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domenica 15 ottobre 2017

cosa mi fa stare bene?

Si doveva andare all’Orto botanico, o al mare, e magari passare anche dalla mostra su Anna Magnani. Poi andare a trovare Marco in clinica. Si doveva assaggiare una tregua, col tempo mite intorno. Negli ultimi vent'anni ho fatto molte cose per dovere, ma in verità alcune anche per piacere tutto mio. Poche, se tiro le somme alle soglie dei quarantotto autunni. Quanto camperò ancora? No, non sto esorcizzando nulla, ché mentre lo scrivo già una ruga si ritrae spaventata. Giunto a questo punto, in questa domenica estiva d’ottobre, seduto sotto al Melograno mi concedo il lusso della sincerità appiccicaticcia. Quella senza  fondamenta, senza controprova: come l’arrogante sensazione di sentirsi migliori al cospetto dell’intero mondo tondo.
Ma tu mi vedi? Ecco, se riesci ad immaginarmi seduto là con l'occhio a palla per lo sforzo, e senti pure la voce di mio figlio che ripete Storia alla madre, e il cagnetto dei vicini che abbaia dietro i vetri e il gatto che ronfa beato in poltrona, ecco, allora sono riuscito a tirarti dentro la mia storia, per cinque minuti.  Almeno quella che sfiora questo monitor. E già così staremmo a metà del dibattito sulla questione giornaliera: come raccontarsi, se proprio ce l’abbia indicato un dottore di farlo, eh. Ma ti va davvero di starmi a leggere? A me di farmi leggere, lo ammetto, mi va almeno quanto di passare un weekend a Parigi a dicembre.
Sono stato una settimana senza frequentare i social, poiché nel frattempo avevo da fare molto coi pensieri che erano andati in subbuglio, e col costato indolenzito e molte altre faccende che non credo opportuno dichiarare qui troppo sinceramente. Esiste l’arte dello sparigliare, esiste un limite dove provare a inventare veramente. Esistiamo io e te, ma niente che possa rappresentarci senza cicatrici vere medicate con garze finte: esaltare il senso, e non il consenso di un momento.

In questi giorni non voglio maledire nessuno né voglio arrabbiarmi col tempo, e nemmeno coi cinquestelle: vorrei soltanto riuscire a tradurre a parole quell’incertezza mal trattenuta da quel sedicenne ieri, poco prima che scrivesse tre righe di sé durante il laboratorio. Appariva tutto rosso, tutto bloccato, tutto come uno stare a sentire i rimbombi dei pensieri e delle voci di parenti e degli amici: un coro di persone disastrate che in un attimo magico magari si mettono a cantare il suo pezzo rap preferito, e lui che con la sua felpa comincia a svolazzare con gli occhi umidi, facendo scendere a coriandoli le cose orrende ricevute nel tempo, e scriverne tutto eccitato. Santo cielo, fa che quelle tre righe diventino l’incipit più azzeccato del suo tempo.


sabato 9 settembre 2017

Giornate che sanno di te (figlio).

   Me ne stavo spensierato dentro questo settembre e finalmente, dopo i soliti abbagli d’agosto, vedevo nitide le persone e questo mi aiutava a far sfumare via l’ansia, mi faceva respirare bene e pensare: caspita la vita quando arriva così. Poi piomba la notizia che ti hanno bocciato. Proprio oggi che hai organizzato una bella cosa, tutta tua, che hai condiviso facendo rappare quattro ragazzi, due venuti addirittura da Torino, in un locale chiamato Dissesto musicale. Ti cercavo con gli occhi mentre incoraggiavi i “tuoi” rapper, o abbracciavi due fan venuti apposta da "Battistini", o dopo quando dialogavi come un grande col gestore del locale. Durante la serata ti hanno applaudito e ringraziato: a detta loro senza di te loro non avrebbero mai “rappato 'sti pezzacci”. Io me ne stavo seduto al tavolino, con una smorfia un po’ troppo alla Nanni Moretti, a vaneggiare lieve: stasera sei sbocciato, altro che bocciato. Eppure a volte i fiori stordiscono di profumo, e sono assediati da api e insetti, e subiscono grandinate. Insomma, sto provando a rimanere in piedi per tenere ferma la nostra barchetta in mezzo a questo mare che sembra di bonaccia, ma che in un attimo potrebbe mascherarsi da tempesta. Certi fiori sono semplici, quando la luce li investe davanti, poi li osservi al tramonto e ti sembrano minacciosi, accesi di sfumature rossastre. Scrivo così perché sono confuso, non deluso, casomai spaventato; in fondo preoccupato come gran parte dei padri che, finché non ti sentono rientrare, e bere un po’ d’acqua, e accarezzare il gatto e spegnere la luce, immaginano che un intero mondo ti stia inseguendo, ingannando o semplicemente ancora cercando.
   I tuoi sedici anni oggi sanno di una settimana di video girati alla Storta e al Pincio, di registrazioni a Re di Roma e prove serali al parchetto vicino casa. Con tuo fratello che ha avuto la gloria di aprire la serata con una “sua base”, e tua madre che chiacchierava di te con parole adoranti tra mojiti e amiche.
Sono ingombrante come certi mobili scuri, pressante come certi temporali, e adorante come i cani al mattino. Chissà tu come mi vedi, e come mi assorbi o respingi in queste nostre giornate che qualcuno deve pur raccontare: ingombrante come una telecamerina nascosta male.

Eccomi che ti sto ancora aspettando, e immaginando, fissando la tua imminente risposta whatapp, in mezzo a questo fracasso di silenzio di una giornata che sa tutta di te.
Mi salgono a galla pagine di libri, canzoni lontane, parole non dette, e mi sento più solo che mai, più forte di sempre, e pronto a esserci svestito d’ansia, così come m’implorano rabbiosi d’affetto i tuoi occhi belli.








venerdì 1 settembre 2017

mangio ansia a colazione

   
  Come se non l’avessi fatto di proposito: scegliere tra i contatti quelli a cui far sapere i fatti miei, conditi di velleità. Sono esaurito. Per la prima volta dopo le ferie d’agosto non ho voglia di fare buoni propositi. Questa estate ho sentito tanta ansia, che mi ha gonfiato le gambe, fatto crescere la barba e paralizzato davanti a un molosso nero. Una volta in mare, a cento metri da riva ruotare di 360° e vedere due delle persone che amo di più allontanarsi verso la grotta e io che, senza un reale pericolo, le chiamavo e ruotavo ancora: poi si è riavvicinato il piccolo e mi sono calmato. Sono fatto d’ansia e d’idee. E non riesco a essere pratico e determinato. Intanto oggi mi sono ingolfato come il decespugliatore, e scrivo a vuoto di figli e di fobie. Vi avrò stancato della mia normale esistenza trascritta e vi avrò anche illuso di trovare ogni volta almeno una cosa scritta bene, e vi avrò deluso leggendomi per l’ennesima volta senza trovare neppure un po’ di fresco tra un periodo e l’altro.
   A te che ti fiuto come felicità in agguato, chiedo una tregua: non darmi più possibilità ma parole lisce di risposta.
A te che mi consideri amico amico, be’, a te chiedo di continuare a esserlo e ricordarmelo in certe mattine di mattone.
A te che curiosi e aspetti grandi cose, ti darei un bacio di pazienza e un abbraccio chiassoso.
A te che oramai mi sopporti come si sopportano le delusioni del sabato sera, ti aspetto per un caffè, per ascoltare le tue belle confidenze.
A te che non conosci l’odore delle mie braccia, e non vedi la mia faccia, ti aggiorno appena mi trasformerò in uno splendore d’uomo.
A te che capiti qui a forza di tirate di giacca, grazie, e perdona la mia presunzione da quattro soldi.
Per tutti voi noleggerò un pullman per attraversare mondi che assomigliano ai miei racconti migliori di certe serate senza livore, e sarò sereno e dirò quello che credo e scriverò quello che vedo e che immaginerò: scorrendo le vostre facce tra i finestrini e le acacie, mi calmo e risorgo.

Dopo tre ore.
   Avevo scritto queste cose mentre la mia auto veniva lavata a suon di musica araba. C’era un vento caldo, e provavo a chiamare un amico che non sentivo da mesi, poi mi ha risposto con un Sms: ho una paura muta di non sentire più voci bellissime. Così, una volta al supermercato mi è salita una voglia di piangere davanti ai sottaceti.
Avere una smisurata quantità d’ansia in circolo ti fa immaginare cose così: cani che ti sbranano, persone che annegano e tu non riesci ad aiutarle, o la faccia di un vecchio amico che sbuffa al pensiero che lo stai chiamando. Non è vero niente, invece è vero il niente che trasforma l’aria e la bocca e le parole, che deformano la mia faccia e la fanno diventare torva e brutta. Credimi, io sono anche bellissimo, sensibilissimo, ignorantissimo: con una storia da raccontare, questa è la mia vera e bellissima ambizione. Ecco, l’ho tirata fuori.
A questo punto devo capire se rivolgermi a uno psicanalista, a un editor o un trapezista.

