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lunedì 4 febbraio 2019

180 fumetti per Basaglia

  Mi chiamo Bettina, e sono la figlia più piccola. Volevo bene a mamma e papà mentre mi stringevano le mani lungo il viale dei platani nelle domeniche in cui saltellavo in mezzo a loro. Ho vissuto un'infanzia colorata di Cicciobello, nascondino e quel fiutare famelica i discorsi dei grandi nei vicoli davanti al golfo. Hai degli occhi intelligenti, mi diceva zio Sandro. Però già a 12 anni il primo attacco di panico li ha fatti andare all'ingiù, e in certe buie serate non riuscivo a chiuderli: si riempivano di immagini paurose, di facce angosciate dei miei. In quei giorni ho ascoltato mio padre che parlava in camera con mia madre. Voglio fuggire, troppe cose nella testa, non riesco più a stare bene con voi. Quello che mi ha sconvolto è stato il suo tono spento, non una fuga appariva ma una resa. E mia madre invece di inveire o trattenerlo gli rispondeva con un tono altrettanto dimesso che forse sarebbe stato meglio per tutti. Mio padre non è mai scappato ma è morto di notte, vent'anni dopo questo episodio, senza cause accertate. L'indomani mia madre aveva ancora quel tono dimesso, da moribonda. Come se fosse morto vent'anni prima.
All'improvviso in un pomeriggio gelido di marzo mia madre è salita veloce su un'auto verde: entrava in clinica. Io ho pianto per tutti i quindici giorni del ricovero. Poi ho smesso, e in un altro pomeriggio gelido ho scavalcato la ringhiera arrugginita del balconcino e sono fuggita con la corriera blu. Tremavo su quei sedili sfondati e imbrattati da altri ragazzi più espressivi di me. Ero eccitata dalla mia fuga ma agognavo di essere presa alla fermata successiva: un controllore, o mio padre che mi fermasse col suo ghigno buono. Invece mi sono ritrovata a vagare per settimane alla stazione Termini, sfiorando persone, sfiorando pericoli, mangiando tramezzini e pizza. Mi ha recuperato uno zio barbuto, in un pomeriggio di fine aprile. Un giorno a settimana passava da Termini per lavoro, e in uno di questi mi ha vista accovacciata su di una panchina di travertino. Non parlavo più, vagavo, e ogni tanto mi fermavo a piangere senza lacrimare. Dormivo dove recuperavo spazio, affetto: un corpo, una stanza o un angolo di via Giolitti differenza non faceva. Lui mi ha sorriso sul binario 14 e, parlandomi e ascoltandomi al ritmo di una canzone, alla fine, dopo sospiri e sorrisi, è riuscito a farmi scappare di bocca un grazie emesso coi denti. Faceva il neurologo all'ospedale di Formia e conosceva un giovane psichiatra di una comunità a Cassino, così abbiamo deciso che l'indomani mi avrebbe accompagnata da lui. Quella notte dormii da lui, nel suo studio, avevo come comodino i libri di Asimov e Salinger. Lessi alcune pagine senza paura di non capirci niente, come facevo da sempre coi libri. Mi addormentai sorridendo al buio.
Al mattino viaggiamo sulla superstrada con la musica di Neil Young che rende quelle campagne ancora più verdi, meno deturpate e riesce pure a farci rimanere in silenzio senza imbarazzo. Arriviamo alla comunità che scopro essere un casale rosso, con intorno grano che cresce. All'ingresso, oltre il cancello, persone con fare lento che mi sorridono e scrutano come si fa coi bimbi silenziosi. Entriamo in uno studio passando da una veranda ricoperta di glicine, c’è una credenza verde di fronte alla finestra, un autoritratto di Ligabue alla parete dietro le sue spalle e tutto intorno libri impilati come colonne doriche. Lo psichiatra mi sorride sfoderando due occhi blu ascolto. Mi siedo e aspetto le sue parole di presentazione, poi parlo per un’oretta e alla fine scoppio a piangere con la faccia da stupida che allora detestavo. Il tempo di un silenzio pari a una sigaretta e ricomincio a parlare. Gli racconto di mia madre che non vedo da un mese, di mio fratello che dorme da solo nella nostra cameretta, e anche di papà che non potrà darmi la buonanotte col pizzicotto-solletico neanche stasera.
Alfredo, così si chiama lo psichiatra, mi invita a restare da loro qualche giorno. Me lo chiede mentre passeggiamo lungo un viale di rose gialle. Mi spiega che potrei fare dei colloqui con lui, che farei anche delle assemblee con gli altri della comunità, che potrei lavorare nella serra del vivaio, che potrei andarmene se non resisto, che dovrei prendere però anche qualche farmaco. Inoltre, che si farebbero delle gite in città, al mare, e avrei pure una camera dove potrei stare per conto mio. Ci fermiamo davanti a un laghetto pieno di pesci rossi, mi guarda, mi mette una mano sulla spalla, sorride un attimo e sprigiona tutto l'affetto della terra possibile in quell'attimo che cambierà per sempre la mia giovinezza: c'era nell'aria un profumo pungente di mandarino. Lo sento ancora quel profumo, anche in questa casa di città, al sesto piano, oggi, dopo trent'anni, mentre sono bloccata da un'oretta su questa tavola e non riesco a disegnare niente di buono: perché penso, piango e sorrido. Sorrido, piango e penso a come sono stata brava nel riuscire ad annuire accettando il suo suggerimento, vincendo l'orgoglio e la paura, fidandomi della faccia barbuta e sicura di mio zio.
Oggi devo disegnare questa scena ma non trovo i colori giusti, ché se penso a quelli di quel tempo erano scuri, invece oggi voglio vederli pastello. Non sarebbe il tono giusto. Voglio raccontare la verità che cambia colore, non la finzione che usa i colori
“Bettina quanto sei complicata. Disegna quello che hai nella testa oggi, che poi qualche colore di ieri ti viene fuori.
“Alfredo tu mi vuoi troppo bene, mi stimoli ma stavolta sto davvero in crisi: se non azzecco il tono giusto in questa scena tutto il fumetto non ha senso…
“Fermati, non ne capisco di fumetti, ma so che la tua mente ha bisogno di tempo per esprimersi al meglio: non abbiamo fretta, prenditi il tempo che ti serve.”
“Facile per te, te ne esci sempre con la tua psicologia pronto soccorso. Ciao Alfredo. Ciao.”
Anche stavolta Alfredo ha ragione ma io gli faccio capire il contrario, sin da quel giorno davanti al laghetto. Con questo fumetto però è diverso, ché io sto in crisi davvero e l'ho capito da un principio di attacco di panico che ho tenuto a bada con Valeriana e respirazione profonda. Mi sono pure masturbata per resistergli. Ma sento che sta arrivando l'onda che spazzerà via la riva delle mie piccole conquiste di questi anni: una casetta, amici simpatici, viaggetti e la libertà di cazzeggiare in giro per la città quando mi va. Invece più avanti della linea della riva, dove la risacca non arriva, ci vedo ancora i miei genitori seduti con lo sguardo di due che non hanno capito niente delle loro vite. Io li fisso e mi paralizzo, e vedo le incapacità della dodicenne che ero tutte ancora da indossare. Non è cambiato nulla, e io mi spavento e svengo di insicurezze. Spesso in questi giorni arriva questo pensiero e non riesco a disegnare niente. Ma oggi provo a disegnarla e inserirla come un inciso, una ferita rossa dentro un fumetto ottimista che ha bisogno, per essere tale, di uno squarcio che assomigli a un incubo rosa passato.
“Alfredo, scusa per prima… poi  mi è uscita fuori la scena che mancava.

Racconto di Rosa Speranza.

(Ogni tanto quando vado a trovare i miei al paese, passo a salutare Alfredo, gli educatori e tutti gli altri della comunità. Sto scrivendo una storia a fumetti sulla legge Basaglia, me l'ha chiesta il figlio di Alfredo, che si occupa del laboratorio di scrittura della comunità. Facciamo degli incontri mensili in cui i partecipanti, pazienti e operatori che, raccontando una loro esperienza, contribuiscono a formare le storie della comunità. A me hanno chiesto di racchiudere tutti questi racconti in un fumetto.  Lo sto immaginando che possa partire da quel sorriso di Alfredo esploso in quell’attimo di un aprile di rose gialle e che magari possa passare dalle tante storie dei suoi pazienti e arrivando fino al sorriso sognante di Franco Basaglia. Quello che ha nella fotografia mentre osserva il paziente che se ne va in giro per la città da solo dentro un altro aprile. In realtà, in quella foto la sua faccia è in primo piano, e quel paziente che va in giro per la città non esiste. Forse sono io, o è Mattia o Teresa, i miei compagni d'avventura nel periodo della comunità. Chissà. Intanto vado incontro all'onda)






