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lunedì 8 aprile 2019

Simone c'est moi

  Mia madre non sa che lavoro faccio. Anzi, alla mia domanda dice: sparecchi i tavoli… Forse memore del mio primo lavoro: a 13 anni facevo il cameriere, ma ora ne ho 49. Certo, non l’aiuta il fatto che dai 13 ai 38 ho cambiato almeno una decina di lavori, però. Mia madre ha 82 anni e qualche problema diagnosticato male. Sa che lavoro fa mio fratello, e quello che fa mia sorella. Il mio no, non vuole ricordarlo. Mia madre è ultima di dieci figli. Rimasta orfana di padre a due anni, ha vissuto durante gli anni della guerra presso l'Istituto Divino amore. Io sono l’ultimo figlio, e da un certo periodo in poi mia madre ha sentito il bisogno di innestarmi la sua eredità genetica. Io non la voglio, chiaramente. In passato mi pareva brutto dirglielo, così avevo deciso di salvarla. L'altro giorno le ho chiesto di sforzarsi a ricordare il lavoro che faccio, poiché lo faccio da 11 anni in maniera continuativa. Ci ho provato. Al telefono. Ho perso.
Mia madre ha una voce dolce al telefono, ma in certi giorni diventa dura, in altri ancora comica. Spesso non mi risponde per ripicca.
In questi giorni sono preda del mio passato di adolescente tempestoso, anche per via della questione Simone di Torre Maura. Ho risposto cercando di sdrammatizzare a un tweet sragionato della scrittrice Stancanelli, e ne sono uscito a pezzi. Lessi folgorato un suo libro ambientato a Roma anni fa. Ne scrissi, e Minimum fax pubblicò questa specie di mia recensione sul loro vecchio e che sito. lo consigliai quel libro, stressando gli amici.
A causa del tweet in questione ho discusso in maniera snervante con una persona che è stata tra le più importanti conosciute negli ultimi anni, fino a litigarci, via whatsapp. La mia nervatura si è ingigantita per non essere riuscito a farle capire che quel tweet feriva anche il Simone che era in me, anche mio figlio, e migliaia di famiglie che vivono un po’ spaesate e un po’ con struggente normalità nei quartiere peroferici di Roma Tra l’altro, lei sa quanto mi sono speso per diffondere Piccoli maestri nel mio quartiere. Tutto questo, sempre usando lo smartphone per comunicare con questa persona per me importante. Niente, la mia gentilezza l'aveva frullata insieme ai soliti troll.
Cosa c’entra con mia madre? ah, ora provo a spiegartelo. Il non riconoscimento della persona che sono diventato da parte di mia madre comincia a pesarmi, ora che non posso e non voglio più salvarla. Lo stesso vale per il sentirmi non valorizzato al lavoro, ma qui la responsabilità è anche mia, come dice un mio amico: resta un mistero che non hai ancora un incarico dirigenziale. (li ho rifiutati alcuni, altri me li hanno sottratti all'ultimo minuto...).
Poi c’è la questione velleità che strangola la realtà. Da qualche anno ho un desiderio scemo di aderire a certi ambienti intellettuali, scrittori di narrativa, soprattutto. Ne ho bazzicato un po’ negli ultimi anni. E portavo dentro quelle presentazioni, o in quei locali dove consumavamo vino e bla bla bla, insomma, trascinavo appresso una persona che non sentivo simile a me, che non riusciva a far ridere, e non riusciva ad andare fino in fondo durante una discussione: un uomo di mezze velleità. Avevo paura, ero come il ragazzino che sono stato. A 49 anni, forse è troppo. Mea culpa, e tirram' innanz'.
In auto mio figlio stamani mi fa: non ti devi sentire secondo a certi scrittori, devi insistere, scrivi, scrivi meglio. A quel punto volevo piangere, per come proteggiamo troppo i figli e i Simone vari, poiché nel frattempo loro si spaventano per le nostre debolezze social, e ci dicono: non ti sopporto quando ti fai schiacciare dal peso degli scrittori, sono persone come te. Pure a me succede quando incontro dei rapper che adoro, ma sto migliorando. Così ha chiuso il discorso mio figlio, prima di entrare a scuola. Così chiudo questo pezzo uscito fuori senza paura di sembrare scemo. E pure scritto sempre da uno smartphone, durante la pausa caffè. No, non ci siamo ancora. Riprendi il telefono e magari fissa un incontro per chiarire. Oppure lascia cadere le nevrosi altrui dove piu gli aggrada: salvati tu. Ma soprattutto cerca di scrivere meglio: tutti i giorni una paginetta, come diceva Francesco Piccolo.


Ercole al bivio, Annibale Carracci

domenica 26 agosto 2018

prove tecniche d'autunno


         Devo dimettermi, da me. In Italia non si dimette mai nessuno, ma io lo farò. Vorrei dimettermi dall’uomo che sono stato negli ultimi dieci anni. O almeno da quell’uomo che ha creduto di essere speciale. Spiego meglio. Ho fatto tante cose in questi anni, anni intensi in cui i miei capelli sono diventati brizzolati, ma volevo partire dalle parole, quelle che  hanno disegnato scene del mio mondo e sono arrivate agli occhi degli altri, che spulciavano nel mio blog. Niente, voglio ripartire dalle parole e dall’effetto che fanno verso gli altri (su di te). Ecco, questo è il punto, gli altri: io ho un bisogno infantile d’amore, lo so. Allora cercherò di dare un significato approfondito alle dimissioni annunciate all’inizio. Provo a dimettermi dal poppante che sono stato, e che in questi dieci anni ha preso le sembianze di uno scribacchino lirico, a tratti ironico, ma pur sempre tendente alla lagna pre-poppata. Forse il punto è un altro ancora: ho saputo scrivere di me, senza spocchia, con umiltà e ora sono sfiancato da tanto sforzo vano: perché non mi segue più nessuno, cazzo? Così va meglio, non ho bisogno di contradditorio io, ne produco dieci al minuto. Oggi voglio liberarmi di piccole verità e dare il ciuccio all'uccellino.
   Stanotte mi sono ricercato su google e ho capito che in questi anni avevo davvero bisogno d’attenzione. Di un amore diverso da quello che ricevi dalla tua famiglia o dagli amici, da tua moglie. Insomma, cercavo amore ma scrivevo che ne avevo già vissuto abbastanza nell’infanzia dorata, nell’adolescenza inquieta o nella giovinezza sfrontata e poetica: cazzate! Fingevo, come fa un bimbo insaziabile davanti ai seni rinsecchiti da lui medesimo. Poi, quando qualcuno coglieva sfumature di talento qua e là nelle vagonate di cose che scrivevo, allora mi ritiravo come una lumaca intimidita da una fogliolina che cade. Fingevo ancora di più, di non essere all’altezza, ma invece nella brace, tra i polmoni e il cuore , lasciavo bruciacchiare ogni residua modestia: sulla tastiera battevo i miei limiti, ma sulla faccia nascosta ingrossavo i miei desideri. Certe volte, dopo commenti positivi ma disinteressati che comparivano sotto i miei incessanti post, quelli che non provenivano da conoscenti, mi pavoneggiavo e pensavo al mio futuro di scrittore in camicia bianca sempre pronto a brindare con vino bianco da intenditore, nei bar del Pigneto al tramonto: cazzate! Intanto che fingevo questa condizione ridicola e lussuriosa, in casa, intorno a me,  trasmettevo finzione a reti unificate. Facevo l’ipocrita mettendo like ruffiani ma poi cercavo di bilanciarli spudoratamente con altri tweet autoironici, come se la derisione in differita facesse scomparire il mio gesto ruffiano e opportunista: volevo farmi notare come persona unica, come tutti. Anzi, a me non bastava che provenissero da centinaia e centinaia di persone nuove che non avevo mai visto, no, io volevo sollecitare i like della scrittrice, della regista, dei giornalisti che piacevano a me, solo a me. Velleitario, mi caricavo di quelle energie scintillanti leggendo quei commenti, like, retweet estorti con lunghe e sottili strategie social: facevo il simpatico. Intanto gli amici coi loro calici di vino del sabato sera, vini pregiati da supermercato, sparivano lentamente, come in un film di Muccino, ma al contrario. I figli, docili ma espertissimi di cose social, mi contraccambiavano con la stessa solitudine: arrancavo con loro, cercando lo stesso di rimanere un esempio, leggendogli i libri prima di dormire, ma intanto con le mie nevrosi brillanti gli stavo comunicando solo il mio fallimento a piccole dosi, come l’acqua fresca omeopatica: cercavo di risolvere il dramma con piccole scene drammatiche. Questo fino a ieri, l’altroieri per chi legge oggi. Ora, alla fine di questo periodo, cosa avevo intenzione di scrivere se non che ho esaurito le scorte di parole e se non mi metto a studiare (sul serio, cazzo!) da qui a un mese esplodo insieme a tutte le parole che non ho scritto ancora.

