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sabato 6 ottobre 2018

L'uomo che trema


 Così in un sabato mattina qualunque di serenità ho ascoltato una selezione di Elliott Smith su YouTube e ho cominciato a scrivere due righe sul libro di Andrea Pomella. Glielo devo, poiché ho letto i suoi post mattutini per qualche anno quasi quanto quelli di Michela Serra negli anni. All’inizio li leggevo e riflettevo, poi quelli più recenti li leggevo, riflettevo sempre, ma a volte mi commuovevano pure. Non sapevo che stavo vivendo una trasformazione letteraria, esistenziale dell’autore, oppure ciò che stava cambiando era solo in me?
   Mentre leggevo L’uomo che trema sentivo la sua presenza sotto i piedi, come un torrente carsico che trasportava i miei pensieri come detriti verso un fiume enorme, quello del mio tempo ritrovato: da un anno circa percepisco il tempo come misura verso la mia fine. Misurandolo, vivo meglio, e le cose della vita mi sembrano più concrete, quasi tocco le porosità, sicuro annuso il buono come fosse pane appena sfornato. Da circa un anno vedo ossa e muscoli sotto il velo delle mie ipocrisie, piaggerie, velleità, desideri, ma intravedo anche quella mia specialissima sensibilità, sempre sottovalutata, come mi ricorda ogni tanto mia moglie. L’uomo che trema parla di depressione, anzi, scava nella depressione dell’autore, ricreandola in pagine memorabili, nitide di dolore e di attese: un figlio che sa stare al mondo, un nonno che ritorna, una moglie premurosa. All’interno di queste relazioni la depressione del protagonista acquista senso, rivela le debolezze, le crepe, combatte il bianco accecante del nulla che compare all’improvviso in un parcheggio deserto. Conosco la depressione, soprattutto quella di persone a cui voglio (e ho voluto) più bene in vita mia. Capisco che se gli altri declassano la tua depressione a capriccio, a svogliatezza o, peggio ancora, a incapacità di stare al mondo poi il tuo mondo si sgretola e finisci in fila alla asl o ti barrichi in camera per secoli, fingendoti morto. E intanto la brace incendia te e il tuo letto, fa scaraventare comodini in aria, non ti fa rispondere al telefono per mesi. Determina la tua vita con uno sguardo, e nessuno mai riuscirà a risalire a quello sguardo, forse neanche tu che lo hai subito.
Il libro di Andrea Pomella scorre via emozionando con una acuta misura che s’intreccia al sentimento ma non lo esalta, né lo schiaccia: ci sta, e ti fa partecipare volentieri al racconto, restando accanto e non permettendo quel risucchio sentimentale che alcuni autori mettono in scena, furbescamente. Resti seduto accanto al libro, ma non provi a saltargli in braccio, lo contempli da quella poltrona ma non lo scarabocchi freneticamente di te, lo lasci raccontare come potrebbe raccontare un amico che non vedi da anni: decifri le rughe, osservi le labbra, ti specchi in quegli occhi luminosi che hai osservato in un’altra epoca. Il dolore cambia con te, i traumi si diluiscono nelle nostre giornate rimbalzando nel tempo alle pareti di altre storie, e quando gli spigoli non ci sono più forse sei pronto a tramutarli in un’opera d’arte. Un po’ come ha fatto Andrea Pomella, almeno così voglio immaginarlo io, al chiuso di questa stanza piena di Elliott Smith, di vento e di un sabato da inventare.
   Sto scrivendo più di me che del libro, ché a me non piace svelare i libri, suggerirli sì, così come di pensare alla raffinata e intelligente arte dell’autore nel riversare in frasi un senso, una bellezza che altrimenti svanirebbe per sempre.  Penso anche un po’ all’autore, lo ammetto:  sì, dopo libri come questi poi mi piace abbracciare l’autore il prima possibile. Sperando di non fare altre gaffe con gli accenti, aspettando il suo prossimo libro come si aspetta un vecchio amico preparando noccioline e birre, tutto contento, fingendo una postura da adulto mentre sotto tutto scorre come quando eri ragazzo e timido.






lunedì 1 ottobre 2018

addio fantasmi


  Certi libri li aspetti come si aspetta un’amica, e stavolta non è l’amica che ti invia un audio WhatsApp in cui ti chiede senza pietà: perché sei andato via da Gaeta (è bellissima, enfatizza) per scegliere di vivere in una borgata romana? Me lo chiede a fine estate poi, quando la nostalgia è più spietata. A quella mia amica non ho risposto come si deve per la rabbia che mi ha fatto salire, ma forse la risposta migliore sarebbe regalarle Addio fantasmi, il nuovo libro di Nadia Terranova. Seppure le fughe dalle case dei nostri guai siano più o meno tutte uguali, è vero pure che in ognuna il dolore è diverso: e forse tutti abbiamo il desiderio di superarlo, arrendiamoci.
   C’è un passo del libro in cui questo concetto è scritto divinamente, è quando Ida cerca febbrilmente di incontrare Sara, la sua amica del cuore dell’adolescenza, quella spigliata coi ragazzi, quella che non ha subito la scomparsa del padre a tredici anni, quella che non ha bisogno di invidiare la vita degli altri. Sara è cambiata restando a Messina, vivendo le mille frustrazioni che certa provincia rende ancora più soffocanti. Nel dolore di Ida c’è una strana sordità per le storie degli altri, pur scrivendo storie reali-inventate per la radio, continua a pensare che il suo dolore sia il Dolore: quella unicità fragilissima, che spesso diventa una compagna condanna a cui ci affezioniamo e a cui doniamo le nostre migliori energie. Mentre sonda la propria memoria, tra flash back e oggetti conservati in sacchi neri nella sua cameretta dell’epoca, Ida prova far uscire di scena il fantasma del padre, il quale a un certo punto della lettura pare che evapori  tra le pagine più riuscite di sempre sul superamento del dolore.
   La bellezza sommersa di questo racconto emerge lentamente, come una nave affondata che approfitta di una secca improvvisa: oscena, mostra tutte le incrostazioni del tempo in cui è rimasta nascosta al mondo. Non teme più gli occhi degli altri: lascia vedere la ruggine che splende insieme a tutti gli altri colori del relitto pronto oramai alla manutenzione. Non c’è tempo per la vergogna, perché c’è in Ida quell’energia tenuta a bada negli anni, che ora penetra dolcemente la superficie della realtà.



