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lunedì 13 aprile 2015

il bar all'incrocio

L’altra sera ho fatto un colloquio di lavoro, in un bar, si trattava di assistenza domiciliare. Mentre Giampaolo spiegava il tipo di mansioni da svolgere, facendolo con sensibilità ma pure con quel disincanto di chi lavora da anni nello sciagurato mondo del sociale, ascoltavo e dentro di me risuonavano quegli anni faticosi di quando ci lavoravo, in quel mondo. E i bimbi, quelli con cui lavoro ora, mi passavano davanti coi loro capricci adorabili, e con tutte le loro instancabili mutevoli forme di crescita. No, Giampaolo, appari onesto eppure quello che proponi è vecchio, inutile alla mia storia. Nello stesso bar del colloquio anni fa stavo con Andrea e altri a discutere sul contratto capestro che una tale Cooperativa ******* ci aveva rifilato al secondo colloquio, rimangiandosi quello promesso al primo: basta, direi basta con questa commedia dei buoni che si accontentano. Un guizzo di cattiveria ci vorrebbe. Lavoravo in una casa-famiglia a trecento metri da questo bar. Ci sono rimasto tre anni a fare il topolino-educatore da laboratorio per gli scienziati-psicologi del telefono *******. Noi a tamponare l’orrore di storie infantili schiacciate dagli adulti e loro di sopra a gestire un potere fatto di bontà, di conferenze e di politici da sedurre: sempre in tiro stavano coi loro stivali taccosi e addosso quei foulard vorticosi come serpenti. Ma il magone che avevo la domenica sera prima del turno notturno, che mi trascinavo come una coda di dinosauro sulla Nomentana buia, col pensiero di mia moglie e mio figlio da soli in quella casa sfiancata sonoramente dai tir delle cave tiburtine, dico, ma a chi potevo raccontarlo quel benedetto magone? Di certo non ad Ammaniti-padre in supervisione (tra l’altro, lo riconosco, l’unico a capire in un’ora di riunione ciò che gli scienziati di prima (quelli taccosi) non avevano capito di D. in due anni di terapie).

-         Lavora, questo hai scelto a vent’anni, e ora vai, salva l’umanità intera: bimbi sfigati, uomini soli, donne distrutte, ragazzi senza giovinezza. Teneri disabili.

Poi, una volta in casa-famiglia era tutta una lotta con D. che non voleva dormire ed io a raccontargli storie sdolcinate con finali tristi che vedevano come protagonista Gigi D’Alessio, il suo eroe. E la notte su internet a cercare altri lavori, altre fughe, e altri piaceri inafferrabili che si allungavano fino al mattino.
Mentre il colloquio procedeva con ampie parentesi sui rischi di lavorare con gli psichiatri, e non con i pazienti psichiatrici, i miei pensieri sono volati in quella casa umida che protegge una donna sola, che ride da sola, e pensa da sola, e si incazza (anche) con me, ma sempre da sola, e vuole recitare fino alla fine una parte triste, trafitta già dalla sua infanzia di guerra, con la complicità di quel piccolo paese ottuso e splendido che si sta facendo odiare anche da me adesso. Lei lo fa con un randagismo ironico, al limite del comico: quando la ascolti non resisti e ridi, poi ti incupisci un po’, ma intanto hai pure riso di gusto. E non è poco, se consideri la sua storia, il groviglio che ha in testa, e la rabbia senza freno che sprigiona in certi pomeriggi estivi. Io lo so, e un giorno ve lo racconterò. Forse.
 Mentre sorseggio il caffè, e il colloquio volge al termine, parliamo di scrittura autobiografica. Poi anche di esperienze con pazienti psichiatrici, di un dormiente che seguivo (poi suicida) e di sua madre, che mi rifilava leccornie durante il risveglio patetico e tragico del suo unico inafferrabile figlio: io e lei in cucina e lui sdraiato in cameretta, bottiglie di birra accanto al letto. Fumetti. Cicche. Capelli lunghi e sporchi che schiacciati su quel cuscino mi sembrano una medusa. Lo invoglio a tirarsi su da quel letto lurido. Poi guardo la madre, lei abbassa lo sguardo e fa un altro caffè.  Mi accorgo che raccontando solitamente ometto la morte, la pazzia e l’insostenibilità di quegli sguardi tremendi. Di quegli anni. Uso il presente, illusione per non sentirsi perdente.