lunedì 7 gennaio 2019

Ero scemo, ero bello

   La stazione mi sembrava vecchissima, più dei miei genitori rimasti a letto mentre io salivo su quel treno puzzolente proveniente da Siracusa. Però c’era una bella luce di settembre e tantissimi taxi, bus, giapponesi e belle ragazze che mi parevano tutte spensierate, a differenza di quelle di Gaeta che parevano o contesse o sceme. Pure io però sembravo altezzoso e scemo, con la timidezza e la spocchia del diverso, all’epoca. Insomma, ora sto (stavo) qui a Santa Maria Novela e aspetto il taxi per la prima volta in vita mia, anzi, è il tassista che aspetta me: prego, dove deve andare? San Frediano, via di San Frediano numero sei. Salga, su.
Il portone altissimo, la strada stretta, l’Arno a cento metri. Mi accoglie Marco, un inquilino vicino di letto: tre letti in una stanza che però fungeva anche da corridoio per un abbaino affittato ad altre due persone. Questo l’ho scoperto dopo una settimana, vedendo passare un tipo insonnolito verso mezzanotte. Marco mi prepara subito un caffè e mi fa tante di quelle domande, almeno quante ne ho ricevute negli ultimi due anni. Mi siedo, accavallo le gambe, respiro e rispondo a raffica per paura che la sua attenzione possa scemare all’improvviso. Invece mi ascolta e mi fa: andiamo, ti offro un caffè da Pascosky. Così mi ritrovo ad attraversare il ponte Santa Trinità per la prima volta accanto a un ragazzo più vecchio di me, con una faccia che mi ricorda Gaber, e un accento che fa scivolare le parole sull’ultima sillaba e con una camminata tipica da paese borbonico: mani in tasca a formare una protezione genitale da ogni avversità cittadina. Però è simpatico quando comincia a parlare di musica per accattivarsi la mia giovinezza. L’altro argomento è il suo passato da contestatore, un po’ rinnegato, e che sopravvive in un ascolto religioso di Guccini. Io lo osservo mentre parla con autorevolezza che gli ho donato all’istante, appena mi ha chiesto: che musica ascolti? L’altro argomento che poi ha ripreso quotidianamente erano le sue invenzioni pre-tecnologiche riguardo a un sistema di asciugatura delle lavatrici, era il ‘90, era l’anno della benzina verde!… Insomma, prima o poi avrebbe brevettato le sue scoperte e avrebbe campato un po’ di rendita, almeno così sembrava che sperasse, mentre mi raccontava i lati negativi del suo lavoro come decoratore. Lo osservavo come se sfogliassi un libro sugli effetti della migrazione interna in Italia nella generazione del dopo ‘68: ce la farò anch’io, vedrai mamma ce la farò anch’io, suggeriva la sua faccia immalinconita. Mi stava simpatico anche quando raccontava di una donna che aveva rincontrato dopo dieci anni e nel frattempo lei si era sposata, aveva una figlia, ma lo cercava e lo voleva con sé almeno una volta alla settimana.
  Marco Abitava a Firenze già da dodici anni, io da dodici ore, eppure dai suoi racconti avevo recuperato tempo, soprattutto un tempo che mi era stato negato dal mio paese, da mia madre, dalla mia timidezza. Intendiamoci, avevo una libertà tale che un sessantottino si sognava, poiché io non professavo nessuna ideologia né appartenenza: ero soltanto solo al mondo. Fermati, non sto partendo col racconto tristissimo del ragazzino scappato di casa, no, si trattava di una solitudine intimissima: sapevo solo io quello che volevo realmente, gli altri erano spettatori dei miei slanci, delle mie fughe, delle mie stramberie maldestre, e poco più. Insomma, stavo qui a Firenze nel ‘90 in una casa per migranti post-fame degli anni cinquanta, e ci stavo per frequentare la Scuola di fotografia f/64 di Luciano Ricci. Avevo letto un suo annuncio su Fotografare, una rivista dell’epoca e, mentre sedevo svogliato in classe scrivevo sul diario: voglio andare a Firenze per studiare fotografia! E il mio amico di banco, con cui realizzavo vignette potentissime - lui disegnava io davo le idee - che facevano ridere da pisciarsi sotto pure al primo della classe. Insomma Amedeo mi dice, lasciando cadere la matita nervosamente sulla scalinatura: ma si scem’? E aveva un po’ ragione, poiché a marzo mi sono ritirato scemamente da scuola e a maggio stavo già a Firenze per conoscere Luciano Ricci. Era il primo viaggio che facevo da solo, e non avevo idea che profumo avesse, e neppure di dove sarei andato a dormire. Certamente non me lo chiedevo mentre addentavo una bistecca fiorentina in un ristorante con vista sul Duomo. Quando Ricci me lo ha chiesto, dopo che mi aveva fatto vedere la scuola, fatto conoscere gli allievi, e raccontato con tono sbrigativo lo scopo della scuola, io ho risposto: boh! Così mi sono ritrovato in una stanza a Figline Valdarno, dopo che ho cenato con una coppia che frequentava la scuola, anche se lui era essenzialmente un meccanico e lei una bella ragazza generosa, e che mi avevano offerto subito ospitalità appena hanno capito che quel mio boh! era frutto di una totale mia dipendenza dal mondo che mi passava davanti agli occhi. Questi due Rivera e Modotti nella Valdichiana mi hanno subito adottato per quella sera, anzi, fino al mattino, quando lei mi ha accompagnato alla stazione offrendomi pure la colazione.
 Questa è una traccia della mia vecchia libertaria mente che nella pagina precedente avevo abbozzato male, e che riprenderò col prossimo racconto erotico.


domenica 2 dicembre 2018

Diario di un padre pop (titolo provvisorio)

         I miei figli, le mie più riuscite illusioni. Come due uccellini fradici di pioggia aspettano i miei abbracci, le mie fragili parole, i miei toast. Ce la sto mettendo tutta a recuperare le mie distrazioni passate, quel mio vagare tra desideri e paure, che alla sera mi lasciavano senza energie per voi. Quella volta alla fermata Garbatella mi ero paralizzato davanti all'ascensore e senza vostra madre forse avrei avuto più aria, ma anche più rischi di sbatterci contro e morire come un fantasma. Figli, che strano tuonare questa parola dentro una notte di De Gregori e spavento, insomma, ragazzi miei ascoltate quello che ho vissuto oggi. Me ne stavo contento mentre parlavo con  disinvoltura post-ideologica a F., su cosa pensavo del suo progetto lavorativo interessante, ma troppo nostalgico: troppo simile ai miei fallimenti andati, gli ho detto con eleganza quasi letteraria. Alla fine F. mi fa: uno come te che non abbia un incarico dirigenziale mi pare assurdo. Io sorrido, chino il capo, poi respiro soddisfatto e dico di avere un esercito di limiti nella mia mente. Poi un scazzo tra di voi mi ha fatto barcollare, parole e imprecazioni che volevo lasciare cadere su quello sterrato davanti alla trattoria di agricoltura nuova. Non riuscivo a mediare, a difendervi da quel mondo sordo che origliava la nostra crisi. Penso alle tempeste vissute in questo anno, che oggi si sono scontrate con le mie improvvise frustrazioni. Dopo un attimo mi ritornano in testa le parole femminili violente e umilianti che mi hanno zittito stamattina: mi hanno paralizzato al nastro di partenza, come sempre. In più quella vecchia vocina stronza che insiste spietata e mi sussurra: non sai fare niente, lascia che decidano loro. E continuavo a ridere e ridere ancora. Osservavo la mia impotenza, e quel tramonto rosato che spezzava la schiena. Ora sono qua a darvi una buonanotte che sa troppo di commiato e pare racconti un'altra storia. No, no, figli, rimango dentro questa mia unica vera e piccola storia di un ragazzo che se ne sta ancora paralizzato ad ascoltare canzoni, ad abbassare la voce, la testa, guadagnare nove euro l'ora, ma che sa baciarvi ancora, e piangere insieme a voi, e pure ascoltare le vostre canzoni graffiate di parolacce e amore che urlano riscatto.
        Resto, forse conosco già la fine, ma resto lo stesso a fischiettare illusioni davanti ai vostri letti che ho montato bestemmiando e sognando un tempo comodo e adulto per voi. L'idea che non potrò vedervi in quel tempo forse sta nella natura dei ruoli, eppure oggi mi fa schiattare il cuore e disperare, come un padre costretto a partire per una guerra inevitabile, innaturale, umanamente intollerabile.
    L. mi dice: devi insistere a scrivere, lo fai bene, proponiti. J. mi scrive un WhatApp: come ti ho detto a cinque anni tu sei l’unico che mi strappa dalla tristezza, sei simpatico. Ti voglio bene.