   Uno scrittore su Twitter definisce le prossime uscite editoriali immature, poiché trattano il tema genitori-figli in chiave di conflitto irrisolto. Fa sorridere, ma cos’altro stiamo a fare sui social, nelle nostre case, nei bar, davanti alle nostre scivanie Ikea? Non cerchiamo di dissimulare la nostra tenera incapacità di fare il passo avanti che ci emanciperebbe da questa bella vita sospesa, adolescenziale e gravida di ogni possibile destino? E che ci permette di cazzeggiare a quarant'anni come non si era mai visto fare nelle epoche precedenti. Almeno cazzeggiamo con stile, senza invidie, ipocrisie, conflitti d’interessi: amiamoci di più, cazzo. Non ci somigliamo un po' tutti nelle nostre nevrosi sporche di umanissimo snobismo?

            Pezzetti di racconti estivi

   Entrati nella Valle dei Templi, avevamo gli occhi spalancati al massimo per far entrare tutto quel mondo invecchiato benissimo. Davanti al Tempio della Concordia tutto rosaceo, siamo rimasti in sospeso anchr noi come colonne doriche. Mio figlio piccolo era tutto rosso di tramonto e scattava foto, e girava intorno alle colonne e le osservava come si osservano certi giocattoli sacri dell’infanzia: un posto dove l’atmosfera è fatta d'aria propria, che già in biglietteria scompare. Mio figlio inciampava, saltava e rideva per tutta la curiosità che respirava. Per quanto mi riguarda da lì a poco, dopo lo stupore di stupirmi a osservare l’anima in trasparenza di mio figlio, e il vedere mia moglie diventare più bella con quei riflessi rosacei, mi sono ritrovato nel parcheggio tra gli ulivi senza le chiavi della macchina. Mi metto a piagnucolare, poco prima avevo lasciato per una mezz’oretta lo zaino incustodito su un muretto a secco: ecco, si sono prese le chiavi, ripetevo al buio tra gli ulivi e circondato da minacciosi latrati. No, scemo che sono, la macchina è lì, coi suoi 220000 mila km in corpo. Mi avvio verso mio figlio e mia moglie con fare da disperato. Mia moglie, insieme al custode del museo mi ripetono come due infermieri di calmarmi e controllare nelle borse. Niente, non ci sono le chiavi. Sono le ventitré, stanno uscendo tutti attraverso i viali illuminati con luce fioca dei Templi, lo spettacolo teatrale in siciliano sta finendo, ci siamo io e mio figlio con le torce dei cellulari fiondate su quei viali che abbiamo percorso poco prima felici e stupiti di meraviglia greca. Montiamo sopra un taxi elettrico, con la complicità di un vigilantes originario del Piemonte: ma che ci fa qui? mi chiedo, tra una boccata d’ansia e un pianto strozzato. Anche nei momenti peggiori me ne sto lì a scervellarmi del perché uno stia lì, in quel momento, davanti a me, invece di stare in un altro posto: mi fisso con le scelte che fanno le persone, lo faccio da sempre. Insomma, entro nel bar dove eravamo stati poco prima e il barista alla mia domanda “avete trovato un mazzo...” mi mozza la frase rispondendo: ma la capa dove ce l’hai? ecco, la capa ce l’ho impegnata a pensare le scelte cruciali che fanno gli altri, con tutti i sentimenti che ne conseguono. A questo punto abbraccio mio figlio, e me lo tengo abbracciato lungo tutto il viale, mentre mi preparo a ricevere il giusto cazziatone da mia moglie. Poi ci ho parlato col vigilantes, facendogli una specie di intervista come non facevo da anni: un tempo gli amici mi chiamavano Marzullo. Del vigilantes ormai so il perché della sua scelta di vivere ad Agrigento, ma quello che non so ancora me lo sono immaginato dopo in macchina. Ma del perché proprio lui fosse lì, in quel minuto che io perdevo le chiavi e lui, gentilmente, con l’accento nordico, mi rassicura e aiuta come un angelo terapeuta con la faccia d’attore di film alla Banfi, ecco, questo non lo so ancora e per saperlo  forse devo scrivere e scrivere fino alla fine. Perché stavo lì davanti a lui, in quella notte di luna tagliata a metà che si stagliava sulle colonne d'Ercole?

   Al rientro in auto sfiorando paesi con nomi montalbaniani, continuavo a pensare al perché fossi lì, e non a San Vito Lo Capo come tutti gli altri, in questa estate 2018. Lo sapevo in realtà: perché dovevo risarcire il figlio grande per la mia disattenzione di questi ultimi anni di scrittura e paura: dovevo restituirgli un desiderio. Per farlo abbiamo preso una casa sgarruppata, sul mare però, a Scoglitti, terra di seconde case di contadini arricchiti sfruttando, oltre che la biotecnologia, anche tanti immigrati affamati di stabilità. I nostri vicini di cortile avevano una età media di settant’anni, claudicanti come noi, seppure noi solo d’animo per un inverno pesantissimo alle spalle. Quel mare increspato di schiuma che alla lunga ci ha stufato e, grazie a questo nostro stufarci per tempo, ci ha permesso di vedere paesi dell’entroterra che solitamente mi fanno pensare: chissà come vivono d’inverno queste persone. Passeggiando per Ibla mi è salito un sentimento folle di volerci vivere almeno un mese dentro quelle casette barocche di ringhiere e di misteri, magari a gennaio, quando ci restano a vivere in tremila, come mi aveva detto con un certo sollievo il barista poco prima che mi uscisse dalla bocca questo desiderio. I figli davanti a certe frasi mi danno retta e rilanciano ipotesi di vita diverse dalla nostra: si affacciano con me su balconi di fantasie. Questo filo, questa follia, mi unisce a loro, oltre che per un convinto disprezzo per Salvini e il suo bullismo oramai imperante anche nei bar. Mia moglie ci osserva arresa, ma rincara la dose contro Di Maio, a cui dedica un “scappiamocene a vivere in Spagna”. Ci siamo divisi per bene anche le idiosincrasie, in famiglia.