   Ritornando nella vecchia casa, per aiutare la madre a “sistemarla” prima dei lavori di rifacimento del tetto, Ida rivive le perenni rabbie, così come ricompaiono dalla memoria le sue esperienze di giovanissima donna, successive alla scomparsa del padre. In quella casa oggi c’è da riparare un torto subito sull’uscio dell’adolescenza, un torto che forse viene dal mare, o dalla cattiva sorte. Oppure proviene da una sinistra somma di casualità a cui non sapremo dare mai un nome, e che non riusciamo ad  afferrare neppure in certi sogni notturni. Un giorno magari avremo il coraggio di andare in analisi, di avere partner solidi come ficus, amici che sanno ascoltare, o semplicemente la fortuna di sopravvivere. Questa storia ci sussurra un monito: riparare il nostro dolore significa anche saper chiedere, quando è arrivato il suo tempo, una tregua ai nostri tormenti. Mettere la nostra storia accanto al nostro presente e non dentro, poiché solo quando riusciremo a vedere accanto a noi quei ragazzi che siamo stati, solo allora potremo fare un pezzo di strada insieme allo spettro sopravvissuto a quel trauma, per poi salutarlo come si salutano certe zie che pensi sia l’ultima volta che vedi.
   In Addio fantasmi non si risolve forse nulla, ma leggendolo ho fiutato quella dose di purezza che sembra galleggi in quelle scelte morbide che a volte si fanno, e che pare si stacchino dallo stallo di certi pesanti dolori: come bolle infuocate ai piedi dei vulcani. Non ci resta che allontanarsi senza voltarsi finché quell’odore di lava calda non si sia mischiato bene bene allo smog delle nostre nuove città caotiche di bellezza, dove le scelte siedono accanto a noi su certi tavolini rossi di aperitivi e patatine, quando ti sorprendi a leccare le dita come da bambino, in certe serate sospese. In questi nostri luoghi densi di un presente ancora incerto, cerchiamo di rappresentare al meglio le nostre storie ancora piene di desiderio. Sì, cara amica mia, a questo punto delle nostre storie lo possiamo fare anche lontano dalle bellissime spiagge d'infanzia.



domenica 15 maggio 2016

Esercizi di meraviglia



Esercizi di meraviglia    Esercizi di meraviglia in fondo per me è anche una bella risposta a una mail che ho inviato tempo fa: mi consigli qualche libro o autore di filosofia? Vittoria Baruffaldi in qualche modo pubblicando questo libro mi ha risposto in maniera chiara, universale e, seppur sotto il titolo ci sia scritto Fare la mamma con filosofia, io, per niente intimorito come maschio, sono corso in libreria per leggermi beato le risposte. C'ho trovato anche dubbi, incertezze e fatiche di chi si confronta col mondo intero, con una figlia in braccio e una vita da sbrigare ogni giorno. Certo, nelle pagine sono presenti anche dolcezze, attese, sguardi storici, filosofici e pedagogici, così come anche impronunciabili paure o felicità improvvise. Questo libro sa anche di speranza ragionevole: Sì, perché la speranza è un problema serio: è dare forma a quello che non si è ancora ma si vorrebbe essere. Eppure la speranza non appartiene al domani: è cogliere l’eternità nell’istante. Un passo al di là, un effetto prodotto, un incontro con l’altro. Questo scrive l’autrice in Cucinare la speranza, un capitolo di questo libro di 130 pagine che ho letto un pezzetto al giorno, per farmelo bastare senza ingordigia.
 Seguo da tempo il suo blog dove narra le sue peripezie quotidiane con babyP, e intorno a loro ci ho sempre visto anche una sottile descrizione del mondo che diventava di volta in volta più grande o più piccolo a seconda dell’umore, o dell’argomento trattato. Così, in un’assolata domenica mattina, sono arrivato emozionato davanti allo scaffale in Galleria Sordi, con quella voglia di stupore che mi assale quando la mia testa trabocca di curiosità per l’altro che hai frequentato solo attraverso le parole. E in questa mia epoca brizzolata, non è poco per niente.

   Ad un certo punto, nel capitolo La madre socratica, l’autrice spera che non le mettano cicuta nel Crodino. Sta al parco insieme ad altre madri, forse scosse dalle sue confutazioni che “con gli occhi sporgenti” incalza “cos’è davvero importante per il futuro dei vostri figli?”, e loro a rispondere troppo sicure di sé: imparare l’Inglese, il Judo, il violoncello, il ballo tribale… Ecco, scrivere un libro da mamma non significa che sia solo per mamme, ovvio, ma le categorie affliggono l’editoria, ahimè; qui invece si parte da un punto di vista personalissimo, usufruendo di uno stile lieve e asciutto ma che sa scandagliare precipitando nelle cose vere della vita, facendosi strada con la lente della filosofia. Così si va a sbattere contro delle verità che fanno a botte col dubbio. Ed io, confuso d’attesa, prendo alla lettera ogni quieta incertezza di questo splendido libro. E mi siedo e aspetto speranzoso un nuovo capitolo della scrittrice Vittoria Baruffaldi.

lunedì 21 dicembre 2015

il (mio) posto


     Me ne stavo sdraiato sul divano letto e tutto d’un fiato leggevo Il posto, di Annie Ernaux. Il libro comincia dalla fine e poi ripercorre attraverso poco più di cento pagine un distacco lungo almeno quanto una generazione. Lo fa senza nominare la mutazione antropologica né maledicendo il presente, eppure, nel suo silenzioso allontanarsi l’Io narrante srotola densi addii a un mondo, e al suo linguaggio passato: scorro le pagine e sento il distacco che sfuma lentamente. Una liberazione? Una necessità ineludibile, forse.


    Dentro certe case vecchie come questa di mia madre, e nei dialoghi di certi weekend pieni d’affetto ma privi ormai di comuni significati, avviene il mio distacco silenzioso: mentre si ricordano morti, malefatte dei vicoli, e ricordi di mangiate di pastarelle nelle domeniche passate. Il resto, quello che è accaduto nel frattempo, negli anni della crescita, riguarda soltanto te, e non più a quel mondo che intanto osserva stupito i tuoi capelli brizzolati, nonostante continuino a parlarti come se domani cominciassi la scuola media. A loro, infatti, in questi anni di tregua e dolori disseppelliti, racconti soprattutto quello che parte dal velo di normalità che copre oggi la tua storia: moglie, figli, lavoro e questioni di città.


 "Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci".

    In piena notte mi ritrovo a sottolineare a mente passi folgoranti e poi, verso la fine del libro, mi alzo nel freddo della stanza e punto a un mio vecchio cassetto. Cerco una matita per sottolineare, ricordare, ché mi sale la smania di raccontare agli amici queste frasi che stanno spegnendo per sempre ogni velleità di riattaccare rotture. Niente, nel cassetto c’è di tutto tranne una matita: batterie ossidate, guanti, pinze, bottoni, pagelle e foto giallognole sparse. In fondo scovo l’ultima carta d’identità di mio padre, fatta tre anni prima che morisse. Nella foto già i segni della senilità misteriosa che lo stava schiacciando; e immagino mia madre che fuori dalla cabina gli dice con insolenza di stare dritto, un attimo prima dello scatto. I suoi occhi sono spenti, niente forza né coraggio ma solo una resa che mi aveva dilaniato durante quel periodo: era il 2001, nasceva il mio primo figlio e dopo tre mesi piomba la morte di mio padre, poi con l’anno nuovo la mia laurea, inattesa e indifferente per quel mio vecchio mondo. Scosse di assestamento per tutto quell’inverno. Poi ho dimenticato, e oggi sono ritornato.