Il giorno dopo.
   Ieri sera mentre passeggiavamo intorno a Castel Sant'Angelo, dopo aver cenato sul lungotevere, pensavo a come mi vedo male, a come mi vendo male, a come cedo il passo alla vocina stronza: quella è contenta che non abbia imparato l’inglese neanche quest’anno.
Questo lo penso ora, poiché ieri sera, dopo cena, ho ascoltato due librai che parlavano e parlavano dei libri belli, degli editori fetenti, e mille altre cose che avrei dibattuto senza problemi, e invece me ne stavo lì a sfogliare libri con le dita e annuire a questi due. Timido. Scemo. Vinto. Perso. Questo lo vivevo ieri, ora sto qui con una forza improvvisa a scrivere di come recito in società. Ecco, riuscire a trovare quella nervatura giusta per legare questa mia forza-coraggio alla realtà-realtà, potrebbe realizzare la svolta di mangiarmi l’ansia a colazione.

Il giorno dopo ancora.
   È appena passato il temporale e qui a Roma sono riemersi i profumi, e le piante gocciolanti sembrano più verdi, e alla tivù non ci sono notizie di razzismo. Oggi non ho ansia, sono ritornato al primo lavoro, poi ho preparato spaghetti alle vongole. So che è una tregua, so che l’ansia è una serpe ma oggi mi sento un uomo perfetto, fossi bravo e scaltro lo dimostrerei anche sui social, o telefonando felice ad amici e parenti: ma sono timido, e me lo tengo per voi.
Fine.

P.S.
Vorrei cancellare questa lagna d’agosto con me che ballo Lou Reed mentre spazzo a terra, lavo i piatti e fantastico sui mille anni che ancora vivrò. Trattengo tutto, e riparto.



lunedì 21 agosto 2017

uno schermo in riva al mare

Stasera ho visto un documentario che narra la storia degli Stooges e di Iggy Pop. Un susseguirsi di spezzoni d’epoca folli, esagerati di libertà scombinata, alternati a misurate interviste attuali ai protagonisti di quella epopea, a Iggy Pop soprattutto che, nella frase finale, dopo aver dichiarato di non voler indossare tanti status tipici delle rockstar, dice semplicemente di voler Essere. Proprio quello che stavo pensando io poco prima, durante la visione. Cambia decisamente lo scenario, lo so, ma io pensavo vedendolo a torso nudo e ipnotico durante i concerti, beh io pensavo ai protagonisti del libro di Haruf Le nostre anime di notte, di cui mi stavo stavo pregustando le ultime pagine, e che poi ho finito di leggere una volta a casetta. Me ne stavo seduto sulla sdraio, con mio figlio e mia moglie accanto, uno schermo in riva al mare, il buio profumato della macchia mediterranea intorno, un mio amico che presenta l’evento con perfetta pronuncia inglese, e lontano dalle nostre spalle il caos estivo del golfo di Gaeta. Una metafora su dove mi piace stare, mentre ci stavo. Questo voglio essere? E cosa volevo essere a quindici anni? E nei prossimi venti?

Stamattina io e il piccolo abbiamo cominciato a scrivere una storiella insieme. L’idea ci è venuta mentre l’altra sera abbiamo aspettato invano le pigre stelle cadenti. Così abbiamo immaginato una grottesca estinzione del genere umano, attraverso un enorme cellulare che cerca di farsi un selfie scimmiottando un uomo d’oggi. Nella fine c'è l’inizio: la cellula. Tutto questo mentre le presunte stelle cadenti ci osservavano come se fossimo in una teca del Muse, come se fossimo già estinti da millenni, per le stelle e per altri strambi e geniali generi spersi nell’universo. No, non c'è lo siamo vissuto come un possibile racconto apocalittico, anzi, ci pareva di stare su una bellissima navicella stellare, accanto a mondi stimolanti. Siccome il piccolo si è fissato che devo scrivere un libro, pur non sapendo che a volte resto, come ora, a scrivere cose così fino alle due di notte, senza un perché; l’indomani, mentre oziava in attesa del pranzo, mi fa: Allora scriverai il libro sul cellulare scemo! E io: no, semmai lo scriviamo insieme. Non se lo fa dire due volte, impugna il cellulare non scemo e si mette a scrivere: io detto, lui aggiusta e scrive.
Forse voglio essere così. Arrendermi al fatto che non sopporto più il vuoto di questo posto dove trascorriamo due settimane ad agosto, e alcuni giorni tra Natale e Pasqua. Dove non c'è la faccio più a fare la manutenzione a questa casetta di legno, o sistemare l’uliveto, e neppure raccogliere i fichi d’india, almeno non quest’anno. Non mi va per mancanza d’immaginazione, per stanchezza, e perché sono esaurito: fragile come quel mandarino piantato quindici anni fa ma che non vuole saperne di attecchire in questa terra. Riuscire a fregarsene del giudizio di tutti quelli che qua intorno alzano case piene di tristezza abusiva, e arano, e ti trattano spesso come un alieno, un fesso da sfottere.
Penso alle morti improvvise di Barcellona, e a quelle premature di tanti miei amici d’infanzia, e mi sento di essere pronto a vivere questi supplementari che mi restano con il pensiero di essere quello che vuole scrivere una storiella col figlio in una casetta di rubinetti che perdono, di finestre che non si chiudono bene, di una libreria a parete realizzata e donata da un amico anni fa, quando tutto pareva che funzionasse alla meraviglia, ma era solo la giovinezza.
Vi prego voi quattro, non spoilerare niente della storia del Cellulare scemo, altrimenti il coautore s’incazza di brutto.

Questa pagina la dedico a quelle stelle e a quelle persone che ancora non conosco. E a voi quattro che leggete ora.