   Interno, mercato del pesce di Scoglitti. Stiamo davanti alla banchina delle barche zuppe di pesce, accanto a un faro: di fronte un bar e due strade che scendono parallele. Compriamo una cassetta di polpi di scoglio, pescati un’ora prima. Paghiamo e scoppia il temporale. Ai lati, e poi anche al centro, di questa enorme zattera di cemento pieno di pesce appena pescato e con persone bramose di comprarlo, scorrono fiumi d’acqua. I tombini saltano, siamo tutti intrappolati. Comincio a fissare la Razza gigantesca e il suo sguardo pacifico, poi passo in rassegna le facce preoccupate dei pescivendoli con le loro scope inadeguate per deviare l’acqua. Il mare intorno è placido, nero. Un coglione parcheggia con un Suv gigantesco davanti all’ingresso creando una deviazione d’acqua verso la zattera-mercato: i pescivendoli pescatori urlano in siciliano stretto maledizioni che gli fanno prontamente inserire la retromarcia. Un’acquirente vogliosa di pesce fresco come noi è preoccupata per i suoi genitori bloccati in auto, a cinque metri da lei, ma che non si vedono per la pioggia e in parte anche per il Suv di prima. Mia moglie cerca di consolarla, io continuo a circumnavigare la zattera di cemento e noto che solo alcuni metri quadri sono rimasti non allagati d’acqua sporca piovana. Trattengo l'ansia pensando alla sfiga poetica dei Malavoglia, ma mi sale una voglia assurda di cannoli siciliani con la ricotta messa dietro le quinte dei bar.
 La nostra macchina è semisommersa, fino all’altezza del marciapiede, così, quando decidiamo di sfidare i torrenti di fango per andare a casa, dove era rimasto il figlio a leggere Giamburrasca, ci paralizziamo di paura e aspettiamo. Poi i neuroni genitoriali ci spingono a partire, ma ci ritroviamo ancora fermi sul lungomare allagato: è diesel, si rovina, impreco da genitore che deve poi ricomprarsi l’auto. Riusciamo a sentire il figlio, aveva come spesso accade il cellulare silenziato, dice di stare in casa: è salvo, urliamo dentro, ma senza sfiorare il ridicolo di dirlo ad alta voce. Chiediamo indicazioni per strade secondarie e dopo dieci minuti ci ritroviamo sull’uscio di casa con una busta di polpi e con degli occhi a fanale sul figlio: sei vivo, stavolta quasi scappa fuori il suono ridicolo di due comici spaventati genitori.
   I polpi erano buoni, mangiati col limone, come aveva suggerito Camilleri ai suoi paesani quando è tornato a trovarli dopo anni di esilio romano.
Mio figlio aveva divorato Giamburrasca e le sue avventure, invece delle nostre rideva senza appassionarsi più di tanto. Allora ci riproverò, scrivendogliele meglio domani.

sabato 28 luglio 2018

vorrei pensare alla felicità anche se so qual è la verità

   

     Tutti i giorni mi sveglio con due illusioni sul comodino, mi aspettano come due gatte guardinghe, belle. La domenica faccio finta di non vederle, scendo giù, preparo il caffè, controllo le notifiche, e mi bevo l’intera caffettiera. Aspetto che si alzi J., poi E., poi comincia la tensione per l’ultimo risveglio. Come starà oggi? Allora annaffio le piante, leggo qualche pagina di libro rimasto a metà, sfoglio quotidiani e supplementi impilati accanto allo stereo, che intanto fa uscire canzoni selezionate dal mio youtube: Nick Cave, Brunori, Lucio Dalla, Rancore...
Poi si alza il sole, dentro fa meno caldo, ma l’aria è malaticcia come quel sole nero che staziona sopra il parcheggio semideserto. Vado giù, parlo usando parole il più possibile leggere, selezionate dalla parte migliore del mio cervello. Faccio in modo che sfiorino la sua mente: che vedo agitata e scura già a quest’ora del mattino. Faccio il possibile, mi ripeto tutto il giorno, faccio il possibile per creare un clima di equilibrio e speranza in questa casa. Sfido le tare famigliari, gli stipendi magri, gli umori dell’Italia in questi mesi, il caldo che soffoca ogni vostro desiderio.
Così mi ritrovo a essere fortissimo, a organizzare campeggiate dei ragazzi all’Ecofest, una vacanza in Sicilia, l’uscita in piscina di oggi. Poi uno sguardo torvo, due messaggi pessimistici, disperati nel tono, e la tempesta, quella di cui scriveva la Ginzburg per tentare di tranquillizzare i genitori di adolescenti; subito dopo che è passata, sento di essere asciutto di ogni energia. Sento pure l'irrequietezza salire dalle cosce, e allora faccio le scale due alla volta e vado dalle illusioni: non ci sono più, stanche anche loro degli scarsi risultati ottenuti si sono lanciate dalla finestra.  Sì, forse è inutile stare mesi e mesi aggrappati all’idea di cambiare i pensieri degli altri. Se non sei un professionista, dicevano gli Afterhours, non puoi giocare col dolore delle persone. Ma io sono il padre! Ho digerito delusioni, rifiuti, eppure non mi sono disperato e nemmeno intristito. Quel fuoco che spinge a voler salvare qualcuno, in dei giorni semplicemente te stesso, e che riesce a spegnere ogni fallimento o tormento e ti lascia uno spazio enorme da colmare attraverso vuoti e vuoti di sofferenza luminosa. Una lotta da matti contro la propria storia. Questa è la strisciante brutta verità. Questo sangue malato degli antenati da contagiare con sangue fresco di queste giornate strambe, mai viste così nitidamente prima d’ora.
  Mi stendo sul divano, stavolta c’è musica di radio sonica che riempie il soggiorno, sullo sfondo Rainews24 con volume silenziato, e in alto il ventilatore che imperterrito tenta di raffreddare tutto. Ho voglia di dormire. Di pensare corpi e luoghi accoglienti, ma non crollo, infatti mi rialzo e chiamo il figlio per il pranzo. Un panino e la pizza, era per il pranzo in piscina ma ci ritroviamo su questa solita tavola ikea per la sua rinuncia, che sposa la mia paura di lasciarlo da solo. Sono carico, così inizio a parlare con voce tremolante, tendente al duro, ma un duro che somiglia a una debolezza trascinata dai lontani anni disastrati della mia adolescenza, mai dimenticati. Da dimenticare con determinazione, oggi. Per rinascere col muso duro, spietato: così mi metto a scacciare la vecchia faccia implorante di mia madre, i remoti farfugliamenti in dialetto di mio padre, i soliti sussurri di mia sorella e gli eterni silenzi di mio fratello. Andatevene, vi prego, ché oggi ho da fare una cosa importante: bruciare ogni mia lagna residua.

  Sono allo stremo della pazienza, sento il peso della lentezza dei cambiamenti. Il mio ritmo, la mia presunta ciclotomia ne soffre, ma insisto, così gli faccio un discorso che sa di don Milani, e sa pure della mia storia scorticata come muri impregnati da quei silenzi che vivevo a casa dei miei.
Urla Giuseppe, fatti sentire. Sussurra la vocina stronza rimasta nel cofano della mia mente in questi anni strani di troppo amore, di puzza di cose fatte a metà, del suo inutile orgoglio di oggi che non serve proprio a niente. Quella vocina cattiva che sa farmi vedere le cose buone da fare.
 Così scrivo per scacciare la morte sotto il tappeto, e quella sua puzza d’agguato che scolorisce i nostri giorni brevi. Sognavo amici illuminati, poeti di fatto, sensibili e operosi quanto un carico di api che sciamano per la Regina. Ah, tempesta che aspetta un segnale, uno sguardo che sciolga ogni dubbio, ogni colpa residua di un tempo che sfuma e abbaia gloria mai avuta. Notte che s’ingolfa di ricordi sbiaditi e lontanissimi come pianti di bambini davanti a gonne a fiori sopra le ginocchia con quel loro vischioso sapore misterioso di naftalina.
Ora dormo, mi fermo, e aspetto quella pagina bianca, candida, così piena di peccati mai praticati nemmeno nel pomeriggio.  
 
