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domenica 15 ottobre 2017

cosa mi fa stare bene?

Si doveva andare all’Orto botanico, o al mare, e magari passare anche dalla mostra su Anna Magnani. Poi andare a trovare Marco in clinica. Si doveva assaggiare una tregua, col tempo mite intorno. Negli ultimi vent'anni ho fatto molte cose per dovere, ma in verità alcune anche per piacere tutto mio. Poche, se tiro le somme alle soglie dei quarantotto autunni. Quanto camperò ancora? No, non sto esorcizzando nulla, ché mentre lo scrivo già una ruga si ritrae spaventata. Giunto a questo punto, in questa domenica estiva d’ottobre, seduto sotto al Melograno mi concedo il lusso della sincerità appiccicaticcia. Quella senza  fondamenta, senza controprova: come l’arrogante sensazione di sentirsi migliori al cospetto dell’intero mondo tondo.
Ma tu mi vedi? Ecco, se riesci ad immaginarmi seduto là con l'occhio a palla per lo sforzo, e senti pure la voce di mio figlio che ripete Storia alla madre, e il cagnetto dei vicini che abbaia dietro i vetri e il gatto che ronfa beato in poltrona, ecco, allora sono riuscito a tirarti dentro la mia storia, per cinque minuti.  Almeno quella che sfiora questo monitor. E già così staremmo a metà del dibattito sulla questione giornaliera: come raccontarsi, se proprio ce l’abbia indicato un dottore di farlo, eh. Ma ti va davvero di starmi a leggere? A me di farmi leggere, lo ammetto, mi va almeno quanto di passare un weekend a Parigi a dicembre.
Sono stato una settimana senza frequentare i social, poiché nel frattempo avevo da fare molto coi pensieri che erano andati in subbuglio, e col costato indolenzito e molte altre faccende che non credo opportuno dichiarare qui troppo sinceramente. Esiste l’arte dello sparigliare, esiste un limite dove provare a inventare veramente. Esistiamo io e te, ma niente che possa rappresentarci senza cicatrici vere medicate con garze finte: esaltare il senso, e non il consenso di un momento.

In questi giorni non voglio maledire nessuno né voglio arrabbiarmi col tempo, e nemmeno coi cinquestelle: vorrei soltanto riuscire a tradurre a parole quell’incertezza mal trattenuta da quel sedicenne ieri, poco prima che scrivesse tre righe di sé durante il laboratorio. Appariva tutto rosso, tutto bloccato, tutto come uno stare a sentire i rimbombi dei pensieri e delle voci di parenti e degli amici: un coro di persone disastrate che in un attimo magico magari si mettono a cantare il suo pezzo rap preferito, e lui che con la sua felpa comincia a svolazzare con gli occhi umidi, facendo scendere a coriandoli le cose orrende ricevute nel tempo, e scriverne tutto eccitato. Santo cielo, fa che quelle tre righe diventino l’incipit più azzeccato del suo tempo.


lunedì 6 febbraio 2017

Tappi di vita (4° episodio)

    Poi all’improvviso, in un luminoso pomeriggio di giugno, mentre me ne stavo a testa in giù concentrato su dei tappi a un incrocio che soccorrevano altri tappi incidentati, mi sale una irrefrenabile non voglia di vomitare. Mi rialzo e comincio a camminare velocemente nella stanza, avanti e indietro. Poi esco sul balcone, rientro. Faccio finta che non stia accadendo a me: è un vuoto di cui non voglio avere nessuna memoria. Così ammacco altri tre o quattro tappi all’incrocio, e me li fisso ancora  più stupito di prima. I tappi delle peroni rendono di più: con la loro leggera puzza danno realismo all’accaduto. Rimango all'incrocio dell’incidente fino a sera. Poi ceno. Melanzane arrostite e bocconcini di bufala. Dopo cena vado a liberare la scena dell’incidente, facendo ritornare a casa i vari tappi coinvolti, tranne due che li trasferisco nel piccolo ospedale. La diagnosi del tappo medico è inequivocabile: tre giorni di degenza, minimo. Cerco di tranquillizzare i parenti tappi, e subito dopo do la buonanotte all’intera cittadella. Esausto, mi sdraio sul divano a guardare Portobello in tivù ma il pappagallo non parla nemmeno stasera, e si ripresenta quel fastidioso senso di nausea che sfonda ogni distrazione che stavo per architettare nella mia mente, costringendomi a rialzarmi di scatto. Mio padre mi guarda di sguincio, mezzo addormentato non si preoccupa più di tanto dei miei movimenti. Mia madre già dorme. Raggiungo mia sorella su e le dico, ma senza parlare e facendo smorfie strane con la bocca contorta: aiutami! Lei ride, convinta di una mia ennesima imitazione. E smettila, scemetto, mi fa. Io allora comincio a togliermi i vestiti e ad ansimare. A questo punto lei mi viene incontro con gli occhi all’ingiù. Passiamo un’oretta sdraiati l’uno accanto all’altra, come in ospedale: mi aiuta a respirare accarezzandomi e raccontandomi fatti buffi vissuti con le sue amiche, anche se riesce a fatica a stare calma pure lei. Quando vede che la mia agitazione aumenta si alza e mi fa: andiamo da zia! I miei dormivano, e mia zia stava a cento metri da casa nostra e senz’altro era ancora sveglia a chiacchierare con le figlie. Le raggiungiamo in condizioni pietose, comiche: attraverso il vicolo con addosso solo gli slip bianchi, stringendo le mani sudate di mia sorella. Intorno a questi due mingherlini c’è solo buio di vicoli e neanche un’anima in giro. Entriamo con tutta l’emergenza del caso: non so cosa c'ha, respira male e trema, fa mia sorella tutta imbarazzata per quell’incursione serale. Mia zia coglie come sempre il nostro disagio e lo trasforma in un pronto aiuto: sedetevi ragazzi, vi preparo una bella camomilla. E si mette a raccontare di come anche la figlia più piccola ogni tanto aveva queste crisi durante l’inverno romano. Le sue figlie annuivano accennando sorrisi discreti su quei volti sereni. Già prima di bere la camomilla calda e dolce ricomincio a parlare, lentamente, tirando fuori parole farfugliate e annuendo contento a ogni sua carezza di parola.
   Al rientro stringo ancora la mano a mia sorella lungo quel vicolo che mi appariva meno scuro, più largo, e non sudavo più ma sentivo l’eco di quelle parole tenere e incoraggianti che ci riaccompagnavano piano a piano a casa.

