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venerdì 20 marzo 2015

Le piccole virtù

    Cercavo parole per la mia crisi con gli amici di sempre, e le ho trovate fresche e luminose. Cercavo frasi per approfondire meglio dell'amore e delle incomprensioni con mia moglie, e stavano là distese ad aspettarmi. Soffrivo l'assenza di confronto per capire le ragioni e le ribellioni di mio figlio adolescente, ed eccole spiegate senza disperazione. Cercavo una spinta per la mia vocazione, il mio mestiere, l'amore per la mia storia, e oplà, d'improvviso mi sento sollevato di non aver sperperato la speranza di ottenerla ancora.
    Sì, Le piccole virtù, preso in prestito in biblioteca, di colpo diventa il libro che brilla di più sul mio comodino in questi giorni di eclissi e silenzi.
   Natalia Ginzburg e la sua scrittura leggera, superba e profonda, mi suggerisce di non esser troppo entusiasta, e aspettare, in silenzio aspettare, quell'equilibrio segreto:
 "e d'un tratto le cose della terra ci sono apparse al loro giusto posto sotto il cielo, e così anche gli essere umani, e noi stessi sospesi a guardare dall'unico posto giusto che ci sia dato: essere umani, cose e memorie, tutto ci è apparso al suo posto giusto sotto il cielo. In quel breve momento abbiamo trovato un equilibrio alla nostra vita oscillante: e ci sembra che potremo sempre ritrovare quel momento segreto, ricercare là le parole per il nostro mestiere, le nostre parole per il prossimo;...


   Grazie Natalia Ginzburg, e scusa per averti incontrata così tardi (non è mai troppo tardi diresti, dolcemente seccata, ripetendomi di tenere sempre a mente quel momento segreto).

   Così metà disperato e metà sollevato mi avvio a un silenzio da me cercato, temuto, ma non per questo desiderato. Dovere delle cose, della memoria e delle attese che spaccano in due la nostra esistenza: un prima e un dopo. Intanto vado a cercarmi il mezzo, l'equilibrio, il segreto.

sabato 12 luglio 2014

Zi' Giannin' (fare pace con l'ansia)

Alla sua maniera aveva scommesso su di me: Pigliet’ la mesela e facc’gl’uort’, e così ho utilizzato il suo vecchio semenzaio e ci ho fatto il mio primo orticello. Da lì a poco avrei mostrato fiero i miei ortaggi agli adulti. Avevo nove anni e coltivavo pomodori, melanzane e peperoni, enormi e succosi già allo sguardo. Primo scoglio superato, potevo stare al mondo, la mia timidezza messa da parte per l’inverno successivo.
Mio zio Giannino è morto l’altro giorno, era nato nel 1920. Nel 1945 tra Weimar e Buchenwald aveva recuperato, insieme ad altri marinai, le spoglie della principessa Mafalda. Erano riusciti a fregare i nazisti, e pure tutte le paure che li avevano accompagnati e deportati dopo l'otto settembre da Pola. Poi era emigrato in Venezuela per qualche anno, guidava gru, lì ha deciso: ritornare e fare il contadino a vita. Produceva ortaggi e racconti, e sotto quel pergolato di uva pizzutello passavano intere famiglie ad ammirarlo, prima e dopo i pranzi succulenti di zia Civitina. Io più degli altri lo ammiravo, e avevo sempre fame di ascoltare. 



Ricordo di un viaggio in treno fino a Roma, io lui e mia cugina; l’intero scompartimento ascoltava le mie mille domande seguite dalle sue mille risposte: si parlava delle fitte vigne dei castelli romani, della fertile pianura pontina e le sue sterminate serre. Della guerra. Dell’enormità di Roma.
Mi dava la paghetta quando lo aiutavo nella raccolta dei pomodori. Ero bravo, e dalle cinque del mattino alle dieci - quando la panzanella di mia zia somigliava un po’alla sirena delle fabbriche - faticavo come un mulo per desiderare la sera soldi e stima da loro. Un giorno gli ho fregato 500 lire, forse di più, e quel giorno resta il mio giorno della vergogna.
L’ultima volta che l’ho visto, quest’inverno, l’ho filmato col telefonino mentre raccontava della sua epopea tedesca: sentiva poco, e le sue mani cercavano la mia faccia, la mia approvazione per la sua lunga storia che stava per spegnersi al terzo piano di via indipendenza.

Dopo il funerale ho incontrato parenti che non vedevo da secoli. Una mi fa (magistrato di successo): come sei diventato bello! Da piccolo eri una peste…ah sì, rispondo io, ma se ero un santo e non dicevo parolacce. Sì, ma scappavi sempre, ribatte e poi aggiunge che mi trovava davvero bene, e bla bla. Non è stata l’unica a sorprendersi del mio essere sopravvissuto alle loro sfumate condanne provinciali di un tempo, al loro credere che prima o poi crollerai, se a otto anni prendi l’autobus da solo e a sedici hai già cambiato quattro diverse scuole superiori. Onestamente loro un po’ di ragione l'avevano all’epoca, pure io non ci credevo mica che sarei arrivato a scrivere di loro, e nel farlo, sentire quell’odore secco di essere arrivato: alla soglia delle possibilità, e poco più.



martedì 2 ottobre 2012

Al corso di Antonio


Tempo fa feci un corso presso una libreria. Tutti i giovedì per qualche mese. Il conduttore aveva, e credo abbia ancora, una capacità comunicativa commovente e uno stile asciutto espresso attraverso una forma diretta, umana. Così riusciva sempre a creare un’atmosfera serena e, considerandola nel suo complesso, accogliente e stimolante. Volevo scrivere socratica, ma è inutile scomodare sempre il passato per valutare il presente, soprattutto quando questo si mostra originale, e quindi, dovrebbe essere alla ricerca di una propria identità.

Mi mancano quelle serate di parole calde e pensieri come eruzioni: spesso si riusciva a condensare in poche frasi pensieri che altrove magari ci impiegavi tre ore. Questo era frutto non di una magia, nemmeno di un miracolo, soltanto della capacità di una persona in gamba che ci immergeva in un contenitore di brodo buono, evocativo e saporito.

Grazie Antonio.

 Poi l’anno successivo spinto da una collega di corso, per ripicche di pizzate non fatte, e altre diavolerie femminili, che alla fine mi suggerì di fare un altro corso e io ascoltai. Maledetta prima fase. Ora sarei pronto per la seconda, ma è tardi, caspita è troppo tardi. No?

Oggi leggendo questo pezzo ho avuto la sensazione di continuare il corso, e questo è molto bello.