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sabato 17 agosto 2019

Viaggio di bozze

   Il treno parte alle nove. Il sole è già alto sul golfo che visto dalla stazione assomiglia a un uncino: si vede una lunga nave rossa e nera entrare nel porto. Con la coda dell'occhio Gina la osserva, poiché col resto dello sguardo scruta l'uomo che l'ha sposata ieri mattina, intento a fissare il sedile verde vuoto di fronte: starà a pensa’ all'amore di stanotte?
     L'amore in quella stanzetta profumata di gigli e sudore, dopo lo sposalizio lunghissimo, dove i due sposini si sono liberati della muffa bigotta delle loro case di provenienza.  

   Andiamo a Roma, in viaggio di nozze. Ci ospita mio fratello, staremo qualche giorno da loro. Mi sembra ieri che a Roma andavo per  l’Istituto per orfani, poco prima della guerra. Non sono triste ma neppure felice come dovrei, così come mi ha fatto immaginare Elide: vedrai quant'è bello fare l'amore senza pensieri tutti i giorni.

    Salvatore pare si scuota mentre Gina pensa tutta assorta nello scompartimento, tanto che i pensieri di Gina gli sembrano potenti e pare che i vicini li ascoltino per l'intensità e volume. Così si mette a fissarla: ad ascoltarla.
- A ch' stai a pensa’, Ginetta mia? 
- Niente, a come staremo da mio fratello…

   E le parte un sorrisetto coi denti nascosti che tradisce la paura di non sentirsi libera in quella casa piena di bambini piccoli, nella casa del fratello a Roma. Salvatore afferra la malizia e tenta una carezza ma gli esce di cartavetra, così si volta deluso e si mette a seguire tutto tonto la scia della nave laggiù nel golfo.

   Una volta in treno le gambe di Gina sono più disinvolte, e la sua nuova gonna nera di raso emette un suono conturbante che Salvatore coglie al volo provando a essere all'altezza, sfoderando uno sguardo che dovrebbe essere penetrante, ma che Gina interpreta solo torvo, e forse stronzo.                    

      - Perché m’ guard’ stuort’?
      - Ma che dici, Gina?
      - Sì, mi stai a guarda’ male.
      - O madonna mia, ma sii scem’?
      - Vedi, pensi ch’ so’ scem’ e bast’.
      - Se dici 'ste cose si propri’ scem’.
      - Tu pensi che so’ scemetta,       vavatten’ va (non lo sopporto con 'sto naso a patata mentre mi fissa come fossi una gatta).
      -Ma io ti voglio ben’ accussì (tanta bella ma tanta strana chesta femmn’, allor’ avev’ ragion’ Giosina).

  Salvatore non riesce a reagire, a tranquillizzarla, e oramai vede entrare solo montagne brulle dal finestrino. 
   Alla prima galleria le dà un bacio, col corpo resta sul suo sedile, torce il collo e teso cerca le sue labbra aperte e morbide. Le lampadine fioche dell'Accellerato aiutano la scena a sembrare più oscena, ma lo sfrecciare di un Espresso proveniente da Latina fa tremare le bocche: si scontrano i denti, e a Gina sale un pensiero freddo, di sgomento. 

- E ch’ paur’, m’ parev’ ch’ veniss’ accuogl’

  A questo punto Salvatore, che assorbe tutta la sensibilità di Gina nel suo corpo ossuto, le dà ragione: mamma mia ch' paur’! E rientrano ognuno nei propri pensieri tiepidi.   
     
     Gina mangia un biscotto. Salvatore si è addormentato e russa con la bocca aperta. Gina lo guarda come si guarda un cugino dopo pranzo e vorrebbe fuggire via, tornare a casa dalla madre. Lo lascia intendere il suo camminare avanti e indietro nel corridoio, dove si ritrova a urtare tutta agitata un uomo. Questo la prende per le braccia, per non farla cadere. Lei si lascia prendere e sente la propria debolezza, tenuta con forza dall'uomo, come una casa pericolante. Tutto bene, signorina? E lei gli sorride per quel signorina guadagnato sul campo.   
    Rientra nello scompartimento e bacia Salvatore ancora insonnolito. Approfittano di un’altra galleria, più lunga, più eccitante di quella di Fondi e così, una volta sbucati a Priverno, appaiono appagati e felici davanti a tutta quella pianura non più malarica, ma gravida di un futuro di benessere e kiwi. Pure il controllore se ne accorge, e gli sorride al meglio della sua burocratica presenza.

    I pendolari in cravatta sulla banchina di Latina gli mettono buon umore, e fanno pensare a cappuccini giganti, schiumosi, presi prima di andarsi a conquistare il benessere negli uffici di Roma. Ora lo scompartimento è pieno, Gina e Salvatore appaiono ancora più piccoli e soli in quella moltitudine chiassosa, coi loro vestiti buoni s'immolano agli sguardi beffardi dei pendolari.

Continua...





