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domenica 5 maggio 2019

Non trascurate Milano!

  Siamo stati a Milano. Un viaggio agognato da anni: un giorno vi porterò nella città più vicina ai vostri sogni che ci sia. Più o meno questo il mantra che recitavo ai miei figli in ogni fine settimana, per contrastare la paura di morire di domenica a Roma, insoddisfatti. Parla per te, potrebbero dirmi.
A Milano ho fatto subito una cazzata alla romana: ho acquistato una Milano card inutile, condizionando tutta la mattinata; e meno male che siamo sbucati col treno direttamente al bosco verticale.
Col nostro trolley abbiamo passeggiato già dalle 8 di mattina per quei viali. Poi sdraiati su quelle panche ergonomiche sembravamo un urban family. Fa niente che una volta alzati, all’incrocio, stavamo già litigando per via del mio accanirmi con questa Milano card: attivala, e su, pa’. Per poi accorgersi che si doveva aspettare le 12 che aprisse il punto vendita in galleria, nonostante l'avessi attivata online. Arrivati in hotel a Lambrate, ci siamo fatti una doccia e poi di nuovo fuori: ci aspettava il corteo della Liberazione. La mia ansia di arrivare e non godere di tutto il soffice e benefico corteo antifascista, minava gli equilibri famigliari. Una volta al Duomo mi sono ritrovato a cantare Bella ciao a due metri da Fabio Fazio, mentre passava Gino Strada, e poco prima che mia moglie si facesse una foto con Pif e stringesse la mano alla Boldrini. Il massimo per un curioso mitomane come me. Intanto i figli zompavano tra la Mondadori e la Feltrinelli in cerca di manga, film e musica rap. Poi ci siamo ritrovati nella coda anarchica del corteo, e abbiamo ballato tutti e quattro anche appresso ai loro camioncini sgangherati di birra e passato.
Poi ai Navigli, dove il piccolo ha preso un tè da portare via presso un negozietto in un vicoletto zeppo di piante e silenzio. E il grande ha voluto (miracolo a Milano!) che li fotografassi sotto al megacartellone degli Avengers.
La sera rientriamo in hotel e io ho una crisi da troppo carico organizzativo. Gli rimprovero di non sapersi organizzare, che nei giorni precedenti glissavano ogni volta che parlavo di Milano. Un pazzo. Visto che non avevamo proprio cenato, e non riuscivo a stare in quella stanza, esco e affronto il deserto di Lambrate. Un egiziano con gli auricolari sussurra al suo amore lontano, un vecchietto rientra a casa con una spesa piccola piccola. Entro al Lidl e prendo la cena per i figli. Riempio disperato due buste e affronto il viale del ritorno. Le bottiglie sfondano le buste e sembrano dei cannoni contro eventuali cani randagi, Sudatissimo mi fermo al centro di una mega rotonda giardino e, davanti a un tavolo da ping pong di pietra, mi do uno schiaffetto. Parlo da solo, maledico “il modo in cui sono fatto…”, piagnucolo. L'egiziano è ancora lì a sbaciucchiarsi con la fortunata donna e guardandolo mi arriva un sollievo tra i polmoni e la giacca: sfranto e madido non mi faccio più pena perché anch'io amo, o so amare almeno. Rientro, do istruzioni su come prepararsi le cose nel cucinino comune dell'hotel e mi faccio una doccia. In quell’oretta in cui sono mancato avevo il cellulare spento. Il grande mi aveva scritto: torna pa’. Il piccolo aveva detto alla madre: ma lui è fatto così, con sorriso e saggezza che mi riempie di orgoglio e allegria in differita.
L'indomani una tregua di nuvole e umore ci fa visitare il castello Sforzesco e analizzare il perché di varie posture di San Sebastiano nei dipinti.
Poi arrendersi alla non finita pietà Rondanini. La strana e bellissima coppia al bar di parco Sempione ci serve uno spritz, mentre il piccolo noleggia una bike sharing e il grande si avvia al Duomo per incontrare amici dell' instagram. Prendere al volo un tram e arrivare al cimitero monumentale. C'è Manzoni al centro, ma pure tanti Levi e milanesi lontanissimi e distribuiti come in una anagrafe capovolta in cui la burocrazia mette radici e racconta. Casa Manzoni era chiusa, optiamo per City Life, e ci facciamo inghiottire da metro-parco-centrocommerciale senza che arrivi mal di testa o mal di gente. Il piccolo prende l'ennesima bici e noi sogniamo di vivere in mezzo a quel tanto e silenzioso che ci è sempre mancato: le basi sicure per fare quello che ci va di fare, senza rompere al prossimo.
Il grande sbuca alle Tre torri e ha le vertigini per tanta geometria rassicurante. Si decide di andare in via Paolo Sarpi, e così mangiamo da cinesi cinesi con l'ansia di disturbare con le nostre richieste. Poi prendiamo il tram nel verso sbagliato e salta l'uscita Navigli o Brera solo con i figli. Fa niente, oggi è stanchezza piena.
L'indomani vado col piccolo a Brera. Mentre lui punta al Mantegna per accorciare la distanza per lo Starbucks promesso, io rallento e penso che a volte vedere “tutte le opere” in un museo è da pazzi, perlomeno farlo di seguito. Non sarebbe meglio mettere un bar tra una stanza e l'altra? Dove rivedere in mente quelle opere, o su un libro, magari sorseggiando un caffè? Inutile, non ho più il coraggio di dimostrare di averle viste tutte, come in un pacman che dà status da intenditore. Siamo vecchi ormai, facciamo i bambini davanti all'arte, su.
Esco da Brera, il piccolo prende la …. e io da Google Maps scopro che là di fronte c’è la casa di Lalla Romano. Una vecchina sta entrando e chiedo se quel nome sul citofono corrisponde alla scrittrice. Mi fa, certo, abitava qui la Lalla, brava giornalista… Mi pareva di essere in un racconto, in una scena del romanzo italiano del Novecento. Ho preferito questo alla visita del suo museo, mi perdonerà Lalla Romano?
Poi abbiamo incontrato il grande e mia moglie. Si doveva andare a pranzo da un’amica d'infanzia di mia moglie, in campagna. La metro arriva anche lì, tagliando fiumi e campi verdissimi.
Milano in fondo non me l'aspettavo ancora più verde dell’ultima volta che l’ho vista.
Arrivati, e invece della cotoletta ci aspettava uno spaghetto alle vongole, per noi che crediamo nelle contaminazioni creative era un segnale preciso per le nostre vite.
Se volete continuo col viaggio di ritorno e le riflessioni e scuse del giorno dopo a Roma. Diciamo che questo era solo il primo atto...

domenica 26 agosto 2018

prove tecniche d'autunno


         Devo dimettermi, da me. In Italia non si dimette mai nessuno, ma io lo farò. Vorrei dimettermi dall’uomo che sono stato negli ultimi dieci anni. O almeno da quell’uomo che ha creduto di essere speciale. Spiego meglio. Ho fatto tante cose in questi anni, anni intensi in cui i miei capelli sono diventati brizzolati, ma volevo partire dalle parole, quelle che  hanno disegnato scene del mio mondo e sono arrivate agli occhi degli altri, che spulciavano nel mio blog. Niente, voglio ripartire dalle parole e dall’effetto che fanno verso gli altri (su di te). Ecco, questo è il punto, gli altri: io ho un bisogno infantile d’amore, lo so. Allora cercherò di dare un significato approfondito alle dimissioni annunciate all’inizio. Provo a dimettermi dal poppante che sono stato, e che in questi dieci anni ha preso le sembianze di uno scribacchino lirico, a tratti ironico, ma pur sempre tendente alla lagna pre-poppata. Forse il punto è un altro ancora: ho saputo scrivere di me, senza spocchia, con umiltà e ora sono sfiancato da tanto sforzo vano: perché non mi segue più nessuno, cazzo? Così va meglio, non ho bisogno di contradditorio io, ne produco dieci al minuto. Oggi voglio liberarmi di piccole verità e dare il ciuccio all'uccellino.
   Stanotte mi sono ricercato su google e ho capito che in questi anni avevo davvero bisogno d’attenzione. Di un amore diverso da quello che ricevi dalla tua famiglia o dagli amici, da tua moglie. Insomma, cercavo amore ma scrivevo che ne avevo già vissuto abbastanza nell’infanzia dorata, nell’adolescenza inquieta o nella giovinezza sfrontata e poetica: cazzate! Fingevo, come fa un bimbo insaziabile davanti ai seni rinsecchiti da lui medesimo. Poi, quando qualcuno coglieva sfumature di talento qua e là nelle vagonate di cose che scrivevo, allora mi ritiravo come una lumaca intimidita da una fogliolina che cade. Fingevo ancora di più, di non essere all’altezza, ma invece nella brace, tra i polmoni e il cuore , lasciavo bruciacchiare ogni residua modestia: sulla tastiera battevo i miei limiti, ma sulla faccia nascosta ingrossavo i miei desideri. Certe volte, dopo commenti positivi ma disinteressati che comparivano sotto i miei incessanti post, quelli che non provenivano da conoscenti, mi pavoneggiavo e pensavo al mio futuro di scrittore in camicia bianca sempre pronto a brindare con vino bianco da intenditore, nei bar del Pigneto al tramonto: cazzate! Intanto che fingevo questa condizione ridicola e lussuriosa, in casa, intorno a me,  trasmettevo finzione a reti unificate. Facevo l’ipocrita mettendo like ruffiani ma poi cercavo di bilanciarli spudoratamente con altri tweet autoironici, come se la derisione in differita facesse scomparire il mio gesto ruffiano e opportunista: volevo farmi notare come persona unica, come tutti. Anzi, a me non bastava che provenissero da centinaia e centinaia di persone nuove che non avevo mai visto, no, io volevo sollecitare i like della scrittrice, della regista, dei giornalisti che piacevano a me, solo a me. Velleitario, mi caricavo di quelle energie scintillanti leggendo quei commenti, like, retweet estorti con lunghe e sottili strategie social: facevo il simpatico. Intanto gli amici coi loro calici di vino del sabato sera, vini pregiati da supermercato, sparivano lentamente, come in un film di Muccino, ma al contrario. I figli, docili ma espertissimi di cose social, mi contraccambiavano con la stessa solitudine: arrancavo con loro, cercando lo stesso di rimanere un esempio, leggendogli i libri prima di dormire, ma intanto con le mie nevrosi brillanti gli stavo comunicando solo il mio fallimento a piccole dosi, come l’acqua fresca omeopatica: cercavo di risolvere il dramma con piccole scene drammatiche. Questo fino a ieri, l’altroieri per chi legge oggi. Ora, alla fine di questo periodo, cosa avevo intenzione di scrivere se non che ho esaurito le scorte di parole e se non mi metto a studiare (sul serio, cazzo!) da qui a un mese esplodo insieme a tutte le parole che non ho scritto ancora.

