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lunedì 9 novembre 2015

Amavo Pasolini, amavo la mia sconfitta.


     All’epoca leggevo “Scritti corsari” notte e giorno, a casa dei miei, in una stanzetta disposta alla Van Gogh: invece sarei dovuto stare a Firenze nella scuola di Luciano Ricci a imparare come si fa lo still life. Leggevo Pasolini per nascondermi. Qualche anno prima avevo varcato una clinica psichiatrica per quindici giorni di fila: ci andavo a trovare una persona importante. E in quei giorni mi è piombata addosso la certificazione sociale della mia diversità: testata cambiando quattro prime superiori in tre anni. Avevo la testa che somigliava a una giungla: l’allerta, l’ansia e la solitudine sostituivano l’acne, le ragazzette e le canne. Facevo finta di niente, come se quelle bufere non accadessero proprio a me, e addirittura da quei giorni ho cominciato a sentire di poter salvare gli altri con la buona volontà, l’esempio. Figuriamoci se non mi salvavo anch’io, nel frattempo. Così Pasolini compare nella mia stanzetta e mi fa: Io so, ma non ho le prove.  Fu un gioco da ragazzi stare dalla parte dei giusti.
    Leggendo un pezzo su Rivista Studio mi è venuta la smania di disobbedire alla retorica e andare giù pesante contro la mia storia, e vedere bene cos’era la mia passione per l’intellettuale di Casarsa. Sì, perché la lezione di Pasolini io l’ho consumata mischiandola pericolosamente assieme alla mia inconcludente formazione, e poi nelle conseguenti mille peripezie lavorative. Dalla frequentazione di quei casi disperati, grovigli d’ingiustizie e sofferenze ho scoperto di aver sbagliato quasi tutto: avrei dovuto iscrivermi a Lettere, non a Scienze dell’Educazione. Punto.
    Correvo lungo le strade piene di erbacce del mio quartiere, con De Gregori nelle orecchie e pensavo all’idiota convinzione di allora di sentirmi bene in brutte periferie: ricordo che costringevo i poveri amici che venivano a trovarmi a Roma a tour domenicali per Tiburtino III, quartiere senza nemmeno l’ombra di un’imminente gentrification. Poi quel godere imbarazzante nel fare del bene, e quel leggero stato di trance quando sentivo di non dovermi preoccupare a imparare, perché mi bastava essere. In fondo me ne fregavo di quelle vocine che mi dicevano che stavo sbattendo soltanto contro un muro pieno di locandine di concerti in topaie o di cineforum anticapitalisti: dietro quei muri terribili solitudini a cui solo adesso riesco a dare un nome. Segretamente disprezzavo quell’approssimazione nei ragionamenti che circolavano in quel periodo sia nella mia testa che in certi luoghi che adesso fatico a considerare frequentabili: tutta quella fredda ideologia come pioggia insistente sulle nostre teste frastornate dal tempo. Mi rivedo in quella strada dritta e buia, nel quartiere degli studenti, con un magone che mi scivola fin dentro i pantaloni a coste di velluto, in compagnia della disperazione silenziosa che non raccontavo a nessuno, nemmeno a te.
   Tanti anni fa, in un pomeriggio di giugno, passeggiavo al Circeo con Pino quando lui all’improvviso mi fa: un giorno vorrei comprare una casa qui, dove ce l’avevano pure Pasolini e Moravia, ché a me il progresso e le industrie piacciono, eppure migliorarsi individualmente, come anche vivere nelle belle case. Io risi senza fiatare, come quando le mie convinzioni si voltano da un’altra parte lasciandomi solo davanti alle cose della vita: e mo’ rispondi tu, fanno loro, non possiamo consultare il manuale del perfetto pasoliniano qui al mare, facci fa’ un tuffo in pace. Anni dopo ho capito che Pino stava un po’ più avanti delle mie convinzioni, e ora che è morto sento di restituirgli una sottile verità che, insieme ad altre che ho conquistato negli anni, hanno ribaltato le mie convinzioni; nel frattempo erano diventate pallide come l’ingresso di un pronto soccorso d’ospedale.
    Arrivo a un’attuale convinzione: io Pasolini non l’ho conosciuto abbastanza. A parte il divorare gli Scritti corsari, svariati articoli e qualche poesia, già quando ho letto Ragazzi di vita ho fatto fatica a finirlo. Il Decameron lo vidi più volte con piacere ma Le 120 giornate di Salò era davvero pesante come film, troppo lontano da me. Così oggi la cosa più rispettosa da fare sarebbe rivedere bene Pasolini, con un approccio da pescare proprio in una delle sue rinomate ossessioni: non vi omologate!
So di aver detto qualche anno fa che la freschezza di Parise stava scansando per sempre Pasolini dal mio scaffale ideale, e oggi, dopo un lavaggio stirameno in lavatrice delle mie convinzioni, capisco che studiare, aspettare e divertirsi sia la miglior arte per avvicinarsi alla vecchiaia con stile, dimenticando quello che non ci appartiene più, e forse non ci è mai appartenuto davvero. Care vecchie e vigliacche convinzioni mie non perdonatemi: lasciate soltanto che scorra questo torrente di fatti e pensieri fino al loro affluente ancora ignoto.
Questo ieri.