venerdì 25 luglio 2014

Luisa non ci sta

foto di luciano ricci
Dopo cinque ore di autostrada nelle gambe e nella testa, entriamo lentamente nell’autogrill. Un paesone alle spalle, che lo scrittore anni settanta avrebbe demonizzato per le sue brutture. Invece io ascolto Massimo. Scendendo dalla macchina mi continua a raccontare “sai, poi l’ho penetrata, sdraiandola con forza sul cofano della macchina”. Sarà per lo scirocco sulla faccia, sarà per certi pensieri che mi stanno esplodendo tra la testa e il cuore, ma non ce la faccio più: ma tu fai proprio schifo, urlo con gli occhi di fuori. Lui sorpreso, e con quel sorriso da cugino maggiore mi fa: ma quella si era comportata male, mi aveva tradito e comunque stavamo ancora insieme. Lo spingo contro il cesto dei cd a 9.90 euro e scatto verso la zona pic-nic.
Il sole spacca in due l’intera piazzola. Siamo in pochi sotto quel sole, gli altri tutti all’ombra. Mi giro e vedo Massimo seduto a mangiare il panino che gli ha preparato la sua coinquilina. E’ sempre stato comodo nel guscio delle sue donne: la madre, la zia, la nonna, la fidanzata, la coinquilina. Lui fa il re. Abbiamo ancora due ore buone di viaggio insieme. Dopo questa incazzatura avrei solo voglia di dirgli che non lo sopporto più. Ma sarebbe peggio, perché comincerebbe a ripetermi di come siamo cresciuti insieme, di come ci fidiamo l’uno dell’altro da sempre, di come abbiamo fatto, e faremo, sempre le cose insieme. Era vero fino a ieri, oggi è diverso caro mio, questa storia di violenza contro Luisa mi sa che ci allontana per sempre. Anch’io ho amato Luisa; anch’io conosco Luisa; anch’io so che storia ha Luisa. Sapere, stare dentro le cose, conoscere i tragici segreti, e tutte le sue angustie passate: i cugini che la violentavano durante la sua infanzia. Ecco, l’ho detto, quindi, poiché so tutto questo, non ti perdono più. Mi sembra assurdo questo suo raccontare senza un minimo di pentimento, o di coscienza dell'ulteriore danno che ha procurato, no, caro Massimo, io faccio l’autostop e ti lascio proseguire da solo.
Eccolo che guida sicuro nella corsia centrale a novanta all’ora, e tutti quelli che lo sorpassano da destra che lo insultano giustamente; oggi non riesco nemmeno a cazziarlo come faccio solitamente. Guardo la strada e vedo la faccia di Luisa piegata di trasverso sul cofano che respira a fatica. Mi piombano negli occhi quelle parigine che ormai conosco anch’io, e subito dopo tutto quell’asfalto bollente che tiene in piedi la scena pietosa di Massimo che spinge soddisfatto; sotto c’è lei bloccata dalla sua mano e da milioni di anni di storia. E le donne di Massimo sempre a considerarlo come un re.
Stiamo andando a votare nel nostro paese d’origine: una commedia inutile votare un altro re circondato da altre mille schiave. E penso a mio padre: non l’ho mai visto dare una carezza a mia madre. E io, che amo Luisa da sempre, e adoro la sua fragilità, e conosco ogni suo segreto, sono costretto a piegarmi alla storia di questi uomini, e soffrirne anch'io. Sapevo già della violenza, sapevo dell’addio crudele che ha dovuto subire, ma sentirlo dalla bocca di Massimo con quel sorriso sghembo a esaltare il gusto di un gesto primitivo, be’, questo mi sta disintegrando la testa. Voglio picchiarlo.
All’improvviso prendo il volante e lo smuovo come un pazzo ridendo tutto il mio disprezzo sulla sua faccia di cazzo. Si spaventa, frena e mi da un cazzotto in testa.

Questo lo sto raccontando da un letto d’ospedale.  E Luisa non ci sta.

Scritto da Vita Amara, Edizioni Scriviscrivi, Collana Chepoitipassa


martedì 27 agosto 2013

falanghina


Sono uno di fronte all’altro, dietro c’è il melograno appena germogliato. Sotto i loro piedi erba brulla che ricorda certe aiuole trascurate del paese. Lei accavalla le gambe mostrando impazienza. Lui sembra lontano, diffidente del momento. Poco prima era successo di nuovo, alla fine del pranzo, che aveva preparato con la solita cura e passione, e che lei aveva apprezzato al punto da dargli un bacio subito dopo aver buttato giù l’ultima vongola; tra quel bacio furtivo e la litigata sarà passato un minuto. Giusto il tempo per lui di sorseggiare in maniera trionfante la falanghina. Lei fa una domanda, che poi era un ricordo di tanti anni prima, e lui, al suono di quelle parole, in realtà un suono dolce e non accusatorio, sentendo quelle parole inaspettate sbatte il bicchiere sul tavolo e si alza di scatto. Lei si ritira nelle sue minute spalle e sbuffa, senza farsi sentire. Ma sbuffa, e lo fa pensando a quando lui scattava per molto meno e di tutte quelle serate rovinate da una parola fuori posto, in quegli anni della loro giovinezza. Erano lontani quegli anni, ma non in quell’istante dello scatto di nervi d’oggi, che è apparso come un vecchio film in bianco e nero. Di violenza e silenzi.

 Si era andato a sedere davanti al melograno. La moglie l’ha seguito. Prima passando per il bagno per piangere un po’ in santa pace. Mostrarsi debole non le è mai piaciuto, figuriamoci oggi, dopo tante conquiste sudate e ancora fragili da gestire.

Una leggera brezza tiepida smuove la scena. Lui si abbassa con la testa e le spalle verso la terra. Lei ora lo fissa come quando lo desidera e poi glielo lascia capire con due o tre mosse da femmina. Lui non la vede ancora. Nessuno dei due voleva ritornare su quella frase che riguardava il passato remoto, era chiaro da tempo la volontà ferrea, tacita, di lasciar scorrere il tempo. Un compromesso che fungeva da tensostruttura sulle loro esistenze. Ma non parlano né si muovono. Dentro la loro casa c’è una radio che libera canzoni d’amore italiane. I vicini stanno prendendo il caffè e si capisce che affrontano allegramente la questione di dove passare le prossime vacanze estive, sembrano eccitati mentre scorrono dépliant di località patinate del Mediterraneo.

Di solito a quest’ora fanno l’amore, dopo pranzo gli è sempre piaciuto, più della sera, con quel cibo appena gustato e il vino bianco ancora in funzione: a quel punto alle mani e alle bocche resta un teatro aperto, dove rappresentare la tensione nel desiderio.