domenica 18 novembre 2018

Deglutire vergogna, vivere

Stretto tra mia madre e mio padre sul sedile posteriore stringevo quel che restava dell’uovo. L’aveva preso dieci minuti prima mia zia nel gallinaio basso e puzzolente. Me l’aveva dato a mo’ di paghetta, cioè con quel gesto a metà tra il caporale e il datore di lavoro, senza sorriso, e per me significava che me l’ero proprio guadagnato. Avevo dodici anni. Ero secco come una canna di bambù, e tenevo in piedi già il fantasma della mia ansia. Avevo, e credo sia vero a distanza di decenni, una faccia sempre disponibile a vivere, seppur paralizzata da una timidezza blu: mi bloccavo, ma covavo già un probabile riscatto futuro. Quella sera, dopo che siamo scesi dall’auto, feci vedere le mani ai miei: un inguacchio giallognolo si muoveva come tanti atolli alla deriva sul palmo. Con i miei ero tiranno, così finii che cazziai loro per il fattaccio. In realtà ero preoccupatissimo per aver sporcato l’auto di zio. La sua opinione era oro per me, da quando mi aveva concesso un vecchio semenzaio in concessione per farci un orto. Da quel giorno è stato un susseguirsi di complimenti: che bell’orto, che peperoni e che pomodori. La mia vergogna però vinse dentro l’auto in quella serata fredda, perché io non avevo il coraggio di dire: mi si è scrafacciato l’uovo in mano. Non riuscivo a prendere sonno quella sera, neppure parlottando coi santi come facevo in quel periodo. E neppure dopo aver preso una supplementare tazza di latte con orzoro. Forse zio mi avrebbe declassato a nipote normale, dopo un consulto fulmineo con gli occhi della moglie, mi avrebbe tolto senz'altro il semenzaio; sicuro mi avrebbe guardato come guardava quei gatti dispettosi a cui destinava scarpate improvvise, proprio un secondo dopo che gli aveva messo gli scarti di cibo sulla busta riciclata della pasta Paone. Tremavo quando vedevo quella violenza, nella mia testa sentivo un crack, ma poi me ne dimenticavo. Insomma, mio zio non se ne accorse di quel po’ di liquido giallognolo che cadde in auto. Zia sì, e mi fece un cazziatone senza guardarmi negli occhi: continuava a pulire i broccoletti. Io l’ascoltavo come ascoltavo la messa prima di andare a giocare a pallone, all’oratorio.
Dopo qualche giorno arrivò all’improvviso un'esplosione nucleare che attraversò l’intero mio corpo di bambù: lottavo per trattenere dei conati che sentivo salire violenti e sconosciuti. Fu la prima volta. Per trent'anni ci ho convissuto, oggi posso dire - timidamente eh - che finalmente sto deglutendo quella vergogna dell'uovo schiuso in mano tra mio padre e mia madre, sul sedile posteriore di una cinquecento carta da zucchero.
Perché mio padre non stesse davanti su quell’auto, come si usava in quel tempo per i padri, sarà oggetto del secondo capitolo: la mia insicurezza trattenuta tra le gambe e gli occhi.


sabato 6 ottobre 2018

L'uomo che trema


 Così in un sabato mattina qualunque di serenità ho ascoltato una selezione di Elliott Smith su YouTube e ho cominciato a scrivere due righe sul libro di Andrea Pomella. Glielo devo, poiché ho letto i suoi post mattutini per qualche anno quasi quanto quelli di Michela Serra negli anni. All’inizio li leggevo e riflettevo, poi quelli più recenti li leggevo, riflettevo sempre, ma a volte mi commuovevano pure. Non sapevo che stavo vivendo una trasformazione letteraria, esistenziale dell’autore, oppure ciò che stava cambiando era solo in me?
   Mentre leggevo L’uomo che trema sentivo la sua presenza sotto i piedi, come un torrente carsico che trasportava i miei pensieri come detriti verso un fiume enorme, quello del mio tempo ritrovato: da un anno circa percepisco il tempo come misura verso la mia fine. Misurandolo, vivo meglio, e le cose della vita mi sembrano più concrete, quasi tocco le porosità, sicuro annuso il buono come fosse pane appena sfornato. Da circa un anno vedo ossa e muscoli sotto il velo delle mie ipocrisie, piaggerie, velleità, desideri, ma intravedo anche quella mia specialissima sensibilità, sempre sottovalutata, come mi ricorda ogni tanto mia moglie. L’uomo che trema parla di depressione, anzi, scava nella depressione dell’autore, ricreandola in pagine memorabili, nitide di dolore e di attese: un figlio che sa stare al mondo, un nonno che ritorna, una moglie premurosa. All’interno di queste relazioni la depressione del protagonista acquista senso, rivela le debolezze, le crepe, combatte il bianco accecante del nulla che compare all’improvviso in un parcheggio deserto. Conosco la depressione, soprattutto quella di persone a cui voglio (e ho voluto) più bene in vita mia. Capisco che se gli altri declassano la tua depressione a capriccio, a svogliatezza o, peggio ancora, a incapacità di stare al mondo poi il tuo mondo si sgretola e finisci in fila alla asl o ti barrichi in camera per secoli, fingendoti morto. E intanto la brace incendia te e il tuo letto, fa scaraventare comodini in aria, non ti fa rispondere al telefono per mesi. Determina la tua vita con uno sguardo, e nessuno mai riuscirà a risalire a quello sguardo, forse neanche tu che lo hai subito.
Il libro di Andrea Pomella scorre via emozionando con una acuta misura che s’intreccia al sentimento ma non lo esalta, né lo schiaccia: ci sta, e ti fa partecipare volentieri al racconto, restando accanto e non permettendo quel risucchio sentimentale che alcuni autori mettono in scena, furbescamente. Resti seduto accanto al libro, ma non provi a saltargli in braccio, lo contempli da quella poltrona ma non lo scarabocchi freneticamente di te, lo lasci raccontare come potrebbe raccontare un amico che non vedi da anni: decifri le rughe, osservi le labbra, ti specchi in quegli occhi luminosi che hai osservato in un’altra epoca. Il dolore cambia con te, i traumi si diluiscono nelle nostre giornate rimbalzando nel tempo alle pareti di altre storie, e quando gli spigoli non ci sono più forse sei pronto a tramutarli in un’opera d’arte. Un po’ come ha fatto Andrea Pomella, almeno così voglio immaginarlo io, al chiuso di questa stanza piena di Elliott Smith, di vento e di un sabato da inventare.
   Sto scrivendo più di me che del libro, ché a me non piace svelare i libri, suggerirli sì, così come di pensare alla raffinata e intelligente arte dell’autore nel riversare in frasi un senso, una bellezza che altrimenti svanirebbe per sempre.  Penso anche un po’ all’autore, lo ammetto:  sì, dopo libri come questi poi mi piace abbracciare l’autore il prima possibile. Sperando di non fare altre gaffe con gli accenti, aspettando il suo prossimo libro come si aspetta un vecchio amico preparando noccioline e birre, tutto contento, fingendo una postura da adulto mentre sotto tutto scorre come quando eri ragazzo e timido.






lunedì 1 ottobre 2018

addio fantasmi


  Certi libri li aspetti come si aspetta un’amica, e stavolta non è l’amica che ti invia un audio WhatsApp in cui ti chiede senza pietà: perché sei andato via da Gaeta (è bellissima, enfatizza) per scegliere di vivere in una borgata romana? Me lo chiede a fine estate poi, quando la nostalgia è più spietata. A quella mia amica non ho risposto come si deve per la rabbia che mi ha fatto salire, ma forse la risposta migliore sarebbe regalarle Addio fantasmi, il nuovo libro di Nadia Terranova. Seppure le fughe dalle case dei nostri guai siano più o meno tutte uguali, è vero pure che in ognuna il dolore è diverso: e forse tutti abbiamo il desiderio di superarlo, arrendiamoci.
   C’è un passo del libro in cui questo concetto è scritto divinamente, è quando Ida cerca febbrilmente di incontrare Sara, la sua amica del cuore dell’adolescenza, quella spigliata coi ragazzi, quella che non ha subito la scomparsa del padre a tredici anni, quella che non ha bisogno di invidiare la vita degli altri. Sara è cambiata restando a Messina, vivendo le mille frustrazioni che certa provincia rende ancora più soffocanti. Nel dolore di Ida c’è una strana sordità per le storie degli altri, pur scrivendo storie reali-inventate per la radio, continua a pensare che il suo dolore sia il Dolore: quella unicità fragilissima, che spesso diventa una compagna condanna a cui ci affezioniamo e a cui doniamo le nostre migliori energie. Mentre sonda la propria memoria, tra flash back e oggetti conservati in sacchi neri nella sua cameretta dell’epoca, Ida prova far uscire di scena il fantasma del padre, il quale a un certo punto della lettura pare che evapori  tra le pagine più riuscite di sempre sul superamento del dolore.
   La bellezza sommersa di questo racconto emerge lentamente, come una nave affondata che approfitta di una secca improvvisa: oscena, mostra tutte le incrostazioni del tempo in cui è rimasta nascosta al mondo. Non teme più gli occhi degli altri: lascia vedere la ruggine che splende insieme a tutti gli altri colori del relitto pronto oramai alla manutenzione. Non c’è tempo per la vergogna, perché c’è in Ida quell’energia tenuta a bada negli anni, che ora penetra dolcemente la superficie della realtà.



