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sabato 17 agosto 2019

Viaggio di bozze

   Il treno parte alle nove. Il sole è già alto sul golfo che visto dalla stazione assomiglia a un uncino: si vede una lunga nave rossa e nera entrare nel porto. Con la coda dell'occhio Gina la osserva, poiché col resto dello sguardo scruta l'uomo che l'ha sposata ieri mattina, intento a fissare il sedile verde vuoto di fronte: starà a pensa’ all'amore di stanotte?
     L'amore in quella stanzetta profumata di gigli e sudore, dopo lo sposalizio lunghissimo, dove i due sposini si sono liberati della muffa bigotta delle loro case di provenienza.  

   Andiamo a Roma, in viaggio di nozze. Ci ospita mio fratello, staremo qualche giorno da loro. Mi sembra ieri che a Roma andavo per  l’Istituto per orfani, poco prima della guerra. Non sono triste ma neppure felice come dovrei, così come mi ha fatto immaginare Elide: vedrai quant'è bello fare l'amore senza pensieri tutti i giorni.

    Salvatore pare si scuota mentre Gina pensa tutta assorta nello scompartimento, tanto che i pensieri di Gina gli sembrano potenti e pare che i vicini li ascoltino per l'intensità e volume. Così si mette a fissarla: ad ascoltarla.
- A ch' stai a pensa’, Ginetta mia? 
- Niente, a come staremo da mio fratello…

   E le parte un sorrisetto coi denti nascosti che tradisce la paura di non sentirsi libera in quella casa piena di bambini piccoli, nella casa del fratello a Roma. Salvatore afferra la malizia e tenta una carezza ma gli esce di cartavetra, così si volta deluso e si mette a seguire tutto tonto la scia della nave laggiù nel golfo.

   Una volta in treno le gambe di Gina sono più disinvolte, e la sua nuova gonna nera di raso emette un suono conturbante che Salvatore coglie al volo provando a essere all'altezza, sfoderando uno sguardo che dovrebbe essere penetrante, ma che Gina interpreta solo torvo, e forse stronzo.                    

      - Perché m’ guard’ stuort’?
      - Ma che dici, Gina?
      - Sì, mi stai a guarda’ male.
      - O madonna mia, ma sii scem’?
      - Vedi, pensi ch’ so’ scem’ e bast’.
      - Se dici 'ste cose si propri’ scem’.
      - Tu pensi che so’ scemetta,       vavatten’ va (non lo sopporto con 'sto naso a patata mentre mi fissa come fossi una gatta).
      -Ma io ti voglio ben’ accussì (tanta bella ma tanta strana chesta femmn’, allor’ avev’ ragion’ Giosina).

  Salvatore non riesce a reagire, a tranquillizzarla, e oramai vede entrare solo montagne brulle dal finestrino. 
   Alla prima galleria le dà un bacio, col corpo resta sul suo sedile, torce il collo e teso cerca le sue labbra aperte e morbide. Le lampadine fioche dell'Accellerato aiutano la scena a sembrare più oscena, ma lo sfrecciare di un Espresso proveniente da Latina fa tremare le bocche: si scontrano i denti, e a Gina sale un pensiero freddo, di sgomento. 

- E ch’ paur’, m’ parev’ ch’ veniss’ accuogl’

  A questo punto Salvatore, che assorbe tutta la sensibilità di Gina nel suo corpo ossuto, le dà ragione: mamma mia ch' paur’! E rientrano ognuno nei propri pensieri tiepidi.   
     
     Gina mangia un biscotto. Salvatore si è addormentato e russa con la bocca aperta. Gina lo guarda come si guarda un cugino dopo pranzo e vorrebbe fuggire via, tornare a casa dalla madre. Lo lascia intendere il suo camminare avanti e indietro nel corridoio, dove si ritrova a urtare tutta agitata un uomo. Questo la prende per le braccia, per non farla cadere. Lei si lascia prendere e sente la propria debolezza, tenuta con forza dall'uomo, come una casa pericolante. Tutto bene, signorina? E lei gli sorride per quel signorina guadagnato sul campo.   
    Rientra nello scompartimento e bacia Salvatore ancora insonnolito. Approfittano di un’altra galleria, più lunga, più eccitante di quella di Fondi e così, una volta sbucati a Priverno, appaiono appagati e felici davanti a tutta quella pianura non più malarica, ma gravida di un futuro di benessere e kiwi. Pure il controllore se ne accorge, e gli sorride al meglio della sua burocratica presenza.

    I pendolari in cravatta sulla banchina di Latina gli mettono buon umore, e fanno pensare a cappuccini giganti, schiumosi, presi prima di andarsi a conquistare il benessere negli uffici di Roma. Ora lo scompartimento è pieno, Gina e Salvatore appaiono ancora più piccoli e soli in quella moltitudine chiassosa, coi loro vestiti buoni s'immolano agli sguardi beffardi dei pendolari.

Continua...





sabato 8 settembre 2018

Giulia, Tonino e la panchina (finale)

Sulla panchina

   Sbuffo il fumo della sigaretta che mi ha lasciato Tonino a fine turno. Nel farlo, mentre vedo questi pini giganteschi davanti ai miei occhi, penso al viale di platani che mi conduceva a scuola. Da piccolo. E quegli alberi erano i miei baobab. Penso a mia madre che mi accompagnava con quell’aria sognante. Assente, a volte. Io ero contento e mi divertivo a scivolare ai lati dei gradini sul liscio di marmo levigato da mille sederi come i miei, o a scambiare le figurine con i compagni, poco prima che la campanella scolastica anticipasse i rintocchi del campanile comunale. La sfida a questo punto era tra il bidello e il messo comunale, quest’ultimo più statale dell’altro nell'essere calmo di burocrazia.

Tonino quando ha finito di sbrigare con le terapie e i vari giri nei reparti per verificare se stiamo tutti tranquilli, spesso gli rimane un po’ di libertà che spende ad ascoltarmi. Siccome sono stato professore d’italiano, e appassionato di storia contemporanea, lui vuole sapere da me quello che è successo davvero negli anni settanta, soprattutto in Italia. Dice che in quegli anni lì, terribili e creativi, si è trasformato tutto. Poi mi suggerisce che bisogna analizzare  a fondo tutte le questioni che sono state affrontate in quegli anni di fermenti e cambiamenti sociali epocali. Un po’ credo che abbia  ragione, e così ci mettiamo a fare queste chiacchierate storiche con l’intento di capirci qualcosa in più entrambi. A me piace farlo, mi tiene vivo dentro questo pre-obitorio fatto di zombie coi camici  e sciroccati vestiti malissimo. Anche se ci sono dentro anch’io in questa moltitudine umana barcollante di anime che ancora cercano qualcosa, tra gli infiniti viali e i bui corridoi, ma io almeno la mattina mi scelgo la camicia da mettere.

 Tonino mi chiama sempre professore, e questo mi lusinga un po’. L’ho fatto per dieci anni in una scuola privata, e fu un’occasione d’oro dopo altri dieci di gavetta tra i mille istituti della città, e doposcuola vari. Così un giorno a un convegno sulla “Didattica come strumento di emancipazione”, conosco Piero, il direttore della scuola “Socrate”, e facciamo una bella chiacchierata, sull’importanza degli studi per trasformare la propria vita in meglio. La chiacchierata è durata un intero pomeriggio al tavolino del chioschetto di viale Ippocrate. A settembre stavo già nel suo istituto a insegnare Italiano e Storia a ragazzetti un po’ viziati, un po’ ambiziosi, un po’ coglioni. Anzi, a dire il vero, ambiziosi lo erano soprattutto i loro genitori poiché credevano, iscrivendoli da noi, che poi avrebbero disegnato un percorso scolastico su misura per i loro figli d’allevamento. Illusi anche loro.

Tonino non si stanca mai di ascoltarmi e a volte resta anche oltre il proprio turno di lavoro, e questo accade quando c’è ancora da discutere sull’argomento iniziato e che non si può rimandare al suo prossimo turno, poiché si spezzerebbe il filo. L’incanto. Affrontiamo scientificamente ogni segmento di quegli anni, perché vogliamo costruire un atlante per le nuove generazioni. Questo lo dice Tonino che pensa di ricavarne qualcosa da queste discussioni, lezioni direbbe lui, poiché crede sia importante approfondire la conoscenza dei fatti che hanno caratterizzato gli anni settanta,  per riuscire ad orientare meglio nel mondo le nuove generazioni. Lui ci crede. Io invece, quando parlo con lui, passo il tempo nei migliori dei modi possibili qui dentro, e con una limonata fresca davanti in estate, o un orzo bollente d’inverno, è il massimo di quello che posso aspettarmi in questo posto. Allo spaccio-bar gestito dai pazienti le opzioni di acquisto sono poche. Io mi arrangio anche lì, tanto resistere per me significa soprattutto poter mettere tutti i giorni un vestito diverso, elegante, così da mantenere vivo lo stile nel tempo che mi rimane. A me è sempre piaciuto lo stile, pur dentro il peggio delle umane possibilità.