“Guarda che quella volta a Perugia hai sbagliato tutto, e io avevo ragione. Devi solo ammetterlo e non farti il sangue amaro. Poi sono passati dieci anni caro mio”.

Ora la sua faccia si fa manovrare dai nervi e ghigna pronta ad attaccare. Il risultato è fiacco e non procura niente, la tensione che c’era rimane tale e quale a prima della frase esplosa nella bocca della moglie. Una zolla è soffocata da un calcio del suo piede sinistro, in silenzio, nessuno se ne accorge.

“Io ho sbagliato sempre con te, tu incarni proprio lo sbaglio”.

“Smettila, e lasciati andare. Capisci quando non ha senso combattere?”.

“Facile per te, che trovi sempre la maniera di massacrarmi”.

“ Lo sai che gli spaghetti erano proprio buoni? Sei un’artista sei”.

A questo punto, con tutta la bocca di olio, vongole e falanghina, gli da un bacio con la lingua che si agita nella bocca di lui come una vipera. Lui cede, ma rimane rigido e spera in una sua imminente leggerezza, opportuna e scaccia crisi. Lei insiste, perché oggi non potrebbe fare altro, allora si sfila la maglia e si butta come una gatta sopra di lui. L’albero, l’ombrellone e le siepi collaborano nel proteggerli e nasconderli al mondo. Le margherite ai bordi si agitano simulando un applauso. A questo punto i corpi stendono ogni nevrosi sul tappeto erboso.

Intanto la bottiglia di falanghina cade a terra, ma nessuno se ne accorge.
 

Scritto dal mio amico Felice, per i tipi "scrivi che ti passa". Estate 2013 alle spalle.
 
 
 

lunedì 8 ottobre 2012

bimba


Ecco mani nervose che muovono aria viziata, e tutte le voci delle donne che fanno un coro immenso. Cammina veloce senza badare alla voce, e le mattonelle sono sorelle, di una storia urlata nelle notti d’agosto. C’era quella bimba che lo voleva sposare e lo cercava tutte le sere. A lui piaceva il vento che si alimentava tra le sue parole sussurrate e i suoi occhi spalancati. Tra balcone e balcone, cinque metri di ponte tibetano invisibile, da dove passava tutta la timidezza spinta da quella sua ebbrezza. Un vortice fresco di cui oggi sente una tremenda nostalgia.

Questa bimba giocava alla moglie e vestiva come quelle bambole in spaccata sui lettoni dei nonni. Sbuffava per farsi notare, cadeva per farsi prendere. Niente, lui teneva tra le mani solo figurine: “Zoff non esce mai”. Soffriva. Zoff era davvero inafferrabile. La bimba cantava la canzone di Modugno che sentiva cantare alla madre mentre lavava i piatti, con tutto l’odore dei broccoletti che pesava nell’aria. “Mamma, mi porti giù?”

Nel budello di cortile faceva freddo d’inverno con tutto quel mare che smuoveva l’umido, e pioveva poco. Le sparute macchine chissà quali corpi di donne maltrattate obbligavano a viaggiare. Senza stelle certi paesi restano oscuri. La bimba pensava a quegli odori, e sentiva quelle urla strozzate. I nonni ancora non erano rientrati. Le tende immobili spegnavano le speranze, di supereroi pronti a intervenire. Nessuno. Neppure zio Mimmo, ché stava sempre imbarcato su navi gigantesche piene di petrolio nella pancia. Insieme al cugino Alfredo nel pomeriggio aveva visto il capodoglio sdraiato sulla banchina, morto, accerchiato da uomini vigliacchi: lo sapesse Achab, sai che calci con quella sua gamba d’avorio. Invece silenzio, in paese deve scendere il silenzio, altrimenti diventa città. La bimba, con gli occhi tutti rossi e quelle guance graffiate dalle proprie unghie, voleva, in quella serata pungente, soltanto che quel bambino coi capelli neri spettinati le dicesse ciao.

giovedì 30 agosto 2012

ultimo




Non so perché mi ero messo con quella. Di certo quell’estate, almeno fino a luglio, è stato tutto e solo amore e qualche nuvola. Sapevo che il padre spingeva per farla entrare in banca, ma, questo, fino all’ultima inginocchiata d’amore puro per me, non pensavo fosse così imminente. Invece. Mi saluta con un ultimo bacio perfido il trenta luglio “vado negli steitz con mia sorella, là ci aspetta un cugino, ci vediamo al ritorno”. Così non è stato, poiché al ritorno dalla vacanza stava già seduta dietro a una scrivania lucida e sgombra da inutili cartacce d’ufficio qualunque: solo un computer tutto nuovo per le sue diaboliche stime. Fare i conti in tasca ai correntisti, decidendo a chi dare un po’ di speranza liquida e a chi togliere la casa solida. Ecco quello che faceva. Lo so, ché me l’ha detto Monica la sua amica. Ricordo che prima del trenta luglio stavamo sempre a fare l’amore in spiaggia, o a casa sua. Una volta l’abbiamo fatto pure nel retro del negozio del padre, tra gli scaffali metallici traballanti e pieni di bulloni e pistoni. Il puzzo di olio e di grasso era una droga eccitante per le sue perversioni. Una volta al mese circa si divertiva con le perversioni. Era una tipa complicata lei; a me bastava soltanto averla addosso, e sentirla tesa verso la mia pelle. Fresca. Tutta per me. Poi dal trenta luglio faccio finta di niente: niente, sta in vacanza con la sorella, non è che m’importi tanto sai, vedrai che quando torna ricominciamo. Verso la fine d’agosto preferivo dichiarare alla popolazione “ quello stronzo del padre c’è riuscito a sottometterla ai giochi di famiglia”. Verso il venti settembre, vedendola attraverso la grossa e glaciale vetrata della banca, col suo completino nero e annessa collana enorme di pietre sul seno, sono crollato e ho capito quasi tutto. Dovevo confessarlo al più presto. Agli amici. A mio fratello. Non ce la facevo più con la recita di quello che aspetta sereno davanti al bar che la donna torni affamata di sentimenti, e che faccia la pazza per riconquistarti – così funziona da noi, ai maschi non passa per la testa di corteggiare o quelle trame lì – niente, ho preso il telefono e l’ho chiamata sul cellulare: ma non dovevamo andare alle terme insieme? Come se in quei due mesi lei non ha pensato che a ‘ste cazzo di terme. Infatti: alle terme ci sono stata, con mia sorella, e che belle che erano. E tu quando ci vai? Come se non fosse successo niente. Come no, il prima possibile, borbotto io. Come se non fosse successo niente neanche a me. Insomma, questa comunicazione degna dell’era breznievana ha seppellito ogni speranza di riaverla tra le braccia a ogni ora del giorno. Nella mia testa è successo all’improvviso. Nella sua chissà. In fondo chi ci aveva mai pensato a queste conseguenze tristi, fino al trenta luglio. Nel salutarla le dico: sai, magari un giorno si va a vedere quel concerto che tanto aspetti. Questo debole invito neppure è arrivato alle sue orecchie, visto che stava già a sessanta all’ora sul suo nuovo scooter, e alla curva magari era scesa a trenta, immagino, ma solo perché c’era la curva dopo il viale di casa sua, e a lei la prudenza ora serviva.