    Il libro di Annie Ernaux è esile e potente dentro una storia come tante dello scorso secolo, eppure lei sceglie parole e periodi che sanno inquadrare con maestria la sua storia che si rimpicciolisce dentro la Storia, e (a tratti) viceversa: lo sfondo si fonde nei fatti, nessun giudizio e nemmeno complicità emotiva durante le fasi più drammatiche. Solo una scrittura precisa, che squarcia i significati attraverso i fatti, le cose, le azioni delle persone che riempiono questa breve e intensa storia, prima che tutto scompaia in un vuoto futuro: il momento della lettura, o l'immagine sfocata di nostro figlio già in un'altra casa. Mi sono commosso lo stesso mentre mi spostavo nel letto a ogni capoverso per non cedere al pianto, a me piace cedere quando resto da solo, ma poi mi scopro a lottare lo stesso da sempre contro questa splendida debolezza. Chissà perché.


   "Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre. in cui anch'io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un'altra".
  Nel libro c’è solo concreta letteratura che poggia su quella politica della letteratura che la scrittrice francese ha utilizzato lentamente, sedimentando le parole, scegliendole accuratamente per raccontare questa storia: scrivendolo non in maniera spontanea. La riflessione sulle parole è per me qualcosa che assomiglia a una lotta, a una scelta che crea una necessaria disfatta di bauli di parole non utilizzabili per quello che  hai deciso di raccontare. Questo è un po’ quello che ho assorbito anche durante l’incontro di Annie Ernaux a Più libri più liberi, accanto al suo traduttore Lorenzo Flabbi, nella sua minuta posa ma con una forte personalità la scrittrice se ne stava un po’ spaurita davanti a noi devoti strambi di quest’arte della lettura, cui immoliamo interi pomeriggi festivi. Poi ho fatto la fila per la dedica, e mi sono inginocchiato dicendole “Mercì”.




lunedì 14 settembre 2015

Adriana



    

    Adriana vive nel mio quartiere da tempo, in una casa popolare riscattata. Da giovane in borgata Adriana era un’autorità. Durante gli anni settanta, e nei primi anni ottanta, è riuscita insieme a quelli del comitato, donne soprattutto, a far trasformare la condotta medica in un Consultorio. Nella condotta pare che in quel periodo ci fosse un medico mezzo depravato. Inoltre, sono riusciti a trasformare la stalla del centro di riproduzione per cavalli del ministero dell’agricoltura, in un Centro culturale. Poi hanno fatto pressione insieme alle maestre venute dal nord, affinché le classi delle elementari fossero miste, nella scuola frequentata dai figli, e insieme a loro sono cresciuta e ho capito qualcosa della vita e ho imparato cos’è la Costituzione. Adriana definisce favolosa la scuola di allora: sono riusciti a creare anche un planetario in quel periodo, da poco ristrutturato. 
Adriana l’ho vista insieme all’allora presidente del Municipio nel documentario di Rulli e Petraglia all’inaugurazione del Centro culturale, mentre tagliavano il nastro. Dopo la visione ho parlottato con Adriana e mi ha raccontato quello che nel documentario era solo accennato. Un mondo ancora agricolo, lontano dal centro, dove un gruppo di persone s'impegnava a far avvicinare i servizi che le istituzioni egoisticamente trattenevano in centro. Era l’aria degli anni settanta a spingerli a fare cose così. Stavano sempre a baccagliare al Campidoglio, e riuscivano a ottenere risultati dopo trattative faticose. Adriana lavorava pure, faceva la sarta per il teatro e il cinema part-time, ma credo che la sua attività maggiore, oltre a fare la madre e la moglie, sia stata quella di assorbire il cambiamento che la sua epoca proponeva: una sorta di osmosi culturale borgata-centro-borgata. Voglio pensare a quegli anni pensando a persone così, non usando più la sterile rappresentazione della contestazione, ormai troppo idealizzata fino a farla dissolvere davanti ai nostri occhi.




   Adriana ora è stanca, anziana, eppure l’altra sera mi toccava il braccio per avere la massima attenzione mentre raccontava, costringendomi a guardarla negli occhi; così facendo è riuscita a trasmettermi una storia che quelli dell’estate romana sono riusciti solo ad accennare: loro mi hanno fatto vedere il documentario su un’installazione frammentaria che il vento rendeva ancora più difficoltosa la visione. A un certo punto una vecchina nel documentario racconta di essersi comprata il vocabolario d’italiano per conoscere le parole, e dice che lo sfogliava tutte le sere, soprattutto quando il marito pittore stava lontano per lavoro. Il tono trasognato della sua voce sommato a uno sguardo dolce e a una dizione conquistata in quelle notti di solitudine, oggi valgono più di mille ricerche sociologiche: si aveva fame di tutto, in quegli anni.






    


   Negli anni ho partecipato anch’io nel quartiere – ormai ex-borgata – alle inaugurazioni di parchetti, piazzette e asili, e sono stato ad assemblee con politici, a manifestazioni: ma questi sono gli anni del kilometro zero, delle decrescite abbozzate e dei contentini ideologici. Quel pezzo di storia era diverso, sempre pieno d’inciampi e contraddizioni come oggi, certamente, ma con la differenza che Adriana e le altre riuscivano a concretizzare alcuni diritti reclamati: alla salute e alla cultura in periferia, in primis. Mi sento ridicolo se penso a come ci abbiamo provato noi del comitato, con le richieste di una biblioteca, e di un percorso pedonale e ciclabile che unisse il quartiere vecchio dal nuovo: non per le richieste in sé, ma per le inutili discussioni tra di noi (sei, al massimo otto persone a ogni incontro), che ha prodotto nel giro di tre anni il dissolvimento del comitato stesso. In quel tempo ho contribuito a piantare decine di alberi, all’organizzazione di due feste di carnevale, alla venuta di una troupe del tg3Lazio, e, vera soddisfazione ahimè, a far smussare un’aiuola spartitraffico per agevolare le manovre con le auto. Niente, Adriana e le altre con i loro atti e fatti mi hanno insegnato che la concretezza segue un pensiero chiaro, deciso: ma tu cosa vuoi davvero?





  Leggendo Gli anni, di Annie Ernaux, ho riflettuto su quel noi che ha contraddistinto l’epoca del dopoguerra con l’Io che rappresenta questi nostri anni: non c’è soltanto contrapposizione tra plurale e soggettivo, forse la verità è che ci sono epoche più grandi di noi, e poi ci siamo noi, con il nostro oscillante Io che preme insoddisfatto, affamato. Non sempre le istanze coincidono con i veri desideri, e per quanto mi riguarda poche sono le volte che vado a dormire con l’idea di aver aggiunto davvero un tassello, una conquista in questo mio tempo evanescente, ma bellissimo.
Oggi Adriana è il ritratto in cui voglio specchiarmi: un tassello in arrivo dal passato.
    


lunedì 18 maggio 2015

Lettori si cresce

    Mi sono fissato. Di leggere. Di scrivere. Da piccolo, a parte Cuore e Le tigri di Mompracem in versione ridotta, non ricordo di aver letto altri libri. Sì, dai dieci anni ho consumato l’Enciclopedia Fabbri e l’Atlante, ma è un’altra cosa. Sì, poi c’era mia madre che declamava Pascoli tra una strillata e un crollo sul letto, ma è un’altra storia. Da lì in poi solo partite a pallone, e fughe. Dai vent’anni ho cominciato a divorare a intermittenza quinquennale i libri. Il giovane Holden che mi mise davanti agli occhi Claudio (ehm, grazie). Poi durante una stagione a Madonna di Campiglio ho scoperto Vassalli, De Luca, Ben Jelloun e Benni, leggevo la notte per non far vincere nettamente il datore di lavoro razzista e scemo: mi pagavi, mi davi vitto e alloggio ma la testa di notte era solo mia. Credo di aver cominciato a leggere meglio dal 2010, prima mi trascinavo appresso un approccio disordinato e misterioso, che ogni tanto si ripresenta come mostro d’infanzia: dimentico spesso i finali. La mia memoria  emotiva è stramba e non regge alla lunga. Sono un lettore tonto, ma ho fiuto, a volte. Avrei bisogno di Ammaniti, padre però.