Giampaolo, tu sarai un buon coordinatore, ed io forse non lo sarò mai, pur avendo sfiorato e fatto sfumare questo status tante volte: ora sono stanco di status, e pronto a mille oscenità sociali. Come questo mio scrivere così; al corso di scrittura autobiografica, che durante il colloquio mi hai detto di aver fatto anche tu, ma ahimè lì non insegnano che il troppo di noi raccontato può diventare una bolla di sapone per salvarci il passato. Domani io voglio bucarla quella bolla, e poi leccarmi la liscivia mischiata allo smog che discende giù dolcemente, come eccitante: per gli anni che ci restano per combattere e amare.
Coraggio, amico abbi coraggio di scartavetrare questo imponente passato: poi lasciateci divertire a impiastricciare le mani nei colori che ci ritroviamo.


“A letto, il bacio”, del 1892. Toulose Henri de Toulouse-Lautrec



Ps
Sì, sto cercando lavoro da integrare al mio part-time: tra quei milioni di lettori di questo blog se ce ne fosse uno interessato a offrirmene, sappia che metto a disposizione tutta la fantasia che ho. Per le referenze chiedete ad A. a E. a I. e a O.

Ps2

Durante l’arco di tempo che ho  scritto questo pezzo non ho fatto male a nessuno. Ho fatto l’amore. Ascoltato Fiumani e poi Beethoven. Annaffiato le piante del giardino. Ho letto al piccolo I ragazzi della via pal, e visto le foto che il grande ha fatto a Romics. Ho inviato decine di messaggi, e navigato un po’ disperato e un po' contento su internet. Ho telefonato a mia madre tutti i giorni. E pensavo ogni mattina a come dar retta a Kurt Vonnegut: Quando siete felici, fateci caso.





lunedì 7 ottobre 2013

Ghirri al Maxxi

Mi vedo che scorro lentamente davanti alle immagini di Luigi Ghirri, e sono pensieroso a causa della luce di neon filtrata in alto da teli bianchi, e mentre fisso le prime foto mi viene da chiedere a Claudio: ma è così difficile illuminare gli spazi espositivi?

Orbetello, di Luigi Ghirri
Dopo questo inizio nevrotico, un po’ da snob di periferia, mi arrendo ai miei occhi che intanto lasciano entrare una alla volta le foto tratte dai progetti che Ghirri ha creato nei suoi anni di ricerca. Claudio mi ricorda che fu lui a comunicarcelo nel ’92, nello studio di Luciano Ricci, della morte improvvisa del fotografo che amava il quotidiano, e i dettagli che sfuggono come bimbi timidi, e poi quelle facce e quei profili che scompaiono di solito quando sanno di essere fotografate, lasciando soltanto il solito sulla stampa. A un certo punto Thomas – studente belga di storia dell’arte - mi becca mentre sorrido davanti alla foto della trattoria di Ponza, e mi chiede perché lo stavo facendo. Niente Thomas, sono contento di osservare da vicino questa foto, che poi, a dirla tutta, è da una vita che volevo vederle tutte insieme in una mostra, che sul catalogo Fabbri le ho viste e riviste migliaia di volte, ma la lampada di casa era anche peggio dei teli filtrati del Maxxi; questo a Thomas non l’ho detto, nevrotico sì, ma scemo del tutto ancora non lo sono. Thomas l’ho conosciuto davanti a una foto, poi si è dissolto e chissà ora dove sta riflettendo sul suo idolo che “gioca con le immagini”. Sono rimasto dieci minuti a descrivergli del perché mi piaceva quella foto, e credo di averlo fatto decentemente, senza scivolare nell’idolatria, nell’ovvio, credo eh! Ma ora è tardi per scoprirlo, perché certa bellezza passa e lascia tracce di tenerezza; poi prendi un caffè, accenni a una chiacchiera, un ricordo e torna la quotidianità. Un attimo prima di questi momenti credo di sentire alle spalle uno scatto di Ghirri che blocca e restituisce la scia che c’è tra il bello e la nostra contemplazione solitaria. Noi osserviamo questa scia e capiamo, per un attimo capiamo, ma dura un attimo e capiamo poco, così non ci resta che riconoscere lo scorrere del tempo inesorabile che ci sfianca dolcemente, e abbandonare la consapevolezza in cambio del ricordo della bellezza.