Invece oggi.

   Alla fine ora abito in una villetta a schiera, e con la mia famiglia cerco di andare a tutte le domeniche gratuite nei musei, poi, ogni giorno, controllo nuove parole al vocabolario, e di altre ancora scopro la pronuncia sull’app del tablet: sogno che le cose che scrivo vadano dritte nella curiosità di alcuni scrittori che mi piacciono. Nei risvegli annoiati mando messaggi per stare anche nelle storie degli altri, ascoltandone le quiete risposte diaboliche: come stai? ma quando ci vediamo? Siamo diventati un insieme di sopravvissuti che cercano di scacciare via le epoche passate come se fossero soltanto delle zanzare giganti, in pomeriggi tutti uguali, dolci, afosi e misteriosi davanti alle nostre cialtrone convinzioni. E’ tutto quello che mi sta accadendo di buono oggi.


lunedì 6 aprile 2015

Che io sia stato un buono

Che io sia stato un buono, e di una certa sinistra, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato un buon amico, un marito perfetto, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato un buon figlio, un fratello adorato, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato uno con mille sogni nella testa, e cento progetti da raccontare, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato un appassionato di sport, e di calcio in particolare, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe.
Oggi ho toccato con la mano il fango che da sempre è appiccicato ai miei piedi, che nel frattempo, di anno in anno, di guaio in guaio, di fallimento in fallimento, io sotterravo davanti a tutti. E tutti sorridevano, e chi mi faceva i complimenti, e altri ancora incoraggiavano questa pasticciona cazzata chiamandola originalità. Bah! Tra i pochi che ci videro bene, c’era un tale a Firenze che, con affetto anche lui, mi disse: ma tu non sei come vuoi far crederci (forse sei pure meglio). Tra parentesi il sottotesto che avrei voluto aggiungere allora, invece di prenderlo come un affronto inaudito a uno come me: che soffro! ma rido! e creo! io sono un uomo tutto nuovo! Sì, anche peggio di quell’altro pagliaccio che lo canta pure.

A giudicare dalla giornata appena trascorsa, e scrivendo davanti a questo specchio spento, posso dire con ostentata razionalità che io mi sono rappresentato troppo, e male, e che in fondo avrei fatto meglio a stare nel mezzo del silenzio a cercare idee potenti: ora dovrei stappare le vecchie cazzate passate e starmene dentro la meglio fantasia che ho. Così vediamo come va a finire; intanto affogo fino all’ultima goccia di me imbalsamato dall’affettuosa indifferenza altrui. Sì, un po’ è colpa mia, ma, dillo cazzo dillo, ma… e dillo: SIETE TUTTI STRONZI scritto sulla parete della mia cameretta a quindici anni, lo riscriverei ancora. E mi ci farei una foto strafottente da diffondere su internet. Stronzo anch’io, figurati.


foto di Diana Arbus

Scivere il secondo tempo, come si deve, è ciò che ci tocca dopo i quaranta, almeno credo.