Ecco, sono arrivato a suicidarmi per questo motivo. Non immediatamente dall’abbandono, no, verso dicembre, poco prima del Natale. Il venti dicembre del duemila. Già, per me è stato un suicidio ma per gli altri, ancora oggi, che sono passati più di dieci anni, si è trattato di un tentato suicidio. Per me non cambia. Io mi stavo suicidando e avevo tutto l’occorrente per farlo. La procedura era completa. Pure la lettera avevo scritto, e poggiava di sbieco sul tavolo marrone. Certo, mi dovevo documentare meglio sulla quantità di pasticche per la pressione che avrei dovuto trangugitare, però, cari miei, non è che potevo pensare a tutto io. Un dettaglio ha cambiato tutto, facendomi diventare all’istante un’altra persona. Al risveglio intendo. Vedendo quei faccioni pallidi ricurvi su di me, mi sono ritirato e ho continuato a dormire per un’altra mezz’ora ascoltando le chiacchiere che facevano preoccupati per il mio stato. Mio fratello sbuffava e cazziava mia madre; così, per alimentargli per bene il senso di colpa. Mio padre entrava e usciva chiedendo ogni trenta secondi a chiunque passasse dal corridoio: ma quando si risveglia? Quell’altro mi aveva detto al massimo in un’ora. Fa niente che l’altro sì era il medico ma, quest’altro, era il tecnico dell’aria condizionata. A papà! La sua ansia mi ha fatto sempre incazzare e sorridere allo stesso tempo. Dipendeva se dovevo difendere mamma o sfottere soltanto lui. Mia zia durante il mio pre-risveglio, da come masticava la gomma, capivo che aveva altro da fare. Magari i regali, o la spesa per la cena della vigilia. Quei pesci preziosi da ordinare; insomma, non voleva essere là, davanti al mio corpo allungato su quel letto bianco, ma ci doveva stare. È sempre mia sorella, pensava tra un’occhiata speranzosa verso i miei occhi e una penosa, guardando l’andirivieni di mio padre. Lei, quella che s’inginocchiava davanti a me fino al trenta luglio non c’era, questo magari l’avete immaginate da soli. Questo coro dolorante comunque mi ha lasciato intendere che, seppure non fossero loro minimante la causa del suicidio, erano allo stesso tempo una spinta a continuare a vivere. Da un’altra parte però, in un’altra città: Padova. Università, facoltà di psicologia. Tre esami, poi Bologna. Corso di giornalismo. Prima rata pagata, e poi basta. Treviso. Innamorato pazzo di Luisa. Tre mesi. Firenze, dove tuttora faccio il cameriere e organizzo concerti. Ora, a casa dei miei, agosto duemilaedodici. Renata è appena uscita dalla stanza. Inginocchiata, mi ha fatto fare uno scatto all’indietro, e io che volevo soltanto chiederle di andare al cinema, stasera. Vabbè, come prima visione non era male.


Sono tornato come ogni anno per farmi la settimana a casa di mamma e papà. Mio fratello vive a Roma. Domani ci raggiungerà anche lui, insieme alla compagna e ai tre figli maschi. Tutti al mare. Ci saranno grandi mangiate di pesce e in quelle occasioni mio padre sarà il principale protagonista, prima nel preparare, subito dopo nel divorare le pietanze e, infine, ubriacandosi orgoglioso con la falanghina fresca fino a tarda notte, così per tenerci tutti all’erta e contenti. Tutti sotto la pergola di pizzutello, che ogni anno si fa sempre più stretta. Mia madre si commuove in cucina, mentre fa tutto quello che non sa fare il marito cuoco,  e spera come una bambina che duri un anno quella cena, quei sorrisi e quei racconti venati di umorismo. Quest’anno ho certe cose da raccontarvi, cari miei. Questo si pensa tutti prima di cominciare la battaglia contro i pesci e molluschi a tavola. Non è male quest’atmosfera. No, è la cosa più antica a cui non rinuncerei mai.