 Ieri ho finito Lettori si cresce, di Giusi Marchetta. Mi sono lasciato scuotere da quelle pagine piene di suggerimenti discreti, godendo di quegli incitamenti a impegnarsi nella lettura, appassionandosi alle storie che ci girano intorno. Pareva che Giusi stesse dialogando a quel me affamato e narcisista che mi sta appiccicato alle calcagna, sin dal mattino. A me, che ho un figlio in età di Polito, la potenza di questo libro ha investito come una doppia raffica di tramontana. Non ho scusanti, considerando la mia vecchia pigrizia, rischio ogni giorno di attestarmi sul “leggo quello che mi pare”, o “i classici e quelli di tendenza li lasciamo agli altri”. Uno snob al contrario, potrei diventare. Prima addirittura leggevo solo outsider, o perdenti come me. Un atteggiamento che si stava trasformando in patologia: diventi famoso? Ciao. Piaci pure a quello? Ciao. E basta! direbbe mia moglie, con la sua silenziosa ragionevolezza. L’istinto. L’Io. E il deserto di sfiganza che avanzava verso la mia pianticella mai davvero cresciuta. Questo fino all’altro ieri, poi una vocina ha cominciato a soffiarmi dentro la mente scenari d’inarrestabili solitudini che banchettavano coi vecchi deliri mai sconfitti. Fermati, e considera la morte. E poi restaci tu a fare il diverso di mestiere, a me viene da piangere al pensiero di essere solo così: intimidito dal tuo passato a non frequentare più il mio misero, splendido tempo.
   Lettori si cresce va fino in fondo e scompagina il taccuino dei buoni propositi, quello zeppo di annotazioni di chi crede che basti lo sforzo una tantum, e non l’impegno costante di leggere, amare, per poi aspettare l’alba col cuore inzuppato e malconcio del giorno prima, di una pagina fa. Starei zitto a questo punto, impegnandomi a non sprecare tutto nel supremo sforzo iniziale: l’istinto che balla con l’intuizione. Impegniamoci di più, e viviamoci quel che si è.
Giusi Marchetta in questo libro racconta le sue esperienze come professoressa, in cui, tra biblioteche sotterranee, classi appisolate e davanti a una tradizione fallimentare d’insegnamento della letteratura, cerca di far passare un vero interesse creando una vicinanza tra i libri e i ragazzi. Gli episodi nella scuola si alternano ad altri: ripetizioni in case zeppe di libri e scarse di attenzioni per i figli, o di passaggio in una casa romana, dove una bimba la ingaggia per una lettura della buonanotte che si trasforma in una sfida tra sé e le aspettative della ragazzina (nonché dell’autrice). Si presenta come lettrice speciale. Si mette in gioco. Come nel carcere minorile, dove pazientemente riesce a trovare un varco nella testa del ragazzo più ostile, per aprire una parentesi di lettura, di vita, condivisa e irripetibile. Mi è piaciuto questo ritmo un po’ narrativo e un po’ da saggio che c’è nel libro: pare l’equilibrio di chi tenti di trasmettere la passione contaminando sentimento e ragione. Stile e vita. Rischiando sempre qualcosa di sé. Perché nei libri se vuoi c'è l'abbandono, la morte, il proibito, il sogno: nei libri c'è veramente tutto, basta avere pazienza.
Quel po’ (prezioso) in più di consapevolezza che ho acquisito da questa lettura l’ho impiegata subito: al figlio con suggerimenti decisi, e al lavoro leggendo di più e con maggiore partecipazione ai pargoletti. Anche per me, recuperando classici impolverati (avevo Marcovaldo e mesi fa l’ho preso in prestito in biblioteca, per dire) impilandoli sul comodino. Vedremo, domani.
In questi giorni mi sono schierato dentro una polemica editoriale, pentendomene dopo due secondi. Forse ho imparato: mai più cedere ai ricatti di un mondo che non mi appartiene per niente. Altrimenti la passione da dilettante che sta crescendo in me rischia di soffocare dentro recinti di congreghe tristi, lontane anni luce dal mio orticello denso di fiori e di api. Preferisco leggere, crescere, e non scimmiottare le scimmie.

lunedì 20 aprile 2015

La manutenzione degli affetti

      I personaggi di questo libro di racconti camminano accanto a noi. Amano come noi. Tutto questo senza stringerci a loro, senza soffocarci nei loro sentimenti. In questi racconti si narra il presente e tutte le sue parole vivono tra di noi, ma non ci schiacciano né impauriscono. Ci accompagnano attraverso l’inquietudine, che percorre come una dolce serpe il libro. Lo stupore per i fatti quotidiani, anche se mostrati con raffinate lenti d’ingrandimento, sono carichi di elettricità e d’improvvisi turbamenti; cadute che nei giorni normali e quieti irrompono e deformano la realtà, costringendo ai personaggi ripensamenti e frenate davanti agli usci dei giorni. 


La “Manutenzione degli affetti” appare nel suo insieme come una sorta di mosaico del pensiero contemporaneo che, sorretto da uno stile diretto e acuto, forse aiuta a semplificare il groviglio incandescente dei sentimenti sottocutanei dei nostri giorni. Leggendo più volte alcuni dei racconti presenti nella raccolta, mi sono specchiato nei tanti specchi esposti: i sentimenti che si aprivano e dilatavano nelle descrizioni dei personaggi m’invitavano a pensare ai miei guai sentimentali, esistenziali, così come ero attratto dalla loro bellezza di racconti, tutto questo senza inciampare nelle buche del sentimentalismo, e neppure mortificandomi del mio essere solo lettore di passaggio. Ecco, questo libro di Antonio Pascale contiene un rispetto commovente per i lettori, ai quali presenta solo delle interessanti storie da ascoltare.
Una caparbia volontà di illustrare impressioni e vissuti attraverso gesti minimi, quotidiani, che fanno emergere uno stile asciutto e lineare, a cui l’autore si affida e confida per raccontare un mondo altrimenti trascurato e, forse, non visitato da altri, e solitamente neanche da noi. Quel mondo dove le persone dialogando con l’ambiente attraverso lampadine, ascensori, quadri, mettono in atto tic e modalità esistenziali, e così facendo mostrano tutte le conseguenze e le deflagrazioni che certe paure, certe ansie, certi affetti, e certe scelte irrompono nelle vite senza pietà. E poi sarà nel pensiero successivo, che non abita nel libro, la volontà di aggiustare o abbandonare certe storie, la manutenzione appunto, quella che ci permette di aggiustare il tiro e di continuare a vivere con dignità le cose delle nostre vite.
Fare i conti col passato, escludendo ogni salvezza possibile, ma elaborando vissuti incerti e fragili, caratterizzano e legano i racconti. Alcuni di loro sono proprio imparentati e scorrono paralleli, pur senza creare un’unica storia.  L’autore lascia  intendere che, le vicende di Rosaria e Alessandro, avevano bisogno di due racconti separati e quindi non chiude in cerchio le due storie; questo forse anche per rendere chiara una cosa: alcune storie possono essere raccontate solo attraverso gli occhi dei protagonisti, a cui lo scrittore si sottrae con maestria, lasciando emergere piano piano un vissuto doloroso che si avvicina ma non invade, né noi e né i due racconti “parenti”. Questa cosa è bella e fa della “Manutenzione degli affetti” una guida sentimentale a cui attingere di tanto in tanto, nei pomeriggi piovosi o nelle notti insonni, e perché no, anche al mare col sole che illumina ogni parola: leggerlo anche per non sprofondare comicamente nelle secche del presente. Almeno per me, che da qualche anno ne faccio uso in dosi minime ma costanti nel tempo.

