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lunedì 7 gennaio 2019

Ero scemo, ero bello

   La stazione mi sembrava vecchissima, più dei miei genitori rimasti a letto mentre io salivo su quel treno puzzolente proveniente da Siracusa. Però c’era una bella luce di settembre e tantissimi taxi, bus, giapponesi e belle ragazze che mi parevano tutte spensierate, a differenza di quelle di Gaeta che parevano o contesse o sceme. Pure io però sembravo altezzoso e scemo, con la timidezza e la spocchia del diverso, all’epoca. Insomma, ora sto (stavo) qui a Santa Maria Novela e aspetto il taxi per la prima volta in vita mia, anzi, è il tassista che aspetta me: prego, dove deve andare? San Frediano, via di San Frediano numero sei. Salga, su.
Il portone altissimo, la strada stretta, l’Arno a cento metri. Mi accoglie Marco, un inquilino vicino di letto: tre letti in una stanza che però fungeva anche da corridoio per un abbaino affittato ad altre due persone. Questo l’ho scoperto dopo una settimana, vedendo passare un tipo insonnolito verso mezzanotte. Marco mi prepara subito un caffè e mi fa tante di quelle domande, almeno quante ne ho ricevute negli ultimi due anni. Mi siedo, accavallo le gambe, respiro e rispondo a raffica per paura che la sua attenzione possa scemare all’improvviso. Invece mi ascolta e mi fa: andiamo, ti offro un caffè da Pascosky. Così mi ritrovo ad attraversare il ponte Santa Trinità per la prima volta accanto a un ragazzo più vecchio di me, con una faccia che mi ricorda Gaber, e un accento che fa scivolare le parole sull’ultima sillaba e con una camminata tipica da paese borbonico: mani in tasca a formare una protezione genitale da ogni avversità cittadina. Però è simpatico quando comincia a parlare di musica per accattivarsi la mia giovinezza. L’altro argomento è il suo passato da contestatore, un po’ rinnegato, e che sopravvive in un ascolto religioso di Guccini. Io lo osservo mentre parla con autorevolezza che gli ho donato all’istante, appena mi ha chiesto: che musica ascolti? L’altro argomento che poi ha ripreso quotidianamente erano le sue invenzioni pre-tecnologiche riguardo a un sistema di asciugatura delle lavatrici, era il ‘90, era l’anno della benzina verde!… Insomma, prima o poi avrebbe brevettato le sue scoperte e avrebbe campato un po’ di rendita, almeno così sembrava che sperasse, mentre mi raccontava i lati negativi del suo lavoro come decoratore. Lo osservavo come se sfogliassi un libro sugli effetti della migrazione interna in Italia nella generazione del dopo ‘68: ce la farò anch’io, vedrai mamma ce la farò anch’io, suggeriva la sua faccia immalinconita. Mi stava simpatico anche quando raccontava di una donna che aveva rincontrato dopo dieci anni e nel frattempo lei si era sposata, aveva una figlia, ma lo cercava e lo voleva con sé almeno una volta alla settimana.
  Marco Abitava a Firenze già da dodici anni, io da dodici ore, eppure dai suoi racconti avevo recuperato tempo, soprattutto un tempo che mi era stato negato dal mio paese, da mia madre, dalla mia timidezza. Intendiamoci, avevo una libertà tale che un sessantottino si sognava, poiché io non professavo nessuna ideologia né appartenenza: ero soltanto solo al mondo. Fermati, non sto partendo col racconto tristissimo del ragazzino scappato di casa, no, si trattava di una solitudine intimissima: sapevo solo io quello che volevo realmente, gli altri erano spettatori dei miei slanci, delle mie fughe, delle mie stramberie maldestre, e poco più. Insomma, stavo qui a Firenze nel ‘90 in una casa per migranti post-fame degli anni cinquanta, e ci stavo per frequentare la Scuola di fotografia f/64 di Luciano Ricci. Avevo letto un suo annuncio su Fotografare, una rivista dell’epoca e, mentre sedevo svogliato in classe scrivevo sul diario: voglio andare a Firenze per studiare fotografia! E il mio amico di banco, con cui realizzavo vignette potentissime - lui disegnava io davo le idee - che facevano ridere da pisciarsi sotto pure al primo della classe. Insomma Amedeo mi dice, lasciando cadere la matita nervosamente sulla scalinatura: ma si scem’? E aveva un po’ ragione, poiché a marzo mi sono ritirato scemamente da scuola e a maggio stavo già a Firenze per conoscere Luciano Ricci. Era il primo viaggio che facevo da solo, e non avevo idea che profumo avesse, e neppure di dove sarei andato a dormire. Certamente non me lo chiedevo mentre addentavo una bistecca fiorentina in un ristorante con vista sul Duomo. Quando Ricci me lo ha chiesto, dopo che mi aveva fatto vedere la scuola, fatto conoscere gli allievi, e raccontato con tono sbrigativo lo scopo della scuola, io ho risposto: boh! Così mi sono ritrovato in una stanza a Figline Valdarno, dopo che ho cenato con una coppia che frequentava la scuola, anche se lui era essenzialmente un meccanico e lei una bella ragazza generosa, e che mi avevano offerto subito ospitalità appena hanno capito che quel mio boh! era frutto di una totale mia dipendenza dal mondo che mi passava davanti agli occhi. Questi due Rivera e Modotti nella Valdichiana mi hanno subito adottato per quella sera, anzi, fino al mattino, quando lei mi ha accompagnato alla stazione offrendomi pure la colazione.
 Questa è una traccia della mia vecchia libertaria mente che nella pagina precedente avevo abbozzato male, e che riprenderò col prossimo racconto erotico.


lunedì 27 febbraio 2017

tappi di vita 5° episodio

   Oggi non volevo giocare coi tappi, ho dato un giorno di libertà a tutti i tappi della cittadella. Avevo voglia di leggere il fumetto che mi sono scordato di prendere al piano di sotto, mancano poche pagine da leggere e stasera voglio proprio finirlo. Quando comincio una storia poi devo finirla, io non riesco mica come fanno certi a ritornarci su dopo mesi. Come sono fredde queste scale di marmo, chissà perché i miei si sono comprati questa casa mezza moderna e mezza antica. A pensarci bene hanno fatto sempre scelte strambe, che poi non erano mai scelte fatte fino in fondo da loro. Per esempio, a comprare questa casa li ha convinti una mia vecchia zia acida, mezza zitella, tutta bianca, che si mangiava le parole, e mi rincorreva per farmi le siringhe. Sì, mio padre, dopo aver faticato tantissimo da quando aveva otto anni, aveva proprio il desiderio di una casetta tutta per noi, ma di comprare proprio questa con le scale di marmo non l’ha deciso di certo lui. Dopo il periodo da cassaintegrato in fabbrica ha lavorato per tre: usciva di notte e rientrava di notte. Lo ammiravo. Qualche volta piangevo, quando non lo vedevo per l’intera giornata. Ma la domenica mattina era tutto mio, quando mi comprava dieci bustine di figurine all’edicola lungo il viale dei platani. Camminavo piccolo accanto a lui e ridevo con le gengive tutte di fuori, ché mi sentivo un re con quelle bustine ancora chiuse nella tasca del cappotto grigio. Camminavo e pregustavo quel profumo dolciastro di colla, continuando a sorridere, con lui accanto.
  Ora papà sta in pensione, anticipata, ma lavora ancora sodo. Mia madre gli vuole bene. Gli prepara da mangiare e gli lava tutti i panni da lavoro: metà sanno di mare e l’altra metà di terra. Ogni tanto litigano facendo scenate esagerate, quando succede, mi tappo le orecchie e fischietto canzoncine sceme sceme. Nel rimbombo mi pare di stare dentro ad una navicella diretta verso un’altra galassia.  Poi mi stappo le orecchie, ma succede a volte che non hanno ancora finito di litigare e quindi, com’è successo in quella domenica pomeriggio, mi tocca sentire il suono secco della forchetta che prende in pieno il vetro della finestra, dopo aver attraversato l’intera stanza come un missile. Il vetro comunque non si rompe mai. Certe volte sento porte sbattute in sequenza, camera bagno ingresso, con tutta la forza della fine del mondo. A quel punto mio padre esce e sparisce tra gli alberi in fondo alla pineta. Invece mia madre, stremata dallo scontro, si stende sul letto che pare una merla morta. Allora io passo silenzioso accanto alla stanza da letto e mi vado a mangiare i biscotti colussi in cucina. A  volte cominciano a litigare proprio mentre sto pensando a un’amichetta: la immagino già grande come mia madre, coi seni, le cosce e tutto quello che la trasforma in una femmina vera. Spesso succede proprio nel momento che sto con gli occhi chiusi e le gambe tese, che sento le prime urla, bestemmie o porte che sbattono. E così ricomincio a tapparmi le orecchie.

