sedevano all’ombra accanto ai demoni, abbracciavano alberi rigogliosi, pisciavano sui muri, e ogni tanto si prendevano le botte da certi infermieri (li ho visti anche istigati da un pingue psichiatria barbuto). Ho resistito sei mesi, avevo un contratto a tempo indeterminato, e durante l’ultimo giorno del periodo di prova mi hanno licenziato. Mi davo malato spesso, non avevo voglia di stare lì. Eppure la responsabile mi aveva ingaggiato entusiasta dopo il colloquio, per cambiare le cose insieme, diceva speranzosa. Dopo un mese mi ha affidato un incarico di responsabilità, ma il sindacato si è messo di traverso, e io sono rimasto nel limbo a osservare scene tremendi, a sopportare colleghi ottusi. Il mio periodo basagliano finiva lì. Poi ho rimosso, ché avevo paura di trattenere nella mente quel buio e quella miseria umana immobile. Poi è arrivato il film di Virzì e ha svegliato e rappacificato sentimenti che si pestavano da decenni: ragazzo moro e magro non è colpa tua! E come fa Donatella Morelli nel film, chiedo soltanto di rivederlo: lei suo figlio, io il ragazzo che ero.
L’altro giorno mi ritrovo in un’Asl, dove c’è questa dolce assistente sociale che ha accolto me, le mie parole e l’origine della mia storia con fare delicato: come se volesse invitarmi a raccontare senza vergogna quello che è stato. Allora chissà, domani lo racconterò o lo reinventerò; intanto il prologo l’hai già letto.




domenica 15 maggio 2016

Esercizi di meraviglia



Esercizi di meraviglia    Esercizi di meraviglia in fondo per me è anche una bella risposta a una mail che ho inviato tempo fa: mi consigli qualche libro o autore di filosofia? Vittoria Baruffaldi in qualche modo pubblicando questo libro mi ha risposto in maniera chiara, universale e, seppur sotto il titolo ci sia scritto Fare la mamma con filosofia, io, per niente intimorito come maschio, sono corso in libreria per leggermi beato le risposte. C'ho trovato anche dubbi, incertezze e fatiche di chi si confronta col mondo intero, con una figlia in braccio e una vita da sbrigare ogni giorno. Certo, nelle pagine sono presenti anche dolcezze, attese, sguardi storici, filosofici e pedagogici, così come anche impronunciabili paure o felicità improvvise. Questo libro sa anche di speranza ragionevole: Sì, perché la speranza è un problema serio: è dare forma a quello che non si è ancora ma si vorrebbe essere. Eppure la speranza non appartiene al domani: è cogliere l’eternità nell’istante. Un passo al di là, un effetto prodotto, un incontro con l’altro. Questo scrive l’autrice in Cucinare la speranza, un capitolo di questo libro di 130 pagine che ho letto un pezzetto al giorno, per farmelo bastare senza ingordigia.
 Seguo da tempo il suo blog dove narra le sue peripezie quotidiane con babyP, e intorno a loro ci ho sempre visto anche una sottile descrizione del mondo che diventava di volta in volta più grande o più piccolo a seconda dell’umore, o dell’argomento trattato. Così, in un’assolata domenica mattina, sono arrivato emozionato davanti allo scaffale in Galleria Sordi, con quella voglia di stupore che mi assale quando la mia testa trabocca di curiosità per l’altro che hai frequentato solo attraverso le parole. E in questa mia epoca brizzolata, non è poco per niente.

   Ad un certo punto, nel capitolo La madre socratica, l’autrice spera che non le mettano cicuta nel Crodino. Sta al parco insieme ad altre madri, forse scosse dalle sue confutazioni che “con gli occhi sporgenti” incalza “cos’è davvero importante per il futuro dei vostri figli?”, e loro a rispondere troppo sicure di sé: imparare l’Inglese, il Judo, il violoncello, il ballo tribale… Ecco, scrivere un libro da mamma non significa che sia solo per mamme, ovvio, ma le categorie affliggono l’editoria, ahimè; qui invece si parte da un punto di vista personalissimo, usufruendo di uno stile lieve e asciutto ma che sa scandagliare precipitando nelle cose vere della vita, facendosi strada con la lente della filosofia. Così si va a sbattere contro delle verità che fanno a botte col dubbio. Ed io, confuso d’attesa, prendo alla lettera ogni quieta incertezza di questo splendido libro. E mi siedo e aspetto speranzoso un nuovo capitolo della scrittrice Vittoria Baruffaldi.