“La manutenzione degli affetti”, Antonio Pascale, nuova edizione. Einaudi.


lunedì 6 aprile 2015

Che io sia stato un buono

Che io sia stato un buono, e di una certa sinistra, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato un buon amico, un marito perfetto, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato un buon figlio, un fratello adorato, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato uno con mille sogni nella testa, e cento progetti da raccontare, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato un appassionato di sport, e di calcio in particolare, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe.
Oggi ho toccato con la mano il fango che da sempre è appiccicato ai miei piedi, che nel frattempo, di anno in anno, di guaio in guaio, di fallimento in fallimento, io sotterravo davanti a tutti. E tutti sorridevano, e chi mi faceva i complimenti, e altri ancora incoraggiavano questa pasticciona cazzata chiamandola originalità. Bah! Tra i pochi che ci videro bene, c’era un tale a Firenze che, con affetto anche lui, mi disse: ma tu non sei come vuoi far crederci (forse sei pure meglio). Tra parentesi il sottotesto che avrei voluto aggiungere allora, invece di prenderlo come un affronto inaudito a uno come me: che soffro! ma rido! e creo! io sono un uomo tutto nuovo! Sì, anche peggio di quell’altro pagliaccio che lo canta pure.

A giudicare dalla giornata appena trascorsa, e scrivendo davanti a questo specchio spento, posso dire con ostentata razionalità che io mi sono rappresentato troppo, e male, e che in fondo avrei fatto meglio a stare nel mezzo del silenzio a cercare idee potenti: ora dovrei stappare le vecchie cazzate passate e starmene dentro la meglio fantasia che ho. Così vediamo come va a finire; intanto affogo fino all’ultima goccia di me imbalsamato dall’affettuosa indifferenza altrui. Sì, un po’ è colpa mia, ma, dillo cazzo dillo, ma… e dillo: SIETE TUTTI STRONZI scritto sulla parete della mia cameretta a quindici anni, lo riscriverei ancora. E mi ci farei una foto strafottente da diffondere su internet. Stronzo anch’io, figurati.


foto di Diana Arbus

Scivere il secondo tempo, come si deve, è ciò che ci tocca dopo i quaranta, almeno credo.



venerdì 20 marzo 2015

Le piccole virtù

    Cercavo parole per la mia crisi con gli amici di sempre, e le ho trovate fresche e luminose. Cercavo frasi per approfondire meglio dell'amore e delle incomprensioni con mia moglie, e stavano là distese ad aspettarmi. Soffrivo l'assenza di confronto per capire le ragioni e le ribellioni di mio figlio adolescente, ed eccole spiegate senza disperazione. Cercavo una spinta per la mia vocazione, il mio mestiere, l'amore per la mia storia, e oplà, d'improvviso mi sento sollevato di non aver sperperato la speranza di ottenerla ancora.
    Sì, Le piccole virtù, preso in prestito in biblioteca, di colpo diventa il libro che brilla di più sul mio comodino in questi giorni di eclissi e silenzi.
   Natalia Ginzburg e la sua scrittura leggera, superba e profonda, mi suggerisce di non esser troppo entusiasta, e aspettare, in silenzio aspettare, quell'equilibrio segreto:
 "e d'un tratto le cose della terra ci sono apparse al loro giusto posto sotto il cielo, e così anche gli essere umani, e noi stessi sospesi a guardare dall'unico posto giusto che ci sia dato: essere umani, cose e memorie, tutto ci è apparso al suo posto giusto sotto il cielo. In quel breve momento abbiamo trovato un equilibrio alla nostra vita oscillante: e ci sembra che potremo sempre ritrovare quel momento segreto, ricercare là le parole per il nostro mestiere, le nostre parole per il prossimo;...


   Grazie Natalia Ginzburg, e scusa per averti incontrata così tardi (non è mai troppo tardi diresti, dolcemente seccata, ripetendomi di tenere sempre a mente quel momento segreto).

   Così metà disperato e metà sollevato mi avvio a un silenzio da me cercato, temuto, ma non per questo desiderato. Dovere delle cose, della memoria e delle attese che spaccano in due la nostra esistenza: un prima e un dopo. Intanto vado a cercarmi il mezzo, l'equilibrio, il segreto.

domenica 18 gennaio 2015

Gli anni al contrario

Il settantasette. Anno potente, creativo, violento. Questo mi ha sempre evocato l’anno sacro per eccellenza, per noi che siamo spersi in ammassi d’anni indefiniti, arrivati sempre dopo. Ricordo l’emozione acida nel leggere il libro di Franceschini “Mara, Renato ed io”. All’epoca stavo sempre a sinistra di qualcosa. Quando poi in fondo era il desiderio di stare coi deboli, gli afflitti dell’universo, quelli che non ce la facevano mai; non avevo mica voglia di menare il prossimo, o sfasciare vetrine né trollare negli anni a venire sui social. Non capivo niente. In realtà da un po’ di tempo sto cercando di dissacrare il mio settantasette della mente. Quella poltiglia grigia che ha tentato di colonizzare le mie forze reali, autentiche in cambio di eroi di cartapesta, poca addestrati alla realtà, eppure cosi devianti verso tunnel paurosi che non vorrei più attraversare. Allora Gli anni al contrario coincidono col mio tempo, con la mia inattesa resa, e con la mia piccola soddisfazione di rinascere di martedì. E portare con me di quegli anni lì soltanto canzoni, film, e ogni commovente cosa che ancora li rappresenta. E alcune leggi dello stato fondamentali. 

