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sabato 28 luglio 2018

vorrei pensare alla felicità anche se so qual è la verità

   

     Tutti i giorni mi sveglio con due illusioni sul comodino, mi aspettano come due gatte guardinghe, belle. La domenica faccio finta di non vederle, scendo giù, preparo il caffè, controllo le notifiche, e mi bevo l’intera caffettiera. Aspetto che si alzi J., poi E., poi comincia la tensione per l’ultimo risveglio. Come starà oggi? Allora annaffio le piante, leggo qualche pagina di libro rimasto a metà, sfoglio quotidiani e supplementi impilati accanto allo stereo, che intanto fa uscire canzoni selezionate dal mio youtube: Nick Cave, Brunori, Lucio Dalla, Rancore...
Poi si alza il sole, dentro fa meno caldo, ma l’aria è malaticcia come quel sole nero che staziona sopra il parcheggio semideserto. Vado giù, parlo usando parole il più possibile leggere, selezionate dalla parte migliore del mio cervello. Faccio in modo che sfiorino la sua mente: che vedo agitata e scura già a quest’ora del mattino. Faccio il possibile, mi ripeto tutto il giorno, faccio il possibile per creare un clima di equilibrio e speranza in questa casa. Sfido le tare famigliari, gli stipendi magri, gli umori dell’Italia in questi mesi, il caldo che soffoca ogni vostro desiderio.
Così mi ritrovo a essere fortissimo, a organizzare campeggiate dei ragazzi all’Ecofest, una vacanza in Sicilia, l’uscita in piscina di oggi. Poi uno sguardo torvo, due messaggi pessimistici, disperati nel tono, e la tempesta, quella di cui scriveva la Ginzburg per tentare di tranquillizzare i genitori di adolescenti; subito dopo che è passata, sento di essere asciutto di ogni energia. Sento pure l'irrequietezza salire dalle cosce, e allora faccio le scale due alla volta e vado dalle illusioni: non ci sono più, stanche anche loro degli scarsi risultati ottenuti si sono lanciate dalla finestra.  Sì, forse è inutile stare mesi e mesi aggrappati all’idea di cambiare i pensieri degli altri. Se non sei un professionista, dicevano gli Afterhours, non puoi giocare col dolore delle persone. Ma io sono il padre! Ho digerito delusioni, rifiuti, eppure non mi sono disperato e nemmeno intristito. Quel fuoco che spinge a voler salvare qualcuno, in dei giorni semplicemente te stesso, e che riesce a spegnere ogni fallimento o tormento e ti lascia uno spazio enorme da colmare attraverso vuoti e vuoti di sofferenza luminosa. Una lotta da matti contro la propria storia. Questa è la strisciante brutta verità. Questo sangue malato degli antenati da contagiare con sangue fresco di queste giornate strambe, mai viste così nitidamente prima d’ora.
  Mi stendo sul divano, stavolta c’è musica di radio sonica che riempie il soggiorno, sullo sfondo Rainews24 con volume silenziato, e in alto il ventilatore che imperterrito tenta di raffreddare tutto. Ho voglia di dormire. Di pensare corpi e luoghi accoglienti, ma non crollo, infatti mi rialzo e chiamo il figlio per il pranzo. Un panino e la pizza, era per il pranzo in piscina ma ci ritroviamo su questa solita tavola ikea per la sua rinuncia, che sposa la mia paura di lasciarlo da solo. Sono carico, così inizio a parlare con voce tremolante, tendente al duro, ma un duro che somiglia a una debolezza trascinata dai lontani anni disastrati della mia adolescenza, mai dimenticati. Da dimenticare con determinazione, oggi. Per rinascere col muso duro, spietato: così mi metto a scacciare la vecchia faccia implorante di mia madre, i remoti farfugliamenti in dialetto di mio padre, i soliti sussurri di mia sorella e gli eterni silenzi di mio fratello. Andatevene, vi prego, ché oggi ho da fare una cosa importante: bruciare ogni mia lagna residua.

  Sono allo stremo della pazienza, sento il peso della lentezza dei cambiamenti. Il mio ritmo, la mia presunta ciclotomia ne soffre, ma insisto, così gli faccio un discorso che sa di don Milani, e sa pure della mia storia scorticata come muri impregnati da quei silenzi che vivevo a casa dei miei.
Urla Giuseppe, fatti sentire. Sussurra la vocina stronza rimasta nel cofano della mia mente in questi anni strani di troppo amore, di puzza di cose fatte a metà, del suo inutile orgoglio di oggi che non serve proprio a niente. Quella vocina cattiva che sa farmi vedere le cose buone da fare.
 Così scrivo per scacciare la morte sotto il tappeto, e quella sua puzza d’agguato che scolorisce i nostri giorni brevi. Sognavo amici illuminati, poeti di fatto, sensibili e operosi quanto un carico di api che sciamano per la Regina. Ah, tempesta che aspetta un segnale, uno sguardo che sciolga ogni dubbio, ogni colpa residua di un tempo che sfuma e abbaia gloria mai avuta. Notte che s’ingolfa di ricordi sbiaditi e lontanissimi come pianti di bambini davanti a gonne a fiori sopra le ginocchia con quel loro vischioso sapore misterioso di naftalina.
Ora dormo, mi fermo, e aspetto quella pagina bianca, candida, così piena di peccati mai praticati nemmeno nel pomeriggio.  
 
  In un pomeriggio afoso pieno di promesse arriva il crollo. Lui accovacciato contro il muro, io che gli rimango accanto, al piano di sotto E. e J. preoccupati. Tutti e quattro soli di spavento. Un filo di nylon ci lega e strangola, e a soffocare oggi sono io. Scappiamo al pronto soccorso, in auto penso a quanto debba essere brutto l’ultimo viaggio di uno che ha due figli che lo aspettano a casa per cena. Invece rieccomi sul tavolo ikea a scrivere di un risveglio splendente, fatto di discorsi progressisti, umani, contro i salviniani che ci circondano: ci avessero ascoltati dall’alto, un premio Pulitzer all’intera famiglia ce l’avrebbero dato eccome. Stamattina dal pescivendolo ho affrontato un novax con stile, dicendogliene quattro, ma ragionevolmente: sono migliorato, non urlo più e tiro fuori meglio le mie opinioni, i miei sentimenti. Ieri al pronto soccorso stavo tra un nigeriano preso a bottigliate nella jungla di San Basilio e un tipo caduto dallo scooter. Il nigeriano aveva ferite mostruose, una faccia sofferente, e un tono di voce dolcissimo mentre mi raccontava le sue peripezie. Nell’attesa il tipo dello scooter faceva casino, reclamava l’antidolorifico e cure come un mammone, mentre il ragazzo nigeriano dormiva coperto da un lenzuolo di pensieri e cure istituzionali. Io che avevo avuto un malore da stress emotivo, con dolori al torace, aspettavo le analisi e radiografie che mi dichiarassero salvo. In mezzo a loro mi sentivo forte e fortunato, e con ancora anni e anni per svolgere al meglio il ruolo di padre, di uomo mite con un fuoco nel torace che cerca pace.
Mi sentivo a disagio in mezzo a quello stanzone di infarti, morti imminenti, punture d’insetto, eppure mi sentivo accudito, rispettato da persone un po’ nevrotiche ma così umane di competenza e pazienza.
Al rientro avevo dieci gocce di Tranquillirt in circolo che mi facevano scandire meglio le mie bellissime parole sensate: avevo la voglia di fare discorsi importanti, scanzonati e belli da far ascoltare agli altri. Spero che mia moglie e R. ne abbiano goduto ieri sera durante il rientro in auto. Ah, io voglio vivere così: parlare, scrivere, vivere e poi schiattare felice all’improvviso, se è possibile in un giorno di pioggia fitta fitta.
Poi arriva un altro mattino pieno di caldo e ti vediamo uscire con la camicia verso il tuo primo impegno di lavoro. Neanche ci emozioniamo tanto è lo stupore di vederti uscire velocemente dal cancelletto mentre il gatto coi suoi occhi arancioni segue i tuoi passi che somigliano sempre meno ai miei.
Poi arriva oggi, in cui con fare riflessivo riconosci che quel “lavoretto”, di vendite di macchine del caffè e materassi spaziali, era un bluff e, come scrivi in un messaggio a tua madre: sfruttano i ragazzini per non farsi dire di no agli appuntamenti, e io non voglio realizzarmi nella vita con queste cose. In questi giorni l’ho lasciato vivere questa esperienza senza intromettermi: il suo talento, e il suo tormento, lo hanno fatto desistere e ridere di queste persone che stressano altre persone per vendergli cose di cui non hanno bisogno.
Di cosa hai bisogno tu, figlio, ragazzo che mi dichiari una resa con queste parole “vorrei pensare alla felicità anche se so qual è la verità”.