In psicologia questo episodio può essere ascritto all’emetefobia.




sabato 13 agosto 2016

elogio degli altri


  Ieri sera ho cenato con certi parenti che vedo circa una volta l’anno. Di solito in queste situazioni mi isolo, o bevo, o rido sguaiatamente: di solito non vorrei essere lì. Ieri invece volevo esserci, e non perché ho cambiato idea su di loro né per mancanza d’altro o per un’improvvisa affinità. Forse perché in questi giorni di ferie ci siamo portati appresso troppa tensione poi esplosa in macchina, a tavola, in piazza, e tale da farci rinunciare anche ad andare al mare. Fino a farmi sputare parole sentenziose di cui oggi mi vergogno. Siamo così serenamente una famiglia stramba eppure non abbiamo ancora imparato del tutto a convivere con le storture che ci portiamo appresso dall’infanzia. Qui è tutta aria di famiglia che ci pressa e rende piccolini nelle scelte, nelle parole e nei ricatti ma ieri sera sono riuscito a superarmi e dare il meglio di me: ascoltare ancora di più gli altri, praticare con grazia l’autoironia, e rafforzare l’ironia dei loro racconti. Loro parlavano di Cina o Ungheria e io di Anagnina e mia zia, eppure, ascoltare e poi far rimbalzare i racconti su quel prato ben annaffiato è stato così umano. Sì, lo ammetto: gli altri mi hanno salvato. E vale per tutti gli altri con cui ho condiviso racconti, risate e dolori. Prima degli altri ero introverso e presuntuoso: un groviglio sensibile di fumosi pensieri grandiosi.

Risultati immagini per la prima verità simona vinciHo finito di leggere La prima verità di Simona Vinci. 
Un libro che contiene tante storie legate dal filo nero della diversità internata, maltrattata e abbandonata su un’isola greca o sui marciapiedi di Budrio. Nel libro c’è una parte in cui la voce narrante racconta del rischio corso di cadere nell’isolamento mentale, di perdersi. La mia storia è ancora segnata da tale spavento: mi rivedo chiuso nella cameretta con la scritta sulla parete SIETE TUTTI STRONZI, fatta con la bomboletta. E tutto stava per esplodere, e tutto stava finendo già a quindici anni. Me la ricordo quell’ombra che si lanciava sugli scogli in una notte di novembre. Ora quell’ombra addirittura mi ripara a volte, e mi sconvolge in altre ancora, ma soprattutto oramai mi guida e spinge a frequentare gli altri, ad amarli fino alla devozione, a scappare dalle paranoie e dai silenzi quasi più lunghi dei pomeriggi afosi e massacranti di luce d’agosto. 
Simona Vinci ha scritto questo libro che è una benedizione per quelli come me che hanno sfiorato questo isolamento e che oggi se la ridono nel fa ridere gli altri in cene estive inimmaginabili d’inverno, o tempo fa.
   In questi giorni ho inviato messaggi a persone speciali – a certi altri che sono ancora più altri di alcuni – invitandoli a raggiungerci al mare disegnandogli a parole momenti di assoluta meraviglia, per conquistarli e trattenerli da me: loro sono occhi e braccia che valgono più di mille paesaggi tropicali. Nella mia testa ronzavano tour culturali e gastronomici da riservare a questi ospiti-soccoritori. So che poi gli avrei inflitto anche un po’ della mia ansia, e di quel misto di sottomissione e dedizione che caratterizza, e caratterizzerà sempre, il mio eccitante ospitare.




sabato 6 febbraio 2016

Due ciambelle

    
   Edoardo arriva di corsa fino alla riva poi frena, col piede sinistro sfiora l’acqua, barcolla per due secondi e si volta per guardare la madre. Un attimo dopo arriva pure il fratello piccolo, ma non riesce a frenare: si ritrovano entrambi in acqua. Urlano per metà divertiti, e per l’altra metà preoccupati per l’imminente ramanzina della madre. Non sono ancora in costume. Non arriva nessuna ramanzina. I genitori sono già coi culi affossati nella sabbia, a un paio di metri uno dall’altro. Giocano con la sabbia. Lui scava rimanendo sempre allo stesso livello di profondità, lei invece se la lascia passare tra le dita lentamente, osservandola mentre scende. Da lontano si somigliano, e se non fosse per il seno di lei e il costume attillato di lui, potrebbero fondersi in un'unica figura. Ci sono pochi ombrelloni aperti, è fine giugno e i villeggianti se ne stanno ancora indaffarati in città. Nel frattempo i due bimbi sono in acqua alta quanto loro, affogandosi a vicenda fino allo sfinimento, ridendo. C’è una coppietta vicino a loro, sono nascosti da un gozzo ancorato; si baciano e si abbracciano e si capisce che quel salato tra le labbra sta aumentando le voglie di entrambi.