   Uno scrittore su Twitter definisce le prossime uscite editoriali immature, poiché trattano il tema genitori-figli in chiave di conflitto irrisolto. Fa sorridere, ma cos’altro stiamo a fare sui social, nelle nostre case, nei bar, davanti alle nostre scivanie Ikea? Non cerchiamo di dissimulare la nostra tenera incapacità di fare il passo avanti che ci emanciperebbe da questa bella vita sospesa, adolescenziale e gravida di ogni possibile destino? E che ci permette di cazzeggiare a quarant'anni come non si era mai visto fare nelle epoche precedenti. Almeno cazzeggiamo con stile, senza invidie, ipocrisie, conflitti d’interessi: amiamoci di più, cazzo. Non ci somigliamo un po' tutti nelle nostre nevrosi sporche di umanissimo snobismo?

            Pezzetti di racconti estivi

   Entrati nella Valle dei Templi, avevamo gli occhi spalancati al massimo per far entrare tutto quel mondo invecchiato benissimo. Davanti al Tempio della Concordia tutto rosaceo, siamo rimasti in sospeso anchr noi come colonne doriche. Mio figlio piccolo era tutto rosso di tramonto e scattava foto, e girava intorno alle colonne e le osservava come si osservano certi giocattoli sacri dell’infanzia: un posto dove l’atmosfera è fatta d'aria propria, che già in biglietteria scompare. Mio figlio inciampava, saltava e rideva per tutta la curiosità che respirava. Per quanto mi riguarda da lì a poco, dopo lo stupore di stupirmi a osservare l’anima in trasparenza di mio figlio, e il vedere mia moglie diventare più bella con quei riflessi rosacei, mi sono ritrovato nel parcheggio tra gli ulivi senza le chiavi della macchina. Mi metto a piagnucolare, poco prima avevo lasciato per una mezz’oretta lo zaino incustodito su un muretto a secco: ecco, si sono prese le chiavi, ripetevo al buio tra gli ulivi e circondato da minacciosi latrati. No, scemo che sono, la macchina è lì, coi suoi 220000 mila km in corpo. Mi avvio verso mio figlio e mia moglie con fare da disperato. Mia moglie, insieme al custode del museo mi ripetono come due infermieri di calmarmi e controllare nelle borse. Niente, non ci sono le chiavi. Sono le ventitré, stanno uscendo tutti attraverso i viali illuminati con luce fioca dei Templi, lo spettacolo teatrale in siciliano sta finendo, ci siamo io e mio figlio con le torce dei cellulari fiondate su quei viali che abbiamo percorso poco prima felici e stupiti di meraviglia greca. Montiamo sopra un taxi elettrico, con la complicità di un vigilantes originario del Piemonte: ma che ci fa qui? mi chiedo, tra una boccata d’ansia e un pianto strozzato. Anche nei momenti peggiori me ne sto lì a scervellarmi del perché uno stia lì, in quel momento, davanti a me, invece di stare in un altro posto: mi fisso con le scelte che fanno le persone, lo faccio da sempre. Insomma, entro nel bar dove eravamo stati poco prima e il barista alla mia domanda “avete trovato un mazzo...” mi mozza la frase rispondendo: ma la capa dove ce l’hai? ecco, la capa ce l’ho impegnata a pensare le scelte cruciali che fanno gli altri, con tutti i sentimenti che ne conseguono. A questo punto abbraccio mio figlio, e me lo tengo abbracciato lungo tutto il viale, mentre mi preparo a ricevere il giusto cazziatone da mia moglie. Poi ci ho parlato col vigilantes, facendogli una specie di intervista come non facevo da anni: un tempo gli amici mi chiamavano Marzullo. Del vigilantes ormai so il perché della sua scelta di vivere ad Agrigento, ma quello che non so ancora me lo sono immaginato dopo in macchina. Ma del perché proprio lui fosse lì, in quel minuto che io perdevo le chiavi e lui, gentilmente, con l’accento nordico, mi rassicura e aiuta come un angelo terapeuta con la faccia d’attore di film alla Banfi, ecco, questo non lo so ancora e per saperlo  forse devo scrivere e scrivere fino alla fine. Perché stavo lì davanti a lui, in quella notte di luna tagliata a metà che si stagliava sulle colonne d'Ercole?

   Al rientro in auto sfiorando paesi con nomi montalbaniani, continuavo a pensare al perché fossi lì, e non a San Vito Lo Capo come tutti gli altri, in questa estate 2018. Lo sapevo in realtà: perché dovevo risarcire il figlio grande per la mia disattenzione di questi ultimi anni di scrittura e paura: dovevo restituirgli un desiderio. Per farlo abbiamo preso una casa sgarruppata, sul mare però, a Scoglitti, terra di seconde case di contadini arricchiti sfruttando, oltre che la biotecnologia, anche tanti immigrati affamati di stabilità. I nostri vicini di cortile avevano una età media di settant’anni, claudicanti come noi, seppure noi solo d’animo per un inverno pesantissimo alle spalle. Quel mare increspato di schiuma che alla lunga ci ha stufato e, grazie a questo nostro stufarci per tempo, ci ha permesso di vedere paesi dell’entroterra che solitamente mi fanno pensare: chissà come vivono d’inverno queste persone. Passeggiando per Ibla mi è salito un sentimento folle di volerci vivere almeno un mese dentro quelle casette barocche di ringhiere e di misteri, magari a gennaio, quando ci restano a vivere in tremila, come mi aveva detto con un certo sollievo il barista poco prima che mi uscisse dalla bocca questo desiderio. I figli davanti a certe frasi mi danno retta e rilanciano ipotesi di vita diverse dalla nostra: si affacciano con me su balconi di fantasie. Questo filo, questa follia, mi unisce a loro, oltre che per un convinto disprezzo per Salvini e il suo bullismo oramai imperante anche nei bar. Mia moglie ci osserva arresa, ma rincara la dose contro Di Maio, a cui dedica un “scappiamocene a vivere in Spagna”. Ci siamo divisi per bene anche le idiosincrasie, in famiglia.