Stanotte poi davanti a questa foto di me bambino di otto anni, con le figurine in una mano e l’altra che scompare dietro al corpo giovane di mia madre, sento, stanotte vedo e sento ogni scintilla che ha formato la mia vita fino ad oggi. Tutte quelle scelte che hanno determinato cambiamenti spietati, storie magnifiche e sbagli poetici. Ma non so commuovermi. Non so vedermi bambino e piangere come si dovrebbe. Aspetto. Quando all’improvviso sarò contento per dieci minuti di fila, senza interruzioni, senza ripensamenti. Allora neppure il ricordo di Luisa con le sue cosce sode, oppure gli occhi verdi di Mariella, basteranno a distrarmi dagli attimi di assoluta gioia che mi fanno vivere e morire ogni giorno. Da quel giorno.

venerdì 25 maggio 2012

stupore d'allora


kirchner (marcella)
In quei pomeriggi dolciastri d’agosto o di luglio, che oggi non so più, in quei lunghi e circolari pomeriggi senza vento, noi si amava Mariella. Eravamo in tre. Gianni, Enrico e io. Una volta battuto i cento scalini e passa che ci portavano in collina da lei, dove spesso si superavano vecchiette nere nere coi capelli nascosti che formavano un’enorme cipolla grigiastra: una volta ho visto mia nonna con i capelli sciolti e per poco non svenivo alla vista di quella chioma che le raggiungeva sicuro i polpacci, forse anche le caviglie.  Il mio sguardo ladro attraverso la stanza e il bagno durò mezz’attimo, poi per scacciare l’immagine di mia nonna capellona dai miei occhi mi sono messo a pensare a Mariella. Insomma, dopo quell’infinita scalinata si arriva davanti a un cancello arrugginito da secoli di piogge, che allagano gli amanti da sempre; a trenta metri c’è la casa fatiscente ma bella di attese, della famiglia di Mariella.

 Dentro la madre cicciona sta già mangiando un’intera cesta di ciliegie. Noi col pettine di Enrico tra le mani siamo quasi pronti: gli ultimi ritocchi sulle chiome nere, prima del duello finale per Mariella. Gianni e io con le mani grattiamo i capelli crespi e brillantinati di Enrico. Che ride; ché lui rideva sempre quando stava con noi, mica come quando stava con quel teppista triste di Carlo. Enrico aveva una risata rilassante che piegava ogni aggressività, e questo poco prima del duello appariva disarmante a me e a tutto il quartiere collinare.

Eccoci al cospetto della principessa Mariella, davanti al suo castello di tufo e pietre, da cui sentivamo provenire la canzone di Michael Jackson. Un saluto e già stiamo ballando tutti insieme dentro a un salone lungo e mezzo buio; ma la luce che riesce a passare dalla finestra è più luminosa di quella di fuori. L’odore di fagiolini bolliti rallenta l’esplosione di ormoni, che il passaggio della sorella di Mariella, abbracciata a un marine creolo, procura ai nostri occhi, che intanto si occupano di disegnare il percorso dei due fino al piano di sopra. Certo che gli ormoni non è che scappassero tutti verso l’alcova del primo piano, e no, ché con Mariella beata e ballereccia tra di noi, questo non era proprio possibile; invece ce li siamo passati da buoni amici, di bocca in bocca, di tasca in tasca, fino a gonfiare ogni cosa. La madre immola la trecentesima ciliegia, e con gli occhi segue i nostri passi. Oramai la collina di noccioli ci separa dal suo mondo, mentre i seni di Mariella ci costringono al suo, di mondo, dorato e levigato, da chissà quale mani, o quali cuori. Il duello lo sto di sicuro vincendo io con quei movimenti da molleggiato che metto in pista, e che da sempre sono la mia carta vincente. Da sempre, ma non in quel momento. Infatti, proprio allora vedo Gianni accompagnare Mariella nel giardino di sotto, tra mandarini, limoni e api, e nello spazio dello stesso sguardo vedo pure le loro lingue che si presentano felici. Io, Enrico e la madre di Mariella in quell’attimo formiamo un triangolo ridicolo, immobile di musica degli Immagination, e vorticoso di nervi tra l’infuocato piano di sopra e il mieloso giardino di sotto.

La cagnetta dorme sotto le cosce enormi della signora.




venerdì 4 maggio 2012

scappa


Non volevo venire fino a quaggiù, ma stamattina mi hanno chiamato, e seppure non volevo, ho dovuto accettare senza pensare.  I primi a uscire sono due ragazzi robusti con sopracciglia rifatte e magliette nere attillate; dietro due ragazze bionde con pantaloni stretti e unghie affilate viola, la testa bassa e con quelle lacrime dorate che si vedono solo in tivù. Una delle due porta una borsa rosa piena di documenti, sembrano troppi per la loro giovane età. Ora mi passa accanto una donna con cosce robuste e mi sembra di riconoscerla: provo un assenso ma sembro invisibile. Intorno sento un torrente scorrere, sarà sotterraneo che qui vedo solo auto e motorini accoppiati a disegnare una valle di metallo. Neppure un amico. Non volevo venirci, lo sapevo, ché dopo mi arrivava il magone e quella voglia di piangere sarebbe svanita alla vista di chi stava già peggio di me. Come quella volta sul camion militare che tutti piangevano e vomitavano per il distacco, tranne me, che il distacco l’avevo anticipato in solitudine, dentro la cameretta piena di scritte oscene e incazzate verso il mondo. Oggi nessuno è incazzato ma tutti hanno voglia di essere deboli e ammettere ogni fragilità, nascosta preziosamente sotto il cuscino fino a stanotte. Ora scendono in parecchi, forse è un gruppo, una squadra, una classe intera o semplicemente si ritrovano per caso nello stesso stato e vanno insieme.

Forse ancora non tocca a me e allora compro il giornale, siedo al bar, dove prendo un caffè con panna. Mando un messaggio. Osservo la barista. Sembra lontana da quelle persone che scendono le scale in fretta; questa barista con dei grandi occhi neri mobili e scintillanti, che non sa neppure del fatto che stiamo vivendo, mi potrebbe tornare utile tra poco. È presto, meglio gustarmi il caffè e tutta la panna, che perdermi tra i seni di questa ragazza svelta e gentile e sicura tra questi tavoli deserti, davanti a una piazzetta che per metà è parcheggio con strisce gialle.