mercoledì 11 dicembre 2013

una cosa triste che cancellerò

     Scrivo su questo blog sempre meno, il motivo mi sfugge come mi stanno sfuggendo tutte le occasioni che avevo da cogliere in questi mesi. Scrivo questa cosa per scacciare la paura, ma lo sento che qualcosa si sta spegnendo.  L’ho intuito dall’assenza di commenti ai post, e questo, dài amico mio, qualcosa vorrà pur dire; ma soprattutto pensando alla fredda logica dei meriti che mi aleggia sulla testa, e all’assenza di oscure fortune all'alba: mostrarsi così in questo orticello di blog, è semplicemente vanità. Diciamocelo. E poi la vita mi assorbe, e le scelte non fatte mi obbligano a guardare al futuro come a un enorme e informe profilo da definire, da modellare giorno per giorno, con un sito o con uno sguardo: per inventarsi un lavoro che faccia rima con la mia storia, e con i miei desideri. Magari con delle scelte sensate: non sprecare tempo e rabbia per i Grillo di turno, o per alcuni amici che si stanno allontanando dalla mia sensibilità. A questi vorrei un giorno scrivere una lettera senza rancore, e con limature dolci, dove ammettere la mia resa da una condizione che si sta dissolvendo: quella antagonista-estremista-adolescenziale. Sto rischiando la solitudine, quella cruda, come quella descritta da Camilleri subito dopo aver capito che non poteva continuare a fare il fascista. Lui amava Gogol, gli scrittori francesi e obbedire solo a un libro, solo a un uomo, non lo poteva accettare più.  Così rimase tremendamente solo; lo raccontava con un tono commovente durante la presentazione del libro di Piccolo.  Aveva quindici anni allora lo scrittore siciliano ed io oggi ne ho quarantatré, ma, come la sua storia dimostra, non è mai troppo tardi per restare soli e rinascere. Piccolo nel suo libro racconta che Parise si ostinò, anche rispondendo ai lettori del Corsera, a non scivolare nel conformismo di quegli anni, i settanta, ma a viverli e raccontarli con semplicità e stupore. In quel tempo tutto esplose, ogni cosa cambiò, e lui mutava silenziosamente mentre i più urlavano senza fare nemmeno un passo, consolandosi nel sentirsi i migliori della classe. Ed io, che sono nato proprio nel ’70, come potrei oggi arrestare ogni cambiamento e finire, come sta finendo nel nulla la visione, sciagurata e castrante, di certi miei vecchi amici? Con i miei occhi ricurvi scruto la loro rabbia sfumare: un’enorme nuvola di retorica e gas.


Vorrei che i miei figli crescessero il più possibile lontano dalle mie ossessioni, passate e presenti, riuscendo a muoversi con gambe curiose e robuste, e braccia leggere pronte a raccogliere amore in ogni aiuola fiorita del loro tempo.

P.S.
Poi ho letto questa cosa qua (clicca) e la tristezza si è cancellata d'incanto.

giovedì 2 maggio 2013

senza titolo


Ci sono delle volte che mi viene voglia di entrare in un centro sociale, o in certi parchi affollati di tardo-frikkettoni, e implorare: amici, il vostro conformismo tocca sublimi e imbarazzanti vette. Fate finta di niente e sdraiati beati  abbassate la guardia, al resto pensa papà, zio o qualche padrone cattivo. No, amici, così non va. Il vino è buono, le patate son biologiche ma i discorsi sanno di muffa che schiattano i miei ultimi neuroni libertari. Voglio passeggiare tra oleandri senza masticarli per forza, e osservare donne eleganti senza sfiorarle mai. Non per questo non ami gli oleandri rossi o non desideri le donne bionde. C’è stato un tempo di spavento dove avevo paura del vento che veniva da Ovest: ero piccolo nel mio cappotto. Oggi mi lascio vestire dal mio tempo, e non cedo al richiamo dei bei tempi.