 Poi compare un presente prepotente, spinto da raffiche di vento che scopre una storia, nuova, senza più polvere ipocrita a ricoprirla. Così mi sono ritrovato tra le mani “Gli anni al contrario”, in un pomeriggio qualunque, dentro un centro commerciale-scatolone, e lì dentro avevo voglia di alzarmi dalla panchina e dire ai griffati e flemmatici passanti: ecco la storia che aspettavo. Eppure, a essere onesto, non mi aspettavo che NadiaTerranova scrivesse questa storia. Di un uomo e una donna, uno stretto, due famiglie ingombranti alle spalle, la politica che schiaccia nei ruoli, ma nemmeno che raccontasse (così lucidamente bene) quegli occhi della picciredda. Per non parlare di quell’esaltazione che si trasforma in terrore, nelle pagine centrali del libro, senza giudicare se non raccontando con rigore quel tempo. In fondo nemmeno di quelle lampare spiate con dolcezza la notte, credevo mi raccontasse. Ero solo un bimbo in attesa del suo racconto, volutamente senza immaginazione.
 Così mi ritrovo in Via Teulada assieme ai profili ancora un po’ sfocati nella mia testa di Aurora e Giovanni. Entro in Rai; no, non faccio il presentatore, e neppure l’usciere da Vespa, continuo a leggere il libro nonostante la sala si vada riempiendo di aspiranti scrittori: di ogni età, e di tutte le velleità possibili. Resto un po’ ad ascoltare la litania, poi scocciato mi arrendo, saluto, esco, e ai tornelli m’incastro, e accanto vedo Riccardo Jacona che mi osserva come se fossi un piccione, o uno scemo. Sul 495 mi rimetto sotto con la lettura, che si apre, e mi confonde spingendomi dentro a quei sentimenti che ho sempre temuto, aspettato: quelli misteriosi e dolcissimi che si vengono a creare tra un genitore e il proprio figlio. Infatti, Mara e Giovanni cominciano una corrispondenza fantastica, che diventa l’appiglio elastico per gestire un amore, un dolore; che intanto Aurora sente come suo fallimento, ma a questo punto pare non si arrenda neppure lei, si defila con fatica e determinazione, permettendo al marito e alla figlia di crearsi un mondo un po’ migliore: popolato di frasi dolci, di animali da fattoria, e attese che colorano sogni a venire. Al capolinea di Ponte Mammolo sto tifando per la saggezza di Aurora, pilastro quanto Colapesce nel gestire le forze bestiali dello stretto, e delle fragili consistenze del futuro famigliare.
Poi arrivo a casa e saluto la famiglia, mi viene quasi da piangere a vederli lì con quegli occhi pieni e desiderosi di aspettarmi, invece sorrido più del solito, e nel mio tono di voce sento un sottile mutamento: ancora una volta un libro mi spinge un centimetro più in là della mia condizione precedente.

Mi ritrovo nel letto e subisco beato il crescendo emotivo del racconto: tutti dormono quando sento entrarmi dentro - da sconosciuto - la storia degli occhi nell’epilogo che fissano i miei già umidi, che stanno brillando di rimbalzo alle nuove luci comunali a led. Fuori c’è il solito vuoto di silenzio, dentro aria familiare che fa galleggiare paure e ignoti pensieri. Che bellezza questo minuto, mi dico, e che tenera sorpresa questo libro così vicino ai miei pensieri.


giovedì 4 dicembre 2014

Guarigione (con un po' di Lacci)


   Mentre finivo di leggere Guarigione, proprio quando l’io narrante scopre di non essere lui, né la sua storia, la causa della malattia ereditaria del figlio, in quell’istante mio figlio novenne sbatte con la schiena al rubinetto della vasca. Piange e faccio i gradini tre alla volta per raggiungerlo. No, non credo ai pensieri magici, e cose del genere, no; in quel momento, osservando la sua ferita, mi è solo venuta voglia di abbracciarlo più forte del solito, e disinfettargliela per bene. Certi libri, quando sono scritti con rigore letterario, e hanno una forza intrinseca nelle parole usate, ti spingono a riflettere, ad agire, ma con discrezione, e magari riuscire ad avere un passo nuovo verso il mondo. Almeno nell’immediato, e uno poi spera che duri nel tempo. In questo libro, Cristiano De Majo, con tutta la materia incandescente che tratta, avrebbe potuto precipitare nell’emotività, nell’urlo acchiappa lettori, invece, pur raccontando di malattie, morti, rapporti conflittuali coi genitori e con la propria generazione, riesce a mantenersi in equilibrio tra la passione e la ragione. Racconta, non dispera.

   Da qualche tempo tendo a una quiete, a un fermo biologico e riflessivo sul mio tredicesimo anno di paternità, e leggendo questa storia ho intravisto alcuni appigli allo scopo: la tenacia, e le infinite attese della crescita, che di tanto in tanto lasciamo sfociare in oceani d’amore. L’amore complesso e trasparente per i figli. De Majo narra di un percorso nato da un suo tumore ai testicoli, risolto, passando dalla malattia alla pelle a uno dei due gemelli nati dalla sua storia con Laura, fino ad arrivare a una quasi guarigione, perlomeno a una convivenza con i suoi residui. Nel mezzo ci sono traslochi, fallimenti esistenziali di vecchi amici, ma anche esperienze lavorative fatte un po’ controvoglia che alimentano, contaminano, e determinano il passaggio concreto, doloroso e carico d’amore verso la paternità. Questo non prima di aver deciso di ascoltare la storia di un suo vecchio amico, morto in un incidente stradale, raccontata dai genitori del ragazzo, che intanto si sono rimessi insieme dopo il lutto: questo racconto nel racconto è struggente. Nella vecchia cameretta del vecchio amico vive nel frattempo una ragazza, figlia di una badante di un’anziana di famiglia, che partorisce una bimba; questo passo del racconto mi è sembrato una cosa tenera, cruciale, e forse decisiva per il protagonista: lo slancio verso un pensiero ancora più umano per le cose della vita. Gli occhi dell’autore cercano di giudicare il meno possibile, pur facendoci partecipi della sua opinione incerta su temi come la solidarietà, l’immigrazione, il mondo letterario, le relazioni famigliari e amicali, che in parte riesce a sbrogliare, pagina dopo pagina, ma soltanto dopo averla attraversata con l’esperienza diretta. Tra inciampi e sguardi verso la sua realtà.
    Ci sono pagine su Napoli che pare trattengano sentimenti in conflitto tra loro, eppure, evitando il troppo già detto, ne restituisce nitide immagini della sua potenza contraddittoria e vitale. La racconta, non la celebra né demonizza. A un certo punto fa specchiare la sua sonnolenta città natale con la modernità di Milano, e sono pagine memorabili di analisi e tormento di un giovane adulto alla ricerca di un luogo dove vivere meglio: il rimbalzo emotivo tra una voglia di fuga e la stabilità necessaria. Quelle sue sigarette ancora da accendere, appena spente, o fumate con voluttà, me lo fanno immaginare nel suo camminare nervoso, acceso da pensieri che disegnano futuri colorati nell’aria.