    Il fumetto l’ho scordato giù in cucina perché prima sono salito di corsa per fare l’ultima partitella a pallone della giornata, in cameretta con mio fratello. Siamo grandi e grossi, pensiamo alle nostre femmine nude, eppure quando scatta la voglia della partitella non resistiamo e ci scanniamo come nei peggiori derby. La palletta da gioco è grande quanto un uovo, ma i dribbling glieli faccio lo stesso alla Bruno Conti.

Sento i miei, sdraiati a pancia all’insù, che fanno il loro solito dolce resoconto della giornata, anche se a volte capita che parlino male di qualche parente, ma questo dipende dai loro umori amari che si mischiano; ora mi pare proprio di sentire sempre più chiaramente un discorso che mi riguarda…

“ …chissà se riuscirà a combinare qualcosa di buono nella vita”.
“ Speriamo che trov’ nu buon lavor’, ché quello non sa fa’ quasi niente”

Non faccio in tempo a tapparmi le orecchie. Vorrei partire con le canzoncine sceme, ma a questo punto farlo non servirebbe più: il peggio l’hanno già detto. Vorrei fare un salto fino a giù, ma mi sentirebbero e allora sarebbe anche peggio. Di farmi vedere ora sarebbe vergognoso quasi come se gli vedessi mentre fanno l’amore. Devo congelarmi. Magari mi tappo lo stesso le orecchie e mi sento ancora un po’ marziano, pensando cose assurde. No, sarebbe davvero troppo assurdo. Magari aspetto paziente qualche altra frase di spiegazione, un accenno di pentimento. Magari erano arrabbiati con me e allora hanno deciso di sostituirmi nei cattivi discorsi a qualche parente fetente? O forse sono solo stanchi? Non li sento più. Dormono. Fuori i gatti miagolano come donne innamorate. Stasera c’è un silenzio che non avevo mai sentito. Non mi muovo. Le mani sfiorano le orecchie. Gli occhi bloccati. La bocca neanche la sento. Davanti ai miei occhi c’è la cornice del cristo piena di schizzi di vernice bianca sul corpo martoriato – residui di pennellate mai ripulite da mio padre – e stasera sta ancora più in alto al centro della parete, con la lampadina sopra la fronte. Il silenzio aumenta. Mi paralizzo sul gradino di marmo, vedo nel buio le vene blu e non so se sono le mie o del marmo di Coreno. Sto a tre metri dai miei che sono stesi sul lettone, morti di sonno, appena svuotati di parole amare per me, e non riesco a svegliarli per farmi spiegare. Ho tredici anni, l’età giusta per farmi valere e dirgliene quattro. Non mi muovo. Spero, ancora una volta spero, oggi ancora di più, nella parola buona dell’ultimo secondo. Che sgonfi il dolore. Ma non c’è.  Sale invece una rabbia mai conosciuta: vorrei entrare e rovesciarli a terra. Poi urlargli tutte le parolacce che gli ho sentito dire in questi anni, e con gli occhi di fuori fargli capire quanto siano loro ad avermi deluso. Sono l’ultimo figlio, un ragazzo pieno di tic, di paure, eppure ancora con un filo di voglia di perdonare. Stasera, che silenzio. Allora mi sdraio lentamente e di colpo crollo nel sonno anch’io.

  Mi sveglio in piena notte, sdraiato e freddo e con tutta la bocca impastata come di birra, come quella che una volta abbiamo bevuto di nascosto un sabato sera con gli amici. Rumori di materasso mosso da corpi mi fanno tremare, facendomi capire dove sono, e così scappo come un fantasma pauroso nel mio letto. Il fumetto è sul comodino, non si è mai mosso da lì. Mi tappo le orecchie e aspetto.





lunedì 6 febbraio 2017

Tappi di vita (4° episodio)

    Poi all’improvviso, in un luminoso pomeriggio di giugno, mentre me ne stavo a testa in giù concentrato su dei tappi a un incrocio che soccorrevano altri tappi incidentati, mi sale una irrefrenabile non voglia di vomitare. Mi rialzo e comincio a camminare velocemente nella stanza, avanti e indietro. Poi esco sul balcone, rientro. Faccio finta che non stia accadendo a me: è un vuoto di cui non voglio avere nessuna memoria. Così ammacco altri tre o quattro tappi all’incrocio, e me li fisso ancora  più stupito di prima. I tappi delle peroni rendono di più: con la loro leggera puzza danno realismo all’accaduto. Rimango all'incrocio dell’incidente fino a sera. Poi ceno. Melanzane arrostite e bocconcini di bufala. Dopo cena vado a liberare la scena dell’incidente, facendo ritornare a casa i vari tappi coinvolti, tranne due che li trasferisco nel piccolo ospedale. La diagnosi del tappo medico è inequivocabile: tre giorni di degenza, minimo. Cerco di tranquillizzare i parenti tappi, e subito dopo do la buonanotte all’intera cittadella. Esausto, mi sdraio sul divano a guardare Portobello in tivù ma il pappagallo non parla nemmeno stasera, e si ripresenta quel fastidioso senso di nausea che sfonda ogni distrazione che stavo per architettare nella mia mente, costringendomi a rialzarmi di scatto. Mio padre mi guarda di sguincio, mezzo addormentato non si preoccupa più di tanto dei miei movimenti. Mia madre già dorme. Raggiungo mia sorella su e le dico, ma senza parlare e facendo smorfie strane con la bocca contorta: aiutami! Lei ride, convinta di una mia ennesima imitazione. E smettila, scemetto, mi fa. Io allora comincio a togliermi i vestiti e ad ansimare. A questo punto lei mi viene incontro con gli occhi all’ingiù. Passiamo un’oretta sdraiati l’uno accanto all’altra, come in ospedale: mi aiuta a respirare accarezzandomi e raccontandomi fatti buffi vissuti con le sue amiche, anche se riesce a fatica a stare calma pure lei. Quando vede che la mia agitazione aumenta si alza e mi fa: andiamo da zia! I miei dormivano, e mia zia stava a cento metri da casa nostra e senz’altro era ancora sveglia a chiacchierare con le figlie. Le raggiungiamo in condizioni pietose, comiche: attraverso il vicolo con addosso solo gli slip bianchi, stringendo le mani sudate di mia sorella. Intorno a questi due mingherlini c’è solo buio di vicoli e neanche un’anima in giro. Entriamo con tutta l’emergenza del caso: non so cosa c'ha, respira male e trema, fa mia sorella tutta imbarazzata per quell’incursione serale. Mia zia coglie come sempre il nostro disagio e lo trasforma in un pronto aiuto: sedetevi ragazzi, vi preparo una bella camomilla. E si mette a raccontare di come anche la figlia più piccola ogni tanto aveva queste crisi durante l’inverno romano. Le sue figlie annuivano accennando sorrisi discreti su quei volti sereni. Già prima di bere la camomilla calda e dolce ricomincio a parlare, lentamente, tirando fuori parole farfugliate e annuendo contento a ogni sua carezza di parola.
   Al rientro stringo ancora la mano a mia sorella lungo quel vicolo che mi appariva meno scuro, più largo, e non sudavo più ma sentivo l’eco di quelle parole tenere e incoraggianti che ci riaccompagnavano piano a piano a casa.