domenica 13 agosto 2017

l'estate è quella casetta laggiù


    L’alberghetto era fermo all’ottantasei, e il gestore Angelo assomigliava ad Adolfo Celi con gli occhiali. Lo spazio relax consisteva in un biliardo appiccicato al ping pong, una pista tonda e legnosa dove non ballava nessuno e un flipper accanto al divano di pelle. C’era una palestra di cyclette disposte di fronte a una lavatrice, con attigua una sauna che abbiamo sfruttato in una mattina di pioggia. Ho sbirciato un Corriere della sera il primo giorno, stava su un tavolino nella hall, ma non era dell’hotel: la moglie annoiata del gestore, che leggeva Mastrocola, ci si è fiondata su appena mi sono allontanato. Era un hotel che somigliava a quegli autogrill-ponte sull’autostrada, ma di legno. Si mangiava bene, e si stava spersi e sereni come in una vera vacanza bisogna stare, almeno per me.
   Abbiamo fatto tante passeggiate. Il piccolo arrancava, e mi ricordava il piccolo Apicella in Palombella rossa. Il grande ha mostrato una resistenza commovente: merito del rap? Mia moglie respirava come Maiorca. E io? Osservavo e speravo che l’idea vacanza in montagna reggesse alla prova dell’escursione. Ha retto, e ci ha portato fino a 2200 metri.
Ho convinto il grande a salire in cabinovia a patto che ascoltassimo in cuffia il suo amato Rancore: avevo tanta fifa anch’io.
   La Val di Rabbi con le sue sparute casette, mezza abbandonata rispetto alla Val di Sole, ci ha fatto desiderare posti così appartati per le future vacanze. Invece stavolta stavamo in una zona da sciatori ma senza neve, anche se la clientela sciancata dell’alberghetto ci è ripiombata nelle nostre tendenze umanissime di radiografare le vite di persone barcollanti, anche in vacanza, anche quando sembrano più spensierate. Mi è piaciuto da matti contemplare le interazioni della famigliola con lo zio un po’ sciroccato al seguito. O quando al marito della toscana è partito un video porno a cena, e disperato non riusciva a bloccarlo. Oppure certe coppie precisine coi figli tiranni: le loro facce imploranti, le loro fughe attraverso il chiacchierar del niente eterno. C’era una bambina, Celeste, che sicuramente Kubrick l’avrebbe inserita in Shining, escludendo le gemelle, poiché emanava mistero e dolcezza in eguale misura. Al personale dell’albergo ho dedicato i migliori sguardi, i migliori ascolti emotivi. Nella testa avevo Youth, e cercavo famelico un Caine da fissare.
   A un certo punto la guida alpina, al rientro da una visita a un laghetto alpino, ci ha fatto scendere attraverso una pista da sci, d’erba. Un’anziana insegnante si lamentava della caviglia: mi sono girato e ho visto decine di persone coloratissime su sfondo verde arrancare con dignità in discesa libera. In quel momento, avessi avuto forza e più coraggio immaginativo, li avrei presi uno a uno in braccio e riportati alla base, accanto alla pasticceria.
In Val di Non, vicino al castello di Thun, ho mangiato una mela dopo circa quarant’anni. E. scendendo dall’auto ne ha colte due al volo da uno dei milioni di alberi che c’erano, il gesto ha eccitato il piccolo, che poi mangiava e rideva sfrenato mentre gli mordevo la mela, creandoci su rime allegre sul meleto.
Ridere, ci ha salvato ridere.
    A Trento, finalmente per il Muse, mi sono fissato e commosso davanti ai sassi decorati tredicimila anni fa. E poi abbiamo giocato con leve e vortici, osservato galli forcelli e camaleonti, e sudato in salita nella serra tropicale. Anche nel centro desertico di Trento si sudava, e poi al rientro, dal trenino, ho ammirato i vigneti come un unico tappeto infinito, che da Mezzocorona a Cles mi hanno riempito gli occhi a tal punto da farmi scrivere tutto contento di treni e di mie vecchie fughe, su google Drive, e con una mano soltanto.
     In quei giorni il grande mi disegnava a furia di racconti i suoi sogni di produzioni rap, di etichette e magliette, dove imprimere la sua carica creativa. Lo osservavo e pensavo alle Piccole virtù: a volte arrivano all’improvviso, dopo tempeste e pianti.
Illusioni, quelle che ci hanno tenuto saldi e felici in montagna.
Abbiamo percorso trenta chilometri in bici a trenta gradi, scioccanti per quei posti, lungo il torrente Noce. Stabilendo un’impresa, un record per famiglie non allenate e stressate da lunghi inverni urbani. Ci siamo abbracciati con gli occhi, mentre riportavamo soddisfatti le bici al noleggiatore stupito.
   Non ho usato internet in quei sette giorni, e vivevo in un’iperrealtà famigliare che mi sorprendeva. Riflettevo: potrei vivere in eterno così, mentre provo a fermare il tempo, riducendo le angosce, riuscendo a moltiplicare gli affetti.
Poi al rientro in una galleria infinita sulla variante di Valico, mentre sorpassavo un tir, a questo bestione scuro è esplosa una ruota accanto alla nostra auto. Un boato. Abbiamo tremato: E. spaventata non riusciva a parlare, il grande pensava fosse un interferenza audio in cuffia e il piccolo silente non capiva. Sono stato bravissimo a tenere strette strette le mani sul volante, a non frenare, e a dire a E. di chiamare il 112. Quando scavallo i miei evidenti limiti, mi sento bene come un leone sazio. Poi ho virato verso l'autogrill Cantagallo, dove abbiamo sublimato la mancata visita a Bologna per troppo caldo, con una mangiata di tortellini e amatriciane squisite già dal desiderio: ecco la foto delle nostre facce davanti a quelle padelle fumanti. Clic.
   Alla fine è stata la vacanza meno aggressiva mai esistita per noi. L’evoluzione ci ha spinti a credere nelle intenzioni buone, come il bisnonno Neanderthal abbiamo voglia di sotterrare asce e smartphone saturi sotto un piccolo pino cembro, come i furbastri corvi quando nascondono i loro semini ai piedi dei Larici.
Alla fine siamo rientrati abbronzati e salvi nella nostra capanna romana di cemento e glicine, dove aspettare un altro inverno, non prima di andarci a tuffare per qualche giorno nel nostro vecchio Tirreno blu.



giovedì 10 agosto 2017

stazioni di fuga

  
  Il treno sta partendo e come sempre mi sale quell’ansia che sa d’addio e di: aspettatemi che torno, eh. Devo ritornare a Roma, dopo aver passato alcuni giorni a casa da mia madre. Sono giorni che non si alza dal letto, capita che lo faccia almeno due o tre volte l’anno, poi passa. Non sono più preoccupato come un tempo, quando su questi treni regionali pregavo che cambiasse tutto, all’improvviso, a casa mia e nella mia testa. Oggi riparto col sollievo di rivedere dopo pochi ma lunghi giorni i miei figli, mia moglie, la mia casa, il mio glicine. Oggi i treni sembrano più veloci, hanno l’aria condizionata e non ci si può fumare più. Devo chiudere gli occhi prima che si apra come un sipario il golfo più malinconico della terra, con quelle sue colline minuscole che da piccolo facevo percorrere da biglie rosse immaginarie: le seguivo fino al loro tuffo in mare oltre la Punta stendardo. Chiudo gli occhi e divento me a quindici anni, seduto a gambe strette sul treno che sta partendo, con la faccia affamata di cose nuove sto voltando le spalle al golfo. Durante questo viaggio di ritorno, per un’ora almeno, sarò quel ragazzo: poi lo abbraccerò, poco prima di dargli una leggera spinta, travestita d'abbraccio per farlo precipitare in mezzo alla gramigna fuori dalla stazione di Campoleone. Ora ti saluto, cara B., ché devo sognare da solo.


Stazione Formia-Gaeta.

    Questo treno puzza come sempre, le tende svolazzano fuori e come al solito la mattina ci sono quei maleducati che dormono con i piedi sul sedile di fronte. Quella volta che Ambrogio Sparagna li fece alzare, con determinazione e senza paura, con quel gesto brusco quando aprì la tendina dello scompartimento, mi fece paura ma pure capire mille cose. Ma io ora sto scappando, e Sparagna invece col suo oscillarci dentro a quella tratta, riuscì a crearci una fortuna, e la sua arte. Io scappo e basta. Un giorno scatterò le foto più belle, conoscerò le persone più belle, amerò le donne più belle: ora scappo e basta. Quella volta che E. venne a salutarmi col motorino più vecchio della terra: stavo per partire e mi diede un bacio al volo, da quel giorno i baci devono confrontarsi con quel suo bacio tenero e profondo, dato sul binario tre alle nove di una mattina fresca. Sto scappando, e non è la prima volta. Un pomeriggio d’inverno andai a Latina. Scesi alla stazione e, pensando che la città fosse lì fuori, m’incamminai: mi ritrovai subito in mezzo alla pianura Pontina, quella studiata a scuola. Mi arresi e presi un autobus. Arrivai in piazza San Marco e vidi alcune bancarelle di libri. Una aveva sul banco solo monografie di fotografi, tutte nere, Fabbri Editore. Ne comprai una decina, poi ci ritornai dopo una settimana, per comprarmi tutte le altre. In quelle monografie di Jodice, D’Alessandro, Giacomelli, Koudelka e tanti altri futuri amatissimi fotografi, ci stava incredibilmente tutta la mia storia, e quella della mia famiglia, e del mio paese, e pure le mie ossessioni. Per anni pensai che la mela su un tavolo con accanto ad un uomo, in una foto di D’Alessandro, fosse una scena vissuta nella sala bar della clinica dove  ricoverarono mia madre. Scappai per non ripensare a quella clinica, o almeno per scacciare quella mela bacata in quel salone dove vidi ballare una mazurca una coppia di svitati adorabili. Scappavo, in verità, anche per un desiderio egoistico di annusare aria contaminata di città. Certo, Latina non era proprio una città, ma pure a Roma andavo spesso: scendevo a Termini e percorrevo via Nazionale con l’incubo che mi riconoscesse qualcuno. Una volta a Largo Argentina all’improvviso mi misi a correre perché sentivo dietro di me una voce simile a quella di mio zio. Appena a Termini sentivo subito quella puzza di ruggine, e me la portavo a spasso tra vetrine e piazze che mi facevano smorfiare brevi sorrisi: cammino da solo per le strade di Roma, ehi sei proprio tu, tocca il marmo, sfiora lo zampillo e ridi senza vergogna. Vivevo il contrasto tra paura e coraggio, era una turbina che avevo sotto al culo e mi faceva avere una faccia mai espressa prima. Mi fissai che dovevo osservare tutto quello che accadeva in città per poterci scrivere appena possibile un libro: I contrasti nell’era della pop art, fu il titolo che scelsi. Avevo raccolto informazioni con gli occhi, ma qualche volta scattavo foto, anche se, quando le scattavo, mi pareva di essere un cecchino, tanto era la paura di scocciare le persone. Coi barboni andavo di lusso, quelli neanche mi vedevano. Scappavo, ma in realtà prendevo aria a circa due ore da casa mia. Certe volte compravo riviste tipo Oggi, e me le leggevo al ritorno, per rilassarmi come certe vecchie che desideravo avere come nonne: le mie adorabili nonne mancate. Ricordo che spesso c’era Maria Giovanna Olmi in copertina su Oggi, in bikini. All’andata leggevo Repubblica, oppure Epoca, ve lo ricordate il settimanale Epoca? Scappavo, ma volevo essere sempre presente, le droghe o l’alcol non mi attraevano. Il sesso sì, ma cosa c’entra però il sesso con i vizi me lo deve ancora spiegare Don Gennaro. Una volta mi prese da parte al parco, e mi sussurrò di fare attenzione a frequentare quella... o di uscire con quegli altri… di non fare quelle cose… Io non capii, poiché in realtà mi tagliai semplicemente i capelli, rasandomeli dai lati. Non risposi nulla, ma da quel giorno non diedi più peso alla sua tonaca: diventò suggestiva come lo scialle della cartomante che d’estate sul viale dei platani, a lume di candela, attirava a sé i vacanzieri coi suoi superpoteri. Una volta scappai più delle altre volte. Rientrai verso le 22, d’inverno e il mare era mosso anche a quell’ora. Alla fermata c’erano mia madre, mia cugina grande e il marito. Vedendoli dall’autobus, appena misi piede a terra corsi come Mennea verso il lungomare. Queste urlavano come ossesse ma mica mi acchiappavano, e in più si prendevano gli schizzi d’acqua salata in faccia. Arrivai col fiatone fino alla mia cameretta, chiusi a chiave e mi tappai le orecchie.