  In un pomeriggio afoso pieno di promesse arriva il crollo. Lui accovacciato contro il muro, io che gli rimango accanto, al piano di sotto E. e J. preoccupati. Tutti e quattro soli di spavento. Un filo di nylon ci lega e strangola, e a soffocare oggi sono io. Scappiamo al pronto soccorso, in auto penso a quanto debba essere brutto l’ultimo viaggio di uno che ha due figli che lo aspettano a casa per cena. Invece rieccomi sul tavolo ikea a scrivere di un risveglio splendente, fatto di discorsi progressisti, umani, contro i salviniani che ci circondano: ci avessero ascoltati dall’alto, un premio Pulitzer all’intera famiglia ce l’avrebbero dato eccome. Stamattina dal pescivendolo ho affrontato un novax con stile, dicendogliene quattro, ma ragionevolmente: sono migliorato, non urlo più e tiro fuori meglio le mie opinioni, i miei sentimenti. Ieri al pronto soccorso stavo tra un nigeriano preso a bottigliate nella jungla di San Basilio e un tipo caduto dallo scooter. Il nigeriano aveva ferite mostruose, una faccia sofferente, e un tono di voce dolcissimo mentre mi raccontava le sue peripezie. Nell’attesa il tipo dello scooter faceva casino, reclamava l’antidolorifico e cure come un mammone, mentre il ragazzo nigeriano dormiva coperto da un lenzuolo di pensieri e cure istituzionali. Io che avevo avuto un malore da stress emotivo, con dolori al torace, aspettavo le analisi e radiografie che mi dichiarassero salvo. In mezzo a loro mi sentivo forte e fortunato, e con ancora anni e anni per svolgere al meglio il ruolo di padre, di uomo mite con un fuoco nel torace che cerca pace.
Mi sentivo a disagio in mezzo a quello stanzone di infarti, morti imminenti, punture d’insetto, eppure mi sentivo accudito, rispettato da persone un po’ nevrotiche ma così umane di competenza e pazienza.
Al rientro avevo dieci gocce di Tranquillirt in circolo che mi facevano scandire meglio le mie bellissime parole sensate: avevo la voglia di fare discorsi importanti, scanzonati e belli da far ascoltare agli altri. Spero che mia moglie e R. ne abbiano goduto ieri sera durante il rientro in auto. Ah, io voglio vivere così: parlare, scrivere, vivere e poi schiattare felice all’improvviso, se è possibile in un giorno di pioggia fitta fitta.
Poi arriva un altro mattino pieno di caldo e ti vediamo uscire con la camicia verso il tuo primo impegno di lavoro. Neanche ci emozioniamo tanto è lo stupore di vederti uscire velocemente dal cancelletto mentre il gatto coi suoi occhi arancioni segue i tuoi passi che somigliano sempre meno ai miei.
Poi arriva oggi, in cui con fare riflessivo riconosci che quel “lavoretto”, di vendite di macchine del caffè e materassi spaziali, era un bluff e, come scrivi in un messaggio a tua madre: sfruttano i ragazzini per non farsi dire di no agli appuntamenti, e io non voglio realizzarmi nella vita con queste cose. In questi giorni l’ho lasciato vivere questa esperienza senza intromettermi: il suo talento, e il suo tormento, lo hanno fatto desistere e ridere di queste persone che stressano altre persone per vendergli cose di cui non hanno bisogno.
Di cosa hai bisogno tu, figlio, ragazzo che mi dichiari una resa con queste parole “vorrei pensare alla felicità anche se so qual è la verità”.



ps
ti ho lasciato insieme ai tuoi amici al capolinea di Saxa Rubra, state andando a campeggiare a Caprarola dove stasera ci sarà il vostro Rancore, a me resta un amaro buonumore.
Buon viaggio!


lunedì 2 luglio 2018

Il ritorno

 Stanotte parlavi chiuso nel bagno con un tono sussurrante, implorante, amaro di incomprensioni subite, di sbandamenti non accolti; forse parlavi con uno dei tuoi amici che non frequenti più. Forse ti hanno chiamato per darti gli auguri. Un po’ me lo auguro, anche se ero intontito dal sonno e a tratti, per il sacro rispetto della privacy, mi tappavo le orecchie. Diresti, lo scrivi sul blog e ora fai la morale? Aspetta, scrivo soprattutto di me, anche rischiando di coprire la sua storia. In realtà il nostro rapporto ha tante di quelle variabili adolescenziali, di mie preoccupazioni trattenute, oppure slanci che potrebbero finire in qualche poesia postuma di Carver. Se ti va fai che questo racconto diventi una scorticata pittura rupestre da contemplare mentre fuori imperversano battaglie e amori.
Una persona che ha letto la scorso episodio sul blog, mi fa: ma i tuoi figli non s’infuriano per le cose che scrivi? No, ché non lo sanno e io non so fino in fondo perché mi ostini a questo lacrimoso esercizio esibizionista. Appena finite di leggere questo post chiamatemi che ci facciamo risate su risate sulle situazioni comiche che sto vivendo davanti a persone con facce strambe, un po’ alla Battiato e un po’ alla Pippo Baudo, e nel mezzo le mie chiacchiere con signore dalle collane lussuriose e buste della Crai portate alla maniera di quelle di Fendi.

 Stiamo in una città che ha fatto del suo meglio per diventare brutta, e quella colonna sconsolata e dorica mi ha schiantato i polmoni: era lì a trenta gradi, sparuta tra erbacce e palme, e si lasciava bullizzare dalle svettanti ciminiere Eni.
Eppure tu valorizzi l’umanità di questa città: buona 'sta pizza, qui so’ curiosi, me pare quel quartiere di Roma, o Formia. Io ci vivrei, dici al culmine della tua contentezza di aver frequentato per qualche giorno una persona con cui parli, ridi, come non facevi da mesi.

Ti hanno appena chiamato dall’istituto paritario, ti hanno fatto delle domande e convocato per un colloquio. Mentre ascoltavo le tue risposte educate scrivevo dallo smartphone mentre la persona importante di prima ti fissava gli occhi mentre rispondevi sereno alla segretaria della scuola.

 Potrei andare a fare un bagno, il cortisone è smaltito ormai, oppure mettermi in mezzo ai vecchi in piazza a leggere il giornale e intanto origliare, come ho fatto ieri, parole che danzano ora dolcissime ora spietate tra quelle facce rugose e oscene: favolose. Poi ho scelto i vecchi, anche se il barista, quando ha capito che venivo da Roma mi fa: ah sorcino!
 In questo vicolo fresco di cornetto alla crema e canzoni in cuffia mi dedico alla migliore cosa che so fare, e in questo periodo della mia storia non è di certo montare una zanzariera o mettere zizzania in terrazza.



  Stai irrigando su questa terra grigia malata delle tre un’intera stagione d’amore per te.
Io ti stringo, ti scrivo e lascio scorrere questa desertica piana fertile che fu. Ora vacche sperse e ruderi di sole facciate di pietra, poi trivella, tubi, sporco di progresso egoista. Mattei volteggia con la sua aspirazione bambina petrolio, noi seduti uno accanto all’altro cullati da musiche che non sanno più di plastica.
Eccoci visti dall'alto di una superstrada, con la tua morbida testa sopra la mia spalla umida che ti sostiene e fa appoggiare sentimenti nuovi per i tuoi occhi.
Elefante di Catania, ti prego, asciuga questo pomeriggio.

Continua...

sabato 30 giugno 2018

Figlio contento

   Stiamo nel b&b uno accanto all'altro. Tu ascolti musica, io provo a usare i social per bilanciare nel mio piccolo (invano, sia chiaro) la follia collettiva che sta incattivendo mezza Italia: l’odio esasperato, ottuso, per i migranti.
Stamani sono stato a vedere le mura greche. Dopo che ho percorso un tratto di sentiero mi è salita l’antica fobia per i cani. Nel sito c’ero solo io, così mi sono fatto coraggio e ho chiesto, dichiarando la mia fobia, al custode di garantirmi che non ci fossero cani in giro. Lui lo fa, ma i miei occhi supplicavano altro: capisce, e mi accompagna lungo tutto il perimetro di Capo Soprano. Chiacchiero con lui di Magna Grecia e della Madonna Delle Grazie, e alla fine ci salutiamo senza che nessuno dei due avesse imbarazzo delle proprie fragilità. Ecco, vorrei che la mia vita prendesse questa direzione. Non farsi paralizzare dal presente pressante, e abbandonarsi agli occhi degli altri, alle loro infinite e sconosciute sensibilità. Le differenze tra le persone spesso sono dovute ad agenti superficiali o passaparola velenosi, noi, umani scorticati di storia e paure, dobbiamo fare lo sforzo di capire chi abbiamo davanti, non necessariamente amarlo ma accogliere almeno le sue parole.