ps
ti ho lasciato insieme ai tuoi amici al capolinea di Saxa Rubra, state andando a campeggiare a Caprarola dove stasera ci sarà il vostro Rancore, a me resta un amaro buonumore.
Buon viaggio!


lunedì 2 luglio 2018

Il ritorno

 Stanotte parlavi chiuso nel bagno con un tono sussurrante, implorante, amaro di incomprensioni subite, di sbandamenti non accolti; forse parlavi con uno dei tuoi amici che non frequenti più. Forse ti hanno chiamato per darti gli auguri. Un po’ me lo auguro, anche se ero intontito dal sonno e a tratti, per il sacro rispetto della privacy, mi tappavo le orecchie. Diresti, lo scrivi sul blog e ora fai la morale? Aspetta, scrivo soprattutto di me, anche rischiando di coprire la sua storia. In realtà il nostro rapporto ha tante di quelle variabili adolescenziali, di mie preoccupazioni trattenute, oppure slanci che potrebbero finire in qualche poesia postuma di Carver. Se ti va fai che questo racconto diventi una scorticata pittura rupestre da contemplare mentre fuori imperversano battaglie e amori.
Una persona che ha letto la scorso episodio sul blog, mi fa: ma i tuoi figli non s’infuriano per le cose che scrivi? No, ché non lo sanno e io non so fino in fondo perché mi ostini a questo lacrimoso esercizio esibizionista. Appena finite di leggere questo post chiamatemi che ci facciamo risate su risate sulle situazioni comiche che sto vivendo davanti a persone con facce strambe, un po’ alla Battiato e un po’ alla Pippo Baudo, e nel mezzo le mie chiacchiere con signore dalle collane lussuriose e buste della Crai portate alla maniera di quelle di Fendi.

 Stiamo in una città che ha fatto del suo meglio per diventare brutta, e quella colonna sconsolata e dorica mi ha schiantato i polmoni: era lì a trenta gradi, sparuta tra erbacce e palme, e si lasciava bullizzare dalle svettanti ciminiere Eni.
Eppure tu valorizzi l’umanità di questa città: buona 'sta pizza, qui so’ curiosi, me pare quel quartiere di Roma, o Formia. Io ci vivrei, dici al culmine della tua contentezza di aver frequentato per qualche giorno una persona con cui parli, ridi, come non facevi da mesi.

Ti hanno appena chiamato dall’istituto paritario, ti hanno fatto delle domande e convocato per un colloquio. Mentre ascoltavo le tue risposte educate scrivevo dallo smartphone mentre la persona importante di prima ti fissava gli occhi mentre rispondevi sereno alla segretaria della scuola.

 Potrei andare a fare un bagno, il cortisone è smaltito ormai, oppure mettermi in mezzo ai vecchi in piazza a leggere il giornale e intanto origliare, come ho fatto ieri, parole che danzano ora dolcissime ora spietate tra quelle facce rugose e oscene: favolose. Poi ho scelto i vecchi, anche se il barista, quando ha capito che venivo da Roma mi fa: ah sorcino!
 In questo vicolo fresco di cornetto alla crema e canzoni in cuffia mi dedico alla migliore cosa che so fare, e in questo periodo della mia storia non è di certo montare una zanzariera o mettere zizzania in terrazza.



  Stai irrigando su questa terra grigia malata delle tre un’intera stagione d’amore per te.
Io ti stringo, ti scrivo e lascio scorrere questa desertica piana fertile che fu. Ora vacche sperse e ruderi di sole facciate di pietra, poi trivella, tubi, sporco di progresso egoista. Mattei volteggia con la sua aspirazione bambina petrolio, noi seduti uno accanto all’altro cullati da musiche che non sanno più di plastica.
Eccoci visti dall'alto di una superstrada, con la tua morbida testa sopra la mia spalla umida che ti sostiene e fa appoggiare sentimenti nuovi per i tuoi occhi.
Elefante di Catania, ti prego, asciuga questo pomeriggio.

Continua...

sabato 30 giugno 2018

Figlio contento

   Stiamo nel b&b uno accanto all'altro. Tu ascolti musica, io provo a usare i social per bilanciare nel mio piccolo (invano, sia chiaro) la follia collettiva che sta incattivendo mezza Italia: l’odio esasperato, ottuso, per i migranti.
Stamani sono stato a vedere le mura greche. Dopo che ho percorso un tratto di sentiero mi è salita l’antica fobia per i cani. Nel sito c’ero solo io, così mi sono fatto coraggio e ho chiesto, dichiarando la mia fobia, al custode di garantirmi che non ci fossero cani in giro. Lui lo fa, ma i miei occhi supplicavano altro: capisce, e mi accompagna lungo tutto il perimetro di Capo Soprano. Chiacchiero con lui di Magna Grecia e della Madonna Delle Grazie, e alla fine ci salutiamo senza che nessuno dei due avesse imbarazzo delle proprie fragilità. Ecco, vorrei che la mia vita prendesse questa direzione. Non farsi paralizzare dal presente pressante, e abbandonarsi agli occhi degli altri, alle loro infinite e sconosciute sensibilità. Le differenze tra le persone spesso sono dovute ad agenti superficiali o passaparola velenosi, noi, umani scorticati di storia e paure, dobbiamo fare lo sforzo di capire chi abbiamo davanti, non necessariamente amarlo ma accogliere almeno le sue parole.


