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domenica 5 maggio 2019

Non trascurate Milano!

  Siamo stati a Milano. Un viaggio agognato da anni: un giorno vi porterò nella città più vicina ai vostri sogni che ci sia. Più o meno questo il mantra che recitavo ai miei figli in ogni fine settimana, per contrastare la paura di morire di domenica a Roma, insoddisfatti. Parla per te, potrebbero dirmi.
A Milano ho fatto subito una cazzata alla romana: ho acquistato una Milano card inutile, condizionando tutta la mattinata; e meno male che siamo sbucati col treno direttamente al bosco verticale.
Col nostro trolley abbiamo passeggiato già dalle 8 di mattina per quei viali. Poi sdraiati su quelle panche ergonomiche sembravamo un urban family. Fa niente che una volta alzati, all’incrocio, stavamo già litigando per via del mio accanirmi con questa Milano card: attivala, e su, pa’. Per poi accorgersi che si doveva aspettare le 12 che aprisse il punto vendita in galleria, nonostante l'avessi attivata online. Arrivati in hotel a Lambrate, ci siamo fatti una doccia e poi di nuovo fuori: ci aspettava il corteo della Liberazione. La mia ansia di arrivare e non godere di tutto il soffice e benefico corteo antifascista, minava gli equilibri famigliari. Una volta al Duomo mi sono ritrovato a cantare Bella ciao a due metri da Fabio Fazio, mentre passava Gino Strada, e poco prima che mia moglie si facesse una foto con Pif e stringesse la mano alla Boldrini. Il massimo per un curioso mitomane come me. Intanto i figli zompavano tra la Mondadori e la Feltrinelli in cerca di manga, film e musica rap. Poi ci siamo ritrovati nella coda anarchica del corteo, e abbiamo ballato tutti e quattro anche appresso ai loro camioncini sgangherati di birra e passato.
Poi ai Navigli, dove il piccolo ha preso un tè da portare via presso un negozietto in un vicoletto zeppo di piante e silenzio. E il grande ha voluto (miracolo a Milano!) che li fotografassi sotto al megacartellone degli Avengers.
La sera rientriamo in hotel e io ho una crisi da troppo carico organizzativo. Gli rimprovero di non sapersi organizzare, che nei giorni precedenti glissavano ogni volta che parlavo di Milano. Un pazzo. Visto che non avevamo proprio cenato, e non riuscivo a stare in quella stanza, esco e affronto il deserto di Lambrate. Un egiziano con gli auricolari sussurra al suo amore lontano, un vecchietto rientra a casa con una spesa piccola piccola. Entro al Lidl e prendo la cena per i figli. Riempio disperato due buste e affronto il viale del ritorno. Le bottiglie sfondano le buste e sembrano dei cannoni contro eventuali cani randagi, Sudatissimo mi fermo al centro di una mega rotonda giardino e, davanti a un tavolo da ping pong di pietra, mi do uno schiaffetto. Parlo da solo, maledico “il modo in cui sono fatto…”, piagnucolo. L'egiziano è ancora lì a sbaciucchiarsi con la fortunata donna e guardandolo mi arriva un sollievo tra i polmoni e la giacca: sfranto e madido non mi faccio più pena perché anch'io amo, o so amare almeno. Rientro, do istruzioni su come prepararsi le cose nel cucinino comune dell'hotel e mi faccio una doccia. In quell’oretta in cui sono mancato avevo il cellulare spento. Il grande mi aveva scritto: torna pa’. Il piccolo aveva detto alla madre: ma lui è fatto così, con sorriso e saggezza che mi riempie di orgoglio e allegria in differita.
L'indomani una tregua di nuvole e umore ci fa visitare il castello Sforzesco e analizzare il perché di varie posture di San Sebastiano nei dipinti.
Poi arrendersi alla non finita pietà Rondanini. La strana e bellissima coppia al bar di parco Sempione ci serve uno spritz, mentre il piccolo noleggia una bike sharing e il grande si avvia al Duomo per incontrare amici dell' instagram. Prendere al volo un tram e arrivare al cimitero monumentale. C'è Manzoni al centro, ma pure tanti Levi e milanesi lontanissimi e distribuiti come in una anagrafe capovolta in cui la burocrazia mette radici e racconta. Casa Manzoni era chiusa, optiamo per City Life, e ci facciamo inghiottire da metro-parco-centrocommerciale senza che arrivi mal di testa o mal di gente. Il piccolo prende l'ennesima bici e noi sogniamo di vivere in mezzo a quel tanto e silenzioso che ci è sempre mancato: le basi sicure per fare quello che ci va di fare, senza rompere al prossimo.
Il grande sbuca alle Tre torri e ha le vertigini per tanta geometria rassicurante. Si decide di andare in via Paolo Sarpi, e così mangiamo da cinesi cinesi con l'ansia di disturbare con le nostre richieste. Poi prendiamo il tram nel verso sbagliato e salta l'uscita Navigli o Brera solo con i figli. Fa niente, oggi è stanchezza piena.
L'indomani vado col piccolo a Brera. Mentre lui punta al Mantegna per accorciare la distanza per lo Starbucks promesso, io rallento e penso che a volte vedere “tutte le opere” in un museo è da pazzi, perlomeno farlo di seguito. Non sarebbe meglio mettere un bar tra una stanza e l'altra? Dove rivedere in mente quelle opere, o su un libro, magari sorseggiando un caffè? Inutile, non ho più il coraggio di dimostrare di averle viste tutte, come in un pacman che dà status da intenditore. Siamo vecchi ormai, facciamo i bambini davanti all'arte, su.
Esco da Brera, il piccolo prende la …. e io da Google Maps scopro che là di fronte c’è la casa di Lalla Romano. Una vecchina sta entrando e chiedo se quel nome sul citofono corrisponde alla scrittrice. Mi fa, certo, abitava qui la Lalla, brava giornalista… Mi pareva di essere in un racconto, in una scena del romanzo italiano del Novecento. Ho preferito questo alla visita del suo museo, mi perdonerà Lalla Romano?
Poi abbiamo incontrato il grande e mia moglie. Si doveva andare a pranzo da un’amica d'infanzia di mia moglie, in campagna. La metro arriva anche lì, tagliando fiumi e campi verdissimi.
Milano in fondo non me l'aspettavo ancora più verde dell’ultima volta che l’ho vista.
Arrivati, e invece della cotoletta ci aspettava uno spaghetto alle vongole, per noi che crediamo nelle contaminazioni creative era un segnale preciso per le nostre vite.
Se volete continuo col viaggio di ritorno e le riflessioni e scuse del giorno dopo a Roma. Diciamo che questo era solo il primo atto...