   Ritornando nella vecchia casa, per aiutare la madre a “sistemarla” prima dei lavori di rifacimento del tetto, Ida rivive le perenni rabbie, così come ricompaiono dalla memoria le sue esperienze di giovanissima donna, successive alla scomparsa del padre. In quella casa oggi c’è da riparare un torto subito sull’uscio dell’adolescenza, un torto che forse viene dal mare, o dalla cattiva sorte. Oppure proviene da una sinistra somma di casualità a cui non sapremo dare mai un nome, e che non riusciamo ad  afferrare neppure in certi sogni notturni. Un giorno magari avremo il coraggio di andare in analisi, di avere partner solidi come ficus, amici che sanno ascoltare, o semplicemente la fortuna di sopravvivere. Questa storia ci sussurra un monito: riparare il nostro dolore significa anche saper chiedere, quando è arrivato il suo tempo, una tregua ai nostri tormenti. Mettere la nostra storia accanto al nostro presente e non dentro, poiché solo quando riusciremo a vedere accanto a noi quei ragazzi che siamo stati, solo allora potremo fare un pezzo di strada insieme allo spettro sopravvissuto a quel trauma, per poi salutarlo come si salutano certe zie che pensi sia l’ultima volta che vedi.
   In Addio fantasmi non si risolve forse nulla, ma leggendolo ho fiutato quella dose di purezza che sembra galleggi in quelle scelte morbide che a volte si fanno, e che pare si stacchino dallo stallo di certi pesanti dolori: come bolle infuocate ai piedi dei vulcani. Non ci resta che allontanarsi senza voltarsi finché quell’odore di lava calda non si sia mischiato bene bene allo smog delle nostre nuove città caotiche di bellezza, dove le scelte siedono accanto a noi su certi tavolini rossi di aperitivi e patatine, quando ti sorprendi a leccare le dita come da bambino, in certe serate sospese. In questi nostri luoghi densi di un presente ancora incerto, cerchiamo di rappresentare al meglio le nostre storie ancora piene di desiderio. Sì, cara amica mia, a questo punto delle nostre storie lo possiamo fare anche lontano dalle bellissime spiagge d'infanzia.



sabato 8 settembre 2018

Giulia, Tonino e la panchina (finale)

Sulla panchina

   Sbuffo il fumo della sigaretta che mi ha lasciato Tonino a fine turno. Nel farlo, mentre vedo questi pini giganteschi davanti ai miei occhi, penso al viale di platani che mi conduceva a scuola. Da piccolo. E quegli alberi erano i miei baobab. Penso a mia madre che mi accompagnava con quell’aria sognante. Assente, a volte. Io ero contento e mi divertivo a scivolare ai lati dei gradini sul liscio di marmo levigato da mille sederi come i miei, o a scambiare le figurine con i compagni, poco prima che la campanella scolastica anticipasse i rintocchi del campanile comunale. La sfida a questo punto era tra il bidello e il messo comunale, quest’ultimo più statale dell’altro nell'essere calmo di burocrazia.

Tonino quando ha finito di sbrigare con le terapie e i vari giri nei reparti per verificare se stiamo tutti tranquilli, spesso gli rimane un po’ di libertà che spende ad ascoltarmi. Siccome sono stato professore d’italiano, e appassionato di storia contemporanea, lui vuole sapere da me quello che è successo davvero negli anni settanta, soprattutto in Italia. Dice che in quegli anni lì, terribili e creativi, si è trasformato tutto. Poi mi suggerisce che bisogna analizzare  a fondo tutte le questioni che sono state affrontate in quegli anni di fermenti e cambiamenti sociali epocali. Un po’ credo che abbia  ragione, e così ci mettiamo a fare queste chiacchierate storiche con l’intento di capirci qualcosa in più entrambi. A me piace farlo, mi tiene vivo dentro questo pre-obitorio fatto di zombie coi camici  e sciroccati vestiti malissimo. Anche se ci sono dentro anch’io in questa moltitudine umana barcollante di anime che ancora cercano qualcosa, tra gli infiniti viali e i bui corridoi, ma io almeno la mattina mi scelgo la camicia da mettere.

 Tonino mi chiama sempre professore, e questo mi lusinga un po’. L’ho fatto per dieci anni in una scuola privata, e fu un’occasione d’oro dopo altri dieci di gavetta tra i mille istituti della città, e doposcuola vari. Così un giorno a un convegno sulla “Didattica come strumento di emancipazione”, conosco Piero, il direttore della scuola “Socrate”, e facciamo una bella chiacchierata, sull’importanza degli studi per trasformare la propria vita in meglio. La chiacchierata è durata un intero pomeriggio al tavolino del chioschetto di viale Ippocrate. A settembre stavo già nel suo istituto a insegnare Italiano e Storia a ragazzetti un po’ viziati, un po’ ambiziosi, un po’ coglioni. Anzi, a dire il vero, ambiziosi lo erano soprattutto i loro genitori poiché credevano, iscrivendoli da noi, che poi avrebbero disegnato un percorso scolastico su misura per i loro figli d’allevamento. Illusi anche loro.

Tonino non si stanca mai di ascoltarmi e a volte resta anche oltre il proprio turno di lavoro, e questo accade quando c’è ancora da discutere sull’argomento iniziato e che non si può rimandare al suo prossimo turno, poiché si spezzerebbe il filo. L’incanto. Affrontiamo scientificamente ogni segmento di quegli anni, perché vogliamo costruire un atlante per le nuove generazioni. Questo lo dice Tonino che pensa di ricavarne qualcosa da queste discussioni, lezioni direbbe lui, poiché crede sia importante approfondire la conoscenza dei fatti che hanno caratterizzato gli anni settanta,  per riuscire ad orientare meglio nel mondo le nuove generazioni. Lui ci crede. Io invece, quando parlo con lui, passo il tempo nei migliori dei modi possibili qui dentro, e con una limonata fresca davanti in estate, o un orzo bollente d’inverno, è il massimo di quello che posso aspettarmi in questo posto. Allo spaccio-bar gestito dai pazienti le opzioni di acquisto sono poche. Io mi arrangio anche lì, tanto resistere per me significa soprattutto poter mettere tutti i giorni un vestito diverso, elegante, così da mantenere vivo lo stile nel tempo che mi rimane. A me è sempre piaciuto lo stile, pur dentro il peggio delle umane possibilità.

Esco poco dalla clinica. Anche se non ho limiti alle uscite, preferisco stare dentro. La mattina esco soltanto per comprare le sigarette, poi mangio una ciambella e bevo un caffè, mi leggo tutti i quotidiani del bar, e basta. Un tempo uscivo più spesso e anche per l’intera giornata, lo facevo anche per smaltire tutta l’inquietudine che producevano i miei tanti pensieri inquieti. Mi capitava di uscire in compagnia di Rosetta, un’assistente sociale che avevo conosciuto durante l’anno che aveva lavorato da noi. Con lei passavo giornate in giro con la sua auto a parlare e ridere di quello che eravamo stati. Si andava anche nei mercatini o nelle librerie. Qualche volta pure al cinema. Poi, scansato il pudore delle differenze di status, ci rotolavamo sul suo letto a due piazze. Lei viveva da sola e quel letto accoglieva pure qualche altro ragazzo occasionalmente. Così mi diceva. Non vedo più Rosetta dal giorno che mi ha raccontato cose troppo tristi sulla sua famiglia: non ce la facevo più, visto che con lei uscivo sicuro di trovare un’oasi femminile dopo le giornate vuote e maschili della clinica. Qualche anno fa mi ha scritto una bella lettera. Spiegava con delicatezza che forse è stato meglio così per noi due, cioè, dichiarava pure che con me è stata una cosa speciale, ma, a pensarci bene, sarebbe stato difficile proseguire. Si era fidanzata. Bastavano queste due parole ed io avrei capito lo stesso, invece, col gusto delle complicazioni, mi aveva fatto una disanima un po’ professionale e un po’ da ex fidanzata sulla nostra stramba relazione. Che poi non era così stabile, infatti nessuno di noi due pensava di essere fidanzato. Dopo di lei ho smesso di uscire in quel modo. Solo piccoli gesti quotidiani che mi aiutano a non smettere di conservare dignitose abitudini, soprattutto la mattina, prima che arrivi l’assistente con i suoi modi brutali a servirci la colazione e ribadirci rozzamente la nostra misera condizione. Io prendo solo i biscotti e m’incammino verso il bar.

Ho avuto anche una moglie, certo. E pure due figli. Sono stato un discreto padre di famiglia, e un decente marito. Ma che fatica. Amavo mia moglie, e i suoi modi dolci e accoglienti. E le sue intuizioni fulminanti.  Un po’ meno amavo le sue pretese di vedermi normale. Ogni volta che avevo una crisi, e ne avevo una ogni tre o quattro anni, mi diceva che la dovevo smettere di fare il ragazzino. Come se dipendesse da me, le suggerivo con quel tono di voce spietato e senza convinzione che tiravo fuori in quei momenti di crisi. Aveva ragione, ora lo so. All’epoca ero avvolto in una nebbia sentimentale che mi faceva sentire bene sempre nel torto, quindi nel giusto: osservavo la mia situazione dal punto di vista del fallito senza futuro che mi ricucivo addosso. Invece, m’impegnavo pure coi ragazzi a scuola,  producendo anche buoni risultati. Ricordo che mi ero inventato un concorso per racconti brevi, rivolto ai ragazzi degli Istituti che gestivamo. Organizzavo con piacere ogni anno gite che per metà erano culturali e per l’altra metà puro divertimento. Per tutti. Vero pure che ogni tanto mi fissavo per certe situazioni ipocrite che si generavano nelle relazioni tra colleghi, ma durava solo qualche mese. E poi sfumava, questo almeno era come lo percepivo io. La scuola, con i suoi cicli di studi, mi dava la possibilità di cambiare ogni tanto le facce con cui avevo a che fare, colleghi inclusi. Avevo tre sedi, quindi avevo anche la possibilità di girarmele tutte e tre. Questo avveniva quando andavo in crisi, e uscirne significava cambiare aria. Devo ammettere che mi sono preso diversi periodi di aspettativa, oltre a riduzioni degli orari, e tante altre scappatoie per non scoppiare del tutto. Ma la mia ex moglie non sopportava più questo stato di cose. Voleva tranquillità esistenziale e serenità familiare. Mica aveva torto.

