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domenica 15 maggio 2016

Esercizi di meraviglia



Esercizi di meraviglia    Esercizi di meraviglia in fondo per me è anche una bella risposta a una mail che ho inviato tempo fa: mi consigli qualche libro o autore di filosofia? Vittoria Baruffaldi in qualche modo pubblicando questo libro mi ha risposto in maniera chiara, universale e, seppur sotto il titolo ci sia scritto Fare la mamma con filosofia, io, per niente intimorito come maschio, sono corso in libreria per leggermi beato le risposte. C'ho trovato anche dubbi, incertezze e fatiche di chi si confronta col mondo intero, con una figlia in braccio e una vita da sbrigare ogni giorno. Certo, nelle pagine sono presenti anche dolcezze, attese, sguardi storici, filosofici e pedagogici, così come anche impronunciabili paure o felicità improvvise. Questo libro sa anche di speranza ragionevole: Sì, perché la speranza è un problema serio: è dare forma a quello che non si è ancora ma si vorrebbe essere. Eppure la speranza non appartiene al domani: è cogliere l’eternità nell’istante. Un passo al di là, un effetto prodotto, un incontro con l’altro. Questo scrive l’autrice in Cucinare la speranza, un capitolo di questo libro di 130 pagine che ho letto un pezzetto al giorno, per farmelo bastare senza ingordigia.
 Seguo da tempo il suo blog dove narra le sue peripezie quotidiane con babyP, e intorno a loro ci ho sempre visto anche una sottile descrizione del mondo che diventava di volta in volta più grande o più piccolo a seconda dell’umore, o dell’argomento trattato. Così, in un’assolata domenica mattina, sono arrivato emozionato davanti allo scaffale in Galleria Sordi, con quella voglia di stupore che mi assale quando la mia testa trabocca di curiosità per l’altro che hai frequentato solo attraverso le parole. E in questa mia epoca brizzolata, non è poco per niente.

   Ad un certo punto, nel capitolo La madre socratica, l’autrice spera che non le mettano cicuta nel Crodino. Sta al parco insieme ad altre madri, forse scosse dalle sue confutazioni che “con gli occhi sporgenti” incalza “cos’è davvero importante per il futuro dei vostri figli?”, e loro a rispondere troppo sicure di sé: imparare l’Inglese, il Judo, il violoncello, il ballo tribale… Ecco, scrivere un libro da mamma non significa che sia solo per mamme, ovvio, ma le categorie affliggono l’editoria, ahimè; qui invece si parte da un punto di vista personalissimo, usufruendo di uno stile lieve e asciutto ma che sa scandagliare precipitando nelle cose vere della vita, facendosi strada con la lente della filosofia. Così si va a sbattere contro delle verità che fanno a botte col dubbio. Ed io, confuso d’attesa, prendo alla lettera ogni quieta incertezza di questo splendido libro. E mi siedo e aspetto speranzoso un nuovo capitolo della scrittrice Vittoria Baruffaldi.

giovedì 4 dicembre 2014

Guarigione (con un po' di Lacci)


   Mentre finivo di leggere Guarigione, proprio quando l’io narrante scopre di non essere lui, né la sua storia, la causa della malattia ereditaria del figlio, in quell’istante mio figlio novenne sbatte con la schiena al rubinetto della vasca. Piange e faccio i gradini tre alla volta per raggiungerlo. No, non credo ai pensieri magici, e cose del genere, no; in quel momento, osservando la sua ferita, mi è solo venuta voglia di abbracciarlo più forte del solito, e disinfettargliela per bene. Certi libri, quando sono scritti con rigore letterario, e hanno una forza intrinseca nelle parole usate, ti spingono a riflettere, ad agire, ma con discrezione, e magari riuscire ad avere un passo nuovo verso il mondo. Almeno nell’immediato, e uno poi spera che duri nel tempo. In questo libro, Cristiano De Majo, con tutta la materia incandescente che tratta, avrebbe potuto precipitare nell’emotività, nell’urlo acchiappa lettori, invece, pur raccontando di malattie, morti, rapporti conflittuali coi genitori e con la propria generazione, riesce a mantenersi in equilibrio tra la passione e la ragione. Racconta, non dispera.

