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sabato 6 ottobre 2018

L'uomo che trema


 Così in un sabato mattina qualunque di serenità ho ascoltato una selezione di Elliott Smith su YouTube e ho cominciato a scrivere due righe sul libro di Andrea Pomella. Glielo devo, poiché ho letto i suoi post mattutini per qualche anno quasi quanto quelli di Michela Serra negli anni. All’inizio li leggevo e riflettevo, poi quelli più recenti li leggevo, riflettevo sempre, ma a volte mi commuovevano pure. Non sapevo che stavo vivendo una trasformazione letteraria, esistenziale dell’autore, oppure ciò che stava cambiando era solo in me?
   Mentre leggevo L’uomo che trema sentivo la sua presenza sotto i piedi, come un torrente carsico che trasportava i miei pensieri come detriti verso un fiume enorme, quello del mio tempo ritrovato: da un anno circa percepisco il tempo come misura verso la mia fine. Misurandolo, vivo meglio, e le cose della vita mi sembrano più concrete, quasi tocco le porosità, sicuro annuso il buono come fosse pane appena sfornato. Da circa un anno vedo ossa e muscoli sotto il velo delle mie ipocrisie, piaggerie, velleità, desideri, ma intravedo anche quella mia specialissima sensibilità, sempre sottovalutata, come mi ricorda ogni tanto mia moglie. L’uomo che trema parla di depressione, anzi, scava nella depressione dell’autore, ricreandola in pagine memorabili, nitide di dolore e di attese: un figlio che sa stare al mondo, un nonno che ritorna, una moglie premurosa. All’interno di queste relazioni la depressione del protagonista acquista senso, rivela le debolezze, le crepe, combatte il bianco accecante del nulla che compare all’improvviso in un parcheggio deserto. Conosco la depressione, soprattutto quella di persone a cui voglio (e ho voluto) più bene in vita mia. Capisco che se gli altri declassano la tua depressione a capriccio, a svogliatezza o, peggio ancora, a incapacità di stare al mondo poi il tuo mondo si sgretola e finisci in fila alla asl o ti barrichi in camera per secoli, fingendoti morto. E intanto la brace incendia te e il tuo letto, fa scaraventare comodini in aria, non ti fa rispondere al telefono per mesi. Determina la tua vita con uno sguardo, e nessuno mai riuscirà a risalire a quello sguardo, forse neanche tu che lo hai subito.
Il libro di Andrea Pomella scorre via emozionando con una acuta misura che s’intreccia al sentimento ma non lo esalta, né lo schiaccia: ci sta, e ti fa partecipare volentieri al racconto, restando accanto e non permettendo quel risucchio sentimentale che alcuni autori mettono in scena, furbescamente. Resti seduto accanto al libro, ma non provi a saltargli in braccio, lo contempli da quella poltrona ma non lo scarabocchi freneticamente di te, lo lasci raccontare come potrebbe raccontare un amico che non vedi da anni: decifri le rughe, osservi le labbra, ti specchi in quegli occhi luminosi che hai osservato in un’altra epoca. Il dolore cambia con te, i traumi si diluiscono nelle nostre giornate rimbalzando nel tempo alle pareti di altre storie, e quando gli spigoli non ci sono più forse sei pronto a tramutarli in un’opera d’arte. Un po’ come ha fatto Andrea Pomella, almeno così voglio immaginarlo io, al chiuso di questa stanza piena di Elliott Smith, di vento e di un sabato da inventare.
   Sto scrivendo più di me che del libro, ché a me non piace svelare i libri, suggerirli sì, così come di pensare alla raffinata e intelligente arte dell’autore nel riversare in frasi un senso, una bellezza che altrimenti svanirebbe per sempre.  Penso anche un po’ all’autore, lo ammetto:  sì, dopo libri come questi poi mi piace abbracciare l’autore il prima possibile. Sperando di non fare altre gaffe con gli accenti, aspettando il suo prossimo libro come si aspetta un vecchio amico preparando noccioline e birre, tutto contento, fingendo una postura da adulto mentre sotto tutto scorre come quando eri ragazzo e timido.






lunedì 1 ottobre 2018

addio fantasmi


  Certi libri li aspetti come si aspetta un’amica, e stavolta non è l’amica che ti invia un audio WhatsApp in cui ti chiede senza pietà: perché sei andato via da Gaeta (è bellissima, enfatizza) per scegliere di vivere in una borgata romana? Me lo chiede a fine estate poi, quando la nostalgia è più spietata. A quella mia amica non ho risposto come si deve per la rabbia che mi ha fatto salire, ma forse la risposta migliore sarebbe regalarle Addio fantasmi, il nuovo libro di Nadia Terranova. Seppure le fughe dalle case dei nostri guai siano più o meno tutte uguali, è vero pure che in ognuna il dolore è diverso: e forse tutti abbiamo il desiderio di superarlo, arrendiamoci.
   C’è un passo del libro in cui questo concetto è scritto divinamente, è quando Ida cerca febbrilmente di incontrare Sara, la sua amica del cuore dell’adolescenza, quella spigliata coi ragazzi, quella che non ha subito la scomparsa del padre a tredici anni, quella che non ha bisogno di invidiare la vita degli altri. Sara è cambiata restando a Messina, vivendo le mille frustrazioni che certa provincia rende ancora più soffocanti. Nel dolore di Ida c’è una strana sordità per le storie degli altri, pur scrivendo storie reali-inventate per la radio, continua a pensare che il suo dolore sia il Dolore: quella unicità fragilissima, che spesso diventa una compagna condanna a cui ci affezioniamo e a cui doniamo le nostre migliori energie. Mentre sonda la propria memoria, tra flash back e oggetti conservati in sacchi neri nella sua cameretta dell’epoca, Ida prova far uscire di scena il fantasma del padre, il quale a un certo punto della lettura pare che evapori  tra le pagine più riuscite di sempre sul superamento del dolore.
   La bellezza sommersa di questo racconto emerge lentamente, come una nave affondata che approfitta di una secca improvvisa: oscena, mostra tutte le incrostazioni del tempo in cui è rimasta nascosta al mondo. Non teme più gli occhi degli altri: lascia vedere la ruggine che splende insieme a tutti gli altri colori del relitto pronto oramai alla manutenzione. Non c’è tempo per la vergogna, perché c’è in Ida quell’energia tenuta a bada negli anni, che ora penetra dolcemente la superficie della realtà.



   Ritornando nella vecchia casa, per aiutare la madre a “sistemarla” prima dei lavori di rifacimento del tetto, Ida rivive le perenni rabbie, così come ricompaiono dalla memoria le sue esperienze di giovanissima donna, successive alla scomparsa del padre. In quella casa oggi c’è da riparare un torto subito sull’uscio dell’adolescenza, un torto che forse viene dal mare, o dalla cattiva sorte. Oppure proviene da una sinistra somma di casualità a cui non sapremo dare mai un nome, e che non riusciamo ad  afferrare neppure in certi sogni notturni. Un giorno magari avremo il coraggio di andare in analisi, di avere partner solidi come ficus, amici che sanno ascoltare, o semplicemente la fortuna di sopravvivere. Questa storia ci sussurra un monito: riparare il nostro dolore significa anche saper chiedere, quando è arrivato il suo tempo, una tregua ai nostri tormenti. Mettere la nostra storia accanto al nostro presente e non dentro, poiché solo quando riusciremo a vedere accanto a noi quei ragazzi che siamo stati, solo allora potremo fare un pezzo di strada insieme allo spettro sopravvissuto a quel trauma, per poi salutarlo come si salutano certe zie che pensi sia l’ultima volta che vedi.
   In Addio fantasmi non si risolve forse nulla, ma leggendolo ho fiutato quella dose di purezza che sembra galleggi in quelle scelte morbide che a volte si fanno, e che pare si stacchino dallo stallo di certi pesanti dolori: come bolle infuocate ai piedi dei vulcani. Non ci resta che allontanarsi senza voltarsi finché quell’odore di lava calda non si sia mischiato bene bene allo smog delle nostre nuove città caotiche di bellezza, dove le scelte siedono accanto a noi su certi tavolini rossi di aperitivi e patatine, quando ti sorprendi a leccare le dita come da bambino, in certe serate sospese. In questi nostri luoghi densi di un presente ancora incerto, cerchiamo di rappresentare al meglio le nostre storie ancora piene di desiderio. Sì, cara amica mia, a questo punto delle nostre storie lo possiamo fare anche lontano dalle bellissime spiagge d'infanzia.



sabato 8 settembre 2018

Giulia, Tonino e la panchina (finale)

Sulla panchina

   Sbuffo il fumo della sigaretta che mi ha lasciato Tonino a fine turno. Nel farlo, mentre vedo questi pini giganteschi davanti ai miei occhi, penso al viale di platani che mi conduceva a scuola. Da piccolo. E quegli alberi erano i miei baobab. Penso a mia madre che mi accompagnava con quell’aria sognante. Assente, a volte. Io ero contento e mi divertivo a scivolare ai lati dei gradini sul liscio di marmo levigato da mille sederi come i miei, o a scambiare le figurine con i compagni, poco prima che la campanella scolastica anticipasse i rintocchi del campanile comunale. La sfida a questo punto era tra il bidello e il messo comunale, quest’ultimo più statale dell’altro nell'essere calmo di burocrazia.

Tonino quando ha finito di sbrigare con le terapie e i vari giri nei reparti per verificare se stiamo tutti tranquilli, spesso gli rimane un po’ di libertà che spende ad ascoltarmi. Siccome sono stato professore d’italiano, e appassionato di storia contemporanea, lui vuole sapere da me quello che è successo davvero negli anni settanta, soprattutto in Italia. Dice che in quegli anni lì, terribili e creativi, si è trasformato tutto. Poi mi suggerisce che bisogna analizzare  a fondo tutte le questioni che sono state affrontate in quegli anni di fermenti e cambiamenti sociali epocali. Un po’ credo che abbia  ragione, e così ci mettiamo a fare queste chiacchierate storiche con l’intento di capirci qualcosa in più entrambi. A me piace farlo, mi tiene vivo dentro questo pre-obitorio fatto di zombie coi camici  e sciroccati vestiti malissimo. Anche se ci sono dentro anch’io in questa moltitudine umana barcollante di anime che ancora cercano qualcosa, tra gli infiniti viali e i bui corridoi, ma io almeno la mattina mi scelgo la camicia da mettere.