Stazione Fondi-Sperlonga.

   Oggi sto scappando con stile, me ne vado a Bologna. Voglio vedere se è vero quello che canta Lucio Dalla. Voglio imparare a scappare meglio, mi sono stufato di essere rincorso. Devono capire che oramai faccio quello che mi pare. Mica faccio male a nessuno. Sono convinto che niente di brutto potrà mai accadermi, questa cosa la so da sempre, così vado e vengo, e parlo con tutti, e mi aspetto sempre qualcosa da ogni incontro: come quel giorno che mi ospitò una coppietta gentilissima a casa loro, vicino Firenze. Questi due erano iscritti alla scuola di fotografia di Luciano Ricci e, sentendomi dire che sarei ritornato giù in treno la sera stessa, erano già le 18, mi convinsero a stare da loro almeno per la notte, a Figline Valdarno. Mi sfamarono, mi chiesero mille cose, e mi misero al letto in una stanzetta che forse sarebbe diventata quella dei loro figli: nella notte fecero l’amore in maniera esagerata. Mi tappai le orecchie pure lì. L’indomani lei girava per casa in vestaglia trasparente e lui con la divisa da meccanico fece colazione velocemente. Ci salutammo sotto una pensilina bianca alla stazione, e per me fu la prima pura gioia sociale, tutta mia.


 Stazione Priverno-Fossanova

  In una mattina fredda di gennaio, alle sei, alla fermata dell’autobus col mare alle spalle, conobbi M. Portava un basco un po’ troppo alla parigina. Cominciò a parlarmi alle sei e smise alle undici, quando arrivammo a Firenze Campo di Marte.
“Io non pago il biglietto del treno e degli autobus da otto anni. Disobbedisco. Ma tu nella vita, dipingi?” Così esordì vedendomi con una cartellina, che in realtà conteneva le foto che realizzai come “compito a casa” per la scuola di fotografia, dopo un mese che restai tappato in casa, quando feci una fuga all’incontrario verso casa mia. Il mare placido e nero restò fermo, mentre noi partimmo con l’autobus. Gli chiesi con un filo di voce se aveva un biglietto in più, e la sua risposta fu un trattato politico sulla necessità di ottenere tutto gratis, e sulla conseguente determinazione a non lavorare mai per nessuno: dobbiamo picchiettare come uccellini alle finestre marce del capitalismo. Così mi conquistò, all’altezza della stazione di Priverno, oramai sul treno, mentre albeggiava su di noi: annuendo per cinque ore di fila, aderì al suo movimento fancazzista.
Cominciai ad applicare il suo credo già dalla settimana successiva al suo proclama. Coinvolsi E. e E. quando ripartimmo alla volta di Firenze. Fu un correre impauriti e divertiti in quel corridoio strettissimo dell’Espresso notte. Il controllore, enorme e baffone, insospettitosi dai nostri sali e scendi a ogni fermata, decise di braccarci. Lo vedemmo in fondo, tutto scombinato, come un orso disperato, che puntava verso la nostra direzione. Mettemmo la retromarcia e ci infilammo dentro al primo bagno libero. Lasciammo la porta chiusa ma senza girare la leva. Arrivò trafelato, con la fronte sudata, e sbatté la porta contro i nostri corpi sovrapposti: ridemmo come scemi durante il tempo immobile dell’emissione del verbale. L’amico E. però rideva nervosamente, considerata la sua precisione, il suo essere un ragazzo tranquillo, credo che fu per lui una mazzata tremenda quell’esperienza: la vergogna gli fece perdere un paio di chili, ma, come sempre, me lo fece capire dagli occhi e non con le parole. Invece E., il mio amore, fu felicissima dell’accaduto, e quella notte me lo sussurrò all’orecchio sinistro dopo i mille baci dati.
M. lo incontrai altre volte, in quegli anni. L’ultima volta che lo vidi era sconvolto, non più prolisso, e mi raccontò soltanto che cominciò a raccogliere i pomodori in campagna dallo zio; sfidava il capitale lavorando con gli umili, così mi disse mentre s’incamminò un po’ curvo lungo via Indipendenza. Lo seguii con gli occhi fino a quando imboccò vicolo La scurda, e in quegli interminabili secondi mi salì un pensiero lancinante, cattivo, comico e liberatorio: ma che cazzo mi racconti? Tu che non hai il coraggio nemmeno di ricevere l’amore di A.? Ripensai a lui qualche mese dopo, durante l’ultimo verbale subito. Il controllore con l’espressione da padre tentò di farmi ragionare sulla cazzata di non pagare il biglietto: tanto prima o poi o tu, o chi per te, lo pagherà con la mora. E sarà contento solo l’erario, allora. Parlò con tono incerto, fissandomi, anche se con gli occhi sembrava che fiutasse soprattutto quel mio disastrato presente. Io rimasi con la carta d’identità tra le dita e lo sguardo che rimbalzava fiero e ridicolo nello scompartimento zeppo di studenti pendolari e pendolari statali. Fu l’ultimo verbale e fu la prima fuga verso un senso, tutto mio, tutto in salita verso mille scorciatoie impazzite di desideri.

Se ti va arrivo a Roma, fuga dopo fuga.


domenica 9 luglio 2017

mitomania, buttami via.


Ci vuole molto coraggio ad andare a Procida come ci siamo andati noi, per due notti e dopo mesi di tempeste e incomprensioni. Ci vuole coraggio imbarcarsi e raggiungere l’isola più sghemba e attaccata alla terra d’Italia, di lunedì. Arrivare a piedi alla casa Airbnb in collina di Rosaria e fare quelli disinvolti, tutti sudati e cordiali. Pare che ognuno di noi si sia scelto un motivo segreto, astruso per essere lì e non a Tenerife o a Santorini o a Gardaland o ad uno rap store. Ma chi siamo noi? Coltivo da secoli l’hobby del fare esperienze uniche, solo mie, dettate da passioni smisurate ma passeggere. Sto rischiando di trascinare tutta la famiglia in questo vulnus, in queste scelte spinte da non so più quale demone post-fricchettone-aristocratico-ammuffito. Passeggiavo a passo spedito con il grande dal borgo della Corricella in direzione casa Rosaria sfiorati da bici con pedalata assistita, ma, chissà come, ci siamo ritrovati in aperta campagna, di notte, e con una discussione appiccicata addosso che  trascinavamo dal porticciolo: vedi che non mi ascolti? Continuava a dirmi e io calmo, trattenevo tutta l’ansia dell’esserci persi e mi sforzavo a non usare la mia nuova droga quotidiana: google maps! Ma io ti ascolto, solo che a volte parli troppo in fretta… ma lo sai che… e così fino a quando con l’ausilio di una vecchina ad un angolo tra due stradine strette, che chiacchierava con la nipotina - lei sì che ascoltava la bambina - ci siamo ritrovati finalmente a casa. Dovevo finire la rilettura del libro di Elsa Morante ambientato in questa isola scorbutica e bella, come certe signore al secondo dettagliato sguardo. Appena ho finito la lettura, oltre a scoprire mille dettagli in più rispetto a vent’anni fa, googlando, ho scoperto pure che soggiornavo a cento metri dall’albergo dove la scrittrice ha vissuto con lo sposo Moravia, e dove pare abbia concepito L’isola di Arturo. La storia di un sedicenne come mio figlio, che doveva affrancarsi da un mondo fanciullesco, stretto e doloroso. Cambia lo scenario, si modificano le abitudini ma i mutamenti tremendi e belli che avvengono in adolescenza credo siano più o meno sempre gli stessi da qualche generazione in qua. L’indomani raggiungo l’ex albergo dove soggiornava la scrittrice, ora trasformatosi in pizzeria, e fotografo l’ingresso del giardino, che una vecchina poco prima mi aveva indicato come il giardino di Elsa. E dicendomelo cosi quietamente mi ha trasmesso un silenzioso piacere. Dare un nome d’affezione a un giardino per me vale più di mille piazze o cento scuole: il giardino di Elsa.