   Interno, mercato del pesce di Scoglitti. Stiamo davanti alla banchina delle barche zuppe di pesce, accanto a un faro: di fronte un bar e due strade che scendono parallele. Compriamo una cassetta di polpi di scoglio, pescati un’ora prima. Paghiamo e scoppia il temporale. Ai lati, e poi anche al centro, di questa enorme zattera di cemento pieno di pesce appena pescato e con persone bramose di comprarlo, scorrono fiumi d’acqua. I tombini saltano, siamo tutti intrappolati. Comincio a fissare la Razza gigantesca e il suo sguardo pacifico, poi passo in rassegna le facce preoccupate dei pescivendoli con le loro scope inadeguate per deviare l’acqua. Il mare intorno è placido, nero. Un coglione parcheggia con un Suv gigantesco davanti all’ingresso creando una deviazione d’acqua verso la zattera-mercato: i pescivendoli pescatori urlano in siciliano stretto maledizioni che gli fanno prontamente inserire la retromarcia. Un’acquirente vogliosa di pesce fresco come noi è preoccupata per i suoi genitori bloccati in auto, a cinque metri da lei, ma che non si vedono per la pioggia e in parte anche per il Suv di prima. Mia moglie cerca di consolarla, io continuo a circumnavigare la zattera di cemento e noto che solo alcuni metri quadri sono rimasti non allagati d’acqua sporca piovana. Trattengo l'ansia pensando alla sfiga poetica dei Malavoglia, ma mi sale una voglia assurda di cannoli siciliani con la ricotta messa dietro le quinte dei bar.
 La nostra macchina è semisommersa, fino all’altezza del marciapiede, così, quando decidiamo di sfidare i torrenti di fango per andare a casa, dove era rimasto il figlio a leggere Giamburrasca, ci paralizziamo di paura e aspettiamo. Poi i neuroni genitoriali ci spingono a partire, ma ci ritroviamo ancora fermi sul lungomare allagato: è diesel, si rovina, impreco da genitore che deve poi ricomprarsi l’auto. Riusciamo a sentire il figlio, aveva come spesso accade il cellulare silenziato, dice di stare in casa: è salvo, urliamo dentro, ma senza sfiorare il ridicolo di dirlo ad alta voce. Chiediamo indicazioni per strade secondarie e dopo dieci minuti ci ritroviamo sull’uscio di casa con una busta di polpi e con degli occhi a fanale sul figlio: sei vivo, stavolta quasi scappa fuori il suono ridicolo di due comici spaventati genitori.
   I polpi erano buoni, mangiati col limone, come aveva suggerito Camilleri ai suoi paesani quando è tornato a trovarli dopo anni di esilio romano.
Mio figlio aveva divorato Giamburrasca e le sue avventure, invece delle nostre rideva senza appassionarsi più di tanto. Allora ci riproverò, scrivendogliele meglio domani.

lunedì 2 luglio 2018

Il ritorno

 Stanotte parlavi chiuso nel bagno con un tono sussurrante, implorante, amaro di incomprensioni subite, di sbandamenti non accolti; forse parlavi con uno dei tuoi amici che non frequenti più. Forse ti hanno chiamato per darti gli auguri. Un po’ me lo auguro, anche se ero intontito dal sonno e a tratti, per il sacro rispetto della privacy, mi tappavo le orecchie. Diresti, lo scrivi sul blog e ora fai la morale? Aspetta, scrivo soprattutto di me, anche rischiando di coprire la sua storia. In realtà il nostro rapporto ha tante di quelle variabili adolescenziali, di mie preoccupazioni trattenute, oppure slanci che potrebbero finire in qualche poesia postuma di Carver. Se ti va fai che questo racconto diventi una scorticata pittura rupestre da contemplare mentre fuori imperversano battaglie e amori.
Una persona che ha letto la scorso episodio sul blog, mi fa: ma i tuoi figli non s’infuriano per le cose che scrivi? No, ché non lo sanno e io non so fino in fondo perché mi ostini a questo lacrimoso esercizio esibizionista. Appena finite di leggere questo post chiamatemi che ci facciamo risate su risate sulle situazioni comiche che sto vivendo davanti a persone con facce strambe, un po’ alla Battiato e un po’ alla Pippo Baudo, e nel mezzo le mie chiacchiere con signore dalle collane lussuriose e buste della Crai portate alla maniera di quelle di Fendi.

 Stiamo in una città che ha fatto del suo meglio per diventare brutta, e quella colonna sconsolata e dorica mi ha schiantato i polmoni: era lì a trenta gradi, sparuta tra erbacce e palme, e si lasciava bullizzare dalle svettanti ciminiere Eni.
Eppure tu valorizzi l’umanità di questa città: buona 'sta pizza, qui so’ curiosi, me pare quel quartiere di Roma, o Formia. Io ci vivrei, dici al culmine della tua contentezza di aver frequentato per qualche giorno una persona con cui parli, ridi, come non facevi da mesi.

Ti hanno appena chiamato dall’istituto paritario, ti hanno fatto delle domande e convocato per un colloquio. Mentre ascoltavo le tue risposte educate scrivevo dallo smartphone mentre la persona importante di prima ti fissava gli occhi mentre rispondevi sereno alla segretaria della scuola.

 Potrei andare a fare un bagno, il cortisone è smaltito ormai, oppure mettermi in mezzo ai vecchi in piazza a leggere il giornale e intanto origliare, come ho fatto ieri, parole che danzano ora dolcissime ora spietate tra quelle facce rugose e oscene: favolose. Poi ho scelto i vecchi, anche se il barista, quando ha capito che venivo da Roma mi fa: ah sorcino!
 In questo vicolo fresco di cornetto alla crema e canzoni in cuffia mi dedico alla migliore cosa che so fare, e in questo periodo della mia storia non è di certo montare una zanzariera o mettere zizzania in terrazza.



  Stai irrigando su questa terra grigia malata delle tre un’intera stagione d’amore per te.
Io ti stringo, ti scrivo e lascio scorrere questa desertica piana fertile che fu. Ora vacche sperse e ruderi di sole facciate di pietra, poi trivella, tubi, sporco di progresso egoista. Mattei volteggia con la sua aspirazione bambina petrolio, noi seduti uno accanto all’altro cullati da musiche che non sanno più di plastica.
Eccoci visti dall'alto di una superstrada, con la tua morbida testa sopra la mia spalla umida che ti sostiene e fa appoggiare sentimenti nuovi per i tuoi occhi.
Elefante di Catania, ti prego, asciuga questo pomeriggio.

Continua...

sabato 30 giugno 2018

Figlio contento

   Stiamo nel b&b uno accanto all'altro. Tu ascolti musica, io provo a usare i social per bilanciare nel mio piccolo (invano, sia chiaro) la follia collettiva che sta incattivendo mezza Italia: l’odio esasperato, ottuso, per i migranti.
Stamani sono stato a vedere le mura greche. Dopo che ho percorso un tratto di sentiero mi è salita l’antica fobia per i cani. Nel sito c’ero solo io, così mi sono fatto coraggio e ho chiesto, dichiarando la mia fobia, al custode di garantirmi che non ci fossero cani in giro. Lui lo fa, ma i miei occhi supplicavano altro: capisce, e mi accompagna lungo tutto il perimetro di Capo Soprano. Chiacchiero con lui di Magna Grecia e della Madonna Delle Grazie, e alla fine ci salutiamo senza che nessuno dei due avesse imbarazzo delle proprie fragilità. Ecco, vorrei che la mia vita prendesse questa direzione. Non farsi paralizzare dal presente pressante, e abbandonarsi agli occhi degli altri, alle loro infinite e sconosciute sensibilità. Le differenze tra le persone spesso sono dovute ad agenti superficiali o passaparola velenosi, noi, umani scorticati di storia e paure, dobbiamo fare lo sforzo di capire chi abbiamo davanti, non necessariamente amarlo ma accogliere almeno le sue parole.


Pranziamo in una tavola calda fresca piena di piatti gustosi. Poi cominci a srotolare fuori tutto il benessere di questa breve vacanza. Parli di sport, di persone, di mamma e di luoghi come non avevi mai fatto prima. E hai gli occhi scintillanti che insieme alle mani mi disegnano scenari fantastici. Come ho detto a Daniela al telefono poco prima, voglio godermi questa tua rinascita senza troppa ansia.
Mentre prendo il caffè al bar, passa un video di Ultimo, e tu dici che è stato proprio bravo a emergere da San Basilio. Intanto, ci incamminiamo e cominciamo a parlare di tuo fratello, e dici che è bravo a fare beat, conosce le note e ha talento. Ti ascolto trattenendo l’emozione e le parole che stavano fecondando, voglio soprattutto ascoltarti: sentire quello che sale lentamente dai tuoi abissi. Non voglio illudermi che sia finito quel tuo malessere che esplode all’improvviso, però vorrei fare un passo di lato e vederti nei prossimi mesi camminare deciso e sereno.
Anche il sangue scuro delle nostre famiglie, come scrive coraggiosamente Simone Lenzi, ci condiziona e rompe gli argini della ragionevolezza, tant’è, la nostra resta una lotta contro quei mostri umani dei nostri matti antenati che ci perseguitano da secoli. Mica siamo gli eroi che li sconfiggeranno con una vita appena, macché, ce ne vorranno di generazioni più attrezzate delle nostre per sconfiggerli del tutto. A me oggi basta sentire la tua voce felice che dice: comunque so’ davvero contento, oggi.

Poi ci sdraiamo ad ascoltare Luché che canta un pezzo insieme ad Avitabile. Succede una cosa che mi fa sentire sceneggiato da Virzì. Il testo riguarda noi, parla di quello che ci stiamo dicendo con parole diverse in questi giorni. Racconta quello che sto provando a scrivere da questo mare metà inquinato e meta splendente: che ce la possiamo fare se diamo potere ai nostri occhi, alle nostre storie, alle nostre sensibilità. Tutti, nessun escluso. Vabbè, qualcuno lasciamolo col cerino acceso mentre si fa l'ennesimo stronzo selfie.