 Tonino mi chiama sempre professore, e questo mi lusinga un po’. L’ho fatto per dieci anni in una scuola privata, e fu un’occasione d’oro dopo altri dieci di gavetta tra i mille istituti della città, e doposcuola vari. Così un giorno a un convegno sulla “Didattica come strumento di emancipazione”, conosco Piero, il direttore della scuola “Socrate”, e facciamo una bella chiacchierata, sull’importanza degli studi per trasformare la propria vita in meglio. La chiacchierata è durata un intero pomeriggio al tavolino del chioschetto di viale Ippocrate. A settembre stavo già nel suo istituto a insegnare Italiano e Storia a ragazzetti un po’ viziati, un po’ ambiziosi, un po’ coglioni. Anzi, a dire il vero, ambiziosi lo erano soprattutto i loro genitori poiché credevano, iscrivendoli da noi, che poi avrebbero disegnato un percorso scolastico su misura per i loro figli d’allevamento. Illusi anche loro.

Tonino non si stanca mai di ascoltarmi e a volte resta anche oltre il proprio turno di lavoro, e questo accade quando c’è ancora da discutere sull’argomento iniziato e che non si può rimandare al suo prossimo turno, poiché si spezzerebbe il filo. L’incanto. Affrontiamo scientificamente ogni segmento di quegli anni, perché vogliamo costruire un atlante per le nuove generazioni. Questo lo dice Tonino che pensa di ricavarne qualcosa da queste discussioni, lezioni direbbe lui, poiché crede sia importante approfondire la conoscenza dei fatti che hanno caratterizzato gli anni settanta,  per riuscire ad orientare meglio nel mondo le nuove generazioni. Lui ci crede. Io invece, quando parlo con lui, passo il tempo nei migliori dei modi possibili qui dentro, e con una limonata fresca davanti in estate, o un orzo bollente d’inverno, è il massimo di quello che posso aspettarmi in questo posto. Allo spaccio-bar gestito dai pazienti le opzioni di acquisto sono poche. Io mi arrangio anche lì, tanto resistere per me significa soprattutto poter mettere tutti i giorni un vestito diverso, elegante, così da mantenere vivo lo stile nel tempo che mi rimane. A me è sempre piaciuto lo stile, pur dentro il peggio delle umane possibilità.

Esco poco dalla clinica. Anche se non ho limiti alle uscite, preferisco stare dentro. La mattina esco soltanto per comprare le sigarette, poi mangio una ciambella e bevo un caffè, mi leggo tutti i quotidiani del bar, e basta. Un tempo uscivo più spesso e anche per l’intera giornata, lo facevo anche per smaltire tutta l’inquietudine che producevano i miei tanti pensieri inquieti. Mi capitava di uscire in compagnia di Rosetta, un’assistente sociale che avevo conosciuto durante l’anno che aveva lavorato da noi. Con lei passavo giornate in giro con la sua auto a parlare e ridere di quello che eravamo stati. Si andava anche nei mercatini o nelle librerie. Qualche volta pure al cinema. Poi, scansato il pudore delle differenze di status, ci rotolavamo sul suo letto a due piazze. Lei viveva da sola e quel letto accoglieva pure qualche altro ragazzo occasionalmente. Così mi diceva. Non vedo più Rosetta dal giorno che mi ha raccontato cose troppo tristi sulla sua famiglia: non ce la facevo più, visto che con lei uscivo sicuro di trovare un’oasi femminile dopo le giornate vuote e maschili della clinica. Qualche anno fa mi ha scritto una bella lettera. Spiegava con delicatezza che forse è stato meglio così per noi due, cioè, dichiarava pure che con me è stata una cosa speciale, ma, a pensarci bene, sarebbe stato difficile proseguire. Si era fidanzata. Bastavano queste due parole ed io avrei capito lo stesso, invece, col gusto delle complicazioni, mi aveva fatto una disanima un po’ professionale e un po’ da ex fidanzata sulla nostra stramba relazione. Che poi non era così stabile, infatti nessuno di noi due pensava di essere fidanzato. Dopo di lei ho smesso di uscire in quel modo. Solo piccoli gesti quotidiani che mi aiutano a non smettere di conservare dignitose abitudini, soprattutto la mattina, prima che arrivi l’assistente con i suoi modi brutali a servirci la colazione e ribadirci rozzamente la nostra misera condizione. Io prendo solo i biscotti e m’incammino verso il bar.

Ho avuto anche una moglie, certo. E pure due figli. Sono stato un discreto padre di famiglia, e un decente marito. Ma che fatica. Amavo mia moglie, e i suoi modi dolci e accoglienti. E le sue intuizioni fulminanti.  Un po’ meno amavo le sue pretese di vedermi normale. Ogni volta che avevo una crisi, e ne avevo una ogni tre o quattro anni, mi diceva che la dovevo smettere di fare il ragazzino. Come se dipendesse da me, le suggerivo con quel tono di voce spietato e senza convinzione che tiravo fuori in quei momenti di crisi. Aveva ragione, ora lo so. All’epoca ero avvolto in una nebbia sentimentale che mi faceva sentire bene sempre nel torto, quindi nel giusto: osservavo la mia situazione dal punto di vista del fallito senza futuro che mi ricucivo addosso. Invece, m’impegnavo pure coi ragazzi a scuola,  producendo anche buoni risultati. Ricordo che mi ero inventato un concorso per racconti brevi, rivolto ai ragazzi degli Istituti che gestivamo. Organizzavo con piacere ogni anno gite che per metà erano culturali e per l’altra metà puro divertimento. Per tutti. Vero pure che ogni tanto mi fissavo per certe situazioni ipocrite che si generavano nelle relazioni tra colleghi, ma durava solo qualche mese. E poi sfumava, questo almeno era come lo percepivo io. La scuola, con i suoi cicli di studi, mi dava la possibilità di cambiare ogni tanto le facce con cui avevo a che fare, colleghi inclusi. Avevo tre sedi, quindi avevo anche la possibilità di girarmele tutte e tre. Questo avveniva quando andavo in crisi, e uscirne significava cambiare aria. Devo ammettere che mi sono preso diversi periodi di aspettativa, oltre a riduzioni degli orari, e tante altre scappatoie per non scoppiare del tutto. Ma la mia ex moglie non sopportava più questo stato di cose. Voleva tranquillità esistenziale e serenità familiare. Mica aveva torto.

I miei figli chissà cosa pensano di me ora, dopo che per anni abbiamo condiviso casa e abitudini, fino alla loro adolescenza. Poi il crollo. La clinica. La separazione. Sto sragionando aspettando l’incontro con mia figlia, vorrei mettere in ordine il caos del mio passato, così per ripulire quei pensieri appiccicosi che da sempre mi perseguitano. Lo faccio sempre per esorcizzare il mio passato strambo, per sembrare migliore agli occhi di Giulia. No, è inutile far finta di essere normali, ché poi lei s’innervosisce quando lo percepisce. Ogni due o tre mesi passa a trovarmi. Mangiamo nella trattoria in collina, lontani dall’opprimente perimetro immenso della clinica. Parliamo un po’, o meglio, sono io che le faccio mille domande. Ricevo un paio di risposte lunghe, esaurienti ma articolate, in cui ci infila pure notizie della madre: le vanno bene le cose con Claudio. Ma di solito poi aggiunge frasi così: anche se secondo me la malinconia se la sta divorando in silenzio. Poi mi dà qualche informazione sul fratello che insegna a Mantova: vedessi come crescono le figlie. Mio figlio lo vedo solo a Natale e in estate, pochi giorni insieme per sconfiggere la paura dell’addio. Porta pure le figliolette, che oramai mi vedono solo come un nonno misterioso da temere cautamente.

Quando mancano pochi giorni dall’arrivo di mia figlia, comincio ad agitarmi già dal mattino. Parlo troppo, perdo un po’ quello stile riflessivo che mi crea una certa riverenza da parte degli altri qui dentro. In fondo questa calma artificiale, fatta di pasticche e riflessioni astratte con Tonino, mi fa stare bene ma, appena compare la realtà, la mia vecchia realtà che bussa al portone della clinica, allora mi tira fuori un’ansia urbana e passata, mai del tutto addomesticata.
Durante il primo anno in clinica non ho visto nessuno. Dico dei parenti o amici. Nessuno. Ero agitato e quando esageravo, magari urlando contro un altro paziente insolente o mi rifiutavo di prendere la terapia, gli infermieri mi sedavano nella maniera antica: botte. Lì per lì non soffrivo tanto, ché un po’ me le cercavo visto che per capricci esistenziali avevo mollato tutto per farmi condurre qua. Così, una ramanzina energica ci stava tutta, ammettevo in silenzio.   Ma poi, nei giorni successivi, quando i lividi diventavano neri, cominciavo a intristirmi. Allora chiamavo mia moglie, allora ancora non eravamo separati, magari alle sei del mattino e le urlavo che era una stronza, per niente umana, una carogna. E lei rincarava la rabbia dicendomi che non avevo combinato nulla nella vita e ora era giusto che stessi lì. Lo pensavo anch’io che fosse giusto stare qui, visto che là non avevo combinato granché. Quello che mi faceva piangere, non al telefono, ma dopo nel corridoio della mensa, era sentirmi dire “e i ragazzi non te li faccio vedere perché sei pazzo”. Ecco, questo non me lo meritavo. Adoravo i miei figli, e non potevo sopportare la loro lontananza. Almeno all’epoca. Di fatto, tra insulti, botte, mie agitazioni, non ho visto nessuno per quasi un anno. Poi sono cambiato. Sono diventato un paziente modello, a detta del dottore. Mi ero adattato bene, come sempre nella mia vita. Quando si tratta di sopravvivenza tiro fuori una forza oscura e funzionale.