Pranziamo in una tavola calda fresca piena di piatti gustosi. Poi cominci a srotolare fuori tutto il benessere di questa breve vacanza. Parli di sport, di persone, di mamma e di luoghi come non avevi mai fatto prima. E hai gli occhi scintillanti che insieme alle mani mi disegnano scenari fantastici. Come ho detto a Daniela al telefono poco prima, voglio godermi questa tua rinascita senza troppa ansia.
Mentre prendo il caffè al bar, passa un video di Ultimo, e tu dici che è stato proprio bravo a emergere da San Basilio. Intanto, ci incamminiamo e cominciamo a parlare di tuo fratello, e dici che è bravo a fare beat, conosce le note e ha talento. Ti ascolto trattenendo l’emozione e le parole che stavano fecondando, voglio soprattutto ascoltarti: sentire quello che sale lentamente dai tuoi abissi. Non voglio illudermi che sia finito quel tuo malessere che esplode all’improvviso, però vorrei fare un passo di lato e vederti nei prossimi mesi camminare deciso e sereno.
Anche il sangue scuro delle nostre famiglie, come scrive coraggiosamente Simone Lenzi, ci condiziona e rompe gli argini della ragionevolezza, tant’è, la nostra resta una lotta contro quei mostri umani dei nostri matti antenati che ci perseguitano da secoli. Mica siamo gli eroi che li sconfiggeranno con una vita appena, macché, ce ne vorranno di generazioni più attrezzate delle nostre per sconfiggerli del tutto. A me oggi basta sentire la tua voce felice che dice: comunque so’ davvero contento, oggi.

Poi ci sdraiamo ad ascoltare Luché che canta un pezzo insieme ad Avitabile. Succede una cosa che mi fa sentire sceneggiato da Virzì. Il testo riguarda noi, parla di quello che ci stiamo dicendo con parole diverse in questi giorni. Racconta quello che sto provando a scrivere da questo mare metà inquinato e meta splendente: che ce la possiamo fare se diamo potere ai nostri occhi, alle nostre storie, alle nostre sensibilità. Tutti, nessun escluso. Vabbè, qualcuno lasciamolo col cerino acceso mentre si fa l'ennesimo stronzo selfie.

Una cuffia tu e una cuffia io, navighiamo su suoni e parole che trasudano malattia e paura, eppure vedi come sta evaporando tutto nell'aria? Figlio, mi riesci a vedere quanto sono contento mentre ti sto cantando?



venerdì 29 giugno 2018

Sicilia scaccia via quest'inverno di paure.

 Scrivo mentre stai dal professore A., scrivo mentre non ci sei, perché mentre ci sei cerco di stare con te. Non riesco più a starti lontano, ché ho paura che resti troppo da solo, e star solo oggi non è più come quando stavi solo l'anno scorso.
In questo pomeriggio luminoso sto davanti a un Campari che mostra la scorza d’arancia come una vela malconcia. Intorno a noi ragazzine viziate sorseggiano coca cola qui nel bar al confine dei Parioli. Forse non sono viziate, poiché non so quasi nulla di queste ragazzine, ma vedo quel loro modo sgraziato di accavallare le gambe, o di chiamare il cameriere, che stavolta mi fanno andare d’accordo col pregiudizio. Quando il bicchiere di Campari era pieno, c’eri anche tu seduto al tavolino che divoravi un tramezzino: sbirciavo mentre fiutavi gli sguardi di quelle ragazzine vocianti di biondo.
Poi sono venuto a prenderti, insieme al libro che non riuscivo a leggere nella mano, e nell’altra stringevo lo smartphone; arrivi tu, apri il portone e mi dici di entrare. Il professore col suo amabile, calmo e roteante modo di parlare mi fa sapere che il percorso termina davanti ai tuoi progressi che gli hai appena raccontato tra questi arazzi e libri, che ci mancheranno un po’. Spiazzato, accenno mugugni, che il professore interroga subito. Ripercorro in un minuto le tue espressioni, le tue parole, da gennaio ad oggi, e ammetto che il professore sa quello che fa, nel congedarti pur restando disponibile dopo l’estate. Così entriamo in auto sorridenti. Metti il Cd di Rancore e  passiamo in rassegna i testi di Rancore, e questa passione filologica spero resti come testamento emotivo nei tuoi racconti futuri.
Eccoci in macchina verso casa, ora la musica col bluetooth fa uscire sentimenti ammazzati dentro un’auto in Florida; mi fai ascoltare quel rapper che dici di avermi fatto già ascoltare l’estate scorsa. L’estate prima della tempesta, quella che sembra un’era di rabbia fa.
Passiamo a prendere mamma, sta lì con le sue buste di soddisfazione equo e solidale e il suo sorriso somiglia sempre di più al tuo sorriso di questi giorni: lo stesso che è in quella foto da bambino su quella bici gialla, anni fa. 2005, o giù di lì, quando è nato tuo fratello.
Vorrei piangere ora, ma io sto piangendo ora, e sto scrivendo come non facevo da secoli.
Intanto studio le mappe siciliane del nostro prossimo viaggio. Quello stretto, quel fuoco, e quella storia sapranno accoglierci come si aspettano i sogni al mattino? Ora spazzare via questo lirismo sdentato e scrivere del mio crollo di oggi. Un chiodo lungo un anno che premeva nella testa, “gli altri” che non sopportavo più, il tuo ennesimo risentimento che ho bloccato all’istante, e poi quella tua insopportabile rabbia esplosiva contro tuo fratello, insomma, tutto quel peso di nuvole nere che c’era oggi Roma.


Maledetto questo tempo di cattiverie esibite come medaglie, fatto di parole povere, concetti assenti, sensibilità soffocate per una rabbia bambina di non avere il macchinone nero, né un lavoro donato, né una fidanzata bionda. È che fa ringhiare anche persone insospettabili contro le facce spaventate dei migranti.

E noi che parliamo così bene quando difendiamo i più deboli, e noi che staremmo sempre su un treno a fantasticare mondi a suon di musica e libri. Ah, Il lamento di Portnoy, che mi sto godendo in questa ciclotomia passeggera che mi fa vedere tutto nero, ma poi leggo e tutto scompare.