Pranziamo in una tavola calda fresca piena di piatti gustosi. Poi cominci a srotolare fuori tutto il benessere di questa breve vacanza. Parli di sport, di persone, di mamma e di luoghi come non avevi mai fatto prima. E hai gli occhi scintillanti che insieme alle mani mi disegnano scenari fantastici. Come ho detto a Daniela al telefono poco prima, voglio godermi questa tua rinascita senza troppa ansia.
Mentre prendo il caffè al bar, passa un video di Ultimo, e tu dici che è stato proprio bravo a emergere da San Basilio. Intanto, ci incamminiamo e cominciamo a parlare di tuo fratello, e dici che è bravo a fare beat, conosce le note e ha talento. Ti ascolto trattenendo l’emozione e le parole che stavano fecondando, voglio soprattutto ascoltarti: sentire quello che sale lentamente dai tuoi abissi. Non voglio illudermi che sia finito quel tuo malessere che esplode all’improvviso, però vorrei fare un passo di lato e vederti nei prossimi mesi camminare deciso e sereno.
Anche il sangue scuro delle nostre famiglie, come scrive coraggiosamente Simone Lenzi, ci condiziona e rompe gli argini della ragionevolezza, tant’è, la nostra resta una lotta contro quei mostri umani dei nostri matti antenati che ci perseguitano da secoli. Mica siamo gli eroi che li sconfiggeranno con una vita appena, macché, ce ne vorranno di generazioni più attrezzate delle nostre per sconfiggerli del tutto. A me oggi basta sentire la tua voce felice che dice: comunque so’ davvero contento, oggi.

Poi ci sdraiamo ad ascoltare Luché che canta un pezzo insieme ad Avitabile. Succede una cosa che mi fa sentire sceneggiato da Virzì. Il testo riguarda noi, parla di quello che ci stiamo dicendo con parole diverse in questi giorni. Racconta quello che sto provando a scrivere da questo mare metà inquinato e meta splendente: che ce la possiamo fare se diamo potere ai nostri occhi, alle nostre storie, alle nostre sensibilità. Tutti, nessun escluso. Vabbè, qualcuno lasciamolo col cerino acceso mentre si fa l'ennesimo stronzo selfie.

Una cuffia tu e una cuffia io, navighiamo su suoni e parole che trasudano malattia e paura, eppure vedi come sta evaporando tutto nell'aria? Figlio, mi riesci a vedere quanto sono contento mentre ti sto cantando?



venerdì 29 giugno 2018

Sicilia scaccia via quest'inverno di paure.

 Scrivo mentre stai dal professore A., scrivo mentre non ci sei, perché mentre ci sei cerco di stare con te. Non riesco più a starti lontano, ché ho paura che resti troppo da solo, e star solo oggi non è più come quando stavi solo l'anno scorso.
In questo pomeriggio luminoso sto davanti a un Campari che mostra la scorza d’arancia come una vela malconcia. Intorno a noi ragazzine viziate sorseggiano coca cola qui nel bar al confine dei Parioli. Forse non sono viziate, poiché non so quasi nulla di queste ragazzine, ma vedo quel loro modo sgraziato di accavallare le gambe, o di chiamare il cameriere, che stavolta mi fanno andare d’accordo col pregiudizio. Quando il bicchiere di Campari era pieno, c’eri anche tu seduto al tavolino che divoravi un tramezzino: sbirciavo mentre fiutavi gli sguardi di quelle ragazzine vocianti di biondo.
Poi sono venuto a prenderti, insieme al libro che non riuscivo a leggere nella mano, e nell’altra stringevo lo smartphone; arrivi tu, apri il portone e mi dici di entrare. Il professore col suo amabile, calmo e roteante modo di parlare mi fa sapere che il percorso termina davanti ai tuoi progressi che gli hai appena raccontato tra questi arazzi e libri, che ci mancheranno un po’. Spiazzato, accenno mugugni, che il professore interroga subito. Ripercorro in un minuto le tue espressioni, le tue parole, da gennaio ad oggi, e ammetto che il professore sa quello che fa, nel congedarti pur restando disponibile dopo l’estate. Così entriamo in auto sorridenti. Metti il Cd di Rancore e  passiamo in rassegna i testi di Rancore, e questa passione filologica spero resti come testamento emotivo nei tuoi racconti futuri.
Eccoci in macchina verso casa, ora la musica col bluetooth fa uscire sentimenti ammazzati dentro un’auto in Florida; mi fai ascoltare quel rapper che dici di avermi fatto già ascoltare l’estate scorsa. L’estate prima della tempesta, quella che sembra un’era di rabbia fa.
Passiamo a prendere mamma, sta lì con le sue buste di soddisfazione equo e solidale e il suo sorriso somiglia sempre di più al tuo sorriso di questi giorni: lo stesso che è in quella foto da bambino su quella bici gialla, anni fa. 2005, o giù di lì, quando è nato tuo fratello.
Vorrei piangere ora, ma io sto piangendo ora, e sto scrivendo come non facevo da secoli.
Intanto studio le mappe siciliane del nostro prossimo viaggio. Quello stretto, quel fuoco, e quella storia sapranno accoglierci come si aspettano i sogni al mattino? Ora spazzare via questo lirismo sdentato e scrivere del mio crollo di oggi. Un chiodo lungo un anno che premeva nella testa, “gli altri” che non sopportavo più, il tuo ennesimo risentimento che ho bloccato all’istante, e poi quella tua insopportabile rabbia esplosiva contro tuo fratello, insomma, tutto quel peso di nuvole nere che c’era oggi Roma.


Maledetto questo tempo di cattiverie esibite come medaglie, fatto di parole povere, concetti assenti, sensibilità soffocate per una rabbia bambina di non avere il macchinone nero, né un lavoro donato, né una fidanzata bionda. È che fa ringhiare anche persone insospettabili contro le facce spaventate dei migranti.

E noi che parliamo così bene quando difendiamo i più deboli, e noi che staremmo sempre su un treno a fantasticare mondi a suon di musica e libri. Ah, Il lamento di Portnoy, che mi sto godendo in questa ciclotomia passeggera che mi fa vedere tutto nero, ma poi leggo e tutto scompare.


Ora stiamo sul pullman uno accanto all’altro. Io scrivo, messaggi a casa, altri sui social, e tu ascolti il nuovo pezzo di Ernia - senti ch’è bella, pa’,e mi presti una cuffietta - e io che ascolto e penso alle tue insicurezze sempre più evidenti eppure sempre più scacciabili. So quanto ho contribuito in questi anni a farle crescere, perché crescevano anche in me. Scusa, scusatemi, in questi mesi ce la sto mettendo tutta a trasmettere energia buona a tutta la famiglia, e sto usando tutte le migliori parole che ho per voi.
A volte cedo, altre rinasco, poi ricado, e poi ancora mi rialzo e soffio dentro alla mia testa una sorta di tisana del pensiero: blocco ogni scatto aggressivo e riparto che sembro Gandhi in un centro commerciale.
Arrivati in questa cittadina spellacchiata e già generosa, poiché ti ha concesso di sfoderare sorrisi e battute in quantità che trabocca una quasi felicità.
Dal letto del b&b scrivo in mutande e registro sullo smartphone questi segnali di disgelo emotivo, e sto benissimo.
(Continua)