Domani arriva mia figlia. Spero mi porti il libro che le avevo chiesto. Tutto questo pensare mi ha stremato, nemmeno la discussione sullo statuto dei lavoratori con Tonino mi aveva procurato tanta fatica. Una fatica dolce, una stanchezza che sa di cose belle dentro i fatti brutti. Panna e puzza di ferro bruciato nello stesso istante che ti avvolgono e stordiscono un po’. Ho sonno. Vado a sdraiarmi sulla solita panchina accanto al vecchio pollaio. Oggi Tonino è di riposo, andrà al cinema con Giovanna. Dormo un po’, prima che arrivi l’ora della cena. Prima che i pensieri divorino il ricordo di certe faccine che mi faceva mia figlia piccola, al parco, davanti alla fontana con quegli schizzi improvvisi. Quanto era tenera Giulia davanti a quell’acqua gioiosa che s’infrangeva arresa al vetro della Nikon, poco prima dello scatto. Poco prima del crollo. Poco prima.

“Ciao papà. Scusa il ritardo ma ‘sti treni sono sempre più lenti”.

“Non ti preoccupare. Vuoi un po’ d’acqua fresca?”

“Sì, grazie. Papà voglio farti subito una proposta: vieni a vivere a casa mia”.

“Ma stai scherzando? Vero?”

“No, ci penso da tempo. Cosa resti a fare qui? Non sei più giovane. Starai da me. Tanto col lavoro che faccio a casa ci sto solo la notte e un po’ la mattina. Faremo colazione insieme. Poi le giornate le passerai in giro per il paese. Al mercato del pesce. Oppure in casa a leggere i tuoi libri. No?”

“Giulia… a me non dispiacerebbe, ma come faccio… devo finire di raccontare la storia a Tonino”.

“Lo chiami al telefono, o lo puoi invitare di tanto in tanto a venire al paese. Papà, ora non puoi pensare a Tonino”.

“Non posso lasciarlo senza aver terminato la storia, lui ne ha bisogno”.

“Assurdo, assurdo. Ma come fai a pensare a queste cose? Boh!”.

“Sono contento che tu mi voglia vedere in giro per il paese, è bella come immagine, ci starei bene dentro. Però, capiscimi, sono quindici anni che sto qui e avrei bisogno di un po’ di tempo per disabituarmi. Mica posso uscire oggi all’improvviso. Dammi un po’ di tempo. Magari in autunno ti raggiungo”.

“In autunno! In autunno, perché? Hai sempre bisogno di tempo per te. Vero? Alla fine hai usato sempre la maniera più comoda di prendere tempo davanti a una scelta. Che però non hai fatto mai, vero? Ora è Tonino con le sue ossessioni a farti rallentare. Papà, pensaci bene, è un’occasione per ripartire con più dignità. In fondo, fare colazione assieme è stata tra le cose più belle che abbiamo fatto in passato”.

Giulia come sempre mi ha scosso col suo temperamento pieno di rabbia e desiderio. Mi spaventa l’idea di diventare un peso. E poi quanto potrà durare? Qui poi non mi riprendono più, che ti credi. Qui ho il posto fisso, sto meglio degli statali, e Tonino si sarebbe fatto una risata a questa mia battutaccia. E pure Giulia. Nei prossimi giorni nella testa di Giulia sarò mischiato al rancore e alla speranza. Io vorrei mescolare saggezza e dolcezza per una notte intera e poi decidere. Ma non ce la faccio. Non decido da quindici anni. Dovrebbero farmi un TSO al contrario. Un’ambulanza a sirene spiegate che mi sbatta dentro casa di mia figlia. Con le comari fuori a bisbigliare sbigottite. E poi? Niente, mi sa che finirò di raccontare a Tonino gli anni settanta. Dopo, nei giorni seguenti, scriverò una cosa carina e significativa a tutte le persone a cui voglio bene qui dentro; solo allora me ne starò ancora qualche giorno su quella panchina vicina al vecchio pollaio a decidere sul da farsi: alle cuffie avrò a tutto volume le canzoni di Modugno a sostenermi per l’impresa. E' il massimo che io possa fare per te. Credimi.

Al mare
 Alla fine ci vado al mare. Il professore sono mesi che me lo chiede. Finora ho sempre messo la scusa del troppo lavoro o del cinemino insieme a Giovanna, ma in realtà ero preoccupato per Giulia. Non volevo disturbarli, ché sapevo della sua gelosia per il nostro parlare all’infinito, così non volevo intromettermi tra di loro. Il professore non sta benissimo, mica per la figlia, no, è che non riesce a riabituarsi alla vita in una casa normale. In clinica aveva le sue abitudini, aveva i tempi scanditi, aveva me. A me il professore manca tanto, eppure quando lo immagino accanto alla figlia sono davvero contento per la scelta che ha fatto: la sua sensibilità se lo merita. Giulia è stata coraggiosa a invitarlo a vivere con lei, nonostante la sua infelicità amorosa che la fa vivere a metà. In fondo bastano due ore di viaggio e sono da loro. Questo treno mi fa pensare a tanti altri viaggi fatti da piccolo, ché mio padre quando è scappato di casa, dopo che ha massacrato la vita a mia madre nei dieci anni di matrimonio, si stabilì a Civitavecchia e io e mia sorella una domenica al mese ci toccava raggiungerlo per pranzare con lui. Pranzi in trattorie unte già all’ingresso. Si stava in silenzio. Le poche parole erano rotte da altre parole che bloccavano ogni emozione. Questo me l’ha scritto mia sorella anni dopo, perché lei ha saputo uscirne meglio di me da quel periodo, laureandosi in filosofia, e scappando in America. Questo treno invece è allegro perché mi sta portando dal mio amico professore. Queste cose brutte della mia infanzia non gliel’ho mai raccontate, forse un giorno lo farò, se cominciamo a vederci più spesso prima o poi ci scappa che gli parli anche di queste cose. Ma ho paura, che tutto finisca, poiché per lui oramai sono quello degli anni settanta, ma questo lo penso io, che alla mia età ho ancora tanto paura del giudizio degli altri. Devo riuscire a usare parole che sanno di vita mia alle persone a cui voglio bene. In questi mesi abbiamo provato a scriverci messaggi, ma non era la stessa cosa: dovevo sentire la sua voce, i suoi silenzi tra un periodo e l’altro. Comunque la sua voce telefonica non mi bastava lo stesso. A dire il vero una volta ci siamo pure visti, ma Giulia non lo sa. Una sera si è presentato in clinica, e meno male che mi aveva chiamato poco prima di citofonare in guardiania. Niente, voleva rientrare. Era furibondo con la figlia. Diceva che lo stava obbligando a fare cose per lui faticose, e certe volte anche ricattandolo: voleva farlo cambiare. Da anni non lo sentivo parlare così, mi stavo preoccupando. Conoscendolo, l’ho lasciato sfogare senza intromettermi, mentre ce ne stavamo all’ombra davanti al cancello di ferro verde al di là della clinica. Così mi ha raccontato che Giulia gli aveva imposto di uscire almeno un’oretta al giorno, perché gli ripeteva che non poteva stare tutto il giorno sopra il terrazzino a guardare sempre quello spicchio di mare. Mentre diceva spicchio di mare la voce gli era ridiventata delicata, e io lo so che in quel momento i suoi occhi stavano davvero riguardando quello spicchio di mare che si era depositato in fondo alle sue pupille. Alla fine dello sfogo gli ho detto di aspettarmi nella mia auto, poiché finivo il turno di lì a poco. Il professore, dopo che gli ho dato l’antidepressivo, ha cominciato a tirare fuori i veri motivi che l’avevano spinto a prendere il primo treno e scappare fino alla clinica. Sì, era contento di vedere tutti i giorni la figlia, di prepararle gli spaghetti alle vongole, di rifarle il letto, ma non reggeva più tutta quella normalità improvvisa. E poi ogni tanto scattava contro di lei, tirando fuori un tono di voce che gli faceva schifo e che somigliava a quello che usava contro la ex moglie, quando deliravano a tavola, distruggendosi tutto il tempo che passavano insieme con parole orrende. Dice che una volta gli era sembrato di sentire proprio la voce della ex moglie, mentre ascoltava un rimprovero di Giulia. Me lo raccontava singhiozzando, e anche io non reggevo più quella situazione nella la mia auto, in cui di solito stavo silenzioso con intorno solo sporco di scontrini e briciole di merendine, e canzoni. Ci siamo fermati nello spiazzo davanti al bar che ha i cornetti buoni. Appena ho messo il freno a mano l’ho abbracciato come non abbracciavo nessuno da secoli. E lui ha cominciato a piangere proprio bene, quasi dieci minuti di pianti stretti stretti ci siamo fatti. La gente che passava rideva, sghignazzava, e facevano certe facce che mi spingevano ad abbracciare ancora più forte il professore. Nel pianto mi ha detto che vuole una vita normale, che vuole fare il padre, ma che ha paura di fare ancora cazzate imperdonabili. Ché io normale non lo sono più, ripeteva singhiozzante dopo che si è calmato un po’. Sussurrava e piangeva, e noi non avevamo il coraggio di guardarci negli occhi, eppure non ci vergognavamo di quelle parole che rimbalzano dolci e dure nell’auto appannata in quello spiazzo pieno di via vai di gente che di notte sembra più a proprio agio. Una volta finite le lacrime siamo usciti dall’auto e ci siamo lasciati condurre dalle luci colorate e intermittenti della sala slot verso l’ingresso del bar. Ci siamo mangiati tre cornetti con la crema a testa. Poi l’ho accompagnato alla stazione e per un pelo ha preso l’ultimo treno. Prima di salutarci mi ha chiesto di promettergli che sarei andato a trovarlo. Così, eccomi qua. Resto un paio di giorni da loro. Il professore sta tutto contento e mi ha già fatto il programma: prima tappa il castello ex carcere militare, dove due criminali nazisti hanno “dimorato” negli anni settanta. Il professore dice che è un posto sconvolgente, a picco sul mare, ma quel mare i carcerati non potevano vederlo, tranne questi due nazistacci. Dice che dobbiamo riflettere sulla rimozione degli anni bui del fasci-nazismo, e che non basta indignarsi, ma bisogna raccontare bene quanto siano ancora insinuati come serpi in certe teste quei sentimenti folli e maligni che ci hanno fatto vivere anni tremendi, poco più di settanta anni fa. Così mi ha detto tutto allarmato al telefono. Ho cercato di abbassare la sua tensione, come faccio sempre con i pazienti ma stavolta avevo un’altra preoccupazione: volevo che davvero non si preoccupasse più del dovuto. Stavo in pensiero per lui.
Questo treno mi fa pensare bene, con le parole giuste, senza l’ansia che mi fa mozzare le frasi e non pensare fino in fondo quello che mi gira nella testa. Pare poco, ma a uno come me, insicuro e nevrotico ma buono - come dice sempre mia sorella filosofa - la cosa che più desidero è parlare in maniera chiara almeno con le persone che stimo. Per farlo ci vogliono pensieri schietti, che arrivino come anguille dalle stanze della ragione e poi dirette fino al bordo della lingua umida. E il professore l’ha capito, e forse anche Giovanna. Senza sapere nulla delle anguille e tutto il groviglio con cui ho a che fare notte e giorno, soprattutto la notte. Da ragazzo ci soffrivo, e non riuscivo a combinare niente per questo mio modo di fare e di pensare. Quando ho conosciuto meglio il professore, quando da paziente stava diventando un’altra cosa, insomma, dopo la prima chiacchierata sui decreti attuativi nella scuola, ecco, in quel momento mi sono sentito davanti a un padre, a un professore, e a un amico: tutti in una unica persona, che aspettavo da quarant’anni. Forse è sempre stata la mia unica e vera aspirazione che covavo sin da bambino, quando me ne andavo da solo a conoscere posti nuovi con quella freschezza e gentilezza verso gli altri che col tempo ho perduto. Per questo sto tutto contento su questo treno lentissimo. So che il professore mi aspetta con i suoi nuovi racconti-lezioni che avrà già ripetuto a mente almeno cento volte, conoscendolo. Anche lui aspettava da sempre uno come me, magari avrebbe preferito incontrarmi al bar o in biblioteca, invece che in clinica, ma che cosa importa mi ripeto ogni volta che lo penso. Quando mi ha detto che con Giulia certe volte usa il vecchio tono che usato contro la moglie, mi ha fatto pensare che deve ricominciare ad andare da uno psichiatra anche lì al mare. È vero che prende regolarmente le pasticche, ma la brutta bestia della depressione fiuta da dove entrare, e scapocchia le giornate, e ti fa dire cose brutte, lanciare sedie, sbattere porte: cose di cui ti penti un attimo dopo. Ecco, dopo le cose belle che mi farà vedere, i racconti che mi sroloterà, mi farò coraggio e glielo dirò. Ho capito che certe persone meritano tutta la verità che abbiamo a nostra disposizione per loro.