A uno a uno vi fisso e non provo più amore. In quel recinto scalcinato, tra gonne lunghe e bimbi viziati, orti sinergici e tarantelle tristi, non sento più niente. Non vedo che tentativi già falliti. In questi rifugi anticontemporanei, in queste gabbie ecosostenibili io sento stanchezza che nella mia testa diventa amarezza. Potevamo di più, potevamo il mondo intero di sogni, amori e futuri inesauribili. Potevamo. E non siamo. Solo passaggi di testimone, che sono sempre gli stessi da quarant’anni. Basta, per oggi basta così. Perdonatemi amici, e nel farlo usate la vostra infinità genuinità, e lasciatemi sparlare di un mondo che ho sfiorato di ammirazione e mai amato fino in fondo. Allora meglio lasciarci da buoni amici, ché non capirsi come veri nemici.

Ho scovato questa poesia di Carver, essa mi ha spinto a scrivere questa cosa lugubre, non so davvero il perché, ma come dice Carver: scrivere è un processo di rivelazione.

raymond carver

TRA I RAMI

Sotto la finestra, sul balcone, ci sono degli uccellini malridotti
che si affollano attorno al cibo. Sono gli stessi, credo,
che vengono tutti i giorni a mangiare bisticciando. C’era un tempo,
[c’era un tempo,
gridano e si beccano. Sì, è quasi ora.
Il cielo rimane cupo tutto il giorno, il vento viene da ovest e
non smette di soffiare... Dammi la mano per un po’. Tienimi la
mia. Così va bene, sì. Stringimela forte. C’era un tempo in cui
pensavamo di avere il tempo dalla nostra. C’era un tempo, c’era
[un tempo,
gridano gli uccellini malridotti.

domenica 27 gennaio 2013

l'anima (S)lava?


Non fasciamoci la testa cari miei, che tanto si sa che stiamo meglio di tanti anni fa quando le cooperative sociali non esistevano ancora e i padri a volte massacravano di botte i figli e le mogli. No?
C'è stata una bella serata a sostegno della Coop Folias e Bobo Rondelli è stato di una generosità immensa nel farci ballare a suon di cover rockettare.  Ha fatto anche molti pezzi suoi , in particolare alcuni che mi hanno fatto venire la pelle d’oca, quella vera, che una decina di volte l’anno mi fa sentire bene in mezzo agli altri. Era contento Bobo mentre chiamava Filippo Gatti – intenso anche il suo concerto - sul palco per improvvisare assieme musica tirata per farci ballare a noi delle prime file. Come succede spesso ai suoi concerti, Rondelli si è messo a fare pure il clown con racconti zozzi, imitazioni, etc. ancora rido se penso ai termosifoni ingroppati; meno male che riesce a tirare fuori anche l’autoironia  per schiacciare il suo status di livornese da esportazione: tanto che poi dice “sì, siamo comunisti e diciamo Pisa merda, che palle però ‘sta vecchia Livorno”. A quel punto il mio applauso interiore mi ha fatto urlare e io, che ai concerti son sempre timido,  ho urlato: bravo! tu sì che stai avanti, insieme alle tue belle canzoni, pensavo emozionato poco dopo, ritornato nella mia timidezza. Gli altri, la moltitudine, noi, e molti presidenti di cooperative sociali, stiamo invece molto indietro e pensiamo che l’atteggiamento della lagnanza a oltranza sia un diritto acquisito da diffondere come i vaccini antinfluenzali. Tutti fermi dietro al passato. 
Almeno tu direttore di cooperativa intoccabile, investi i soldi in progetti innovativi, invece di aspettare soltanto i finanziamenti al ribasso che accetti ai tavoli delle trattative, che segretamente fai coi politici di ogni genere. Già, ma voi presidenti e direttori siete immuni da critiche, perchè voi date lavoro e fate da “stampella” allo stato sociale, e non vi si può mettere in discussione, mai. Be’, insomma, con ’sta storia della stampella ci state giocando un po’ troppo. Così paralizzate il settore e non permettete ai soci, alle nuove leve, ai collaboratori di emergere e contribuire al cambiamento. Qualcuno mi sa dire quanti presidenti di cooperative sociali conosce che non siano (oggi) gli stessi dalla loro fondazione? E questo a volte significa trent’anni!  Lo ammetto, in me c’è un po’ di quella frustrazione tipica che spreca parecchie energie nel maledire i vertici del sociale in Italia, e mi dispiace farlo, poiché io credo , ciclicamente (ho lavorato per almeno dieci tra coop e associazioni negli ultimi vent’anni), di poter dare il mio contributo con la mia passione lavorativa, ma come fare, se certi passaggi gerarchici (meritocratici?) diventano stretti come un imbuto unto per la maggioranza dei lavoratori? Il diritto alla salute, l’assistenza alle disabilità e la formazione, spetta allo stato, visto che le importanti riforme degli anni scorsi sono riuscite a tradurle(finalmente) anche in leggi. Poi, che voi, noi, con passione e dedizione ci impegniamo  a cercare di applicarle  come se fosse una missione, però non deve quest’atteggiamento farci confondere il ruolo dal mandato. Il diritto dalla gratuità. Quando capiremo che non siamo gli unici a poterlo fare, visto che abbiamo solo una delega e non l'esclusività, allora, forse, i vertici delle cooperative potranno investire risorse e personale in servizi diversi, coinvolgendo i soci e i dipendenti, spesso sottopagati e frustrati, in progetti e attività innovative.  Questo forse non accadrà mai, tanto vale sottrarsi e voltare pagina scompaginando i mesi a venire. Sentirsi dentro a questo mondo del sociale, non la sopporto più 'sta parola sociale ma, sfido chiunque di voi a trovarne una più appropriata; insomma, dicevo che a volte è come sentirsi di far parte di un’avanguardia logora, che mortifica ogni cambiamento e si consola con le proprie presunte santità in agguato. Ci si sente al sicuro, buoni, e unici nel fare cose che in passato hanno garantito santità e indulgenze, a santi e delinquenti. Lasciamo queste scorie a quei simpatici visionari cattolici. Loro sì che sanno poi frullare il tutto per produrre consenso,  potere, e aspettative a costo zero a colonie di umanità allo sbando. Un po’ stiamo diventando come loro, e lo capisco dal linguaggio che usiamo durante certe serate di chiacchiere e ricordi. Lo capisco anche dalle facce e parole che certi presidenti usano per tenerci buoni, nella nostra cuccia che puzza di muffa. Forse non è tra questi Sasà, ché solo per quello che organizza a livello musicale meriterebbe l’assessorato alla cultura.