domenica 10 giugno 2018

L'esordiente e la coca cola

Due parole, due parole buone per descrivere una sconfitta liberatoria. Sono rimasto due mesi ad aspettare che mi convocassero quelli della casa editrice L’eruttiva, per definire l’uscita del mio libro di racconti. Ero pronto per la collana esordienti. I racconti erano autosufficienti e avevano bisogno solo di un editing finale, così mi disse con un tono flebile Antonio Campanella, editor che mi accolse con una coca cola tenuta come una sigaretta, in un pomeriggio tiepido poco prima dei miei quarantotto anni. Quella sera fu una delle ultime volte che mi incazzai platealmente in casa, dopo un diverbio col figlio grande. Poi uscii, vagai con una paura di rovinare tutto e tutti, e feci un patto con i miei demoni tirando fuori una smorfia di sorriso che si  specchiò dentro una vetrina di un compro oro. Mi sono detto: da oggi faccio l'esordiente, basta capricci, lagne o altri drammi ereditati da una vita sempre in salita, quella vecchia vita spesa perlopiù a compiacere gli altri. Comprai lo spumante e brindammo in piedi: col contratto in una mano e nell’altro il calice, confessai ai ragazzi di queste mie velleità letterarie. Da sempre le avevo strozzate a colpi di vergogna e insicurezza. Il piccolo disse: io lo sapevo già, ho letto un tuo file aperto. Mia moglie era raggiante e il grande mi dava pacche sulle spalle a ritmo di “bella papà”. La famiglia, a cui ho dedicato i miei ultimi anni e a cui ho sottratto squarci di vita intima destinata a creare mondi paralleli, parentesi sofferte in cui cercavo di dare il meglio di me a dispetto del mio frustrante e amato lavoro e della mia storia interrotta a quindici anni: la famiglia che mi cingeva e amava davanti a una tavola apparecchiata. È da quando ho sedici anni che vorrei scrivere un libro. Ingenuo, curioso, caparbio e carico di un’ignoranza linguistica e lessicale insormontabile, attesi fino ai quarant’anni prima di iscrivermi a un corso di scrittura di Antonio Pascale. Da lì in poi gioco a ping-pong con le mie velleità. Frequentando come un imboscato presentazioni di libri, dove spaesato sudavo sotto quelle mie camicie colorate. Poi arrivò la scrittura matta e incessante per il blog, e gli amici sorpresi che mi incoraggiavano, e la scrittrice curiosa che mi sosteneva. E quelli che mi leggevano senza mie sollecitazioni pruriginose, mi gratificavano ancora di più. Poi arrivò Elisa a suggerimi di andare a un incontro pubblico con questi editor della casa editrice L'eruttiva. Ci andai un sabato mattina, e Campanella insieme al suo capo stavano seduti tra gli scaffali nella stessa libreria dove feci il corso di scrittura. Il destino, pensai, il coglione che sono, penso ora. Sì, perché se fossi stato più intelligente quella coca cola a mo’ di sigaretta che teneva Campanella, con quella sua posa stanca, avrebbe dovuto farmi riflettere: cosa significa autosufficiente quando parli di racconti di un esordiente? Campanella me lo disse in un incontro successivo, senza il suo capo, lo stesso che poi disse che Campanella fu radiato, e da quel momento in poi la linea editoriale cambiò. Un po’ dubitai, a dire il vero, dopo l’incontro della coca cola, ma per comprimere il timore della riemersione di antiche paranoie ereditate in famiglia, mi zittii da solo, in macchina, dentro un pomeriggio radioso e appena ventilato che mi accolse all’imbocco del Gra. E bevvi tutto d’un sorso quella aspettativa frizzante. Ci campai una primavera intera, la stessa che vide il figlio grande imbrigliato nella sua adolescenza inquieta. Ecco, L’eruttiva mi diede quel più di vita che sto utilizzando ancora per ascoltare meglio le paure e i desideri di mio figlio. Oggi colgo il mio stato di grazia per ringraziare anche la casa editrice L'eruttiva. Ciao a voi.
Il destino, penso ora, quello che ci facciamo sceneggiare da editor con la coca cola penzolante in mano, è un racconto scritto male senza trama né sospensione: una lineare cazzata che sa di panna e preti vecchi, donne incantate e limonata. Il destino, bah, sempre meglio un mattino fresco con una dolce erezione tra cinguettii e bip-bip dei compattatori che penetrano nella mia finestra.


domenica 27 maggio 2018

Scritto col lavabo in faccia.

Oggi è il compleanno di Jacopo. Ho scritto anche di lui in questo blog. Dal 2011 scrivo qui. È un diario, o un quaderno delle mie velleità aperto, talvolta pure inviato furbescamente, da far leggere alle persone curiose di leggermi? Non lo so. Sicuramente qualcuno l'avrà fatto per piacere.
Ho deciso di rinunciare anch'io a qualche pezzo di me sociale, in cambio di uno scrivere autentico di me privato.
Comincio dal dichiarare che una piccola casa editrice mi ha tenuto per circa due mesi in sospeso per la pubblicazione di alcuni miei racconti. Hanno fatto quasi tutto loro, a parte scrivere quei racconti belli, intensi e frutto di lotte interiori con i miei fantasmi: storia di follie famigliari, e con la paura di non compiere il mio intento di scriverci su delle storie.
Ci sono andato vicino, poi l'editor è andato via e quelli che sono rimasti hanno cambiato linea. Bah. Di fatto l'avevo detto ai figli, e ora come la mettiamo?
Direi di scriverci su una storiella di come si sono comportati con me questi della piccola casa editrice, anche solo racvontando le mail e i due incontri avuti direttamente con loro.
Siete pronti?
Fatemi sapere. Altrimenti cosa la scrivo a fare?

