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sabato 2 maggio 2015

il quotidiano

Solitamente almeno un paio di settimane d’agosto le passiamo in una casetta di legno di 30 metri quadrati, circondata da ulivi e fantasmi, a dieci minuti dal mare. Il 20 agosto 2013 mi sveglio all’alba, come a volte mi capita lì. Esco, perlustro il perimetro del giardino con gli occhi e, una volta verificato che non ci sono animaletti indesiderati nei paraggi, salgo in auto e in tre minuti sto a Maranola. Nel bar in cima alla scalinata mi faccio imbustare quattro cornetti alla crema, ne mangio subito uno da solo e senza sensi di colpa, mentre spulcio Latina Oggi; prima di uscire chiedo un caffè lungo. Non so voi, ma io all’alba ci associo sempre un quotidiano da divorare, sempre dopo il cornetto, sia chiaro. Col sapore del caffè sulla lingua, guido spensierato verso l’edicola, che sta accanto al frantoio. Scendo e mi fiondo davanti al chioschetto: Repubblica, per favore. Lo afferro e con gli occhi già scorro la prima pagina mentre aspetto il resto: sappiate edicolanti che in quei momenti potete darmi pure dieci centesimi di resto quando vi do cinquanta euro, tanto non me ne accorgo. Mentre il primo articolo mi entra negli occhi e nella testa, mi avvio a risalire sull’auto e, continuando a leggere, impiego decine di secondi a cercare di infilare la chiave. Finito il pezzo, infastidito, guardo il cruscotto: ma che cazz! In due secondi capisco. Ho sbagliato auto. Intuisco che il tipo robusto che mi stava accanto in edicola è il proprietario dell’auto dove mi sono accomodato: sta comprando la Gazzetta dello sport: quel rosa si accende nei miei occhi. Tremo. E se questo mi acchiappa e mi sbatte per terra pensando che io stia qui per rubargli l’auto? Schiaccio il mio tasto replay uscendo fulmineo, col giornale tra le mani chiudo lo sportello ma me lo do sul pollice, forse inconsciamente creo un cuscinetto per non fare rumore con la portiera: mi attraversa dalla testa alle infradito il dolore più acuto della mia vita adulta. Santiddio! Sento il tipo della Gazzetta che continua a chiacchierare di Juventus con l’edicolante, ignaro che uno si sia intromesso nella sua auto, tantomeno che si sia sfracacciato il ditone scappando, nel frattempo. Santiddio! Entro nella mia auto e piango, per davvero: le lacrime scendono che è una bellezza. Dalla caduta in cameretta a otto anni (dente spezzato) che non vivevo un aspro dolore così. Noto che l’auto dove ho appena finito di leggere un editoriale è soltanto nera come la mia. Nel giro di qualche secondo comincio pure a ridere. E sudo. Non riesco ad accendere la mia auto. Intanto sento i due che si scaldano: e voi quanti ne avete rubati di scudetti? Parto lentamente, e guido come quei contadini dentro le Apette che bloccano il traffico per le strade dei paesi. Faccio le curve fino alla casetta ridendo e piangendo con una cadenza sorprendente, a un certo punto comincio pure a cantare. Da fuori sembro un disperato appena lasciato dalla fidanzata, prossimo alla pazzia. Da fuori sembro proprio fuori di me. All’ultima curva, zuppo di sudore, di lacrime e di mocciolo rischio di prendere in pieno un ulivo secolare.
Eccomi arrivato. Sono solo salvo. Mi siedo ancora piagnucolante sul terrazzino col ghiaccio sul dito e il giornale stropicciato sul tavolino bianco. Meno male: gli altri dormono ancora, e a me e al gatto non resta che fissare sconsolati il mare che appare dietro al giovane melograno. Mi esplode un’immagine ghiacciata in testa: vedo la busta bianca di cornetti alla crema adagiati sul sedile passeggero nell’auto dello juventino.

-Papà…papà, ma hai preso i cornetti?


lunedì 12 gennaio 2015

Mascheriamoci da scrittori. E ridiamo, ridiamo...una possibilità.