   Da qualche tempo tendo a una quiete, a un fermo biologico e riflessivo sul mio tredicesimo anno di paternità, e leggendo questa storia ho intravisto alcuni appigli allo scopo: la tenacia, e le infinite attese della crescita, che di tanto in tanto lasciamo sfociare in oceani d’amore. L’amore complesso e trasparente per i figli. De Majo narra di un percorso nato da un suo tumore ai testicoli, risolto, passando dalla malattia alla pelle a uno dei due gemelli nati dalla sua storia con Laura, fino ad arrivare a una quasi guarigione, perlomeno a una convivenza con i suoi residui. Nel mezzo ci sono traslochi, fallimenti esistenziali di vecchi amici, ma anche esperienze lavorative fatte un po’ controvoglia che alimentano, contaminano, e determinano il passaggio concreto, doloroso e carico d’amore verso la paternità. Questo non prima di aver deciso di ascoltare la storia di un suo vecchio amico, morto in un incidente stradale, raccontata dai genitori del ragazzo, che intanto si sono rimessi insieme dopo il lutto: questo racconto nel racconto è struggente. Nella vecchia cameretta del vecchio amico vive nel frattempo una ragazza, figlia di una badante di un’anziana di famiglia, che partorisce una bimba; questo passo del racconto mi è sembrato una cosa tenera, cruciale, e forse decisiva per il protagonista: lo slancio verso un pensiero ancora più umano per le cose della vita. Gli occhi dell’autore cercano di giudicare il meno possibile, pur facendoci partecipi della sua opinione incerta su temi come la solidarietà, l’immigrazione, il mondo letterario, le relazioni famigliari e amicali, che in parte riesce a sbrogliare, pagina dopo pagina, ma soltanto dopo averla attraversata con l’esperienza diretta. Tra inciampi e sguardi verso la sua realtà.
    Ci sono pagine su Napoli che pare trattengano sentimenti in conflitto tra loro, eppure, evitando il troppo già detto, ne restituisce nitide immagini della sua potenza contraddittoria e vitale. La racconta, non la celebra né demonizza. A un certo punto fa specchiare la sua sonnolenta città natale con la modernità di Milano, e sono pagine memorabili di analisi e tormento di un giovane adulto alla ricerca di un luogo dove vivere meglio: il rimbalzo emotivo tra una voglia di fuga e la stabilità necessaria. Quelle sue sigarette ancora da accendere, appena spente, o fumate con voluttà, me lo fanno immaginare nel suo camminare nervoso, acceso da pensieri che disegnano futuri colorati nell’aria.

    Prima di Guarigione avevo letto Lacci di Starnone, e a me, che so poco di libri ma forse ne intuisco subito la potenza, sono sembrate parenti le due storie raccontate. Una finisce dentro l’altra, una scaccia l’angoscia dalle pagine dell’altra: una spiega meglio l’altra. Almeno per me, che dai libri voglio sempre una scossa, un intervallo sentimentale dalla vita che scorre, per poi starci giorni e notti con la testa dentro, che la vita, quelle che continua a scorrere implacabile, poi mi chiede il conto: cene saltate, carezze non date, telefonate mancate. Intanto me ne sto in poltrona, come patibolo di maschio distratto, e il libro sopra le gambe assomiglia a una bomba inesplosa: vedo già i frammenti caldi dei miei pensieri spazzati via al mattino.
    Chiudo suggerendo di leggere a tutti Guarigione, ma in particolare ai miei coetanei quarantenni, o giù di lì, così, tanto per avere giusto un pensiero in più durante questa nostra splendida convalescenza generazionale. E poi fatemi sapere se nella testa un formicolio non alimenta anche a voi quel desiderio di riordinare al meglio, senza paura né troppa malinconia, le nostre storie un po’ allegramente alla deriva.

venerdì 10 gennaio 2014

Tempo di imparare

 In questo libro ci sono parole dure, scavate e scolpite per mostrare la costruzione di una relazione. La prima parte è un vulcano: rabbia e solitudine, lava che non consola. Poi al centro nasce un albero, frutto di cura e attesa. Il resto è uno scoppio di pianto continuo, proprio perché trattenuto, che allaga lo specchio che tiriamo su per guardare una realtà ostinata, che abbiamo sempre temuto.
Stare nella diversità, praticarla nelle sale d’attesa di medici o nelle assenze alle feste, diventa la condizione di un’umanità sconvolta nelle viscere, non minoritaria ma nascosta. Valeria Parrella già in “Behave” ci raccontava di persone dentro mondi piccolissimi, spesso evitati o derisi. Lei raccontava senza preoccuparsene. Ho ammirato quel racconto. Qui, dopo lo spazio bianco, si è aperto uno squarcio che non ha senso tacere.
Le parole che mancano ad Arturo diventano sofferenza, preoccupazione quotidiana, ma nel dialogo con Miranda l’eccesso è gettato nel secchio ghiacciato delle statistiche. Dopo compare l’albero, un logogrifo che ci fa respirare, e si attraversa il solco e il dolore comincia a vestirsi di bellezza. Allora ce ne andiamo a spasso per un mare di parole più belle.
“Arturo non parla, ma pensa” dice con saggezza una bimba. Poi sorprende un invito che riceve Arturo da Antonio: può venire Arturo a giocare a casa mia? La madre intravede uno spazio nel mondo per il figlio e si arrende all’emozione; per questa sua conquista, di Arturo, che è forse pari alla traversata che fa sul ballatoio di casa. Il racconto si riempie di vita, di caffè, di sguardi, e si allontana leggero dalla voragine iniziale.