Al porto
 Il professore sta parlando divertito dei vari personaggi del paese che ha prima fissato a lungo, e poi conosciuto in questi mesi. Tonino gli sta di fronte con gli occhi spalancati mentre mangia con gusto il mais tostato. Giulia con il bicchiere ancora pieno di crodino in mano li sta osservando con la pace negli occhi, coperti da tondi occhiali scuri. Intorno quel puzzo dolce del mare in prossimità dei porti. Di fronte un pescatore con pantaloni di almeno due taglie più grandi sistema all’infinito le cose nel suo gozzetto, pur di non abbandonare la sua Elena al ritmo dello sciabordio che la infastidirà tutta la notte: tra un po’ stringerà la fune all'attracco e si avvierà sollevato e affamato verso casa.
Tornando ai tre al bar, c’è Tonino che ha chiesto altro mais, e continua a chiedere   approfondimenti per ogni dettaglio che il professore, così dettagliato di sfumature nel raccontare, ha lasciato cadere passando troppo in fretta a un altro episodio. Poi ridono, e ricordano aneddoti della clinica e li mischiano con quelli della loro giovinezza, e bevono i campari, e si sfiorano di parole che solo loro due ne conoscono il significato più profondo: un codice animalesco che fiuta e svela il sentimento originario che sta nel fondo dei loro racconti. Giulia ogni tanto sorride e lascia scorrere questo momento che non avrà eguali nelle loro storie. In questo tempo ciascuno sta trattenendo il peggio di sé per soddisfare silenziosamente il piacere dell’altro. Un miracolo che va lasciato intatto, pensa Giulia, che pensa anche di come lei e Maria in due minuti di parole avrebbero disvelato molte più cose che suo padre e Tonino in due anni. Eppure stavolta non ha voglia di riscattare la sua intelligenza da femmina, e non ha nemmeno voglia di sbatterla in faccia alla sua anima. Come fa di solito per consolarsi davanti a una realtà tonta e dura che le strapazza la mente. Questa volta annusa tutto il puzzo del porto pensando di non poter vivere più senza il gusto di fissare sin dentro le ossa le persone che le piacciono, le stesse a volte che spendono parole buone e sguardi acuti per la sua storia, che non è ancora finita.
Ora rilegge nella mente, come ha fatto mille volte in questo ultimo anno, una lettera che scrisse tempo fa al padre ma che non ha mai avuto il coraggio di spedirgli.

Caro papà,
ti scrivo dalla cameretta dove sono stata bambina, ragazza, tua figlia. Sì, perché da un certo punto in poi non lo sono stata più, e una volta ho pure detto a un ragazzo che non ti avevo mai conosciuto. E quello per sei mesi ha visto tua moglie come una ragazza madre. Mi sono vergognata di questo, ma non di certo durante quel periodo pieno di rabbia e di odio per il mondo ottuso che dominava e annientava quella mia giovinezza, appena fuori da quella finestra. Ho passato anni nascosta in quella cameretta, dove nascondevo anche quei pensieri tremendi di scomparire. Una notte era già tutto pronto per farlo. Poi una pagina di libro, l’aria fresca alla finestra e l’aver visto il mio fratellino dormire abbracciato al suo amato gatto, mi hanno fatto esplodere in un pianto che ha svegliato tutto il vicinato. Sono fatta per vivere fino alla fine, con l’idea che il meglio non sia un Principe azzurro, ma che sia una possibilità di cambiare una convinzione ottusa, e ripartire da un altro punto, da un altro posto. Adesso lo so che questo mio pensare un po’ ottimista e un po’ disperato è tutto quello che mi hai trasmesso tu negli anni. È vero che ho l’affetto saldo di mamma e di mio fratello, ma tutto quello che vivo fuori da questa casa lo vivo con te negli occhi, che mi fai sbattere ai muri, e mi fai piangere senza motivo, e mi fai amare per un sorriso imprevisto. Non te lo ammetterò mai. Eppure è così. Ti ho sempre cazziato per le tue ossessioni e manie, per i tuoi legami potenti con le persone amate, che si sgonfiano poi al cambio di stagione, fino a farti rimanere solo. No, non ho più voglia di fare la figlia che dà lezioni al padre scombinato. Resterai scombinato per sempre papà, anche nei miei pensieri, però per me sarà soltanto avere un papà scombinato insieme a un papà e basta. Ho deciso di accettare questa storia che ci lega e che in passato ci ha strangolato e che probabilmente ci farà litigare altre mille volte. Non importa, qui al mare ho imparato anch’io a fissare oltre quel qualcosa che non è un orizzonte, un’isola e nemmeno una bella immagine remota della mente: non è niente, solo una tregua che sa di sale e aria. Papà, domani ti insegno come si fa.


venerdì 7 settembre 2018

Tonino ( Giulia, Tonino e la panchina)

Tonino
   A quindici anni volevo scrivere un libro, avevo pure il titolo pronto: I contrasti nell’era della pop art. Un titolo strambo adatto a un tipo strambo, com’ero io allora. Stavo sempre a pensare a ‘sto libro: la notte mi svegliavo e lo vedevo sul comodino, ancora vuoto di parole. Già, quelle non venivano mai quando le chiamavo: invece arrivavano parole pesanti piene di tristezza, ma soprattutto arrivavano nella controra, quando non le cercavo. Questo lo so oggi, ché allora mi parevano pure belle e importanti, le parole, quelle che mi capitavano tra la testa e le mani. Necessarie, pensavo. Macché. Erano solo ferri arrugginiti da lunghi inverni di lacrime, quelle sì necessarie. Mio zio mi cazziava quando non lo aiutavo, e la moglie, che non riesco neppure a chiamare zia, quando era nervosa, mi chiudeva nella cantina per interi pomeriggi. Lì mi facevo le pippe, e cos’altro potevo fare? Sì, anche al libro pensavo, ma come facevo a scriverlo? In realtà mi frullava tutto nel cervello, mi sarebbe bastato trovare un contenitore robusto dove versare il tutto. Ora devo ammetterlo, allora era più semplice pensare tutto il tempo alle cosce di Mariella, che a scrivere qualcosa di buono. Questo libro però un giorno improvvisamente ha visto la luce: una decina di pagine sgrammaticate che facevano apparire la mia realtà spaccata in due come un cocomero, come quelli che spaccava mio zio la domenica. I buoni e i cattivi, le femmine e i maschi. I miei zii e la mia rabbia. Ma comunque mi piaceva, ne ero soddisfatto e confidavo nella giustizia divina per la sua imminente diffusione; sì, allora avevo questo tipo di pretese: sei buono? Avrai la ricompensa. E io l’aspettavo tutte le sere la ricompensa, sdraiato sul materasso di lana aspettavo una ricompensa come fosse l’apparizione della Madonna. Invece arrivava Mariella, che mi sorrideva serena. Mi addormentavo, e ci mettevamo a fare bagordi insieme tra nuvole e tappeti. La mattina poi, prima del mezzo bicchiere di latte che la moglie di mio zio mi sbatteva sul tavolo di marmo all’aperto sotto il porticato, sennò sporcavo in cucina, come diceva zia. Insomma, all’alba scappava via Mariella, e a volte avevo proprio l’impressione di vederla con le sue gonne da zingara che si gonfiavano e sgonfiavano in lontananza, sulla strada poderale. Macché, erano solo cazzate di sogni che mi servivano per caricarmi: per riuscire ad andare a raccogliere i cocomeri dentro al caldo infernale del campo, alle dipendenze ringhiose di mio zio adottivo. Ma questo lo so soltanto oggi, prima, allora, tutto era fluido e vero. Pure Mariella.