   Passa il traghetto al largo e spacca in due il mare come un grande cocomero, lasciando dietro alla poppa una scia che oggi appare ancora più inquinante: schiuma che si mischia col fumo nero di nafta. Poi sparisce.

     Luisa viene da una notte insonne, ma questo non le ha impedito di preparare la sua solita buona frittata, che si è andata a prendere tutta l’aria della casa annunciando la gita domenicale: al mare o scampagnata o giretto nei parchi cittadini. Oggi non si sta solo fino al primo pomeriggio, ché se va bene a papà, oggi si rimane addirittura fino al tramonto. Fino a quando gli spiaggini degli stabilimenti accanto non avranno smontato in fretta tutti gli ombrelloni, lettini e sdraio che durante il giorno disegnano la spiaggia come un enorme manto colorato. A quell'ora si beve la birretta con la busta di patatine aperta sull'asciugamano.
     Frequentano da sempre la spiaggia libera: un corridoio stretto e lungo che accompagna lo sguardo fino al mare. Dalla strada vedi armonie strambe di linee confuse e colori diversi, persone con pose che altrove sarebbero oscene, e bimbi che scavano infinite buche con l’idea fissa di trovare l’acqua, pur sapendo che sta lì a meno di tre metri dai loro piedi. Eppure, quando arrivano con le mani all’agognata acqua, urlano nemmeno avessero trovato le pepite d’oro nel proprio giardino. La spiaggia libera, questo spazio vivo, estemporaneo, caotico e colorato accoglie anche oggi Luisa e la sua giovane famiglia.
     “Ti ricordi quando passava la signora delle ciambelle?”.
     La frase non ha ancora ricevuto la brezza per spostarsi, rimane ferma in aria sotto gli aquiloni. Luisa non vuole rispondergli subito, oggi non le sembra il caso di rispondere immediatamente. Oggi ha dei suoi ritmi interni da rispettare, dominati dalle sue ansie strozzate in pancia. E quei grovigli di pensieri. Il marito aspetta con la testa abbassata cercando di trattenersi, almeno oggi vuole riuscirci.
   “Ricordo eccome! Ne volevo sempre due, una da mangiare subito e l’altra dopo il panino con la frittata”.
   “E sì, e che piacere tutto quello zucchero che si appiccicava alla bocca e andava via solo al primo tuffo in acqua, eh Luì?”
   Tonino invece risponde subito, a causa delle sue ansie da prestazione che galleggiano da sempre tra i suoi occhi e quella enorme bocca aperta. Aspettare per lui è come perdersi qualcosa, che poi non si capisce mai cosa sia davvero questo qualcosa.
Tonino, alleggerito della risposta sul ricordo delle ciambelle zuccherose, si fa coraggio e poggia la testa sul ventre della moglie. È bollente e molle, e gli procura un accenno di erezione. Vede il cielo azzurro senza nuvole e sente il mare della riva che si appoggia sulla riva. Pensa all’appuntamento di domani mattina, si scurisce, allora tenta di addormentarsi. Luisa nel sentirsi premere il ventre è costretta a uno sforzo di posizionamento, respira un po’ affannosamente, ma in fondo le è piacevole sopportare quei capelli e quelle ossa addosso: dallo sguardo si direbbe che la faccia sentire meno preoccupata.

foto di Luigi Ghirri


   “Mamma abbiamo fame!”
    Nel rialzarsi di scatto sente una fitta, ma nessuno se ne accorge. Rassicura i bambini che i panini sono nella borsa, e che glieli da subito, poi li osserva: dura pochi attimi. In quegli attimi lascia scorrere immagini di lei bimba nella sporca casa dello zio al paese, scure e tristi immagini che lottano nella sua mente con quelle dei suoi figli, di ora, nitide nel loro splendore. Sarebbero un caos nella testa di un altra persona ma non nella sua, che invece le accoglie e si commuove, ma nessuno se ne accorge. Ora Tonino è a gambe incrociate con il panino tra le mani, negli occhi il fastidio del sole, accanto alle sue gambe i due bimbi che sbriciolano felici.
   I due innamorati di prima sono usciti dall’acqua e camminano avvinghiati verso l’ombrellone fissandosi negli occhi, intervallando lo sguardo con vedute vaghe tra la sabbia e il niente.
   Il piccolo si sta leccando le dita impregnate di sottiletta filante e, tra i crateri di sabbia che hanno scavato poco prima, ci sono caduti pezzetti gialli di frittata che da lì a poco saranno sotterrati senza tanto sforzo da milioni di piedi irrequieti. I topi del turno serale sono già in allerta.
     “Ti va di andarmi a comprare un gelato?”.
     Tonino sta già contando gli spicci e si sta avviando quando Luisa gli chiede, con una smorfia che sembra un sorriso soffocato “ma almeno chiedimi quale gelato voglio, no?”. “Vabbè, ma lo so già, ti porto il solito cornetto”. Luisa sta per cazziarlo, ma osservando il marito di spalle, con quel costume blu comprato da lei otto anni prima all’Oviesse, e intuendo che quel suo corpo asciutto e curvo nasconda chissà quali paure, lo perdona con quei suoi enormi occhi verdi gonfi di lacrime, ma nessuno se ne accorge.

