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lunedì 7 gennaio 2019

Ero scemo, ero bello

   La stazione mi sembrava vecchissima, più dei miei genitori rimasti a letto mentre io salivo su quel treno puzzolente proveniente da Siracusa. Però c’era una bella luce di settembre e tantissimi taxi, bus, giapponesi e belle ragazze che mi parevano tutte spensierate, a differenza di quelle di Gaeta che parevano o contesse o sceme. Pure io però sembravo altezzoso e scemo, con la timidezza e la spocchia del diverso, all’epoca. Insomma, ora sto (stavo) qui a Santa Maria Novela e aspetto il taxi per la prima volta in vita mia, anzi, è il tassista che aspetta me: prego, dove deve andare? San Frediano, via di San Frediano numero sei. Salga, su.
Il portone altissimo, la strada stretta, l’Arno a cento metri. Mi accoglie Marco, un inquilino vicino di letto: tre letti in una stanza che però fungeva anche da corridoio per un abbaino affittato ad altre due persone. Questo l’ho scoperto dopo una settimana, vedendo passare un tipo insonnolito verso mezzanotte. Marco mi prepara subito un caffè e mi fa tante di quelle domande, almeno quante ne ho ricevute negli ultimi due anni. Mi siedo, accavallo le gambe, respiro e rispondo a raffica per paura che la sua attenzione possa scemare all’improvviso. Invece mi ascolta e mi fa: andiamo, ti offro un caffè da Pascosky. Così mi ritrovo ad attraversare il ponte Santa Trinità per la prima volta accanto a un ragazzo più vecchio di me, con una faccia che mi ricorda Gaber, e un accento che fa scivolare le parole sull’ultima sillaba e con una camminata tipica da paese borbonico: mani in tasca a formare una protezione genitale da ogni avversità cittadina. Però è simpatico quando comincia a parlare di musica per accattivarsi la mia giovinezza. L’altro argomento è il suo passato da contestatore, un po’ rinnegato, e che sopravvive in un ascolto religioso di Guccini. Io lo osservo mentre parla con autorevolezza che gli ho donato all’istante, appena mi ha chiesto: che musica ascolti? L’altro argomento che poi ha ripreso quotidianamente erano le sue invenzioni pre-tecnologiche riguardo a un sistema di asciugatura delle lavatrici, era il ‘90, era l’anno della benzina verde!… Insomma, prima o poi avrebbe brevettato le sue scoperte e avrebbe campato un po’ di rendita, almeno così sembrava che sperasse, mentre mi raccontava i lati negativi del suo lavoro come decoratore. Lo osservavo come se sfogliassi un libro sugli effetti della migrazione interna in Italia nella generazione del dopo ‘68: ce la farò anch’io, vedrai mamma ce la farò anch’io, suggeriva la sua faccia immalinconita. Mi stava simpatico anche quando raccontava di una donna che aveva rincontrato dopo dieci anni e nel frattempo lei si era sposata, aveva una figlia, ma lo cercava e lo voleva con sé almeno una volta alla settimana.
  Marco Abitava a Firenze già da dodici anni, io da dodici ore, eppure dai suoi racconti avevo recuperato tempo, soprattutto un tempo che mi era stato negato dal mio paese, da mia madre, dalla mia timidezza. Intendiamoci, avevo una libertà tale che un sessantottino si sognava, poiché io non professavo nessuna ideologia né appartenenza: ero soltanto solo al mondo. Fermati, non sto partendo col racconto tristissimo del ragazzino scappato di casa, no, si trattava di una solitudine intimissima: sapevo solo io quello che volevo realmente, gli altri erano spettatori dei miei slanci, delle mie fughe, delle mie stramberie maldestre, e poco più. Insomma, stavo qui a Firenze nel ‘90 in una casa per migranti post-fame degli anni cinquanta, e ci stavo per frequentare la Scuola di fotografia f/64 di Luciano Ricci. Avevo letto un suo annuncio su Fotografare, una rivista dell’epoca e, mentre sedevo svogliato in classe scrivevo sul diario: voglio andare a Firenze per studiare fotografia! E il mio amico di banco, con cui realizzavo vignette potentissime - lui disegnava io davo le idee - che facevano ridere da pisciarsi sotto pure al primo della classe. Insomma Amedeo mi dice, lasciando cadere la matita nervosamente sulla scalinatura: ma si scem’? E aveva un po’ ragione, poiché a marzo mi sono ritirato scemamente da scuola e a maggio stavo già a Firenze per conoscere Luciano Ricci. Era il primo viaggio che facevo da solo, e non avevo idea che profumo avesse, e neppure di dove sarei andato a dormire. Certamente non me lo chiedevo mentre addentavo una bistecca fiorentina in un ristorante con vista sul Duomo. Quando Ricci me lo ha chiesto, dopo che mi aveva fatto vedere la scuola, fatto conoscere gli allievi, e raccontato con tono sbrigativo lo scopo della scuola, io ho risposto: boh! Così mi sono ritrovato in una stanza a Figline Valdarno, dopo che ho cenato con una coppia che frequentava la scuola, anche se lui era essenzialmente un meccanico e lei una bella ragazza generosa, e che mi avevano offerto subito ospitalità appena hanno capito che quel mio boh! era frutto di una totale mia dipendenza dal mondo che mi passava davanti agli occhi. Questi due Rivera e Modotti nella Valdichiana mi hanno subito adottato per quella sera, anzi, fino al mattino, quando lei mi ha accompagnato alla stazione offrendomi pure la colazione.
 Questa è una traccia della mia vecchia libertaria mente che nella pagina precedente avevo abbozzato male, e che riprenderò col prossimo racconto erotico.