 Così oggi mi ritrovo a fare questo lavoro strambo. Alcuni lo fanno facendo i cattivi, con atteggiamenti un po’ da delinquenti, oppure stanno sulla difensiva tutti i santi giorni. Perché è un lavoro duro tra persone imprevedibili, problematiche e a volte aggressive. A me basta sorridere un po’ alle persone che incontro nelle stanze o nei corridoi, poi bere caffè alla macchinetta con Giovanna, e ogni tanto chiacchierare con il professore d’italiano in pensione. Aspettare il ventisette per pagare l’affitto e la rata della macchina. Il resto del tempo, quello che mi avanza dalla clinica “Quiete serena”, lo impiego a leggere tutto quello che c’è da leggere sugli anni settanta in Italia. Qualche volta, quando si tratta di musica e movimenti giovanili, mi sposto anche verso le cose estere con la lettura. Ho una cantina piena piena di riviste e libri, dischi e articoli ingialliti.
Ogni tanto vedo Giovanna, quando non deve assistere sua zia malata, e allora andiamo al cinema e poi scopiamo a casa mia. Non succede nulla d’importante prima né dopo averlo fatto, ma durante stiamo da Dio. Siamo tutti e due single. Lei, a dire il vero, ha un altro amante: occasionalmente la passa a trovare un camionista del suo paese d’origine. Stanno insieme una notte. Poi lui la saluta con le lacrime agli occhi, lasciandole tra le mani un pacco di biscotti al cacao fatti dal forno del paese d’origine. Poi seguono settimane di silenzio. Nel frattempo lei viene al cinema con me. Ci sono dei periodi che non la voglio vedere. In quei giorni voglio solo pensare al passato, agli anni settanta. Vedo solo film dell’epoca e, se fosse possibile, uscirei solo con donne degli anni settanta. Dicono che sono un po’ monotono. In realtà lo dice solo Giovanna, che per me equivale a tante persone, perché ho pochissimi amici. Un tempo ne avevo a bizzeffe, e facevo con loro un sacco di cazzate. Un giorno poi ognuno di noi ha trovato il lavoro e allora ci siamo scordati di fare cazzate. A dire il vero all’inizio, durante qualche sabato sera, le facevamo lo stesso le cazzate, ma non erano più le cazzate di una volta. Quando non penso agli anni settanta, penso ai pazienti che vedo tutti i giorni. Molti di loro hanno vissuto il meglio della loro vita proprio in quegli anni, e quindi gli faccio le domande di questo genere: “avvertivi che stava cambiando tutto in quegli anni?”. Spesso mi ridono in faccia; qualcuno tenta di abbozzare un discorso articolato ma non ce la fanno, i farmaci vincono sulla loro lucidità, e alla loro memoria restano frasi mozzate che sanno di poco. Solo il professore parla bene, fino a farmi vere e proprie lezioni. Ogni tanto si ferma su qualche autore o fatto anche per più giorni, che sono costretto a prendere appunti. In cambio vuole un po’ di vino rosso di sottobanco. Quando beve racconta pure meglio, e io ascolto con più piacere. Insomma, se non l’avete capito, io, una volta che faccio quello che mi chiede il responsabile della clinica, assistere e imbottire di psicofarmaci i pazienti, poi non mi resta che chiacchierare con alcuni di loro. Un giorno il professore ha sforato negli anni ottanta e l’ho dovuto bloccare, stava diventando irritante in quell’uscio di anni opulenti e chiassosi di niente. Così, dopo che l’ho minacciato di non dargli il Chianti già comprato, è ripartito dalla battaglia per il divorzio senza fare una piega.

Giovanna non vuole che le dica frasi di circostanza dopo che abbiamo scopato. Dice che deve sentire i suoni. Non oso chiederle cosa siano i suoni, poiché lei non osa chiedermi perché mi sono accanito tanto con gli anni settanta. È un patto. A noi piace stare ognuno nelle proprie cose. Poi un giorno tutto finirà, e ognuno di noi dichiarerà tregua al mondo e farà qualcosa di meglio. Oggi ancora non è così, poiché non è ancora arrivato il momento giusto per fare di meglio.

mercoledì 5 settembre 2018

Giulia (Tonino e la Panchina)



  Questo porto non lo sopporto più. Vedo sempre le solite quattro barche vecchie con la ruggine che scende dai lati, con tutte quelle cime pelose che pendono e puzzano solo a guardarle, così come quel chioschetto infimo laggiù a sinistra, poco prima della pompa di benzina mezza abbandonata: i proprietari devono ringraziare i quattro pescatori puzzolenti se riescono a tenerlo in vita coi loro caffè corretti.
A Maria l’avevo detto: resto un paio d’anni, giusto il tempo di far innamorare bene bene Guido e poi scappo via con lui verso Bologna o Roma, o chissà dove
Proprio così le dissi quella sera che decisi di restare a vivere qui. Si stava tutti insieme spensierati su quella terrazza poco illuminata e piena di uomini con camicie bianche sbottonate e donne con vestitini sgargianti e sorrisi generosi, si beveva vino bianco e si rideva uno dentro la faccia dell’altro. Era estate, e davanti c’era tanto mare. Ero convinta che la mia vita avesse incrociato la fortuna di ritrovarsi insieme a persone belle, e un po’ strambe: questa scena della terrazza rappresenta bene come sognavo da ragazza la mia vita futura. Così desideravo immaginarmi da grande. Ma sognavo nel sogno. Ora eccomi qui sopra a questa terrazza maiolicata di blu e ben illuminata, con il grembiule nero fino alle ginocchia e gli occhi neri di matita che intimidiscono sempre un po’ gli uomini. Uso scarpe comode per correre svelta da un tavolo all’altro, dal martedì alla domenica, estate e inverno. Sempre qui. Mi rilasso un po’ la mattina al risveglio, sempre sul tardi, quando il sole già picchia e lascia poca aria in giro. Faccio colazione al bar di Maria; a lei sto raccontando i miei tormenti penosi di femmina. Con i colleghi c’è poco da fidarsi. Provano ogni giorno a sedurmi con racconti di vite mai vissute interamente da loro, o con quei loro slanci fatti di battute e sguardi per conquistarmi: cercando invano di scacciare la mia vecchia alleata apatia sociale. Tanto alla fine i loro poveri sogni di gloria si vanno sempre a nascondere nella federa del loro morbido cuscino di mammà, ancora prima dell’alba, quando con facce da bimbi provano a smarcarsi, almeno nei sogni, da mamme gigantesche: donne poco truccate, con il Tavor sempre in borsa. Figurati. Stavo, e sto qui, in questa cittadina salata e senza futuro, solo per l’ultima speranza di rivedere Guido e la sua pittura divina. Loro lo sanno, ma, poveracci, si mettono a competere anche contro il suo fantasma, pur di provarci con me, femmina da conquistare, secondo l’opinione di questi zoticoni di mare. Nei miei occhi neri invece lascio entrare volentieri i pescherecci che nel pomeriggio arrivano con le loro reti umide appese e piene di fravaglia, come i pescatori chiamano quei pesciolini senza qualità, e quindi senza commercio: come vedo io i miei colleghi camerieri. Valgono poco davanti all’eleganza di Guido, figuriamoci davanti alla sua pittura. Lui sa esprimersi con uno stile asciutto ma espressivo, così si distingue senza spocchia dalla moltitudine di pittoretti che sono in circolazione in questi anni barbarici. Così diceva quel critico di Firenze sul catalogo un po’ informale della sua ultima mostra. Maledetto lo stile e la mia ostinazione a volerlo bere come fosse limonata fresca. Speravo di baciare Guido tutte le mattine, per prendermi il suo stile, la sua unicità. Farmi contagiare ogni santo giorno come una santa col suo oppresso. Che scema, la solita scema ragazzina di trent’anni che beve cose di cui non conosce gli effetti né tanto meno il sapore vero, crudo e terribile della realtà che si appiccica ai nostri corpi. Niente, non capisco proprio niente, sarà la tara di famiglia.
Ecco questo golfo che diventa ogni giorno sempre più piccolo, con queste sue casette colorate una diversa dall’altra che tempo fa sognavo di abitare: qui avrei potuto scrivere pure un’altra Guerra e pace a puntate per il giornale locale, se solo avessi avuto l’opportunità di amare Guido. Lui amava il mare soprattutto d’inverno, ché d’estate scappava in Grecia, da quei suoi amici pittori squattrinati che stimava più d’ogni altra cosa. Di me, sicuramente. In fondo mi considerava una ragazza pigra e viziata da una famiglia di strambi, come mi disse quella volta durante una litigata. Ecco, credo sia questa la natura del suo rifiuto: scarsa considerazione di me, e del nostro futuro insieme. Anche se so di non avere prove al riguardo, Maria, dimmi tu allora perché mi ha poi evitato in tutti questi atroci e lunghi anni di separazione?
“In realtà non gl’hai mai fatto capire veramente che lo rivolevi così tanto. Allora lui ha fatto quello che avrebbe fatto chiunque: i fatti suoi. Che sono scelte, occasioni da cogliere, gesti umani legittimi, o no?”
“Maria, ma tu fai davvero? Stavo sempre con gli occhi addosso a lui, alle sue mani, al suo corpo …”
“Appunto! Cose vere solo per te, Giulia cara; tu hai fatto poco per prendertelo davvero.”

  Forse ha ragione Maria: ho sempre aspettato che le cose accadessero solo per la maniera con cui le guardavo e desideravo. La realtà ha vinto. Ora faccio la cameriera per quaranta euro a sera e aspetto il lunedì per scappare a Roma con la pazza speranza di incontrarlo. Frequento tutte le mostre o eventi culturali che propone la città, e dove possa esserci lui con la sua faccia un po’ triste a illuminare il mondo. E me.
“Giulia! Una margherita al tavolo uno. Dài, sbrigati”.
In questa pizzeria tutto è povero, ovvio e senza futuro. Vedi scorrere la felicità insieme alle pizze, che poi si ferma lì quella felicità momentanea, su quella pizza farcita sempre più in maniera esagerata: una volta c’era la capricciosa a fare la differenza, e poteva bastare. Poi guardo i clienti e capisco che la volgarità si sta mangiando il gusto, lo stile con cui avevamo fatto un patto, silenzioso, tra cittadini circondati da tanta bellezza e il resto del mondo.
Dentro questa pizzeria io adoro soltanto la storia di Kaled. L’altro pomeriggio sono stata a casa sua. L’avevo accompagnato a casa per via dell’acquazzone improvviso, e che andasse via in bicicletta con quelle ruote così piccole per le sue gambe, non mi andava giù. Allora mi sono fatta coraggio e ho messo da parte quel pudore che aleggia spesso tra me e lui, tra me e la sua cultura araba. Prima del caffè mi ha fatto assaggiare una sfilza di cose buone: dolci arabi, cocomero e gelato. Il caffè l’ha preparato la moglie, il figlio grande ha tagliato il cocomero, e il secondo ha servito i dolci. Gli altri due, tre e cinque anni, mi fissavano con due olive nere al posto degli occhi. Erano una famiglia, e condividevano così bene tutto quel poco.