In psicologia questo episodio può essere ascritto all’emetefobia.




mercoledì 4 gennaio 2017

Tappi di vita (3° episodio)

   In quel tempo che giocavo come un forsennato coi tappi mi sono pure innamorato. Si chiamava Valentina, aveva 12 anni, era di Napoli. Certi pomeriggi di controra mi sdraiavo sul lettino e me la immaginavo in santa pace: la amavo da sdraiato, all’ombra. Non ne parlavo con alcuno, tanto meno con lei. Poi mi rialzavo, mangiavo una rosetta con la nutella e tornavo alle gare sulla pista del marciapiede. A testa in giù facevo schizzare ancora più veloce quei tappi che a tratti mi facevano pensare a delle corone di regine, un po’ ammaccate. Le ferie d’agosto Valentina le trascorreva al mio paese, in una casa al terzo piano di fronte alla mia, appena quattro metri di vuoto ci separavano. Spesso prima di andare a dormire lei era lì con le sue gambe penzoloni infilate tra le maglie della ringhiera: gambe abbronzatissime. Io stavo di fronte con le mie gambe secche accanto a quelle di Alessandro, quello peloso e piccolo, e cercavamo con gli sguardi di trasmettere dichiarazioni audaci, ma con le parole riuscivamo solo a sfotterla come due scemi. Alessandro ci metteva un gusto nel farlo che mi faceva salire il sangue al cervello. No, mica glielo dicevo, invece stavo lì a rinforzare i suoi maligni sfottò: mi sembri Michael Jackson, le diceva! E poi arrivava il momento dei saluti ancora più scemi: Valentì, attenta agli zombi stanotte, eh. E il momento esatto che chiudevo la porta finestra mi saliva un magone che asciugava il sangue di prima, ma ridevo lo stesso, con tutti le gengive di fuori all’ultima battuta di Alessandro, già di spalle con tutti quei peli che sbucavano dalla canottiera rimasta appiccicata alla sua schiena. Mi sdraiavo sul lettino in slip e sbirciavo la finestra di fronte spenta e vuota come un pianto non esploso.
   Così passai quell’agosto esagerando col gioco dei tappi: addirittura feci esordire anche le tappe, poiché fino allora non mi ero posto la questione delle femmine nel gioco. Ce n’erano alcune che sceglievo tra i tappi della cedrata o dei succhi di frutta. Quei gialli e quei bianchi arricchirono quella comunità monocromatica che era stata fino allora la mia cittadella dei tappi: comparvero anche le scuole, i bar e le spiagge. M’inventai certe posture dei tappi per farli apparire più felici, più imbronciati o semplicemente più curiosi di come sembravano prima. A Valentina non feci mai vedere le gesta di quei tappi, neanche sotto tortura l’avrei fatto, eppure quel cambiamento sociale dipendeva dal mio amore per lei: avevo colorato un gioco che pensavo fosse solo da maschi, ma non riuscii mai a farci giocare una femmina, così come non riuscii mai a dare un bacio a Valentina. Quando giocavamo a nascondino, e ci si ritrovava dietro le macchine parcheggiate al porto, e tra noi e il mare c’era solo quel tanfo di nafta e pesci morti, ci fissavamo al buio e scoppiavamo a ridere per le mie battute, e delle volte le nostre mani nervose sfioravano una coscia o un braccio dell’altro, niente, neanche in quei momenti esibivo quella modifica sociale apportata nel mondo dei tappi: l’amore. All’epoca avevo una timidezza strana: intimissimo con i compagnetti della cerchia, ma bloccato con tutti gli altri. Avevo sempre bisogno di una spalla per sfottere, parlare, giocare. A favore dei miei compagnetti mettevo in atto l’effetto pigmalione, come si usa dire in pedagogia, quindi sapevo tirare fuori il meglio da ognuno di loro, ma loro, all’oscuro dei miei sentimenti per Valentina, non potevano proprio farmi fuoriuscire niente, figuriamoci l’amore per lei. Così quel che resta di quell’amore oggi se ne sta tra le mie stanche scapole a farmi i versacci, le pernacchie, per sbeffeggiare giustamente quella mia primitiva vigliaccheria maschile.




martedì 15 novembre 2016

tappi di vita (primo episodio)

    Da piccolo giocavo con dei tappi di bottiglia che recuperavo al bar Del Mare, e ci creavo città, uomini e donne, bambini, e magnifici stadi di calcio. In questi campi facevo disputare partite infinite, con tifosi veri che accendevano anche i fumogeni-fiammiferi. C’era anche il telecronista, in cabina. Le bandierine. Le gradinate le avevo realizzate con piastrelle avanzate in terrazza. Me ne stavo lì per interi pomeriggi tra lenzuola e cieli tersi, vedevo un solo spicchio di mare appendendomi al palo dell’antenna della tivù. Pensavo sempre alla vita dei tappi, cioè agli abitanti di questa mia città, e quando mi svegliavo invece di vedere i cartoni animati pensavo a come organizzare la giornata a questi più di cinquecento abitanti che aspettavano me al risveglio.  Così organizzavo mercati e feste, lotte e vita domestica, ma gli sport erano quelli che desideravo proporgli di più. Partite di calcio soprattutto, ma anche corse infinite su marciapiedi strettissimi, a cui costringevo amichetti soggiogati dalla mia tenera follia di far vivere bene questi tappi-abitanti. Una piacevole frenesia durata alcuni anni. Poi un giorno mia madre ne buttò parecchi ma, soprattutto, buttò Mennuni! che era una sorta di stella della squadra locale, quindi, nella mia gerarchia cittadina era una specie di eroe-sindaco-santo. Piansi disperato, quasi quanto quella volta nella caduta in vasca dove mi ruppi un dente. Mi arrabbiai con mia madre, quasi volli scappare di casa, poi, una volta digerita l’ennesima incomprensione genitoriale, impiegai cento tappi sopravvissuti per l’imponente ricerca del disperso Mennuni. Niente. Era introvabile, e forse lo stavano già triturando nel compattatore che sfrecciava sulla litoranea verso Terracina. Povero me, che vivevo solo per loro ma che li ho traditi lasciandoli incustoditi, soli. Gli feci anche diverse foto a questi tappi vivi, e chissà se un giorno le ritroverò, così da farle vedere ai miei figli. Ecco, io ero uno così, uno che animava cose e fiutava gli altri ascoltandoli, religiosamente. Ma parlavo pochissimo in pubblico, soprattuto tra i grandi: timido ma vivo, avevo sempre qualcosa in serbo nelle mie lunghe giornate giocose. Si chiama gioco simbolico in pedagogia, per me era tutta la vita che potessi trasmettere agli altri e alle cose per farle diventare qualcosina di più: qualcosa che potesse attivare altra vita a casa mia. 


sabato 6 febbraio 2016

Due ciambelle

    
   Edoardo arriva di corsa fino alla riva poi frena, col piede sinistro sfiora l’acqua, barcolla per due secondi e si volta per guardare la madre. Un attimo dopo arriva pure il fratello piccolo, ma non riesce a frenare: si ritrovano entrambi in acqua. Urlano per metà divertiti, e per l’altra metà preoccupati per l’imminente ramanzina della madre. Non sono ancora in costume. Non arriva nessuna ramanzina. I genitori sono già coi culi affossati nella sabbia, a un paio di metri uno dall’altro. Giocano con la sabbia. Lui scava rimanendo sempre allo stesso livello di profondità, lei invece se la lascia passare tra le dita lentamente, osservandola mentre scende. Da lontano si somigliano, e se non fosse per il seno di lei e il costume attillato di lui, potrebbero fondersi in un'unica figura. Ci sono pochi ombrelloni aperti, è fine giugno e i villeggianti se ne stanno ancora indaffarati in città. Nel frattempo i due bimbi sono in acqua alta quanto loro, affogandosi a vicenda fino allo sfinimento, ridendo. C’è una coppietta vicino a loro, sono nascosti da un gozzo ancorato; si baciano e si abbracciano e si capisce che quel salato tra le labbra sta aumentando le voglie di entrambi.