sabato 19 maggio 2018

ecco cosa mi sta accadendo

  Ecco ora che sta accadendo. Io ascolto un mix su you tube, e c’è Vasco Brondi che canta “all’estero…”, il figlio piccolo è di sotto a combattere con la matematica e con lo spettro della sua insegnante ingombrante. Ho appena osservato dalla finestra mia moglie, accompagnata dal figlio grande, che riempivano la macchina di panni usati, da portare al mercatino. Erano mesi che non li vedevo insieme così sereni. Ah, in verità ora sto cercando di scrivere di questi ultimi mesi per niente sereni, ma pieni pieni di fatti che prima o poi dovrò raccontare. Non riuscivo a farlo bene in questi mesi, quindi spesso ci ho rinunciato. Invece preferivo leggere cose tipo In esilio, Nati due volte, Nel nome del figlio, o pezzi su Basaglia, su Don Milani. In realtà preferisco scrivere struggenti quanto inutilmente liriche cose sui social. Non riesco a concentrarmi, a essere asciutto, a raccontare a un amico quello che sto passando veramente. Non è vero, ma qui mi piace camuffare la realtà, poiché ne ho parlato con alcuni amci e amiche del mio disastro che preannuncia un riscatto, sì, ché così mi piace esprimermi per incoraggiare la mia famiglia, quando, davanti a urla, pianti e porte sbattute pareva che stessimo scoppiando come quelle mongolfiere minuscole nei cieli americani. Preferisco uscire di più coi miei figli, e starmene lì ad ascoltare la loro musica in auto lungo le luminose strade di Roma; o vederli di spalle mentre sono in fila dal kebabbaro, oppure poco prima che cominci la lezione di musica, oppure ancora mentre si scatenano a furia di canestri durante gli allenamenti. No, in partita l’allenatore al grande non lo faceva giocare, per poi dire in allenamento che lui, il grande, gioca per la squadra, ma in allenamento non mi pare, spiffero nell’unico accenno di polemica in otto anni di mia frequentazione della palestra. Forse ci piace dare il meglio negli allenamenti? dietro le quinte, dietro una tastiera? Forse, e gli altri lo capiscono? Non credo che lo facciano, siamo numeretti, così come ci ha fatto capire l’insegnante che ieri non ci ha accolti, respingendoici con parole che puzzavano di burocrazia, facendo intendere che sarebbe stato meglio che il grande non si fosse trasferito da loro l’anno prossimo. No, nella mia gamma di patologie mancano le manie di persecuzione e questa insegnante con lunghi capelli bianchi, e nello sguardo cinque ore di battagie con gli adolescenti, con noi ha avuto un atteggiamento pessimo, costringendomi a perpetuare nei miei pensieri un’idea di scuola lontana anni luce dagli studenti: non gli ha chiesto neppure una cosa a lui, al grande, coi suoi sedici anni di insicurezze che gli uscivano dagli occhi. Ora quello che conta è che ci ascoltiamo di più, e che ridiamo meno istericamente nei venerdì sera euforici post settimane faticose. No, ora ridiamo di gusto, lavoriamo con più determinazione e andiamo a scuola grintosi, a parte il grande, che sta riprendendosi da anni di incertezze. La sua scuola in questo periodo sono gli incontri con il professore A., l'ascolto di canzoni, vedere i pezzi sul bullismio su Nemo, e anche le presentazioni dei libri a cui gli chiedo di partecipare, sempre con agganci musicali o per incontrare personaggi che piacciono anche a lui: Zoro, Gipi, Virzì, Lenzi, Brunori, ecc. il mio pantheon che sfiora e accarezza un po’ anche lui, col suo sguardo che si presenta prima torvo, ma poi si scioglie in sorrisi primordiali di felicità mai dimenticate. Io non ho mai amato così bene la mia famiglia, ora lo so, perché l’ho verificato col mio sensore emotivo. Un giorno lo spiegherò meglio, ora ho fretta di andare a preparare gli spaghetti alle vongole, di organizzare la notte ai musei, di incoraggiare ognuno di loro a non sperperare il tempo prezioso che ci rimane da vivere insieme, prima di deviare, ognuno per conto suo, verso luoghi e volti che ameremo e capiremo solo noi, pur con la voglia di farne assaporare il piacere anche agli altri che continueremo ad amare, a raccontare, su quei nuovi divani morbidi, dove assumeremo ognuno in un soggiorno diverso, la stessa ottusa e commovente posizione che abbiamo avuto sin dall’infanzia. Io cercherò di farlo senza ansia, ah non ve l’ho detto? Non sono più malato di ansia, mi è passata, ora sono malato di pazienza: aspetto che si faccia giorno, che si faccia qualcosa insieme, che si prenda coraggio e si esca dalle nostre vecchie vite anguste. Voi che fate stasera?


foto rappresentativa non trovata

martedì 1 maggio 2018

Sostieni quel papà in fila a un concerto rap?

Forse stiamo sbagliando tutto. O forse sono queste incertezze che stanno rovinando tutto. O forse ancora, è colpa di questo ottimismo che mi trascino dai tempi in cui ero bambino: è forse il vero responsabile di ogni mio tormento del mattino dopo. Ieri sera abbiamo ascoltato sedicenni che rappavano in un locale, e questo evento lo ha creato Lorenzo. A lui piace stare dietro le quinte, dietro quelle strofe dense di rabbia e riscatto, dove per alcuni istanti si celebra l’Esserci: forti e sfrontati, col dolce tono di chi ha cambiato voce l'altroieri.
In fila, distanziando il pubblico giovane, stavo accanto a un papà di un rapper che si sarebbe esibito da lì a poco. Quando mi capita di parlare con papà che condividono le stesse passioni dei miei figli, ma rispetto al basket qui ci sono in gioco trame di tormenti e attese di rime che possano disvelare un qualche messaggio che altrimenti resterebbe appiccicato alle pareti delle nostre solitudini dei sabato sera. Insomma quando vedo l'impaccio tenero di certi papà come me, mi sento di respirare si la stessa aria inquinata di Roma, ma  in quei momenti è come se arrivasse un ponentino direttamente dagli anni '50. Ci somigliamo nel nostro stare in allerta, e con quell ottimismo crudo che non si tratti di “una fase”, o “poi passerà”, no, qui stiamo sulla soglia della vita adulta dei nostri figli, e noi un tappetino antiscivolo per i loro temporali lo abbiamo sempre pronto. Eppure, loro già si muovono in un mondo che è anche nostro, ma noi ci ostiniamo a pensare che invece non è così, poiché loro sono ancora legati ai nostri pensieri, al nostro uscio sicuro e al nostro amore quotidiano. I nostri figli hanno la testa fuori dalla nostra casa, quella che li ha sempre accolti come naufraghi, ma dispersi in laghetti di quartiere eh, eppure ci ostiniamo a negargli la conoscenza di alcune parole: residuali misteri di parole per soli adulti. Ma io ho smesso di fare così, e in questi mesi ho rivelato al grande quasi tutto quello che mi opprimeva, così come ho cavato fuori dalla mia testa anche le cose belle che ho fatto e che vorrei fare. Ho smesso di fare il padre dietro le quinte, su il sipario, ché noi si vive così in questo tempo incerto e sconfinato.




Da padre concedetemi parole con accenni epici, con significati profondissimi, con quel mio presunto scandagliare i nostri abissi. Noi padri così abbiamo bisogno di barchette colorate con nomi di donna per attraversare il laghetto vulcanico entro cui nuotano i nostri figli belli.
Perdonateci, sosteneteci, salutateci soprattutto quando stiamo in fila per una serata rap.


domenica 8 aprile 2018

Vieni nel nostro orto di fragole?

   Nel letto col piccolo ascoltiamo la nonna che declama Pascoli e Carducci usando una memoria misteriosa, e io frustrato che non ricordo bene neanche l’Infinito. Era l’una di notte e si rideva su quel divano-letto anche di certe battute in dialetto o per quelle domande assurde che ci faceva mia madre. Poi l’indomani prima del pranzo pasquale ci siamo messi a correre verso la riva, non prima che io mi metta con fare (forse troppo) trasognato a leggere L’infinito dallo smartphone: dando le spalle alla mareggiata. E il grande mi fa: voglio iniziare a scrivere poesie, mentre il piccolo ci fotografava tutto innamorato. Ah, e io che su questa stessa spiaggia ho fotografato mio padre mentre tirava “la rezza” con quel gozzo vecchio, e dove mi sono fatto la prima canna, e dove mi sono innamorato di Enrica allo stabilimento Sirio, e dove l’ho baciata poi più rilassato nei pomeriggi autunnali. La spiaggia dove in una notte di gennaio mi pareva di aver visto uno che si lanciava sugli scogli: e io scappando verso il motorino mi dicevo omiodio! maledicendo la rabbia nera che mi aveva spinto lì alle tre di notte in pieno inverno. La spiaggia dove ci portava la maestra a giocare a pallone all’inizio della primavera, e riemergono certe sforbiciate che lei filmava col superotto.
Poi in questo pranzo pasquale abbiamo mangiato un gustoso menù a base di pesce, circondati da parenti e da tanto mare schiumoso. Questo mare che quando stiamo in città lo trascuriamo anche nei pensieri, perché non c'è spazio nelle nostre teste piene di desideri, impegnati come siamo a mostrare sempre il nostro meglio agli altri, sempre a distanza di parenti. È ancora così, ma qualcosa sta scuotendo le nostre pose timide, proiettando ormai immagini quiete dei nostri potenti sogni in ogni scenario umano che frequentiamo. Non è più tempo di nascondersi dietro una barba o  una delle mille belle incapacità che mi porto appresso. Sto qua per scriverne sempre meglio. Tra un mese o un giorno saremo più saldi, e saremo ancora più gentili e decisi di ieri e un giorno saremo come noi siamo.