Esco poco dalla clinica. Anche se non ho limiti alle uscite, preferisco stare dentro. La mattina esco soltanto per comprare le sigarette, poi mangio una ciambella e bevo un caffè, mi leggo tutti i quotidiani del bar, e basta. Un tempo uscivo più spesso e anche per l’intera giornata, lo facevo anche per smaltire tutta l’inquietudine che producevano i miei tanti pensieri inquieti. Mi capitava di uscire in compagnia di Rosetta, un’assistente sociale che avevo conosciuto durante l’anno che aveva lavorato da noi. Con lei passavo giornate in giro con la sua auto a parlare e ridere di quello che eravamo stati. Si andava anche nei mercatini o nelle librerie. Qualche volta pure al cinema. Poi, scansato il pudore delle differenze di status, ci rotolavamo sul suo letto a due piazze. Lei viveva da sola e quel letto accoglieva pure qualche altro ragazzo occasionalmente. Così mi diceva. Non vedo più Rosetta dal giorno che mi ha raccontato cose troppo tristi sulla sua famiglia: non ce la facevo più, visto che con lei uscivo sicuro di trovare un’oasi femminile dopo le giornate vuote e maschili della clinica. Qualche anno fa mi ha scritto una bella lettera. Spiegava con delicatezza che forse è stato meglio così per noi due, cioè, dichiarava pure che con me è stata una cosa speciale, ma, a pensarci bene, sarebbe stato difficile proseguire. Si era fidanzata. Bastavano queste due parole ed io avrei capito lo stesso, invece, col gusto delle complicazioni, mi aveva fatto una disanima un po’ professionale e un po’ da ex fidanzata sulla nostra stramba relazione. Che poi non era così stabile, infatti nessuno di noi due pensava di essere fidanzato. Dopo di lei ho smesso di uscire in quel modo. Solo piccoli gesti quotidiani che mi aiutano a non smettere di conservare dignitose abitudini, soprattutto la mattina, prima che arrivi l’assistente con i suoi modi brutali a servirci la colazione e ribadirci rozzamente la nostra misera condizione. Io prendo solo i biscotti e m’incammino verso il bar.

Ho avuto anche una moglie, certo. E pure due figli. Sono stato un discreto padre di famiglia, e un decente marito. Ma che fatica. Amavo mia moglie, e i suoi modi dolci e accoglienti. E le sue intuizioni fulminanti.  Un po’ meno amavo le sue pretese di vedermi normale. Ogni volta che avevo una crisi, e ne avevo una ogni tre o quattro anni, mi diceva che la dovevo smettere di fare il ragazzino. Come se dipendesse da me, le suggerivo con quel tono di voce spietato e senza convinzione che tiravo fuori in quei momenti di crisi. Aveva ragione, ora lo so. All’epoca ero avvolto in una nebbia sentimentale che mi faceva sentire bene sempre nel torto, quindi nel giusto: osservavo la mia situazione dal punto di vista del fallito senza futuro che mi ricucivo addosso. Invece, m’impegnavo pure coi ragazzi a scuola,  producendo anche buoni risultati. Ricordo che mi ero inventato un concorso per racconti brevi, rivolto ai ragazzi degli Istituti che gestivamo. Organizzavo con piacere ogni anno gite che per metà erano culturali e per l’altra metà puro divertimento. Per tutti. Vero pure che ogni tanto mi fissavo per certe situazioni ipocrite che si generavano nelle relazioni tra colleghi, ma durava solo qualche mese. E poi sfumava, questo almeno era come lo percepivo io. La scuola, con i suoi cicli di studi, mi dava la possibilità di cambiare ogni tanto le facce con cui avevo a che fare, colleghi inclusi. Avevo tre sedi, quindi avevo anche la possibilità di girarmele tutte e tre. Questo avveniva quando andavo in crisi, e uscirne significava cambiare aria. Devo ammettere che mi sono preso diversi periodi di aspettativa, oltre a riduzioni degli orari, e tante altre scappatoie per non scoppiare del tutto. Ma la mia ex moglie non sopportava più questo stato di cose. Voleva tranquillità esistenziale e serenità familiare. Mica aveva torto.

I miei figli chissà cosa pensano di me ora, dopo che per anni abbiamo condiviso casa e abitudini, fino alla loro adolescenza. Poi il crollo. La clinica. La separazione. Sto sragionando aspettando l’incontro con mia figlia, vorrei mettere in ordine il caos del mio passato, così per ripulire quei pensieri appiccicosi che da sempre mi perseguitano. Lo faccio sempre per esorcizzare il mio passato strambo, per sembrare migliore agli occhi di Giulia. No, è inutile far finta di essere normali, ché poi lei s’innervosisce quando lo percepisce. Ogni due o tre mesi passa a trovarmi. Mangiamo nella trattoria in collina, lontani dall’opprimente perimetro immenso della clinica. Parliamo un po’, o meglio, sono io che le faccio mille domande. Ricevo un paio di risposte lunghe, esaurienti ma articolate, in cui ci infila pure notizie della madre: le vanno bene le cose con Claudio. Ma di solito poi aggiunge frasi così: anche se secondo me la malinconia se la sta divorando in silenzio. Poi mi dà qualche informazione sul fratello che insegna a Mantova: vedessi come crescono le figlie. Mio figlio lo vedo solo a Natale e in estate, pochi giorni insieme per sconfiggere la paura dell’addio. Porta pure le figliolette, che oramai mi vedono solo come un nonno misterioso da temere cautamente.

Quando mancano pochi giorni dall’arrivo di mia figlia, comincio ad agitarmi già dal mattino. Parlo troppo, perdo un po’ quello stile riflessivo che mi crea una certa riverenza da parte degli altri qui dentro. In fondo questa calma artificiale, fatta di pasticche e riflessioni astratte con Tonino, mi fa stare bene ma, appena compare la realtà, la mia vecchia realtà che bussa al portone della clinica, allora mi tira fuori un’ansia urbana e passata, mai del tutto addomesticata.
Durante il primo anno in clinica non ho visto nessuno. Dico dei parenti o amici. Nessuno. Ero agitato e quando esageravo, magari urlando contro un altro paziente insolente o mi rifiutavo di prendere la terapia, gli infermieri mi sedavano nella maniera antica: botte. Lì per lì non soffrivo tanto, ché un po’ me le cercavo visto che per capricci esistenziali avevo mollato tutto per farmi condurre qua. Così, una ramanzina energica ci stava tutta, ammettevo in silenzio.   Ma poi, nei giorni successivi, quando i lividi diventavano neri, cominciavo a intristirmi. Allora chiamavo mia moglie, allora ancora non eravamo separati, magari alle sei del mattino e le urlavo che era una stronza, per niente umana, una carogna. E lei rincarava la rabbia dicendomi che non avevo combinato nulla nella vita e ora era giusto che stessi lì. Lo pensavo anch’io che fosse giusto stare qui, visto che là non avevo combinato granché. Quello che mi faceva piangere, non al telefono, ma dopo nel corridoio della mensa, era sentirmi dire “e i ragazzi non te li faccio vedere perché sei pazzo”. Ecco, questo non me lo meritavo. Adoravo i miei figli, e non potevo sopportare la loro lontananza. Almeno all’epoca. Di fatto, tra insulti, botte, mie agitazioni, non ho visto nessuno per quasi un anno. Poi sono cambiato. Sono diventato un paziente modello, a detta del dottore. Mi ero adattato bene, come sempre nella mia vita. Quando si tratta di sopravvivenza tiro fuori una forza oscura e funzionale.

Domani arriva mia figlia. Spero mi porti il libro che le avevo chiesto. Tutto questo pensare mi ha stremato, nemmeno la discussione sullo statuto dei lavoratori con Tonino mi aveva procurato tanta fatica. Una fatica dolce, una stanchezza che sa di cose belle dentro i fatti brutti. Panna e puzza di ferro bruciato nello stesso istante che ti avvolgono e stordiscono un po’. Ho sonno. Vado a sdraiarmi sulla solita panchina accanto al vecchio pollaio. Oggi Tonino è di riposo, andrà al cinema con Giovanna. Dormo un po’, prima che arrivi l’ora della cena. Prima che i pensieri divorino il ricordo di certe faccine che mi faceva mia figlia piccola, al parco, davanti alla fontana con quegli schizzi improvvisi. Quanto era tenera Giulia davanti a quell’acqua gioiosa che s’infrangeva arresa al vetro della Nikon, poco prima dello scatto. Poco prima del crollo. Poco prima.