    “Coccobello, coccorinfrescante!”

    Con la pancia schiacciata sulla sabbia Luisa parla al telefono con Rosa: le racconta di come si sia prestata volentieri a delle nuove porcate, e di come a Tonino gli erano tanto piaciute. Anche se durante, continua, dice di averlo visto che faceva smorfie strane, erano d’insoddisfazione? Poi insiste che quando lei gli stava sopra, si era guardata le cosce, intravedendo una piccola, quasi impercettibile, smagliatura. E le chiede: perché ho fatto quelle cose per lui? Ho paura di perderlo? Per fortuna si erano subito messe a ridere come due adolescenti e le risposte erano rimaste sospese tra la sabbia bollente di Luisa e la pianura afosa di Rosa. In realtà nella sua testa non c’è niente di adolescenziale in questi giorni, tra l’amore di quella notte e il mare di questa mattina. Tonino lo sa, ma preferisce terminare le frasi al posto suo e correre a comprarle i gelati.


   Con tutta la panna che si scioglie sulle labbra e senza neanche pulirsi, e con tutta quella cioccolata che mastica nella bocca, Luisa, accortasi di un’imminente sonnolenza negli occhi del marito, gli dice: Tonì, ma domani, prima di andare in ospedale perché non ci fermiamo al bar a fare colazione? Ha certe ciambelle buone il Bar Del mare, così magari ce ne mangiamo due a testa. A quel punto con la lingua si decide a pulire il labbro inferiore e mentre lo fa sembra una bimba che non vuole far cadere nemmeno una goccia di gelato a terra, ché vuole trattenere più a lungo possibile quel sapore dolciastro nella bocca. Sorride con gli occhi socchiusi, e con la testa reclinata verso la sabbia produce uno sforzo esagerato. Ma nessuno se ne accorge.

(racconto di Elisa Gatti, ditele cosa ne pensate, le è necessario saperlo)




lunedì 21 dicembre 2015

il (mio) posto


     Me ne stavo sdraiato sul divano letto e tutto d’un fiato leggevo Il posto, di Annie Ernaux. Il libro comincia dalla fine e poi ripercorre attraverso poco più di cento pagine un distacco lungo almeno quanto una generazione. Lo fa senza nominare la mutazione antropologica né maledicendo il presente, eppure, nel suo silenzioso allontanarsi l’Io narrante srotola densi addii a un mondo, e al suo linguaggio passato: scorro le pagine e sento il distacco che sfuma lentamente. Una liberazione? Una necessità ineludibile, forse.


    Dentro certe case vecchie come questa di mia madre, e nei dialoghi di certi weekend pieni d’affetto ma privi ormai di comuni significati, avviene il mio distacco silenzioso: mentre si ricordano morti, malefatte dei vicoli, e ricordi di mangiate di pastarelle nelle domeniche passate. Il resto, quello che è accaduto nel frattempo, negli anni della crescita, riguarda soltanto te, e non più a quel mondo che intanto osserva stupito i tuoi capelli brizzolati, nonostante continuino a parlarti come se domani cominciassi la scuola media. A loro, infatti, in questi anni di tregua e dolori disseppelliti, racconti soprattutto quello che parte dal velo di normalità che copre oggi la tua storia: moglie, figli, lavoro e questioni di città.


 "Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci".

    In piena notte mi ritrovo a sottolineare a mente passi folgoranti e poi, verso la fine del libro, mi alzo nel freddo della stanza e punto a un mio vecchio cassetto. Cerco una matita per sottolineare, ricordare, ché mi sale la smania di raccontare agli amici queste frasi che stanno spegnendo per sempre ogni velleità di riattaccare rotture. Niente, nel cassetto c’è di tutto tranne una matita: batterie ossidate, guanti, pinze, bottoni, pagelle e foto giallognole sparse. In fondo scovo l’ultima carta d’identità di mio padre, fatta tre anni prima che morisse. Nella foto già i segni della senilità misteriosa che lo stava schiacciando; e immagino mia madre che fuori dalla cabina gli dice con insolenza di stare dritto, un attimo prima dello scatto. I suoi occhi sono spenti, niente forza né coraggio ma solo una resa che mi aveva dilaniato durante quel periodo: era il 2001, nasceva il mio primo figlio e dopo tre mesi piomba la morte di mio padre, poi con l’anno nuovo la mia laurea, inattesa e indifferente per quel mio vecchio mondo. Scosse di assestamento per tutto quell’inverno. Poi ho dimenticato, e oggi sono ritornato.

    Il libro di Annie Ernaux è esile e potente dentro una storia come tante dello scorso secolo, eppure lei sceglie parole e periodi che sanno inquadrare con maestria la sua storia che si rimpicciolisce dentro la Storia, e (a tratti) viceversa: lo sfondo si fonde nei fatti, nessun giudizio e nemmeno complicità emotiva durante le fasi più drammatiche. Solo una scrittura precisa, che squarcia i significati attraverso i fatti, le cose, le azioni delle persone che riempiono questa breve e intensa storia, prima che tutto scompaia in un vuoto futuro: il momento della lettura, o l'immagine sfocata di nostro figlio già in un'altra casa. Mi sono commosso lo stesso mentre mi spostavo nel letto a ogni capoverso per non cedere al pianto, a me piace cedere quando resto da solo, ma poi mi scopro a lottare lo stesso da sempre contro questa splendida debolezza. Chissà perché.