mercoledì 2 settembre 2015

La mia vita vera è dentro questo file?


 1.
    Passare una serata davanti a uno schermo in riva al mare, dove proiettano un film su Nick Cave, stelle cadenti che si spengono in acqua, poi alla fine, mentre ascolto Ettore pronunciare mondi lontani, lascio entrare beatamente il film nella vena del mio entusiasmo. Ma arrivo a casa e penso, con l’insonnia addosso, a quel ragazzo che cade e muore sulla scogliera: postilla tragica che rimescola la visione nella mia mente.
   
 


  

L’indomani andare a una sagra all’oratorio per mangiare pesce fritto a cinque euro, vino rosso incluso, e poi digerire giocando a basket, sudatissimo, tra ragazzini e madri. Ecco la vita che non ha un senso e rotola via in queste notti d’agosto, paralizzato dai pochi soldi e con la canonica voglia di cambiare tutto. Mai niente, davvero.
    Questi miei giorni estivi: elencare fatti lontani, nominare persone preistoriche, tuffarsi in mare di pomeriggio, stare su twitter come un bimbo, leggere furiosamente. Organizzare una cena tra vecchi amici dove, mentre gli uomini un po’ stempiati parlano di calciomercato e delle loro scappatelle su skysport nelle sere d’inverno, le mamme scambiano pareri febbrili per l’imminente inizio della scuola, altri un po’ sparsi dietro cespugli si infervorano parlando di progetti che realizzeranno a settembre. Io senza progetti e senza sky mi stacco da terra e osservo queste persone un tempo a me familiari (e ora?), e mi aiuta, per capirci qualcosa in più, questa luce fioca alogena: poi scendo e ho una parola per ogni loro desiderio. Intanto parlo con P. delle presentazioni di libri a cui ho assistito durante l’anno, come se fosse la mia vita vera. La mia vita vera è dentro questo file, negli occhi che mi ritrovo quando resto da solo e mi faccio spaventare dal futuro. O nel sudore appiccicoso di quando tento di potare gli ulivi, e sta anche nella delusione di vedere affogare proposte di lavoro dentro una solitaria mail estiva. La vita vera sta ora nei desideri incessanti che non riesco a raccontarvi: colpa di quell’odore acre che sa di rassegnazione. Questo sono. Sta pure nelle dormite napoleoniche, coi sorrisi dei figli al risveglio o coi loro benedetti e rari capricci. Sta nella devozione a una moglie sognante e umorale che cerca l’agognata (meritata) pace nei fortini altrui, e mannaggia alle famiglie-famiglie, queste famiglie che si risucchiano le nostre battaglie di crescita. La vita vera sta nei pensieri per una madre sempre più rimpicciolita nella sua storia di vestiti cascanti, a fiori, che delira dolcemente già dal primo caffè. Sullo sfondo ci sono i messaggini evocativi degli amici, a volte tranchant o elusivi e spesso lontani come quelle isole che neppure quest’anno riusciamo a visitare: siete troppo cari voi di Laziomar.
 