“Ciao papà. Scusa il ritardo ma ‘sti treni sono sempre più lenti”.

“Non ti preoccupare. Vuoi un po’ d’acqua fresca?”

“Sì, grazie. Papà voglio farti subito una proposta: vieni a vivere a casa mia”.

“Ma stai scherzando? Vero?”

“No, ci penso da tempo. Cosa resti a fare qui? Non sei più giovane. Starai da me. Tanto col lavoro che faccio a casa ci sto solo la notte e un po’ la mattina. Faremo colazione insieme. Poi le giornate le passerai in giro per il paese. Al mercato del pesce. Oppure in casa a leggere i tuoi libri. No?”

“Giulia… a me non dispiacerebbe, ma come faccio… devo finire di raccontare la storia a Tonino”.

“Lo chiami al telefono, o lo puoi invitare di tanto in tanto a venire al paese. Papà, ora non puoi pensare a Tonino”.

“Non posso lasciarlo senza aver terminato la storia, lui ne ha bisogno”.

“Assurdo, assurdo. Ma come fai a pensare a queste cose? Boh!”.

“Sono contento che tu mi voglia vedere in giro per il paese, è bella come immagine, ci starei bene dentro. Però, capiscimi, sono quindici anni che sto qui e avrei bisogno di un po’ di tempo per disabituarmi. Mica posso uscire oggi all’improvviso. Dammi un po’ di tempo. Magari in autunno ti raggiungo”.

“In autunno! In autunno, perché? Hai sempre bisogno di tempo per te. Vero? Alla fine hai usato sempre la maniera più comoda di prendere tempo davanti a una scelta. Che però non hai fatto mai, vero? Ora è Tonino con le sue ossessioni a farti rallentare. Papà, pensaci bene, è un’occasione per ripartire con più dignità. In fondo, fare colazione assieme è stata tra le cose più belle che abbiamo fatto in passato”.

Giulia come sempre mi ha scosso col suo temperamento pieno di rabbia e desiderio. Mi spaventa l’idea di diventare un peso. E poi quanto potrà durare? Qui poi non mi riprendono più, che ti credi. Qui ho il posto fisso, sto meglio degli statali, e Tonino si sarebbe fatto una risata a questa mia battutaccia. E pure Giulia. Nei prossimi giorni nella testa di Giulia sarò mischiato al rancore e alla speranza. Io vorrei mescolare saggezza e dolcezza per una notte intera e poi decidere. Ma non ce la faccio. Non decido da quindici anni. Dovrebbero farmi un TSO al contrario. Un’ambulanza a sirene spiegate che mi sbatta dentro casa di mia figlia. Con le comari fuori a bisbigliare sbigottite. E poi? Niente, mi sa che finirò di raccontare a Tonino gli anni settanta. Dopo, nei giorni seguenti, scriverò una cosa carina e significativa a tutte le persone a cui voglio bene qui dentro; solo allora me ne starò ancora qualche giorno su quella panchina vicina al vecchio pollaio a decidere sul da farsi: alle cuffie avrò a tutto volume le canzoni di Modugno a sostenermi per l’impresa. E' il massimo che io possa fare per te. Credimi.

Al mare
 Alla fine ci vado al mare. Il professore sono mesi che me lo chiede. Finora ho sempre messo la scusa del troppo lavoro o del cinemino insieme a Giovanna, ma in realtà ero preoccupato per Giulia. Non volevo disturbarli, ché sapevo della sua gelosia per il nostro parlare all’infinito, così non volevo intromettermi tra di loro. Il professore non sta benissimo, mica per la figlia, no, è che non riesce a riabituarsi alla vita in una casa normale. In clinica aveva le sue abitudini, aveva i tempi scanditi, aveva me. A me il professore manca tanto, eppure quando lo immagino accanto alla figlia sono davvero contento per la scelta che ha fatto: la sua sensibilità se lo merita. Giulia è stata coraggiosa a invitarlo a vivere con lei, nonostante la sua infelicità amorosa che la fa vivere a metà. In fondo bastano due ore di viaggio e sono da loro. Questo treno mi fa pensare a tanti altri viaggi fatti da piccolo, ché mio padre quando è scappato di casa, dopo che ha massacrato la vita a mia madre nei dieci anni di matrimonio, si stabilì a Civitavecchia e io e mia sorella una domenica al mese ci toccava raggiungerlo per pranzare con lui. Pranzi in trattorie unte già all’ingresso. Si stava in silenzio. Le poche parole erano rotte da altre parole che bloccavano ogni emozione. Questo me l’ha scritto mia sorella anni dopo, perché lei ha saputo uscirne meglio di me da quel periodo, laureandosi in filosofia, e scappando in America. Questo treno invece è allegro perché mi sta portando dal mio amico professore. Queste cose brutte della mia infanzia non gliel’ho mai raccontate, forse un giorno lo farò, se cominciamo a vederci più spesso prima o poi ci scappa che gli parli anche di queste cose. Ma ho paura, che tutto finisca, poiché per lui oramai sono quello degli anni settanta, ma questo lo penso io, che alla mia età ho ancora tanto paura del giudizio degli altri. Devo riuscire a usare parole che sanno di vita mia alle persone a cui voglio bene. In questi mesi abbiamo provato a scriverci messaggi, ma non era la stessa cosa: dovevo sentire la sua voce, i suoi silenzi tra un periodo e l’altro. Comunque la sua voce telefonica non mi bastava lo stesso. A dire il vero una volta ci siamo pure visti, ma Giulia non lo sa. Una sera si è presentato in clinica, e meno male che mi aveva chiamato poco prima di citofonare in guardiania. Niente, voleva rientrare. Era furibondo con la figlia. Diceva che lo stava obbligando a fare cose per lui faticose, e certe volte anche ricattandolo: voleva farlo cambiare. Da anni non lo sentivo parlare così, mi stavo preoccupando. Conoscendolo, l’ho lasciato sfogare senza intromettermi, mentre ce ne stavamo all’ombra davanti al cancello di ferro verde al di là della clinica. Così mi ha raccontato che Giulia gli aveva imposto di uscire almeno un’oretta al giorno, perché gli ripeteva che non poteva stare tutto il giorno sopra il terrazzino a guardare sempre quello spicchio di mare. Mentre diceva spicchio di mare la voce gli era ridiventata delicata, e io lo so che in quel momento i suoi occhi stavano davvero riguardando quello spicchio di mare che si era depositato in fondo alle sue pupille. Alla fine dello sfogo gli ho detto di aspettarmi nella mia auto, poiché finivo il turno di lì a poco. Il professore, dopo che gli ho dato l’antidepressivo, ha cominciato a tirare fuori i veri motivi che l’avevano spinto a prendere il primo treno e scappare fino alla clinica. Sì, era contento di vedere tutti i giorni la figlia, di prepararle gli spaghetti alle vongole, di rifarle il letto, ma non reggeva più tutta quella normalità improvvisa. E poi ogni tanto scattava contro di lei, tirando fuori un tono di voce che gli faceva schifo e che somigliava a quello che usava contro la ex moglie, quando deliravano a tavola, distruggendosi tutto il tempo che passavano insieme con parole orrende. Dice che una volta gli era sembrato di sentire proprio la voce della ex moglie, mentre ascoltava un rimprovero di Giulia. Me lo raccontava singhiozzando, e anche io non reggevo più quella situazione nella la mia auto, in cui di solito stavo silenzioso con intorno solo sporco di scontrini e briciole di merendine, e canzoni. Ci siamo fermati nello spiazzo davanti al bar che ha i cornetti buoni. Appena ho messo il freno a mano l’ho abbracciato come non abbracciavo nessuno da secoli. E lui ha cominciato a piangere proprio bene, quasi dieci minuti di pianti stretti stretti ci siamo fatti. La gente che passava rideva, sghignazzava, e facevano certe facce che mi spingevano ad abbracciare ancora più forte il professore. Nel pianto mi ha detto che vuole una vita normale, che vuole fare il padre, ma che ha paura di fare ancora cazzate imperdonabili. Ché io normale non lo sono più, ripeteva singhiozzante dopo che si è calmato un po’. Sussurrava e piangeva, e noi non avevamo il coraggio di guardarci negli occhi, eppure non ci vergognavamo di quelle parole che rimbalzano dolci e dure nell’auto appannata in quello spiazzo pieno di via vai di gente che di notte sembra più a proprio agio. Una volta finite le lacrime siamo usciti dall’auto e ci siamo lasciati condurre dalle luci colorate e intermittenti della sala slot verso l’ingresso del bar. Ci siamo mangiati tre cornetti con la crema a testa. Poi l’ho accompagnato alla stazione e per un pelo ha preso l’ultimo treno. Prima di salutarci mi ha chiesto di promettergli che sarei andato a trovarlo. Così, eccomi qua. Resto un paio di giorni da loro. Il professore sta tutto contento e mi ha già fatto il programma: prima tappa il castello ex carcere militare, dove due criminali nazisti hanno “dimorato” negli anni settanta. Il professore dice che è un posto sconvolgente, a picco sul mare, ma quel mare i carcerati non potevano vederlo, tranne questi due nazistacci. Dice che dobbiamo riflettere sulla rimozione degli anni bui del fasci-nazismo, e che non basta indignarsi, ma bisogna raccontare bene quanto siano ancora insinuati come serpi in certe teste quei sentimenti folli e maligni che ci hanno fatto vivere anni tremendi, poco più di settanta anni fa. Così mi ha detto tutto allarmato al telefono. Ho cercato di abbassare la sua tensione, come faccio sempre con i pazienti ma stavolta avevo un’altra preoccupazione: volevo che davvero non si preoccupasse più del dovuto. Stavo in pensiero per lui.
Questo treno mi fa pensare bene, con le parole giuste, senza l’ansia che mi fa mozzare le frasi e non pensare fino in fondo quello che mi gira nella testa. Pare poco, ma a uno come me, insicuro e nevrotico ma buono - come dice sempre mia sorella filosofa - la cosa che più desidero è parlare in maniera chiara almeno con le persone che stimo. Per farlo ci vogliono pensieri schietti, che arrivino come anguille dalle stanze della ragione e poi dirette fino al bordo della lingua umida. E il professore l’ha capito, e forse anche Giovanna. Senza sapere nulla delle anguille e tutto il groviglio con cui ho a che fare notte e giorno, soprattutto la notte. Da ragazzo ci soffrivo, e non riuscivo a combinare niente per questo mio modo di fare e di pensare. Quando ho conosciuto meglio il professore, quando da paziente stava diventando un’altra cosa, insomma, dopo la prima chiacchierata sui decreti attuativi nella scuola, ecco, in quel momento mi sono sentito davanti a un padre, a un professore, e a un amico: tutti in una unica persona, che aspettavo da quarant’anni. Forse è sempre stata la mia unica e vera aspirazione che covavo sin da bambino, quando me ne andavo da solo a conoscere posti nuovi con quella freschezza e gentilezza verso gli altri che col tempo ho perduto. Per questo sto tutto contento su questo treno lentissimo. So che il professore mi aspetta con i suoi nuovi racconti-lezioni che avrà già ripetuto a mente almeno cento volte, conoscendolo. Anche lui aspettava da sempre uno come me, magari avrebbe preferito incontrarmi al bar o in biblioteca, invece che in clinica, ma che cosa importa mi ripeto ogni volta che lo penso. Quando mi ha detto che con Giulia certe volte usa il vecchio tono che usato contro la moglie, mi ha fatto pensare che deve ricominciare ad andare da uno psichiatra anche lì al mare. È vero che prende regolarmente le pasticche, ma la brutta bestia della depressione fiuta da dove entrare, e scapocchia le giornate, e ti fa dire cose brutte, lanciare sedie, sbattere porte: cose di cui ti penti un attimo dopo. Ecco, dopo le cose belle che mi farà vedere, i racconti che mi sroloterà, mi farò coraggio e glielo dirò. Ho capito che certe persone meritano tutta la verità che abbiamo a nostra disposizione per loro.