   "Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre. in cui anch'io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un'altra".
  Nel libro c’è solo concreta letteratura che poggia su quella politica della letteratura che la scrittrice francese ha utilizzato lentamente, sedimentando le parole, scegliendole accuratamente per raccontare questa storia: scrivendolo non in maniera spontanea. La riflessione sulle parole è per me qualcosa che assomiglia a una lotta, a una scelta che crea una necessaria disfatta di bauli di parole non utilizzabili per quello che  hai deciso di raccontare. Questo è un po’ quello che ho assorbito anche durante l’incontro di Annie Ernaux a Più libri più liberi, accanto al suo traduttore Lorenzo Flabbi, nella sua minuta posa ma con una forte personalità la scrittrice se ne stava un po’ spaurita davanti a noi devoti strambi di quest’arte della lettura, cui immoliamo interi pomeriggi festivi. Poi ho fatto la fila per la dedica, e mi sono inginocchiato dicendole “Mercì”.




lunedì 12 gennaio 2015

Mascheriamoci da scrittori. E ridiamo, ridiamo...una possibilità.

   Quelli poi non l’hanno mica letto il mio racconto. Ci ho impiegato un mese per scriverlo: tutte le mie ferie. Porca miseria, va. Loro andavano al mare e io ticchettavo con il ghigno moraviano che mi faceva apparire misterioso, sì, ma lo ero soltanto per mia suocera che preoccupata continuava ad occhiarmi. Ma come, scrivo un racconto grosso, gonfio, romanzato, purafiction e tu, oggi, gennaio 2015, ancora non ti degni di leggerlo?
Porca miseria!
Mo’ organizzo ‘na serata a tema a casa mia: tutti mascherati da scrittori. Scegliete: chi da esistenzialista, chi da romantico, chi da tardo fricchettone, eppure gli scansati vanno bene, eh. Io mi maschero da contemporaneo di nicchia.  
Rido, per dio. E poi verso vino, e ascolto tutte le vostre battute col ghigno da scemo eccitato, a un certo punto mi metto come al solito vicino alle femmine e parlo e ascolto dei problemi e delle frustrazioni della nostra età: ‘sta smania nevrotica la conservo pure quando rido da scemo. Poi, all’improvviso, vado in camera e mi vesto tutto di bianco, prendo una sedia impagliata e ci salgo su e mi metto a urlare sguaiatamente: perché non avete ancora letto il mio racconto? la prucidana si è impossessata di me, vecchia e informe femmina dei vicoli della mia infanzia. Così, prima che cali la tensione nel salone entra Antonio - avvisato via sms – e prende la sedia, inforca gli occhiali e comincia a leggere il mio racconto. “Nel ’92 feci una breve vacanza…” Io accanto a lui abbasso lo sguardo e godo, come un cagnolino godo nel sentire queste parole uniche, mie, che cadono addosso a voi, mezzi imbriachi e mezzi schizzinosi. Eccheccazz! Ho sprecato le ferie, con gli occhi di mia suocera addosso, e senza aria condizionata nella stanza, neppure una limonata con quel caldo e tu, voi, che leggete tutti i post di fèsbùc, tutti, pure quelli di zia Lia dal Lussemburgo, ma il mio enorme racconto non lo leggete? Maledetti! Antonio a un certo punto molla, dice che non c’è attenzione in sala. Già, lui è abituato alla sala Umberto; ma gli ho pure pagato il taxi, e dato tre litri di olio buono in anticipo. Anto’, sussurro, Anto’ che figura di merda, non mollare pure tu. Anto’…

Eccomi nella saletta del pronto soccorso a leggere l’etichetta del sedativo giallo, c’è un sole pallido fuori, e capisco tutto, senza che me lo dica lui tutto incamiciato di bianco: le ferie son sacre, la prossima volta porta una limonata alla suocera e scappa di corsa al mare a limonare con tua moglie.

Ma lo vuoi leggere o no ‘sto racconto?

(La prego, signore, si corichi adesso e sogni le ferie).


Il novenne che ero ascoltava questa canzone sdraiato nel letto, attirato dal suo testo misterioso, e aspettando la parolaccia finale, speravo che mia madre intanto fosse uscita dalla mia stanza. Ciao Pinodaniele.

giovedì 18 settembre 2014

il personaggio

Mi è arrivata una multa. Mi è costata 129 euro, pagandola con lo sconto. La polizia provinciale di Grosseto mi ha inviato due belle e nitide foto della mia auto che attraversa l’Aurelia deserta, il 7 agosto, a 89 all’ora. Si andava in Val D’Aosta. Si tentava la spensieratezza. All’avvenuta notifica per poco non svenivo: era la quarta notifica di atti giudiziari in quattro giorni, inclusa quella speciale di equitalia ancora da snotificare. Siccome l’autovelox era piazzato a Capalbio Scalo, e siccome proprio in quei giorni stavo scrivendo di un tale che abitava da quelle parti, io, scrivendone usavo una delicata cattiveria, come si fa con certi personaggi, lui ora, me lo sento, e me lo immagino pure: fa parte della polizia provinciale. Allora era lui, senz’altro, quello accovacciato dietro a quella reflex automatica posta sul cavalletto e ha fiutato, il tipo all’improvviso ha fiutato che in quell’auto c’era un file con un pezzetto della sua storia, così lui zac! mi ha immortalato senza pietà; ahimè, lui sì con cattiveria, lasciandomi in mutande i primi di settembre. Lo sento ancora che dice tronfio ai suoi colleghi, con quei suoi occhi da diavolo sotto il berretto verde: Se ne va in vacanza carico di debiti e con la velleità di descrivermi bene, tiè, allora io ti blocco l’istante di vita spensierata e vediamo se non la smetti. Così, beffato dal personaggio, per la prima volta mi va di ascoltare un messaggio ultraterreno e smetto di fare quello che scrive, e comincio, perché no, a capire meglio dove si è offeso il tipo, a che punto del racconto, in quale trama debole si è impigliato, bloccato. Caro tipo dal berretto verde, sappi che tutto questo sforzo lo faccio solo per riscriverti meglio. Così magari la prossima volta che sfreccio da quelle parti mi spari direttamente, che ne dici?
Tra qualche giorno riprovo a descriverlo, tanto il racconto giace ancora immobile tra la notifica beige spavento e la bolletta del gas, a nord di ogni possibilità di essere letto da qualcuno. Dorme in una mail ancora estiva.
Poi come un vento tiepido d’inverno, verso sera, due occhi bellissimi hanno osservato per qualche minuto il personaggio. Un improvviso lampo: l’attesa resta tra le poche cose godibili dell’età adulta.