Ieri sera mi sono visto il film “Concerto”, e allora ho ripensato a Rondelli e alla sua contagiosa vitalità che trasmette nei suoi concerti strampalati d’amore e d'allegria: l’anima slava, ecco, lui e Filippo Gatti hanno fatto un concerto alla slava, l’altra sera a Roma, per Sasà e Folias.

Mi sa che riparto dalla mescolanza, dalle frittate da realizzare, e dalle mille parole povere che mi faranno arrivare a cento persone nuove da conoscere, ascoltare. L’evoluzione dei pesci, canterebbe Gatti.

giovedì 1 novembre 2012

nessuna sorpresa


A me certi cattocomunisti stanno proprio antipatici. Nel profondo, dico. Ma non voglio scrivere di loro, no, troppo facile sarebbe oggi, con le nuvole grigie piene d’acqua sulla mia testa. Doveva essere giornata d’olive e reti, panini da addentare sotto gli alberi verdi. E invece. “Il Bidone”, di Fellini, mi ha addolorato e reso solo. Neanche la dolcezza di mia moglie bastava, né i saltelli di mio figlio o lo splendido testo di quell’altro grande, su Formia, la casetta e tutti gli affetti di questi anni. Che per me sono diventati anche di formazione montessoriana, di lotte brutali contro il potere, vero o immaginario. Di solitudine barattata su twitter, e questo blog. Che serve a me, non di certo al mio dolore. Di Fellini voglio ancora vedere tutti i suoi film, anche quelli meno riusciti, ché là forse si coglie il limite e quindi la bellezza dell’artista. Come per certe canzoni che avresti voglia di aggiustare, se solo fossi tu l’autore, ma perché? In fondo ai bordi delle strade i sassi coprono i fiori ma te li lascia sempre immaginare. Io immagino voi davanti a queste parole inodori e provo un brivido per voi. Di me, che fino all’altro ieri ero semianalfabeta e oggi volo di parole e coraggio, beh, domani ci darò un taglio. E ricomincio con la formazione montessoriana, per berla, sgasata da ogni facile esaltazione, così come si beve l’acqua alle fontanelle di città afose. Ricominciare a pensare in piccolo, e nel farlo aspettare il mattino con le sue colorate misurazioni. Acciuffare la mia sensibilità ragionevole. Riscrivere meglio.