   Passa il traghetto al largo e spacca in due il mare come un grande cocomero, lasciando dietro alla poppa una scia che oggi appare ancora più inquinante: schiuma che si mischia col fumo nero di nafta. Poi sparisce.

     Luisa viene da una notte insonne, ma questo non le ha impedito di preparare la sua solita buona frittata, che si è andata a prendere tutta l’aria della casa annunciando la gita domenicale: al mare o scampagnata o giretto nei parchi cittadini. Oggi non si sta solo fino al primo pomeriggio, ché se va bene a papà, oggi si rimane addirittura fino al tramonto. Fino a quando gli spiaggini degli stabilimenti accanto non avranno smontato in fretta tutti gli ombrelloni, lettini e sdraio che durante il giorno disegnano la spiaggia come un enorme manto colorato. A quell'ora si beve la birretta con la busta di patatine aperta sull'asciugamano.
     Frequentano da sempre la spiaggia libera: un corridoio stretto e lungo che accompagna lo sguardo fino al mare. Dalla strada vedi armonie strambe di linee confuse e colori diversi, persone con pose che altrove sarebbero oscene, e bimbi che scavano infinite buche con l’idea fissa di trovare l’acqua, pur sapendo che sta lì a meno di tre metri dai loro piedi. Eppure, quando arrivano con le mani all’agognata acqua, urlano nemmeno avessero trovato le pepite d’oro nel proprio giardino. La spiaggia libera, questo spazio vivo, estemporaneo, caotico e colorato accoglie anche oggi Luisa e la sua giovane famiglia.
     “Ti ricordi quando passava la signora delle ciambelle?”.
     La frase non ha ancora ricevuto la brezza per spostarsi, rimane ferma in aria sotto gli aquiloni. Luisa non vuole rispondergli subito, oggi non le sembra il caso di rispondere immediatamente. Oggi ha dei suoi ritmi interni da rispettare, dominati dalle sue ansie strozzate in pancia. E quei grovigli di pensieri. Il marito aspetta con la testa abbassata cercando di trattenersi, almeno oggi vuole riuscirci.
   “Ricordo eccome! Ne volevo sempre due, una da mangiare subito e l’altra dopo il panino con la frittata”.
   “E sì, e che piacere tutto quello zucchero che si appiccicava alla bocca e andava via solo al primo tuffo in acqua, eh Luì?”
   Tonino invece risponde subito, a causa delle sue ansie da prestazione che galleggiano da sempre tra i suoi occhi e quella enorme bocca aperta. Aspettare per lui è come perdersi qualcosa, che poi non si capisce mai cosa sia davvero questo qualcosa.
Tonino, alleggerito della risposta sul ricordo delle ciambelle zuccherose, si fa coraggio e poggia la testa sul ventre della moglie. È bollente e molle, e gli procura un accenno di erezione. Vede il cielo azzurro senza nuvole e sente il mare della riva che si appoggia sulla riva. Pensa all’appuntamento di domani mattina, si scurisce, allora tenta di addormentarsi. Luisa nel sentirsi premere il ventre è costretta a uno sforzo di posizionamento, respira un po’ affannosamente, ma in fondo le è piacevole sopportare quei capelli e quelle ossa addosso: dallo sguardo si direbbe che la faccia sentire meno preoccupata.

foto di Luigi Ghirri


   “Mamma abbiamo fame!”
    Nel rialzarsi di scatto sente una fitta, ma nessuno se ne accorge. Rassicura i bambini che i panini sono nella borsa, e che glieli da subito, poi li osserva: dura pochi attimi. In quegli attimi lascia scorrere immagini di lei bimba nella sporca casa dello zio al paese, scure e tristi immagini che lottano nella sua mente con quelle dei suoi figli, di ora, nitide nel loro splendore. Sarebbero un caos nella testa di un altra persona ma non nella sua, che invece le accoglie e si commuove, ma nessuno se ne accorge. Ora Tonino è a gambe incrociate con il panino tra le mani, negli occhi il fastidio del sole, accanto alle sue gambe i due bimbi che sbriciolano felici.
   I due innamorati di prima sono usciti dall’acqua e camminano avvinghiati verso l’ombrellone fissandosi negli occhi, intervallando lo sguardo con vedute vaghe tra la sabbia e il niente.
   Il piccolo si sta leccando le dita impregnate di sottiletta filante e, tra i crateri di sabbia che hanno scavato poco prima, ci sono caduti pezzetti gialli di frittata che da lì a poco saranno sotterrati senza tanto sforzo da milioni di piedi irrequieti. I topi del turno serale sono già in allerta.
     “Ti va di andarmi a comprare un gelato?”.
     Tonino sta già contando gli spicci e si sta avviando quando Luisa gli chiede, con una smorfia che sembra un sorriso soffocato “ma almeno chiedimi quale gelato voglio, no?”. “Vabbè, ma lo so già, ti porto il solito cornetto”. Luisa sta per cazziarlo, ma osservando il marito di spalle, con quel costume blu comprato da lei otto anni prima all’Oviesse, e intuendo che quel suo corpo asciutto e curvo nasconda chissà quali paure, lo perdona con quei suoi enormi occhi verdi gonfi di lacrime, ma nessuno se ne accorge.

    “Coccobello, coccorinfrescante!”

    Con la pancia schiacciata sulla sabbia Luisa parla al telefono con Rosa: le racconta di come si sia prestata volentieri a delle nuove porcate, e di come a Tonino gli erano tanto piaciute. Anche se durante, continua, dice di averlo visto che faceva smorfie strane, erano d’insoddisfazione? Poi insiste che quando lei gli stava sopra, si era guardata le cosce, intravedendo una piccola, quasi impercettibile, smagliatura. E le chiede: perché ho fatto quelle cose per lui? Ho paura di perderlo? Per fortuna si erano subito messe a ridere come due adolescenti e le risposte erano rimaste sospese tra la sabbia bollente di Luisa e la pianura afosa di Rosa. In realtà nella sua testa non c’è niente di adolescenziale in questi giorni, tra l’amore di quella notte e il mare di questa mattina. Tonino lo sa, ma preferisce terminare le frasi al posto suo e correre a comprarle i gelati.


   Con tutta la panna che si scioglie sulle labbra e senza neanche pulirsi, e con tutta quella cioccolata che mastica nella bocca, Luisa, accortasi di un’imminente sonnolenza negli occhi del marito, gli dice: Tonì, ma domani, prima di andare in ospedale perché non ci fermiamo al bar a fare colazione? Ha certe ciambelle buone il Bar Del mare, così magari ce ne mangiamo due a testa. A quel punto con la lingua si decide a pulire il labbro inferiore e mentre lo fa sembra una bimba che non vuole far cadere nemmeno una goccia di gelato a terra, ché vuole trattenere più a lungo possibile quel sapore dolciastro nella bocca. Sorride con gli occhi socchiusi, e con la testa reclinata verso la sabbia produce uno sforzo esagerato. Ma nessuno se ne accorge.