venerdì 2 settembre 2016

la mia famiglia è una giornata d'agosto

   Poi giorni appiccicaticci di parole pesanti nell’aria, di figli annoiati, e di me che lotto come uno scemo contro la solita frustrazione di fine agosto: ancora un anno a lavorare lì? Ancora?
Così le serate le ho avvelenate con accuse e mugugni, subendo musi e sfottò. A quel punto eravamo una famiglia in preda a demoni aleggianti come Pokemon. Braccia graffiate dai rovi, birrette tutte le sere sotto le stelle ma con troppa troppa salsedine addosso. Al risveglio mi dedicavo alla ricerca di alberghetti economici in Trentino, e nella faccia si stampavano preventivi che mi deprimevano a ogni cliccata: quanto sei povero, tu con la tua rata per la fogna da ristrutturare. Poi ce l’ho fatta, e siamo fuggiti dal mare. Transitati da Roma giusto il tempo per portare vestiti e pannolini a una collega di mia moglie, che poi li ha consegnati ai terremotati nel paese dei suoi genitori. Così ci siamo messi in macchina direzione terme di Saturnia, con gli occhi pieni di sfollati e bimbi tirati fuori dai calcinacci. Passiamo da Saturnia ché anni fa con mia moglie ci trascorremmo giorni incredibili d’amore e tremori in tenda, tra teneri pazzi con cui abbiamo poi condiviso panini con porchetta, storie maledette e paesaggi commoventi. Eccoci là tutti e quattro sull’Aurelia a fare colazione felici e assonnati. Io che cerco la rivista IL, ma appena dopo Santa Marinella c’è solo terra argillosa ai lati della strada. Alle terme sotto le cascatelle ci diamo la mano e ridiamo e forse tratteniamo quegli attimi e forse ameremo quegli attimi: oltre ai grovigli sentimentali, che i figli portino con sé immagini di noi che ci baciamo nelle pozze d’acque sulfuree.
Mi riparo nel chioschetto con la password del wifi sulla lavagnetta e ricomincio a cercare su booking. Stavolta provo una tappa intermedia tutta per lei: Pavana, per salutare il suo Guccini. In trattativa con un albergo fermo la stanza per cinque minuti, il tempo di controllare su Maps: tre ore e quarantanove minuti. Niente. Puntiamo al concerto di Salmo a Senigallia, per fare una sorpresa al grande. Intanto prenoto una camera affare a Chianciano terme. Si parte e Maps ci immette in una strada sterrata dove non incrociamo macchine né persone e neppure animali, col tramonto di fianco che ci accompagna tiepido. Mi stacco da terra e vedo ora quella macchina che recupera serenità a ogni metro macinato, e la vedo di zolfo e di argilla avanzare lentamente tra filari di cipressi impolverati da noi: piccola e nera assomiglia a un insetto innocuo, a una tartaruga che cerca erba bagnata. Arrivati sull’Amiata siamo spersi senza GPS e con una fame spaventosa. Ci fermiamo davanti a una specie di rigattiere pieno di lamiere, è buio, solo gatti dentro a un mini borgo disabitato (ma chi li fa mangiare 'sti gatti, penso: ove per poco il cor non si spaura). Ci prende una voglia matta di barattare l’affare di Chianciano con un albergo sperduto di montagna: niente, tutto caro. La strada comincia a scendere insieme alla nostra stanchezza, ma ecco dopo l’ultima curva compare Arcidosso con una sagra fumante. Freno, e tutti contenti con le magliette a manica lunga ci tuffiamo nella sagra. Continuo a chiedere di alberghi, ma qui sono ancora più cari. Il paese ci piace, e ce lo giriamo dopo cena pieni di arrosto e sorrisi. Una compagnia di teatro fa le prove, un manifesto del festival dei racconti di strada sta accanto a una biblioteca che da fuori ci immaginiamo bellissima; poi signore che ci sorridono, e ragazzi che ci raccontano di sé partendo da un mio accenno di domanda. Siamo felici, e intanto sentiamo sparare i fuochi della Madonna del… boh? Ripartiamo in macchina. L’albergo di Chianciano sembra fermo al 1982, incluso il portiere di notte e il suo aiutante vecchietto con l’accento campano, per altro gentilissimi. Abbiamo due stanze comunicanti, così cominciamo a comunicare come non si faceva da giorni. Al risveglio trovo IL in una edicola in centro, e mi leggo il pezzo che Nadia mi aveva consigliato. Ci siamo tutti in quel libro dice, e intanto, sicuramente, siamo finiti tutti un po’ denudati dentro alla sua bella recensione.  Deviamo verso il Trasimeno, poiché al risveglio leggo che Salmo ha annullato il concerto (‘sti giovinastri rapper), ma lo diciamo lo stesso al grande che, incredulo, forse ci ringrazierà davvero fra ventisei anni… A Città della Pieve ci confondiamo tra mattoni rossi, mercatini affollati e chiese. Ripartiamo per il Trasimeno. Ci perdiamo ancora, ’sto cacchio di GPS, e ricominciamo a litigare inchiodando su un’altra strada sterrata. Sempre col caldo sono in agguato le nostre bestiali vulnerabilità. Alla fine ci tuffiamo in piscina e sciogliamo ogni inutile e pallosa tensione. Siamo sereni, quasi felici, e i figli giocano beati a basket nonostante i 30° gradi di afa. L’indomani gite, sorprese, isole, e il piccolo che si fa tagliare i capelli da un barbiere improvvisato in piazza. Noi ad ammirarlo per il suo coraggio, e per quella sua curiosità che vorremmo ancora intatta nelle nostre teste, tra capelli brizzolati e permanenti che ci tengono ancora in equilibrio.