Una cuffia tu e una cuffia io, navighiamo su suoni e parole che trasudano malattia e paura, eppure vedi come sta evaporando tutto nell'aria? Figlio, mi riesci a vedere quanto sono contento mentre ti sto cantando?



venerdì 29 giugno 2018

Sicilia scaccia via quest'inverno di paure.

 Scrivo mentre stai dal professore A., scrivo mentre non ci sei, perché mentre ci sei cerco di stare con te. Non riesco più a starti lontano, ché ho paura che resti troppo da solo, e star solo oggi non è più come quando stavi solo l'anno scorso.
In questo pomeriggio luminoso sto davanti a un Campari che mostra la scorza d’arancia come una vela malconcia. Intorno a noi ragazzine viziate sorseggiano coca cola qui nel bar al confine dei Parioli. Forse non sono viziate, poiché non so quasi nulla di queste ragazzine, ma vedo quel loro modo sgraziato di accavallare le gambe, o di chiamare il cameriere, che stavolta mi fanno andare d’accordo col pregiudizio. Quando il bicchiere di Campari era pieno, c’eri anche tu seduto al tavolino che divoravi un tramezzino: sbirciavo mentre fiutavi gli sguardi di quelle ragazzine vocianti di biondo.
Poi sono venuto a prenderti, insieme al libro che non riuscivo a leggere nella mano, e nell’altra stringevo lo smartphone; arrivi tu, apri il portone e mi dici di entrare. Il professore col suo amabile, calmo e roteante modo di parlare mi fa sapere che il percorso termina davanti ai tuoi progressi che gli hai appena raccontato tra questi arazzi e libri, che ci mancheranno un po’. Spiazzato, accenno mugugni, che il professore interroga subito. Ripercorro in un minuto le tue espressioni, le tue parole, da gennaio ad oggi, e ammetto che il professore sa quello che fa, nel congedarti pur restando disponibile dopo l’estate. Così entriamo in auto sorridenti. Metti il Cd di Rancore e  passiamo in rassegna i testi di Rancore, e questa passione filologica spero resti come testamento emotivo nei tuoi racconti futuri.
Eccoci in macchina verso casa, ora la musica col bluetooth fa uscire sentimenti ammazzati dentro un’auto in Florida; mi fai ascoltare quel rapper che dici di avermi fatto già ascoltare l’estate scorsa. L’estate prima della tempesta, quella che sembra un’era di rabbia fa.
Passiamo a prendere mamma, sta lì con le sue buste di soddisfazione equo e solidale e il suo sorriso somiglia sempre di più al tuo sorriso di questi giorni: lo stesso che è in quella foto da bambino su quella bici gialla, anni fa. 2005, o giù di lì, quando è nato tuo fratello.
Vorrei piangere ora, ma io sto piangendo ora, e sto scrivendo come non facevo da secoli.
Intanto studio le mappe siciliane del nostro prossimo viaggio. Quello stretto, quel fuoco, e quella storia sapranno accoglierci come si aspettano i sogni al mattino? Ora spazzare via questo lirismo sdentato e scrivere del mio crollo di oggi. Un chiodo lungo un anno che premeva nella testa, “gli altri” che non sopportavo più, il tuo ennesimo risentimento che ho bloccato all’istante, e poi quella tua insopportabile rabbia esplosiva contro tuo fratello, insomma, tutto quel peso di nuvole nere che c’era oggi Roma.


Maledetto questo tempo di cattiverie esibite come medaglie, fatto di parole povere, concetti assenti, sensibilità soffocate per una rabbia bambina di non avere il macchinone nero, né un lavoro donato, né una fidanzata bionda. È che fa ringhiare anche persone insospettabili contro le facce spaventate dei migranti.

E noi che parliamo così bene quando difendiamo i più deboli, e noi che staremmo sempre su un treno a fantasticare mondi a suon di musica e libri. Ah, Il lamento di Portnoy, che mi sto godendo in questa ciclotomia passeggera che mi fa vedere tutto nero, ma poi leggo e tutto scompare.


Ora stiamo sul pullman uno accanto all’altro. Io scrivo, messaggi a casa, altri sui social, e tu ascolti il nuovo pezzo di Ernia - senti ch’è bella, pa’,e mi presti una cuffietta - e io che ascolto e penso alle tue insicurezze sempre più evidenti eppure sempre più scacciabili. So quanto ho contribuito in questi anni a farle crescere, perché crescevano anche in me. Scusa, scusatemi, in questi mesi ce la sto mettendo tutta a trasmettere energia buona a tutta la famiglia, e sto usando tutte le migliori parole che ho per voi.
A volte cedo, altre rinasco, poi ricado, e poi ancora mi rialzo e soffio dentro alla mia testa una sorta di tisana del pensiero: blocco ogni scatto aggressivo e riparto che sembro Gandhi in un centro commerciale.
Arrivati in questa cittadina spellacchiata e già generosa, poiché ti ha concesso di sfoderare sorrisi e battute in quantità che trabocca una quasi felicità.
Dal letto del b&b scrivo in mutande e registro sullo smartphone questi segnali di disgelo emotivo, e sto benissimo.
(Continua)


domenica 18 marzo 2018

il mio libro come

 
Mentre sto per scrivere questa cosa qui, alle 5.50 di domenica, mi lascio distrarre dal celestino e dal rosa che stanno dentro alla mia finestra. Mi sono svegliato alle 5.30 insieme a un’ansia scema, e il primo pensiero è stato quello di aver buttato in fretta dentro un tweet un resoconto di Libri Come, troppo ruffianamente onesto. Come se il mondo si aspetti da me un resoconto di Libri Come, prima dell’alba. Io non so perché vado alle fiere-feste del libro. E ogni volta che ci vado poi rimango turbato, e se sto in macchina mi metto a cantare per far uscire dal finestrino quel turbamento. Se sto in metro mi metto a fissare gli altri pensando a come mi vedono loro, che intanto non possono guardarmi ché li sto fissando io.  Stavolta mi ha chiamato Sonia per fortuna, ma per sua sfortuna, ché già era raffreddata, si è dovuta sorbire in anteprima il mio resoconto.

  Accompagnando tra un incontro e l’altro un’amica scrittrice, almeno ho capito perché ha senso per lei venire qui. E’ bastato osservare le tante persone che salutava, da quello che si dicevano, eccetera. È il suo amato mestiere che la spinge a frequentare questi luoghi. Così, pur di non pensarci mi metto a contemplare le tante donne, presunte lettrici fortissime, che si muovono freneticamente, tutte vestite bene, con un’aria di quelle che hanno letto troppo, e che sarebbe ora di godersela un po’ quell’aria stantia che hanno respirato durante il lungo inverno di piedi freddi e libri sul comodino. Poi ci sono gli uomini, che a me sembrano tutti scrittori, me compreso, con quella loro aria sbuffante e che si guardano continuamente le scarpe, o si sistemano le barbe, e forse sperano di essere notati almeno dalle sparute lettrici deboli. Sì, anche dopo questa disamina “alla costume e società”, non ho avuto il coraggio di ammettere cosa ci faccio io qui, tra di loro. Bah!
 Sono stato a Libri Come anche per vedere come leggeva Paolo Nori certe pagine di un suo libro. Mentre lo ascoltavo avevo gli occhi rivolti verso l’enorme vetrata che ci separava dal mondo che provavo a raccontare qualche riga fa. Da lì continuavo a vedere sfilare uomini e donne che si sistemavano le giacche, e alcuni di loro si lasciavano pure intervistare: tutti avevano l’aria di aspettare qualcuno in quel muoversi guardinghi di agitazione benigna. Anch’io mi sarei mosso così, e questa scena forse potrebbe spiegare il mio: che ci faccio qui? Erano loro i pesci nell’acquario oppure lo ero io per loro? Finalmente ha risolto tutto il crescendo della lettura di Paolo Nori che, passando dalla Mastrocola a Chomsky, da Rodari a Vonnegut, passando per Tolstoj è giunto a delle piane parole sull’amore. Avevo già la prima lacrima pronta a scendere sulla terra, quando Paolo Nori anticipandomi ne ha cacciate fuori dagli occhi un po’, cambiando anche il tono della voce. Queste sue belle lacrime che gli sono uscite fuori davanti a tutti noi, alla fine della lettura, forse meritavano un abbraccio, invece noi l’abbiamo solo applaudito. Ecco, in quel preciso istante ho capito perché mi trovassi lì: perché la letteratura arriva dove arrivano solo poche cose. Forse come l’amore, senz’altro anche come il dolore.
 Io sto aspettando le parole da circa trent’anni, per raccontare la storia che fa su e giù dentro di me, ma non riescono a uscire fuori del tutto. Sicuro le parole non le troverò in posti così, dove vengo a fingere di non aver nulla a che fare con quel mondo che si aggiusta le giacche e si osserva le scarpe nei corridoi di Libri come. Forse stanno aspettando anche loro, stiamo tutti aspettando qualcosa o l'amore.
Ecco, Libri Come è stata un’altra fermata, un altro stop, un altro blocco che si aggiunge a tutti gli altri che frenano le mie parole impazienti da millenni.
Allora la novità di questo mio Libri Come sa di lacrime e dopobarba.