L’anno scorso ho letto La Storia, e il prossimo anno? Alla fine di questo pensiero ho sotterrato un lembo di mitomania accanto alle ortensie blu. La mia claudicante mitomania, quella che erode l’impegno e fa sembrare tutto così possibile, tutto un po’ viziato da scemenze e velleità da raccontare eccitato agli amici; come quando a vent’anni stendevo le mie foto appena stampate sul letto e aprivo le monografie dei miei amati fotografi d’allora: cercando vicinanze artistiche, presunte attitudini millenarie in comune. Cercavo.  Che buffo ero a vent’anni: sensibilissimo, permaloso, allegro e puro come una bottiglia d’idrolitina. Certo, continuare a credere di appartenere a un piccolo mondo di lettere e amenità, in verità così lontanissimo, e presumendo di starci dentro ma non ricordando bene  ogni volta il mito di Ermione, be’, non se ne può più davvero di questo andazzo, caro Giuseppe. No, non sto per fare ipocriti proclami estivi;  no, non mi metto a spifferare livorosi commenti inediti su quel mondo: vorrei solo imparare a scegliere mete più affini ai miei desideri e godermi consumazioni a base di pasticcini in quei bar privi di ogni happy hour, slot o cazzate varie che non ci hanno mai appartenuto. Ecco, mi basterebbe riuscire a non appartenere a niente in questa estate già così fuggiasca, che mi costringe a restare all’ombra di un’acacia dove aspettare le buone idee azzurrine  del mattino: sarebbe già una tregua d’amore. Questa cosa vale solo se letta all’incontrario: partendo dalla tana sul mare e arrivare fino all’imbarazzo del mio pollice su questo punto.




giovedì 6 aprile 2017

ho perso un pensiero al parco

   L’altra sera chiedevo a Ettore: ma quella volta a Mondragone che siamo andati a vedere gli Avion Travel, era il 1994? Un’inaspettata giunta di centrosinistra, dopo gli anni di mani pulite, organizzò il concerto del gruppo casertano all’interno di un parco pubblico. Saremmo stati una trentina di spettatori, in cerchio seduti su sedie bianche di plastica. La metà di quei trenta erano miei amici di allora. Partimmo da Formia entusiasti come sempre, di quello che si andava a fiutare per resistere al conformismo paesano e con la speranzosa felicità negli occhi che ci distingueva all’epoca. Fu un concerto strepitoso e breve. Rimanemmo qualche minuto lì con il desiderio di abbracciare i musicisti, o mangiare mozzarelle nei mille caseifici lì intorno. Io sentivo una gioia infantile in quei momenti di condivisione celestiale tra quei Pini secolari, e voialtri? Invece ricordo che quella sera ci arrendemmo e con le nostre auto ce ne tornammo quieti quieti al di là del Garigliano.
   L’anno scorso ho rivisto gli Avion Travel a Roma in un grande centro commerciale, all’aperto, sempre su sedie di plastica, insieme a mia moglie, mio figlio piccolo e Roberta. Mi è piaciuto tantissimo il concerto, con un Servillo sempre più teatrale e i musicisti ancora più bravi e con un Fausto Mesolella piegato sulla sua adorata chitarra a interpretare melodie davanti a quello scatolone di cemento e vetro pieno di merci attraenti. Ecco, oplà, passano i decenni ed io mi ritrovo sempre coi soliti desideri mischiati a mille dubbi, e col solito fiuto per gli accenni di felicità qua e là, e l’inossidabile famelica voglia di mangiare mozzarelle di bufala che si presenta sempre nelle domeniche sere estive. In quel concerto al centro commerciale Fausto Mesolella fissava Jacopo, così, come a scegliere di osservare un mondo bambino invece che quello solito stantio adulto. A me di stare al centro commerciale o tra Pini secolari interessa davvero poco, quel che conta e mi fa sentire vivo, bello e pieno di sentimento è la sacralità di certi sguardi, o di certi ascolti. Tutta qua la mia spiritualità.
   Poi l’altro giorno Claudio mi ha raccontato che Fausto Mesolella fissò anche lui nel centro di Aosta, l’anno scorso. E difatti Claudio è uno che sa trattenere l’infanzia negli occhi nel suo passeggiare per il mondo: sicuro e dubbioso nel suo vagare.
 Questa cosa di fissare le persone a me piace e quando mi rendo conto di non essere l’unico a farlo, per buona pace di mia moglie, mi inorgoglisco sapendo di far parte di quella cerchia di eletti un po’ matti, curiosi e un po’ morbosi a cui interessa fissare bene bene le persone: le merci, il cemento, gli oggetti di design, gli oggetti di decoro, i parenti ottusi e le parole vuote sono poco più di niente per me, pari a caramelle scadute, appiccicose. A noi che fissiamo le persone, ci interessa seguire quelli che vagano problematici e colmi di tenerezza per le strade, o anche soltanto che recitano al meglio la propria tragedia lontano dagli occhi degli altri. Ma non dai miei, quando mi capitate a tiro, sappiatelo. La vita tutta intera tanto è prigioniera della noia pesta, e così proviamo a colmare l’angoscia per la salute che se ne va, o a frenare la paura per i soldi che si dissolvono, o cerchiamo di non vedere le rughe che compaiono di notte. Eccoci, siamo noi che lottiamo contro i giorni tutti uguali, a cui ci arrendiamo pacati solo dopo l’amore o un abbraccio improvviso dei figli. Noi che non sopportiamo la ferita di non essere riusciti a suonare nemmeno uno strumento musicale, nemmeno una chitarrina. E allora ci tuffiamo nelle canzoni degli altri, o sprofondiamo nei film tristi, e il pomeriggio osserviamo le smorfie dei bambini al parco. Così continuiamo svogliati e splendenti a fare l’amore nei sabati pomeriggio arancioni. Siamo salvi anche quando né colpevoli né innocenti ce ne andiamo al centro commerciale, anche se poi ne usciamo sempre con gli occhi che bruciano e quella frenesia di arrivare a casa per mangiare le mozzarelle di bufala con le mani. Eccomi qui, uomo e bambino e lasciatemi vivere così: in questo limbo fresco pieno di bufale campane, con gli occhi arrossati dopo una passeggiata tra gli alberi e i negozi.