Sono già in corsa che scappo da questo posto di merda pieno di gente che non conosco affatto e soffro per qualcosa che mi stava capitando. Soffro sì, ma già è ricordo che scappa con me; come mio zio che scappa dal campo di Buchenvald e soffre all’idea di riabbracciare la moglie giovane dopo un giorno di cammino per le strade devastate di quell’Italia là. Oggi è di nuovo scassato il mondo e io scappo per non doverlo dire: sono un’ottimista del bene e sorrido sempre alle persone che incontro. Come uno scemo di guerra corro verso altre persone, queste sono stanche di me e del mio ottimismo. Corro e mi vedo sulle gambe di mia madre, giovane, appare forte nel tenermi per sé. Corro e sento puzza di bruciato di ferraglia ai lati della strada, sì, è tutto quel che riesco a sentire d’intere comunità diverse e lontane da me; sì, è vero, non riesco più a pensare davvero bene, se non di qualcosa che già conosco.

Sbatto contro l’albero gigantesco davanti al palazzo storico e bello della sua semplicità, con attorno una piazza tonda che vuole accogliere tutti, un po’ alla volta, tutti quelli che capitano per sbaglio qua. Mi sdraio allungandomi e sento un odore dolce di sudore. È mio, lo riconosco, sono ancora qui allora, tra di voi e piantato anch’io nella piazza che accoglie ma lascia passare, non trattiene nessuno. Non ha senso farsi trattenere per sempre quando si è liberi solo in movimento. Come gli zingari. Come i gruppi rock che vanno su e giù per l’Italia a cantare a squarciagola i sentimenti nuovi.

venerdì 6 aprile 2012

accenno di velleità (limato per Andrea)



Antonio gironzolava per le strade del Pigneto pensando alla sua ferita: un taglio sulla coscia destra causato da un discendente vecchio e arrugginito nel giardino della madre. Pensava alla stupidità del fatto e a come la madre non avesse neppure l’acqua ossigenata in casa, quel giorno. Allora ha pensato a quando cadeva da piccolo e si scorticava le ginocchia. Nessuno lo medicava? In effetti, di cerotti in casa non ricorda, neppure di mani delicate a curargli le ferite; ma, e chissà perché lo fa ora, si ricorda di certe litigate tra i suoi genitori, che culminavano spesso nel lancio sgangherato e reciproco di forchette: già storte in precedenza utilizzate per tirare fuori le lumache dal guscio.
Sarà per quel tiepido che serpeggia e dichiara tregua tra vetrine di alimentari cingalesi e bei negozi enormi e vuoti di bigiotterie, dove le ragazze la sera, mentre se ne vanno silenziose e belle per quelle strade pedonali, frequentano quei negozi come si frequentano certi piaceri economici. Sarà che nella sua testa ci sono due e o tre idee che stanno lì lì per fecondare; ma, obiettivamente parlando, quello che si vede davvero camminare, tra strade mute di via vai, appare solo un uomo con le spalle immalinconite e con gambe sode pronte ad andare avanti. Lui non sapeva definirsi. Non capiva a cosa apparteneva, né a chi. Non desiderava più le cose desiderate negli anni passati, quando era più giovane e beveva tutta l’ideologia ghiacciata che gli offriva Roma con le sue strade alberate e tortuose piene di pensieri, concerti e biblioteche.
Davanti a sé oggi una viuzza che spacca in due i caseggiati e lascia scorrere uomini e donne, stoffe e tranci di pizza, dolori e noie. Lui e la sua ferita.

“Ciao, hai portato i progetti?”
“Certo Antò, ma prima beviamoci una birra ghiacciata e facciamoci due chiacchiere”
“ Ma noi stiamo sempre e solo a fare chiacchiere. No, oggi voglio solo parlare di progetti con te. Capito?...ah ah ah. Quanto mi piace la schiuma della birra…forse la prima cosa che ho bevuto, dopo il latte, è stata la schiuma della peroni di Zio Tonino”
“Se se, la schiuma. Alla fine deve sempre finì che devo solo ascoltarti con le tue storie primitive”
“ Sì, sono egocentrico dentro, lo so. Ma lo sai che da un po’ di tempo sogno sempre il mio ultimo attimo prima di schiattare? Proprio per questo voglio parlarti del mio progetto. Abbiamo tutta la notte per cazzeggiare. Ora ascoltami”
“ti ascolto come sempre…ma in che senso pensi all’ultimo attimo?”
“E’ che mi metto a pensare a quando sarà e come il mio ultimo attimo. Proprio come visione. Non riesco bene a spiegare. Mi so’ fissato, ecco, ma passerà”
“ Io invece mi sogno sempre Vanessa. La cassiera del bar. Mi sa che la amo”

Vabbè gli attimi finali non valgono per chi li vive. Valgono per chi resta. Valgono per chi li saprà raccontare. Valgono per questo quassù che mi agita come una marionetta siciliana. Fa bene Giacomo a pensare a Vanessa, che tanto alla fine ci penso anch’io a lei. E pure a Debora. Ma cosa cambia? A me interessa parlargli del progetto del ristorante a Terracina. Quel pallino che abbiamo da tempo. Eravamo ancora ragazzi. E lui si era appena rassegnato alla morte del padre. Invece a me stava cominciando quella frenesia di mollare tutto: famiglia, ragazza e scuola. Odiavo tutti. Volevo solo scappare. Allora lui mi fa: ho un pezzo di terra a Terracina, ci apriamo un pub? All’epoca non avevo voglia di chiudermi in un pub a spillare birre a comitive di deficienti. Sapevo vivere solo i rapporti uno a uno. Non appartenevo a niente che sembrasse gruppo, clan o ragazzate del genere. Pensavo solo a chi avevo davanti. Durava un attimo. Poi stavo già dietro ai miei pensieri. Che mi trascinavano sopra treni deserti. Fino ai rifugi in alta montagna, di notte, da solo, con il wisky buono fregato alla zia Marcella, bevuto lentamente. Ogni sorsata un ricordo. Poi, davanti al suo ricordo, mi bloccavo e uscivo fuori al freddo: pensavo ai suoi baci affilati sul mio collo. E piangevo, dopo il taglio. Una volta giù a valle dimenticavo tutto e mi presentavo all’amico di turno con un sorriso ironico.