Eccoci a un convegno in cui la Superiorità della Madre - una lotta furibonda tra frustrazioni e conoscenza - è mostrata oscenamente. Allora tutti sembrano ritirarsi, tranne la sua forza: evoluzione della rabbia primitiva? I genitori dell’associazione sono ritratti accanto alla narratrice, partecipano e determinano l’ultimo tratto del libro. Che culmina, dopo averci fatto conoscere isole, mari, antichità e intimità, Ariel, il botanico e il trambusto napoletano, in una passeggiata sul molo che diventa un filo d’acciaio davanti a quella scuola gialla che frequenta felicemente Arturo. Non si spezza più niente all’orizzonte: come coriandoli le parole dell’albero ci accarezzano. E che fai non piangi anche tu a questo punto?


lunedì 6 gennaio 2014

un dono da donare

coperitna di Storia d’agosto, di Agata e d’inchiostro

   Pensavo di leggere un libro di Recalcati, o di Serra, insomma, qualcosa sugli adolescenti contemporanei, su mio figlio dodicenne. Una mia cara amica mi ha mandato ben due sms con tutta una serie di titoli da leggere. Grazie amica, ma ci ho rinunciato, già le festività ti riducono come una goffa entità celestiale rotolante, lasciamo correre va, ho pensato mentre mi lasciavo rotolare. Poi, l'altra sera, dopo aver riletto un bel racconto di Nadia Terranova, Via della Devozione, mi sono ricordato che avevo regalato questo libro a mio figlio:  Storia d’agosto, di Agata e d’inchiostro.  Eccomi in due mezze notti a leggere una bella storia di due adolescenti: Agata, dodicenne che si trova all'inizio di quest’età tribolante e Gabo, diciottenne, che sta quasi al termine dell'età difficile in questione. Be’, in quei dialoghi e in quelle atmosfere mi sono immerso in un mondo che spesso evito di osservare per quello che è: una disordinata e puzzolente, ma anche tenera e fondamentale, fabbrica di futuri uomini e donne. Preferisco far finta di saperne abbastanza, di quello che serve per affrontare questa battaglia adulto-adolescente, perché ci sono già passato, annuendo all’amico cogli stessi problemi; agendo come se mio figlio avesse ancora dieci anni, e vederlo ancora lì sulla bici davanti casa che scorazza felice e leggero. Cazzate. Ora sono padre di un adolescente, e la mia andata adolescenza è rimasta appesa come una bandiera sdrucita, secca, senza ancora un’accettabile comprensione che le dia degna deposizione nella storica bacheca personale. Tocca rimboccarci i pensieri e tuffarci sereni in questa nuova fase: vale per il figlio e vale per me, metà e metà di responsabilità. 

     A volte sembra che la Narrativa, quella letta sulla metro o a letto, in bagno o durante il placido sonno dei bimbi, ci faccia sentire meno saggi, di quando si leggono i Saggi, magari su una poltrona di pelle marrone, con una lampada giusta e un panorama mozzafiato davanti. Mi sa che è così. Eppure dopo certe letture ho uno slancio di energia che si sprigiona che m’impressiona; questo avviene da una condivisione, seppur minima e silenziosa, tra me e la scrittrice, tra lo scrittore e me, da storia a storia. Da te a me.

    Ecco, appunto, oggi ho cominciato a leggere un’altra cosa che mi riguarda, un altro sguardo da afferrare e trattenere almeno per qualche giorno: Però ce ne andiamo per un mare di parole più belle (cit.). 

mercoledì 12 dicembre 2012

la macchia umana, di Philip Roth






Con questo libro di Roth sono cresciuto come lettore. Ora posso dire di aver assorbito tanta di quella rimbombante complessità, da risultare semplice la visione d’insieme. Ho goduto dei ritratti netti che i personaggi  indossano nel romanzo,  coi loro panni delle mille corruzioni, e delle infinite gabbie del male. Dell’autentica e zoppicante capacità adattiva. Dell’amore costruito nel tempo, e di quello improvviso. Del sesso cosi com’è. Inoltre ho imparato un po’ delle cose accadute in questi anni negli Stati uniti, e nell’Occidente tutto. In fondo posso dire che questo libro ha fatto anche emergere alcuni dei miei misteri oscuri, quindi ignoti, e appena appena percepiti al volgere di certe pagine potenti. Questo è avvenuto leggendo avidamente del percorso esistenziale di Coleman, e seguendo l’inquietudine di Faunia come se fosse una derelitta per poi scoprire, appena entra in scena il suo pensiero snocciolato, che la sua profondità non è misurabile in un quarto d’ora, tanto meno esige compassione a buon mercato. E’ molto di più, che ancora non ho del tutto elaborato.