Ponza, 1986, di Luigi Ghirri
       Sì, ora so che le foto di Ghirri mi avevano tanto invaso la testa, che, pensando a quelle quattro foto decenti che ho fatto nei primi anni novanta, non c’è dubbio: le facevo pensando alle inquadrature di Ghirri, mica di Robert Capa. Ma non lo sapevo. Nelle sue immagini ci sono pochi effetti e tanta intelligenza visiva, che si espande nella sua semplicità disarmante e difficile da rappresentare: di strade, case, cantanti, i Cccp, spiagge, camicie, nuvole e nebbie, e infiniti dettagli di vita che scorre tra le persone e di tutte le cose che si ritrovano intorno nel tempo. Senza di noi, che stiamo lì davanti a questi attimi a fermare il tempo come dei bimbi nelle loro camerette la domenica sera.
      Così come certe canzoni, queste foto restano dentro e si accomodano leggere tra i nostri pensieri. Stasera desidero avere un libro di Ghirri tra le mani, sfogliarlo lentamente, fermarmi a leggere le didascalie che sono pezzi di narrativa che non aggiungono, ma completano l’opera, sottraendo senza eliminarne l’essenza: che resta negli occhi, nel silenzio e nel prossimo attimo da godere.


cccp, di Luigi Ghirri
Lucio Dalla, di Luigi Ghirri
 
 








    
Vi consiglio di andarci al Maxxi, avete tempo fino al 27 ottobre. Il tempo poi scorre, e senza le immagini di Ghirri non è facile farlo scorrere bene. Saluti dalla cameretta.


sabato 6 ottobre 2012

la vostra vita


Ho appena finito di vedere “La nostra vita” di Luchetti. Il dramma nel film emerge utilizzando la direzione sbagliata che prende il protagonista – prima operaio edile poi imprenditore in subappalto - dopo la morte, di parto, della moglie. Un’ostinata volontà di fare un passo avanti per scacciare il lutto e ripartire dall’illegalità, dai soldi che servono per continuare a immaginare le vacanze in costa smeralda. Intanto servono a coprire il vuoto di sentimenti che i figli vivono in quella casa. Poi segue una narrazione di ruggine e dolore.

 Sento cinismo nell’aria stasera. Già al parco, mentre i miei figli giocavano a pallone insieme a una cricca di ragazzetti sboccati e pallonari incalliti, mi chiedevo il limite tra le ragazzate e l’abisso verso l’indifferenza. Li osservavo da lontano, da una panchina di fronte al tramonto romano, in fondo vedevo pure il cupolone come in un plastico, e pensavo alla violenza che non vediamo quasi mai ma che percepiamo quasi sempre. Agli infiniti linciaggi che accadono ogni notte negli angoli. Al buio. E pure sappiamo, e la coscienza ribolle impaziente come quando l’incubo si veste di paure d’infanzia, in stanze minuscole di poster e porte chiuse.