(racconto di Elisa Gatti, ditele cosa ne pensate, le è necessario saperlo)




giovedì 18 settembre 2014

il personaggio

Mi è arrivata una multa. Mi è costata 129 euro, pagandola con lo sconto. La polizia provinciale di Grosseto mi ha inviato due belle e nitide foto della mia auto che attraversa l’Aurelia deserta, il 7 agosto, a 89 all’ora. Si andava in Val D’Aosta. Si tentava la spensieratezza. All’avvenuta notifica per poco non svenivo: era la quarta notifica di atti giudiziari in quattro giorni, inclusa quella speciale di equitalia ancora da snotificare. Siccome l’autovelox era piazzato a Capalbio Scalo, e siccome proprio in quei giorni stavo scrivendo di un tale che abitava da quelle parti, io, scrivendone usavo una delicata cattiveria, come si fa con certi personaggi, lui ora, me lo sento, e me lo immagino pure: fa parte della polizia provinciale. Allora era lui, senz’altro, quello accovacciato dietro a quella reflex automatica posta sul cavalletto e ha fiutato, il tipo all’improvviso ha fiutato che in quell’auto c’era un file con un pezzetto della sua storia, così lui zac! mi ha immortalato senza pietà; ahimè, lui sì con cattiveria, lasciandomi in mutande i primi di settembre. Lo sento ancora che dice tronfio ai suoi colleghi, con quei suoi occhi da diavolo sotto il berretto verde: Se ne va in vacanza carico di debiti e con la velleità di descrivermi bene, tiè, allora io ti blocco l’istante di vita spensierata e vediamo se non la smetti. Così, beffato dal personaggio, per la prima volta mi va di ascoltare un messaggio ultraterreno e smetto di fare quello che scrive, e comincio, perché no, a capire meglio dove si è offeso il tipo, a che punto del racconto, in quale trama debole si è impigliato, bloccato. Caro tipo dal berretto verde, sappi che tutto questo sforzo lo faccio solo per riscriverti meglio. Così magari la prossima volta che sfreccio da quelle parti mi spari direttamente, che ne dici?
Tra qualche giorno riprovo a descriverlo, tanto il racconto giace ancora immobile tra la notifica beige spavento e la bolletta del gas, a nord di ogni possibilità di essere letto da qualcuno. Dorme in una mail ancora estiva.
Poi come un vento tiepido d’inverno, verso sera, due occhi bellissimi hanno osservato per qualche minuto il personaggio. Un improvviso lampo: l’attesa resta tra le poche cose godibili dell’età adulta.

Di Antonello da Messina



venerdì 25 luglio 2014

Luisa non ci sta

foto di luciano ricci
Dopo cinque ore di autostrada nelle gambe e nella testa, entriamo lentamente nell’autogrill. Un paesone alle spalle, che lo scrittore anni settanta avrebbe demonizzato per le sue brutture. Invece io ascolto Massimo. Scendendo dalla macchina mi continua a raccontare “sai, poi l’ho penetrata, sdraiandola con forza sul cofano della macchina”. Sarà per lo scirocco sulla faccia, sarà per certi pensieri che mi stanno esplodendo tra la testa e il cuore, ma non ce la faccio più: ma tu fai proprio schifo, urlo con gli occhi di fuori. Lui sorpreso, e con quel sorriso da cugino maggiore mi fa: ma quella si era comportata male, mi aveva tradito e comunque stavamo ancora insieme. Lo spingo contro il cesto dei cd a 9.90 euro e scatto verso la zona pic-nic.
Il sole spacca in due l’intera piazzola. Siamo in pochi sotto quel sole, gli altri tutti all’ombra. Mi giro e vedo Massimo seduto a mangiare il panino che gli ha preparato la sua coinquilina. E’ sempre stato comodo nel guscio delle sue donne: la madre, la zia, la nonna, la fidanzata, la coinquilina. Lui fa il re. Abbiamo ancora due ore buone di viaggio insieme. Dopo questa incazzatura avrei solo voglia di dirgli che non lo sopporto più. Ma sarebbe peggio, perché comincerebbe a ripetermi di come siamo cresciuti insieme, di come ci fidiamo l’uno dell’altro da sempre, di come abbiamo fatto, e faremo, sempre le cose insieme. Era vero fino a ieri, oggi è diverso caro mio, questa storia di violenza contro Luisa mi sa che ci allontana per sempre. Anch’io ho amato Luisa; anch’io conosco Luisa; anch’io so che storia ha Luisa. Sapere, stare dentro le cose, conoscere i tragici segreti, e tutte le sue angustie passate: i cugini che la violentavano durante la sua infanzia. Ecco, l’ho detto, quindi, poiché so tutto questo, non ti perdono più. Mi sembra assurdo questo suo raccontare senza un minimo di pentimento, o di coscienza dell'ulteriore danno che ha procurato, no, caro Massimo, io faccio l’autostop e ti lascio proseguire da solo.
Eccolo che guida sicuro nella corsia centrale a novanta all’ora, e tutti quelli che lo sorpassano da destra che lo insultano giustamente; oggi non riesco nemmeno a cazziarlo come faccio solitamente. Guardo la strada e vedo la faccia di Luisa piegata di trasverso sul cofano che respira a fatica. Mi piombano negli occhi quelle parigine che ormai conosco anch’io, e subito dopo tutto quell’asfalto bollente che tiene in piedi la scena pietosa di Massimo che spinge soddisfatto; sotto c’è lei bloccata dalla sua mano e da milioni di anni di storia. E le donne di Massimo sempre a considerarlo come un re.
Stiamo andando a votare nel nostro paese d’origine: una commedia inutile votare un altro re circondato da altre mille schiave. E penso a mio padre: non l’ho mai visto dare una carezza a mia madre. E io, che amo Luisa da sempre, e adoro la sua fragilità, e conosco ogni suo segreto, sono costretto a piegarmi alla storia di questi uomini, e soffrirne anch'io. Sapevo già della violenza, sapevo dell’addio crudele che ha dovuto subire, ma sentirlo dalla bocca di Massimo con quel sorriso sghembo a esaltare il gusto di un gesto primitivo, be’, questo mi sta disintegrando la testa. Voglio picchiarlo.
All’improvviso prendo il volante e lo smuovo come un pazzo ridendo tutto il mio disprezzo sulla sua faccia di cazzo. Si spaventa, frena e mi da un cazzotto in testa.

Questo lo sto raccontando da un letto d’ospedale.  E Luisa non ci sta.

Scritto da Vita Amara, Edizioni Scriviscrivi, Collana Chepoitipassa


sabato 31 maggio 2014

Intercity, giorno.

Il treno parte alle nove. Un intercity. Intanto l’autobus numero quattordici si offre, sbuffando, di farmi arrivare in tempo fino a Milano. Fa un freddo che non conosco. La città non mi sembra rinascimentale, soltanto fredda, e forse io non sto tanto bene. Leggo “Il giovane Holden” e non rispondo al telefono: almeno dieci chiamate senza risposta. Ieri sera mi sono studiato la cartina di Milano. So con precisione il prossimo tragitto casa-lavoro-casa che mi aspetta. Il numero delle fermate: venti. Una frenata improvvisa dell’autista mi fa alzare gli occhi sulla strada. E’ piena di giapponesi e giacche di pelle appese davanti ai loro occhi.  Un bimbo accanto alla bancarella ha gli occhi spalancati e la bocca serrata, sta per piangere ma, chissà, forse non lo farà oggi. Queste cose ai miei occhi sembrano un gancio, una stretta forte. La felicità. Canto in mente la canzone e sto per piangere. Ma guarda un po’, piangere, a vent’anni, sul numero quattordici, poco prima delle nove. Utilizzo tutti questi numeri per cercare una cifra, uno stile, un urlo rotondo per scendere di corsa dall’autobus arancione. No, non se ne parla, perché il lavoro è importante e non posso campare facendo il lavapiatti, restando iscritto all’università, sono già sei anni, e a dieci esami dal traguardo. Non rispondo al telefono. Nemmeno scambio lo sguardo con la ragazza mora dagli occhioni neri, truccata benissimo, dirimpettaia d’autobus. Davanti a me vedo solo la prossima stanza quadrata d’ufficio con una sedia vuota davanti al monitor: che aspetta indifferente un culo nuovo. Il libro mi spaventa. Non vedo laghetti ghiacciati ma sento dei dialoghi nevrotici tra i miei afflitti organi. Fa freddo. Eccola la stazione: appare all’improvviso come una dimenticata caserma. Le vado incontro pensando al palazzo dei fantasmi di quando ero piccolo, e di come riuscivamo a entrarci nonostante il terrore tra le mani, che si stringevano con le dita al buio. Qui sono solo. Un fiume nero di persone: mi vengono incontro artisti con tele vergini sotto al braccio, e ragazzi con chitarre a tracolla, e laggiù ragazze sorridenti poco prima del mazzo di fiori. L’androne è smisurato: in fondo devo solo passarci per arrivare al treno. L’architetto della stazione forse pensava che ci sarei arrivato con i cavalli e le giraffe? Mancano dieci minuti. Mancano le forze.