Ogni personaggio di questo libro concorre, con la dignità nei passi, per un posto nell’olimpo delle storie da studiare tra mille anni, così da tentare una lettura definitiva su quel che siamo oggi noi occidentali nevrotici e insaziabili, adorabili e informatissimi, in questi anni complicati dalla noia. E non solo. Anche per mantenere uno specchio lucido - avendo intorno una cornice dorata e tagliente – dove far specchiare le nostre facce sature di presunzione.  

Roth riesce a far penetrare i personaggi e le loro azioni senza che te ne accorgi, col risultato di racconti nel racconto, di sentimenti che rimbalzano senza fermarsi mai. Questo credo sia davvero bello, contemporaneo e generoso che accada davanti ai nostri occhi sensibili.

Non solo. Con la lettura de “La macchia umana”, sono arrivato anch’io davanti a un lago ghiacciato, prima di addormentarmi, da dove osservavo il male come un intreccio di paure e desideri tra il candore e la neve, e quindi ricevendo la conferma per la vacuità di ogni redenzione da compiere la domenica mattina. Prima dell’aperitivo. Semmai, rovistare dentro di noi nelle secche di certe sere d’inverno, con l’umidità ai massimi livelli, e le energie residue spente da orribili persone di cui desideri la sparizione, che poi non basta farli fuori col pensiero, perché la notte è immensa e accoglie ogni disfatta, includendo gli spettri vestiti con le tue ansie migliori.

Avrei voglia di leggere come esigenza pari al bere, visto che quando è asciutta la mia mente sbando arraffando il peggio che circola in giro: deformo il mio mondo e lascio entrare il marcio.

Regalatemi libri a Natale o al mio compleanno, perché il vino lo prendo io.

domenica 22 aprile 2012

Parise al presente


Ci sono certe domeniche che ogni cosa si appoggia sull’altra: la polvere sul mobile, così come i corpi sui divani, o anche gli occhi su dei libri. Così sono arrivato a leggere ancora una volta i racconti de “Sillabari”, di Goffredo Parise. Ogni tanto me ne leggo due o tre dei suoi cinquanta e passa racconti, e poi sto meglio senza più quella pesantezza a cui non sai o non vuoi dare un nome. Come fa lo scrittore veneto, nel racconto “Malinconia”, facendo vivere a una bambina tutta la dolce anticamera della parola giusta per definire una condizione: un susseguirsi di azioni che raccontano uno stato d’animo. Senza mai nominarlo, semmai dichiararlo al momento opportuno, e col giusto ritmo. Invece, nel racconto “Sesso”, osserviamo una signora in compagnia della sua noia che si trasforma in una parentesi di desiderio. Noi con lei a sentire gli odori. L’attesa assonnata di una chiamata, di un incubo che riempie la notte.
A me questo libro serve in certe domeniche, e in certi tiepidi pomeriggi estivi. Quando sono spaventato dal cielo grigio, o dalle parole a salve che certe cattiverie degli amici esplodono in dei sabati sera inutili.  E per duellare contro l’insostenibile morte lenta che ci toglie il fiato.
Avrei dovuto leggere qualche pagina di questo libro a M., prima dello schianto, poco prima della disperazione, al posto dell’ultimo caffè. Sarebbe servito? Non credo, ma mi viene da pensare al benessere improvviso, ma antico, poiché già mille volte provato, che trasmette incautamente questo libro di racconti brevi. Aggiusta i quadri alle pareti, rendendo più saturi i colori.
Di solito uso la stessa movenza nel prenderlo nella libreria accanto al caminetto: disegno un arco leggero col braccio, nella mano già alcuni colori. Poi la stessa posa raccolta e ipnotica durante la lettura. Immersione totale. Il volume intorno si abbassa, la luce fionda sulla pagina. Dietro di me soffici pensieri, davanti l’odore di Silvia, i muscoli di Giovanni e le strade in bianco e nero sullo sfondo.
Le pagine si dilatano per entrare quasi tutto al suo interno viscerale e sensibile: amore, sesso, malinconia, potere, morte. Una pioggia sottile che neanche si posa, questa la sensazione che le parole dei racconti donano al ricordo; quando, a distanza di mesi che non l’hai riletto, e allora aspetti di farlo nella domenica giusta o nel pomeriggio perfetto, per dichiarare guerra alla noia e recuperare l’aria nuova che spesso scordiamo di respirare.
Il tempo di questo libro è al presente. Gli uomini e donne sono lì dentro per sempre. I bambini o i cani, le macchine e le nuvole, ogni cosa rimane là dentro nitido e fresco, e la copertina rosa antico invita a stare leggeri dentro al tondo mondo dei suoi racconti.