Durante la notte, aiutata da una digestione lenta anche per tutto quel miele nei dolci arabi, ho sognato Adim. Da quella volta che l’ho investito su quella strada stretta di curve e vedute. Con quel potenziale omicida che erano le mie notti a base di alcol e cocaina, insomma, da quella volta ogni tanto mi torna in sonno a trovare: ha sempre il braccio ingessato e continua a venirmi a trovare con questa infermità, nonostante siano passati due anni da quell’incidente. Ora ha vent’anni, e sicuramente sarà tornato a lavorare ai mercati, con le sue braccia muscolose e veloci pronte a scaricare camion interi di frutta e verdure. Questa notte mi ha dato un bacio. Aveva lo stesso sapore di quelli che ricevevo nell’adolescenza. E mi sono svegliata di colpo in piena notte, poi ho bevuto un bicchiere d’acqua, ho preso due pasticche di valeriana e ho controllato le mail. Non si sa mai, che dall’etere arrivi qualche soffiata sulla mia disponibilità ad amare di nuovo.

Domani andrò a trovare papà in clinica. Domani gli dirò che deve trasferirsi da me. Non ha senso che continui a stare lì dentro, circondato da persone assurde. Lui sta bene oramai. E in fondo poi io, diciamolo una volta per tutte, non ho più speranze che Guido ritorni da me. È stata un’illusione che mi sono trascinata appresso anche per scacciare la decisione di ospitare papà a casa da me. Ancora mi spaventa l’idea, lo so, ma non posso più aspettare: lui invecchia e le nostre angosce si gonfiano sempre di più, dentro i nostri esili petti.
Domani all’alba vado e glielo dico subito, appena lo vedo. Altrimenti la sua tenerezza mi blocca come sempre, e poi comincia a raccontarmi di Tonino e delle sue smanie di conservare le vite degli altri nella testa: non sopporto più questo dipendere dalle scelte degli altri. Basta, papà deve venire a vivere con me, e non voglio sentire altre storie: questo devo dirgli con gli occhi più decisi del mondo.



martedì 4 settembre 2018

Giulia e i ciliegi



   Devo scendere. Sì, alla prossima fermata scendo. Devo prendere aria. Qui sto scoppiando. Mi sta salendo un missile quadrato in gola. Stringo forte il barattolino
giallognolo: è lì pieno e stretto nella tasca del pantalone. Dentro c’è la mia calma.
Certo, potrei prenderle ora, ma sarebbe imbarazzante qui nella metro: stanno tutti già
a fissarmi con quelle facce appese. Lo faccio pure io di solito, di fissare il mondo di
persone che scorre silenzioso e serio sottoterra.
Fermata Cavour. È piccola, anonima. Anni fa volevo iscrivermi a una scuola di
fotografia appena fuori dalla fermata. Proprio qui mi toccherà prendere per la prima
volta le dieci benedette gocce di Tranquillirt. L’ha deciso il due aprile duemiladue la
dolce psichiatra del San Camillo, non di certo io. Insieme ai suoi materni consigli
fece scivolare dal suo tailleur grigio pure questo flaconcino già aperto: utilizzato
chissà per quale altro dramma. Quella sera dalle sue mani affusolate finì dritto nella
mia tasca. Da quella sera è sempre con me.
Adesso me le tracanno d’un fiato, alla faccia dei basagliani d’accatto, che non
sanno niente di Basaglia né dei rischi che corre la nostra mente certe volte: voglio
vedere loro in queste condizioni cosa farebbero. Una ragazza sensibile come me, una
brava lavoratrice, gentile pure con le tigri che all’improvviso, dopo trent’anni vissuti
normalmente, si ritrova ad avere un enorme panico che parte dalla testa e come un
serpente sguiscia per tutto il corpo. Per questo motivo fare sempre figure di merda,
scappando quando si sta tra gli amici, sempre con la scusa dei mal di pancia, o della
gatta rimasta sola in casa. E il mio ragazzo che non vuole più fare l’amore, e so pure
che va dicendo in giro “sembra ‘na matta, con tutte ‘ste paure che gli vengono
all’improvviso”. A dire il vero, solo quando sono al lavoro sono sicura, puntuale, e
non scappo mai.
Devo scendere e andare verso il primo angolo buio della stazione, oppure uscire,
insomma, ora devo farlo: prendere le gocce come una tossica, come mia madre. Sono
ormai dentro questa storia che non conosce pace. Dovrei finirla una volta per tutte coi
pensieri perdenti, sembrano veri ma in realtà sono come le menzogne del tuo racconto
che non hai il coraggio di scrivere fino all'ultima riga.
Scende la calma.
Già mi sento meglio, le gambe alleggerite e l’asfalto che si ammorbidisce
lentamente sotto i piedi. Le insegne al neon che si allungano come giganti bolle di
sapone colorate: mi pare di vedere la faccia rugosa e serena di mia nonna annuire là
in fondo al cunicolo nero. Arriva il dolce rumore delle auto che mi spinge a sedere
mollemente sul gradino freddo della scalinata, e tutto si distende e apre, sento gli
scooter laggiù allontanarsi al rallentatore.
“Ciao, volevo dirti che la matta stasera si è fidanzata col Tranquillirt gocce e
preferisce il suo sapore aspro nella bocca, la sua dolce sicurezza nelle tasche, al tuo
flaccido braccio peloso sulla mia spalla”.
Questo messaggio lo cancello, perché non lo capirebbe e starebbe poi un’ora al
telefono a chiedermi scusa, sbaciucchiandomi di sms; no, lo lascio stare con la sua
serenità da ginnico che si ritrova. Già, lui va a correre tutti i giorni, e in più passeggia
nel parco durante le pause pranzo, dopo che ha mangiato pizza integrale bio nel forno
natura&sapori. Lo odio. Fa il maschio, l’uomo brillante e rassicurante solo con le sue
amiche, quelle fidate, dice lui, quelle stronze penso io. Ma non glielo dico, perché
devo rispettarle, e perché faccio parte della generazione che ”devi essere amica delle
sue amiche, e anche delle sue ex” e tutte ‘ste stronzate che stanno in piedi solo dentro
ai discorsi dell’aperitivo, ma che poi nessuno ci crede per davvero mentre rientra a
casa la sera. Ecco, sono di nuovo agitata, ma stavolta non voglio cedere. Ancora
dentro a questo budello nero di metro, cammino lentamente con la mia borsa rossa
che sfiora altri fruscii silenziosi. Fisso l’intero vagone di occhi, cellulari luminosi e zaini afflosciati: l’esercito dei pendolari felici solo a letto, quando mettono i piedi
gonfi sotto il lenzuolo ghiacciato. Smorfio un sorriso e mi siedo accanto a una
vecchietta truccata male, eppure con un viso pieno di tranquillità.
- Prego signorina, si sieda qui.
E intanto alza la borsa marrone dal sedile e con una mano bellissima mi invita a
sedermi. La ringrazio più con gli occhi che con le parole. Mi siedo accanto a lei e mi
viene voglia di continuare il viaggio fino al laghetto dell’Eur dove passeggiare,
passeggiare sotto quegli infiniti ciliegi umidi. Una volta ci abbiamo portato i bambini
del Centro diurno, durante la bellissima fioritura d’aprile: correvano come pazzi
calpestando l’erba, spernacchiando le anatre. Quel giorno avevo corso, saltato, riso
come una matta e avevo abbracciato tutti, e anche Guido, l’altro operatore in turno.
Poi è sparito l'abbraccio, è sparito Guido e pure quell’emozione elettrica di amare per
un attimo e non piangerne abbastanza. In fondo era colpa dei ciliegi, con quei fiori
viziosi ad annunciare chissà quali follie primaverili in città.
Chissà se stasera i ciliegi mi aspettano ancora fioriti.