Di Antonello da Messina



domenica 26 gennaio 2014

in fondo è domenica

Tre anni fa ho messo su questo blog, è successo durante una pre-insonnia di dicembre. Scappavo da facebook, quasi per scherzo e in contemporanea ad Andrea: si cazzeggiava via e-mail nel farlo allo stesso istante. Mi sentivo forte. Come mi sento forte e coraggioso quando clicco “Pubblica”; e le mie parole curate, spontanee e limate, fresche e ripetute mille volte in maniera diversa, sì, in quel momento di vertigine mi sento bello, e sono forte. Poi comincia la realtà. La mia ignoranza primitiva ricomincia a trainare la storia verso la salita. Allora comincio a mostrarmi come quello che c’entra poco col blog, e dichiaro che si tratta d’istinto e incoscienza, di una scommessa antica con mio cugino. Continuo raccontando di come mi sorprendo a tirare fuori coi denti le parole dal mio fegato. Poi in solitudine mi lecco il sangue sui baffi. Ecco, una stronzata così non la scrivevo da tempo, perché son diventato esigente, teso e implacabile verso la mia immaginazione. Chissà, magari se fossi un letterato, un cantante o una twittstar sarei pure apprezzato, ma poi martoriato, in privato, dove qualcuno sa fare il feroce per accontentare l’ospite di turno o la signora scollacciata in nero. Mi butto avanti con tutto il pessimismo finto che non mi appartiene. Fiction di serie C.

Mi sto sputtanando con questo blog? Mentre me lo ripeto per l'ennesima volta, anche ora, su questo tavolo ikea pieno di frutta e silenzio, sento una vocina suadente che mi suggerisce di continuare: disperdere le velleità e spolverare quelle idee di curiosità che hanno sempre esorcizzato il tuo domestico vuoto. Alle vocine suadenti lascio sempre la finestra aperta. Quella del retro.

Postilla mattutina: darei forse un braccio per sapere il motivo vero per cui ieri pomeriggio la mia testa abbia partorito il post qui sopra. Anzi, indico un torneo per salvare il mio braccio: suggeritemi voi una motivazione plausibile. Vi do degli indizi: freddo, dolce angoscia domenicale e "il gatto e la volpe" cantata a squarciagola con il figlio. Dopo è accaduto il fattaccio. Aiutatemi su.


Ora ascoltiamoci insieme ‘sto pezzo di stagione.


 E pure questo pezzo mi leggo.

lunedì 24 dicembre 2012

per tutti voi



un augurio di rimbalzare indenni e contenti tra le tante feste

(Enzo docet)

 

domenica 6 maggio 2012

graffi e schiaffi tra le rose


Un anno di merda. Un anno pesante senza tregua. Un anno di graffi e schiaffi, senza una vera guerra. Un anno finito che mi ha sbattuto a terra, rompendo ogni ossa a parte la testa. Nessun colpevole, tranne che me; ma vedo occhi serrati e labbra secche davanti ai miei incubi; orgogli frantumati lungo vie ancora luminose, dove passeggiare diventa quasi agonia, con buste della spesa piene di poco, incollate a mani colorate di vene e petrolio.

Questo veleno ha lo stesso colore dei tuoi occhi, nella mattina che accoglie piogge e parole feroci. Guardiamoci e lasciamo uscire il nero che si diverte dentro le nostre bocche carnose. Come ha fatto Gerardo, tuo cugino, che si è fatto sbattere fuori di casa dalla moglie. Oramai portava a casa meno di mille euro al mese e i pomeriggi li passava a bere birre e mangiare noccioline. Poi la sera film porno giapponesi, in lingua originale. Le poche energie che restavano di certo non le donava alla moglie, che coi suoi capelli lisci e puliti lo salutava appena la mattina, dopo il caffè. Quella domenica invece l’ha sbattuto fuori con parole che grondavano sangue viola; lui ha fatto la valigia, e sentendosi a suo agio in questi anni isterici, attraversando il salone ha fatto una sceneggiata discreta da salotto. Poi una porta che sbatte, e il figlio che si rimette con la testa dentro al nintendo. Una vecchina passa lì davanti con un bustone di cicoria di strada e sorride serena al pappagallo nel mosaico.

