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domenica 29 luglio 2012

sto bene solo amando (e scrivendolo)


Uno sguardo il seno e le mani. Apro gli occhi e ci sei: sdraiata sui fianchi doni la spalla per provocare dichiarazioni senza senso. Ancora oggi e pure ieri, sei l’impasto più dolce che abbia mai annusato; un rivolo amaro intanto scende fino ai miei piedi nudi e timidi. La tua faccia impressa conserva immagini di futuro: tu ed io dentro una misera piazza senza soldi in tasca, eppure la stanza d’albergo sta per conoscere un inaudito lusso che spennella colore anche alle pareti. Ricordi? Come si ricorda un senso? Magari come una molecola che sa già tutto, ma consente lo stesso agli ignari di godersi ogni piccolo gesto, ogni periferico gemito di gioia.

Senza fiato per il presente arretro nel patio del passato: un albero gigantesco a farci da ombra e nutrirci, al riparo dal minuscolo mondo lontano.

mercoledì 29 febbraio 2012

Luciano


Lampada realizzata da Claudio Muolo. “la bambina che imparò a volare”


Quattro facce che si specchiano tra i volumi oscuri; una luce che proviene dal fondo e che da le spalle a Luciano. Lui, dal contorno irrequieto e con parole tenere, ci fa sedere. Le sedie non le ricordo più, neppure le piastrelle né i marmi, o i davanzali. Quella musica classica che sorprende come un amico ritrovato, me la ricordo ancora; ci acquietava sulle sedie, accanto alle storie ancora da esprimere con la luce, che miagolavano timide qualche sentimento. La grigia luce di Firenze, e delle sue strade. Beh, un po’ ci rimasi male per tutto quel grigio. Poi però certe mattine sbattevi contro il battistero e svenivi di bellezza. E cadevi in quelle fiaschetterie strette di persone paonazze di ribollite. Non c’era mai vento in quella città. Luciano ci accomodava dentro la sua liturgia di luci e ombre, di bianchi e neri, di storie e sogni. A me le orecchie non bastavano più, e gli occhi non ce la facevano a contenere tutte quelle immagini. La bocca rimaneva spalancata fino alla notte. Restavano solo le mani sudate d’emozioni a prendere un po’ d’aria per non soffocare sul più bello. Le parole di Luciano coloravano i racconti, poi con stile le stendeva con cura sul tavolo; ne aveva per tutti, non si risparmiava mai. Alzava le lenti e capiva tutto, suggerendo le foto da salvare tra le troppe dei provini, e poi i negativi d’affogare nell’acido in attesa di una lenta rinascita inaspettata. Anche se a volte, di colpo, scompariva nel suo pozzo e ci lasciava soli nel chiostro a cercare le ultime margherite della stagione. L’indomani tornava ancora a farci intendere che sul limitare dei nostri difetti c’è il confine dalle nostre capacità. Così da provocare tutte le illusioni possibili, che si mettevano a ballare sopra le nostre teste, ma che restavano alla larga da quella di Luciano: mi sa che avesse una qualche protezione di fabbricazione tedesca, a difenderlo dalle lusinghe caramellose del presente. Io no, stavo sempre a scartare caramelle di tutti i gusti: dentro sorprese con le facce di Jodice, Weston, Ghirri, Fellini e altre decine di figurine che si lasciavano desiderare.
Ora lui c’è con le sue foto nuove, a me il piacere di non averlo scartato troppo come una caramella, e di aver aspettato il giorno esatto per abbracciarlo. Fuori sento già il vento.

martedì 14 febbraio 2012

elena


Elena (la mia città)