Scritto da Peppe Stamegna
2016

domenica 26 agosto 2018

prove tecniche d'autunno


         Devo dimettermi, da me. In Italia non si dimette mai nessuno, ma io lo farò. Vorrei dimettermi dall’uomo che sono stato negli ultimi dieci anni. O almeno da quell’uomo che ha creduto di essere speciale. Spiego meglio. Ho fatto tante cose in questi anni, anni intensi in cui i miei capelli sono diventati brizzolati, ma volevo partire dalle parole, quelle che  hanno disegnato scene del mio mondo e sono arrivate agli occhi degli altri, che spulciavano nel mio blog. Niente, voglio ripartire dalle parole e dall’effetto che fanno verso gli altri (su di te). Ecco, questo è il punto, gli altri: io ho un bisogno infantile d’amore, lo so. Allora cercherò di dare un significato approfondito alle dimissioni annunciate all’inizio. Provo a dimettermi dal poppante che sono stato, e che in questi dieci anni ha preso le sembianze di uno scribacchino lirico, a tratti ironico, ma pur sempre tendente alla lagna pre-poppata. Forse il punto è un altro ancora: ho saputo scrivere di me, senza spocchia, con umiltà e ora sono sfiancato da tanto sforzo vano: perché non mi segue più nessuno, cazzo? Così va meglio, non ho bisogno di contradditorio io, ne produco dieci al minuto. Oggi voglio liberarmi di piccole verità e dare il ciuccio all'uccellino.
   Stanotte mi sono ricercato su google e ho capito che in questi anni avevo davvero bisogno d’attenzione. Di un amore diverso da quello che ricevi dalla tua famiglia o dagli amici, da tua moglie. Insomma, cercavo amore ma scrivevo che ne avevo già vissuto abbastanza nell’infanzia dorata, nell’adolescenza inquieta o nella giovinezza sfrontata e poetica: cazzate! Fingevo, come fa un bimbo insaziabile davanti ai seni rinsecchiti da lui medesimo. Poi, quando qualcuno coglieva sfumature di talento qua e là nelle vagonate di cose che scrivevo, allora mi ritiravo come una lumaca intimidita da una fogliolina che cade. Fingevo ancora di più, di non essere all’altezza, ma invece nella brace, tra i polmoni e il cuore , lasciavo bruciacchiare ogni residua modestia: sulla tastiera battevo i miei limiti, ma sulla faccia nascosta ingrossavo i miei desideri. Certe volte, dopo commenti positivi ma disinteressati che comparivano sotto i miei incessanti post, quelli che non provenivano da conoscenti, mi pavoneggiavo e pensavo al mio futuro di scrittore in camicia bianca sempre pronto a brindare con vino bianco da intenditore, nei bar del Pigneto al tramonto: cazzate! Intanto che fingevo questa condizione ridicola e lussuriosa, in casa, intorno a me,  trasmettevo finzione a reti unificate. Facevo l’ipocrita mettendo like ruffiani ma poi cercavo di bilanciarli spudoratamente con altri tweet autoironici, come se la derisione in differita facesse scomparire il mio gesto ruffiano e opportunista: volevo farmi notare come persona unica, come tutti. Anzi, a me non bastava che provenissero da centinaia e centinaia di persone nuove che non avevo mai visto, no, io volevo sollecitare i like della scrittrice, della regista, dei giornalisti che piacevano a me, solo a me. Velleitario, mi caricavo di quelle energie scintillanti leggendo quei commenti, like, retweet estorti con lunghe e sottili strategie social: facevo il simpatico. Intanto gli amici coi loro calici di vino del sabato sera, vini pregiati da supermercato, sparivano lentamente, come in un film di Muccino, ma al contrario. I figli, docili ma espertissimi di cose social, mi contraccambiavano con la stessa solitudine: arrancavo con loro, cercando lo stesso di rimanere un esempio, leggendogli i libri prima di dormire, ma intanto con le mie nevrosi brillanti gli stavo comunicando solo il mio fallimento a piccole dosi, come l’acqua fresca omeopatica: cercavo di risolvere il dramma con piccole scene drammatiche. Questo fino a ieri, l’altroieri per chi legge oggi. Ora, alla fine di questo periodo, cosa avevo intenzione di scrivere se non che ho esaurito le scorte di parole e se non mi metto a studiare (sul serio, cazzo!) da qui a un mese esplodo insieme a tutte le parole che non ho scritto ancora.

   Uno scrittore su Twitter definisce le prossime uscite editoriali immature, poiché trattano il tema genitori-figli in chiave di conflitto irrisolto. Fa sorridere, ma cos’altro stiamo a fare sui social, nelle nostre case, nei bar, davanti alle nostre scivanie Ikea? Non cerchiamo di dissimulare la nostra tenera incapacità di fare il passo avanti che ci emanciperebbe da questa bella vita sospesa, adolescenziale e gravida di ogni possibile destino? E che ci permette di cazzeggiare a quarant'anni come non si era mai visto fare nelle epoche precedenti. Almeno cazzeggiamo con stile, senza invidie, ipocrisie, conflitti d’interessi: amiamoci di più, cazzo. Non ci somigliamo un po' tutti nelle nostre nevrosi sporche di umanissimo snobismo?

            Pezzetti di racconti estivi

   Entrati nella Valle dei Templi, avevamo gli occhi spalancati al massimo per far entrare tutto quel mondo invecchiato benissimo. Davanti al Tempio della Concordia tutto rosaceo, siamo rimasti in sospeso anchr noi come colonne doriche. Mio figlio piccolo era tutto rosso di tramonto e scattava foto, e girava intorno alle colonne e le osservava come si osservano certi giocattoli sacri dell’infanzia: un posto dove l’atmosfera è fatta d'aria propria, che già in biglietteria scompare. Mio figlio inciampava, saltava e rideva per tutta la curiosità che respirava. Per quanto mi riguarda da lì a poco, dopo lo stupore di stupirmi a osservare l’anima in trasparenza di mio figlio, e il vedere mia moglie diventare più bella con quei riflessi rosacei, mi sono ritrovato nel parcheggio tra gli ulivi senza le chiavi della macchina. Mi metto a piagnucolare, poco prima avevo lasciato per una mezz’oretta lo zaino incustodito su un muretto a secco: ecco, si sono prese le chiavi, ripetevo al buio tra gli ulivi e circondato da minacciosi latrati. No, scemo che sono, la macchina è lì, coi suoi 220000 mila km in corpo. Mi avvio verso mio figlio e mia moglie con fare da disperato. Mia moglie, insieme al custode del museo mi ripetono come due infermieri di calmarmi e controllare nelle borse. Niente, non ci sono le chiavi. Sono le ventitré, stanno uscendo tutti attraverso i viali illuminati con luce fioca dei Templi, lo spettacolo teatrale in siciliano sta finendo, ci siamo io e mio figlio con le torce dei cellulari fiondate su quei viali che abbiamo percorso poco prima felici e stupiti di meraviglia greca. Montiamo sopra un taxi elettrico, con la complicità di un vigilantes originario del Piemonte: ma che ci fa qui? mi chiedo, tra una boccata d’ansia e un pianto strozzato. Anche nei momenti peggiori me ne sto lì a scervellarmi del perché uno stia lì, in quel momento, davanti a me, invece di stare in un altro posto: mi fisso con le scelte che fanno le persone, lo faccio da sempre. Insomma, entro nel bar dove eravamo stati poco prima e il barista alla mia domanda “avete trovato un mazzo...” mi mozza la frase rispondendo: ma la capa dove ce l’hai? ecco, la capa ce l’ho impegnata a pensare le scelte cruciali che fanno gli altri, con tutti i sentimenti che ne conseguono. A questo punto abbraccio mio figlio, e me lo tengo abbracciato lungo tutto il viale, mentre mi preparo a ricevere il giusto cazziatone da mia moglie. Poi ci ho parlato col vigilantes, facendogli una specie di intervista come non facevo da anni: un tempo gli amici mi chiamavano Marzullo. Del vigilantes ormai so il perché della sua scelta di vivere ad Agrigento, ma quello che non so ancora me lo sono immaginato dopo in macchina. Ma del perché proprio lui fosse lì, in quel minuto che io perdevo le chiavi e lui, gentilmente, con l’accento nordico, mi rassicura e aiuta come un angelo terapeuta con la faccia d’attore di film alla Banfi, ecco, questo non lo so ancora e per saperlo  forse devo scrivere e scrivere fino alla fine. Perché stavo lì davanti a lui, in quella notte di luna tagliata a metà che si stagliava sulle colonne d'Ercole?

   Al rientro in auto sfiorando paesi con nomi montalbaniani, continuavo a pensare al perché fossi lì, e non a San Vito Lo Capo come tutti gli altri, in questa estate 2018. Lo sapevo in realtà: perché dovevo risarcire il figlio grande per la mia disattenzione di questi ultimi anni di scrittura e paura: dovevo restituirgli un desiderio. Per farlo abbiamo preso una casa sgarruppata, sul mare però, a Scoglitti, terra di seconde case di contadini arricchiti sfruttando, oltre che la biotecnologia, anche tanti immigrati affamati di stabilità. I nostri vicini di cortile avevano una età media di settant’anni, claudicanti come noi, seppure noi solo d’animo per un inverno pesantissimo alle spalle. Quel mare increspato di schiuma che alla lunga ci ha stufato e, grazie a questo nostro stufarci per tempo, ci ha permesso di vedere paesi dell’entroterra che solitamente mi fanno pensare: chissà come vivono d’inverno queste persone. Passeggiando per Ibla mi è salito un sentimento folle di volerci vivere almeno un mese dentro quelle casette barocche di ringhiere e di misteri, magari a gennaio, quando ci restano a vivere in tremila, come mi aveva detto con un certo sollievo il barista poco prima che mi uscisse dalla bocca questo desiderio. I figli davanti a certe frasi mi danno retta e rilanciano ipotesi di vita diverse dalla nostra: si affacciano con me su balconi di fantasie. Questo filo, questa follia, mi unisce a loro, oltre che per un convinto disprezzo per Salvini e il suo bullismo oramai imperante anche nei bar. Mia moglie ci osserva arresa, ma rincara la dose contro Di Maio, a cui dedica un “scappiamocene a vivere in Spagna”. Ci siamo divisi per bene anche le idiosincrasie, in famiglia.

   Interno, mercato del pesce di Scoglitti. Stiamo davanti alla banchina delle barche zuppe di pesce, accanto a un faro: di fronte un bar e due strade che scendono parallele. Compriamo una cassetta di polpi di scoglio, pescati un’ora prima. Paghiamo e scoppia il temporale. Ai lati, e poi anche al centro, di questa enorme zattera di cemento pieno di pesce appena pescato e con persone bramose di comprarlo, scorrono fiumi d’acqua. I tombini saltano, siamo tutti intrappolati. Comincio a fissare la Razza gigantesca e il suo sguardo pacifico, poi passo in rassegna le facce preoccupate dei pescivendoli con le loro scope inadeguate per deviare l’acqua. Il mare intorno è placido, nero. Un coglione parcheggia con un Suv gigantesco davanti all’ingresso creando una deviazione d’acqua verso la zattera-mercato: i pescivendoli pescatori urlano in siciliano stretto maledizioni che gli fanno prontamente inserire la retromarcia. Un’acquirente vogliosa di pesce fresco come noi è preoccupata per i suoi genitori bloccati in auto, a cinque metri da lei, ma che non si vedono per la pioggia e in parte anche per il Suv di prima. Mia moglie cerca di consolarla, io continuo a circumnavigare la zattera di cemento e noto che solo alcuni metri quadri sono rimasti non allagati d’acqua sporca piovana. Trattengo l'ansia pensando alla sfiga poetica dei Malavoglia, ma mi sale una voglia assurda di cannoli siciliani con la ricotta messa dietro le quinte dei bar.
 La nostra macchina è semisommersa, fino all’altezza del marciapiede, così, quando decidiamo di sfidare i torrenti di fango per andare a casa, dove era rimasto il figlio a leggere Giamburrasca, ci paralizziamo di paura e aspettiamo. Poi i neuroni genitoriali ci spingono a partire, ma ci ritroviamo ancora fermi sul lungomare allagato: è diesel, si rovina, impreco da genitore che deve poi ricomprarsi l’auto. Riusciamo a sentire il figlio, aveva come spesso accade il cellulare silenziato, dice di stare in casa: è salvo, urliamo dentro, ma senza sfiorare il ridicolo di dirlo ad alta voce. Chiediamo indicazioni per strade secondarie e dopo dieci minuti ci ritroviamo sull’uscio di casa con una busta di polpi e con degli occhi a fanale sul figlio: sei vivo, stavolta quasi scappa fuori il suono ridicolo di due comici spaventati genitori.
   I polpi erano buoni, mangiati col limone, come aveva suggerito Camilleri ai suoi paesani quando è tornato a trovarli dopo anni di esilio romano.
Mio figlio aveva divorato Giamburrasca e le sue avventure, invece delle nostre rideva senza appassionarsi più di tanto. Allora ci riproverò, scrivendogliele meglio domani.