Al Pigneto la sera arriva all’improvviso. Piomba prima dell’arrivo delle comitive dei pugliesi. Che precedono i calabresi, ma non i senegalesi, che stanno fissi in quell’angolo da giorni, ormai. Antonio era rimasto solo e meditava di percorrere tutta la casilina a piedi fino a casa. Mentre lo faceva, con le mane in tasca nel giacchino leggero, osserva una coppia di ragazzi che pomicia sotto un prunus appena fiorito. Il via vai è sereno. Il negozio di bigiotteria ancora vuoto. Il famoso bar già assediato da facce e mani che durante il giorno fanno l’amore con tastiere e monitor, su comode poltrone ergonomiche regalate dalle nonne. La pattuglia di carabinieri stasera è tutto uno sbadiglio, e le idee reazionarie si sgretolano poco in là dalla camionetta lucida, accanto al piscio fresco di cane al seguito del solito panccabestia conformista. Neppure un’ombra pasoliniana si allunga su quei giovani pretendenti al potere prossimo. Quello che i padri donano con mani unte ai loro figli indolenziti da tanta pacchia giovanile di università e shopping di nascosto. Antonio sta per piangere all’angolo, poco prima delle ferrovie laziali silenziose e gravide di storie da raccontare.
Giacomo è dovuto scappare dalla cugina che gli aveva chiesto un passaggio. Antonio con il progetto ancora in bocca non sa se affrontare subito gli otto chilometri di casilina oppure farsi un’altra birra schiumosa, da solo. Non fa a tempo a pensarci che vede sedie che volano in direzione opposta alla sua, non per questo riesce a non paralizzarsi come un palo della luce spento. Chiazze di buio delimitano un confine di sicurezza. Delle braccia nude si dimenano per colpire altre braccia o facce, sibili soffocati dallo sforzo emergono dal nero del buio. Un’insegna si accende proprio in quel momento. Delle ragazze in minigonna pare non si accorgano delle braccia omicide che all’angolo si prendono tutta la scena urbana. Antonio muove di un millimetro la coscia. Gli occhi sono costretti a fissare tutta la guerra. Ancora una guerra nei suoi occhi. Passa tutto il progetto davanti agli occhi che non riesce a scacciare quell’immagine tribale di uomini che si pestano con eleganza primordiale, dietro un angolo illuminato dai negozi luccicanti.

martedì 13 marzo 2012

talea


Ti hanno lasciata sola davanti al precipizio. E tu non sei caduta. Ti hanno lasciata sola in braccio all’orco. E tu sei scappata via. Hanno urlato come bestie mentre  stavi per addormentarti. E tu hai tappato le orecchie. Oggi davanti alla fermata del tram, poco prima della pausa pranzo, hai lasciato cadere nel cestino dei rifiuti tutte le belle foto che testimoniavano un periodo tristissimo.
Era seduto alla panchina con le gambe accavallate, con quella faccia che a te piaceva tanto e per cui quel mattino di novembre hai lasciato tutto rotolare dietro al treno che ti portava a Firenze, da lui. Era lì seduto e non voleva disturbarti, aveva solo voglia di immaginare il sale che scendeva dalle tue tasche; le stesse che contenevano quei pochi spicci per l’ultima ribollita alle palle d’oro. Fuori un freddo da cacciare, e tante strade d’attraversare.
Ti ha seguito fino a viale Liegi, dopo l’incrocio con la Salaria, poco prima degli odiati Parioli. Sei entrata svelta in quel portone enorme. Poche scale e stavi già tra facce sbalordite di sogno con quelle manine che coglievano l’aria, aspettando inquieti carezze pomeridiane. Ti accovacci tra di loro e pensi alla cena da preparare. Chiamare Luisa? Uscire con Paolo? Lo scorso fine settimana l’hai passato a piangere su quelle foto. Non volevi uomini né amiche tra i piedi. Ti sei dimenticata di mangiare. La doccia l’hai fatta per pietà dei colleghi. La Littizzetto ti stava pure antipatica quella sera. Cazzo, lasciatemi qui e basta! Poi la notte hai fatto un sogno intenso: tu che pedalavi sulla bicicletta di Alfredo, e che ti lasciavi andare in discesa senza mani fino giù al torrente. Intorno case con finestre sorridenti. Chiazze di serenità qua e là. Ti svegli calma e vai a correre a villa Torlonia. I bambù somigliano agli adulti come lì vedevi da bambina. Si piegavano poco, e resistevano bene allo schifo dello smog. Al lavoro hai brillato più del solito, e alle colleghe non restava che arrendersi e brillare d’inerzia anche loro. Per pranzo un panino divorato come anni fa un uomo smilzo in estate: all’aperto, accanto al gozzo, dopo le birre e le chiacchiere allegre che salivano fino alle stelle. Un caffè con panna chiudeva l’entusiasmo.
E da quel momento ha continuato a seguirti, dalle foto nel cestino, fin dentro a questo androne buio. Ti prego, apri questa porta, amore mio.