lunedì 27 febbraio 2017

tappi di vita 5° episodio

   Oggi non volevo giocare coi tappi, ho dato un giorno di libertà a tutti i tappi della cittadella. Avevo voglia di leggere il fumetto che mi sono scordato di prendere al piano di sotto, mancano poche pagine da leggere e stasera voglio proprio finirlo. Quando comincio una storia poi devo finirla, io non riesco mica come fanno certi a ritornarci su dopo mesi. Come sono fredde queste scale di marmo, chissà perché i miei si sono comprati questa casa mezza moderna e mezza antica. A pensarci bene hanno fatto sempre scelte strambe, che poi non erano mai scelte fatte fino in fondo da loro. Per esempio, a comprare questa casa li ha convinti una mia vecchia zia acida, mezza zitella, tutta bianca, che si mangiava le parole, e mi rincorreva per farmi le siringhe. Sì, mio padre, dopo aver faticato tantissimo da quando aveva otto anni, aveva proprio il desiderio di una casetta tutta per noi, ma di comprare proprio questa con le scale di marmo non l’ha deciso di certo lui. Dopo il periodo da cassaintegrato in fabbrica ha lavorato per tre: usciva di notte e rientrava di notte. Lo ammiravo. Qualche volta piangevo, quando non lo vedevo per l’intera giornata. Ma la domenica mattina era tutto mio, quando mi comprava dieci bustine di figurine all’edicola lungo il viale dei platani. Camminavo piccolo accanto a lui e ridevo con le gengive tutte di fuori, ché mi sentivo un re con quelle bustine ancora chiuse nella tasca del cappotto grigio. Camminavo e pregustavo quel profumo dolciastro di colla, continuando a sorridere, con lui accanto.
  Ora papà sta in pensione, anticipata, ma lavora ancora sodo. Mia madre gli vuole bene. Gli prepara da mangiare e gli lava tutti i panni da lavoro: metà sanno di mare e l’altra metà di terra. Ogni tanto litigano facendo scenate esagerate, quando succede, mi tappo le orecchie e fischietto canzoncine sceme sceme. Nel rimbombo mi pare di stare dentro ad una navicella diretta verso un’altra galassia.  Poi mi stappo le orecchie, ma succede a volte che non hanno ancora finito di litigare e quindi, com’è successo in quella domenica pomeriggio, mi tocca sentire il suono secco della forchetta che prende in pieno il vetro della finestra, dopo aver attraversato l’intera stanza come un missile. Il vetro comunque non si rompe mai. Certe volte sento porte sbattute in sequenza, camera bagno ingresso, con tutta la forza della fine del mondo. A quel punto mio padre esce e sparisce tra gli alberi in fondo alla pineta. Invece mia madre, stremata dallo scontro, si stende sul letto che pare una merla morta. Allora io passo silenzioso accanto alla stanza da letto e mi vado a mangiare i biscotti colussi in cucina. A  volte cominciano a litigare proprio mentre sto pensando a un’amichetta: la immagino già grande come mia madre, coi seni, le cosce e tutto quello che la trasforma in una femmina vera. Spesso succede proprio nel momento che sto con gli occhi chiusi e le gambe tese, che sento le prime urla, bestemmie o porte che sbattono. E così ricomincio a tapparmi le orecchie.

    Il fumetto l’ho scordato giù in cucina perché prima sono salito di corsa per fare l’ultima partitella a pallone della giornata, in cameretta con mio fratello. Siamo grandi e grossi, pensiamo alle nostre femmine nude, eppure quando scatta la voglia della partitella non resistiamo e ci scanniamo come nei peggiori derby. La palletta da gioco è grande quanto un uovo, ma i dribbling glieli faccio lo stesso alla Bruno Conti.

Sento i miei, sdraiati a pancia all’insù, che fanno il loro solito dolce resoconto della giornata, anche se a volte capita che parlino male di qualche parente, ma questo dipende dai loro umori amari che si mischiano; ora mi pare proprio di sentire sempre più chiaramente un discorso che mi riguarda…

“ …chissà se riuscirà a combinare qualcosa di buono nella vita”.
“ Speriamo che trov’ nu buon lavor’, ché quello non sa fa’ quasi niente”

Non faccio in tempo a tapparmi le orecchie. Vorrei partire con le canzoncine sceme, ma a questo punto farlo non servirebbe più: il peggio l’hanno già detto. Vorrei fare un salto fino a giù, ma mi sentirebbero e allora sarebbe anche peggio. Di farmi vedere ora sarebbe vergognoso quasi come se gli vedessi mentre fanno l’amore. Devo congelarmi. Magari mi tappo lo stesso le orecchie e mi sento ancora un po’ marziano, pensando cose assurde. No, sarebbe davvero troppo assurdo. Magari aspetto paziente qualche altra frase di spiegazione, un accenno di pentimento. Magari erano arrabbiati con me e allora hanno deciso di sostituirmi nei cattivi discorsi a qualche parente fetente? O forse sono solo stanchi? Non li sento più. Dormono. Fuori i gatti miagolano come donne innamorate. Stasera c’è un silenzio che non avevo mai sentito. Non mi muovo. Le mani sfiorano le orecchie. Gli occhi bloccati. La bocca neanche la sento. Davanti ai miei occhi c’è la cornice del cristo piena di schizzi di vernice bianca sul corpo martoriato – residui di pennellate mai ripulite da mio padre – e stasera sta ancora più in alto al centro della parete, con la lampadina sopra la fronte. Il silenzio aumenta. Mi paralizzo sul gradino di marmo, vedo nel buio le vene blu e non so se sono le mie o del marmo di Coreno. Sto a tre metri dai miei che sono stesi sul lettone, morti di sonno, appena svuotati di parole amare per me, e non riesco a svegliarli per farmi spiegare. Ho tredici anni, l’età giusta per farmi valere e dirgliene quattro. Non mi muovo. Spero, ancora una volta spero, oggi ancora di più, nella parola buona dell’ultimo secondo. Che sgonfi il dolore. Ma non c’è.  Sale invece una rabbia mai conosciuta: vorrei entrare e rovesciarli a terra. Poi urlargli tutte le parolacce che gli ho sentito dire in questi anni, e con gli occhi di fuori fargli capire quanto siano loro ad avermi deluso. Sono l’ultimo figlio, un ragazzo pieno di tic, di paure, eppure ancora con un filo di voglia di perdonare. Stasera, che silenzio. Allora mi sdraio lentamente e di colpo crollo nel sonno anch’io.

  Mi sveglio in piena notte, sdraiato e freddo e con tutta la bocca impastata come di birra, come quella che una volta abbiamo bevuto di nascosto un sabato sera con gli amici. Rumori di materasso mosso da corpi mi fanno tremare, facendomi capire dove sono, e così scappo come un fantasma pauroso nel mio letto. Il fumetto è sul comodino, non si è mai mosso da lì. Mi tappo le orecchie e aspetto.





lunedì 6 febbraio 2017

Tappi di vita (4° episodio)

    Poi all’improvviso, in un luminoso pomeriggio di giugno, mentre me ne stavo a testa in giù concentrato su dei tappi a un incrocio che soccorrevano altri tappi incidentati, mi sale una irrefrenabile non voglia di vomitare. Mi rialzo e comincio a camminare velocemente nella stanza, avanti e indietro. Poi esco sul balcone, rientro. Faccio finta che non stia accadendo a me: è un vuoto di cui non voglio avere nessuna memoria. Così ammacco altri tre o quattro tappi all’incrocio, e me li fisso ancora  più stupito di prima. I tappi delle peroni rendono di più: con la loro leggera puzza danno realismo all’accaduto. Rimango all'incrocio dell’incidente fino a sera. Poi ceno. Melanzane arrostite e bocconcini di bufala. Dopo cena vado a liberare la scena dell’incidente, facendo ritornare a casa i vari tappi coinvolti, tranne due che li trasferisco nel piccolo ospedale. La diagnosi del tappo medico è inequivocabile: tre giorni di degenza, minimo. Cerco di tranquillizzare i parenti tappi, e subito dopo do la buonanotte all’intera cittadella. Esausto, mi sdraio sul divano a guardare Portobello in tivù ma il pappagallo non parla nemmeno stasera, e si ripresenta quel fastidioso senso di nausea che sfonda ogni distrazione che stavo per architettare nella mia mente, costringendomi a rialzarmi di scatto. Mio padre mi guarda di sguincio, mezzo addormentato non si preoccupa più di tanto dei miei movimenti. Mia madre già dorme. Raggiungo mia sorella su e le dico, ma senza parlare e facendo smorfie strane con la bocca contorta: aiutami! Lei ride, convinta di una mia ennesima imitazione. E smettila, scemetto, mi fa. Io allora comincio a togliermi i vestiti e ad ansimare. A questo punto lei mi viene incontro con gli occhi all’ingiù. Passiamo un’oretta sdraiati l’uno accanto all’altra, come in ospedale: mi aiuta a respirare accarezzandomi e raccontandomi fatti buffi vissuti con le sue amiche, anche se riesce a fatica a stare calma pure lei. Quando vede che la mia agitazione aumenta si alza e mi fa: andiamo da zia! I miei dormivano, e mia zia stava a cento metri da casa nostra e senz’altro era ancora sveglia a chiacchierare con le figlie. Le raggiungiamo in condizioni pietose, comiche: attraverso il vicolo con addosso solo gli slip bianchi, stringendo le mani sudate di mia sorella. Intorno a questi due mingherlini c’è solo buio di vicoli e neanche un’anima in giro. Entriamo con tutta l’emergenza del caso: non so cosa c'ha, respira male e trema, fa mia sorella tutta imbarazzata per quell’incursione serale. Mia zia coglie come sempre il nostro disagio e lo trasforma in un pronto aiuto: sedetevi ragazzi, vi preparo una bella camomilla. E si mette a raccontare di come anche la figlia più piccola ogni tanto aveva queste crisi durante l’inverno romano. Le sue figlie annuivano accennando sorrisi discreti su quei volti sereni. Già prima di bere la camomilla calda e dolce ricomincio a parlare, lentamente, tirando fuori parole farfugliate e annuendo contento a ogni sua carezza di parola.
   Al rientro stringo ancora la mano a mia sorella lungo quel vicolo che mi appariva meno scuro, più largo, e non sudavo più ma sentivo l’eco di quelle parole tenere e incoraggianti che ci riaccompagnavano piano a piano a casa.