Di notte i tuoi vicoli puzzano e lasciano entrare tutto il giallo dolore, e tutti scappano via con le tasche piene. C’era quel gobbo, mezzo parente, che parlava ancora il borbonico stretto e in tasca aveva sempre un mucchio di soldi e cartacce. Mentre le donne di giorno, nella controra feroce di silenzio, si scannavano tra di loro per rabbie preistoriche mai patite del tutto. Mazz’mariegl’ è tornato, e bastona tutti i pescatori soli per strada. Pure i miei zii che se ne vanno verso ponente con appresso un odore fetente, e io dietro di loro a burlarmi delle loro anime tirchie di niente. E io no, cari zii mai stati tali, statevene con la bocca piena e non parlate mai, mi raccomando, come al solito; ma io non ci sto più.
Dopo i vent’anni non sapevo più che fare nei budelli di quei vicoli, e mi giravo sempre di scatto per paura del ratto, e di te che mi rincorrevi nera con le siringhe infette di Carlo; che stavamo sempre insieme fino ai dieci anni: una volta, in prima elementare, gl’ho dato la metà delle cinquecento lire che avevo trovato davanti al giocattolaio di piazza Roma. Erano mie, di fatto, ma a una sua insistenza ho ceduto: non volevo già farlo soffrire della sua morte prematura negli anni novanta.
Prima in quei vicoli ci giocavo a pallone per otto ore al giorno, come un impiegato o un operaio, e d’estate anche il turno serale; cadevano i friariegl’ dal cantone di pane che le nostre mamme coi vestiti fiorati servivano pure agli dei lì di fronte. A Elena senz’altro, quella che la maestra Nardone ci faceva descrivere su quei quadernini profumati. Ma non posso farlo ora, sennò Marcello sgama la nostalgia e mi sfotte, non posso far uscire ‘sta roba di miele. 
Le nostre case erano attaccate come un enorme colorato formicaio, a volte puzzavano di pesce, ma solo tu la sentivi ‘sta puzza, ché non conoscevi il mare, ma solo la spiaggia, e tutti i fondali, da me sempre evitati, ma tu non giocavi a fare i pescatori sulle barche come me e Giacomo. Erano le cianciole, che uscivano la notte a pescare alici, uscivano insieme a tutti quegli uomini con le tasche piene e gli occhi di sangue. Le mogli restavano a letto sfregiate da sguardi lontani nei mari già abitati. Donne che dopo i quaranta cominciavano a zoppicare, ma senza cadere mai; si sa che senza sogni barcolli un po’ sopra quelle strade di buche e lucide di pulito malato. Come lo era quella Maria che lanciava i vasi coi fiori  in testa ai passanti, e poi urlava fino a svenire con la schiuma ai lati dell’enorme bocca, come bandiera bianca da mostrare ai passanti, intervenuti a godersi la scena d’evasione. Svenivo anch’io subito dopo, per l’incubo del contagio di secoli senza ragione, che bussavano ogni mattino al mio portone. E no, bei pazzi miei, io scappo a fare il ribelle, che pagano bene e ti lasciano pure la mancia nella tasca.
Avessi vent’anni ora non saprei cosa fare per quei vicoli stretti e bui; forse mi metterei ad amare a ogni angolo, tanto le sottane le vedevo anche allora stese come trofei lungo i fili infiniti di finestra in finestra, di donna in donna, come ragnatele tese come candele. Come vedevo pure quegli uomini che veloci tenevano le mani in tasca e non fumavano mai, certo, non stavamo a Genova  e neppure a Marsiglia; li osservavo e squadravo ogni loro gesto, ogni loro delitto, e subito dopo a immolare le mie spalle, guardando disperato l’ultima fessura aperta tra la pietra nera e il mare.

domenica 22 gennaio 2012

Porta portese


Una volta misi un annuncio su Porta portese: cercasi soci per costituire coop. Sociale/agricola. Mi eccitai durante i giorni della pubblicazione. Sarà mai che si sblocchi qualcosa. Sì, ero frustrato da altri tentativi di metter su un gruppo di persone per creare una cooperativa, finiti male. Era la mia ossessione, la mia unica, a parte l’amore e gli amici, ragione di vita. Se poi, l’Amore e gli amici, fossero gli stessi attori da coinvolgere nella cooperativa, non era un piccolo particolare, no. Non lo era.
Mi arriva una telefonata, rispondo fremente di novità: pronto! Era un ragazzo che, insieme a suo fratello, erano interessati a diventare soci della coop. Ah sì, dissi io, va bene. Ci stiamo organizzando, vi faccio sapere. Ciao. A presto.
Chiaramente, malinconicamente, non se ne fece nulla. Ero solo, come solo un cane in un centro commerciale sa esserlo. Quindi, piansi, e seppure non lo feci davvero, oggi, al ricordo, lo faccio piangere. Quello che ero: romantico visionario squattrinato. È giusto che pianga e che impari che le cose della vita non sono particelle di sogno e aria, eh no! sono fatti e azioni concrete, bello mio.