Ora stiamo sul pullman uno accanto all’altro. Io scrivo, messaggi a casa, altri sui social, e tu ascolti il nuovo pezzo di Ernia - senti ch’è bella, pa’,e mi presti una cuffietta - e io che ascolto e penso alle tue insicurezze sempre più evidenti eppure sempre più scacciabili. So quanto ho contribuito in questi anni a farle crescere, perché crescevano anche in me. Scusa, scusatemi, in questi mesi ce la sto mettendo tutta a trasmettere energia buona a tutta la famiglia, e sto usando tutte le migliori parole che ho per voi.
A volte cedo, altre rinasco, poi ricado, e poi ancora mi rialzo e soffio dentro alla mia testa una sorta di tisana del pensiero: blocco ogni scatto aggressivo e riparto che sembro Gandhi in un centro commerciale.
Arrivati in questa cittadina spellacchiata e già generosa, poiché ti ha concesso di sfoderare sorrisi e battute in quantità che trabocca una quasi felicità.
Dal letto del b&b scrivo in mutande e registro sullo smartphone questi segnali di disgelo emotivo, e sto benissimo.
(Continua)


domenica 10 giugno 2018

L'esordiente e la coca cola

Due parole, due parole buone per descrivere una sconfitta liberatoria. Sono rimasto due mesi ad aspettare che mi convocassero quelli della casa editrice L’eruttiva, per definire l’uscita del mio libro di racconti. Ero pronto per la collana esordienti. I racconti erano autosufficienti e avevano bisogno solo di un editing finale, così mi disse con un tono flebile Antonio Campanella, editor che mi accolse con una coca cola tenuta come una sigaretta, in un pomeriggio tiepido poco prima dei miei quarantotto anni. Quella sera fu una delle ultime volte che mi incazzai platealmente in casa, dopo un diverbio col figlio grande. Poi uscii, vagai con una paura di rovinare tutto e tutti, e feci un patto con i miei demoni tirando fuori una smorfia di sorriso che si  specchiò dentro una vetrina di un compro oro. Mi sono detto: da oggi faccio l'esordiente, basta capricci, lagne o altri drammi ereditati da una vita sempre in salita, quella vecchia vita spesa perlopiù a compiacere gli altri. Comprai lo spumante e brindammo in piedi: col contratto in una mano e nell’altro il calice, confessai ai ragazzi di queste mie velleità letterarie. Da sempre le avevo strozzate a colpi di vergogna e insicurezza. Il piccolo disse: io lo sapevo già, ho letto un tuo file aperto. Mia moglie era raggiante e il grande mi dava pacche sulle spalle a ritmo di “bella papà”. La famiglia, a cui ho dedicato i miei ultimi anni e a cui ho sottratto squarci di vita intima destinata a creare mondi paralleli, parentesi sofferte in cui cercavo di dare il meglio di me a dispetto del mio frustrante e amato lavoro e della mia storia interrotta a quindici anni: la famiglia che mi cingeva e amava davanti a una tavola apparecchiata. È da quando ho sedici anni che vorrei scrivere un libro. Ingenuo, curioso, caparbio e carico di un’ignoranza linguistica e lessicale insormontabile, attesi fino ai quarant’anni prima di iscrivermi a un corso di scrittura di Antonio Pascale. Da lì in poi gioco a ping-pong con le mie velleità. Frequentando come un imboscato presentazioni di libri, dove spaesato sudavo sotto quelle mie camicie colorate. Poi arrivò la scrittura matta e incessante per il blog, e gli amici sorpresi che mi incoraggiavano, e la scrittrice curiosa che mi sosteneva. E quelli che mi leggevano senza mie sollecitazioni pruriginose, mi gratificavano ancora di più. Poi arrivò Elisa a suggerimi di andare a un incontro pubblico con questi editor della casa editrice L'eruttiva. Ci andai un sabato mattina, e Campanella insieme al suo capo stavano seduti tra gli scaffali nella stessa libreria dove feci il corso di scrittura. Il destino, pensai, il coglione che sono, penso ora. Sì, perché se fossi stato più intelligente quella coca cola a mo’ di sigaretta che teneva Campanella, con quella sua posa stanca, avrebbe dovuto farmi riflettere: cosa significa autosufficiente quando parli di racconti di un esordiente? Campanella me lo disse in un incontro successivo, senza il suo capo, lo stesso che poi disse che Campanella fu radiato, e da quel momento in poi la linea editoriale cambiò. Un po’ dubitai, a dire il vero, dopo l’incontro della coca cola, ma per comprimere il timore della riemersione di antiche paranoie ereditate in famiglia, mi zittii da solo, in macchina, dentro un pomeriggio radioso e appena ventilato che mi accolse all’imbocco del Gra. E bevvi tutto d’un sorso quella aspettativa frizzante. Ci campai una primavera intera, la stessa che vide il figlio grande imbrigliato nella sua adolescenza inquieta. Ecco, L’eruttiva mi diede quel più di vita che sto utilizzando ancora per ascoltare meglio le paure e i desideri di mio figlio. Oggi colgo il mio stato di grazia per ringraziare anche la casa editrice L'eruttiva. Ciao a voi.
Il destino, penso ora, quello che ci facciamo sceneggiare da editor con la coca cola penzolante in mano, è un racconto scritto male senza trama né sospensione: una lineare cazzata che sa di panna e preti vecchi, donne incantate e limonata. Il destino, bah, sempre meglio un mattino fresco con una dolce erezione tra cinguettii e bip-bip dei compattatori che penetrano nella mia finestra.


domenica 27 maggio 2018

Scritto col lavabo in faccia.

Oggi è il compleanno di Jacopo. Ho scritto anche di lui in questo blog. Dal 2011 scrivo qui. È un diario, o un quaderno delle mie velleità aperto, talvolta pure inviato furbescamente, da far leggere alle persone curiose di leggermi? Non lo so. Sicuramente qualcuno l'avrà fatto per piacere.
Ho deciso di rinunciare anch'io a qualche pezzo di me sociale, in cambio di uno scrivere autentico di me privato.
Comincio dal dichiarare che una piccola casa editrice mi ha tenuto per circa due mesi in sospeso per la pubblicazione di alcuni miei racconti. Hanno fatto quasi tutto loro, a parte scrivere quei racconti belli, intensi e frutto di lotte interiori con i miei fantasmi: storia di follie famigliari, e con la paura di non compiere il mio intento di scriverci su delle storie.
Ci sono andato vicino, poi l'editor è andato via e quelli che sono rimasti hanno cambiato linea. Bah. Di fatto l'avevo detto ai figli, e ora come la mettiamo?
Direi di scriverci su una storiella di come si sono comportati con me questi della piccola casa editrice, anche solo racvontando le mail e i due incontri avuti direttamente con loro.
Siete pronti?
Fatemi sapere. Altrimenti cosa la scrivo a fare?

domenica 18 marzo 2018

il mio libro come

 
Mentre sto per scrivere questa cosa qui, alle 5.50 di domenica, mi lascio distrarre dal celestino e dal rosa che stanno dentro alla mia finestra. Mi sono svegliato alle 5.30 insieme a un’ansia scema, e il primo pensiero è stato quello di aver buttato in fretta dentro un tweet un resoconto di Libri Come, troppo ruffianamente onesto. Come se il mondo si aspetti da me un resoconto di Libri Come, prima dell’alba. Io non so perché vado alle fiere-feste del libro. E ogni volta che ci vado poi rimango turbato, e se sto in macchina mi metto a cantare per far uscire dal finestrino quel turbamento. Se sto in metro mi metto a fissare gli altri pensando a come mi vedono loro, che intanto non possono guardarmi ché li sto fissando io.  Stavolta mi ha chiamato Sonia per fortuna, ma per sua sfortuna, ché già era raffreddata, si è dovuta sorbire in anteprima il mio resoconto.