domenica 13 agosto 2017

l'estate è quella casetta laggiù


    L’alberghetto era fermo all’ottantasei, e il gestore Angelo assomigliava ad Adolfo Celi con gli occhiali. Lo spazio relax consisteva in un biliardo appiccicato al ping pong, una pista tonda e legnosa dove non ballava nessuno e un flipper accanto al divano di pelle. C’era una palestra di cyclette disposte di fronte a una lavatrice, con attigua una sauna che abbiamo sfruttato in una mattina di pioggia. Ho sbirciato un Corriere della sera il primo giorno, stava su un tavolino nella hall, ma non era dell’hotel: la moglie annoiata del gestore, che leggeva Mastrocola, ci si è fiondata su appena mi sono allontanato. Era un hotel che somigliava a quegli autogrill-ponte sull’autostrada, ma di legno. Si mangiava bene, e si stava spersi e sereni come in una vera vacanza bisogna stare, almeno per me.
   Abbiamo fatto tante passeggiate. Il piccolo arrancava, e mi ricordava il piccolo Apicella in Palombella rossa. Il grande ha mostrato una resistenza commovente: merito del rap? Mia moglie respirava come Maiorca. E io? Osservavo e speravo che l’idea vacanza in montagna reggesse alla prova dell’escursione. Ha retto, e ci ha portato fino a 2200 metri.
Ho convinto il grande a salire in cabinovia a patto che ascoltassimo in cuffia il suo amato Rancore: avevo tanta fifa anch’io.
   La Val di Rabbi con le sue sparute casette, mezza abbandonata rispetto alla Val di Sole, ci ha fatto desiderare posti così appartati per le future vacanze. Invece stavolta stavamo in una zona da sciatori ma senza neve, anche se la clientela sciancata dell’alberghetto ci è ripiombata nelle nostre tendenze umanissime di radiografare le vite di persone barcollanti, anche in vacanza, anche quando sembrano più spensierate. Mi è piaciuto da matti contemplare le interazioni della famigliola con lo zio un po’ sciroccato al seguito. O quando al marito della toscana è partito un video porno a cena, e disperato non riusciva a bloccarlo. Oppure certe coppie precisine coi figli tiranni: le loro facce imploranti, le loro fughe attraverso il chiacchierar del niente eterno. C’era una bambina, Celeste, che sicuramente Kubrick l’avrebbe inserita in Shining, escludendo le gemelle, poiché emanava mistero e dolcezza in eguale misura. Al personale dell’albergo ho dedicato i migliori sguardi, i migliori ascolti emotivi. Nella testa avevo Youth, e cercavo famelico un Caine da fissare.
   A un certo punto la guida alpina, al rientro da una visita a un laghetto alpino, ci ha fatto scendere attraverso una pista da sci, d’erba. Un’anziana insegnante si lamentava della caviglia: mi sono girato e ho visto decine di persone coloratissime su sfondo verde arrancare con dignità in discesa libera. In quel momento, avessi avuto forza e più coraggio immaginativo, li avrei presi uno a uno in braccio e riportati alla base, accanto alla pasticceria.
In Val di Non, vicino al castello di Thun, ho mangiato una mela dopo circa quarant’anni. E. scendendo dall’auto ne ha colte due al volo da uno dei milioni di alberi che c’erano, il gesto ha eccitato il piccolo, che poi mangiava e rideva sfrenato mentre gli mordevo la mela, creandoci su rime allegre sul meleto.
Ridere, ci ha salvato ridere.
    A Trento, finalmente per il Muse, mi sono fissato e commosso davanti ai sassi decorati tredicimila anni fa. E poi abbiamo giocato con leve e vortici, osservato galli forcelli e camaleonti, e sudato in salita nella serra tropicale. Anche nel centro desertico di Trento si sudava, e poi al rientro, dal trenino, ho ammirato i vigneti come un unico tappeto infinito, che da Mezzocorona a Cles mi hanno riempito gli occhi a tal punto da farmi scrivere tutto contento di treni e di mie vecchie fughe, su google Drive, e con una mano soltanto.
     In quei giorni il grande mi disegnava a furia di racconti i suoi sogni di produzioni rap, di etichette e magliette, dove imprimere la sua carica creativa. Lo osservavo e pensavo alle Piccole virtù: a volte arrivano all’improvviso, dopo tempeste e pianti.
Illusioni, quelle che ci hanno tenuto saldi e felici in montagna.
Abbiamo percorso trenta chilometri in bici a trenta gradi, scioccanti per quei posti, lungo il torrente Noce. Stabilendo un’impresa, un record per famiglie non allenate e stressate da lunghi inverni urbani. Ci siamo abbracciati con gli occhi, mentre riportavamo soddisfatti le bici al noleggiatore stupito.
   Non ho usato internet in quei sette giorni, e vivevo in un’iperrealtà famigliare che mi sorprendeva. Riflettevo: potrei vivere in eterno così, mentre provo a fermare il tempo, riducendo le angosce, riuscendo a moltiplicare gli affetti.
Poi al rientro in una galleria infinita sulla variante di Valico, mentre sorpassavo un tir, a questo bestione scuro è esplosa una ruota accanto alla nostra auto. Un boato. Abbiamo tremato: E. spaventata non riusciva a parlare, il grande pensava fosse un interferenza audio in cuffia e il piccolo silente non capiva. Sono stato bravissimo a tenere strette strette le mani sul volante, a non frenare, e a dire a E. di chiamare il 112. Quando scavallo i miei evidenti limiti, mi sento bene come un leone sazio. Poi ho virato verso l'autogrill Cantagallo, dove abbiamo sublimato la mancata visita a Bologna per troppo caldo, con una mangiata di tortellini e amatriciane squisite già dal desiderio: ecco la foto delle nostre facce davanti a quelle padelle fumanti. Clic.
   Alla fine è stata la vacanza meno aggressiva mai esistita per noi. L’evoluzione ci ha spinti a credere nelle intenzioni buone, come il bisnonno Neanderthal abbiamo voglia di sotterrare asce e smartphone saturi sotto un piccolo pino cembro, come i furbastri corvi quando nascondono i loro semini ai piedi dei Larici.
Alla fine siamo rientrati abbronzati e salvi nella nostra capanna romana di cemento e glicine, dove aspettare un altro inverno, non prima di andarci a tuffare per qualche giorno nel nostro vecchio Tirreno blu.



domenica 9 luglio 2017

mitomania, buttami via.


Ci vuole molto coraggio ad andare a Procida come ci siamo andati noi, per due notti e dopo mesi di tempeste e incomprensioni. Ci vuole coraggio imbarcarsi e raggiungere l’isola più sghemba e attaccata alla terra d’Italia, di lunedì. Arrivare a piedi alla casa Airbnb in collina di Rosaria e fare quelli disinvolti, tutti sudati e cordiali. Pare che ognuno di noi si sia scelto un motivo segreto, astruso per essere lì e non a Tenerife o a Santorini o a Gardaland o ad uno rap store. Ma chi siamo noi? Coltivo da secoli l’hobby del fare esperienze uniche, solo mie, dettate da passioni smisurate ma passeggere. Sto rischiando di trascinare tutta la famiglia in questo vulnus, in queste scelte spinte da non so più quale demone post-fricchettone-aristocratico-ammuffito. Passeggiavo a passo spedito con il grande dal borgo della Corricella in direzione casa Rosaria sfiorati da bici con pedalata assistita, ma, chissà come, ci siamo ritrovati in aperta campagna, di notte, e con una discussione appiccicata addosso che  trascinavamo dal porticciolo: vedi che non mi ascolti? Continuava a dirmi e io calmo, trattenevo tutta l’ansia dell’esserci persi e mi sforzavo a non usare la mia nuova droga quotidiana: google maps! Ma io ti ascolto, solo che a volte parli troppo in fretta… ma lo sai che… e così fino a quando con l’ausilio di una vecchina ad un angolo tra due stradine strette, che chiacchierava con la nipotina - lei sì che ascoltava la bambina - ci siamo ritrovati finalmente a casa. Dovevo finire la rilettura del libro di Elsa Morante ambientato in questa isola scorbutica e bella, come certe signore al secondo dettagliato sguardo. Appena ho finito la lettura, oltre a scoprire mille dettagli in più rispetto a vent’anni fa, googlando, ho scoperto pure che soggiornavo a cento metri dall’albergo dove la scrittrice ha vissuto con lo sposo Moravia, e dove pare abbia concepito L’isola di Arturo. La storia di un sedicenne come mio figlio, che doveva affrancarsi da un mondo fanciullesco, stretto e doloroso. Cambia lo scenario, si modificano le abitudini ma i mutamenti tremendi e belli che avvengono in adolescenza credo siano più o meno sempre gli stessi da qualche generazione in qua. L’indomani raggiungo l’ex albergo dove soggiornava la scrittrice, ora trasformatosi in pizzeria, e fotografo l’ingresso del giardino, che una vecchina poco prima mi aveva indicato come il giardino di Elsa. E dicendomelo cosi quietamente mi ha trasmesso un silenzioso piacere. Dare un nome d’affezione a un giardino per me vale più di mille piazze o cento scuole: il giardino di Elsa.