Al porto
 Il professore sta parlando divertito dei vari personaggi del paese che ha prima fissato a lungo, e poi conosciuto in questi mesi. Tonino gli sta di fronte con gli occhi spalancati mentre mangia con gusto il mais tostato. Giulia con il bicchiere ancora pieno di crodino in mano li sta osservando con la pace negli occhi, coperti da tondi occhiali scuri. Intorno quel puzzo dolce del mare in prossimità dei porti. Di fronte un pescatore con pantaloni di almeno due taglie più grandi sistema all’infinito le cose nel suo gozzetto, pur di non abbandonare la sua Elena al ritmo dello sciabordio che la infastidirà tutta la notte: tra un po’ stringerà la fune all'attracco e si avvierà sollevato e affamato verso casa.
Tornando ai tre al bar, c’è Tonino che ha chiesto altro mais, e continua a chiedere   approfondimenti per ogni dettaglio che il professore, così dettagliato di sfumature nel raccontare, ha lasciato cadere passando troppo in fretta a un altro episodio. Poi ridono, e ricordano aneddoti della clinica e li mischiano con quelli della loro giovinezza, e bevono i campari, e si sfiorano di parole che solo loro due ne conoscono il significato più profondo: un codice animalesco che fiuta e svela il sentimento originario che sta nel fondo dei loro racconti. Giulia ogni tanto sorride e lascia scorrere questo momento che non avrà eguali nelle loro storie. In questo tempo ciascuno sta trattenendo il peggio di sé per soddisfare silenziosamente il piacere dell’altro. Un miracolo che va lasciato intatto, pensa Giulia, che pensa anche di come lei e Maria in due minuti di parole avrebbero disvelato molte più cose che suo padre e Tonino in due anni. Eppure stavolta non ha voglia di riscattare la sua intelligenza da femmina, e non ha nemmeno voglia di sbatterla in faccia alla sua anima. Come fa di solito per consolarsi davanti a una realtà tonta e dura che le strapazza la mente. Questa volta annusa tutto il puzzo del porto pensando di non poter vivere più senza il gusto di fissare sin dentro le ossa le persone che le piacciono, le stesse a volte che spendono parole buone e sguardi acuti per la sua storia, che non è ancora finita.
Ora rilegge nella mente, come ha fatto mille volte in questo ultimo anno, una lettera che scrisse tempo fa al padre ma che non ha mai avuto il coraggio di spedirgli.

Caro papà,
ti scrivo dalla cameretta dove sono stata bambina, ragazza, tua figlia. Sì, perché da un certo punto in poi non lo sono stata più, e una volta ho pure detto a un ragazzo che non ti avevo mai conosciuto. E quello per sei mesi ha visto tua moglie come una ragazza madre. Mi sono vergognata di questo, ma non di certo durante quel periodo pieno di rabbia e di odio per il mondo ottuso che dominava e annientava quella mia giovinezza, appena fuori da quella finestra. Ho passato anni nascosta in quella cameretta, dove nascondevo anche quei pensieri tremendi di scomparire. Una notte era già tutto pronto per farlo. Poi una pagina di libro, l’aria fresca alla finestra e l’aver visto il mio fratellino dormire abbracciato al suo amato gatto, mi hanno fatto esplodere in un pianto che ha svegliato tutto il vicinato. Sono fatta per vivere fino alla fine, con l’idea che il meglio non sia un Principe azzurro, ma che sia una possibilità di cambiare una convinzione ottusa, e ripartire da un altro punto, da un altro posto. Adesso lo so che questo mio pensare un po’ ottimista e un po’ disperato è tutto quello che mi hai trasmesso tu negli anni. È vero che ho l’affetto saldo di mamma e di mio fratello, ma tutto quello che vivo fuori da questa casa lo vivo con te negli occhi, che mi fai sbattere ai muri, e mi fai piangere senza motivo, e mi fai amare per un sorriso imprevisto. Non te lo ammetterò mai. Eppure è così. Ti ho sempre cazziato per le tue ossessioni e manie, per i tuoi legami potenti con le persone amate, che si sgonfiano poi al cambio di stagione, fino a farti rimanere solo. No, non ho più voglia di fare la figlia che dà lezioni al padre scombinato. Resterai scombinato per sempre papà, anche nei miei pensieri, però per me sarà soltanto avere un papà scombinato insieme a un papà e basta. Ho deciso di accettare questa storia che ci lega e che in passato ci ha strangolato e che probabilmente ci farà litigare altre mille volte. Non importa, qui al mare ho imparato anch’io a fissare oltre quel qualcosa che non è un orizzonte, un’isola e nemmeno una bella immagine remota della mente: non è niente, solo una tregua che sa di sale e aria. Papà, domani ti insegno come si fa.


venerdì 7 settembre 2018

Tonino ( Giulia, Tonino e la panchina)