Autonomia-libertà-condivisione, per me queste tre parole legate mostrano un manifesto programmatico da attaccare a ogni angolo del mondo. Ai bambini non lo dite, ma creategli le condizioni per vivere di poco e sognare tutto il resto.

Queste parole amare di dieci minuti fa mi sono uscite fuori come ieri sbucavano improvvise le teste delle persone al passaggio dei bambini, con i loro ”dolcetti o scherzetti”; erano teste sorridenti di spavento, che alle loro spalle lasciavano intravedere il set della loro storia fatta di salotto comune dalle pareti sgargianti e sgombre di presente. A me le loro caramelle sembrano scadute da un pezzo, tenute apposta nel cassetto per illudere anche quest’anno quei bimbi eccitati sull’uscio. Vi perdono, perché oggi non voglio odiare nessuno. E illudermi ancora.
 

venerdì 13 gennaio 2012

polemiche d'inverno.


De Andrè e la mia anima si somigliano, non c’è che dire. Grazie, diresti tu: negli anni ’90 lo stavi sempre ad ascoltare, e quella volta al concerto a Bologna, durante “…Marinella”, il tuo corpo tremava tutto e non volevi che ti guardassero negli occhi umidi; quando Enrica ti ha detto al telefono che era morto, quasi svenivi neppure fosse tuo zio. Poi, con l’avvento delle stagioni delle santità mediatiche, ti sei rotto i coglioni. Basta De Andrè. Non lo ascoltavi più. Insopportabile quel ciuffo a ogni angolo a dirci che lui quelle canzoni le aveva scritte per salvare il mondo. Ma stiamo scherzando? Ma come, quello scriveva contro il mondo - quello suo in particolare - per sfidarlo sul crinale delle contraddizioni esistenziali e mostrando, sebbene l’amaro uscisse fuori lo stesso, una libertà compositiva che scaturiva spesso in bellezza, quasi sempre; anche se al suo talento toccava lottare contro una formalità, un’eleganza, che forse si può spiegare dalla sua origine: il tormentato rapporto col padre, e con la sua educazione tipica di certi ambienti colti e benestanti. Non ne usciva da questa condizione neppure dormendo tra puttane e poeti poveri. Mica è facile, credo.
 Ora tutti a trattarlo come l’apostolo, il profeta. No, quelli se li vuoi vai a cercarli in chiesa o nei testi sacri, De Andrè è meglio che se ne stia nelle auto incolonnate nel traffico dove persone si dimenano contro i demoni quotidiani. Nessuna consolazione, ma solo sogni e visioni di storie poggiate su belle melodie cantate. Lasciateci ascoltare le sue canzoni in pace per i prossimi decenni, Fazio Fabio e compagnia bella dovrebbero lasciarci in pace almeno le orecchie; intervistate i cantanti viventi, tipo Bobo Rondelli o Dente, e cerchiamo di stare uniti nella realtà del reale  lasciando la mistica alla chiesa e a Erri De Luca ( a cui ho voluto bene in passato, ma oggi…). Qui stiamo alle prese con le lame affilate che le notti insonni ci parano davanti, e l’indomani poi una fatica ad abbracciare i figli e rispettare i colleghi, le mogli, e tutto il resto. Lasciate cantare il presente, e lasciateci sfiorare la pelle dalle storie cantate (anche) da voci contemporanee. Tranquilla Dori, nessuno si scorda del tuo Fabrizio, siamo tutti in debito con le sue splendide canzoni e continueremo ad ascoltarle fino allo sfinimento. Sempre se lasciate trasmettere solo le sue canzoni e non veicolate appresso didascalie degne della peggior tradizione cattolica. La migliore, forse, si ascolta De Andrè in santa pace, magari in compagnia dei propri fantasmi che volteggiano come corvi fuori dalle sacrestie; dentro una cappa vitale che illumina e deprime secondo della bisogna. Amen.