I miei figli chissà cosa pensano di me ora, dopo che per anni abbiamo condiviso casa e abitudini, fino alla loro adolescenza. Poi il crollo. La clinica. La separazione. Sto sragionando aspettando l’incontro con mia figlia, vorrei mettere in ordine il caos del mio passato, così per ripulire quei pensieri appiccicosi che da sempre mi perseguitano. Lo faccio sempre per esorcizzare il mio passato strambo, per sembrare migliore agli occhi di Giulia. No, è inutile far finta di essere normali, ché poi lei s’innervosisce quando lo percepisce. Ogni due o tre mesi passa a trovarmi. Mangiamo nella trattoria in collina, lontani dall’opprimente perimetro immenso della clinica. Parliamo un po’, o meglio, sono io che le faccio mille domande. Ricevo un paio di risposte lunghe, esaurienti ma articolate, in cui ci infila pure notizie della madre: le vanno bene le cose con Claudio. Ma di solito poi aggiunge frasi così: anche se secondo me la malinconia se la sta divorando in silenzio. Poi mi dà qualche informazione sul fratello che insegna a Mantova: vedessi come crescono le figlie. Mio figlio lo vedo solo a Natale e in estate, pochi giorni insieme per sconfiggere la paura dell’addio. Porta pure le figliolette, che oramai mi vedono solo come un nonno misterioso da temere cautamente.

Quando mancano pochi giorni dall’arrivo di mia figlia, comincio ad agitarmi già dal mattino. Parlo troppo, perdo un po’ quello stile riflessivo che mi crea una certa riverenza da parte degli altri qui dentro. In fondo questa calma artificiale, fatta di pasticche e riflessioni astratte con Tonino, mi fa stare bene ma, appena compare la realtà, la mia vecchia realtà che bussa al portone della clinica, allora mi tira fuori un’ansia urbana e passata, mai del tutto addomesticata.
Durante il primo anno in clinica non ho visto nessuno. Dico dei parenti o amici. Nessuno. Ero agitato e quando esageravo, magari urlando contro un altro paziente insolente o mi rifiutavo di prendere la terapia, gli infermieri mi sedavano nella maniera antica: botte. Lì per lì non soffrivo tanto, ché un po’ me le cercavo visto che per capricci esistenziali avevo mollato tutto per farmi condurre qua. Così, una ramanzina energica ci stava tutta, ammettevo in silenzio.   Ma poi, nei giorni successivi, quando i lividi diventavano neri, cominciavo a intristirmi. Allora chiamavo mia moglie, allora ancora non eravamo separati, magari alle sei del mattino e le urlavo che era una stronza, per niente umana, una carogna. E lei rincarava la rabbia dicendomi che non avevo combinato nulla nella vita e ora era giusto che stessi lì. Lo pensavo anch’io che fosse giusto stare qui, visto che là non avevo combinato granché. Quello che mi faceva piangere, non al telefono, ma dopo nel corridoio della mensa, era sentirmi dire “e i ragazzi non te li faccio vedere perché sei pazzo”. Ecco, questo non me lo meritavo. Adoravo i miei figli, e non potevo sopportare la loro lontananza. Almeno all’epoca. Di fatto, tra insulti, botte, mie agitazioni, non ho visto nessuno per quasi un anno. Poi sono cambiato. Sono diventato un paziente modello, a detta del dottore. Mi ero adattato bene, come sempre nella mia vita. Quando si tratta di sopravvivenza tiro fuori una forza oscura e funzionale.

Domani arriva mia figlia. Spero mi porti il libro che le avevo chiesto. Tutto questo pensare mi ha stremato, nemmeno la discussione sullo statuto dei lavoratori con Tonino mi aveva procurato tanta fatica. Una fatica dolce, una stanchezza che sa di cose belle dentro i fatti brutti. Panna e puzza di ferro bruciato nello stesso istante che ti avvolgono e stordiscono un po’. Ho sonno. Vado a sdraiarmi sulla solita panchina accanto al vecchio pollaio. Oggi Tonino è di riposo, andrà al cinema con Giovanna. Dormo un po’, prima che arrivi l’ora della cena. Prima che i pensieri divorino il ricordo di certe faccine che mi faceva mia figlia piccola, al parco, davanti alla fontana con quegli schizzi improvvisi. Quanto era tenera Giulia davanti a quell’acqua gioiosa che s’infrangeva arresa al vetro della Nikon, poco prima dello scatto. Poco prima del crollo. Poco prima.

“Ciao papà. Scusa il ritardo ma ‘sti treni sono sempre più lenti”.

“Non ti preoccupare. Vuoi un po’ d’acqua fresca?”

“Sì, grazie. Papà voglio farti subito una proposta: vieni a vivere a casa mia”.

“Ma stai scherzando? Vero?”

“No, ci penso da tempo. Cosa resti a fare qui? Non sei più giovane. Starai da me. Tanto col lavoro che faccio a casa ci sto solo la notte e un po’ la mattina. Faremo colazione insieme. Poi le giornate le passerai in giro per il paese. Al mercato del pesce. Oppure in casa a leggere i tuoi libri. No?”

“Giulia… a me non dispiacerebbe, ma come faccio… devo finire di raccontare la storia a Tonino”.

“Lo chiami al telefono, o lo puoi invitare di tanto in tanto a venire al paese. Papà, ora non puoi pensare a Tonino”.

“Non posso lasciarlo senza aver terminato la storia, lui ne ha bisogno”.

“Assurdo, assurdo. Ma come fai a pensare a queste cose? Boh!”.

“Sono contento che tu mi voglia vedere in giro per il paese, è bella come immagine, ci starei bene dentro. Però, capiscimi, sono quindici anni che sto qui e avrei bisogno di un po’ di tempo per disabituarmi. Mica posso uscire oggi all’improvviso. Dammi un po’ di tempo. Magari in autunno ti raggiungo”.

“In autunno! In autunno, perché? Hai sempre bisogno di tempo per te. Vero? Alla fine hai usato sempre la maniera più comoda di prendere tempo davanti a una scelta. Che però non hai fatto mai, vero? Ora è Tonino con le sue ossessioni a farti rallentare. Papà, pensaci bene, è un’occasione per ripartire con più dignità. In fondo, fare colazione assieme è stata tra le cose più belle che abbiamo fatto in passato”.

Giulia come sempre mi ha scosso col suo temperamento pieno di rabbia e desiderio. Mi spaventa l’idea di diventare un peso. E poi quanto potrà durare? Qui poi non mi riprendono più, che ti credi. Qui ho il posto fisso, sto meglio degli statali, e Tonino si sarebbe fatto una risata a questa mia battutaccia. E pure Giulia. Nei prossimi giorni nella testa di Giulia sarò mischiato al rancore e alla speranza. Io vorrei mescolare saggezza e dolcezza per una notte intera e poi decidere. Ma non ce la faccio. Non decido da quindici anni. Dovrebbero farmi un TSO al contrario. Un’ambulanza a sirene spiegate che mi sbatta dentro casa di mia figlia. Con le comari fuori a bisbigliare sbigottite. E poi? Niente, mi sa che finirò di raccontare a Tonino gli anni settanta. Dopo, nei giorni seguenti, scriverò una cosa carina e significativa a tutte le persone a cui voglio bene qui dentro; solo allora me ne starò ancora qualche giorno su quella panchina vicina al vecchio pollaio a decidere sul da farsi: alle cuffie avrò a tutto volume le canzoni di Modugno a sostenermi per l’impresa. E' il massimo che io possa fare per te. Credimi.