murales a Gaeta


   Ho scritto un racconto di morti e resurrezioni, un tentativo di far gemmare storie che stanno nell’aria di questo Golfo, che ho trattenuto nei miei pensieri a forma di gatto, negli anni di silenzio. Ora non so cosa farne di questo racconto, ma chi l’ha letto dice: meraviglia! (ma senza immagini dice tutto e bene, nello stesso magnifico istante).

Fa caldo per tutti. Scappiamo tutti. Scriviamo tutti. Spettegoliamo tutti. Ma nessuno vuole apparecchiare coi bicchieri di cristallo queste serate estive. A nessuno piace la solitudine degli altri. Tutti aspettano. E usano tristi bicchieri di plastica.

2. 
   Stiamo andando da tua nonna, in lontananza fulmini che si scagliano in mare come tre milioni di anni fa, e io ti mostro lo spavento senza camuffarlo con ansie stagionali. Ripariamo in un bar, avviso l’amico, accorso per donarmi L’eco di uno sparo. Lui stava sotto e dentro quella ‘tempesta”. Ripartiamo e troviamo un ingorgo che blocca le due strade: con una virata decido di percorrere la strada panoramica che attraversa le frazioni. Il cielo è di nuovo terso, si vede Ischia, le torri in successioni e noi due dentro l’auto che sfreccia sulle facce delle vecchine nere. Alla radio ascoltiamo l’ultima canzone di Freddy Mercury, poi i Beatles, parliamo di Aids e dei sentimenti che si appiccicano per sempre a certe canzoni. Ti agiti, senti nausea e me la mostri senza disperare. Chiacchieriamo, e penso a quella poesia di Carver, e il cielo mi rapisce i polmoni.
Comicamente, non sapendo dove buttare l’immondizia, riparo in un ingresso di una banca e la butto nei loro enormi secchioni gialli. Ridiamo all’idea che mi becchino con le telecamere del bancomat. Entriamo nel budello che divide i vicoli, guardiamo una vetrina di scarpe, ma io guardo anche il tuo profilo, i tuoi lineamenti che pare stiano lì per lì per far esplodere la tua sognante personalità. Arriviamo da mia zia novantatreenne e lì, seduta come una ragazzina, c’è anche tua nonna. Poi cugine, e neonati che non conosco. Si parla di abitudini in città, e si percepisce una cordiale estraneità coltivata in questi ultimi trent’anni, tra me e loro. Mio zio è morto da circa un anno e la sua assenza la colmiamo parlando tutti contemporaneamente. Usciamo. Salendo le “Scale dei scalzi” scatto una foto e ti racconto della direttrice suicida e della sua leggenda che assieme ai miei compagnetti violammo arrivando a quel terzo piano inagibile, impenetrabile dagli altri. Tu sorridi, assorbi la mia ennesima storia e cammini ancora più veloce di me.


3.