Assaggiamo pesce fritto di lago all’interno di una stancante serata vintage paesana, a tratti divertente: i primi dieci minuti. Arrivato a questo punto, tu che leggi, penserai: oddio che cronaca dettagliata e spietata, ma perché ti riduci a questo? Provo a risponderti con l’ultimo fatto. La sera successiva dopo aver cenato a Perugia con tutta quell’aria fresca che attraversava vicoli e piazze piene di ragazzi, di suonatori, di pasticcerie arrapanti, e di strangozzi eccitanti, mi è scappato un pensiero di testa: a me gli altri piace solo sfiorarli, fissandoli, e desiderarli fino all’osso, ma restandomene un po’ fantasma in disparte. E allora tutto questo che sto scrivendo è frutto di un’incontrollata e frustrata voglia di condivisione. Smisurata, irreale, quasi compassionevole. Ecco il perché. E non avendo ricevuto neanche un invito quest’anno, cosìcché noi, affamati sempre degli altri, bisognosi di abbracci e addii, quest’anno ci siamo preoccupati, cioè, io soprattutto mi sono preoccupato: che la vecchiaia ci avesse già catturato sbattendoci a terra o affondandoci in una spiaggia assolata. Questo non mi pare giusto con tutto questo sole che c’è, mi ripetevo tra una cliccata su booking e una litigata con mia moglie: al di là del dolore c’è sempre un luogo disposto a barattarlo in amore. E la geografia ci salverà, e le strade sterrate prima o poi ci lasceranno entrare in giardini rigogliosi di persone e rose.



venerdì 22 aprile 2016

Romics e noi



     Avevamo dei biglietti omaggio, era domenica, si stava sereni abbastanza da rischiarci una domenica. Andiamo al Romics. Fiera di Roma. Appuntamento davanti alla parrocchia, dove gli amici del piccolo vanno a messa. Si parte.
Già dalla Prenestina rallentamenti. Google Maps mi dice che ne avremo ancora per un’ora abbondante. Smadonno. Devio all’Eur: intanto sulla Magliana direzione mare il sole ritorna domenicale per noi. Non ero mai stato alla Nuova Fiera. Un parcheggio immenso ci accoglie, in fondo vedo un tunnel pedonale pensile di ferro e vetro: e io penso subito alla solitudine notturna di luoghi così. Sfila accanto a noi un’intera comitiva mascherata da terroristi o poliziotti, non si capisce bene, con armi in pugno e tanto di cane con museruola nera che avanzano con passo marziale in direzione del tunnel. Rido di sguincio, e penso che in verità non sono mai stato un fumettaro, solo Zagor e Topolino da piccolo, poi da grande Gipi e Zerocalcare, un po’ di Peantus e un altro po’ di altre cosette sparse qua e là.
Una volta dentro ci ritroviamo nel fiume di persone che sfoggiano serenamente superpoteri, e ragazze con vestiti succinti che si lasciano fotografare ammiccanti, poi altri ancora con scatoloni colorati addosso, e tante altre infinite maschere che non riconosco: proseguono  ingombranti verso il chiassoso palcoscenico del Romics 2016. Tra loro ci sono le immancabili comitive sudate, con parvenze teppistiche, che intonano canti come allo stadio. Accanto a uno stand coloratissimo fisso una famigliola affamata di emozioni da catturare: Matte’, te voi fa’ ‘a foto con spaidermeen?