Al mare
 Alla fine ci vado al mare. Il professore sono mesi che me lo chiede. Finora ho sempre messo la scusa del troppo lavoro o del cinemino insieme a Giovanna, ma in realtà ero preoccupato per Giulia. Non volevo disturbarli, ché sapevo della sua gelosia per il nostro parlare all’infinito, così non volevo intromettermi tra di loro. Il professore non sta benissimo, mica per la figlia, no, è che non riesce a riabituarsi alla vita in una casa normale. In clinica aveva le sue abitudini, aveva i tempi scanditi, aveva me. A me il professore manca tanto, eppure quando lo immagino accanto alla figlia sono davvero contento per la scelta che ha fatto: la sua sensibilità se lo merita. Giulia è stata coraggiosa a invitarlo a vivere con lei, nonostante la sua infelicità amorosa che la fa vivere a metà. In fondo bastano due ore di viaggio e sono da loro. Questo treno mi fa pensare a tanti altri viaggi fatti da piccolo, ché mio padre quando è scappato di casa, dopo che ha massacrato la vita a mia madre nei dieci anni di matrimonio, si stabilì a Civitavecchia e io e mia sorella una domenica al mese ci toccava raggiungerlo per pranzare con lui. Pranzi in trattorie unte già all’ingresso. Si stava in silenzio. Le poche parole erano rotte da altre parole che bloccavano ogni emozione. Questo me l’ha scritto mia sorella anni dopo, perché lei ha saputo uscirne meglio di me da quel periodo, laureandosi in filosofia, e scappando in America. Questo treno invece è allegro perché mi sta portando dal mio amico professore. Queste cose brutte della mia infanzia non gliel’ho mai raccontate, forse un giorno lo farò, se cominciamo a vederci più spesso prima o poi ci scappa che gli parli anche di queste cose. Ma ho paura, che tutto finisca, poiché per lui oramai sono quello degli anni settanta, ma questo lo penso io, che alla mia età ho ancora tanto paura del giudizio degli altri. Devo riuscire a usare parole che sanno di vita mia alle persone a cui voglio bene. In questi mesi abbiamo provato a scriverci messaggi, ma non era la stessa cosa: dovevo sentire la sua voce, i suoi silenzi tra un periodo e l’altro. Comunque la sua voce telefonica non mi bastava lo stesso. A dire il vero una volta ci siamo pure visti, ma Giulia non lo sa. Una sera si è presentato in clinica, e meno male che mi aveva chiamato poco prima di citofonare in guardiania. Niente, voleva rientrare. Era furibondo con la figlia. Diceva che lo stava obbligando a fare cose per lui faticose, e certe volte anche ricattandolo: voleva farlo cambiare. Da anni non lo sentivo parlare così, mi stavo preoccupando. Conoscendolo, l’ho lasciato sfogare senza intromettermi, mentre ce ne stavamo all’ombra davanti al cancello di ferro verde al di là della clinica. Così mi ha raccontato che Giulia gli aveva imposto di uscire almeno un’oretta al giorno, perché gli ripeteva che non poteva stare tutto il giorno sopra il terrazzino a guardare sempre quello spicchio di mare. Mentre diceva spicchio di mare la voce gli era ridiventata delicata, e io lo so che in quel momento i suoi occhi stavano davvero riguardando quello spicchio di mare che si era depositato in fondo alle sue pupille. Alla fine dello sfogo gli ho detto di aspettarmi nella mia auto, poiché finivo il turno di lì a poco. Il professore, dopo che gli ho dato l’antidepressivo, ha cominciato a tirare fuori i veri motivi che l’avevano spinto a prendere il primo treno e scappare fino alla clinica. Sì, era contento di vedere tutti i giorni la figlia, di prepararle gli spaghetti alle vongole, di rifarle il letto, ma non reggeva più tutta quella normalità improvvisa. E poi ogni tanto scattava contro di lei, tirando fuori un tono di voce che gli faceva schifo e che somigliava a quello che usava contro la ex moglie, quando deliravano a tavola, distruggendosi tutto il tempo che passavano insieme con parole orrende. Dice che una volta gli era sembrato di sentire proprio la voce della ex moglie, mentre ascoltava un rimprovero di Giulia. Me lo raccontava singhiozzando, e anche io non reggevo più quella situazione nella la mia auto, in cui di solito stavo silenzioso con intorno solo sporco di scontrini e briciole di merendine, e canzoni. Ci siamo fermati nello spiazzo davanti al bar che ha i cornetti buoni. Appena ho messo il freno a mano l’ho abbracciato come non abbracciavo nessuno da secoli. E lui ha cominciato a piangere proprio bene, quasi dieci minuti di pianti stretti stretti ci siamo fatti. La gente che passava rideva, sghignazzava, e facevano certe facce che mi spingevano ad abbracciare ancora più forte il professore. Nel pianto mi ha detto che vuole una vita normale, che vuole fare il padre, ma che ha paura di fare ancora cazzate imperdonabili. Ché io normale non lo sono più, ripeteva singhiozzante dopo che si è calmato un po’. Sussurrava e piangeva, e noi non avevamo il coraggio di guardarci negli occhi, eppure non ci vergognavamo di quelle parole che rimbalzano dolci e dure nell’auto appannata in quello spiazzo pieno di via vai di gente che di notte sembra più a proprio agio. Una volta finite le lacrime siamo usciti dall’auto e ci siamo lasciati condurre dalle luci colorate e intermittenti della sala slot verso l’ingresso del bar. Ci siamo mangiati tre cornetti con la crema a testa. Poi l’ho accompagnato alla stazione e per un pelo ha preso l’ultimo treno. Prima di salutarci mi ha chiesto di promettergli che sarei andato a trovarlo. Così, eccomi qua. Resto un paio di giorni da loro. Il professore sta tutto contento e mi ha già fatto il programma: prima tappa il castello ex carcere militare, dove due criminali nazisti hanno “dimorato” negli anni settanta. Il professore dice che è un posto sconvolgente, a picco sul mare, ma quel mare i carcerati non potevano vederlo, tranne questi due nazistacci. Dice che dobbiamo riflettere sulla rimozione degli anni bui del fasci-nazismo, e che non basta indignarsi, ma bisogna raccontare bene quanto siano ancora insinuati come serpi in certe teste quei sentimenti folli e maligni che ci hanno fatto vivere anni tremendi, poco più di settanta anni fa. Così mi ha detto tutto allarmato al telefono. Ho cercato di abbassare la sua tensione, come faccio sempre con i pazienti ma stavolta avevo un’altra preoccupazione: volevo che davvero non si preoccupasse più del dovuto. Stavo in pensiero per lui.
Questo treno mi fa pensare bene, con le parole giuste, senza l’ansia che mi fa mozzare le frasi e non pensare fino in fondo quello che mi gira nella testa. Pare poco, ma a uno come me, insicuro e nevrotico ma buono - come dice sempre mia sorella filosofa - la cosa che più desidero è parlare in maniera chiara almeno con le persone che stimo. Per farlo ci vogliono pensieri schietti, che arrivino come anguille dalle stanze della ragione e poi dirette fino al bordo della lingua umida. E il professore l’ha capito, e forse anche Giovanna. Senza sapere nulla delle anguille e tutto il groviglio con cui ho a che fare notte e giorno, soprattutto la notte. Da ragazzo ci soffrivo, e non riuscivo a combinare niente per questo mio modo di fare e di pensare. Quando ho conosciuto meglio il professore, quando da paziente stava diventando un’altra cosa, insomma, dopo la prima chiacchierata sui decreti attuativi nella scuola, ecco, in quel momento mi sono sentito davanti a un padre, a un professore, e a un amico: tutti in una unica persona, che aspettavo da quarant’anni. Forse è sempre stata la mia unica e vera aspirazione che covavo sin da bambino, quando me ne andavo da solo a conoscere posti nuovi con quella freschezza e gentilezza verso gli altri che col tempo ho perduto. Per questo sto tutto contento su questo treno lentissimo. So che il professore mi aspetta con i suoi nuovi racconti-lezioni che avrà già ripetuto a mente almeno cento volte, conoscendolo. Anche lui aspettava da sempre uno come me, magari avrebbe preferito incontrarmi al bar o in biblioteca, invece che in clinica, ma che cosa importa mi ripeto ogni volta che lo penso. Quando mi ha detto che con Giulia certe volte usa il vecchio tono che usato contro la moglie, mi ha fatto pensare che deve ricominciare ad andare da uno psichiatra anche lì al mare. È vero che prende regolarmente le pasticche, ma la brutta bestia della depressione fiuta da dove entrare, e scapocchia le giornate, e ti fa dire cose brutte, lanciare sedie, sbattere porte: cose di cui ti penti un attimo dopo. Ecco, dopo le cose belle che mi farà vedere, i racconti che mi sroloterà, mi farò coraggio e glielo dirò. Ho capito che certe persone meritano tutta la verità che abbiamo a nostra disposizione per loro.

Al porto
 Il professore sta parlando divertito dei vari personaggi del paese che ha prima fissato a lungo, e poi conosciuto in questi mesi. Tonino gli sta di fronte con gli occhi spalancati mentre mangia con gusto il mais tostato. Giulia con il bicchiere ancora pieno di crodino in mano li sta osservando con la pace negli occhi, coperti da tondi occhiali scuri. Intorno quel puzzo dolce del mare in prossimità dei porti. Di fronte un pescatore con pantaloni di almeno due taglie più grandi sistema all’infinito le cose nel suo gozzetto, pur di non abbandonare la sua Elena al ritmo dello sciabordio che la infastidirà tutta la notte: tra un po’ stringerà la fune all'attracco e si avvierà sollevato e affamato verso casa.
Tornando ai tre al bar, c’è Tonino che ha chiesto altro mais, e continua a chiedere   approfondimenti per ogni dettaglio che il professore, così dettagliato di sfumature nel raccontare, ha lasciato cadere passando troppo in fretta a un altro episodio. Poi ridono, e ricordano aneddoti della clinica e li mischiano con quelli della loro giovinezza, e bevono i campari, e si sfiorano di parole che solo loro due ne conoscono il significato più profondo: un codice animalesco che fiuta e svela il sentimento originario che sta nel fondo dei loro racconti. Giulia ogni tanto sorride e lascia scorrere questo momento che non avrà eguali nelle loro storie. In questo tempo ciascuno sta trattenendo il peggio di sé per soddisfare silenziosamente il piacere dell’altro. Un miracolo che va lasciato intatto, pensa Giulia, che pensa anche di come lei e Maria in due minuti di parole avrebbero disvelato molte più cose che suo padre e Tonino in due anni. Eppure stavolta non ha voglia di riscattare la sua intelligenza da femmina, e non ha nemmeno voglia di sbatterla in faccia alla sua anima. Come fa di solito per consolarsi davanti a una realtà tonta e dura che le strapazza la mente. Questa volta annusa tutto il puzzo del porto pensando di non poter vivere più senza il gusto di fissare sin dentro le ossa le persone che le piacciono, le stesse a volte che spendono parole buone e sguardi acuti per la sua storia, che non è ancora finita.
Ora rilegge nella mente, come ha fatto mille volte in questo ultimo anno, una lettera che scrisse tempo fa al padre ma che non ha mai avuto il coraggio di spedirgli.