Un lungo fischio che sembra l’intro di un pezzo brasiliano mi fa sedere contento sull’Espresso per Napoli. Il gioco dell’oca l’ho sempre preferito al monotono monopoli.

Reale albergo dei poveri, Napoli.
Foto di Mimmo Jodice



domenica 18 maggio 2014

il camion e il bambino

Caldo. Un camion. Un bambino di nove anni. Un uomo sudato. Una strada di campagna. La campagna dello zio. Niente, si era incaponito con il padre che voleva tornare a casa con quel camion. Non aveva mai viaggiato in un camion, prima di quel giorno. Il papà gliel’aveva concesso. Era prima di pranzo.
 Dopo due minuti che erano partiti il camionista gli fa con uno sguardo di sbieco: Aspetta, cinque minuti e torno. Lo osserva mentre si avvicina a dei contadini; prende due cassette di legno vuote con una mano, e con l’altra gesticola. Passano venti minuti. Torna e ripartono. Il bambino suda. La strada che vede davanti è stretta, lo diventa di più quando sfiorano un canneto. Sorpassato il torrente, arrivano all’altezza di un emporio. Stavolta gli dice solo “cinque minuti”. Prende una cassetta di pomodori e la mette nel cassone. Poi torna indietro, e si mette ad aspettare lui cinque minuti il negoziante. Che poi arriva. Parlano, quasi litigano, e dal vetro intravede parolacce e parole irripetibili per la sua bocca di nove anni. Intanto suda nell’abitacolo pieno di santini e donne nude. L’uomo ritorna. E’ arrabbiato. Neanche lo guarda. Il bambino comincia a piangere. Magari è solo sudore copioso. Tutto si sta mischiando sulla sua faccia. Il camion sfreccia su quella strada poderale e sembra un elefante che avanza nella giungla. Si ferma di nuovo. Stavolta il camionista non dice niente. Scende. C’è una donna seduta sotto un Noce. Le mani sopra le cosce. I suoi sandali bassi che strofinano lentamente sulla terra sabbiosa. Accanto c’è un campo di cocomeri. Lui si avvicina lentamente. Dal vetro si capisce che si conoscono. Lui la fissa. Lei continua a strofinare. Sono fermi nelle loro posizioni. Il camion è acceso. Il bimbo sente un rumore salire insieme al calore. Non c’è nessuno oltre ai due là fuori. Dentro al camion le donne nude sembrano agitarsi. I santini no, quelli stanno con quel loro sguardo fisso verso il materasso stretto tra le spalle del bimbo e la lamiera. Quando il bambino si volta verso i due, la donna non c’è più. L’uomo torna a bordo e parte come una saetta. Il bambino sta piangendo da cinque minuti e lui neanche se ne accorge.

foto di Josef Koudelka



domenica 8 dicembre 2013

dettagli sul mare

foto di Mimmo Jodice
      Eccomi davanti a quest’enorme stanzone che si allunga fino al mare. Anche se ci sono quelle inferriate rosse un po’ arrugginite che ne bloccano la vista, immagino lo stesso il mare verde di primavera, che si apre fino alle minuscole isole laggiù. In fondo all’angolo c’è un piccolo bar incassato al muro. Nell’aria c’è musica di canzonette. Qualcuno accenna un ballo incerto. La gran parte delle persone stanno sedute ai lati su sedie di ferro e legno, come quelle della scuola, scheggiate qua e là a causa di vecchi lanci contro silenziosi muri pastello: certi omoni un tempo le lanciavano per liberarsi da troppa rabbia che gli usciva dagli occhi. Me l’ha raccontato Luciano, alla fermata dell’autobus, che smontava dal turno della notte più mattina, erano le tre, quindi, anche mezzo pomeriggio si era fatto, a quel punto.
      Davanti al bar c’è un tavolo con sopra una mela. Sembra bacata, ma non ne sono così sicuro, visto la distanza che c’è. Appoggiata al tavolo, e accanto alla mela che sembra bacata, vedo una donna con i capelli lunghi e bianchi - mi fa un po’ paura - con la testa nell’incavo delle braccia, come una gatta, che alza lentamente lo sguardo verso di me e non dice nulla. Mi fissa. A me non interessa il suo sguardo né la sua storia, perché sto qui per un’altra storia: sta lì in fondo, che appoggia tutte e due i gomiti sul tavolino tondo del bar, e parla con la signora chiacchierona di Viterbo. Parlano di me; capisco che mi ha visto entrare e che sta sfruttando i pochi secondi che ci separano ancora, ne sono quasi sicuro, per raccontare un altro aneddoto su di me, magari quello di quando avevo cinque anni in cui dicevo: non ci vedo più perché c’è troppo vento. È il suo asso che si gioca sempre. E’ una specialista di questi ricordi dall’apparenza insignificante, come improvvisi dettagli disseppelliti in stanze buie di muffa. Mi presto a questi ricordi aggiungendo particolari inaspettati, anche per lei. Ma oggi non mi va, oggi voglio restare ancora un po’ sull’uscio a osservare questa stanza enorme che puzza di medicinali. Forse lei oggi esce da qui. C’è da congedarsi da questo purgatorio. Quindici giorni di permanenza non sono niente, direbbe mio cugino esperto in materia; in realtà me lo dirà dieci anni dopo durante una passeggiata d’inverno sulla spiaggia. Ora, cioè trenta anni fa, in questa storia, avevo una visione caotica e allo stesso tempo chiara, lucida, che alimentava una visione di fragilità in ogni angolo del mondo che attraversavo.

martedì 27 agosto 2013

falanghina


Sono uno di fronte all’altro, dietro c’è il melograno appena germogliato. Sotto i loro piedi erba brulla che ricorda certe aiuole trascurate del paese. Lei accavalla le gambe mostrando impazienza. Lui sembra lontano, diffidente del momento. Poco prima era successo di nuovo, alla fine del pranzo, che aveva preparato con la solita cura e passione, e che lei aveva apprezzato al punto da dargli un bacio subito dopo aver buttato giù l’ultima vongola; tra quel bacio furtivo e la litigata sarà passato un minuto. Giusto il tempo per lui di sorseggiare in maniera trionfante la falanghina. Lei fa una domanda, che poi era un ricordo di tanti anni prima, e lui, al suono di quelle parole, in realtà un suono dolce e non accusatorio, sentendo quelle parole inaspettate sbatte il bicchiere sul tavolo e si alza di scatto. Lei si ritira nelle sue minute spalle e sbuffa, senza farsi sentire. Ma sbuffa, e lo fa pensando a quando lui scattava per molto meno e di tutte quelle serate rovinate da una parola fuori posto, in quegli anni della loro giovinezza. Erano lontani quegli anni, ma non in quell’istante dello scatto di nervi d’oggi, che è apparso come un vecchio film in bianco e nero. Di violenza e silenzi.

 Si era andato a sedere davanti al melograno. La moglie l’ha seguito. Prima passando per il bagno per piangere un po’ in santa pace. Mostrarsi debole non le è mai piaciuto, figuriamoci oggi, dopo tante conquiste sudate e ancora fragili da gestire.

Una leggera brezza tiepida smuove la scena. Lui si abbassa con la testa e le spalle verso la terra. Lei ora lo fissa come quando lo desidera e poi glielo lascia capire con due o tre mosse da femmina. Lui non la vede ancora. Nessuno dei due voleva ritornare su quella frase che riguardava il passato remoto, era chiaro da tempo la volontà ferrea, tacita, di lasciar scorrere il tempo. Un compromesso che fungeva da tensostruttura sulle loro esistenze. Ma non parlano né si muovono. Dentro la loro casa c’è una radio che libera canzoni d’amore italiane. I vicini stanno prendendo il caffè e si capisce che affrontano allegramente la questione di dove passare le prossime vacanze estive, sembrano eccitati mentre scorrono dépliant di località patinate del Mediterraneo.

Di solito a quest’ora fanno l’amore, dopo pranzo gli è sempre piaciuto, più della sera, con quel cibo appena gustato e il vino bianco ancora in funzione: a quel punto alle mani e alle bocche resta un teatro aperto, dove rappresentare la tensione nel desiderio.