 A me sembra di stare a una festa patronale, ma organizzata meglio. Giochi digitali invece della pesca dei pesciolini rossi, stand al posto delle bancarelle, sushi al posto del muss’ de’ puorc’. Mi sento circondato da migliaia di ragazzetti tutti eccitati che non si accorgono del mio stupore, già, sono vecchissimo per loro e li capisco, anche se in realtà vorrei capirli meglio, ma forse dovrei cominciare a giocare come loro. Ma come faccio? Sarebbe una mimetizzazione asimmetrica, ridicola. In fondo è impossibile, e questa smania di conoscere tutto per me ha i giorni contati: parlo di quello che so, scrivo quello che vedo, il resto è soltanto un enorme pregiudizio affettuoso verso questi ragazzini, almeno per oggi.
    Mi avvicino a una specie di arena sponsorizzata dalla regione Lazio, sprofondo sul puff che fa da salottino accanto a dei venditori di giochi; ne approfitto per prendere fiato e mettere a caricare il cellulare. Sfoglio il programma. Intanto mio figlio mi chiede di comprare Nba ps3, cedo subito, in fondo cinque euro dentro a questa baraonda spendereccia mi sembra il minimo, figlio bello. Sbircio, tra decine di eventi oscuri ce n’è uno interessante per vecchi come me: lo sceneggiatore di Zagor al padiglione 5! Ma è nel pomeriggio, intanto ci tuffiamo nel fiume degli altri padiglioni. Arriviamo a quello che ospita gli youtuber e mi para davanti la scena che il figlio grande mi aveva raccontato il giorno prima quando con i suoi amici, ormai più per abitudine che per vero piacere, si erano fatti un giretto qui: c’è un casino, so’ organizzati proprio male! Mi ritrovo in mezzo a ragazzini ancora più eccitati, ancora più caciaroni di quelli di prima: vogliono le magliette, gli autografi e i pop-corn. Sul palco ci sono dei ragazzotti con felpe grigie che fanno battute meno riuscite di quelli di Made in sud, e si lasciano acclamare dalle festanti comitive, facendoci intendere dove sta il centro del mondo oggi. In fondo somigliano agli amici dei nostri figli, con quelle facce e quelle mani che un tempo forse erano timide e ora stanno lì per compiacersi di una gloria a buon mercato, spinti magari da vecchi produttori assetati di clic e soldi facili. Boh! Forse sto svalvolando coi pensieri in mezzo a tutti questi watt-giga-laser. Intanto lasciamo i nostri figli a fiutare le loro star sotto il palco. Ne approfitto al volo e dico “vado a sentire lo sceneggiatore”, ma D. mi fa: ma ce stava alle 15! Ma davvero? e non era alle 16? Rispondo già rassegnato. Riprendo il programma e scopro di una proiezione al padiglione otto. Scappo. Ci sentiamo dopo, eh. Per ridurre i sensi di colpa avevo invitato nel frattempo mia moglie a fumarsi una sigaretta per conto suo, e poi, una volta al padiglione otto, la chiamo ricordandole che allo stand della Panini ci sono gli autori di Topolino che fanno i disegnini ai ragazzi, magari al piccolo piacerebbe... Immagino la faccia di mia moglie davanti a questo mio solito teatrino telefonico, e così decido di salutarla abbassando i toni. A vedere la proiezione siamo in sei, di cui due ragazze lì per riposarsi e chattare in pace. Parte L’Augellin’ Belverde di Luzzati, musiche di Fossati e Oscar Prudente. Allora mi vedo dall’alto un po’ alla maniera dello scrittore di Caserta (che vive a Roma!): ai lati un intero mondo nerd che smanetta all’unisono, famiglie affaticate appresso ai loro piccoli e io, solo, al centro di una saletta anonima a vedere una proiezione che sarebbe potuta esserci anche nel ’73. Mia moglie se la ride pensando a queste mie patetiche fughe, così come ride di gusto anche mentre si fa fotografare accanto a un personaggio di Star Wars con tanto di spada laser: poi pubblica su facebook la foto e ci ridiamo su per tutto il viaggio di ritorno. Noi siamo così: un po’ Flintstones e un po’ Star Wars, sempre fuori luogo ma con una smania festosa di mischiarci col mondo, ridendo di noi, e di tutti i panni dei personaggi che abbiamo indossato in questi anni assieme. Quando si usciva con fare da intellettuali alle feste dell’Unità, o corrucciati e malinconici ma bellissimi dai concerti punk rock, o ancora seri seri, zitti zitti da certi cinema d’essai, infine anche  felici e sguaiati dopo certe cene dove la nostra autoironia diventava il sale della serata.
  Mio figlio alla fine non è riuscito ad avere il disegnino: era già tutto prenotato dal mattino. Lo porto da un fumettista che conosco, ma niente, questo cazzeggiava di un suo prossimo evento “altro che Romics” - dove lui però sta promuovendo il suo libro eh – e non aveva voglia di fargli il disegnino. Mio figlio con la testa abbassata e stanco mi sorride come a dire: ma lascia stare questi mezzi fricchettoni sempre insoddisfatti, sempre contro, sempre sazi (sì, lo ammetto, sto paternalmente proiettando fiducia nella luminosa mente del mio piccolo).