L’anno scorso ho letto La Storia, e il prossimo anno? Alla fine di questo pensiero ho sotterrato un lembo di mitomania accanto alle ortensie blu. La mia claudicante mitomania, quella che erode l’impegno e fa sembrare tutto così possibile, tutto un po’ viziato da scemenze e velleità da raccontare eccitato agli amici; come quando a vent’anni stendevo le mie foto appena stampate sul letto e aprivo le monografie dei miei amati fotografi d’allora: cercando vicinanze artistiche, presunte attitudini millenarie in comune. Cercavo.  Che buffo ero a vent’anni: sensibilissimo, permaloso, allegro e puro come una bottiglia d’idrolitina. Certo, continuare a credere di appartenere a un piccolo mondo di lettere e amenità, in verità così lontanissimo, e presumendo di starci dentro ma non ricordando bene  ogni volta il mito di Ermione, be’, non se ne può più davvero di questo andazzo, caro Giuseppe. No, non sto per fare ipocriti proclami estivi;  no, non mi metto a spifferare livorosi commenti inediti su quel mondo: vorrei solo imparare a scegliere mete più affini ai miei desideri e godermi consumazioni a base di pasticcini in quei bar privi di ogni happy hour, slot o cazzate varie che non ci hanno mai appartenuto. Ecco, mi basterebbe riuscire a non appartenere a niente in questa estate già così fuggiasca, che mi costringe a restare all’ombra di un’acacia dove aspettare le buone idee azzurrine  del mattino: sarebbe già una tregua d’amore. Questa cosa vale solo se letta all’incontrario: partendo dalla tana sul mare e arrivare fino all’imbarazzo del mio pollice su questo punto.




venerdì 2 dicembre 2016

io e mio figlio



     Ieri mentre stavo in macchina passando dal Mandrione pensavo a mio figlio che intanto stava in fila per il firma copie di Salmo, nel negozio Discoteca laziale. Io lì ci andavo a sentire dischi, ogni tanto a comprarli, poiché accanto c’era La casa dei diritti sociali che bazzicavo come tirocinante. L’Esquilino accoglieva tutti i nostri beati turbamenti di inizi anni 90. Sì, pensavo a mio figlio e ai suoi turbamenti: papà ma te pare che si vuole fare una foto con me. E nei suoi occhi vedo quella vergogna che sempre i figli hanno per i genitori: non sono più piccolo, dico parolacce, canto cose toste e rifletto sul perché mi tocca vivere nell’era dei grillini e dei salvini e tu a dirmi solo ‘ste cose sceme. Già, e dopo mentre passo davanti alla Caritas a Ponte Casilino ricordo di quando facevo il tirocinio in quel centro di prima accoglienza minori. Il primo giorno mi diedero le chiavi di una 127 rossa e ci misero dentro due ragazzine rom che si erano graffiate le vene dei polsi: ti prego portale al primo pronto soccorso. Mi ritrovai all’ospedale Pertini per miracolo: per strada ‘ste due mattarelle maledicevano tutti gli automobilisti che incrociavamo, ed io a scusarmi con una specie di lingua dei segni da tangenziale est. Ieri invece ero orgoglioso di andare a prendere mio figlio, di riportarlo a casa dopo che aveva preso 6 a diritto - sto a gode, mi aveva messaggiato – e poi alle 14.40 era partito da solo dall’incrocio di San Basilio per raggiungere Termini. Come facevo un tempo anch’io: prendevo un treno e cambiavo aria, cercavo una scena di vita più spensierata. Una volta che arrivo in via Turati di colpo mi ricordo quando, quindicenne anch’io, in quella stessa via mi ritrovai davanti a una casa dove affittavano una stanza e mi spaventai come un pettirosso quando sull’uscio comparve un marchettaro in mutande. Mi ero iscritto al CineTv, e tutti giorni fare 130 km era una follia almeno quanto quella di riuscire nell’impresa di continuare lì gli studi, in quel tempo matto per me. Mi ritirai a dicembre, così cominciai la mia fase mezza punk solitaria, poco prima di andare via per sempre. Ieri una volta arrivato in negozio ho visto mio figlio che spulciava ciddì da prendere e mi sono emozionato. Nello scaffale poco più in là tutto l’indie-rock anni 90 era in svendita.


   Durante il viaggio verso casa alla radio c’era Gipi che parlava del suo ultimo libro, La terra dei figli. Mio figlio fremeva per sentire il ciddì nuovo, ma intanto stava eccitato su Instagram a dispensare mi piace sull’evento appena vissuto. Gipi diceva cose interessanti, oneste come al solito. A un certo punto mentre origliavo – scrittori non esagerate con lo spoileraggio, ché m’innervosisco – capto che parla del personaggio padre del libro, che aveva rinunciato a far conoscere alcune parole ai figli per proteggerli, salvarli e proiettarli verso un futuro migliore. Ecco, io a quel punto mi sentivo scemo ad ascoltare Gipi mentre mio figlio scalpitava col ciddì tra le gambe. Di scatto stavo per infilarlo nel lettore ma, d’un tratto, una luce bianca: basta questo bla bla bla sul fatto che siamo genitori adolescenti inquieti, basta, io non lo sono del tutto, altrimenti non avrei continuato a sgobbare in un posto dove guadagno appena 1100 euro al mese. No, io sono un genitore che vive nel 2016, con una tarda giovinezza spensierata di tormenti e speranze alle spalle, quindi ora, a 46 anni, tecnicamente sono ancora un non vecchio. Mio padre a 46 anni aveva vent’anni di fabbrica sulle spalle e nessun libro letto sulla coscienza, ma gli volevo bene lo stesso e da lui pretendevo che mi portasse a vedere le partite, non di certo a sentire Vasco Rossi. Oggi siamo in un altro mondo, oggi così come nel libro Eccomi di Safran Foer siamo tutti più vulnerabili, tutti più appesi al presente, ma volendo potremmo essere spensierati ancora, volendo io potrei mollare zavorre e zizzanie e frequentare il mondo che vorrei. Volendo potrei godermi i figli che vivono come figli, e fare al meglio il padre che vive.