Tonino
   A quindici anni volevo scrivere un libro, avevo pure il titolo pronto: I contrasti nell’era della pop art. Un titolo strambo adatto a un tipo strambo, com’ero io allora. Stavo sempre a pensare a ‘sto libro: la notte mi svegliavo e lo vedevo sul comodino, ancora vuoto di parole. Già, quelle non venivano mai quando le chiamavo: invece arrivavano parole pesanti piene di tristezza, ma soprattutto arrivavano nella controra, quando non le cercavo. Questo lo so oggi, ché allora mi parevano pure belle e importanti, le parole, quelle che mi capitavano tra la testa e le mani. Necessarie, pensavo. Macché. Erano solo ferri arrugginiti da lunghi inverni di lacrime, quelle sì necessarie. Mio zio mi cazziava quando non lo aiutavo, e la moglie, che non riesco neppure a chiamare zia, quando era nervosa, mi chiudeva nella cantina per interi pomeriggi. Lì mi facevo le pippe, e cos’altro potevo fare? Sì, anche al libro pensavo, ma come facevo a scriverlo? In realtà mi frullava tutto nel cervello, mi sarebbe bastato trovare un contenitore robusto dove versare il tutto. Ora devo ammetterlo, allora era più semplice pensare tutto il tempo alle cosce di Mariella, che a scrivere qualcosa di buono. Questo libro però un giorno improvvisamente ha visto la luce: una decina di pagine sgrammaticate che facevano apparire la mia realtà spaccata in due come un cocomero, come quelli che spaccava mio zio la domenica. I buoni e i cattivi, le femmine e i maschi. I miei zii e la mia rabbia. Ma comunque mi piaceva, ne ero soddisfatto e confidavo nella giustizia divina per la sua imminente diffusione; sì, allora avevo questo tipo di pretese: sei buono? Avrai la ricompensa. E io l’aspettavo tutte le sere la ricompensa, sdraiato sul materasso di lana aspettavo una ricompensa come fosse l’apparizione della Madonna. Invece arrivava Mariella, che mi sorrideva serena. Mi addormentavo, e ci mettevamo a fare bagordi insieme tra nuvole e tappeti. La mattina poi, prima del mezzo bicchiere di latte che la moglie di mio zio mi sbatteva sul tavolo di marmo all’aperto sotto il porticato, sennò sporcavo in cucina, come diceva zia. Insomma, all’alba scappava via Mariella, e a volte avevo proprio l’impressione di vederla con le sue gonne da zingara che si gonfiavano e sgonfiavano in lontananza, sulla strada poderale. Macché, erano solo cazzate di sogni che mi servivano per caricarmi: per riuscire ad andare a raccogliere i cocomeri dentro al caldo infernale del campo, alle dipendenze ringhiose di mio zio adottivo. Ma questo lo so soltanto oggi, prima, allora, tutto era fluido e vero. Pure Mariella.


 Così oggi mi ritrovo a fare questo lavoro strambo. Alcuni lo fanno facendo i cattivi, con atteggiamenti un po’ da delinquenti, oppure stanno sulla difensiva tutti i santi giorni. Perché è un lavoro duro tra persone imprevedibili, problematiche e a volte aggressive. A me basta sorridere un po’ alle persone che incontro nelle stanze o nei corridoi, poi bere caffè alla macchinetta con Giovanna, e ogni tanto chiacchierare con il professore d’italiano in pensione. Aspettare il ventisette per pagare l’affitto e la rata della macchina. Il resto del tempo, quello che mi avanza dalla clinica “Quiete serena”, lo impiego a leggere tutto quello che c’è da leggere sugli anni settanta in Italia. Qualche volta, quando si tratta di musica e movimenti giovanili, mi sposto anche verso le cose estere con la lettura. Ho una cantina piena piena di riviste e libri, dischi e articoli ingialliti.
Ogni tanto vedo Giovanna, quando non deve assistere sua zia malata, e allora andiamo al cinema e poi scopiamo a casa mia. Non succede nulla d’importante prima né dopo averlo fatto, ma durante stiamo da Dio. Siamo tutti e due single. Lei, a dire il vero, ha un altro amante: occasionalmente la passa a trovare un camionista del suo paese d’origine. Stanno insieme una notte. Poi lui la saluta con le lacrime agli occhi, lasciandole tra le mani un pacco di biscotti al cacao fatti dal forno del paese d’origine. Poi seguono settimane di silenzio. Nel frattempo lei viene al cinema con me. Ci sono dei periodi che non la voglio vedere. In quei giorni voglio solo pensare al passato, agli anni settanta. Vedo solo film dell’epoca e, se fosse possibile, uscirei solo con donne degli anni settanta. Dicono che sono un po’ monotono. In realtà lo dice solo Giovanna, che per me equivale a tante persone, perché ho pochissimi amici. Un tempo ne avevo a bizzeffe, e facevo con loro un sacco di cazzate. Un giorno poi ognuno di noi ha trovato il lavoro e allora ci siamo scordati di fare cazzate. A dire il vero all’inizio, durante qualche sabato sera, le facevamo lo stesso le cazzate, ma non erano più le cazzate di una volta. Quando non penso agli anni settanta, penso ai pazienti che vedo tutti i giorni. Molti di loro hanno vissuto il meglio della loro vita proprio in quegli anni, e quindi gli faccio le domande di questo genere: “avvertivi che stava cambiando tutto in quegli anni?”. Spesso mi ridono in faccia; qualcuno tenta di abbozzare un discorso articolato ma non ce la fanno, i farmaci vincono sulla loro lucidità, e alla loro memoria restano frasi mozzate che sanno di poco. Solo il professore parla bene, fino a farmi vere e proprie lezioni. Ogni tanto si ferma su qualche autore o fatto anche per più giorni, che sono costretto a prendere appunti. In cambio vuole un po’ di vino rosso di sottobanco. Quando beve racconta pure meglio, e io ascolto con più piacere. Insomma, se non l’avete capito, io, una volta che faccio quello che mi chiede il responsabile della clinica, assistere e imbottire di psicofarmaci i pazienti, poi non mi resta che chiacchierare con alcuni di loro. Un giorno il professore ha sforato negli anni ottanta e l’ho dovuto bloccare, stava diventando irritante in quell’uscio di anni opulenti e chiassosi di niente. Così, dopo che l’ho minacciato di non dargli il Chianti già comprato, è ripartito dalla battaglia per il divorzio senza fare una piega.

Giovanna non vuole che le dica frasi di circostanza dopo che abbiamo scopato. Dice che deve sentire i suoni. Non oso chiederle cosa siano i suoni, poiché lei non osa chiedermi perché mi sono accanito tanto con gli anni settanta. È un patto. A noi piace stare ognuno nelle proprie cose. Poi un giorno tutto finirà, e ognuno di noi dichiarerà tregua al mondo e farà qualcosa di meglio. Oggi ancora non è così, poiché non è ancora arrivato il momento giusto per fare di meglio.

mercoledì 5 settembre 2018

Giulia (Tonino e la Panchina)