Prima di andare via ho dovuto tirare fuori i superpoteri. Non si trovavano gli altri due ragazzini della comitiva. Stavano ad aspettare autografi degli youtuber, ma non rispondevano al telefono, e nemmeno all’annuncio che ho fatto fare da Dexter in persona. Così chiedo a uno della vigilanza se posso entrare a cercarli. Mi spostano le transenne e mi ritrovo tra le star del web. Sbuco fuori e sento urla stridule, mi fissano tutti questi occhi e io fisso loro, ma come mi vedono con una giacca beige e la barba incolta non mi cacano nemmeno. Intanto sfilo davanti alla transenna e punto ancora agli occhi: sono stanchi questi ragazzini eppure gli brillano ancora da fare spavento. Becco i nostri eroi, sono schiacciati in prima fila. Mentre esco con loro sento una vocina che mi chiama: ehi, ho solo un misero blog con massimo venti visualizzazioni al giorno, penso vanitoso mentre mi giro lentamente, e chi vuoi che mi riconosca… invece eccola, è M. 12 anni, col fratello B. e il papà A., e fanno parte di un progetto educativo che sto seguendo in questo periodo. Sono contenti di vedermi e me lo lasciano intendere dai loro occhi vivissimi e, mentre i due eroi degli autografi prendono i cazziatoni dalle loro madri, io li abbraccio tutti e tre assieme: così oggi credo di aver fatto almeno due cose buone nella vita. Stavolta non piango, no, sono troppo stanco, invece abbraccio barcollando mio figlio sul viale alberato dell’uscita mentre tu ci osservi da dietro: e ora, davanti al piccì, sento negli occhi quel tuo sguardo come una lieve carezza laser.


mercoledì 8 luglio 2015

l'evoluzione del fricchettone

    Dovevo decidere: mare o lago. L’idea di scendere a Gaeta era naufragata nel mare d’inquietudine, e mi ci vorrebbe una traversata oceanica per spiegarvela bene. Dovevamo decidere: l’ha fatto per noi google maps. Per arrivare a Martignano solo 41 minuti! Per S. Severa ci voleva più di un’ora. Partiamo sereni col navigatore del tablet sulle gambe, e apprezziamo, ma ben oltre i 41 minuti previsti, i cespugli boscosi della Cassia. Per poco non arriviamo a Viterbo. Imprechiamo, e ci incazziamo tra di noi per poi ritrovarci a circumnavigare metà del lago di Bracciano, ma non ci piace per balneare. Puntiamo di nuovo su Martignano, dopo quasi due ore arriviamo e ci accoglie lo sconto per il bus navetta delle 15.00; sembriamo quasi felici, e ci pare di stare in vacanza per davvero dentro al pullmino che traballa a ritmo di musica house: stupiti guardiamo la polvere che si alza alle nostre spalle. Gli occhi dei miei figli, i beni preziosi che ho. 
Questo lago oggi ci abbraccia e protegge.



Nella testa avevo una strana paura di ritrovarmii tra milioni di fricchettoni, e tanti cani inzuppati, o suoni monotoni di bonghi. Sì, c’erano i fricchettoni e i cani, ma sono pochi rispetto a vent'anni fa, e sembrano evoluti e discreti che si godono, rispettandola, la quiete del posto. Comincio a cambiare umore, non sono più incazzato, e così mi tuffo con i figli nelle acque grigie. Sì, starai pensando “Vieni da un posto di acque cristalline e ti tuffi qui?”. Lo ripeto: ci vuole una traversata per spiegarti i tanti buchi grigi della mia esistenza, amica mia. 
A un certo punto mentre leggo Paura, di Zweig, un gruppo di ragazzi alle mie spalle con chitarra e bongo tirano fuori un repertorio anni ’90 niente male. Così penso a come certe canzoni dei Radiohead, pur non essendo mai stato un loro fan, riescono sempre a sfibrarmi per bene i sentimenti. Parte Creep e chiudo gli occhi come fanno certe ragazze innamorate in attesa del pensiero giusto per sognare. Ci provo anch'io.




Poi partono i Marlene Kuntz, gli Aftherouse e anche i Litfiba, ma quelli del periodo a cui avevo già voltato le orecchie: Lacio drom e giù di lì. Stavo per alzarmi e chiedergli Labbra blu, magari andando verso di loro per cantarci insieme. Invece ho continuato a leggere e sorvegliare i figli tra aquiloni, smartphone e rive sabbiose. Pensavo a come siamo arrivati a questo equilibrio che sa di tregua e ansia, e cercavo di ricordarmi le salvifiche deviazioni che non ci hanno fatto impantanare dentro a quegli anni. Il mio amico dice che sono nostalgico, non credo, sai, eppure non so come fare a staccarmi da canzoni come Nuotando nell’aria, o dal raccontare ogni volta quel tempo incastonato nella mia memoria, strambo, eppure pieno di aspettative eccitanti. Forse ci voglio rimanere ancora un attimo dentro a quel tempo, e setacciarlo bene, per poi esaminarne i detriti preziosi con la luce potente di oggi. Amico mio in fondo hai un po’ di ragione riguardo alla mia nostalgia, forse è soltanto paura di ammettere che adesso siamo diventati altro: tutti i giorni penso di scrivere sul mio blog una dichiarazione di realtà, su cosa credo di essere diventato. Poi mi scoraggio pensando a come continuano a vedermi gli altri: sempre uguale a ieri, mi sa. Forse ho paura dei cortocircuiti e preferisco l’uscita di scena dal branco di appartenenza con una luce fioca alle spalle, lentamente, magari con le mani in tasca e lo sguardo sui miei piedi.