   In questi giorni di mare e campagna, di nuvole e chiacchiere, ho capito che il mio fallimento in questo posto di mare è frutto di una vecchia paura: evitare i conflitti e stare nel quieto vivere individuale. Anche se poi litigo con un erborista mezzo stregone che con un pendolo in una mano, e l'altra che tiene la mia, dice: non puoi mangiare i fichi d'india, sono negativi per te (ma va va, io me li mangio eccome). L'Antonio Pascale che è in me lo ha divorato in un'ora scarsa di argomentazioni ragionevoli. Peccato però che mia moglie, sconsolata ma d'accordo con me, dice che sembravo un po' Sgarbi mentre lo attaccavo per le sue scemenze grilline e terapie radiononmiricordocosa. Tant'è.

(E non andare più per mare con l'ansia al posto della ciambella, mai, perché se poi ci vai anche col pedalò semini il panico in famiglia, contadino scemo che non sei altro). 

Tanta rassegnazione che sai gestire sempre di più, con il fegato che si presta a bilanciare il guaio: bevi e ridi, ridi e scordi. Famiglie, amici, pensieri arcinoti che vanno a braccetto con i risentimenti: ecco lo stato dell’arte dentro la mia testa. E tu mi dici di non scrivere cose tristi, ma come faccio amore mio a usare i colori dentro questa istantanea di tempesta? Pieno, vuoto, fermo ora mi berrei un litro di vino e canterei stonato le rime dei miei avvenimenti e impiegherei i giorni che mi restano per raccontare ciò che rende la mia ombra, soltanto un’ombra raccontabile: vedrai amore mio che contrasti che nemmeno Giacomelli coi pretini: poi di domenica arriveranno tutti i colori dei pittori amati, direttamente dal mare.

foto di Mario Giacomelli
P.S.
Le mie vacanze vere le ho passate a Circello, dalla mia amica Antonella, dove abbiamo ricevuto affetto e accoglienza dalla sua famiglia, e generosità e semplicità dal paese, in soli due giorni. Le mie Maldive sono lì, tra forche caudine e dolci montagne.


Circello, agosto 2015

giovedì 18 settembre 2014

il personaggio

Mi è arrivata una multa. Mi è costata 129 euro, pagandola con lo sconto. La polizia provinciale di Grosseto mi ha inviato due belle e nitide foto della mia auto che attraversa l’Aurelia deserta, il 7 agosto, a 89 all’ora. Si andava in Val D’Aosta. Si tentava la spensieratezza. All’avvenuta notifica per poco non svenivo: era la quarta notifica di atti giudiziari in quattro giorni, inclusa quella speciale di equitalia ancora da snotificare. Siccome l’autovelox era piazzato a Capalbio Scalo, e siccome proprio in quei giorni stavo scrivendo di un tale che abitava da quelle parti, io, scrivendone usavo una delicata cattiveria, come si fa con certi personaggi, lui ora, me lo sento, e me lo immagino pure: fa parte della polizia provinciale. Allora era lui, senz’altro, quello accovacciato dietro a quella reflex automatica posta sul cavalletto e ha fiutato, il tipo all’improvviso ha fiutato che in quell’auto c’era un file con un pezzetto della sua storia, così lui zac! mi ha immortalato senza pietà; ahimè, lui sì con cattiveria, lasciandomi in mutande i primi di settembre. Lo sento ancora che dice tronfio ai suoi colleghi, con quei suoi occhi da diavolo sotto il berretto verde: Se ne va in vacanza carico di debiti e con la velleità di descrivermi bene, tiè, allora io ti blocco l’istante di vita spensierata e vediamo se non la smetti. Così, beffato dal personaggio, per la prima volta mi va di ascoltare un messaggio ultraterreno e smetto di fare quello che scrive, e comincio, perché no, a capire meglio dove si è offeso il tipo, a che punto del racconto, in quale trama debole si è impigliato, bloccato. Caro tipo dal berretto verde, sappi che tutto questo sforzo lo faccio solo per riscriverti meglio. Così magari la prossima volta che sfreccio da quelle parti mi spari direttamente, che ne dici?
Tra qualche giorno riprovo a descriverlo, tanto il racconto giace ancora immobile tra la notifica beige spavento e la bolletta del gas, a nord di ogni possibilità di essere letto da qualcuno. Dorme in una mail ancora estiva.
Poi come un vento tiepido d’inverno, verso sera, due occhi bellissimi hanno osservato per qualche minuto il personaggio. Un improvviso lampo: l’attesa resta tra le poche cose godibili dell’età adulta.