   Quelli poi non l’hanno mica letto il mio racconto. Ci ho impiegato un mese per scriverlo: tutte le mie ferie. Porca miseria, va. Loro andavano al mare e io ticchettavo con il ghigno moraviano che mi faceva apparire misterioso, sì, ma lo ero soltanto per mia suocera che preoccupata continuava ad occhiarmi. Ma come, scrivo un racconto grosso, gonfio, romanzato, purafiction e tu, oggi, gennaio 2015, ancora non ti degni di leggerlo?
Porca miseria!
Mo’ organizzo ‘na serata a tema a casa mia: tutti mascherati da scrittori. Scegliete: chi da esistenzialista, chi da romantico, chi da tardo fricchettone, eppure gli scansati vanno bene, eh. Io mi maschero da contemporaneo di nicchia.  
Rido, per dio. E poi verso vino, e ascolto tutte le vostre battute col ghigno da scemo eccitato, a un certo punto mi metto come al solito vicino alle femmine e parlo e ascolto dei problemi e delle frustrazioni della nostra età: ‘sta smania nevrotica la conservo pure quando rido da scemo. Poi, all’improvviso, vado in camera e mi vesto tutto di bianco, prendo una sedia impagliata e ci salgo su e mi metto a urlare sguaiatamente: perché non avete ancora letto il mio racconto? la prucidana si è impossessata di me, vecchia e informe femmina dei vicoli della mia infanzia. Così, prima che cali la tensione nel salone entra Antonio - avvisato via sms – e prende la sedia, inforca gli occhiali e comincia a leggere il mio racconto. “Nel ’92 feci una breve vacanza…” Io accanto a lui abbasso lo sguardo e godo, come un cagnolino godo nel sentire queste parole uniche, mie, che cadono addosso a voi, mezzi imbriachi e mezzi schizzinosi. Eccheccazz! Ho sprecato le ferie, con gli occhi di mia suocera addosso, e senza aria condizionata nella stanza, neppure una limonata con quel caldo e tu, voi, che leggete tutti i post di fèsbùc, tutti, pure quelli di zia Lia dal Lussemburgo, ma il mio enorme racconto non lo leggete? Maledetti! Antonio a un certo punto molla, dice che non c’è attenzione in sala. Già, lui è abituato alla sala Umberto; ma gli ho pure pagato il taxi, e dato tre litri di olio buono in anticipo. Anto’, sussurro, Anto’ che figura di merda, non mollare pure tu. Anto’…

Eccomi nella saletta del pronto soccorso a leggere l’etichetta del sedativo giallo, c’è un sole pallido fuori, e capisco tutto, senza che me lo dica lui tutto incamiciato di bianco: le ferie son sacre, la prossima volta porta una limonata alla suocera e scappa di corsa al mare a limonare con tua moglie.

Ma lo vuoi leggere o no ‘sto racconto?

(La prego, signore, si corichi adesso e sogni le ferie).


Il novenne che ero ascoltava questa canzone sdraiato nel letto, attirato dal suo testo misterioso, e aspettando la parolaccia finale, speravo che mia madre intanto fosse uscita dalla mia stanza. Ciao Pinodaniele.

mercoledì 27 agosto 2014

Come un dessert

Questa mia estate è stata come una lunga e affollata cena. All’aperto, sotto gli ulivi, in un luogo a me caro. Fingiamo che ci sia stata questa cena; la tavola lunga trenta metri, tanto quanto l’arco d’anni che abbraccia la frequentazione di questi miei amici convenuti. Ci sono quelli diventati manager, altri che credono che l’Isis sia un movimento di liberazione, oltre, meno male, a quelli che ho frequentato con tante aspettative affettuose negli ultimi anni. Non li ho mai incontrati, tanto meno frequentati, tutti insieme. I manager non li vedevo dai tempi della scuola. Quelli pro-Is (alcuni) dai tempi delle fricchettonate blande. Tutti mi sorridono. Io sono ansioso, no, non solo per le vongole che non capisco se sono spurgate o no; cari amici sono ansioso, fragile come un bicchiere scadente, anche per la confusione che ha prodotto il mio troppo accogliere. In questi anni cosa ho fatto in tal senso? Ho digerito posizioni politiche imbarazzanti, diffidenze inaudite, e infine una costante, implacabile assenza di empatia: del tipo comunicazione simmetrica, adulta. E ho ascoltato tutti. Eccomi là ora, impacciato che vi ascolto sentendomi inadeguato, mentre sento ogni fruscio dei vostri pensieri prepotenti. E so poco di certi argomenti, così mi arrendo come mi arrendevo a quindici anni, quando scappavo dai sapienti di paese sfruttando vuoti treni regionali.
C’è voluto l’acquisto della rivista IL a farmi frenare e precipitare nel mio mondo attuale: apprendista razional-individualista. E per fortuna a metà della scrittura di questo pezzo arriva mio nipote e mi spiega il mondo delle api, così capisco anche perché una specie di vespa (africana, che non ha concorrenti) scaccia le vespe autoctone dai loro favi. Di colpo sono uscito dal principio di paranoia che si nascondeva tra i rovi fetenti. 
Sì, quando sto da solo imparo di più, con gli altri pure imparo, che c’entra, infatti oggi sto finendo la panchina seguendo le indicazioni di E., ma più delle volte con gli occhi addosso vado nel pallone, e, ahimè, non è quello bianco e nero che mi faceva fare dei goal strepitosi da piccolo, ma qualcosa di tondo, viscido, che mi risucchia nel vorticoso nucleo antico dei miei avi.
Chiedo perdono, rispetto, e fiducia per la mia ansia usata male (insopportabile subirla quando c'è pure l’afa, lo so). Un giorno, di colpo, sparirà e io staro con voi contento.
Alla fine, in questa cena lunga trent’anni, mi sono ritrovato in disparte, senza più quella vecchia voglia gruppettara di esibirmi né quella sensazione che il meglio del mondo sia ai tuoi lati e non restava che assorbirne tutto il nettare dorato dell’epoca, così la vita andrà meglio. Macché! Queste son presunzioni scadute ormai. 
 Stop.
Questi pensieri sono morti ieri, oggi altre illusioni, altre parole mi cullano e fanno fare un passettino più avanti, forse non accanto a te vecchio amico che disegni un cielo con stelle cadute chissà in quale buco nero della storia. 