(Come mi vedete davvero? Ditemelo almeno in privato, accidenti ai vostri occhi pigri e troppo compassionevoli).

Nella pancia di questa placida giornata al lago ci sono pensieri di debiti enormi come montagne di terra arida, che lascio sbriciolare frivolmente davanti a future uscite serali: ondeggiare tra le persone che desidero imitare, lasciando gonfiare la mia illusione per un’altra vita ancora. Un mite mitomane, me e il mio sorriderci con te.

A voi ex o presunti ex fricchettoni che avete colorato le pareti beige della mia giovinezza, oggi, davanti a questo lago pacificante, vi chiedo perdono di tanto mio accanimento contro la vostra condotta discutibile di allora, spesso incoerente, sicuramente modaiola. In fondo v’invidiavo anche per le vostre libertà sessuali, ma, soprattutto, per tutte quelle comodità famigliari che vi sostenevano, e quel benessere che riuscivate a procuravi anche lontano da casa: io squattrinato, sempre inadeguato e pieno di sensi di colpa, riuscivo a scopare sulla spiaggia solo da ubriaco, per esempio. Poi al mattino smontavo la tenda con fare mitteleuropeo, e già maledicevo la caduta di stile della notte. Ero matto, lo so. E oggi osservando il vostro conformismo di sempre, vedendovi pieni di tatuaggi, placidi, e senza rimorso alcuno per le condotte passate e attuali, capisco che state sempre nel fuoco del vostro tempo. Sembra che non abbiate mai avuto colpe, né ripensamenti o cadute davanti a un’epoca che, al massimo, vi chiedeva di sacrificare una vacanzetta a Lisbona con gli amici, in cambio del solito giro in barca a Ponza con mamma, papà e nuova compagna di papà. Ecco quello che vi ho sempre invidiato: le vacanze spesate, e le lingue apprese in giro per l’Europa in quegli anni di spensieratezza. 
Perché stanotte ancora tutto questo rancore davanti a un mare di stelle?

Al lavoro, mentre stavo in bagno, un pensiero nerissimo mi ha risucchiato nel vortice luttuoso che non voleva saperne di vedere luce. Appena ne sono uscito ho avuto un brivido nel vedermi allo specchio sopravvissuto a tante brutte storie e a giornate buie, così come a questo pensiero pesante che lascia la gola secca. Di corsa sono uscito in giardino scordando dietro di me le invidie, le frustrazioni e i dolori: piangendo di gioia come un uomo.

p.s.
Vorrei convocare le persone che stimo, e quelle che amo, e magari anche quelle che non mi hanno mai creduto fino in fondo a una partita di pallone: farvi vedere quanto sono bravo, fantasioso e generoso nel gioco del calcio. Il mio unico grande rimpianto è di non aver insistito a quindici anni a giocare nella squadra degli allievi della mia città: da lì, guarda caso, qualcosa poi si è bloccato. Fatemi fare una partita ancora, solo così potrò fare quei goal necessari per mettere un punto al mio rancore e ricominciare a vedere il mondo come ad una ennesima magnifica possibilità.

mercoledì 10 giugno 2015

giro, fantastico e aspetto.

Giravo per Formia fiutando le opinioni sull’omicidio dell’avvocato Piccolino. In libreria, mentre compravo “Le streghe” per mio figlio e per me, una signora, forse un’insegnante, affermava che l’avvocato era un po’ provocatore col suo blog; poi un altro davanti a un negozio d’abbigliamento sportivo fa “era anche strano quello è”; un mio amico al telefono sottolinea che “era anche sui generis, però”. Per raccogliere un po’ di dolore e spavento sono dovuto arrivare al Circolo Arci, dove non ero ancora mai stato: oggi annulliamo la presentazione di un libro per la fiaccolata (me lo dice un signore gentile con una voce flebile, di chi teme che la camorra cominci davvero a fare guerre anche qui). 