  Accompagnando tra un incontro e l’altro un’amica scrittrice, almeno ho capito perché ha senso per lei venire qui. E’ bastato osservare le tante persone che salutava, da quello che si dicevano, eccetera. È il suo amato mestiere che la spinge a frequentare questi luoghi. Così, pur di non pensarci mi metto a contemplare le tante donne, presunte lettrici fortissime, che si muovono freneticamente, tutte vestite bene, con un’aria di quelle che hanno letto troppo, e che sarebbe ora di godersela un po’ quell’aria stantia che hanno respirato durante il lungo inverno di piedi freddi e libri sul comodino. Poi ci sono gli uomini, che a me sembrano tutti scrittori, me compreso, con quella loro aria sbuffante e che si guardano continuamente le scarpe, o si sistemano le barbe, e forse sperano di essere notati almeno dalle sparute lettrici deboli. Sì, anche dopo questa disamina “alla costume e società”, non ho avuto il coraggio di ammettere cosa ci faccio io qui, tra di loro. Bah!
 Sono stato a Libri Come anche per vedere come leggeva Paolo Nori certe pagine di un suo libro. Mentre lo ascoltavo avevo gli occhi rivolti verso l’enorme vetrata che ci separava dal mondo che provavo a raccontare qualche riga fa. Da lì continuavo a vedere sfilare uomini e donne che si sistemavano le giacche, e alcuni di loro si lasciavano pure intervistare: tutti avevano l’aria di aspettare qualcuno in quel muoversi guardinghi di agitazione benigna. Anch’io mi sarei mosso così, e questa scena forse potrebbe spiegare il mio: che ci faccio qui? Erano loro i pesci nell’acquario oppure lo ero io per loro? Finalmente ha risolto tutto il crescendo della lettura di Paolo Nori che, passando dalla Mastrocola a Chomsky, da Rodari a Vonnegut, passando per Tolstoj è giunto a delle piane parole sull’amore. Avevo già la prima lacrima pronta a scendere sulla terra, quando Paolo Nori anticipandomi ne ha cacciate fuori dagli occhi un po’, cambiando anche il tono della voce. Queste sue belle lacrime che gli sono uscite fuori davanti a tutti noi, alla fine della lettura, forse meritavano un abbraccio, invece noi l’abbiamo solo applaudito. Ecco, in quel preciso istante ho capito perché mi trovassi lì: perché la letteratura arriva dove arrivano solo poche cose. Forse come l’amore, senz’altro anche come il dolore.
 Io sto aspettando le parole da circa trent’anni, per raccontare la storia che fa su e giù dentro di me, ma non riescono a uscire fuori del tutto. Sicuro le parole non le troverò in posti così, dove vengo a fingere di non aver nulla a che fare con quel mondo che si aggiusta le giacche e si osserva le scarpe nei corridoi di Libri come. Forse stanno aspettando anche loro, stiamo tutti aspettando qualcosa o l'amore.
Ecco, Libri Come è stata un’altra fermata, un altro stop, un altro blocco che si aggiunge a tutti gli altri che frenano le mie parole impazienti da millenni.
Allora la novità di questo mio Libri Come sa di lacrime e dopobarba.

venerdì 2 marzo 2018

A scuola non ci vado più

Oggi non ci vado a scuola. No, me ne sto in giro, prendo l’autobus e faccio capolinea-capolinea. Voglio vedere le facce di chi non sta a scuola mentre io dovrei esserci. A me piacciono le facce delle persone sconosciute, a me piace riconoscere quello che pensano. Poi voglio mangiare un cornetto gigante con la panna, al bar Zurich. A scuola i professori sono frettolosi, pensano o alla prossima campanella o a come inchiodarti. Una volta quella di matematica mi ha fatto andare alla cattedra, ma solo per far vedere a tutti che brutti denti avevo: perché tua madre non ti compra l’apparecchio? E giù tutti a ridere. Una volta un’altra mi ha detto che stavo ai piedi di cristo, e forse aveva ragione: mia madre era appena stata dimessa dalla clinica. Un’altra, quella che si faceva portare la carne di prima scelta da un compagno di classe figlio di macellai, mi ha detto all’improvviso: ma tu sei scemo!

Insomma, io di certo non sono un genio, di certo non capisco Pitagora o l’inglese ma quando la maestra ci faceva trascrivere l’Eneide a me piaceva pure. Non ci capivo niente lo stesso, però era quel non capire niente che ti piace e che pensi prima o poi forse lo capirai. Ecco, a parte questi professori un po’ così, io resto sempre ottimista: sogno di diventare fotografo, poeta e pure contadino. Mia madre non chiede mai cosa voglio fare da grande, mentre mio padre mi fa fare già il grande, portandomi al lavoro con lui.
Di fatto stasera quando parlerò coi santi, io parlo coi santi prima di andare a dormire, gli chiederò di aiutarmi a scegliere una scuola fatta apposta per me. Io sono ottimista, e quando non vado a scuola voglio prendere l’autobus e fissare le persone sedute strette strette che guardano il mare come se guardassero il loro vecchio amore. Io non ho ancora un amore, così guardo loro che lo guardono, così imparo come si fa.
Domani forse ci andrò, o forse no, non riesco ancora a decidere. Chi mi aiuta a decidere? Quasi quasi lo chiedo a quella vecchina rugosa che sta sempre con quella busta di pane e mi sorride sempre, una volta mi ha fatto l’occhiolino e mi sono fatto tutto rosso. Domani mi faccio forte e glielo chiedo. Domani voglio imparare come si fa a parlare con gli sconosciuti.
(marzo ‘85)



giovedì 1 febbraio 2018

i figli dell'illusione (breve storia di una crisi)

L’altra sera Cristian aveva una fitta sopra lo sterno, aveva paura fosse un infarto imminente. Per un attimo, ma solo un attimo, ha pensato che magari sarebbe una liberazione la sua morte improvvisa. In quell’attimo ha pensato che un trauma servirebbe alla sua famiglia per riprendersi dalla crisi che stavano vivendo in questo periodo: un ingombrante e incerto padre che va via non sarà mica la fine del mondo? Un attimo dopo aver prodotto questo triste e scemo pensiero è sceso di corsa dal letto - il dolore c’era ancora ma meno intenso di un’ora prima - e si è diretto al letto del figlio: scusami se non sono rimasto a cena, ma stavo male. Lo ha abbracciato restando in bilico sulla scala che porta al suo letto a soppalco, in quel momento ha pensato all’assurdità di quel pensiero di morte, e lo ha stretto ancora di più a sé.

La nostra mente ci permette di pensare tutto quello che vogliamo, e non si hanno tabù una volta che stiamo nei nostri letti caldi, e ogni idea ci pare geniale: soprattutto quella che crediamo ci permetti di trovare la chiave a ogni nostro problema col mondo fuori da quel letto comodo. A volte funziona e ci fa vivere meglio la giornata, che c’entra, ma altre volte invece peggiora le cose creando architravi di illusioni e poi, la sera, ritornando in quel letto, ci scoraggiamo e pensiamo al peggio che spinge sullo sterno. Mediare con la testa, fermarsi e non agire di scatto e altri mille filtri che sono raggruppati sotto la voce: intelligenza. Forse questo agire d'istinto senza freni è quello che sta vivendo l’altro figlio di Cristian, arroccato nella sua cameretta a suon di pezzi rap, che sta aspettando che la sua idea geniale transiti da quel letto nero ikea. Lui ha le dolci attenuanti dell'adolescenza, invece il padre che ha?

Cristian ha nella testa quel pensiero stanco che gli sussurra che a breve lascerà anche questo lavoro, così poi arriva il benedetto lavoro della sua vera vocazione, questo pensiero stanco lo sta deprimendo seriamente, togliendogli le energie paterne che servirebbero all'ascolto dei figli. In verità in questo periodo non ha neppure il coraggio di pensare più al lavoro della sua vocazione, nonostante la mattina dopo quel pensiero di morte abbia finito il racconto che doveva inviare al premio letterario, in cui ha aggiunto una frase dove fa intendere che sarebbe felice se li scrivessero i suoi figli i prossimi racconti sulle storie di famiglia. Questa vocazione lo ha stremato d'illusioni, e crede di aver trasmesso al figlio maggiore la speranza che in questo mondo, pensare forte forte una cosa che si desidera, fa si che poi quella arrivi davvero. L’errore di aver sognato troppo davanti a tutti, e oscenamente non ammetterlo mai, ecco quello che non si perdona.
In questi giorni Cristian ha contattato il miglior terapeuta, la preside, il Centro contro le dipendenze da internet ma, pensandoci bene, forse dovrebbe rivolgersi a un ipotetico Centro per il trattamento per sogni forti forti fatti dal letto.
Esiste? se ne avete notizia fatemi sapere, che lo invio al prossimo sogno di Cristian.

foto di Avedon

giovedì 30 novembre 2017

Dopamina, portami via.