Allora vedo questa rabbia che prende forma di cartacce sparse al parco. Di figli dolci in braccio a madri glaciali. Macchine lucidate con assassini a bordo. Lampioni spenti uno si e l’altro no. Curve di erbacce mai tagliate. Una donna africana avanza in compagnia delle sue pesanti buste della spesa. Del mio silenzio dignitoso contro i sorrisi sperperati in luoghi sterili.

Le telefonate fatte per noia. Gli sms sbagliati di tono.

Odiavo l’indifferenza di mio fratello mentre amavo la tua dolcezza futura.

martedì 17 luglio 2012

lascio perdere?


 A S. Basilio c’è una biblioteca. Poi un giovedì di luglio propongono un concerto e un film, l’aria è calda e ti viene voglia di canzoni d’amore degli anni sessanta. E’ fisiologico, per noi romantici sedotti da certa entropia letteraria.

Parte la chitarra di Fausto Mesolella arpeggiando pericolosamente tra le capigliature rossastre delle nonne in terza fila. Le note cercano di arrivare fino all’ultima di fila, ma no, quaggiù dove siamo io e Enzo, c’è una barriera di chiacchiere di un’intera borgata ripiegata all’angolo dell’arena. Le note diventano familiari: Lucio Dalla Beatles. Niente, questi chiacchierano come forsennati. Il musicista, con fare educato, dichiara che questo vociare non lo fa suonare bene, pur ammettendo che un concerto di sola chitarra sia spesso una palla. Che stile Mesolella, riesce a zittirli tutti, trascinandoli dentro la sua musica discreta.

Si mette a musicare la scena tragica di “Un borghese piccolo piccolo”, e poi quando termina si siede ai bordi del palco a vedere anche lui il film di Fabrizio Bentivoglio “Lascia perdere, Johnny” tratto dal suo raccontare i suoi inizi da musicista, a Caserta, negli anni settanta, in compagnia della sua adorabile timidezza.

Il film procura risate al gruppone chiacchierone, e anche a me, seppure con varie declinazioni sentimentali. A me il film è piaciuto, e non so il perché. C’è una tenerezza antica, pudica, che si presenta alle spalle dei vari personaggi di costume degli anni settanta; di quegli anni ancora tutti da esplorare con lenti trasparenti, e anche da raccontare meglio, scansando veli ideologici fuorvianti. Il racconto del film ci riesce nel narrare le difficoltà di un ragazzo a muoversi intorno alla sua passione, la musica, senza snobismi, ma non per questo gli è facilitato il percorso. Anzi. Un magnifico incontro costringe la sua insicurezza a rivedere le potenzialità e spingerlo verso palcoscenici improbabili, contro quella noia che spesso mortifica ogni possibilità di crescita.

Ci sono tanti bravi attori in questo film e belle canzoni, e facce da raccontare agli amici. Per sentirsi partecipi di storie mai del tutto dimenticate, e niente affatto lontane da quel che siamo. Bisogna tuffarsi in queste storie senza spocchia, ma con l’intenzione di fare pace con certa terra, certe facce, certi costumi, che ancora oggi condizionano il nostro liberatorio girovagare. Procurando risate e dolore, vertigini e attese. La timidezza di Fausto mi appartiene, e mi obbliga a rivedere i piani mai del tutto navigati in queste acque fangose, mai del tutto sicure. Lascio perdere?

mercoledì 30 novembre 2011

NANNI MORETTI - SPLENDIDO QUARANTENNE (da Caro Diario)


Non vedevo l'ora di arrivare ad essere un quarantenne per
poter godere nel rivedere questa scena. Del resto,
in fondo, m'importa 'na sega; così, tanto per galleggiare nelle
consolanti citazioni che aiutano un po' ad attenuare la cara
e inevitabile irrequietezza di stagione.