 Mi sono risvegliato in preda al terrore di una felicità vicina, no, lo so che quella va presa a piccoli dosi come una medicina. O come una tenera manfrina che mi ricorda quella foto di te bambina. E così io me ne sto oggi sereno a scriverne anche contro quella realtà che ci vuole solo martiri o cattivi. Ehi tu vieni a sdraiarti insieme a noi dentro al nostro orto di fragole in fiore.

domenica 18 marzo 2018

il mio libro come

 
Mentre sto per scrivere questa cosa qui, alle 5.50 di domenica, mi lascio distrarre dal celestino e dal rosa che stanno dentro alla mia finestra. Mi sono svegliato alle 5.30 insieme a un’ansia scema, e il primo pensiero è stato quello di aver buttato in fretta dentro un tweet un resoconto di Libri Come, troppo ruffianamente onesto. Come se il mondo si aspetti da me un resoconto di Libri Come, prima dell’alba. Io non so perché vado alle fiere-feste del libro. E ogni volta che ci vado poi rimango turbato, e se sto in macchina mi metto a cantare per far uscire dal finestrino quel turbamento. Se sto in metro mi metto a fissare gli altri pensando a come mi vedono loro, che intanto non possono guardarmi ché li sto fissando io.  Stavolta mi ha chiamato Sonia per fortuna, ma per sua sfortuna, ché già era raffreddata, si è dovuta sorbire in anteprima il mio resoconto.

  Accompagnando tra un incontro e l’altro un’amica scrittrice, almeno ho capito perché ha senso per lei venire qui. E’ bastato osservare le tante persone che salutava, da quello che si dicevano, eccetera. È il suo amato mestiere che la spinge a frequentare questi luoghi. Così, pur di non pensarci mi metto a contemplare le tante donne, presunte lettrici fortissime, che si muovono freneticamente, tutte vestite bene, con un’aria di quelle che hanno letto troppo, e che sarebbe ora di godersela un po’ quell’aria stantia che hanno respirato durante il lungo inverno di piedi freddi e libri sul comodino. Poi ci sono gli uomini, che a me sembrano tutti scrittori, me compreso, con quella loro aria sbuffante e che si guardano continuamente le scarpe, o si sistemano le barbe, e forse sperano di essere notati almeno dalle sparute lettrici deboli. Sì, anche dopo questa disamina “alla costume e società”, non ho avuto il coraggio di ammettere cosa ci faccio io qui, tra di loro. Bah!
 Sono stato a Libri Come anche per vedere come leggeva Paolo Nori certe pagine di un suo libro. Mentre lo ascoltavo avevo gli occhi rivolti verso l’enorme vetrata che ci separava dal mondo che provavo a raccontare qualche riga fa. Da lì continuavo a vedere sfilare uomini e donne che si sistemavano le giacche, e alcuni di loro si lasciavano pure intervistare: tutti avevano l’aria di aspettare qualcuno in quel muoversi guardinghi di agitazione benigna. Anch’io mi sarei mosso così, e questa scena forse potrebbe spiegare il mio: che ci faccio qui? Erano loro i pesci nell’acquario oppure lo ero io per loro? Finalmente ha risolto tutto il crescendo della lettura di Paolo Nori che, passando dalla Mastrocola a Chomsky, da Rodari a Vonnegut, passando per Tolstoj è giunto a delle piane parole sull’amore. Avevo già la prima lacrima pronta a scendere sulla terra, quando Paolo Nori anticipandomi ne ha cacciate fuori dagli occhi un po’, cambiando anche il tono della voce. Queste sue belle lacrime che gli sono uscite fuori davanti a tutti noi, alla fine della lettura, forse meritavano un abbraccio, invece noi l’abbiamo solo applaudito. Ecco, in quel preciso istante ho capito perché mi trovassi lì: perché la letteratura arriva dove arrivano solo poche cose. Forse come l’amore, senz’altro anche come il dolore.
 Io sto aspettando le parole da circa trent’anni, per raccontare la storia che fa su e giù dentro di me, ma non riescono a uscire fuori del tutto. Sicuro le parole non le troverò in posti così, dove vengo a fingere di non aver nulla a che fare con quel mondo che si aggiusta le giacche e si osserva le scarpe nei corridoi di Libri come. Forse stanno aspettando anche loro, stiamo tutti aspettando qualcosa o l'amore.
Ecco, Libri Come è stata un’altra fermata, un altro stop, un altro blocco che si aggiunge a tutti gli altri che frenano le mie parole impazienti da millenni.
Allora la novità di questo mio Libri Come sa di lacrime e dopobarba.