Ai concerti dei Diaframma ad un certo punto, quando suonano Gennaio, succede sempre una cosa strana. Ci si mette a ballare, pogare o saltare e, quando si blocca il ritmo incessante nella canzone per fare spazio all’inserto melodico, allora restiamo tutti un po’ spaesati e ci guardiamo uno con l’altro e facciamo smorfie che vanno dal divertito e l'imbarazzato, roteando lo sguardo nella sala semibuia. Ma questo conta poco, in realtà quello che provo io è un senso di appartenenza a un epoca e al sentimento elettrico che sprigiona ancora: precipito coi pensieri dentro ai  miei intensi anni ‘90. Insomma, in quelle pause penso soprattutto a come ci sono arrivato a ballare ancora una volta Gennaio, a quarantasette anni suonati. E mi piace che io sia sopravvissuto bene dopo le tempeste di guai, agli accidenti inevitabili, e di quanto inaspettatamente sia contento di vedere quelli che intorno a me ai concerti hanno quasi tutti facce interessanti, uniche, scavate bene dalle esperienze - a parte quei due capelloni ubriachi e ricci che mi hanno procurato pure una caduta ridicola - e queste sensazioni mi facciano stare bene, almeno per qualche giorno. Il fatto che in tutta questa gioia improvvisa che esibisco in mezzo a sconosciuti, con cui condivido l’ascolto di canzoni mi imbarazzi sempre meno, mi rende forte, come uno scampato a un incendio notturno in un bosco di conifere. Anni fa andavo spesso da solo ai concerti e la timidezza che mi trascinavo dietro mi paralizzava, nonostante conoscessi quasi tutti quelli della mailing-list, parlottavo a malapena solo con tre di loro. Ricordo quando nacque il mio primo figlio, tra i tanti, mi fece gli auguri Max Collini. Oggi sono più saldo ai miei pensieri, alla mia casa, ai miei figli, ai miei silenzi, alle mie paure, alle mie speranze.


Insomma, io dentro a un concerto ci sto bene, e se poi ci sono gli amici, mia moglie, allora sto anche meglio e diventa un’immersione fantastica dove scruto tutte le mie ossessioni, le mie fragilità, le mie gigantesche capacità di amare gli altri anche con tutti i loro adorabili difetti. Ci vedo me che dal lunedì al venerdì lavoro coi bimbi di tre anni insieme a cui mi rotolo a terra per improvvisare animali o streghe. E vedo me che piango per mezz’ora di fila davanti al Trasimeno senza riuscire a confessare quello che mi faceva piangere. E mi vedo anche quando affronto a muso duro il figlio adolescente, per poi pentirmi come un vecchio adolescente: ma a dirla tutta io voglio regredire solo nell’infanzia! Mi vedo mentre guardo mia madre rimpicciolita come una bimba, indifferente al mio sguardo fugace. Mi vedo che faccio ridere a crepapelle amici, e i loro amici. Mi vedo che ascolto la musica mentre dalla finestra osservo il Melograno carico di frutti, e protetto dall’albero c’è l’adolescente (vero) di prima che sistema i suoi ciddì colorati appena masterizzati. Mi vedo mentre guardo Propaganda Live insieme al piccolo e ridiamo e commentiamo, mentre aspetto impaziente le sue domande curiose come carezze.
Si, sto esagerando con questa immersione, in effetti a un concerto faccio altro, lo ammetto. E se faccio digressioni-immersioni è perché provo un piacere strano nello scrivere cosette mie condite di realtà, di sogni, di dolori e di certe cose che vedo ogni giorno e non riesco a trattenere per me. L’altra sera all’uscita dal concerto mi metto a raccontare a un’amica, improvvisa fan, di come Fiumani mi abbia fatto conoscere i libri della Parrella, e di come nel suo libro appena ristampato, Brindando coi demoni, ci siano racconti di una epopea esistenziale che forse nessun altro avrebbe mai avuto il coraggio di raccontare così: una normalità che trasuda di arte e di vita disastrata, di sesso sofferto, di un’anima sensibile, fragilissima, ma mai davvero disperata. Un po’ come la mia storia, ma con meno arte e più figli, e con tanti lavori da cui scappare.
All’uscita dal concerto ho chiacchierato molto, ero esaltato dalla bella serata, e una volta sul vialetto di casa mia moglie mi fa: ma come fai a parlare così tanto? E io gli sorrido e le dico che non camperò mica mille anni, ma appena vedo come si sta corrucciando il suo bel volto, ridendo ancora di più le dico che a me piace raccontare quasi quanto vivere. E ci baciamo, e poi avviamo verso il cancelletto di casa. “Via i cancelli per favore, che non mi servon più”.



P.s.

Ieri col piccolo ci siamo goduti lo spettacolare concerto di Caparezza. Invitatemi ai concerti, non ai pranzi di Natale.

domenica 15 ottobre 2017

cosa mi fa stare bene?

Si doveva andare all’Orto botanico, o al mare, e magari passare anche dalla mostra su Anna Magnani. Poi andare a trovare Marco in clinica. Si doveva assaggiare una tregua, col tempo mite intorno. Negli ultimi vent'anni ho fatto molte cose per dovere, ma in verità alcune anche per piacere tutto mio. Poche, se tiro le somme alle soglie dei quarantotto autunni. Quanto camperò ancora? No, non sto esorcizzando nulla, ché mentre lo scrivo già una ruga si ritrae spaventata. Giunto a questo punto, in questa domenica estiva d’ottobre, seduto sotto al Melograno mi concedo il lusso della sincerità appiccicaticcia. Quella senza  fondamenta, senza controprova: come l’arrogante sensazione di sentirsi migliori al cospetto dell’intero mondo tondo.
Ma tu mi vedi? Ecco, se riesci ad immaginarmi seduto là con l'occhio a palla per lo sforzo, e senti pure la voce di mio figlio che ripete Storia alla madre, e il cagnetto dei vicini che abbaia dietro i vetri e il gatto che ronfa beato in poltrona, ecco, allora sono riuscito a tirarti dentro la mia storia, per cinque minuti.  Almeno quella che sfiora questo monitor. E già così staremmo a metà del dibattito sulla questione giornaliera: come raccontarsi, se proprio ce l’abbia indicato un dottore di farlo, eh. Ma ti va davvero di starmi a leggere? A me di farmi leggere, lo ammetto, mi va almeno quanto di passare un weekend a Parigi a dicembre.
Sono stato una settimana senza frequentare i social, poiché nel frattempo avevo da fare molto coi pensieri che erano andati in subbuglio, e col costato indolenzito e molte altre faccende che non credo opportuno dichiarare qui troppo sinceramente. Esiste l’arte dello sparigliare, esiste un limite dove provare a inventare veramente. Esistiamo io e te, ma niente che possa rappresentarci senza cicatrici vere medicate con garze finte: esaltare il senso, e non il consenso di un momento.

In questi giorni non voglio maledire nessuno né voglio arrabbiarmi col tempo, e nemmeno coi cinquestelle: vorrei soltanto riuscire a tradurre a parole quell’incertezza mal trattenuta da quel sedicenne ieri, poco prima che scrivesse tre righe di sé durante il laboratorio. Appariva tutto rosso, tutto bloccato, tutto come uno stare a sentire i rimbombi dei pensieri e delle voci di parenti e degli amici: un coro di persone disastrate che in un attimo magico magari si mettono a cantare il suo pezzo rap preferito, e lui che con la sua felpa comincia a svolazzare con gli occhi umidi, facendo scendere a coriandoli le cose orrende ricevute nel tempo, e scriverne tutto eccitato. Santo cielo, fa che quelle tre righe diventino l’incipit più azzeccato del suo tempo.