martedì 1 novembre 2011

this must be place


                                           Il nuovo film di Sorrentino è aperto, ci racconta con un ritmo proprio uno spazio e delle persone che ci riguardano ma sono lontane. Stavolta sono entrato poco nelle movenze del protagonista, seppure quel suo strascicare entra negli occhi e non esce più. Sempre Sorrentino attraverso il camminare dei suoi personaggi lascia scappare l’intento poetico del film. Sono quadri realistici le immagini aperte (troppo aperte per noi) su tipi e luoghi immaginati infinite volte, ma mai, mai, davvero osservati. Così per me.
Tre fasi storiche sintetizzate da sguardi, corpi, e look. Il resto, nei dialoghi, si mostra la complicazione che questi fatti storici abbiano procurato su di noi. E un po’ anche dentro di noi. Il racconto irrita e scivola giù nella storia come fa il protagonista. Alcune frasi, come quelle rivolte da Cheyenne a Byrne, rivelano e chiudono pensieri tormentati (adolescenziali); sono attimi, il resto è raccontato con cura delle immagini e attenzione alle parole.
Un film aperto, appunto. Troppo per me?

domenica 2 ottobre 2011

Ninetta

 Tra le poche cose buone che ho fatto oggi c'è quella di aver visto questo bel  monologo di Lina Sastri in tv.
Lo consiglio ai figli capricciosi e malinconici che battono i piedi sull'uscio di casa. Mentre dentro piove di bufera.


http://www.librerianeapolis.it/new/index.php/video/75-spettacolo-teatrale/2257-la-casa-di-ninetta-lina-sastri

sabato 16 aprile 2011

"Habemus Papa"


Una visione lenta, che trascorre il suo tempo dentro a un dramma umano: la scelta di non essere pronto per fare il papa. Una cosa lontana e fuori da ogni aspettativa. Al di là di ogni usuale morbosità che gravita intorno alle cose del Vaticano, questa scelta di rinuncia, associata ad un vagabondare del santo padre tra le vie di Roma, nel film di Nanni Moretti restituisce una faccia – intensi i primi piani – un corpo, e tante parole di autentica e umile riflessione. Intermezzi morettiani alleggeriscono e spiegano, a tratti in maniera sconvolgente – la tesi darwiniana contrapposta a quella della fede -, dove sono le pieghe e le aderenze che l’esistenza mette in campo tra noi e il caso. Tra l’uomo e la donna. Tra il bambino e l’adulto.
Questo film raccoglie in meno di due ore le ansie e le fragilità di un gruppo di cardinali, che pare stiano lì per caso, quasi che la loro presenza fosse spinta da una forza oscura, naturale. Insomma, tutto si avvicina a quel tema così importante che il regista, in maniera delicata e per niente saccente, mette in campo (di pallavolo) per offrire una chiave di lettura sul senso della vita molto casuale e lascia che ci si aggrappi all’attesa vana che tutto si ricomponga. Questo avviene alla prima teatrale a cui assiste il papa, che nessuno sa chi sia, a parte i cardinali, il portavoce, le guardie e lo psicanalista recluso nelle stanze del vaticano. Un intrigo che non va verso l’ignoto né verso il noir, si narra solo una difficoltà a restare nel ruolo designato.
“Habemus Papa” riflette un presente barcollante, in attesa di una scommessa col futuro che nessuno vuole azzardare. Così la lentezza dei movimenti, insieme all’incapacità di scegliere, mostrano un uomo in preda a conflitti quotidiani per niente assoluti o sacri: indossando la maschera dell’attore forse si riesce a spiegare le difficoltà del tempo. In fondo stiamo dentro a una bella melodia che non vogliamo abbandonare. Un desiderio di farsi accompagnare con dolcezza lungo i nostri anni.
Alla fine della proiezione mio figlio ha detto che nelle parole del protagonista si sentiva la saliva, durante la dichiarazione finale, che l’hanno fatto emozionare; quindi, dichiara, vuol dire che l’attore era proprio bravo.