venerdì 2 settembre 2016

la mia famiglia è una giornata d'agosto

   Poi giorni appiccicaticci di parole pesanti nell’aria, di figli annoiati, e di me che lotto come uno scemo contro la solita frustrazione di fine agosto: ancora un anno a lavorare lì? Ancora?
Così le serate le ho avvelenate con accuse e mugugni, subendo musi e sfottò. A quel punto eravamo una famiglia in preda a demoni aleggianti come Pokemon. Braccia graffiate dai rovi, birrette tutte le sere sotto le stelle ma con troppa troppa salsedine addosso. Al risveglio mi dedicavo alla ricerca di alberghetti economici in Trentino, e nella faccia si stampavano preventivi che mi deprimevano a ogni cliccata: quanto sei povero, tu con la tua rata per la fogna da ristrutturare. Poi ce l’ho fatta, e siamo fuggiti dal mare. Transitati da Roma giusto il tempo per portare vestiti e pannolini a una collega di mia moglie, che poi li ha consegnati ai terremotati nel paese dei suoi genitori. Così ci siamo messi in macchina direzione terme di Saturnia, con gli occhi pieni di sfollati e bimbi tirati fuori dai calcinacci. Passiamo da Saturnia ché anni fa con mia moglie ci trascorremmo giorni incredibili d’amore e tremori in tenda, tra teneri pazzi con cui abbiamo poi condiviso panini con porchetta, storie maledette e paesaggi commoventi. Eccoci là tutti e quattro sull’Aurelia a fare colazione felici e assonnati. Io che cerco la rivista IL, ma appena dopo Santa Marinella c’è solo terra argillosa ai lati della strada. Alle terme sotto le cascatelle ci diamo la mano e ridiamo e forse tratteniamo quegli attimi e forse ameremo quegli attimi: oltre ai grovigli sentimentali, che i figli portino con sé immagini di noi che ci baciamo nelle pozze d’acque sulfuree.
Mi riparo nel chioschetto con la password del wifi sulla lavagnetta e ricomincio a cercare su booking. Stavolta provo una tappa intermedia tutta per lei: Pavana, per salutare il suo Guccini. In trattativa con un albergo fermo la stanza per cinque minuti, il tempo di controllare su Maps: tre ore e quarantanove minuti. Niente. Puntiamo al concerto di Salmo a Senigallia, per fare una sorpresa al grande. Intanto prenoto una camera affare a Chianciano terme. Si parte e Maps ci immette in una strada sterrata dove non incrociamo macchine né persone e neppure animali, col tramonto di fianco che ci accompagna tiepido. Mi stacco da terra e vedo ora quella macchina che recupera serenità a ogni metro macinato, e la vedo di zolfo e di argilla avanzare lentamente tra filari di cipressi impolverati da noi: piccola e nera assomiglia a un insetto innocuo, a una tartaruga che cerca erba bagnata. Arrivati sull’Amiata siamo spersi senza GPS e con una fame spaventosa. Ci fermiamo davanti a una specie di rigattiere pieno di lamiere, è buio, solo gatti dentro a un mini borgo disabitato (ma chi li fa mangiare 'sti gatti, penso: ove per poco il cor non si spaura). Ci prende una voglia matta di barattare l’affare di Chianciano con un albergo sperduto di montagna: niente, tutto caro. La strada comincia a scendere insieme alla nostra stanchezza, ma ecco dopo l’ultima curva compare Arcidosso con una sagra fumante. Freno, e tutti contenti con le magliette a manica lunga ci tuffiamo nella sagra. Continuo a chiedere di alberghi, ma qui sono ancora più cari. Il paese ci piace, e ce lo giriamo dopo cena pieni di arrosto e sorrisi. Una compagnia di teatro fa le prove, un manifesto del festival dei racconti di strada sta accanto a una biblioteca che da fuori ci immaginiamo bellissima; poi signore che ci sorridono, e ragazzi che ci raccontano di sé partendo da un mio accenno di domanda. Siamo felici, e intanto sentiamo sparare i fuochi della Madonna del… boh? Ripartiamo in macchina. L’albergo di Chianciano sembra fermo al 1982, incluso il portiere di notte e il suo aiutante vecchietto con l’accento campano, per altro gentilissimi. Abbiamo due stanze comunicanti, così cominciamo a comunicare come non si faceva da giorni. Al risveglio trovo IL in una edicola in centro, e mi leggo il pezzo che Nadia mi aveva consigliato. Ci siamo tutti in quel libro dice, e intanto, sicuramente, siamo finiti tutti un po’ denudati dentro alla sua bella recensione.  Deviamo verso il Trasimeno, poiché al risveglio leggo che Salmo ha annullato il concerto (‘sti giovinastri rapper), ma lo diciamo lo stesso al grande che, incredulo, forse ci ringrazierà davvero fra ventisei anni… A Città della Pieve ci confondiamo tra mattoni rossi, mercatini affollati e chiese. Ripartiamo per il Trasimeno. Ci perdiamo ancora, ’sto cacchio di GPS, e ricominciamo a litigare inchiodando su un’altra strada sterrata. Sempre col caldo sono in agguato le nostre bestiali vulnerabilità. Alla fine ci tuffiamo in piscina e sciogliamo ogni inutile e pallosa tensione. Siamo sereni, quasi felici, e i figli giocano beati a basket nonostante i 30° gradi di afa. L’indomani gite, sorprese, isole, e il piccolo che si fa tagliare i capelli da un barbiere improvvisato in piazza. Noi ad ammirarlo per il suo coraggio, e per quella sua curiosità che vorremmo ancora intatta nelle nostre teste, tra capelli brizzolati e permanenti che ci tengono ancora in equilibrio.



Assaggiamo pesce fritto di lago all’interno di una stancante serata vintage paesana, a tratti divertente: i primi dieci minuti. Arrivato a questo punto, tu che leggi, penserai: oddio che cronaca dettagliata e spietata, ma perché ti riduci a questo? Provo a risponderti con l’ultimo fatto. La sera successiva dopo aver cenato a Perugia con tutta quell’aria fresca che attraversava vicoli e piazze piene di ragazzi, di suonatori, di pasticcerie arrapanti, e di strangozzi eccitanti, mi è scappato un pensiero di testa: a me gli altri piace solo sfiorarli, fissandoli, e desiderarli fino all’osso, ma restandomene un po’ fantasma in disparte. E allora tutto questo che sto scrivendo è frutto di un’incontrollata e frustrata voglia di condivisione. Smisurata, irreale, quasi compassionevole. Ecco il perché. E non avendo ricevuto neanche un invito quest’anno, cosìcché noi, affamati sempre degli altri, bisognosi di abbracci e addii, quest’anno ci siamo preoccupati, cioè, io soprattutto mi sono preoccupato: che la vecchiaia ci avesse già catturato sbattendoci a terra o affondandoci in una spiaggia assolata. Questo non mi pare giusto con tutto questo sole che c’è, mi ripetevo tra una cliccata su booking e una litigata con mia moglie: al di là del dolore c’è sempre un luogo disposto a barattarlo in amore. E la geografia ci salverà, e le strade sterrate prima o poi ci lasceranno entrare in giardini rigogliosi di persone e rose.



domenica 28 agosto 2016

fichidindia

     Poi ti capita di passare una giornata presso una masseria diventata nel frattempo un luogo per eventi, in provincia di Caserta, dove le strade sono piene di copertoni e prostitute. E sto lì al tavolo con un amico quasi sessantenne, ex fricchettone, uno che mette il panama in testa e riesce a essere sprezzante col mondo intero poco prima di tuffarsi vestito in piscina. Una volta riemerso gli ho chiesto se sapeva da chi era gestito questo posto, e lui, denso d’alcol e rimpianto, mi dice che è una lavatrice di soldi sporchi, ma per poi ammettere, con fare da attore alla Carlo Cecchi, che la sua generazione oramai spara solo cazzate. Romantiche cazzate, che però a me continuano a piacere, così come mi piace fissare quell’attimo prima della decadenza, chissà perché.


E durante la cerimonia ho continuato a chiedere se questo posto è “pulito” a un vice-sindaco, che mi farfugliava mah, chissà, e poi… a un altro parente, che dissertava come un travaglio qualsiasi; c’era poi chi mi rideva in faccia malizioso, e alla fine mio cugino Pasquale che si è ritrovava il mio stesso stupore in volto: magari questi sono diversi, e checcazz! Poi ho scoperto che sì, sono stati minacciati all’inizio, ma che poi sono riusciti a far incarcerare quei delinquenti. Tanto lo so che i “Io so, ma non ho le prove” che Pasolini disseminò in giro, qui, nel basso Lazio o nell’alto casertano, hanno attecchito più delle palme delle Canarie. Insomma, qui tutto si regge sull’emotività, sul pessimismo borbonico o ex-extraparlamentare e nessuno ha voglia di dire le cose per come sono davvero, per come nascono, si sviluppano e poi muoiono: come gli uomini, come le idee, come quell’Erica aggrappata alla Montagna spaccata. Questo vale anche per le questioni personali. Io, per esempio, ho una situazione famigliare stramba da sempre, a tratti angosciante, che gli altri conoscono, eppure, da anni, sono pochissimi quelli che mi hanno chiesto: Come stai? col tono affettivo giusto, di quello che ti fa rispondere senza fretta di troncare per paura di annoiare. Queste persone che l’altra sera ballavano e ridevano io le ho amate tantissimo, fino poi a odiarle altrettanto: anche se non riesco a essere sprezzante come l’ex fricchettone col panama (ti voglio bene ancora, eh!). Io non voglio invecchiare, pensavo stamattina sull’amaca mentre provavo a leggere, senza note, i canti dell’Inferno salvati sullo smartphone. Io voglio scappare dai clan, no, non solo da quelli gomorriani, soprattutto da quelli semplicemente famigliari: nell’aria ci sono turbamenti neri d’invidie e litigi e accuse e risentimenti e diffidenze e vafammocc’. Qui è così. E ci sono scappato nel ’90, per paura di crollare in una depressione coperta da mascara e birra.
Alla fine della serata l’ex fricchettone, oramai a modo suo integrato anche se nel fine settimana sputa veleno bevendo vino rosso buono, e che a me continua a stare simpatico, comincia a delirare spaziando su una gamma d’odio che partiva dagli ebrei, passando dai napoletani e finendo coi gay.
A questo punto gli ho messo una mano sulla spalla, ho abbassato al minimo il tono della voce e cercando l’espressione più dolce e accogliente che avevo appresso, e gli ho sussurrato: buonanotte, amico mio.