    Prima di Guarigione avevo letto Lacci di Starnone, e a me, che so poco di libri ma forse ne intuisco subito la potenza, sono sembrate parenti le due storie raccontate. Una finisce dentro l’altra, una scaccia l’angoscia dalle pagine dell’altra: una spiega meglio l’altra. Almeno per me, che dai libri voglio sempre una scossa, un intervallo sentimentale dalla vita che scorre, per poi starci giorni e notti con la testa dentro, che la vita, quelle che continua a scorrere implacabile, poi mi chiede il conto: cene saltate, carezze non date, telefonate mancate. Intanto me ne sto in poltrona, come patibolo di maschio distratto, e il libro sopra le gambe assomiglia a una bomba inesplosa: vedo già i frammenti caldi dei miei pensieri spazzati via al mattino.
    Chiudo suggerendo di leggere a tutti Guarigione, ma in particolare ai miei coetanei quarantenni, o giù di lì, così, tanto per avere giusto un pensiero in più durante questa nostra splendida convalescenza generazionale. E poi fatemi sapere se nella testa un formicolio non alimenta anche a voi quel desiderio di riordinare al meglio, senza paura né troppa malinconia, le nostre storie un po’ allegramente alla deriva.

lunedì 8 settembre 2014

Non è mai (Mai!) troppo tardi

Sono sempre stato un somaro a scuola. Ho già scritto su questo blog che ho cambiato quattro prime superiori in quattro anni. Un disastro. Al piacere di imparare preferivo quello della fuga. Agli insegnanti - mai avuto di buoni, tranne la maestra Nardone - preferivo mio zio, o la terrazza assolata di panni stesi, senz’altro i cannoli alla crema, e poi le riviste patinate. Le partite a pallone infinite. Non era un vanto il mio non studiare, anzi, ne ho pianto e pure di brutto. Eppure.

 Poi ieri ho letto d’un fiato La scuola non serve a niente, di Andrea Bajani. L’ho preso in biblioteca con l’idea di capire meglio mio figlio scolaro. Durante la lettura si sono disseppellite una serie d’immagini ingiallite, tristi, un po’ disperate che riguardano i miei quindici anni, insomma, di cose accadute malamente; mi viene da urlare che non sta scritto da nessuna parte, con buona pace di Giovanni Lindo e tutti i tibetani lontani, che ciò che deve accadere accade. Macché.
Bajani prova a entrare nelle scuole dalla porta di servizio, quella lontana dai clamori delle annunciate riforme, o quelle dipinte dai giornali durante le consuete occupazioni. Entra dalla porticina e osserva. Ascolta. Immagina la vita di quei ragazzi, scruta i loro pensieri fragili, spietati, e ne fa un racconto a tratti desolante, ma, per nostra fortuna, anche illuminante, poiché riesce a captare da quegli incontri, da quegli sguardi, cosa c’è da migliorare nella scuola italiana. Migliorare, non abbattere. Ci suggerisce di fare pace con l’inutilità di alcune cose – contrapposta all’utile riconosciuto socialmente, ahimè - ché poi, come speso accade, queste risultano alla lunga le più utili: come amare l’insegnante e la materia che insegna. Chiedetelo a Recalcati cosa comporta, alla lunga, dopo decenni, quel tipo d’innamoramento.
Bajani ci dice come la lontananza dei professori dagli alunni, descritta bene durante le gite scolastiche, crei fallimenti e dolore. Ai professori nell’immediato, agli studenti magari nel tempo. L’autore fa periodicamente degli incontri nelle scuole, dove, oltre a leggere libri, si diverte con gli studenti a coniare neologismi: rinuncianesimo ne è l’emblema sublime, preoccupante, di queste ricerche sul campo. Interessante anche lo scritto di un ragazzo, che Bajani ha smarrito in un trasloco ma che ne ricorda alcuni passi; è un racconto polemico, stimolante, dal titolo: scaldare la sedia. Il libro pare che sussurri: lasciali parlare i ragazzi, che poi qualcuno di loro resterà ad ascoltare, magari sarà un ascolto sospeso nel tempo. Uno scambio post-datato. Un coltivare paziente tra zolle dure e altre friabili di terra, comunque coltivabili, magari con un po’ più di fatica del necessario. Ecco perché, forse, scappavo da mio zio contadino: all’epoca stavo già a cavallo della metafora. Povero me, oggi, circondato da troppe metafore e pochi maestri. O forse semplicemente avevo bisogno all’epoca (e oggi), come tutti, d’imparare là dove c’è dell’amore contaminato di sapere nell’aria?
All’interno del libro ci sono capitoli interessanti, divertenti, dolenti di altri autori coi racconti ambientati nelle loro scuole: quelli di Silvia Dai Prà mi hanno coinvolto di più, con quei narrare dal dentro; non soltanto delle aule, ma, soprattutto, dentro ai sentimenti di un insegnante precario. In questi giorni si parla di loro, del loro possibile assorbimento stabile nelle scuole: che sia intelligente e leggero il loro stare in quegli edifici enormi da colmare d’amore e sapere.


Stamattina ho fatto pulizia in cantina. Vecchi Manifesto, e tanti altri ritagli di giornali, e troppi diari. Ne ho scritti quintali di diari, cosette sentimentali, zeppe di tenerezze, rivendicazioni inutilizzabili; forse quelle cosette mi hanno preso troppo tempo, impedendomi di impegnarmi a dovere nello studio? Chissà; ma di certo in quell’idealismo di paese, io, somaro sensibile, trascuravo mio malgrado, le cose belle da imparare e montavo, insieme al mio orgoglio, sul comodo piedistallo della dittatura dell’incompetenza: fornito gratuitamente alla mia generazione, da quella precedente. Mannaggia. Credo che sia proprio così, ragazzo sensibile e devastato dalle assenze, ma tu crescevi lo stesso su quel filo d’alta tensione della tua esistenza ballerina. Senza nessun professore con cui chiacchierar. 
Per fortuna poi arriva questo pezzo di Antonio Pascale...

domenica 13 aprile 2014

unastoria e un po' di me

Mi sono iscritto alle notifiche dei commenti sotto un’intervista a Gipi. Volevo addormentarmi, il giorno dopo avevo una cosa medica che mi turbava, ma arrivano a cadenza d’insonnia le notifiche: parte una discussione tra lo stesso Gipi e una tale F. Non prendo più sonno. Ho unastoria sdraiata sul comodino, la prendo, mi siedo e la leggo. Metà libro mi risucchia e mi presenta il dolore in varie tonalità. Penso all’esame medico, al perché Gipi abbia avuto “il genio” di fare questo libro. 
Perché tanto strillare? Magari per evitare quella vocina stronza che ci spinge a insistere con questa vita casuale che ci tocca interpretare, no, amica, strillare non serve a niente. Lascia passare i crucchi e i grigi di questi pomeriggi, e poi un collo luminoso e un incontro inaspettato, o uno o l’altro, per poi tornare a portare in giro una smorfia di stupore che ti ricorda il vecchio sgomento, e ti costringe a vivere. Bene. Quel che basta per farsi perdonare dai posteri, dalle scolaresche chiassose che verranno.
L’indomani l’esame è andato bene, e mi sono ritrovato senza un perché in doppia fila con le quattro frecce davanti alle fosse ardeatine. C’era un sole violento, e c'era una guida carina che temporeggiava chattando, ridendo. Entro. Quasi corro verso le grotte di tufo. Arrivo in fondo e capisco di stare tra studenti tedeschi. Sono tanti, sono circondato da redenzioni. Vedo quelle pietre sgretolate e penso alla durezza della guerra, alla sua assurdità che un tempo pareva normale. Il loro tempo. Mica quello mio e di questi tedeschini che agognano solo di pomiciare tra di loro, e si lasciano trascinare dalla storia. Vado dove ci sono le lapidi schiacciate dalla luce sporca dell’Ardeatina. Esco. Veloce raggiungo la macchina e mando un tuitt per scacciare fuori tutta quella storia che non capisco. 