Caro papà,
ti scrivo dalla cameretta dove sono stata bambina, ragazza, tua figlia. Sì, perché da un certo punto in poi non lo sono stata più, e una volta ho pure detto a un ragazzo che non ti avevo mai conosciuto. E quello per sei mesi ha visto tua moglie come una ragazza madre. Mi sono vergognata di questo, ma non di certo durante quel periodo pieno di rabbia e di odio per il mondo ottuso che dominava e annientava quella mia giovinezza, appena fuori da quella finestra. Ho passato anni nascosta in quella cameretta, dove nascondevo anche quei pensieri tremendi di scomparire. Una notte era già tutto pronto per farlo. Poi una pagina di libro, l’aria fresca alla finestra e l’aver visto il mio fratellino dormire abbracciato al suo amato gatto, mi hanno fatto esplodere in un pianto che ha svegliato tutto il vicinato. Sono fatta per vivere fino alla fine, con l’idea che il meglio non sia un Principe azzurro, ma che sia una possibilità di cambiare una convinzione ottusa, e ripartire da un altro punto, da un altro posto. Adesso lo so che questo mio pensare un po’ ottimista e un po’ disperato è tutto quello che mi hai trasmesso tu negli anni. È vero che ho l’affetto saldo di mamma e di mio fratello, ma tutto quello che vivo fuori da questa casa lo vivo con te negli occhi, che mi fai sbattere ai muri, e mi fai piangere senza motivo, e mi fai amare per un sorriso imprevisto. Non te lo ammetterò mai. Eppure è così. Ti ho sempre cazziato per le tue ossessioni e manie, per i tuoi legami potenti con le persone amate, che si sgonfiano poi al cambio di stagione, fino a farti rimanere solo. No, non ho più voglia di fare la figlia che dà lezioni al padre scombinato. Resterai scombinato per sempre papà, anche nei miei pensieri, però per me sarà soltanto avere un papà scombinato insieme a un papà e basta. Ho deciso di accettare questa storia che ci lega e che in passato ci ha strangolato e che probabilmente ci farà litigare altre mille volte. Non importa, qui al mare ho imparato anch’io a fissare oltre quel qualcosa che non è un orizzonte, un’isola e nemmeno una bella immagine remota della mente: non è niente, solo una tregua che sa di sale e aria. Papà, domani ti insegno come si fa.


venerdì 7 settembre 2018

Tonino ( Giulia, Tonino e la panchina)

Tonino
   A quindici anni volevo scrivere un libro, avevo pure il titolo pronto: I contrasti nell’era della pop art. Un titolo strambo adatto a un tipo strambo, com’ero io allora. Stavo sempre a pensare a ‘sto libro: la notte mi svegliavo e lo vedevo sul comodino, ancora vuoto di parole. Già, quelle non venivano mai quando le chiamavo: invece arrivavano parole pesanti piene di tristezza, ma soprattutto arrivavano nella controra, quando non le cercavo. Questo lo so oggi, ché allora mi parevano pure belle e importanti, le parole, quelle che mi capitavano tra la testa e le mani. Necessarie, pensavo. Macché. Erano solo ferri arrugginiti da lunghi inverni di lacrime, quelle sì necessarie. Mio zio mi cazziava quando non lo aiutavo, e la moglie, che non riesco neppure a chiamare zia, quando era nervosa, mi chiudeva nella cantina per interi pomeriggi. Lì mi facevo le pippe, e cos’altro potevo fare? Sì, anche al libro pensavo, ma come facevo a scriverlo? In realtà mi frullava tutto nel cervello, mi sarebbe bastato trovare un contenitore robusto dove versare il tutto. Ora devo ammetterlo, allora era più semplice pensare tutto il tempo alle cosce di Mariella, che a scrivere qualcosa di buono. Questo libro però un giorno improvvisamente ha visto la luce: una decina di pagine sgrammaticate che facevano apparire la mia realtà spaccata in due come un cocomero, come quelli che spaccava mio zio la domenica. I buoni e i cattivi, le femmine e i maschi. I miei zii e la mia rabbia. Ma comunque mi piaceva, ne ero soddisfatto e confidavo nella giustizia divina per la sua imminente diffusione; sì, allora avevo questo tipo di pretese: sei buono? Avrai la ricompensa. E io l’aspettavo tutte le sere la ricompensa, sdraiato sul materasso di lana aspettavo una ricompensa come fosse l’apparizione della Madonna. Invece arrivava Mariella, che mi sorrideva serena. Mi addormentavo, e ci mettevamo a fare bagordi insieme tra nuvole e tappeti. La mattina poi, prima del mezzo bicchiere di latte che la moglie di mio zio mi sbatteva sul tavolo di marmo all’aperto sotto il porticato, sennò sporcavo in cucina, come diceva zia. Insomma, all’alba scappava via Mariella, e a volte avevo proprio l’impressione di vederla con le sue gonne da zingara che si gonfiavano e sgonfiavano in lontananza, sulla strada poderale. Macché, erano solo cazzate di sogni che mi servivano per caricarmi: per riuscire ad andare a raccogliere i cocomeri dentro al caldo infernale del campo, alle dipendenze ringhiose di mio zio adottivo. Ma questo lo so soltanto oggi, prima, allora, tutto era fluido e vero. Pure Mariella.


 Così oggi mi ritrovo a fare questo lavoro strambo. Alcuni lo fanno facendo i cattivi, con atteggiamenti un po’ da delinquenti, oppure stanno sulla difensiva tutti i santi giorni. Perché è un lavoro duro tra persone imprevedibili, problematiche e a volte aggressive. A me basta sorridere un po’ alle persone che incontro nelle stanze o nei corridoi, poi bere caffè alla macchinetta con Giovanna, e ogni tanto chiacchierare con il professore d’italiano in pensione. Aspettare il ventisette per pagare l’affitto e la rata della macchina. Il resto del tempo, quello che mi avanza dalla clinica “Quiete serena”, lo impiego a leggere tutto quello che c’è da leggere sugli anni settanta in Italia. Qualche volta, quando si tratta di musica e movimenti giovanili, mi sposto anche verso le cose estere con la lettura. Ho una cantina piena piena di riviste e libri, dischi e articoli ingialliti.
Ogni tanto vedo Giovanna, quando non deve assistere sua zia malata, e allora andiamo al cinema e poi scopiamo a casa mia. Non succede nulla d’importante prima né dopo averlo fatto, ma durante stiamo da Dio. Siamo tutti e due single. Lei, a dire il vero, ha un altro amante: occasionalmente la passa a trovare un camionista del suo paese d’origine. Stanno insieme una notte. Poi lui la saluta con le lacrime agli occhi, lasciandole tra le mani un pacco di biscotti al cacao fatti dal forno del paese d’origine. Poi seguono settimane di silenzio. Nel frattempo lei viene al cinema con me. Ci sono dei periodi che non la voglio vedere. In quei giorni voglio solo pensare al passato, agli anni settanta. Vedo solo film dell’epoca e, se fosse possibile, uscirei solo con donne degli anni settanta. Dicono che sono un po’ monotono. In realtà lo dice solo Giovanna, che per me equivale a tante persone, perché ho pochissimi amici. Un tempo ne avevo a bizzeffe, e facevo con loro un sacco di cazzate. Un giorno poi ognuno di noi ha trovato il lavoro e allora ci siamo scordati di fare cazzate. A dire il vero all’inizio, durante qualche sabato sera, le facevamo lo stesso le cazzate, ma non erano più le cazzate di una volta. Quando non penso agli anni settanta, penso ai pazienti che vedo tutti i giorni. Molti di loro hanno vissuto il meglio della loro vita proprio in quegli anni, e quindi gli faccio le domande di questo genere: “avvertivi che stava cambiando tutto in quegli anni?”. Spesso mi ridono in faccia; qualcuno tenta di abbozzare un discorso articolato ma non ce la fanno, i farmaci vincono sulla loro lucidità, e alla loro memoria restano frasi mozzate che sanno di poco. Solo il professore parla bene, fino a farmi vere e proprie lezioni. Ogni tanto si ferma su qualche autore o fatto anche per più giorni, che sono costretto a prendere appunti. In cambio vuole un po’ di vino rosso di sottobanco. Quando beve racconta pure meglio, e io ascolto con più piacere. Insomma, se non l’avete capito, io, una volta che faccio quello che mi chiede il responsabile della clinica, assistere e imbottire di psicofarmaci i pazienti, poi non mi resta che chiacchierare con alcuni di loro. Un giorno il professore ha sforato negli anni ottanta e l’ho dovuto bloccare, stava diventando irritante in quell’uscio di anni opulenti e chiassosi di niente. Così, dopo che l’ho minacciato di non dargli il Chianti già comprato, è ripartito dalla battaglia per il divorzio senza fare una piega.