In psicologia questo episodio può essere ascritto all’emetefobia.




mercoledì 4 gennaio 2017

Tappi di vita (3° episodio)

   In quel tempo che giocavo come un forsennato coi tappi mi sono pure innamorato. Si chiamava Valentina, aveva 12 anni, era di Napoli. Certi pomeriggi di controra mi sdraiavo sul lettino e me la immaginavo in santa pace: la amavo da sdraiato, all’ombra. Non ne parlavo con alcuno, tanto meno con lei. Poi mi rialzavo, mangiavo una rosetta con la nutella e tornavo alle gare sulla pista del marciapiede. A testa in giù facevo schizzare ancora più veloce quei tappi che a tratti mi facevano pensare a delle corone di regine, un po’ ammaccate. Le ferie d’agosto Valentina le trascorreva al mio paese, in una casa al terzo piano di fronte alla mia, appena quattro metri di vuoto ci separavano. Spesso prima di andare a dormire lei era lì con le sue gambe penzoloni infilate tra le maglie della ringhiera: gambe abbronzatissime. Io stavo di fronte con le mie gambe secche accanto a quelle di Alessandro, quello peloso e piccolo, e cercavamo con gli sguardi di trasmettere dichiarazioni audaci, ma con le parole riuscivamo solo a sfotterla come due scemi. Alessandro ci metteva un gusto nel farlo che mi faceva salire il sangue al cervello. No, mica glielo dicevo, invece stavo lì a rinforzare i suoi maligni sfottò: mi sembri Michael Jackson, le diceva! E poi arrivava il momento dei saluti ancora più scemi: Valentì, attenta agli zombi stanotte, eh. E il momento esatto che chiudevo la porta finestra mi saliva un magone che asciugava il sangue di prima, ma ridevo lo stesso, con tutti le gengive di fuori all’ultima battuta di Alessandro, già di spalle con tutti quei peli che sbucavano dalla canottiera rimasta appiccicata alla sua schiena. Mi sdraiavo sul lettino in slip e sbirciavo la finestra di fronte spenta e vuota come un pianto non esploso.
   Così passai quell’agosto esagerando col gioco dei tappi: addirittura feci esordire anche le tappe, poiché fino allora non mi ero posto la questione delle femmine nel gioco. Ce n’erano alcune che sceglievo tra i tappi della cedrata o dei succhi di frutta. Quei gialli e quei bianchi arricchirono quella comunità monocromatica che era stata fino allora la mia cittadella dei tappi: comparvero anche le scuole, i bar e le spiagge. M’inventai certe posture dei tappi per farli apparire più felici, più imbronciati o semplicemente più curiosi di come sembravano prima. A Valentina non feci mai vedere le gesta di quei tappi, neanche sotto tortura l’avrei fatto, eppure quel cambiamento sociale dipendeva dal mio amore per lei: avevo colorato un gioco che pensavo fosse solo da maschi, ma non riuscii mai a farci giocare una femmina, così come non riuscii mai a dare un bacio a Valentina. Quando giocavamo a nascondino, e ci si ritrovava dietro le macchine parcheggiate al porto, e tra noi e il mare c’era solo quel tanfo di nafta e pesci morti, ci fissavamo al buio e scoppiavamo a ridere per le mie battute, e delle volte le nostre mani nervose sfioravano una coscia o un braccio dell’altro, niente, neanche in quei momenti esibivo quella modifica sociale apportata nel mondo dei tappi: l’amore. All’epoca avevo una timidezza strana: intimissimo con i compagnetti della cerchia, ma bloccato con tutti gli altri. Avevo sempre bisogno di una spalla per sfottere, parlare, giocare. A favore dei miei compagnetti mettevo in atto l’effetto pigmalione, come si usa dire in pedagogia, quindi sapevo tirare fuori il meglio da ognuno di loro, ma loro, all’oscuro dei miei sentimenti per Valentina, non potevano proprio farmi fuoriuscire niente, figuriamoci l’amore per lei. Così quel che resta di quell’amore oggi se ne sta tra le mie stanche scapole a farmi i versacci, le pernacchie, per sbeffeggiare giustamente quella mia primitiva vigliaccheria maschile.




sabato 31 dicembre 2016

nel 2017 accetto tutto anch'io, o quasi tutto.

    In quest’ultimo anno è come se mi fossi ritirato dagli amici, e da certe cose che chiamerei tradizionali, almeno per me. Per esempio, avevo una discreta passione per gli Offlaga disco pax di Max Collini - l’ho pure intervistato qui - così come per altri personaggi che hanno nutrito i miei intensi anni ‘90. Sì, è vero che nel frattempo in casa sono comparsi due figli, i debiti e le disillusioni ma non è questo il punto: è che io mi stufo. E sono anche pigro, mi sorprendo di non sentire la necessità di dovermi guardare “assolutamente” tutte le serie tivù per sentirmi vivo. No, sarò fatto male, ma io devo appassionarmi, incuriosirmi, fissare le persone al ristorante o in metro e soprattutto devo amare i miei eroi! ma, come direbbe Natalia Aspesi nella sua rubrica, come fai ad amare una folla di eroi? Nel frattempo mi sono messo anche a leggere cose che non avevo letto a tempo debito: Le streghe, Canto di Natale, Il diario di Anna Frank e Anna Karenina, che comincio domani. Insomma, capitemi, ho anche lavorato sodo su più fronti, e soprattutto ho lavorato per non scappare da “quel lavoro”: una fatica enorme resistere al cospetto di un’ingiustizia perenne che si dissolve in sarcasmo risolutore, cos’ al contempo riuscire ad azzerare una mia memorabile statistica di dieci lavori in dodici anni! Be’ sono cambiato, mi sono calmato, eppure continuo a sputare fuori dal petto delicate confessioni esistenziali sotto forma di raccontini, che non suscitano poi tanta impressione a giudicare dal silenzio: ah caspita, lo sai che sei cambiato tanto nel raccontare le tue paure? Questa frase mi basterebbe per campare un altro decennio così inquietamente “calmo”.
Ettore mi ha donato, in seguito a una mia richiesta sonnolenta durante il pranzo di Natale, due ciddì: uno dei Sorge e l’altro dei Spartiti. Nomi astrusi che celano due personaggi che ho amato tanto: Mimì Clementi e Max Collini. Sono lontani dal mio presente di bimbi e scelta di materassi Memory da Mondo convenienza, ma a me piacciono da paura le storie che mi raccontano questi due: c’è quello che siamo stati in quel disgregato e sorprendente mondo vissuto come bimbi frementi dopo la caduta del muro. Tutti spersi abbiamo scelto i cantucci più scomodi per fiutare ancora più libertà di prima, tradendo ideologie mai capite fino in fondo e spiazzando i nostri sentimenti ancorati in testa, che stavano repressi e lì lì per germogliare: ti prego l’anno prossimo non avere opache opinioni, ma mille brillanti dubbi prima di finire un discorso, o una giornata al mare.


    Non voglio morire, invece voglio stare calmo calmo per intere giornate piovose o serene e provare a fare il padre senza incazzarmi troppo nel primo pomeriggio, e il marito che sa scegliersi l’angolo migliore del divano per osservare bene l’amore la sera. E poi bere vino e chiacchierare con le amiche che confessano di stare bene lì a chiacchierare con te in un giovedì qualunque. E gli amici, quelli che vedi dopo mesi e pare invece che siano appena tornati dieci minuti fa dalla pasticceria per portarti i bignè alla crema.