  Questo porto non lo sopporto più. Vedo sempre le solite quattro barche vecchie con la ruggine che scende dai lati, con tutte quelle cime pelose che pendono e puzzano solo a guardarle, così come quel chioschetto infimo laggiù a sinistra, poco prima della pompa di benzina mezza abbandonata: i proprietari devono ringraziare i quattro pescatori puzzolenti se riescono a tenerlo in vita coi loro caffè corretti.
A Maria l’avevo detto: resto un paio d’anni, giusto il tempo di far innamorare bene bene Guido e poi scappo via con lui verso Bologna o Roma, o chissà dove
Proprio così le dissi quella sera che decisi di restare a vivere qui. Si stava tutti insieme spensierati su quella terrazza poco illuminata e piena di uomini con camicie bianche sbottonate e donne con vestitini sgargianti e sorrisi generosi, si beveva vino bianco e si rideva uno dentro la faccia dell’altro. Era estate, e davanti c’era tanto mare. Ero convinta che la mia vita avesse incrociato la fortuna di ritrovarsi insieme a persone belle, e un po’ strambe: questa scena della terrazza rappresenta bene come sognavo da ragazza la mia vita futura. Così desideravo immaginarmi da grande. Ma sognavo nel sogno. Ora eccomi qui sopra a questa terrazza maiolicata di blu e ben illuminata, con il grembiule nero fino alle ginocchia e gli occhi neri di matita che intimidiscono sempre un po’ gli uomini. Uso scarpe comode per correre svelta da un tavolo all’altro, dal martedì alla domenica, estate e inverno. Sempre qui. Mi rilasso un po’ la mattina al risveglio, sempre sul tardi, quando il sole già picchia e lascia poca aria in giro. Faccio colazione al bar di Maria; a lei sto raccontando i miei tormenti penosi di femmina. Con i colleghi c’è poco da fidarsi. Provano ogni giorno a sedurmi con racconti di vite mai vissute interamente da loro, o con quei loro slanci fatti di battute e sguardi per conquistarmi: cercando invano di scacciare la mia vecchia alleata apatia sociale. Tanto alla fine i loro poveri sogni di gloria si vanno sempre a nascondere nella federa del loro morbido cuscino di mammà, ancora prima dell’alba, quando con facce da bimbi provano a smarcarsi, almeno nei sogni, da mamme gigantesche: donne poco truccate, con il Tavor sempre in borsa. Figurati. Stavo, e sto qui, in questa cittadina salata e senza futuro, solo per l’ultima speranza di rivedere Guido e la sua pittura divina. Loro lo sanno, ma, poveracci, si mettono a competere anche contro il suo fantasma, pur di provarci con me, femmina da conquistare, secondo l’opinione di questi zoticoni di mare. Nei miei occhi neri invece lascio entrare volentieri i pescherecci che nel pomeriggio arrivano con le loro reti umide appese e piene di fravaglia, come i pescatori chiamano quei pesciolini senza qualità, e quindi senza commercio: come vedo io i miei colleghi camerieri. Valgono poco davanti all’eleganza di Guido, figuriamoci davanti alla sua pittura. Lui sa esprimersi con uno stile asciutto ma espressivo, così si distingue senza spocchia dalla moltitudine di pittoretti che sono in circolazione in questi anni barbarici. Così diceva quel critico di Firenze sul catalogo un po’ informale della sua ultima mostra. Maledetto lo stile e la mia ostinazione a volerlo bere come fosse limonata fresca. Speravo di baciare Guido tutte le mattine, per prendermi il suo stile, la sua unicità. Farmi contagiare ogni santo giorno come una santa col suo oppresso. Che scema, la solita scema ragazzina di trent’anni che beve cose di cui non conosce gli effetti né tanto meno il sapore vero, crudo e terribile della realtà che si appiccica ai nostri corpi. Niente, non capisco proprio niente, sarà la tara di famiglia.
Ecco questo golfo che diventa ogni giorno sempre più piccolo, con queste sue casette colorate una diversa dall’altra che tempo fa sognavo di abitare: qui avrei potuto scrivere pure un’altra Guerra e pace a puntate per il giornale locale, se solo avessi avuto l’opportunità di amare Guido. Lui amava il mare soprattutto d’inverno, ché d’estate scappava in Grecia, da quei suoi amici pittori squattrinati che stimava più d’ogni altra cosa. Di me, sicuramente. In fondo mi considerava una ragazza pigra e viziata da una famiglia di strambi, come mi disse quella volta durante una litigata. Ecco, credo sia questa la natura del suo rifiuto: scarsa considerazione di me, e del nostro futuro insieme. Anche se so di non avere prove al riguardo, Maria, dimmi tu allora perché mi ha poi evitato in tutti questi atroci e lunghi anni di separazione?
“In realtà non gl’hai mai fatto capire veramente che lo rivolevi così tanto. Allora lui ha fatto quello che avrebbe fatto chiunque: i fatti suoi. Che sono scelte, occasioni da cogliere, gesti umani legittimi, o no?”
“Maria, ma tu fai davvero? Stavo sempre con gli occhi addosso a lui, alle sue mani, al suo corpo …”
“Appunto! Cose vere solo per te, Giulia cara; tu hai fatto poco per prendertelo davvero.”

  Forse ha ragione Maria: ho sempre aspettato che le cose accadessero solo per la maniera con cui le guardavo e desideravo. La realtà ha vinto. Ora faccio la cameriera per quaranta euro a sera e aspetto il lunedì per scappare a Roma con la pazza speranza di incontrarlo. Frequento tutte le mostre o eventi culturali che propone la città, e dove possa esserci lui con la sua faccia un po’ triste a illuminare il mondo. E me.
“Giulia! Una margherita al tavolo uno. Dài, sbrigati”.
In questa pizzeria tutto è povero, ovvio e senza futuro. Vedi scorrere la felicità insieme alle pizze, che poi si ferma lì quella felicità momentanea, su quella pizza farcita sempre più in maniera esagerata: una volta c’era la capricciosa a fare la differenza, e poteva bastare. Poi guardo i clienti e capisco che la volgarità si sta mangiando il gusto, lo stile con cui avevamo fatto un patto, silenzioso, tra cittadini circondati da tanta bellezza e il resto del mondo.
Dentro questa pizzeria io adoro soltanto la storia di Kaled. L’altro pomeriggio sono stata a casa sua. L’avevo accompagnato a casa per via dell’acquazzone improvviso, e che andasse via in bicicletta con quelle ruote così piccole per le sue gambe, non mi andava giù. Allora mi sono fatta coraggio e ho messo da parte quel pudore che aleggia spesso tra me e lui, tra me e la sua cultura araba. Prima del caffè mi ha fatto assaggiare una sfilza di cose buone: dolci arabi, cocomero e gelato. Il caffè l’ha preparato la moglie, il figlio grande ha tagliato il cocomero, e il secondo ha servito i dolci. Gli altri due, tre e cinque anni, mi fissavano con due olive nere al posto degli occhi. Erano una famiglia, e condividevano così bene tutto quel poco.

Durante la notte, aiutata da una digestione lenta anche per tutto quel miele nei dolci arabi, ho sognato Adim. Da quella volta che l’ho investito su quella strada stretta di curve e vedute. Con quel potenziale omicida che erano le mie notti a base di alcol e cocaina, insomma, da quella volta ogni tanto mi torna in sonno a trovare: ha sempre il braccio ingessato e continua a venirmi a trovare con questa infermità, nonostante siano passati due anni da quell’incidente. Ora ha vent’anni, e sicuramente sarà tornato a lavorare ai mercati, con le sue braccia muscolose e veloci pronte a scaricare camion interi di frutta e verdure. Questa notte mi ha dato un bacio. Aveva lo stesso sapore di quelli che ricevevo nell’adolescenza. E mi sono svegliata di colpo in piena notte, poi ho bevuto un bicchiere d’acqua, ho preso due pasticche di valeriana e ho controllato le mail. Non si sa mai, che dall’etere arrivi qualche soffiata sulla mia disponibilità ad amare di nuovo.

Domani andrò a trovare papà in clinica. Domani gli dirò che deve trasferirsi da me. Non ha senso che continui a stare lì dentro, circondato da persone assurde. Lui sta bene oramai. E in fondo poi io, diciamolo una volta per tutte, non ho più speranze che Guido ritorni da me. È stata un’illusione che mi sono trascinata appresso anche per scacciare la decisione di ospitare papà a casa da me. Ancora mi spaventa l’idea, lo so, ma non posso più aspettare: lui invecchia e le nostre angosce si gonfiano sempre di più, dentro i nostri esili petti.
Domani all’alba vado e glielo dico subito, appena lo vedo. Altrimenti la sua tenerezza mi blocca come sempre, e poi comincia a raccontarmi di Tonino e delle sue smanie di conservare le vite degli altri nella testa: non sopporto più questo dipendere dalle scelte degli altri. Basta, papà deve venire a vivere con me, e non voglio sentire altre storie: questo devo dirgli con gli occhi più decisi del mondo.



mercoledì 22 giugno 2016

La pazza gioia

    Ripenso al mio lento singhiozzare dopo aver visto il film La pazza gioia. Non era proprio un pianto classico, poiché fuoriusciva dalla mia testa un liquido amaro di pensieri e immagini e addii, e stavolta non riuscivo ad arginarne la portata: era la piccola verità che premeva attraverso il film. Stavo sulla Tiburtina, era sera, solo in auto, e ogni volta che prendevo fiato mi ripetevo: è difficile, è difficile. Certe scene del film avevano graffiato e accarezzato la mia memoria, che quotidianamente tengo a bada, e che mostro soprattutto nello scrivere e a pochissime persone rigorosamente selezionate. Nel film ci sono io, c’è mia madre, mia moglie, le mie amiche, mio cugino, vecchi amici; e tante persone matte, belle e brutte, povere e ricche, che ho conosciuto negli anni di vita e di lavoro. Soprattutto c’è quella straniante bellezza di non accusare nessuno per le deprivazioni subite, che nella scena dell'incontro all'ospedate tra Donatella e il padre è incorniciata in maniera struggente. Senza fine. Ecco, questo è davvero difficile da mettere in pratica nelle nostre giornate.