Di Antonello da Messina



lunedì 20 agosto 2012

viaggio


Mi sto obbligando a raccontare di questo viaggio appena fatto. Neanche me l’avesse ordinato il dottore. Sì, subito dico che si è trattato di un viaggio non di una vacanza: duemilaseicentokilometri circa, in macchina utilitaria ma comodissima. Ho visto Stuttgart meglio delle volte scorse. Ho imparato almeno una decina! di parole in tedesco. Ho imparato da questa esperienza che devo imparare almeno l’inglese, se sarà possibile già da settembre.

Ho visto la biblioteca più aperta e inscatolata dell’universo; e vedere mia nipote che ci si muoveva sciolta nei suoi anfratti, mi ha fatto piacere. Così come mi ha fatto piacere notare che mia sorella sia diventata tedesca al punto giusto. Rinunciando alla sua italianità al punto sbagliato. Ecco la giusta contaminazione da imitare. Credo. Poi siamo stati al matrimonio di Ale e Patrick, sobrio e allegro, come bilance dinamiche sotto i piedi di persone per bene.



Abbiamo attraversato i migliori parchi attrezzati pubblici della terra. Uno spasso per i piccoletti e in parte anche per me.

 Poi civiltà stradale, urbana in genere. A parte gente che fumava davanti a neonati in un locale. Il locale si chiama spaghettissimo, significherà qualcosa? Certo, loro sono un po’ freddini e schematici, ma stanno avanti, c’è poco da fare. Ho imparato da questa esperienza che voglio andare avanti anch’io: basta romanticismo straccione, da settembre compro a rate un iPhone, o almeno un BlackBerry. E poi finiamola di fare quelli delle culle: i romani, il rinascimento e la bellezza diffusa, e no, così diventiamo solo becchini preistorici o al massimo custodi con la mano a mo’ di mancia. E dài! Una volta arrivato in Italia ho pensato: caspita come sono belle le nostre autostrade, le nostre montagne. Le nostre donne. E mi sono comprato subito la mozzarella alla coop.

Venezia è davvero  senz’altro anche il nome di una pizzeria. Questa canzone mi ronzava nella testa nei tre giorni a Venezia-Marghera. Gran casino quella zona, uno specchio deforme le due città di fronte e cariche di esplosioni umane e di solventi, come in una giostra perversa.



Una mia foto del mercato del pesce, Venezia.


Ho capito che Treviso non è soltanto quella dell’ex sindaco sceriffo; è bella e viva almeno quanto la mia tenera moglie.

Ravenna di sfuggita ha lasciato una lapide di ricordo sulla mia Fuji.


Poi la fatica della strada tosco-emiliana con più curve che auto. Prima c’era stata l’inquietudine di spettri felliniani che m’inseguivano sulla bassa deserta.

Arrivato a Grezzano, sbagliando strada per Marradi - vabbè tanto a Campana i suoi paesani non l’hanno mai considerato - dove ho abitato un inverno di tanti anni fa; una volta davanti alla casa con sottostante emporio, ho fatto pace col fesso che ero: mi ero fissato con quel periodo, mitizzandolo nemmeno fossi stato a Woodstock insieme a De Andrè, che oggi mi appare solo un tassellino dell’enorme costruzione in lego che è stata la mia vita. Caspita, ne ho fatto di esperienze, con più coraggio e con più successo. E basta! Così non ho chiamato Ricci, che tanto non mi ha mai risposto alle mie mail di giubilo di questi anni. Eh!