venerdì 20 gennaio 2012

sogno n°3


Sembro più di quanto non sia, c’è poco da fare, anima mia, è così.
Però vedo cose visionarie e promettenti, come a volte sembra un certo passato che mi segue discreto. Come quella volta appena entrati, due giovani con la pelle tirata e liscia, in una casa di studenti salentini; appena dopo aver pagato caparre e affitti al capo studente, chiusa la porta, i due corpi si sono levigati fino alle rifiniture. Non c’era tempo che teneva, discrezione che frenava: quei corpi volevano morbidezze di panna. Da lì a poco ricompare il capo studente che, accortosi del momento solenne, abbassa il capo e torna a studiare economie inutili, almeno a loro due, che sprecano ogni risorsa e risparmio sul campo.
No, non pensate a Klimt, no, vedete piuttosto quella scena del Decameron, dove esili corpi si accucciano dopo i tuoni e fulmini che sfondano la scena di pioggia.
Le caramelle le hanno mangiate tutte, e le dita le hanno leccate bene, ora è cielo aperto da tuonare per tornare ad amare. E lasciate stare le canzoni col fiato corto, immaginate certe acidità di Nico e dei maledetti coi capelli corti.
A che punto siamo? Quale punto ancora toccare, smuovere, per colorare visioni cerebrali da immolare per la causa dell’onestà prima di tutto?
Non saprei, ditemele voi.

venerdì 6 gennaio 2012

estate





Lavoravo proprio bene, al punto da diventare capocameriere quell’anno. Ero giovane, eppure; una sera addirittura ho servito una trentina di tavoli, da solo, in meno di un’ora. Correvo avanti e indietro, tra il bar e il piazzale coi tavoli, centinaia di volte al giorno. In piena estate eravamo una decina di ragazzi-lavoratori, tutti più o meno scattanti e allegri, scaltri e generosi, belli e simpatici. Che bel gruppo. Spesso durante queste serate lanciavo in aria dalla gioia i vassoi d’acciaio, che poi, a distanza di qualche passo, tra belle ragazze e figli di papà, recuperavo con leggerezza e con uno sguardo di serenità recuperata. Be’, a parte una sera che mentre guardavo indietro e avanzavo avanti, girandomi, mi ritrovo stampato in faccia il cartello di divieto di sosta, in metallo tosto, che avevo messo nel pomeriggio per difendere il piazzale coi tavolini dalle aggressive auto dei pigri avventori. Si sono vendicati bene, non c’è che dire. Barcollo mentre gli altri colleghi sghignazzano. Poi si accorgono che continuo a barcollare e allora mi portano nell’office. Mi fanno sedere su degli scatoloni di sciroppi all’amarena, tra vaschette di gelato e panini in decongelamento. Lontano l’eco del solito caos allegro di persone davanti al nostro locale; era tra i più in voga della città, e del golfo tutto. Mi lasciano solo per qualche minuto, che per me, sempre a tremila durante il lavoro, pareva la peggior condanna. Ecco che ritornano Maurizio e mio fratello: uno mi mette un panino col prosciutto quasi in bocca, mentre l’altro mi da una coca cola in mano. Armato di calorie con bollicine, mi facevano una terapia d’urto alimentare. Ma che so pazzi? No, mi hanno fatto solo capire alla maniera loro, veloce e inconfutabile, che quello era il rimedio. Stop. Resto in convalescenza una mezz’oretta, poi esco e mi sento come un marziano che vaga tra tavoli pieni di coppe gelato e belle ragazze abbronzate: quelle c’erano sempre, come c’erano pure gli accompagnatori da selezionare in quei grupponi di ragazzi con le tasche piene. Noi si sgobbava tutto il giorno e dopo le tre di notte eravamo ancora pronti per ballare, mangiare pizza nel retro dei forni, o fumare e bere davanti alla spiaggia. Insomma, si sapeva vivere anche noi, con le nostre donne che evaporavano nei nostri discorsi infiniti e divertenti, quindi, anche un po’ malinconici. Un po’.
Alla fine della serata della botta in faccia, come tutte le altre serate, ho fatto il mio resoconto comico della giornata davanti a tutti gli altri, mentre addentavano famelici i panini o tramezzini che ci spettavano. Quel giorno ero io stesso l’oggetto delle mie grinfie umoristiche, per democrazia e con piglio da cronista fedele all’attualità, ho dovuto esibire il mio show involontario. Oggi a me domani a te.

Nel pensare a quel periodo in fondo spensierato, dopo che quest’anno sono ritornato in quel bar dove lavoravo in compagnia di un caro amico che lavorava lì con me, e che non vedevo purtroppo da circa dieci anni, sono costretto a commuovermi ridendo in solitudine. Scherzando coi gestori, durante l’ incontro di quest’estate, ho proposto di fare una serata di reunion con tutto il personale di allora.
Non sarebbe male rivivere calandosi dentro panni dismessi senza un perché.
foto di luigi ghirri