   Avevo quindici anni, una mattina come tante di marzo, un subbuglio nelle stanze, pensieri confusi che riempiono la nostra casa. Si è deciso di ricoverarla. È colpa tua, incautamente dice zia verso di me, o chissà, magari era verso quel nulla rimasto appiccicato al lampadario di gocce di cristallo al centro della stanza da letto anni ’60 dei miei. Così, in quella stanza, io e la mia adolescenza ci prendiamo tutta la colpa: da lì comincio a cambiare per sempre. La colpa. E’ la stessa che mi ha portato a lavorare come Educatore nella struttura dove nel film è stata girata la scena drammatica del Tso. Dieci anni fa era il vecchio reparto dei “residuali manicomiali”, così era chiamato quel posto abitato da persone con mille tic, che parlottavano da sole, fumavano mozziconi, sedevano all’ombra accanto ai demoni, abbracciavano alberi rigogliosi, pisciavano sui muri, e ogni tanto si prendevano le botte da certi infermieri (li ho visti anche istigati da un pingue psichiatria barbuto). Ho resistito sei mesi, avevo un contratto a tempo indeterminato, e durante l’ultimo giorno del periodo di prova mi hanno licenziato. Mi davo malato spesso, non avevo voglia di stare lì. Eppure la responsabile mi aveva ingaggiato entusiasta dopo il colloquio, per cambiare le cose insieme, diceva speranzosa. Dopo un mese mi ha affidato un incarico di responsabilità, ma il sindacato si è messo di traverso, e io sono rimasto nel limbo a osservare scene tremendi, a sopportare colleghi ottusi. Il mio periodo basagliano finiva lì. Poi ho rimosso, ché avevo paura di trattenere nella mente quel buio e quella miseria umana immobile. Poi è arrivato il film di Virzì e ha svegliato e rappacificato sentimenti che si pestavano da decenni: ragazzo moro e magro non è colpa tua! E come fa Donatella Morelli nel film, chiedo soltanto di rivederlo: lei suo figlio, io il ragazzo che ero.
L’altro giorno mi ritrovo in un’Asl, dove c’è questa dolce assistente sociale che ha accolto me, le mie parole e l’origine della mia storia con fare delicato: come se volesse invitarmi a raccontare senza vergogna quello che è stato. Allora chissà, domani lo racconterò o lo reinventerò; intanto il prologo l’hai già letto.




sabato 6 febbraio 2016

Due ciambelle

    
   Edoardo arriva di corsa fino alla riva poi frena, col piede sinistro sfiora l’acqua, barcolla per due secondi e si volta per guardare la madre. Un attimo dopo arriva pure il fratello piccolo, ma non riesce a frenare: si ritrovano entrambi in acqua. Urlano per metà divertiti, e per l’altra metà preoccupati per l’imminente ramanzina della madre. Non sono ancora in costume. Non arriva nessuna ramanzina. I genitori sono già coi culi affossati nella sabbia, a un paio di metri uno dall’altro. Giocano con la sabbia. Lui scava rimanendo sempre allo stesso livello di profondità, lei invece se la lascia passare tra le dita lentamente, osservandola mentre scende. Da lontano si somigliano, e se non fosse per il seno di lei e il costume attillato di lui, potrebbero fondersi in un'unica figura. Ci sono pochi ombrelloni aperti, è fine giugno e i villeggianti se ne stanno ancora indaffarati in città. Nel frattempo i due bimbi sono in acqua alta quanto loro, affogandosi a vicenda fino allo sfinimento, ridendo. C’è una coppietta vicino a loro, sono nascosti da un gozzo ancorato; si baciano e si abbracciano e si capisce che quel salato tra le labbra sta aumentando le voglie di entrambi.

   Passa il traghetto al largo e spacca in due il mare come un grande cocomero, lasciando dietro alla poppa una scia che oggi appare ancora più inquinante: schiuma che si mischia col fumo nero di nafta. Poi sparisce.

     Luisa viene da una notte insonne, ma questo non le ha impedito di preparare la sua solita buona frittata, che si è andata a prendere tutta l’aria della casa annunciando la gita domenicale: al mare o scampagnata o giretto nei parchi cittadini. Oggi non si sta solo fino al primo pomeriggio, ché se va bene a papà, oggi si rimane addirittura fino al tramonto. Fino a quando gli spiaggini degli stabilimenti accanto non avranno smontato in fretta tutti gli ombrelloni, lettini e sdraio che durante il giorno disegnano la spiaggia come un enorme manto colorato. A quell'ora si beve la birretta con la busta di patatine aperta sull'asciugamano.
     Frequentano da sempre la spiaggia libera: un corridoio stretto e lungo che accompagna lo sguardo fino al mare. Dalla strada vedi armonie strambe di linee confuse e colori diversi, persone con pose che altrove sarebbero oscene, e bimbi che scavano infinite buche con l’idea fissa di trovare l’acqua, pur sapendo che sta lì a meno di tre metri dai loro piedi. Eppure, quando arrivano con le mani all’agognata acqua, urlano nemmeno avessero trovato le pepite d’oro nel proprio giardino. La spiaggia libera, questo spazio vivo, estemporaneo, caotico e colorato accoglie anche oggi Luisa e la sua giovane famiglia.
     “Ti ricordi quando passava la signora delle ciambelle?”.
     La frase non ha ancora ricevuto la brezza per spostarsi, rimane ferma in aria sotto gli aquiloni. Luisa non vuole rispondergli subito, oggi non le sembra il caso di rispondere immediatamente. Oggi ha dei suoi ritmi interni da rispettare, dominati dalle sue ansie strozzate in pancia. E quei grovigli di pensieri. Il marito aspetta con la testa abbassata cercando di trattenersi, almeno oggi vuole riuscirci.
   “Ricordo eccome! Ne volevo sempre due, una da mangiare subito e l’altra dopo il panino con la frittata”.
   “E sì, e che piacere tutto quello zucchero che si appiccicava alla bocca e andava via solo al primo tuffo in acqua, eh Luì?”
   Tonino invece risponde subito, a causa delle sue ansie da prestazione che galleggiano da sempre tra i suoi occhi e quella enorme bocca aperta. Aspettare per lui è come perdersi qualcosa, che poi non si capisce mai cosa sia davvero questo qualcosa.
Tonino, alleggerito della risposta sul ricordo delle ciambelle zuccherose, si fa coraggio e poggia la testa sul ventre della moglie. È bollente e molle, e gli procura un accenno di erezione. Vede il cielo azzurro senza nuvole e sente il mare della riva che si appoggia sulla riva. Pensa all’appuntamento di domani mattina, si scurisce, allora tenta di addormentarsi. Luisa nel sentirsi premere il ventre è costretta a uno sforzo di posizionamento, respira un po’ affannosamente, ma in fondo le è piacevole sopportare quei capelli e quelle ossa addosso: dallo sguardo si direbbe che la faccia sentire meno preoccupata.

foto di Luigi Ghirri


   “Mamma abbiamo fame!”
    Nel rialzarsi di scatto sente una fitta, ma nessuno se ne accorge. Rassicura i bambini che i panini sono nella borsa, e che glieli da subito, poi li osserva: dura pochi attimi. In quegli attimi lascia scorrere immagini di lei bimba nella sporca casa dello zio al paese, scure e tristi immagini che lottano nella sua mente con quelle dei suoi figli, di ora, nitide nel loro splendore. Sarebbero un caos nella testa di un altra persona ma non nella sua, che invece le accoglie e si commuove, ma nessuno se ne accorge. Ora Tonino è a gambe incrociate con il panino tra le mani, negli occhi il fastidio del sole, accanto alle sue gambe i due bimbi che sbriciolano felici.
   I due innamorati di prima sono usciti dall’acqua e camminano avvinghiati verso l’ombrellone fissandosi negli occhi, intervallando lo sguardo con vedute vaghe tra la sabbia e il niente.
   Il piccolo si sta leccando le dita impregnate di sottiletta filante e, tra i crateri di sabbia che hanno scavato poco prima, ci sono caduti pezzetti gialli di frittata che da lì a poco saranno sotterrati senza tanto sforzo da milioni di piedi irrequieti. I topi del turno serale sono già in allerta.
     “Ti va di andarmi a comprare un gelato?”.
     Tonino sta già contando gli spicci e si sta avviando quando Luisa gli chiede, con una smorfia che sembra un sorriso soffocato “ma almeno chiedimi quale gelato voglio, no?”. “Vabbè, ma lo so già, ti porto il solito cornetto”. Luisa sta per cazziarlo, ma osservando il marito di spalle, con quel costume blu comprato da lei otto anni prima all’Oviesse, e intuendo che quel suo corpo asciutto e curvo nasconda chissà quali paure, lo perdona con quei suoi enormi occhi verdi gonfi di lacrime, ma nessuno se ne accorge.

    “Coccobello, coccorinfrescante!”

    Con la pancia schiacciata sulla sabbia Luisa parla al telefono con Rosa: le racconta di come si sia prestata volentieri a delle nuove porcate, e di come a Tonino gli erano tanto piaciute. Anche se durante, continua, dice di averlo visto che faceva smorfie strane, erano d’insoddisfazione? Poi insiste che quando lei gli stava sopra, si era guardata le cosce, intravedendo una piccola, quasi impercettibile, smagliatura. E le chiede: perché ho fatto quelle cose per lui? Ho paura di perderlo? Per fortuna si erano subito messe a ridere come due adolescenti e le risposte erano rimaste sospese tra la sabbia bollente di Luisa e la pianura afosa di Rosa. In realtà nella sua testa non c’è niente di adolescenziale in questi giorni, tra l’amore di quella notte e il mare di questa mattina. Tonino lo sa, ma preferisce terminare le frasi al posto suo e correre a comprarle i gelati.