Sceso a Firenze ho capito che, avendoci vissuto un po’ di tempo, forse avrei dovuto vivermela di più fisicamente e non soltanto con i gas dei sogni ad occhi aperti. Quando ho capito che stavo facendo cose interessanti e uniche, ma a quel punto vivevo già a Roma. Era il ’92.

Ho rivisto il più bel pub del mondo occidentale: l’Irish pub di Piazza s. Maria Novella. Lì ieri abbiamo abbondato di scatti fotografici, almeno quanto le cose fatte intorno a quella piazza. Era il ’90-’91. Palle di neve incluse. Film di Greenaway pure.

Infine, il buio autostradale che mi proiettava davanti al parabrezza sporco ogni tipo di novità da catturare o vivere, per quanto qualche idea sul da farsi già sta nella mia anima gravida .

giovedì 18 agosto 2011

vacanze campane


Quel letto mi faceva sognare male. Il cuscino di lana dava le vertigini al mio umore falcidiato da tanta indolenza che si respirava nelle case e nelle strade campane. Eppure ho visto facce che conoscevo già da millenni. La mattina facce assassine, poi la sera, in un attimo si scioglievano i sentimenti fino a noi.
Così nel borgo di Acciaroli ho visto il sindaco Vassallo che stava dentro la faccia argentea di Hemingway: e tutti a piangere di Angelo che stava così bene nella sua bella Acciaroli disegnata con amore. Negli occhi del signore che vendeva l’olio buono e offriva la colazione la mattina, tutta l’accoglienza che mi ha colto di sorpresa. Poi l’indolenza ritorna a Eboli, dentro le sue strade di allegro commercio e con tutta quella puzza di campagna alle sue porte; immensa che arriva fino a mare, lasciando tracce senza pietà. La baia di Agropoli si lascia accarezzare dalle ruffiane mani dei marinai da yacht; appena sopra, a difesa della terra e delle trame care a Margherite, un’enorme folla che, come in un pellegrinaggio dell’olfatto, si dirige in cima contenta d’aspettare il proprio turno. Per godere in alto, lievitando insieme alla pizza. Altavilla trafitta per sfuggire al traffico, valeva poco senza la presenza di Enzo.
La costiera appena sfiorata e già assaporata nelle stradine “mi ricordano Gaeta” di Vietri. Poco prima un interno di Cava dei Tirreni che apriva il sipario su abbandoni appena consumati; ma un’intera famiglia era già pronta ad immolare le proprie vacanze estive per difendere i biondi ricci della figlia. E non ci sia salsedine che tenga! Il pallore come difesa e stimmate di un martirio appena accennato vicino alla tangenziale polverosa. Poi cupole che fuggivano con lo sguardo da possibili angosce agostane. E poi non è vero che Napoli è peggiorata. Secondo me è migliorata, e lentamente, come nei racconti della Parrella, sta arrivando in Europa. Ma quella “salita del pianto” mi ha spaventato come non mai: una strada dentro a mure funerarie che salivano e scendevano neppure al luna park, con erbacce alte due metri ai lati. Intanto lo sporco d’immondizia ci obbligava a smentire la frase di riscatto appena pensata. L’insolenza torna a bruciare nella mia testa. Tutta la cenere la lascio cadere sui cumuli di pensieri bloccati: quei sacconi neri che non si riesce mai per bene a nascondere. Come sul Vesuvio, che ai suoi bordi neri brillavano fazzolettini appena usati la sera prima con Rosaria o Vanessa, sul più bello di una vita nervosa e acida di città deserta di mare.
Salerno fatta a fette da stradone pulite e chiare. Piazzette improvvise che offrono prezzi popolari e aria fresca a gruppi altrimenti allo sbando della loro curiosità. E poi viadotti che istigano a voli su porti dell’anima, senza cargo, ma con tanto fango da digerire in storie grigie. Poi Napoli sia all’andata che al ritorno. Con Lorenzo che assapora lentamente il cannolo dentro a Gambrinus, e mentre lo fa, assume una postura alla pulcinella. Jacopo che si eccita nelle stanze decorate di tradizione dentro “la pizzeria più bella del mondo”. Enrica che si appoggia sensuale sul muretto che divide Posillipo dal golfo: e io osservo bene bene per non dimenticare le morbide curve fino al centro. Di Napoli. Che aveva preso il corpo di Enrica, ma solo per quella sera umida e infinita fino a Pozzuoli. Fino alle viscere. Per non tacere più; che la vita ce la prendiamo tutta d’un fiato - una volta per tutte - e non la vogliamo restituire più ai sensi di colpa del diavolo.
Quel fumo di sterpaglia da Cuma a Mondragone segna il passaggio da un inferno, più volte sentito in passato, a quel piacevole scorrere sulla domiziana senza problemi con i bambini sdraiati di dietro. Non ci fa più paura questa strada disgraziata, né ci affascina più il suo odore di riscatto. Tutta questa poesia è rimasta negli amati film napoletani di Martone. Oggi percorro vie tutte mie. Con Antonio sulle spalle lascio che il vento passi per aspettare la calma che un ragionamento sentimentale sa offrire. Non aspetto altro.

