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venerdì 6 aprile 2012

accenno di velleità (limato per Andrea)



Antonio gironzolava per le strade del Pigneto pensando alla sua ferita: un taglio sulla coscia destra causato da un discendente vecchio e arrugginito nel giardino della madre. Pensava alla stupidità del fatto e a come la madre non avesse neppure l’acqua ossigenata in casa, quel giorno. Allora ha pensato a quando cadeva da piccolo e si scorticava le ginocchia. Nessuno lo medicava? In effetti, di cerotti in casa non ricorda, neppure di mani delicate a curargli le ferite; ma, e chissà perché lo fa ora, si ricorda di certe litigate tra i suoi genitori, che culminavano spesso nel lancio sgangherato e reciproco di forchette: già storte in precedenza utilizzate per tirare fuori le lumache dal guscio.
Sarà per quel tiepido che serpeggia e dichiara tregua tra vetrine di alimentari cingalesi e bei negozi enormi e vuoti di bigiotterie, dove le ragazze la sera, mentre se ne vanno silenziose e belle per quelle strade pedonali, frequentano quei negozi come si frequentano certi piaceri economici. Sarà che nella sua testa ci sono due e o tre idee che stanno lì lì per fecondare; ma, obiettivamente parlando, quello che si vede davvero camminare, tra strade mute di via vai, appare solo un uomo con le spalle immalinconite e con gambe sode pronte ad andare avanti. Lui non sapeva definirsi. Non capiva a cosa apparteneva, né a chi. Non desiderava più le cose desiderate negli anni passati, quando era più giovane e beveva tutta l’ideologia ghiacciata che gli offriva Roma con le sue strade alberate e tortuose piene di pensieri, concerti e biblioteche.
Davanti a sé oggi una viuzza che spacca in due i caseggiati e lascia scorrere uomini e donne, stoffe e tranci di pizza, dolori e noie. Lui e la sua ferita.

“Ciao, hai portato i progetti?”
“Certo Antò, ma prima beviamoci una birra ghiacciata e facciamoci due chiacchiere”
“ Ma noi stiamo sempre e solo a fare chiacchiere. No, oggi voglio solo parlare di progetti con te. Capito?...ah ah ah. Quanto mi piace la schiuma della birra…forse la prima cosa che ho bevuto, dopo il latte, è stata la schiuma della peroni di Zio Tonino”
“Se se, la schiuma. Alla fine deve sempre finì che devo solo ascoltarti con le tue storie primitive”
“ Sì, sono egocentrico dentro, lo so. Ma lo sai che da un po’ di tempo sogno sempre il mio ultimo attimo prima di schiattare? Proprio per questo voglio parlarti del mio progetto. Abbiamo tutta la notte per cazzeggiare. Ora ascoltami”
“ti ascolto come sempre…ma in che senso pensi all’ultimo attimo?”
“E’ che mi metto a pensare a quando sarà e come il mio ultimo attimo. Proprio come visione. Non riesco bene a spiegare. Mi so’ fissato, ecco, ma passerà”
“ Io invece mi sogno sempre Vanessa. La cassiera del bar. Mi sa che la amo”

Vabbè gli attimi finali non valgono per chi li vive. Valgono per chi resta. Valgono per chi li saprà raccontare. Valgono per questo quassù che mi agita come una marionetta siciliana. Fa bene Giacomo a pensare a Vanessa, che tanto alla fine ci penso anch’io a lei. E pure a Debora. Ma cosa cambia? A me interessa parlargli del progetto del ristorante a Terracina. Quel pallino che abbiamo da tempo. Eravamo ancora ragazzi. E lui si era appena rassegnato alla morte del padre. Invece a me stava cominciando quella frenesia di mollare tutto: famiglia, ragazza e scuola. Odiavo tutti. Volevo solo scappare. Allora lui mi fa: ho un pezzo di terra a Terracina, ci apriamo un pub? All’epoca non avevo voglia di chiudermi in un pub a spillare birre a comitive di deficienti. Sapevo vivere solo i rapporti uno a uno. Non appartenevo a niente che sembrasse gruppo, clan o ragazzate del genere. Pensavo solo a chi avevo davanti. Durava un attimo. Poi stavo già dietro ai miei pensieri. Che mi trascinavano sopra treni deserti. Fino ai rifugi in alta montagna, di notte, da solo, con il wisky buono fregato alla zia Marcella, bevuto lentamente. Ogni sorsata un ricordo. Poi, davanti al suo ricordo, mi bloccavo e uscivo fuori al freddo: pensavo ai suoi baci affilati sul mio collo. E piangevo, dopo il taglio. Una volta giù a valle dimenticavo tutto e mi presentavo all’amico di turno con un sorriso ironico.

Al Pigneto la sera arriva all’improvviso. Piomba prima dell’arrivo delle comitive dei pugliesi. Che precedono i calabresi, ma non i senegalesi, che stanno fissi in quell’angolo da giorni, ormai. Antonio era rimasto solo e meditava di percorrere tutta la casilina a piedi fino a casa. Mentre lo faceva, con le mane in tasca nel giacchino leggero, osserva una coppia di ragazzi che pomicia sotto un prunus appena fiorito. Il via vai è sereno. Il negozio di bigiotteria ancora vuoto. Il famoso bar già assediato da facce e mani che durante il giorno fanno l’amore con tastiere e monitor, su comode poltrone ergonomiche regalate dalle nonne. La pattuglia di carabinieri stasera è tutto uno sbadiglio, e le idee reazionarie si sgretolano poco in là dalla camionetta lucida, accanto al piscio fresco di cane al seguito del solito panccabestia conformista. Neppure un’ombra pasoliniana si allunga su quei giovani pretendenti al potere prossimo. Quello che i padri donano con mani unte ai loro figli indolenziti da tanta pacchia giovanile di università e shopping di nascosto. Antonio sta per piangere all’angolo, poco prima delle ferrovie laziali silenziose e gravide di storie da raccontare.
Giacomo è dovuto scappare dalla cugina che gli aveva chiesto un passaggio. Antonio con il progetto ancora in bocca non sa se affrontare subito gli otto chilometri di casilina oppure farsi un’altra birra schiumosa, da solo. Non fa a tempo a pensarci che vede sedie che volano in direzione opposta alla sua, non per questo riesce a non paralizzarsi come un palo della luce spento. Chiazze di buio delimitano un confine di sicurezza. Delle braccia nude si dimenano per colpire altre braccia o facce, sibili soffocati dallo sforzo emergono dal nero del buio. Un’insegna si accende proprio in quel momento. Delle ragazze in minigonna pare non si accorgano delle braccia omicide che all’angolo si prendono tutta la scena urbana. Antonio muove di un millimetro la coscia. Gli occhi sono costretti a fissare tutta la guerra. Ancora una guerra nei suoi occhi. Passa tutto il progetto davanti agli occhi che non riesce a scacciare quell’immagine tribale di uomini che si pestano con eleganza primordiale, dietro un angolo illuminato dai negozi luccicanti.

continua se vi va... prima però digerisco i preziosi consigli.
http://www.finzionimagazine.it/news/attualita-news/i-suggerimenti-di-kurt-vonnegut-per-scrivere-una-buona-storia/

1 commento:

AndreaG ha detto...

continua continua...