sabato 10 marzo 2012

fiorella



Tonino sapeva poco delle sue mani. Quella volta sì è fatto prendere dalla fretta e dai desideri. A lei era piaciuto, e mica poco. E voleva continuarlo a vedere ancora. Dietro quella macchina, al riparo da occhi indifferenti, avevano giocato a fare i grandi con le mani, la bocca e i sospiri. Nessuno a testimoniare. Peccato. Ché quello che si ricordano loro è già sedimento e si poggia sopra altri sentimenti, altre impressioni più o meno belle, senz’altro esperienze uniche e indimenticabili. Quella lo era stata. Fiorella non aveva il coraggio di raccontarlo alle amiche, e nemmeno alla cugina del cuore. Le pareva che fossero sorde a certe gioie improvvise. Così una mattina ha fatto una specie di test.
“ Secondo te Tonino ci vuole provare con me?”
“ Non credo, quello guarda sempre Maria.”
Appunto, pensò. E così quella primavera trascorse con passeggiate lungo tutte le scogliere possibili, dove calava sempre il sole. Ogni scoglio un bacio, ogni passo un abbraccio. E nel mezzo qualche spinta: diventavano all’improvviso come bambini  che lottano come in una danza primitiva. E loro lo facevano. Poi le mani ricominciavano a scendere invisibili a cercare anfratti di miele e spine. All’epoca la comunicazione passava tutta dal vero, e di virtuale c’erano solo i sogni.

“Ma perché quell’uomo si è tuffato in mare? Stava su quella barchetta, lontano dalla spiaggia, eppure si è tuffato.”
“Ma no, guarda che io non sono mica sicuro che si fosse tuffato. Si vedeva poco con quella foschia. Abbiamo visto solo qualcosa che cadeva in acqua. Bo', io non sono sicuro che fosse un uomo.”
“Certo che lo era. La stranezza non fu il tuffo, quanto che fosse marzo e faceva ancora freddo.”
“Ora ti metti a ricordare quel fatto triste. Già all’epoca litigammo per questa cosa, oggi no, dobbiamo andare al concerto, dai.”
“Mi è tornato in mente perché ho pensato a quel periodo.”
“Tra le tante cose, belle, intense e significative, tu proprio a quella barchetta barcollante in mezzo al mare devi pensare?”
“Senti, io penso quello che mi va di pensare. E poi non voglio litigare, solo ricordare, hai capito ora?”
L’arrivo della metro tardava, e loro assumevano un atteggiamento che lì faceva sembrare a una stazione ferroviaria del paese piuttosto che in città, presso uno degli snodi più importanti. Sulla banchina erano soli. Si sentivano dei rumori provenienti da sotto di due uomini, forse slavi, che discutevano alzando ogni tanto la voce. Di colpo il silenzio, e il vento caldo e prepotente che anticipa l’arrivo della metro scaccia ogni scenario possibile. I due uomini magari ora stanno bevendo di gusto il Tavernello rosso, comprato al discount dopo una giornata di scrocco miserevole. Intanto dentro i posti da scegliere sono tanti, Tonino come al solito preferisce quelli accanto alla porta d’uscita. Quella buona per la loro fermata, subito dopo Ostiense. Fiorella infila la bocca di rossetto viola nella sua bocca. Lui sente di cadere all’indietro, si capisce da come si aggrappa ai tubi laterali. Un poster fuori dal vetro illustra una scena di vita campestre con dei biscotti tondi al lato, stanno lì come se non fossero loro i protagonisti di questa storia.

sabato 17 dicembre 2011

Don Giuseppe



Non ne voleva sapere di scendere: sotto c’erano quindici metri di vuoto, riempito solo da travi impolverate, una corda e il buio in fondo. Don Giuseppe gli urlava di farlo “ché non è la prima volta che scendi”. Sì, questo era vero, ma stavolta non gliela faceva davvero. Quella palanca era un ponte tibetano da attraversare; uno stuzzicadenti dove passare con tutto il corpo. Certo, aveva dieci anni, era appena un fuscello di nervi. Niente, si era accovacciato e aspettava che il coraggio tornasse. Eppure, poco prima, aveva come tutti i santi giorni, prima di fare i tocchi con le campane, giocato con i compagnetti. Si erano appesi sulle campane appena avevano visto comparire le vecchiette nere nere dalle scale di sotto. Quelle a urlare: disgraziat’, scignit’. E loro a ridere come diavoli. Poi altre cose inenarrabili, che di solito fanno a quell’età i bambini e che poi, all’improvviso dimenticano; forse si vanno a depositare nella legnaia dei ricordi. Gianni, Emiliano e Carlo erano fetenti nel far disperare le nonne che da sotto si mettevano le mani raggrinzite tra i capelli a cipolla. Intorno freddo, e il via vai delle madri tra botteghe e mariti. Il rientro di mare grosso si sentiva fino a lassù. Ridere come matti rompeva la paura di vivere nel silenzio dell’attesa tra il mare grosso e la sera.
Quel pomeriggio la resa: non voglio scendere. Il prete si agitava a dieci minuti dall’inizio della messa. I chierichetti erano già pronti, che intanto si lanciavano le vecchie divise addosso, dentro questo stanzone che racchiudeva odori e misteri: donnine che fuggono con gli occhi serrati dal piacere, al mattino, tra la scuola e il pranzo.
Ad un certo punto Don Giuseppe arriva a due metri dalla palanca, mica c’era mai andato fin su alle campane lui, e no, ci mandava ragazzini scapigliati con gli ormoni da nascondere in alto; insomma, lo prende dai piedi e lo obbliga a passare sopra la palanca tibetana. Lui prima urla, poi, ripensando allo schiaffone che gli aveva dato ‘sto prete qualche tempo prima, dopo una parolaccia, si fa buono buono, forte forte e scende. Intanto l’aveva anticipato, porgendogli l’altra guancia.