    Chiedo scusa a quelli di cui mi sono stufato quest’anno, sappiate che dieci minuti a volte passano in fretta e ti portano inaspettati bignè.


domenica 11 dicembre 2016

Tappi di vita (2°episodio)

   Avevo convinto i miei compagnetti a giocare coi tappi lungo il marciapiede dietro la curva di casa mia. Accanto avevamo le auto parcheggiate di sbieco, in discesa, e noi stavamo sdraiati e schiacciati in quel metro scarso a gareggiare ognuno col suo tappo più veloce. Mi ero inventato questo gioco, reclutando amici con cui condividerlo: uno era altissimo, un altro enorme e grasso, un altro ancora bassissimo e tutto peloso. E c’era pure uno viziatissimo dai genitori, figlio unico, e antipaticissimo ma con una casa piena piena di giocattoli. Avevo scelto un gruppo strampalato per la mia vocazione alla santità, anche se, per onestà, ero soprattutto un bambino curiosissimo e con la brama di avere più giocattoli a disposizione. In quegli anni in famiglia ricordo un clima sereno seppur appeso a un filo malato: ero incollato a loro eppure sempre in giro a esplorare il quartiere. Ma di giocattoli ne avevo davvero pochi. Coi tappi inventavo un mondo tutto mio insieme a compagni che gli altri gruppi respingevano, deridevano: a me invece piacevano da matti. In ognuno cercavo la deformità che mi mancava ancora. In psicologia pare si chiami empatia, per me in quegli anni era il meglio che riuscivo ad avere, ad amare. Le gare coi tappi iniziavano dopo la tazza di latte del risveglio e terminavano poco prima delle sarde arrostite del pranzo: dentro questo segmento di tempo c’erano silenzi di “pestecchie” che fiondavano i tappi in fondo al marciapiede di porfido. Quando cadevano dal marciapiede bisognava ripartire dall’inizio: un gioco interminabile, che mi serviva a trattenere la tensione di quell’amore. Sentivo quel tempo come il migliore a disposizione, sentivo che mi era toccato di giocare coi tappi come se giocassi a vivere come gli altri.

   Me ne tornavo a casa con la scatola piena di tappi con quel lontano profumo di birra e di uomini prepotenti che l’avevano bevuta, gli stessi che molestavano le marines americane nei night club la notte. Io all’epoca non lo sapevo, sentivo solo quella puzza di violenza e d’orgoglio, e me ne scappavo di corsa a casa, dove mangiavo e ascoltavo, prima di accovacciarmi sorridente nel letto fresco zeppo di sogni.


venerdì 2 dicembre 2016

io e mio figlio



     Ieri mentre stavo in macchina passando dal Mandrione pensavo a mio figlio che intanto stava in fila per il firma copie di Salmo, nel negozio Discoteca laziale. Io lì ci andavo a sentire dischi, ogni tanto a comprarli, poiché accanto c’era La casa dei diritti sociali che bazzicavo come tirocinante. L’Esquilino accoglieva tutti i nostri beati turbamenti di inizi anni 90. Sì, pensavo a mio figlio e ai suoi turbamenti: papà ma te pare che si vuole fare una foto con me. E nei suoi occhi vedo quella vergogna che sempre i figli hanno per i genitori: non sono più piccolo, dico parolacce, canto cose toste e rifletto sul perché mi tocca vivere nell’era dei grillini e dei salvini e tu a dirmi solo ‘ste cose sceme. Già, e dopo mentre passo davanti alla Caritas a Ponte Casilino ricordo di quando facevo il tirocinio in quel centro di prima accoglienza minori. Il primo giorno mi diedero le chiavi di una 127 rossa e ci misero dentro due ragazzine rom che si erano graffiate le vene dei polsi: ti prego portale al primo pronto soccorso. Mi ritrovai all’ospedale Pertini per miracolo: per strada ‘ste due mattarelle maledicevano tutti gli automobilisti che incrociavamo, ed io a scusarmi con una specie di lingua dei segni da tangenziale est. Ieri invece ero orgoglioso di andare a prendere mio figlio, di riportarlo a casa dopo che aveva preso 6 a diritto - sto a gode, mi aveva messaggiato – e poi alle 14.40 era partito da solo dall’incrocio di San Basilio per raggiungere Termini. Come facevo un tempo anch’io: prendevo un treno e cambiavo aria, cercavo una scena di vita più spensierata. Una volta che arrivo in via Turati di colpo mi ricordo quando, quindicenne anch’io, in quella stessa via mi ritrovai davanti a una casa dove affittavano una stanza e mi spaventai come un pettirosso quando sull’uscio comparve un marchettaro in mutande. Mi ero iscritto al CineTv, e tutti giorni fare 130 km era una follia almeno quanto quella di riuscire nell’impresa di continuare lì gli studi, in quel tempo matto per me. Mi ritirai a dicembre, così cominciai la mia fase mezza punk solitaria, poco prima di andare via per sempre. Ieri una volta arrivato in negozio ho visto mio figlio che spulciava ciddì da prendere e mi sono emozionato. Nello scaffale poco più in là tutto l’indie-rock anni 90 era in svendita.


   Durante il viaggio verso casa alla radio c’era Gipi che parlava del suo ultimo libro, La terra dei figli. Mio figlio fremeva per sentire il ciddì nuovo, ma intanto stava eccitato su Instagram a dispensare mi piace sull’evento appena vissuto. Gipi diceva cose interessanti, oneste come al solito. A un certo punto mentre origliavo – scrittori non esagerate con lo spoileraggio, ché m’innervosisco – capto che parla del personaggio padre del libro, che aveva rinunciato a far conoscere alcune parole ai figli per proteggerli, salvarli e proiettarli verso un futuro migliore. Ecco, io a quel punto mi sentivo scemo ad ascoltare Gipi mentre mio figlio scalpitava col ciddì tra le gambe. Di scatto stavo per infilarlo nel lettore ma, d’un tratto, una luce bianca: basta questo bla bla bla sul fatto che siamo genitori adolescenti inquieti, basta, io non lo sono del tutto, altrimenti non avrei continuato a sgobbare in un posto dove guadagno appena 1100 euro al mese. No, io sono un genitore che vive nel 2016, con una tarda giovinezza spensierata di tormenti e speranze alle spalle, quindi ora, a 46 anni, tecnicamente sono ancora un non vecchio. Mio padre a 46 anni aveva vent’anni di fabbrica sulle spalle e nessun libro letto sulla coscienza, ma gli volevo bene lo stesso e da lui pretendevo che mi portasse a vedere le partite, non di certo a sentire Vasco Rossi. Oggi siamo in un altro mondo, oggi così come nel libro Eccomi di Safran Foer siamo tutti più vulnerabili, tutti più appesi al presente, ma volendo potremmo essere spensierati ancora, volendo io potrei mollare zavorre e zizzanie e frequentare il mondo che vorrei. Volendo potrei godermi i figli che vivono come figli, e fare al meglio il padre che vive.


martedì 15 novembre 2016

tappi di vita (primo episodio)

    Da piccolo giocavo con dei tappi di bottiglia che recuperavo al bar Del Mare, e ci creavo città, uomini e donne, bambini, e magnifici stadi di calcio. In questi campi facevo disputare partite infinite, con tifosi veri che accendevano anche i fumogeni-fiammiferi. C’era anche il telecronista, in cabina. Le bandierine. Le gradinate le avevo realizzate con piastrelle avanzate in terrazza. Me ne stavo lì per interi pomeriggi tra lenzuola e cieli tersi, vedevo un solo spicchio di mare appendendomi al palo dell’antenna della tivù. Pensavo sempre alla vita dei tappi, cioè agli abitanti di questa mia città, e quando mi svegliavo invece di vedere i cartoni animati pensavo a come organizzare la giornata a questi più di cinquecento abitanti che aspettavano me al risveglio.  Così organizzavo mercati e feste, lotte e vita domestica, ma gli sport erano quelli che desideravo proporgli di più. Partite di calcio soprattutto, ma anche corse infinite su marciapiedi strettissimi, a cui costringevo amichetti soggiogati dalla mia tenera follia di far vivere bene questi tappi-abitanti. Una piacevole frenesia durata alcuni anni. Poi un giorno mia madre ne buttò parecchi ma, soprattutto, buttò Mennuni! che era una sorta di stella della squadra locale, quindi, nella mia gerarchia cittadina era una specie di eroe-sindaco-santo. Piansi disperato, quasi quanto quella volta nella caduta in vasca dove mi ruppi un dente. Mi arrabbiai con mia madre, quasi volli scappare di casa, poi, una volta digerita l’ennesima incomprensione genitoriale, impiegai cento tappi sopravvissuti per l’imponente ricerca del disperso Mennuni. Niente. Era introvabile, e forse lo stavano già triturando nel compattatore che sfrecciava sulla litoranea verso Terracina. Povero me, che vivevo solo per loro ma che li ho traditi lasciandoli incustoditi, soli. Gli feci anche diverse foto a questi tappi vivi, e chissà se un giorno le ritroverò, così da farle vedere ai miei figli. Ecco, io ero uno così, uno che animava cose e fiutava gli altri ascoltandoli, religiosamente. Ma parlavo pochissimo in pubblico, soprattuto tra i grandi: timido ma vivo, avevo sempre qualcosa in serbo nelle mie lunghe giornate giocose. Si chiama gioco simbolico in pedagogia, per me era tutta la vita che potessi trasmettere agli altri e alle cose per farle diventare qualcosina di più: qualcosa che potesse attivare altra vita a casa mia.