Allora perché sfigurarsi di sera con gli occhi dentro al pozzo rosso di cianuro e dolore? Meglio sarebbe farsi crescere i baffi e noleggiare un camper. Come aveva fatto Gino, il tuo ex ancora amico tuo, che aveva vinto il camper di seconda mano alla sagra della cipolla trifolata. I primi tempi andavano sempre in giro per l’Italia, ché i figli urlavano di gioia a ogni data annunciata: Ravenna, Genova, Rimini, e poi tante altre località attraenti sulle coste. Poi un pomeriggio, dopo uno schiaffo e un regolamento di conti inaspettato, si è ritrovato ad apparecchiare per uno nel piazzale dei capolinea dei bus. Una scatola di tonno e un bottiglione di verdicchio dimenticato nella dispensa, segnano un inizio che abbraccia una fine pietosa.

Allora perché ridi di tua moglie che stramazza sempre di più nella stanza, per il disagio che invade ogni angolo di casa e del cuore? perché non prenderla per mano e provare a passeggiare in quelle stradine un po’ buie e piene di gerani e odori sereni?

Staresti meglio coi baffi, certo; come Antonio, che adesso accompagna nei giorni dispari la figlia a scuola. La vede entrare di corsa nel portone che inghiotte bambini e zaini, e, una volta che scompare dai suoi occhi, scappa in macchina a sfidare gli attacchi di panico che lo aspettano nel sedile accanto.

Allora spacca le pietre che aspettano in giardino di essere divise per poi trovare posto tra rose, ciclamini e odori vari.

sabato 21 aprile 2012

alba bella

 
I pensieri all’alba sfondano l’ovvio di polvere della sera prima. Accarezzano le idee ardite, impossibili al pomeriggio. L’alba ancora non c’è e neppure la ragione pura. C’è una musica che riempie l’ambiente e degli occhi, i miei, che cercano quelle forme perfette tra testa, cuore e fantasia. Qualcun’arriva e mi saluta festante. Poi ci sono i vuoti, con quelle buche mai riparate negli anni, dopo le alluvioni di pianti. Ma cosa importa? I gerani ridono fratelli sul balcone. La tazzina verde aspetta altro caffè caldo, e briciole intorno a formare una famiglia d’accogliere al volo.
Alba pensieri tremanti che si fanno coraggio dentro di me. Nessuno che si aggrappa alla mia finestra, sono tutti nei letti di pensieri sgualciti dagli altri. Il solo pensiero di vedere le sofferenze subite da mia madre mi fa morire all’istante; oppure anche un solo accenno di disperazione di mio figlio, o le paure di mia moglie, e io mi metto a guardare l’infinito dallo spioncino del portone: tutto è lontano e vicino da lì, un argine la porta che mi protegge e trattiene in eguale misura. E sono salvo. Stamattina sono rinato all’insaputa del mio tormento, che sta ancora dimenandosi senza mantello, e già che a me non serve nemmeno l’ombrello. Fuori è bello. Dentro è ancora meglio.
Riprendo a scrivere di progetti e sogni, di me e di te, del tempo che cerca una forma, di quello che mi resta e di quello che non voglio. Un programma politico senza rancore: solo rabbie filtrate con setacci d’infanzia che lasciano cadere sabbie delicate d’alba. 


sabato 7 aprile 2012

amica


Ho fatto il viaggio in macchina fino a lavoro in compagnia di un’amica. Mi ha raccontato di amori difficili, di tradimenti, di figli che non dormono e di lei, che si specchia serena nel tempo che scorre inesorabile, lasciandole anche qualche ruga sul viso. Come sotto i suoi occhi neri. A me piacciono i suoi occhi, e comunque adoro sempre i segni che sulla pelle mostrano certi sentimenti, quelli raccontabili; niente di estetico come i tatuaggi, ma solo tracce inevitabili con cui confrontarsi durante i giorni. Nelle notti insonni vuote d’amore.
Il viaggio è stato piacevole poiché a me piace ascoltare le amiche che raccontano se stesse come se fossero delle sceneggiature, e questo sia che si tratti di storie di crisi esistenziali, che di quelle allegre da contagio assicurato. Loro sono contente di parlare a ruota libera, e non come fanno spesso tra di loro, tra donne di solito è un ascolto sull’ascolto: si sfogano! Invece con me la mia amica è stata tenera e sincera, nuda nei sentimenti. Sentimentale. D’altronde ero partito un po’ malconcio da casa, visto che avevo dei pensieri che si attorcigliavano alle mie angosce di passaggio, che non sempre riesco a tenere a bada al mattino. Quel che conta è che alla fine del percorso, poco prima di entrare nel parcheggio del lavoro, me ne stavo con un sorriso leggero sulla faccia. Devo ringraziarti amica cara. Ora ve la presento:

sabato 28 gennaio 2012

Per me Niente di serio


Di solito al primo ascolto del nuovo disco dei Diaframma mi prende il magone, di rimandare ancora l’ascolto del loro capolavoro. E sì, il primo ascolto appare fragile esile e leggero. Allora parte il secondo ascolto, niente, orecchiabili alcune, intense altre ma, alla fine, niente di che. Niente di serio, appunto. Durante il terzo ascolto comincio ad assaporare le emozioni che si presentano alla mia bocca. Tramite orecchie tremanti. Poi, e da quel momento diventa come una droga, è un continuo ascoltare senza soluzione di continuità fino all’arrivo a casa. Più di un’ora e mezza di traffico. Lo svincolo per il raccordo era vicino, le note salivano e sbattevano contro il tetto della macchina: piango mentre canto “vorrei bere il tuo dolore”. E non mi fermo più.  A passo d’uomo rallenta tutto, inclusi i pensieri potenti che crescono e invadono ogni anfratto attorno a me. Anche se un attimo dopo, mentre come coriandoli scendevano i pensieri, già pensavo al pezzo che avrei scritto per questo blog; così, penso, mi becco pure gli improvvisi e vitali complimenti di Andrea, che restano tra le cose più belle che mi siano capitate in questi mesi duri e sordi. Le lacrime indicavano la direzione dei miei sentimenti, con il loro dolce deragliamento verso pareti domestiche.
Stavolta non ho (ancora) comprato il cd; me l’ha passato la mia cara masterizzatrice di fiducia. Appena arrivano a Roma in concerto lo compro a dieci euro, sperando che vadano tutti nelle tasche di Fiumani.
Questo disco è bello. Una sintesi originale di tutto quello che hanno fatto i Diaframma in questi anni. In più suonato bene e con gusto, e si capisce da certe scioltezze armoniche tra i musicisti, seppure in spazi stretti di note e parole. Belle, le parole scelte sono belle per come si presentano a me, sole e forti, e senza ruffianerie del caso.
Alcune frasi irrompono come fionde verso il presente, altre disegnano scene di vita urbana solcate da piedi inquieti, mossi da pensieri teneri. Poi impressioni ritmiche di visioni da balconi sulla realtà.
Nei prossimi giorni parte la sfida alla canzone preferita, così il piacere si mischia al divertimento di farsi catturare, tra un tormento e un godimento, dai pezzi più sentiti.
Per l’importanza di godersi cose buone nei pomeriggi a venire. Così dovrebbe essere un po’ la vita, quella che ci scordiamo in certe mattine infinite di niente. Resta del tempo, meno male. Viviamoci il meglio: del tempo e di noi. E anche di voi.

sabato 24 dicembre 2011

buoni propositi

Alfredo dov'è? ancora nascosto nel suo racconto pieno d'amore, che non c'è più. E Antonio, con i suoi ragionamenti sentimentali? ancora lontano dall'Italia, da me. Chiara lo so dov'è, da nessuna parte. Mannaggia.
Restano gli amici, i fantastici amici, che acchiappano tutta la cenere delle emozioni che trasudano le pareti di questo blog.
E mia moglie, che sa dov'è tutto l'amore che c'è.
I miei figli che nascondono per bene tutto l'affetto che c'è.
Poi ancora un tempo devastato dalla realtà, che fino a ieri, fino a poco fa, fino all'arrivo del ghiaccio sotto i miei piedi, beh, tutto quello che c'era si era depositato sotto i pilastri delle mie illusioni. Frantumate ormai, almeno per questa stagione.
Care belle illusioni che sventolano davanti ai miei denti, stretti e pochi.
Ecco, arriva Fiumani come sempre, come la primavera, e presenta 'sto pezzo così delicato pieno d'attese. Quanto sei spiazzante e proprio "a cazzi tuoi", davvero bello questo approccio, Fiumani caro.
Godetevi 'sto video fratelli e sorelle.

giovedì 17 novembre 2011

The Cure Charlotte Sometimes ( Subtitulado ) Video Original HD


ma quanto eravamo giovani mentre ascoltavamo muti 'sta canzone?
dentro quella macchina che accarezzava la pontina già aggressiva.
sognavo dentro 'sti suoni che scendevano nella mia testa come tempesta.
e i seni, le mani, gli occhi tutto tremava di luce incerta.
le madri le sorelle e i padri scomparivano, inghiottiti d'un colpo.
restavamo noi dentro ogni notte che ci aspettava.

oggi vorrei piangere come uno scemo
sbriciolare le crepe e abbracciarti. tu.io.
gli alberi si allungavano al nostro passaggio.

spingi il mio corpo rigido nel limbo
e prendi tutte le emozioni del mondo

giovedì 15 settembre 2011

Baustelle - Gomma


...di esistenza inutile....di lecca lecca e zuccheri.

Questa canzone è malata, come solo l'adolescenza sa esserlo: un tempo che ognuno di noi tiene appeso come un poster sbiadito
della propria storia. Ormai adulti, ogni tanto questa malattia ci torna a sfruculiare e ci rende nervosi e persi. Nelle bolle dei sentimenti, nelle sacche delle emozioni già scadute.
Sarà che il caldo asciuga ogni lacrima, ma oggi, nonostante tutto, mi sento serenamente depresso.

martedì 5 luglio 2011

Mina" Ancora ,ancora, ancora" video completo


Dentro a una macchina gemella della mia ascoltavo un cd di Mina. E la collatina diventava sensuale, la prenestina romantica, la tiburtina poi. Dentro a queste canzoni ci sono germi di passioni più pensate che consumate. Ma quanta libertà nel dichiarare, anzi, nel cantare da dio, la propria sottomissione al sentimento. Una bolla dove tutto è concesso e divorato, da fauci antiche che non lasciano neppure le briciole cadere. Certo, sta a noi indovinare la bolla più bella, quella dove lasciarsi andare fino al buio.
Mina cantata a squarciagola, mentre i miei occhi leggono slogan orrendi in prossimità di rotonde o incroci, sta come un cigno -con il solito incedere elegante - dentro a un fiume di fango e petrolio. Ma che fa: basta darsi una sistemata al piumaggio e chiudere gli occhi quando la musica scema.

venerdì 10 giugno 2011

giovedì 28 aprile 2011

Diaframma Verde con Nicola Lagioia

fortuna di averli ascoltati, fortuna di averli incontrati