martedì 10 maggio 2011

fine della triblogia di Zena


E poi si doveva andare in piazza Alimonda. Si deve. Andiamo coi figli. Enrica ha provato a spiegargli perché stavamo andando lì: parole che cadevano come sassolini sul prato. Arrivati, facciamo un giro veloce intorno alla piazza, come a cercare chissà cosa: una lapide? La salvia della canzone? Invece ci stupiamo come due bimbi che la città ha esorcizzato il fantasma attraversando veloce tutti i giorni quel selciato anonimo. Il bar all’angolo, con due bariste energiche e cortesi, fa un buon caffè. Quel giorno di luglio era chiuso. Quel giorno tutto era chiuso, e le nostre parole non sapevano più dove sbattere. Davanti alla tv.
Genova in questi giorni ha fatto rimbalzare nella mia testa due nomi: De Andrè e Giuliani; stanno lì a farmi sentire NULLA davanti al loro coraggio, alla loro beatificazione. Una generazione che si vanta del proprio anticlericalismo e poi, alla prima occasione utile, riproduce paro paro tutto l’immaginario dei santi da adorare. Il kit del beato. Il beat che ci libera dal male. Ecco, inciampo ancora una volta dentro a questa pozzanghera fangosa che è diventato il pensiero medio della mia generazione  - quindi certamente anche il mio  -  soprattutto di quelli che sento da sempre dalla mia parte. Ancora?
Lo squalo grigio dell’acquario di notte cosa fa? forse, per non impazzire, passa in rassegna tutte le facce che l’hanno guardato tutto il giorno: compreso il mio sguardo assetato e curioso di capire il perché  tutto quel nuotare. E fisso quegli occhi rassegnati da cibo non conquistato; quei movimenti che sembrano dire “giro tutto il giorno e vedo solo facce con bocche aperte di denti aperti”. Quello sguardo di squalo annoiato ancora mi perseguita, e mi obbliga a riflettere sul mio girare a vuoto di certi pomeriggi romani di qualche anno fa.
Eppure sentivo una puzza di mare insinuarsi nei corridoi, e mi sa che ho schiacciato pure un’alga. In fondo l’acquario sta per dilagare dentro le nostre storie, cara amica, qui l’acqua dolce non consola più. Dobbiamo continuare a saltare come delfini, addestrati all’obbligo di essere come più piacciamo? belli, intelligenti e solidali. Una voglia di fracassare ogni vetro tra di noi, e restare lì sanguinante a ridere delle idiozie digerite negli anni, comprese quelle di due mie vecchie amiche che esultano poco dopo la caduta delle torri gemelle. Brindano, addirittura.
Dov’era la mia testa dieci anni fa?