Ieri sera ho cenato con certi parenti che vedo circa una volta l’anno. Di solito in queste situazioni mi isolo, o bevo, o rido sguaiatamente: di solito non vorrei essere lì. Ieri invece volevo esserci, e non perché ho cambiato idea su di loro né per mancanza d’altro o per un’improvvisa affinità. Forse perché in questi giorni di ferie ci siamo portati appresso troppa tensione poi esplosa in macchina, a tavola, in piazza, e tale da farci rinunciare anche ad andare al mare. Fino a farmi sputare parole sentenziose di cui oggi mi vergogno. Siamo così serenamente una famiglia stramba eppure non abbiamo ancora imparato del tutto a convivere con le storture che ci portiamo appresso dall’infanzia. Qui è tutta aria di famiglia che ci pressa e rende piccolini nelle scelte, nelle parole e nei ricatti ma ieri sera sono riuscito a superarmi e dare il meglio di me: ascoltare ancora di più gli altri, praticare con grazia l’autoironia, e rafforzare l’ironia dei loro racconti. Loro parlavano di Cina o Ungheria e io di Anagnina e mia zia, eppure, ascoltare e poi far rimbalzare i racconti su quel prato ben annaffiato è stato così umano. Sì, lo ammetto: gli altri mi hanno salvato. E vale per tutti gli altri con cui ho condiviso racconti, risate e dolori. Prima degli altri ero introverso e presuntuoso: un groviglio sensibile di fumosi pensieri grandiosi.
Un libro che contiene tante storie legate dal filo nero della diversità internata, maltrattata e abbandonata su un’isola greca o sui marciapiedi di Budrio. Nel libro c’è una parte in cui la voce narrante racconta del rischio corso di cadere nell’isolamento mentale, di perdersi. La mia storia è ancora segnata da tale spavento: mi rivedo chiuso nella cameretta con la scritta sulla parete SIETE TUTTI STRONZI, fatta con la bomboletta. E tutto stava per esplodere, e tutto stava finendo già a quindici anni. Me la ricordo quell’ombra che si lanciava sugli scogli in una notte di novembre. Ora quell’ombra addirittura mi ripara a volte, e mi sconvolge in altre ancora, ma soprattutto oramai mi guida e spinge a frequentare gli altri, ad amarli fino alla devozione, a scappare dalle paranoie e dai silenzi quasi più lunghi dei pomeriggi afosi e massacranti di luce d’agosto.
Simona Vinci ha scritto questo libro
che è una benedizione per quelli come me che hanno sfiorato questo isolamento e
che oggi se la ridono nel fa ridere gli altri in cene estive inimmaginabili
d’inverno, o tempo fa.
In questi giorni ho inviato messaggi a persone speciali – a certi altri che sono ancora più altri di
alcuni – invitandoli a raggiungerci al mare disegnandogli a parole momenti di
assoluta meraviglia, per conquistarli e trattenerli da me: loro sono occhi e
braccia che valgono più di mille paesaggi tropicali. Nella mia testa ronzavano
tour culturali e gastronomici da riservare a questi ospiti-soccoritori. So che
poi gli avrei inflitto anche un po’ della mia ansia, e di quel misto di
sottomissione e dedizione che caratterizza, e caratterizzerà sempre, il mio eccitante
ospitare.
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