sabato 17 marzo 2018

Degli adolescenti non sappiamo niente

 Quando lavoravo al Telefono Azzurro arrivò un bimbo che era nato appena cinque giorni prima di te. Avevi cinque mesi e una volta o due alla settimana io facevo il turno di notte lì al lavoro. Questo bimbo mi cercava sempre, era in affidamento con la sorellina da noi, la madre ogni veniva a trovarlo con il suo carico di disperazione sulle spalle. A me rispondeva con larghi sorrisi quando gli porgevo il biberon pieno di latte e biscotti. Poi tornavo a casa e c’eri tu, già sfamato che aspettavi sorrisi, e sguardi sicuri. Mentre mamma andava al lavoro e ti baciava sulla guancia cicciottella. Erano anni belli e spietati per noi. Era il 2001. In questi mesi per un altro lavoro seguo un ragazzo che sta lasciando la scuola, per una serie di disastri emotivi che lo assediano laggiù a Bastogi. Anche lui ascolta rap per scacciare un suo presente fetente. Anche tu mi dici che a scuola ti senti fuori luogo, che la trovi inutile e che pensi ci sia un altro modo di imparare. Allora io scappo in bagno a piangere con la disperazione che sale in gola. Forse sento di non averti sostenuto abbastanza quando certi professori scambiavano la tua insicurezza per arroganza, o la tua viva sensibilità in timidezza o semplice bontà. Così mi capita che dentro al bagno mi spavento e me ne resto tutto il tempo a fissare la finestra smerigliata, mentre tu nel frattempo al piano di sotto fai rimbalzare la palletta di basket sul laminato anticato, prima della schiacciata.
Il mio lavoro è un insieme di aiuto-ascolto-sostegno, e il mio essere padre si è indebolito proprio da quelle parti là della mente. Stava diventando un pantano la nostra relazione, eppure io ci scorgevo sempre un fiorellino, una cartaccia colorata che galleggiava. Quando mi dici: ma per chi mi hai preso? dopo che anticipo con parole sdentate certe tue risposte, ecco, figlio, in quella tua domanda affoga il mio fallimento, mentre riemerge piano piano la tua voglia di esserci. Sarei disposto ad accettare questo mio fallimento fradicio in cambio di un tuo allontanamento drastico da me? solo per vederti sano e salvo? Ma perché tutto questo dilianarsi in tempo di pace?
  In questi giorni di parole spese vanamente per convincere il ragazzo di Bastogi a continuare con la scuola, sì, proprio in questi giorni mi sono arreso al tuo non volerci andare più a scuola. Hai deciso di recuperare le forze a furia di canzoni e concerti. Questo tuo sbloccarti all’incontrario mi preoccupa, anche se pare illumini un po’ meglio I tuoi occhi, la tua cameretta, le tue parole profumate. Io ti sto sempre accanto, e osservo ogni tuo mutevole battito di ciglia, ogni tuo nuovo largo sorriso a tavola, e ascolto rilassato ogni tua battuta insperata che mi diverte e mi fa pensare che non sono ancora da buttare come padre, come ascoltatore. Sono anche un padre da abbracciare in una notte di pianti violenti, in auto, sotto ai carpini spogli, poco prima di mangiare quei cornetti buonissimi al bar sempre aperto.
 Quella saggia persona che ti sta aiutando sta aiutando anche noi, e lo capisco quando a tavola ridiamo e parliamo come non facevamo da mesi. Mentre penso a questo nostro periodo scombinato dentro qualcosa ancora trema, eppure quando sto tra di voi rido senza più quel vecchio isterismo che in passato rovinava quei momenti, e faceva sbattere porte, occhi e bicchieri sopra le nostre parole. Sto imparando a trattenermi, a tirare fuori solo quello che vale la pena esibire, quindi, scrollandomi di dosso la falsa modestia, racconto anche i miei piccoli grandi successi: lo sai che sono tra i vincitori di un piccolo premio letterario? Sapete che oggi ho calmato un bimbo indiavolato, e gli ho fatto tornare il sorriso a furia di giocare coi trenini? Vedeste che sorrisi mi ha fatto dopo. Farò così, condividerò mille altre cose belle con voi. Purtroppo in questi anni ho condiviso con voi troppe frustrazioni lavorative, antiche tristezze famigliari, anche se a volte cercavo di bilanciare con un umorismo asfissiante. Strano, ma in questa fase della mia vita mi sento forte, e benedico la mia tenacia di non aver ceduto lungo le strade degli amati perdenti, dove mi ero perso anch’io, sì, ma senza disperdere del tutto l’amore per la mia storia. Oggi ho messo la camicia amaranto, ché devo farmi trovare pronto e bello quando avrete bisogno della mia forza, del mio splendore: sto mettendo da parte il meglio per voi.
 Oggi tuo fratello ci ha detto che a lui piacciono le persone speciali e un po’ sfigate. Lo diceva mentre si pensava a come impostare il tema su Wonder, e allora ci siamo ricordati di quel suo compagno autistico che lo salutò con un affetto smisurato al boowling, incontrato lì per caso un sabato pomeriggio. Oggi quando gli ho detto di seguire quel ragazzino col tumore che vuole diventare youtuber, oltre a seguirlo immediatamente, nella sua faccia è comparso quello sguardo un po’ da santo che ha fatto gravitate i suoi occhi enormi intorno al suo letto a soppalco. Lo stesso sguardo che avevo io alla sua età, quando me ne stavo stretto stretto nelle coperte.
 Figli miei arrendiamoci ad essere così, un po’ fuori luogo ma sempre affamati di voler conoscere persone strambe, persone che ci somigliano nei sentimenti e che magari allo stesso tempo possono sembrarci anche diversissime da noi. Cerchiamo di capire gli altri ascoltandoli fino a notte fonda, o assecondarli nei loro tormenti per poi abbracciarli senza stringerli troppo: amarli anche quando ci voltano le spalle o non capiscono fino in fondo i nostri drammi. Diamogli tempo, e diamoci tempo anche noi, in questi tempi incerti e magri di sogni. Seppelliamo una volta per tutte le asce e i rancori sotto al nostro generoso e splendido melograno. E ridiamo con tutti i denti di fuori.



venerdì 2 marzo 2018

A scuola non ci vado più

Oggi non ci vado a scuola. No, me ne sto in giro, prendo l’autobus e faccio capolinea-capolinea. Voglio vedere le facce di chi non sta a scuola mentre io dovrei esserci. A me piacciono le facce delle persone sconosciute, a me piace riconoscere quello che pensano. Poi voglio mangiare un cornetto gigante con la panna, al bar Zurich. A scuola i professori sono frettolosi, pensano o alla prossima campanella o a come inchiodarti. Una volta quella di matematica mi ha fatto andare alla cattedra, ma solo per far vedere a tutti che brutti denti avevo: perché tua madre non ti compra l’apparecchio? E giù tutti a ridere. Una volta un’altra mi ha detto che stavo ai piedi di cristo, e forse aveva ragione: mia madre era appena stata dimessa dalla clinica. Un’altra, quella che si faceva portare la carne di prima scelta da un compagno di classe figlio di macellai, mi ha detto all’improvviso: ma tu sei scemo!

Insomma, io di certo non sono un genio, di certo non capisco Pitagora o l’inglese ma quando la maestra ci faceva trascrivere l’Eneide a me piaceva pure. Non ci capivo niente lo stesso, però era quel non capire niente che ti piace e che pensi prima o poi forse lo capirai. Ecco, a parte questi professori un po’ così, io resto sempre ottimista: sogno di diventare fotografo, poeta e pure contadino. Mia madre non chiede mai cosa voglio fare da grande, mentre mio padre mi fa fare già il grande, portandomi al lavoro con lui.
Di fatto stasera quando parlerò coi santi, io parlo coi santi prima di andare a dormire, gli chiederò di aiutarmi a scegliere una scuola fatta apposta per me. Io sono ottimista, e quando non vado a scuola voglio prendere l’autobus e fissare le persone sedute strette strette che guardano il mare come se guardassero il loro vecchio amore. Io non ho ancora un amore, così guardo loro che lo guardono, così imparo come si fa.
Domani forse ci andrò, o forse no, non riesco ancora a decidere. Chi mi aiuta a decidere? Quasi quasi lo chiedo a quella vecchina rugosa che sta sempre con quella busta di pane e mi sorride sempre, una volta mi ha fatto l’occhiolino e mi sono fatto tutto rosso. Domani mi faccio forte e glielo chiedo. Domani voglio imparare come si fa a parlare con gli sconosciuti.
(marzo ‘85)



giovedì 1 febbraio 2018

i figli dell'illusione (breve storia di una crisi)

L’altra sera Cristian aveva una fitta sopra lo sterno, aveva paura fosse un infarto imminente. Per un attimo, ma solo un attimo, ha pensato che magari sarebbe una liberazione la sua morte improvvisa. In quell’attimo ha pensato che un trauma servirebbe alla sua famiglia per riprendersi dalla crisi che stavano vivendo in questo periodo: un ingombrante e incerto padre che va via non sarà mica la fine del mondo? Un attimo dopo aver prodotto questo triste e scemo pensiero è sceso di corsa dal letto - il dolore c’era ancora ma meno intenso di un’ora prima - e si è diretto al letto del figlio: scusami se non sono rimasto a cena, ma stavo male. Lo ha abbracciato restando in bilico sulla scala che porta al suo letto a soppalco, in quel momento ha pensato all’assurdità di quel pensiero di morte, e lo ha stretto ancora di più a sé.