“Guarda che quella volta a Perugia hai sbagliato tutto, e io avevo ragione. Devi solo ammetterlo e non farti il sangue amaro. Poi sono passati dieci anni caro mio”.

Ora la sua faccia si fa manovrare dai nervi e ghigna pronta ad attaccare. Il risultato è fiacco e non procura niente, la tensione che c’era rimane tale e quale a prima della frase esplosa nella bocca della moglie. Una zolla è soffocata da un calcio del suo piede sinistro, in silenzio, nessuno se ne accorge.

“Io ho sbagliato sempre con te, tu incarni proprio lo sbaglio”.

“Smettila, e lasciati andare. Capisci quando non ha senso combattere?”.

“Facile per te, che trovi sempre la maniera di massacrarmi”.

“ Lo sai che gli spaghetti erano proprio buoni? Sei un’artista sei”.

A questo punto, con tutta la bocca di olio, vongole e falanghina, gli da un bacio con la lingua che si agita nella bocca di lui come una vipera. Lui cede, ma rimane rigido e spera in una sua imminente leggerezza, opportuna e scaccia crisi. Lei insiste, perché oggi non potrebbe fare altro, allora si sfila la maglia e si butta come una gatta sopra di lui. L’albero, l’ombrellone e le siepi collaborano nel proteggerli e nasconderli al mondo. Le margherite ai bordi si agitano simulando un applauso. A questo punto i corpi stendono ogni nevrosi sul tappeto erboso.

Intanto la bottiglia di falanghina cade a terra, ma nessuno se ne accorge.
 

Scritto dal mio amico Felice, per i tipi "scrivi che ti passa". Estate 2013 alle spalle.
 
 
 

martedì 19 marzo 2013

1949, l'altro ieri


Ieri ho ascoltato una storia tragica accaduta alla mia famiglia. Me l’ha raccontata mia madre, in macchina, dentro all’inferno del raccordo anulare, mentre la accompagnavo alla stazione. La coda di auto aumentava la tensione, e le lamiere mi proiettavano fredde verso la disgrazia colorata di particolari emersi dalle mie mille domande. Si tratta di un mio lontano cuginetto, che nel 1949, a soli tre anni, morì. Il fatto è tragico ed ebbe risvolti irreversibili per suo padre. Mio zio. Chiaramente, ne risentì l’intera famiglia. Oggi anche un po’ io.  Mi appare l’enorme fragilità che irrompe e che investe e modifica per sempre i caratteri, le abitudini, le scelte, le posture - e le tante parole non dette - che hanno determinato la storia della famiglia. La guerra era appena finita oltre che nella sua rappresentazione scenica, che conosciamo a memoria dai film, anche dai cocci, dai corpi feriti, e dalle infinite scorie psicologiche, che stavano appena appena facendo i conti con la gioiosa frenesia di ricominciare daccapo. Da misere e scoraggianti macerie. In quel fermento di donne formose e uomini smagriti, di case tirate su in una nottata e strade polverose piene di bambini scalzi, in questo scenario accadde la disgrazia. Fellini faceva ancora lo sceneggiatore.

Non riesco ancora a raccontarla una disgrazia, un dramma così scioccante che rischia di succhiarsi tutta la storia, a dispetto dei preziosi dettagli, delle ombre e delle omissioni e delle comparse e dei silenzi, che avrebbero più spessore del fatto centrale, almeno per la mia sensibilità. Eppure vorrei raccontarla, poiché rappresenterebbe un inizio, un margine da cui risalire e raccontare delle mostruosità familiari, che stanno lì, stese al vento dei giorni del presente: ne vedi i contorni, le sbavature e le inconfondibili storture narrative. Di fatto, ieri, prima di riascoltarla, ne conoscevo appena il dieci per cento di questa storia; adesso potrei riempirne quasi la metà di cose vere. Ma siccome il puro autobiografismo mi annoia ormai, non mi resta che aspettare una tempesta perfetta che scompagini il vero, accettandone il fantastico; ci sarebbe l’autofiction, direbbe Pascale. Il grottesco, Ammaniti. I racconti a mosaico, Cognetti. La commedia, Piccolo. Lo psicoanalista, una mia amica.
 
foto di luciano d'alessandro
 

Ecco, a me piace assai raccontare fatti privati che si mischiano ai fatti pubblici. Cose realmente accadute, dentro abnormi e verosimili cazzeggi urbani. Scopate drammatiche al limite di un amore, che sbattono contro fellatio liberatorie in parcheggi di stazioni lunari. Innamoramenti improvvisi, prima di abbandoni tardivi. Conformismi astuti di grigiore, accanto a discorsi diretti e umanissimi di compassione. Questo vale per tutti, compreso te, vigliacco spione che non sai dichiarare il dolore.

                        Auguri giovane ottantenne di Newark!
 
pastorale

domenica 18 novembre 2012

lago ghiacciato


 

 

Tonino scende di corsa le scale del policlinico. Una volta all’uscita si ferma e guarda il grande piazzale del parcheggio. Sembra ghiacciato d’auto. Minuscole persone che staccano dal turno anch’esse. Il gabbiotto del parcheggiatore è buio, si riconosce per abitudine d’orizzonte. Il tondo fascio dei lampioni gialli non arriva a coprire l’enorme lago ghiacciato. Qua e là ciuffi d’erba sopravvissuti al calpestio pensieroso dei visitatori ansiosi di arrivare il prima possibile dallo specialista, o dal parente ricoverato. Il rumore di tazzine scaraventate con stile da baristi scalmanati è solo ricordo di giorno, niente, ora c’è soltanto il lago ghiacciato.

 
“Pronto, dimmi!”
“Ciao Grazia, niente, sto in rosticceria e volevo chiederti se ti va di mangiare con me il pollo alla diavola”.
“ Ti ricordo che non viviamo più assieme da mesi, sei un po’ distratto…”.
“ Già, ma avevo voglia di divorare il pollo con te”.
“ Senti finiamola qui prima di sprecare venti euro di telefonata per niente”.
 
Stasera la città è vuota di partita di calcio e il percorso lavoro-casa si accorcia, la mancanza di code gli fa balenare nella mente la possibilità di telefonare a Sara, dopo il categorico e scontato rifiuto di Grazia. A Sara piace ricevere telefonate la sera, all’improvviso, e risponde sempre come se fosse la CHIAMATA. Mentre tentenna prima di chiamarla sfoglia la posta della pubblicità della cassetta condominiale. Viaggi fantastici e pizze consegnate a domicilio con soltanto quattro euro, con la birra in omaggio, se prendi pure il supplì. Di fronte la vetrata sporca da lavori in corso interrompe la trasparenza. Fuori, nel piazzaletto mattonato marrone si vedono piante solite da condominio, almeno romano, almeno urbano. Dentro all’atrio parte la telefonata. Interrotta un attimo dopo dal segnale tutu tutu. Allora sale i due piani fino a casa lentamente. Forse sta trascorrendo lo stesso tempo che c’impiega solitamente Sara nel baciarlo, poco prima che gli sbottona i pantaloni, quel lungo bacio dove passano milioni d’intenzioni, sogni e aspettative di fine settimana di vita. Una volta Sara ha pianto dopo quel bacio. Voleva spiegargli con parole miste a lacrime la sua condizione di ragazza trentenne laureata, sottopagata, e con una credenza piena di carciofi e melanzane sottolio, scamorze e soppressate. Da mangiare nelle serate fredde, da sola, perché con quella con cui divide la casa proprio non le va di dividere pure il cibo tribale che sua madre le invia ogni mese. Allora mentre piagnucola si mette a raccontare di quel ragazzo del suo paese che la tormenta per tutto il mese d’agosto, a cui non ha dato nemmeno un quarto del bacio che da solitamente a lui, ma che, lo stesso, insiste peggio di un operatore di sky per quei cazzo di abbonamenti. Ti piace il calcio? E i film? Ma va va, questo Sara lo dice proprio mentre sta passando il guado lagnoso per approdare alla cintura di Tonino, slacciandogliela anche stavolta. Subito dopo si disperdono in una nuvola rossa il ragazzo opprimente del sud, la rompipalle di sky e tutte le pieghe tossiche del giorno. Tonino con una smorfia testimonia il passaggio della nuvola e accetta sereno il rimedio.
 