Passeggiavo tra i vicoli del mio vecchio paese e questa scritta mi ha fatto ridere, e non riuscivo a spiegare a mio figlio il vero motivo di questa risata sguaiata. C’è scritto W Ceausescu su una casa diroccata, accanto a una casa affittata a trenta villeggianti stipati in un bilocale, per duemila euro di affitto in nero. Chi ha affittato è la stessa vecchina che ha venduto l’altra sera il vino aspro, acido, alla mia ingenua madre. Gente così io l'ho adorata, fotografata, e rispettata sin da piccolo. Perchè? loro insieme ai tanti amici affollano la mia testa di passato e di terrore, in questo posto sfiorato dalla storia, qui ora chi è evasore, chi raccomandato, chi mantenuto segretamente dalla famiglia; allora di colpo vi sparo il faro negli occhi e vi vedo meglio: grillini-comunisti-meneffottisti. Un rimedio omeopatico il vostro stare contro, in comode case con aria condizionata, e Sky a go-go, e olio di extravergine su quelle spigole a miglia zero appena pescate da Salvatore, il factotum del vostro saldo benessere. Non invidio la vostra comodità, no, invidio un po’ la vostra sfacciataggine: me ne basterebbe un grammo per dirvi quattro cose alla fine di questa cena. Allora come un dessert potrei essere di troppo o disgustarvi, ma farei la sola cosa buona extravergine di questi miei anni di scarsi raccolti. Tanto lo so che anch’io sono un po’ abusivo, un pochino menefreghista, e gravito precario in questo mondo (cupo e sordido) alla ricerca di comodità inaudite, di goderecce situazioni. Ma sono adulto, e aspetto quello che c’è da aspettare: accadimenti trainati da fatiche, pensieri, e dedizioni mai espresse prima. Bravissimi, bellissimi, ansiosissimi. Questo è il cocktail che ci beviamo oggi, degno della nostra generazione metà stronza e metà fantastica.

Vi amo tutti lo stesso, perché in questo nostro tempo ci separano solo, in effetti, piccole, ma determinanti sfumature, che somigliano a certe scelte fatte di notte, lontano da tutti. Ogni vostro tenero ricordo me lo ricorda, e ora vi saluto col sole basso alle spalle e alla radio canzoni italiane che stanno per colonizzare ogni anfratto della mia sensibilità.





giovedì 20 dicembre 2012

io e tu

Vi amo tutti voi che entrate e uscite da questo blog, come amo me, che sto lì a guardare i commenti, le statistiche, le nazioni che hanno sfiorato questo spazio verde di parole nere.
perchè?
chissà.
per me?
non so.
curiosità?
embè.
grattarsi un po'.
spolverare.
vedere un uomo che brucia.
far parte.
gettare un po' di tempo.
odiare in solitudine.
questa è una cazzata.....che non cancello. Tutto dietro mi porto, pure la segatura delle mie illusioni.

ascoltiamoci 'sto pezzo insieme, a palla, eh!