   Con tutta la panna che si scioglie sulle labbra e senza neanche pulirsi, e con tutta quella cioccolata che mastica nella bocca, Luisa, accortasi di un’imminente sonnolenza negli occhi del marito, gli dice: Tonì, ma domani, prima di andare in ospedale perché non ci fermiamo al bar a fare colazione? Ha certe ciambelle buone il Bar Del mare, così magari ce ne mangiamo due a testa. A quel punto con la lingua si decide a pulire il labbro inferiore e mentre lo fa sembra una bimba che non vuole far cadere nemmeno una goccia di gelato a terra, ché vuole trattenere più a lungo possibile quel sapore dolciastro nella bocca. Sorride con gli occhi socchiusi, e con la testa reclinata verso la sabbia produce uno sforzo esagerato. Ma nessuno se ne accorge.

(racconto di Elisa Gatti, ditele cosa ne pensate, le è necessario saperlo)




venerdì 7 novembre 2014

fa freddo ( pensando a Pino, ovunque sia)

Fa freddo. Le sette del mattino. L’auto parte e mi porta a casa dei miei.
Nel frattempo.
Stringi gli occhi che non è successo niente, quello si è sbagliato, non ti agitare. Magari l’ha sentito appena, senza capirci nulla mi ha subito chiamato. Mo’ richiama. Sì, me lo sento. Mica può succedere oggi, fa troppo freddo. E’ settembre eppure fa freddo. Laggiù il mare è celestino di barche e silenzio. No, non voglio accendere la radio, ché poi se chiama non li sento. Perché chiama ora, che ti credi, e chiama su: ecchecazz! Vado a cento all’ora ma sto fermo, e i semafori li sfioro arancioni, poi abbaglianti, clacson, e mani sempre più piccole che si alzano per maledirmi. No, il pullmino della scolaresca no, non ci voleva; passate bambini belli, su, io non vengo, ché io da oggi non sono più bambino. Ma no, che pensi, che dici davanti a ‘sti tergicristalli che so’ partiti da soli. Mi sa che il braccio appeso sul volante ha schiacciato la leva. Boh! Devo farla vedere ‘sta macchina, l’altro giorno pure le quattro frecce son partite da sole. Ecco, manca poco, due semafori, un bar e l’incrocio dell’ospedale. So’ arrivato, aspettatemi.
Scendo e corro. Arrivo. Mi ricordo, appena vedo il divano con il cuscino sgualcito, e poi la faccia di mia madre che scompare nel collo e le mani di mio fratello che afferrano solo aria, sì, ricordo che ho sentito il suono dell’ambulanza, un secondo fa. Sì, allora è salvo. Invece ci abbracciamo io e mio fratello, l’ultima volta era successo dopo il goal di Hateley nel derby, un secolo fa. Ci abbracciamo, e io ora lo so: è muort’. Stringo anche mia madre, la sua angoscia bianca, e in un attimo tutte le foto della casa diventano bianco e nero.

Risalgo in macchina, e da solo raggiungo l’ospedale. L’atrio ha troppo marmo, e questo è l’ultimo pensiero dell’infanzia. Mi fanno entrare in una stanza enorme divisa a fette: da sipari di stoffa opachi. Sì, è lui. No, non fate l’autopsia. Ciao papà.


domenica 18 maggio 2014

il camion e il bambino

Caldo. Un camion. Un bambino di nove anni. Un uomo sudato. Una strada di campagna. La campagna dello zio. Niente, si era incaponito con il padre che voleva tornare a casa con quel camion. Non aveva mai viaggiato in un camion, prima di quel giorno. Il papà gliel’aveva concesso. Era prima di pranzo.
 Dopo due minuti che erano partiti il camionista gli fa con uno sguardo di sbieco: Aspetta, cinque minuti e torno. Lo osserva mentre si avvicina a dei contadini; prende due cassette di legno vuote con una mano, e con l’altra gesticola. Passano venti minuti. Torna e ripartono. Il bambino suda. La strada che vede davanti è stretta, lo diventa di più quando sfiorano un canneto. Sorpassato il torrente, arrivano all’altezza di un emporio. Stavolta gli dice solo “cinque minuti”. Prende una cassetta di pomodori e la mette nel cassone. Poi torna indietro, e si mette ad aspettare lui cinque minuti il negoziante. Che poi arriva. Parlano, quasi litigano, e dal vetro intravede parolacce e parole irripetibili per la sua bocca di nove anni. Intanto suda nell’abitacolo pieno di santini e donne nude. L’uomo ritorna. E’ arrabbiato. Neanche lo guarda. Il bambino comincia a piangere. Magari è solo sudore copioso. Tutto si sta mischiando sulla sua faccia. Il camion sfreccia su quella strada poderale e sembra un elefante che avanza nella giungla. Si ferma di nuovo. Stavolta il camionista non dice niente. Scende. C’è una donna seduta sotto un Noce. Le mani sopra le cosce. I suoi sandali bassi che strofinano lentamente sulla terra sabbiosa. Accanto c’è un campo di cocomeri. Lui si avvicina lentamente. Dal vetro si capisce che si conoscono. Lui la fissa. Lei continua a strofinare. Sono fermi nelle loro posizioni. Il camion è acceso. Il bimbo sente un rumore salire insieme al calore. Non c’è nessuno oltre ai due là fuori. Dentro al camion le donne nude sembrano agitarsi. I santini no, quelli stanno con quel loro sguardo fisso verso il materasso stretto tra le spalle del bimbo e la lamiera. Quando il bambino si volta verso i due, la donna non c’è più. L’uomo torna a bordo e parte come una saetta. Il bambino sta piangendo da cinque minuti e lui neanche se ne accorge.

foto di Josef Koudelka



domenica 8 dicembre 2013

dettagli sul mare

foto di Mimmo Jodice
      Eccomi davanti a quest’enorme stanzone che si allunga fino al mare. Anche se ci sono quelle inferriate rosse un po’ arrugginite che ne bloccano la vista, immagino lo stesso il mare verde di primavera, che si apre fino alle minuscole isole laggiù. In fondo all’angolo c’è un piccolo bar incassato al muro. Nell’aria c’è musica di canzonette. Qualcuno accenna un ballo incerto. La gran parte delle persone stanno sedute ai lati su sedie di ferro e legno, come quelle della scuola, scheggiate qua e là a causa di vecchi lanci contro silenziosi muri pastello: certi omoni un tempo le lanciavano per liberarsi da troppa rabbia che gli usciva dagli occhi. Me l’ha raccontato Luciano, alla fermata dell’autobus, che smontava dal turno della notte più mattina, erano le tre, quindi, anche mezzo pomeriggio si era fatto, a quel punto.
      Davanti al bar c’è un tavolo con sopra una mela. Sembra bacata, ma non ne sono così sicuro, visto la distanza che c’è. Appoggiata al tavolo, e accanto alla mela che sembra bacata, vedo una donna con i capelli lunghi e bianchi - mi fa un po’ paura - con la testa nell’incavo delle braccia, come una gatta, che alza lentamente lo sguardo verso di me e non dice nulla. Mi fissa. A me non interessa il suo sguardo né la sua storia, perché sto qui per un’altra storia: sta lì in fondo, che appoggia tutte e due i gomiti sul tavolino tondo del bar, e parla con la signora chiacchierona di Viterbo. Parlano di me; capisco che mi ha visto entrare e che sta sfruttando i pochi secondi che ci separano ancora, ne sono quasi sicuro, per raccontare un altro aneddoto su di me, magari quello di quando avevo cinque anni in cui dicevo: non ci vedo più perché c’è troppo vento. È il suo asso che si gioca sempre. E’ una specialista di questi ricordi dall’apparenza insignificante, come improvvisi dettagli disseppelliti in stanze buie di muffa. Mi presto a questi ricordi aggiungendo particolari inaspettati, anche per lei. Ma oggi non mi va, oggi voglio restare ancora un po’ sull’uscio a osservare questa stanza enorme che puzza di medicinali. Forse lei oggi esce da qui. C’è da congedarsi da questo purgatorio. Quindici giorni di permanenza non sono niente, direbbe mio cugino esperto in materia; in realtà me lo dirà dieci anni dopo durante una passeggiata d’inverno sulla spiaggia. Ora, cioè trenta anni fa, in questa storia, avevo una visione caotica e allo stesso tempo chiara, lucida, che alimentava una visione di fragilità in ogni angolo del mondo che attraversavo.