“Sara cara, come stai?”
“ Benone! E tu, cucciolo mio, come va? Non ti sento mica sereno, come mai?”
“ Niente, solo stanco di una giornataccia di lavoro…ma cosa fai, ora, che fai?”
“ Sto andando al cinema, vieni pure tu, dài”.
“ Al cinema? No, no, mangio qualcosa e vado a dormire. Grazie però”.
“ Vabbè non insisto, perché tu sei proprio un capoccione. Un bacio”.

Sbatte la porta sovrappensiero. Ma il rumore lo scuote lo stesso e gli indica il tormento da seguire. Così si siede davanti al portatile e comincia a scrivere.

 
Stavo nel salone dell’ostello. Come spesso accade in questi luoghi s’incontrano persone, quindi spensierati si chiacchiera fino tarda sera. Stavo lì con Grazia, e anche lei come me era affamata e curiosa di persone da conoscere. C’era un ragazzo. Del sud. Pareva un po’ ubriaco. Diceva cose sconnesse e s’intuiva una rabbia mista a rancore per alcuni parenti di giù. Non era tutto chiaro. In questi casi capita che uno diventa personaggio per quella serata  e si prende tutta la scena. Questo ragazzo lo aveva fatto con un po’ di aggressività. Scherzavamo cercando di abbassargli d’istinto l’aggressività, ridendo delle sue lugubri battute. Almeno ci abbiamo provato. A un certo punto questo ragazzo alza il tono della voce e fa vedere la pistola che ha con sé. Dice che deve ammazzare un parente. Tutti restano col fiato strozzato in gola. Nessuno parla più. Dopo dieci minuti mi ritrovo in bagno e vedo questo ragazzo e la sua pistola in evidenza. Ho paura, per la prima volta ho paura davvero della morte. Di quella improvvisa. Quei cinque minuti in bagno assieme a quel ragazzo con la pistola sono stati tremendi. Perché quel ragazzo cominciava a delirare contro gli ospiti dell’ostello e maneggiava la pistola come fosse una compagna perversa con cui fare cose strane. Una volta nella stanza, nel mio posto a piano terra del letto a castello, mi sono messo ad ascoltare i discorsi di politica che gli altri due dei piani alti stavano facendo. Il craxismo e le sue schifezze era il tema, tenerezze al confronto del pistolero pazzo in bagno. Quella paura per una morte casuale, violenta e improvvisa ancora oggi è viva nella mia mente. E anche oggi voglio scacciarla, stavolta al posto di Craxi c’è Sara. Anche se lei ora sta comoda al cinema e io qua mi slaccio i pantaloni da solo.
 
Le ossa del pollo formano un quadro astratto, tipo cubista. La faccia di Tonino un po’ espressionista riflette nel piatto cubista e si pietrifica. Fuori le macchine si rincorrono dopo la partita. I vicini vedono un film porno a tutto volume. Il cinema dove siede Sara è mezzo vuoto. Tonino forse pensa a Grazia, alla sua irriducibile volontà di abbandonarlo ogni giorno, dopo ogni telefonata. Anche in quelle serate mondane dove s’incontrano da amici, pure col sorriso leggero riesce a trasmettergli una chiusura ermetica al suo cuore. Grazia non è cattiva, solo delusa. Poteva aspettarsi di tutto da lui, in fondo quando l’ha scelto era così strambo nelle sue manie. No, l’ha abbandonato alle sue manie per il fatto che non aveva più voglia di stare con uno che si era rassegnato a fare il portantino, assunto tra l’altro da una cooperativa, quindi sottopagato, pur di non insistere con l’università, la scrittura e un mondo di intellettuali brillanti. Loro in fondo ne facevano ancora parte di questo mondo, ma solo a sprazzi, come outsider senza portare nulla di originale in quei sabati sera di vino e risate. A lei questo pareva assurdo. Infatti, sforzandosi come una ribelle marxista degli anni venti, si era iscritta all’università e dava esami tra turni massacranti allo sportello reclami dell’agenzia delle entrate. Un lavoro fatto di pazienza e strategia, altro che statali imboscati, qui si salva il paese dalle insurrezioni quotidiane! Così raccontava agli amici quella sera, e mentre lo faceva provava quel gusto di donna impegnata che le ricordava certe donne degli anni settanta che rigorose e belle rappresentavano un cambiamento possibile.
 Intanto Tonino contava gli ossicini del pollo grattandosi il capo lentamente.

 
La strada lampeggia insegne e il vento anima il silenzio, Sara si è fatta accompagnare a casa di tonino. Citofona. “Posso salire cucciolo?”
Il pantalone a terra forma una V e dirige lo sguardo verso i suoi piedi minuti. Le unghie viola sembrano morte e le caviglie mostrano una tensione appena vinta. Tonino osserva il corpo rannicchiato di Sara rimbalzando di tanto in tanto lo sguardo verso il soffitto, come un flipper impazzito dove non si vince mai. Di scatto, dopo averle studiato ogni venatura e ogni piega della carne, le accarezza la nuca ripetendo, anche se con un ritmo più lento, gli stessi movimenti del pompino appena ricevuto. Subito dopo Sara si è addormenta di colpo, succede che si addormenti sopra la sua pancia dopo l’intimità di quei momenti. L’aria della stanza è umida e fa pensare alle lagune con quei rospi sazi a fare da guardia al buio lungo la riva sabbiosa. Dopo averla accarezzata, va allo scrittoio e comincia a scrivere nervosamente.

 
Quella volta della paura per la morte improvvisa in effetti è stato solo una prova, per i miei nervi, la mia sensibilità. Avevo bisogno di capire dove stava riposto quel buco nero, quello della memoria sporca di esperienze da custodire al riparo da tutti. Quello delle botte prese dai parenti. Quello delle violenze subite, viste, nei racconti e dal vero. Più dai racconti, certo; anche se ricordo bene quella volta che abbiamo prelevato una donna dalla sua casa, alle due di notte, per portarla sulla spiaggia e dove alcuni di noi l’hanno palpeggiata pesantemente, anche se lei era consenziente già dall’uscio di casa, risultava comunque una scena insopportabile; di certo non era del tutto consenziente la mia coscienza che si è messa a urlare agli altri di farla finita, visto che quella signora era anche un po’ ritardata, e anche madre, con una sua vita normale di paese. (Maledizione! Ma chi frequenti?) Ma ormai era tardi e alcuni amici con quel nostro accento siciliano marcato stavano già volgarizzando di più la scena, con parole sconce che provocavano risate e cazzi dritti al resto della banda. Quella notte ho deciso di fuggire via da Milazzo, e ho percorso con la mente tutte le schifezze vissute a cui non avevo dato un peso fino ad allora. Certi ambienti sono vigliacchi già dalla nascita, e non lasciano spazio alle cose belle da immaginare. Solo schifezze e violenze. L’Espressonotte che mi ha condotto a Roma era pieno di questi attori schifosi, con quella loro puzza di piedi che prendeva alla gola. Fanculo, dormo nel corridoio.
 
Il primo autobus del mattino fa la sua curva con la solita scioltezza. Il bar è già aperto, e il via vai rende la strada viva e densa di attese. Ognuno di loro si aspetta qualcosa. Quella donna con il vestito nero oggi ha un colloquio di lavoro importante. Il signore con il giubbotto di pelle e il casco che gli pende dalla mano, sta immaginando come sarà la ragazza conosciuta su Facebook, cui offrirà un cappuccino al miglior bar del quartiere. Quel ragazzo con i capelli biondi accelera per non perdere il treno, quello che lo porterà all’ingresso del liceo, e infine, tra le braccia di Cristiano, che non lo sa ancora nessuno, ma già è diventata una cosa importante.
Tonino rientra nel salotto stringendosi le braccia. Osserva lo sguardo infantile di Sara mentre va verso la cucina. Il primo caffè va bevuto da solo.