  

  Ieri sera il grande ha cominciato a parlarmi dei suoi problemi di comunicazione con gli amici “quelli quando io gli racconto di me mi troncano e cambiano discorso”, scoppiando a piangere alla fine della frase, come se avesse rivisto quell’espressioni chiuse. Allora l’ho abbracciato e mi sono sforzato di non dirgli cazzate, così ho aspettato alcuni minuti, facendolo piangere sotto quell’ulivo dove fiondava luce lunare, e riabbracciandolo gli ho appena sussurrato “ti voglio bene”, con il tono giusto, almeno credo. Dopo siamo usciti a prendere il gelato. E dopo ancora ho rischiato di mettermi il panama anch’io e…
(continua domani).

venerdì 22 aprile 2016

Romics e noi



     Avevamo dei biglietti omaggio, era domenica, si stava sereni abbastanza da rischiarci una domenica. Andiamo al Romics. Fiera di Roma. Appuntamento davanti alla parrocchia, dove gli amici del piccolo vanno a messa. Si parte.
Già dalla Prenestina rallentamenti. Google Maps mi dice che ne avremo ancora per un’ora abbondante. Smadonno. Devio all’Eur: intanto sulla Magliana direzione mare il sole ritorna domenicale per noi. Non ero mai stato alla Nuova Fiera. Un parcheggio immenso ci accoglie, in fondo vedo un tunnel pedonale pensile di ferro e vetro: e io penso subito alla solitudine notturna di luoghi così. Sfila accanto a noi un’intera comitiva mascherata da terroristi o poliziotti, non si capisce bene, con armi in pugno e tanto di cane con museruola nera che avanzano con passo marziale in direzione del tunnel. Rido di sguincio, e penso che in verità non sono mai stato un fumettaro, solo Zagor e Topolino da piccolo, poi da grande Gipi e Zerocalcare, un po’ di Peantus e un altro po’ di altre cosette sparse qua e là.
Una volta dentro ci ritroviamo nel fiume di persone che sfoggiano serenamente superpoteri, e ragazze con vestiti succinti che si lasciano fotografare ammiccanti, poi altri ancora con scatoloni colorati addosso, e tante altre infinite maschere che non riconosco: proseguono  ingombranti verso il chiassoso palcoscenico del Romics 2016. Tra loro ci sono le immancabili comitive sudate, con parvenze teppistiche, che intonano canti come allo stadio. Accanto a uno stand coloratissimo fisso una famigliola affamata di emozioni da catturare: Matte’, te voi fa’ ‘a foto con spaidermeen?


 A me sembra di stare a una festa patronale, ma organizzata meglio. Giochi digitali invece della pesca dei pesciolini rossi, stand al posto delle bancarelle, sushi al posto del muss’ de’ puorc’. Mi sento circondato da migliaia di ragazzetti tutti eccitati che non si accorgono del mio stupore, già, sono vecchissimo per loro e li capisco, anche se in realtà vorrei capirli meglio, ma forse dovrei cominciare a giocare come loro. Ma come faccio? Sarebbe una mimetizzazione asimmetrica, ridicola. In fondo è impossibile, e questa smania di conoscere tutto per me ha i giorni contati: parlo di quello che so, scrivo quello che vedo, il resto è soltanto un enorme pregiudizio affettuoso verso questi ragazzini, almeno per oggi.
    Mi avvicino a una specie di arena sponsorizzata dalla regione Lazio, sprofondo sul puff che fa da salottino accanto a dei venditori di giochi; ne approfitto per prendere fiato e mettere a caricare il cellulare. Sfoglio il programma. Intanto mio figlio mi chiede di comprare Nba ps3, cedo subito, in fondo cinque euro dentro a questa baraonda spendereccia mi sembra il minimo, figlio bello. Sbircio, tra decine di eventi oscuri ce n’è uno interessante per vecchi come me: lo sceneggiatore di Zagor al padiglione 5! Ma è nel pomeriggio, intanto ci tuffiamo nel fiume degli altri padiglioni. Arriviamo a quello che ospita gli youtuber e mi para davanti la scena che il figlio grande mi aveva raccontato il giorno prima quando con i suoi amici, ormai più per abitudine che per vero piacere, si erano fatti un giretto qui: c’è un casino, so’ organizzati proprio male! Mi ritrovo in mezzo a ragazzini ancora più eccitati, ancora più caciaroni di quelli di prima: vogliono le magliette, gli autografi e i pop-corn. Sul palco ci sono dei ragazzotti con felpe grigie che fanno battute meno riuscite di quelli di Made in sud, e si lasciano acclamare dalle festanti comitive, facendoci intendere dove sta il centro del mondo oggi. In fondo somigliano agli amici dei nostri figli, con quelle facce e quelle mani che un tempo forse erano timide e ora stanno lì per compiacersi di una gloria a buon mercato, spinti magari da vecchi produttori assetati di clic e soldi facili. Boh! Forse sto svalvolando coi pensieri in mezzo a tutti questi watt-giga-laser. Intanto lasciamo i nostri figli a fiutare le loro star sotto il palco. Ne approfitto al volo e dico “vado a sentire lo sceneggiatore”, ma D. mi fa: ma ce stava alle 15! Ma davvero? e non era alle 16? Rispondo già rassegnato. Riprendo il programma e scopro di una proiezione al padiglione otto. Scappo. Ci sentiamo dopo, eh. Per ridurre i sensi di colpa avevo invitato nel frattempo mia moglie a fumarsi una sigaretta per conto suo, e poi, una volta al padiglione otto, la chiamo ricordandole che allo stand della Panini ci sono gli autori di Topolino che fanno i disegnini ai ragazzi, magari al piccolo piacerebbe... Immagino la faccia di mia moglie davanti a questo mio solito teatrino telefonico, e così decido di salutarla abbassando i toni. A vedere la proiezione siamo in sei, di cui due ragazze lì per riposarsi e chattare in pace. Parte L’Augellin’ Belverde di Luzzati, musiche di Fossati e Oscar Prudente. Allora mi vedo dall’alto un po’ alla maniera dello scrittore di Caserta (che vive a Roma!): ai lati un intero mondo nerd che smanetta all’unisono, famiglie affaticate appresso ai loro piccoli e io, solo, al centro di una saletta anonima a vedere una proiezione che sarebbe potuta esserci anche nel ’73. Mia moglie se la ride pensando a queste mie patetiche fughe, così come ride di gusto anche mentre si fa fotografare accanto a un personaggio di Star Wars con tanto di spada laser: poi pubblica su facebook la foto e ci ridiamo su per tutto il viaggio di ritorno. Noi siamo così: un po’ Flintstones e un po’ Star Wars, sempre fuori luogo ma con una smania festosa di mischiarci col mondo, ridendo di noi, e di tutti i panni dei personaggi che abbiamo indossato in questi anni assieme. Quando si usciva con fare da intellettuali alle feste dell’Unità, o corrucciati e malinconici ma bellissimi dai concerti punk rock, o ancora seri seri, zitti zitti da certi cinema d’essai, infine anche  felici e sguaiati dopo certe cene dove la nostra autoironia diventava il sale della serata.
  Mio figlio alla fine non è riuscito ad avere il disegnino: era già tutto prenotato dal mattino. Lo porto da un fumettista che conosco, ma niente, questo cazzeggiava di un suo prossimo evento “altro che Romics” - dove lui però sta promuovendo il suo libro eh – e non aveva voglia di fargli il disegnino. Mio figlio con la testa abbassata e stanco mi sorride come a dire: ma lascia stare questi mezzi fricchettoni sempre insoddisfatti, sempre contro, sempre sazi (sì, lo ammetto, sto paternalmente proiettando fiducia nella luminosa mente del mio piccolo).

Prima di andare via ho dovuto tirare fuori i superpoteri. Non si trovavano gli altri due ragazzini della comitiva. Stavano ad aspettare autografi degli youtuber, ma non rispondevano al telefono, e nemmeno all’annuncio che ho fatto fare da Dexter in persona. Così chiedo a uno della vigilanza se posso entrare a cercarli. Mi spostano le transenne e mi ritrovo tra le star del web. Sbuco fuori e sento urla stridule, mi fissano tutti questi occhi e io fisso loro, ma come mi vedono con una giacca beige e la barba incolta non mi cacano nemmeno. Intanto sfilo davanti alla transenna e punto ancora agli occhi: sono stanchi questi ragazzini eppure gli brillano ancora da fare spavento. Becco i nostri eroi, sono schiacciati in prima fila. Mentre esco con loro sento una vocina che mi chiama: ehi, ho solo un misero blog con massimo venti visualizzazioni al giorno, penso vanitoso mentre mi giro lentamente, e chi vuoi che mi riconosca… invece eccola, è M. 12 anni, col fratello B. e il papà A., e fanno parte di un progetto educativo che sto seguendo in questo periodo. Sono contenti di vedermi e me lo lasciano intendere dai loro occhi vivissimi e, mentre i due eroi degli autografi prendono i cazziatoni dalle loro madri, io li abbraccio tutti e tre assieme: così oggi credo di aver fatto almeno due cose buone nella vita. Stavolta non piango, no, sono troppo stanco, invece abbraccio barcollando mio figlio sul viale alberato dell’uscita mentre tu ci osservi da dietro: e ora, davanti al piccì, sento negli occhi quel tuo sguardo come una lieve carezza laser.