Non vado alla fiaccolata, perché sono due mesi che non vedo mia madre e le avevo detto che avrebbe passato la serata con noi. In fondo non so bene perché non vado, forse credo sia una cosa che riguardi i formiani - io poi sono pure di Gaeta - e in fondo oramai da anni vivo a Roma. Non vado forse perché amaramente girando per la piazza ho salutato la prima persona solo dopo mezz’ora: estraneo ora quando un tempo ero solo strano. Ma sbaglio. Perché quest’omicidio brutale deve riguardare tutti, anche me, e anche quelli che commentano con distacco, aggiungendo alla fine della frase che l’avvocato (un po’ eh!) se l’è cercata: forse così si rischia di arrivare allo stesso sragionamento di quelli che stanno usando i ma per non premiare i disegnatori di Charlie. Se uno ti spara per quello che dici, scrivi o disegni, non ci sono ma che tengano, a meno che tu non sia inconsciamente più vicino al carnefice che alla vittima per paura, per vigliaccheria o chissà per quali altre diavolerie psichiche e sociali che qualcuno prima o poi dovrà decifrare: per capire meglio questi anni, e le nostre storie confuse che ci sono finite dentro. Per riempire di senso questo vuoto creatosi tra quello che facciamo realmente in famiglia e in società e quello che professiamo poi da una tastiera o da un bar, e farlo anche a costo di autocritiche feroci, e di solitudini temporanee.

Così il giorno dopo mentre sistemavo il glicine e potavo il melograno, sono sprofondato nel fantasticare di una presentazione estiva de “Gli anni al contrario”, proprio qui, in questo pezzetto di terra disordinato che circonda la nostra casetta: negli anni è stato un ritrovo estivo per amici e parenti, oggi lo è un po’ meno, ahimè. 


E vaneggiavo per difendermi da questa sottile solitudine, e anche per tentare di rispondere a quelli che si rifugiano nei piccoli mondi famigliari: forse proprio lì si nasconde quel varco invisibile, velenoso e pericoloso per ogni futuro scenario malavitoso della città. In questi posti tutto si svolge e risolve in mezzo al proprio (enorme) nucleo famigliare. Il senso civico se visto dall’alto appare a macchia di leopardo, pochi sparuti luoghi belli da frequentare, il resto è tutta una gran barricata cementosa davanti ai miseri e opportunistici interessi. Tremo all’idea di quello che sarei potuto diventare restando qui. E allora ho scritto una mail a N. sull’eventualità della presentazione, facendolo col mio solito esagerato entusiasmo: ma cos’altro mi ha salvato da questo piccolo mondo se non l’entusiasmo per gli abbracci da desiderare?
Se solo avessi due grammi di forza organizzerei davvero la presentazione del libro come suggello a quello che non siamo diventati, magari facendolo proprio durante la notte di S. Lorenzo, e tu sai il perché.

Qualcuno mi presta quel grammo mancante?


[il desiderio di me bambino con le ginocchia tra le mani a desiderare gli amici che avrei avuto da grande, e mentre fantastico provo un brivido che mi anestetizza il presente incerto, doloroso a cui sono comunque legato e, tremando all'idea di perderlo, corro ad abbracciare chi c'è: un attimo di splendore illumina quel dolore e poi dagli occhi arriva quel sorriso che somiglia a un pronto soccorso appena lasciato]

p.s.
oggi ha confessato l'omicida dell'avvocato: non era un camorrista, ma un imprenditore risentito che si è vendicato. Resta il fatto grave e assurdo, e restano le impressioni che ho raccolto per strada.

lunedì 28 aprile 2014

lo chiederò a Igiaba Scego

Una mattina mi son svegliato e sono andato a Porta San Paolo. Da giorni che pensavo di farlo: l’ho fatto portando con me figli, moglie e amici. Sopra il palco vecchietti arzilli e sotto bandiere e persone. La persona che mi racconta meglio di tutti la resistenza è Luciana: riesce a commuovermi come volevo, con la sua storia dei partigiani. Intanto, tra le bandiere e le persone, esplode il caos tra il gruppo della brigata degli ebrei e quello dei pro-palestinesi. Lei continua a parlare, e quando il presidente la invita rozzamente a tagliare, Luciana s’infervora di più e dice che deve finire il suo discorso. In quel momento l’ho amata, odiando, con tutto il mio maschio femminismo, il vecchio presidente baffuto. Lo scontro tra le bandiere ebraiche e quelle palestinesi non finiva più, diventando un inutile spettacolo, complicandomi il racconto sulla resistenza che avrei fatto la sera ai miei figli.
Per pranzare ci siamo sdraiati al parco tra mille badanti e il loro tempo libero, di vino, musica e pensieri di piombo che sembravano appesi davanti ai loro enormi occhi azzurri.
Nel pomeriggio ci spostiamo al museo di via Tasso. Le mie orecchie sono ancora lì ad ascoltare le storie di De Angelis sui partigiani romani, i nazisti e le loro prigioni, e poi di delatori fascisti e di eroi coraggiosi. E i miei occhi vedono ancora tutte quelle facce in bianco e nero stropicciate dal tempo, gli eroi nel vento: della storia, della retorica, del laviamoci la coscienza con gli eroi di ieri. I loro sguardi non sembravano quelli dei futuri eroi, ma avevano semplicemente una posa da documento d’identità, e che a me faceva pensare a storie stropicciate e strappate da uomini ottusi tre generazioni fa.
E noi tra quelle stanze in silenzio ad aspettare che la Storia arrivi a spiegarci perché oggi lasciamo che cortei tristi e neri scorazzino ancora nei nostri quartieri ornati di gerani. La sera prima: noi lì ad aspettare, con le orate fresche nelle buste Coop, di passare una spensierata serata prefestiva e questi, bloccando il quartiere, scortati, sfilano scuri di fiaccole e slogan, che pensavamo di non far ascoltare più alle nuove generazioni. Dopo una settimana di fatica lavorativa pagata appena per una decenza mal gestita, ci ritroviamo a lasciar scorrere questo fiume rabbioso davanti alla nostra spensieratezza part-time. Perché? Lo chiederò a Igiaba Scego. E la presentazione del suo nuovo libro potrebbe essere l'occasione. Clicca qui.
Verso sera mangiamo un gelato dalle parti di piazza Vittorio, e non ci va di metterci a torturare il presente per evitare di capire il passato: sorridiamo come sanno sorridere le bimbe nei cortili fioriti in aprile.