sabato 28 luglio 2018

vorrei pensare alla felicità anche se so qual è la verità

   

     Tutti i giorni mi sveglio con due illusioni sul comodino, mi aspettano come due gatte guardinghe, belle. La domenica faccio finta di non vederle, scendo giù, preparo il caffè, controllo le notifiche, e mi bevo l’intera caffettiera. Aspetto che si alzi J., poi E., poi comincia la tensione per l’ultimo risveglio. Come starà oggi? Allora annaffio le piante, leggo qualche pagina di libro rimasto a metà, sfoglio quotidiani e supplementi impilati accanto allo stereo, che intanto fa uscire canzoni selezionate dal mio youtube: Nick Cave, Brunori, Lucio Dalla, Rancore...
Poi si alza il sole, dentro fa meno caldo, ma l’aria è malaticcia come quel sole nero che staziona sopra il parcheggio semideserto. Vado giù, parlo usando parole il più possibile leggere, selezionate dalla parte migliore del mio cervello. Faccio in modo che sfiorino la sua mente: che vedo agitata e scura già a quest’ora del mattino. Faccio il possibile, mi ripeto tutto il giorno, faccio il possibile per creare un clima di equilibrio e speranza in questa casa. Sfido le tare famigliari, gli stipendi magri, gli umori dell’Italia in questi mesi, il caldo che soffoca ogni vostro desiderio.
Così mi ritrovo a essere fortissimo, a organizzare campeggiate dei ragazzi all’Ecofest, una vacanza in Sicilia, l’uscita in piscina di oggi. Poi uno sguardo torvo, due messaggi pessimistici, disperati nel tono, e la tempesta, quella di cui scriveva la Ginzburg per tentare di tranquillizzare i genitori di adolescenti; subito dopo che è passata, sento di essere asciutto di ogni energia. Sento pure l'irrequietezza salire dalle cosce, e allora faccio le scale due alla volta e vado dalle illusioni: non ci sono più, stanche anche loro degli scarsi risultati ottenuti si sono lanciate dalla finestra.  Sì, forse è inutile stare mesi e mesi aggrappati all’idea di cambiare i pensieri degli altri. Se non sei un professionista, dicevano gli Afterhours, non puoi giocare col dolore delle persone. Ma io sono il padre! Ho digerito delusioni, rifiuti, eppure non mi sono disperato e nemmeno intristito. Quel fuoco che spinge a voler salvare qualcuno, in dei giorni semplicemente te stesso, e che riesce a spegnere ogni fallimento o tormento e ti lascia uno spazio enorme da colmare attraverso vuoti e vuoti di sofferenza luminosa. Una lotta da matti contro la propria storia. Questa è la strisciante brutta verità. Questo sangue malato degli antenati da contagiare con sangue fresco di queste giornate strambe, mai viste così nitidamente prima d’ora.
  Mi stendo sul divano, stavolta c’è musica di radio sonica che riempie il soggiorno, sullo sfondo Rainews24 con volume silenziato, e in alto il ventilatore che imperterrito tenta di raffreddare tutto. Ho voglia di dormire. Di pensare corpi e luoghi accoglienti, ma non crollo, infatti mi rialzo e chiamo il figlio per il pranzo. Un panino e la pizza, era per il pranzo in piscina ma ci ritroviamo su questa solita tavola ikea per la sua rinuncia, che sposa la mia paura di lasciarlo da solo. Sono carico, così inizio a parlare con voce tremolante, tendente al duro, ma un duro che somiglia a una debolezza trascinata dai lontani anni disastrati della mia adolescenza, mai dimenticati. Da dimenticare con determinazione, oggi. Per rinascere col muso duro, spietato: così mi metto a scacciare la vecchia faccia implorante di mia madre, i remoti farfugliamenti in dialetto di mio padre, i soliti sussurri di mia sorella e gli eterni silenzi di mio fratello. Andatevene, vi prego, ché oggi ho da fare una cosa importante: bruciare ogni mia lagna residua.

  Sono allo stremo della pazienza, sento il peso della lentezza dei cambiamenti. Il mio ritmo, la mia presunta ciclotomia ne soffre, ma insisto, così gli faccio un discorso che sa di don Milani, e sa pure della mia storia scorticata come muri impregnati da quei silenzi che vivevo a casa dei miei.
Urla Giuseppe, fatti sentire. Sussurra la vocina stronza rimasta nel cofano della mia mente in questi anni strani di troppo amore, di puzza di cose fatte a metà, del suo inutile orgoglio di oggi che non serve proprio a niente. Quella vocina cattiva che sa farmi vedere le cose buone da fare.
 Così scrivo per scacciare la morte sotto il tappeto, e quella sua puzza d’agguato che scolorisce i nostri giorni brevi. Sognavo amici illuminati, poeti di fatto, sensibili e operosi quanto un carico di api che sciamano per la Regina. Ah, tempesta che aspetta un segnale, uno sguardo che sciolga ogni dubbio, ogni colpa residua di un tempo che sfuma e abbaia gloria mai avuta. Notte che s’ingolfa di ricordi sbiaditi e lontanissimi come pianti di bambini davanti a gonne a fiori sopra le ginocchia con quel loro vischioso sapore misterioso di naftalina.
Ora dormo, mi fermo, e aspetto quella pagina bianca, candida, così piena di peccati mai praticati nemmeno nel pomeriggio.  
 
  In un pomeriggio afoso pieno di promesse arriva il crollo. Lui accovacciato contro il muro, io che gli rimango accanto, al piano di sotto E. e J. preoccupati. Tutti e quattro soli di spavento. Un filo di nylon ci lega e strangola, e a soffocare oggi sono io. Scappiamo al pronto soccorso, in auto penso a quanto debba essere brutto l’ultimo viaggio di uno che ha due figli che lo aspettano a casa per cena. Invece rieccomi sul tavolo ikea a scrivere di un risveglio splendente, fatto di discorsi progressisti, umani, contro i salviniani che ci circondano: ci avessero ascoltati dall’alto, un premio Pulitzer all’intera famiglia ce l’avrebbero dato eccome. Stamattina dal pescivendolo ho affrontato un novax con stile, dicendogliene quattro, ma ragionevolmente: sono migliorato, non urlo più e tiro fuori meglio le mie opinioni, i miei sentimenti. Ieri al pronto soccorso stavo tra un nigeriano preso a bottigliate nella jungla di San Basilio e un tipo caduto dallo scooter. Il nigeriano aveva ferite mostruose, una faccia sofferente, e un tono di voce dolcissimo mentre mi raccontava le sue peripezie. Nell’attesa il tipo dello scooter faceva casino, reclamava l’antidolorifico e cure come un mammone, mentre il ragazzo nigeriano dormiva coperto da un lenzuolo di pensieri e cure istituzionali. Io che avevo avuto un malore da stress emotivo, con dolori al torace, aspettavo le analisi e radiografie che mi dichiarassero salvo. In mezzo a loro mi sentivo forte e fortunato, e con ancora anni e anni per svolgere al meglio il ruolo di padre, di uomo mite con un fuoco nel torace che cerca pace.
Mi sentivo a disagio in mezzo a quello stanzone di infarti, morti imminenti, punture d’insetto, eppure mi sentivo accudito, rispettato da persone un po’ nevrotiche ma così umane di competenza e pazienza.
Al rientro avevo dieci gocce di Tranquillirt in circolo che mi facevano scandire meglio le mie bellissime parole sensate: avevo la voglia di fare discorsi importanti, scanzonati e belli da far ascoltare agli altri. Spero che mia moglie e R. ne abbiano goduto ieri sera durante il rientro in auto. Ah, io voglio vivere così: parlare, scrivere, vivere e poi schiattare felice all’improvviso, se è possibile in un giorno di pioggia fitta fitta.
Poi arriva un altro mattino pieno di caldo e ti vediamo uscire con la camicia verso il tuo primo impegno di lavoro. Neanche ci emozioniamo tanto è lo stupore di vederti uscire velocemente dal cancelletto mentre il gatto coi suoi occhi arancioni segue i tuoi passi che somigliano sempre meno ai miei.
Poi arriva oggi, in cui con fare riflessivo riconosci che quel “lavoretto”, di vendite di macchine del caffè e materassi spaziali, era un bluff e, come scrivi in un messaggio a tua madre: sfruttano i ragazzini per non farsi dire di no agli appuntamenti, e io non voglio realizzarmi nella vita con queste cose. In questi giorni l’ho lasciato vivere questa esperienza senza intromettermi: il suo talento, e il suo tormento, lo hanno fatto desistere e ridere di queste persone che stressano altre persone per vendergli cose di cui non hanno bisogno.
Di cosa hai bisogno tu, figlio, ragazzo che mi dichiari una resa con queste parole “vorrei pensare alla felicità anche se so qual è la verità”.



ps
ti ho lasciato insieme ai tuoi amici al capolinea di Saxa Rubra, state andando a campeggiare a Caprarola dove stasera ci sarà il vostro Rancore, a me resta un amaro buonumore.
Buon viaggio!