Giovanna non vuole che le dica frasi di circostanza dopo che abbiamo scopato. Dice che deve sentire i suoni. Non oso chiederle cosa siano i suoni, poiché lei non osa chiedermi perché mi sono accanito tanto con gli anni settanta. È un patto. A noi piace stare ognuno nelle proprie cose. Poi un giorno tutto finirà, e ognuno di noi dichiarerà tregua al mondo e farà qualcosa di meglio. Oggi ancora non è così, poiché non è ancora arrivato il momento giusto per fare di meglio.

mercoledì 5 settembre 2018

Giulia (Tonino e la Panchina)



  Questo porto non lo sopporto più. Vedo sempre le solite quattro barche vecchie con la ruggine che scende dai lati, con tutte quelle cime pelose che pendono e puzzano solo a guardarle, così come quel chioschetto infimo laggiù a sinistra, poco prima della pompa di benzina mezza abbandonata: i proprietari devono ringraziare i quattro pescatori puzzolenti se riescono a tenerlo in vita coi loro caffè corretti.
A Maria l’avevo detto: resto un paio d’anni, giusto il tempo di far innamorare bene bene Guido e poi scappo via con lui verso Bologna o Roma, o chissà dove
Proprio così le dissi quella sera che decisi di restare a vivere qui. Si stava tutti insieme spensierati su quella terrazza poco illuminata e piena di uomini con camicie bianche sbottonate e donne con vestitini sgargianti e sorrisi generosi, si beveva vino bianco e si rideva uno dentro la faccia dell’altro. Era estate, e davanti c’era tanto mare. Ero convinta che la mia vita avesse incrociato la fortuna di ritrovarsi insieme a persone belle, e un po’ strambe: questa scena della terrazza rappresenta bene come sognavo da ragazza la mia vita futura. Così desideravo immaginarmi da grande. Ma sognavo nel sogno. Ora eccomi qui sopra a questa terrazza maiolicata di blu e ben illuminata, con il grembiule nero fino alle ginocchia e gli occhi neri di matita che intimidiscono sempre un po’ gli uomini. Uso scarpe comode per correre svelta da un tavolo all’altro, dal martedì alla domenica, estate e inverno. Sempre qui. Mi rilasso un po’ la mattina al risveglio, sempre sul tardi, quando il sole già picchia e lascia poca aria in giro. Faccio colazione al bar di Maria; a lei sto raccontando i miei tormenti penosi di femmina. Con i colleghi c’è poco da fidarsi. Provano ogni giorno a sedurmi con racconti di vite mai vissute interamente da loro, o con quei loro slanci fatti di battute e sguardi per conquistarmi: cercando invano di scacciare la mia vecchia alleata apatia sociale. Tanto alla fine i loro poveri sogni di gloria si vanno sempre a nascondere nella federa del loro morbido cuscino di mammà, ancora prima dell’alba, quando con facce da bimbi provano a smarcarsi, almeno nei sogni, da mamme gigantesche: donne poco truccate, con il Tavor sempre in borsa. Figurati. Stavo, e sto qui, in questa cittadina salata e senza futuro, solo per l’ultima speranza di rivedere Guido e la sua pittura divina. Loro lo sanno, ma, poveracci, si mettono a competere anche contro il suo fantasma, pur di provarci con me, femmina da conquistare, secondo l’opinione di questi zoticoni di mare. Nei miei occhi neri invece lascio entrare volentieri i pescherecci che nel pomeriggio arrivano con le loro reti umide appese e piene di fravaglia, come i pescatori chiamano quei pesciolini senza qualità, e quindi senza commercio: come vedo io i miei colleghi camerieri. Valgono poco davanti all’eleganza di Guido, figuriamoci davanti alla sua pittura. Lui sa esprimersi con uno stile asciutto ma espressivo, così si distingue senza spocchia dalla moltitudine di pittoretti che sono in circolazione in questi anni barbarici. Così diceva quel critico di Firenze sul catalogo un po’ informale della sua ultima mostra. Maledetto lo stile e la mia ostinazione a volerlo bere come fosse limonata fresca. Speravo di baciare Guido tutte le mattine, per prendermi il suo stile, la sua unicità. Farmi contagiare ogni santo giorno come una santa col suo oppresso. Che scema, la solita scema ragazzina di trent’anni che beve cose di cui non conosce gli effetti né tanto meno il sapore vero, crudo e terribile della realtà che si appiccica ai nostri corpi. Niente, non capisco proprio niente, sarà la tara di famiglia.
Ecco questo golfo che diventa ogni giorno sempre più piccolo, con queste sue casette colorate una diversa dall’altra che tempo fa sognavo di abitare: qui avrei potuto scrivere pure un’altra Guerra e pace a puntate per il giornale locale, se solo avessi avuto l’opportunità di amare Guido. Lui amava il mare soprattutto d’inverno, ché d’estate scappava in Grecia, da quei suoi amici pittori squattrinati che stimava più d’ogni altra cosa. Di me, sicuramente. In fondo mi considerava una ragazza pigra e viziata da una famiglia di strambi, come mi disse quella volta durante una litigata. Ecco, credo sia questa la natura del suo rifiuto: scarsa considerazione di me, e del nostro futuro insieme. Anche se so di non avere prove al riguardo, Maria, dimmi tu allora perché mi ha poi evitato in tutti questi atroci e lunghi anni di separazione?
“In realtà non gl’hai mai fatto capire veramente che lo rivolevi così tanto. Allora lui ha fatto quello che avrebbe fatto chiunque: i fatti suoi. Che sono scelte, occasioni da cogliere, gesti umani legittimi, o no?”
“Maria, ma tu fai davvero? Stavo sempre con gli occhi addosso a lui, alle sue mani, al suo corpo …”
“Appunto! Cose vere solo per te, Giulia cara; tu hai fatto poco per prendertelo davvero.”

  Forse ha ragione Maria: ho sempre aspettato che le cose accadessero solo per la maniera con cui le guardavo e desideravo. La realtà ha vinto. Ora faccio la cameriera per quaranta euro a sera e aspetto il lunedì per scappare a Roma con la pazza speranza di incontrarlo. Frequento tutte le mostre o eventi culturali che propone la città, e dove possa esserci lui con la sua faccia un po’ triste a illuminare il mondo. E me.
“Giulia! Una margherita al tavolo uno. Dài, sbrigati”.
In questa pizzeria tutto è povero, ovvio e senza futuro. Vedi scorrere la felicità insieme alle pizze, che poi si ferma lì quella felicità momentanea, su quella pizza farcita sempre più in maniera esagerata: una volta c’era la capricciosa a fare la differenza, e poteva bastare. Poi guardo i clienti e capisco che la volgarità si sta mangiando il gusto, lo stile con cui avevamo fatto un patto, silenzioso, tra cittadini circondati da tanta bellezza e il resto del mondo.
Dentro questa pizzeria io adoro soltanto la storia di Kaled. L’altro pomeriggio sono stata a casa sua. L’avevo accompagnato a casa per via dell’acquazzone improvviso, e che andasse via in bicicletta con quelle ruote così piccole per le sue gambe, non mi andava giù. Allora mi sono fatta coraggio e ho messo da parte quel pudore che aleggia spesso tra me e lui, tra me e la sua cultura araba. Prima del caffè mi ha fatto assaggiare una sfilza di cose buone: dolci arabi, cocomero e gelato. Il caffè l’ha preparato la moglie, il figlio grande ha tagliato il cocomero, e il secondo ha servito i dolci. Gli altri due, tre e cinque anni, mi fissavano con due olive nere al posto degli occhi. Erano una famiglia, e condividevano così bene tutto quel poco.

Durante la notte, aiutata da una digestione lenta anche per tutto quel miele nei dolci arabi, ho sognato Adim. Da quella volta che l’ho investito su quella strada stretta di curve e vedute. Con quel potenziale omicida che erano le mie notti a base di alcol e cocaina, insomma, da quella volta ogni tanto mi torna in sonno a trovare: ha sempre il braccio ingessato e continua a venirmi a trovare con questa infermità, nonostante siano passati due anni da quell’incidente. Ora ha vent’anni, e sicuramente sarà tornato a lavorare ai mercati, con le sue braccia muscolose e veloci pronte a scaricare camion interi di frutta e verdure. Questa notte mi ha dato un bacio. Aveva lo stesso sapore di quelli che ricevevo nell’adolescenza. E mi sono svegliata di colpo in piena notte, poi ho bevuto un bicchiere d’acqua, ho preso due pasticche di valeriana e ho controllato le mail. Non si sa mai, che dall’etere arrivi qualche soffiata sulla mia disponibilità ad amare di nuovo.

Domani andrò a trovare papà in clinica. Domani gli dirò che deve trasferirsi da me. Non ha senso che continui a stare lì dentro, circondato da persone assurde. Lui sta bene oramai. E in fondo poi io, diciamolo una volta per tutte, non ho più speranze che Guido ritorni da me. È stata un’illusione che mi sono trascinata appresso anche per scacciare la decisione di ospitare papà a casa da me. Ancora mi spaventa l’idea, lo so, ma non posso più aspettare: lui invecchia e le nostre angosce si gonfiano sempre di più, dentro i nostri esili petti.
Domani all’alba vado e glielo dico subito, appena lo vedo. Altrimenti la sua tenerezza mi blocca come sempre, e poi comincia a raccontarmi di Tonino e delle sue smanie di conservare le vite degli altri nella testa: non sopporto più questo dipendere dalle scelte degli altri. Basta, papà deve venire a vivere con me, e non voglio sentire altre storie: questo devo dirgli con gli occhi più decisi del mondo.