La nostra mente ci permette di pensare tutto quello che vogliamo, e non si hanno tabù una volta che stiamo nei nostri letti caldi, e ogni idea ci pare geniale: soprattutto quella che crediamo ci permetti di trovare la chiave a ogni nostro problema col mondo fuori da quel letto comodo. A volte funziona e ci fa vivere meglio la giornata, che c’entra, ma altre volte invece peggiora le cose creando architravi di illusioni e poi, la sera, ritornando in quel letto, ci scoraggiamo e pensiamo al peggio che spinge sullo sterno. Mediare con la testa, fermarsi e non agire di scatto e altri mille filtri che sono raggruppati sotto la voce: intelligenza. Forse questo agire d'istinto senza freni è quello che sta vivendo l’altro figlio di Cristian, arroccato nella sua cameretta a suon di pezzi rap, che sta aspettando che la sua idea geniale transiti da quel letto nero ikea. Lui ha le dolci attenuanti dell'adolescenza, invece il padre che ha?

Cristian ha nella testa quel pensiero stanco che gli sussurra che a breve lascerà anche questo lavoro, così poi arriva il benedetto lavoro della sua vera vocazione, questo pensiero stanco lo sta deprimendo seriamente, togliendogli le energie paterne che servirebbero all'ascolto dei figli. In verità in questo periodo non ha neppure il coraggio di pensare più al lavoro della sua vocazione, nonostante la mattina dopo quel pensiero di morte abbia finito il racconto che doveva inviare al premio letterario, in cui ha aggiunto una frase dove fa intendere che sarebbe felice se li scrivessero i suoi figli i prossimi racconti sulle storie di famiglia. Questa vocazione lo ha stremato d'illusioni, e crede di aver trasmesso al figlio maggiore la speranza che in questo mondo, pensare forte forte una cosa che si desidera, fa si che poi quella arrivi davvero. L’errore di aver sognato troppo davanti a tutti, e oscenamente non ammetterlo mai, ecco quello che non si perdona.
In questi giorni Cristian ha contattato il miglior terapeuta, la preside, il Centro contro le dipendenze da internet ma, pensandoci bene, forse dovrebbe rivolgersi a un ipotetico Centro per il trattamento per sogni forti forti fatti dal letto.
Esiste? se ne avete notizia fatemi sapere, che lo invio al prossimo sogno di Cristian.

foto di Avedon

giovedì 30 novembre 2017

Dopamina, portami via.

Ai concerti dei Diaframma ad un certo punto, quando suonano Gennaio, succede sempre una cosa strana. Ci si mette a ballare, pogare o saltare e, quando si blocca il ritmo incessante nella canzone per fare spazio all’inserto melodico, allora restiamo tutti un po’ spaesati e ci guardiamo uno con l’altro e facciamo smorfie che vanno dal divertito e l'imbarazzato, roteando lo sguardo nella sala semibuia. Ma questo conta poco, in realtà quello che provo io è un senso di appartenenza a un epoca e al sentimento elettrico che sprigiona ancora: precipito coi pensieri dentro ai  miei intensi anni ‘90. Insomma, in quelle pause penso soprattutto a come ci sono arrivato a ballare ancora una volta Gennaio, a quarantasette anni suonati. E mi piace che io sia sopravvissuto bene dopo le tempeste di guai, agli accidenti inevitabili, e di quanto inaspettatamente sia contento di vedere quelli che intorno a me ai concerti hanno quasi tutti facce interessanti, uniche, scavate bene dalle esperienze - a parte quei due capelloni ubriachi e ricci che mi hanno procurato pure una caduta ridicola - e queste sensazioni mi facciano stare bene, almeno per qualche giorno. Il fatto che in tutta questa gioia improvvisa che esibisco in mezzo a sconosciuti, con cui condivido l’ascolto di canzoni mi imbarazzi sempre meno, mi rende forte, come uno scampato a un incendio notturno in un bosco di conifere. Anni fa andavo spesso da solo ai concerti e la timidezza che mi trascinavo dietro mi paralizzava, nonostante conoscessi quasi tutti quelli della mailing-list, parlottavo a malapena solo con tre di loro. Ricordo quando nacque il mio primo figlio, tra i tanti, mi fece gli auguri Max Collini. Oggi sono più saldo ai miei pensieri, alla mia casa, ai miei figli, ai miei silenzi, alle mie paure, alle mie speranze.


Insomma, io dentro a un concerto ci sto bene, e se poi ci sono gli amici, mia moglie, allora sto anche meglio e diventa un’immersione fantastica dove scruto tutte le mie ossessioni, le mie fragilità, le mie gigantesche capacità di amare gli altri anche con tutti i loro adorabili difetti. Ci vedo me che dal lunedì al venerdì lavoro coi bimbi di tre anni insieme a cui mi rotolo a terra per improvvisare animali o streghe. E vedo me che piango per mezz’ora di fila davanti al Trasimeno senza riuscire a confessare quello che mi faceva piangere. E mi vedo anche quando affronto a muso duro il figlio adolescente, per poi pentirmi come un vecchio adolescente: ma a dirla tutta io voglio regredire solo nell’infanzia! Mi vedo mentre guardo mia madre rimpicciolita come una bimba, indifferente al mio sguardo fugace. Mi vedo che faccio ridere a crepapelle amici, e i loro amici. Mi vedo che ascolto la musica mentre dalla finestra osservo il Melograno carico di frutti, e protetto dall’albero c’è l’adolescente (vero) di prima che sistema i suoi ciddì colorati appena masterizzati. Mi vedo mentre guardo Propaganda Live insieme al piccolo e ridiamo e commentiamo, mentre aspetto impaziente le sue domande curiose come carezze.
Si, sto esagerando con questa immersione, in effetti a un concerto faccio altro, lo ammetto. E se faccio digressioni-immersioni è perché provo un piacere strano nello scrivere cosette mie condite di realtà, di sogni, di dolori e di certe cose che vedo ogni giorno e non riesco a trattenere per me. L’altra sera all’uscita dal concerto mi metto a raccontare a un’amica, improvvisa fan, di come Fiumani mi abbia fatto conoscere i libri della Parrella, e di come nel suo libro appena ristampato, Brindando coi demoni, ci siano racconti di una epopea esistenziale che forse nessun altro avrebbe mai avuto il coraggio di raccontare così: una normalità che trasuda di arte e di vita disastrata, di sesso sofferto, di un’anima sensibile, fragilissima, ma mai davvero disperata. Un po’ come la mia storia, ma con meno arte e più figli, e con tanti lavori da cui scappare.
All’uscita dal concerto ho chiacchierato molto, ero esaltato dalla bella serata, e una volta sul vialetto di casa mia moglie mi fa: ma come fai a parlare così tanto? E io gli sorrido e le dico che non camperò mica mille anni, ma appena vedo come si sta corrucciando il suo bel volto, ridendo ancora di più le dico che a me piace raccontare quasi quanto vivere. E ci baciamo, e poi avviamo verso il cancelletto di casa. “Via i cancelli per favore, che non mi servon più”.



P.s.

Ieri col piccolo ci siamo goduti lo spettacolare concerto di Caparezza. Invitatemi ai concerti, non ai pranzi di Natale.