Poi ho deciso di scrivere questa cosa che sa un po’ di me e un po’ di noi. Stanotte spingeva per uscire dal mio mal di testa.



Poi oggi pomeriggio ho letto questo racconto di Gipi e stavo per cancellare questo mio esile esile.
Vabbe', mi perdono va'.

mercoledì 28 dicembre 2011

cosa significa sociale?


Il grigio della stazione Termini mi prende sempre la testa, e la sbatte giù, insieme a tutta la ciclotimia di stagione che, come i saldi anticipati, quest’anno neanche aspetta i bilanci di fine anno. Neanche. Poi scende un pensiero che riporta a galla parole acide che non vorrebbero uscire mai di bocca; quindi, scrivo.
Quella stretta camicia nera faceva splendere ancora di più quelle ombre sotto i tuoi  occhi scuri. Questo pensavo tempo fa: ma ora mi arriva solo il suono.
Compulso dentro questo blog alla ricerca di cliccate statistiche che raddrizzino per qualche giorno la mia autostima. Mi sento come un toast: schiacciato tra il passato e il futuro, lascio vedere il formaggio fuso per darmi un tono, per attirare topi…rosicchiare sarebbe un mestiere con un po’ di futuro, non come le concessioni pelose che fa il comune alle scialbe cooperative sociali. Che poi “sociale” ricorda tristi epoche, che mi portano fin dentro all’istituto per orfanelli che poggia come santuario del bene su splendidi colli, oggi non più malarici. Sento le urla di quelle bambine, e il loro incessante aspettare di rabbia famiglie o orchi, piuttosto di stare là a dare potere a preti e suore che la storia farebbe bene a scacciarli via: nel gorgo del male di dittature reali o di fatto. Le sento, dicevo, e stavolta non mi tappo le orecchie: mi faccio forza e provo a testimoniare almeno le scorie di quei misfatti sulla pelle di quei bambini. C’era la guerra e il male dava forma a giustificazioni ancora oggi sopravvissute. Non darò nessuna gloria al boia, mentre mostra i suoi muscoli “sociali”; ma solo di facce, ombre e corpi stretti in camerate piene d’ingiustizie mi resta da scrivere. Domani, che oggi barcollo in maniera penosa.


sabato 10 dicembre 2011

più liberi?


Eccolo appoggiato alla balaustra del piano superiore, mangia un panino con la frittata portato da casa. Si vergogna e allora si mette in un punto da dove lui vede quelli di sotto ma loro, da sotto, difficile che vedano lui; così indaffarati nel serpeggiare tra i mille stand della fiera. “Più libri, più liberi”, è il titolo che racchiude un motto troppo audace per questi tempi. Almeno per lui, col suo panino davanti alla balaustra. Le briciole cadono giù addosso alle belle persone che con posture da fiera, con quella serietà triste, addomesticano ogni riga dei libri lì presenti. Sotto controllo. Tutto deve essere sottoposto a controllo. Aveva ragione la scrittrice dell’undicesimo comandamento, che, con parole pensate bene, dichiara che la sua scrittura corrisponde al ritmo che la protagonista impone alla sua vita. E Vasta, intelligentemente, glielo aveva anticipato. Ma sì, in fondo, pensava, che  il commercio le pose le isterie sono surrogati umani di un mondo, la letteratura, che non è mai sazio, invece. La frittata, sì, questo panino lo faceva vedere povero. Disgraziato. Poco prima, durante un colloquio con Rachele della M.F., aveva percepito della pena che esprimeva la sua faccia gonfia di virus e stanchezza. Lei era stata gentile e disponibile nell’ascoltare la sua improbabile partecipazione al corso costoso e distante dal suo mondo reale.
Dopo si era aggirato come spettro tra i troppi stand con aria satura; neppure i gadget raccoglieva. Cercava facce, commesse accoglienti. Trova solo una del ministero che, alle prime parole, tira fuori tutta la burocrazia che poteva e che per fortuna si arresta alle sue unghie smaltate d’oro. Scappa evitando alcuni corridoi nemici, si ferma alla Fandango, che gli evoca tutto e niente. Al piano di sopra presentano il libro di una certa scrittrice esperta di rabbie femminili. Meno male, pulsanti di vita. Elena, si chiama. Poco prima, a proposito delle citazioni, aveva sfogliato il libro di poesie dell’adorato fiorentino. Vagine, culi, Zamboni, Penna, e tante fresche parole che come sempre lo sorprendono e gli danno una carica notevole. Pulsanti di vita. Appunto. Finisce il giorno che gli fa venire voglia di scrivere un racconto tutto nuovo.