Stanotte ho finito unastoria. Ci sono poche parole e tante immagini. Perfetto per pensare a quel gesto, a quella vita che l’antenato si porta dietro dalla guerra. Quel gesto che un tempo avrei giudicato violento, oggi temo sia stato necessario. E nel temerlo mi accorgo che questo libro contiene qualcosa che ci fa tremare: giù tra una parola e l’altra, in quel silenzio, nascondiamo una terribile storia da rivelare. Una volta deciso, non si riesce più a tornare indietro. Credo che questo abbia spinto Gipi a passare dalla sedia per giocare al pc a quella dove cominciare a disegnare questa storia: lasciar scorrere quel chiarore, quell’albero, quelle facce, quelle nuvole. E quel magnifico collo lì ad aspettare la vita. Che ora è diventata unastoria commovente. Scordarsi la quiete per un po’, ce lo chiede sottovoce un dolore, un’amica o la storia. Grazie Gipi.

venerdì 10 gennaio 2014

Tempo di imparare

 In questo libro ci sono parole dure, scavate e scolpite per mostrare la costruzione di una relazione. La prima parte è un vulcano: rabbia e solitudine, lava che non consola. Poi al centro nasce un albero, frutto di cura e attesa. Il resto è uno scoppio di pianto continuo, proprio perché trattenuto, che allaga lo specchio che tiriamo su per guardare una realtà ostinata, che abbiamo sempre temuto.
Stare nella diversità, praticarla nelle sale d’attesa di medici o nelle assenze alle feste, diventa la condizione di un’umanità sconvolta nelle viscere, non minoritaria ma nascosta. Valeria Parrella già in “Behave” ci raccontava di persone dentro mondi piccolissimi, spesso evitati o derisi. Lei raccontava senza preoccuparsene. Ho ammirato quel racconto. Qui, dopo lo spazio bianco, si è aperto uno squarcio che non ha senso tacere.
Le parole che mancano ad Arturo diventano sofferenza, preoccupazione quotidiana, ma nel dialogo con Miranda l’eccesso è gettato nel secchio ghiacciato delle statistiche. Dopo compare l’albero, un logogrifo che ci fa respirare, e si attraversa il solco e il dolore comincia a vestirsi di bellezza. Allora ce ne andiamo a spasso per un mare di parole più belle.
“Arturo non parla, ma pensa” dice con saggezza una bimba. Poi sorprende un invito che riceve Arturo da Antonio: può venire Arturo a giocare a casa mia? La madre intravede uno spazio nel mondo per il figlio e si arrende all’emozione; per questa sua conquista, di Arturo, che è forse pari alla traversata che fa sul ballatoio di casa. Il racconto si riempie di vita, di caffè, di sguardi, e si allontana leggero dalla voragine iniziale.

Eccoci a un convegno in cui la Superiorità della Madre - una lotta furibonda tra frustrazioni e conoscenza - è mostrata oscenamente. Allora tutti sembrano ritirarsi, tranne la sua forza: evoluzione della rabbia primitiva? I genitori dell’associazione sono ritratti accanto alla narratrice, partecipano e determinano l’ultimo tratto del libro. Che culmina, dopo averci fatto conoscere isole, mari, antichità e intimità, Ariel, il botanico e il trambusto napoletano, in una passeggiata sul molo che diventa un filo d’acciaio davanti a quella scuola gialla che frequenta felicemente Arturo. Non si spezza più niente all’orizzonte: come coriandoli le parole dell’albero ci accarezzano. E che fai non piangi anche tu a questo punto?


martedì 12 novembre 2013

Stanno tutti bene tranne me.

   Inizio a leggere il libro e non capisco, sto sdraiato a letto e penso di non capirne proprio nulla di letteratura. Ci sono tutte quelle belle recensioni in giro, ottime impressioni riguardo a “Stanno tutti bene tranne me”, scritto da Luisa Brancaccio. Non ci sto. Solo il mio fiuto mi deve condurre alle belle storie, lasciatemi in pace tuittatori che sapete tutto voi. A me piace soltanto leggere racconti, meglio se contemporanei, vicini alla mia storia, al mio tempo. Per i latini e i francesi c’è tempo, per i greci nella prossima vita. Insomma, mi distraggo all’inizio della lettura e questo non è un buon segno. Poi parte il personaggio di Margherita e m’incanto. La seguo. La vedo. Vorrei mandarle un sms. Mi ricorda un po’ mia sorella e un altro po’ una mia amica. Sento i suoi passi pesanti per il quartiere insieme al suo cane. Ne è pieno il racconto di cani, stanno sempre in mezzo, anche quando scappano tra i cespugli e saldano amori e amicizie, e senti pure la puzza di ‘sti cani, mentre scavano per cercare di disseppellire carcasse. I vecchi dolori. Come fanno i loro padroni. Le relazioni, il libro è tutto una trama di relazioni interrotte: il distacco di Margherita dal marito e dai figli è raccontato coi dettagli giusti, facendoci apparire una famiglia reale per metà folle e per metà normale. Nel mezzo scorre il quotidiano sofferente, sospeso e narrato nei suoi vuoti. Mi stavo affezionando a Margherita quando arriva il dottor De Seta a soffiarmela, con le sue amorevoli cure. Riesce ad accoglierla, anche se in maniera un po’ suggestiva usando un linguaggio accelerato dagli eventi. Suicidi passati, sorelle lontane e un presente di una donna che si sveglia quando già la sua famiglia sta in piena corsa nella società, quando in certi palazzi hanno già speculato spietatamente. Lei resta a letto, e poi se ne va al bar tutta spettinata. Poi esplode tutto. Margherita si riprende l’essenza, scaccia il sovraccarico, l’inutile, il male.
In un rarefatto e notturno giardino condominiale avviene un dialogo tra De Seta e una ragazza. Quasi tre generazioni di differenza permettono una vicinanza speciale; sullo sfondo esplode un litigio finito in amore che genera riflessioni su di una panchina, dopo un tentativo d’intervento sollecitato dalla ragazza al vecchietto. Da lì parte la conoscenza, i due si scoprono, si raccontano. Quando la mano della ragazza s’insinua nel desiderio aperto di De Seta, la narrazione si blocca in tempo, evitandoci un voyeurismo superfluo.
Poi emerge una coppia in fuga nel Chianti, per scordare un dolore. Un uomo che crea i presupposti per un abbandono, per una lenta separazione: di una sua conferma. Perché il dolore, quello potente, a volte separa all’istante e scava vie di fuga, che spesso ci troviamo ad attraversare senza possibilità di un ritorno all’origine.
Ho finito il libro e non riuscivo a dormire, pensavo alla carica di dolore che abbiamo sempre accanto, a cui non vorremmo mai aprire le nostre porte blindate. Dalla finestra, come fa il ragazzo nelle prime pagine, ci piace spiare gli altri con le loro storture, con le loro piccole meschinità. Questo libro ti costringe a stare dentro al dolore: il racconto, con degli artifici efficaci, ci rende partecipi senza ricattarci.

Luisa Brancaccio crea personaggi da cui non ci separeremo facilmente. Come certi cani, o certi dolori che silenziosi ci accompagnano verso bui sentieri segreti.

Alla fine mi sono addormentato e ho sognato questo racconto mentre diventava un film, così facendo scavalcava il dolore lasciandone in giro solo il suo odore.