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giovedì 2 maggio 2013

senza titolo


Ci sono delle volte che mi viene voglia di entrare in un centro sociale, o in certi parchi affollati di tardo-frikkettoni, e implorare: amici, il vostro conformismo tocca sublimi e imbarazzanti vette. Fate finta di niente e sdraiati beati  abbassate la guardia, al resto pensa papà, zio o qualche padrone cattivo. No, amici, così non va. Il vino è buono, le patate son biologiche ma i discorsi sanno di muffa che schiattano i miei ultimi neuroni libertari. Voglio passeggiare tra oleandri senza masticarli per forza, e osservare donne eleganti senza sfiorarle mai. Non per questo non ami gli oleandri rossi o non desideri le donne bionde. C’è stato un tempo di spavento dove avevo paura del vento che veniva da Ovest: ero piccolo nel mio cappotto. Oggi mi lascio vestire dal mio tempo, e non cedo al richiamo dei bei tempi.

A uno a uno vi fisso e non provo più amore. In quel recinto scalcinato, tra gonne lunghe e bimbi viziati, orti sinergici e tarantelle tristi, non sento più niente. Non vedo che tentativi già falliti. In questi rifugi anticontemporanei, in queste gabbie ecosostenibili io sento stanchezza che nella mia testa diventa amarezza. Potevamo di più, potevamo il mondo intero di sogni, amori e futuri inesauribili. Potevamo. E non siamo. Solo passaggi di testimone, che sono sempre gli stessi da quarant’anni. Basta, per oggi basta così. Perdonatemi amici, e nel farlo usate la vostra infinità genuinità, e lasciatemi sparlare di un mondo che ho sfiorato di ammirazione e mai amato fino in fondo. Allora meglio lasciarci da buoni amici, ché non capirsi come veri nemici.

Ho scovato questa poesia di Carver, essa mi ha spinto a scrivere questa cosa lugubre, non so davvero il perché, ma come dice Carver: scrivere è un processo di rivelazione.

raymond carver

TRA I RAMI

Sotto la finestra, sul balcone, ci sono degli uccellini malridotti
che si affollano attorno al cibo. Sono gli stessi, credo,
che vengono tutti i giorni a mangiare bisticciando. C’era un tempo,
[c’era un tempo,
gridano e si beccano. Sì, è quasi ora.
Il cielo rimane cupo tutto il giorno, il vento viene da ovest e
non smette di soffiare... Dammi la mano per un po’. Tienimi la
mia. Così va bene, sì. Stringimela forte. C’era un tempo in cui
pensavamo di avere il tempo dalla nostra. C’era un tempo, c’era
[un tempo,
gridano gli uccellini malridotti.

3 commenti:

Elena ha detto...

Quello che volevo pensare è qui in queste righe. Vanno bene così subito senza rileggerle anche se mi viene da piangere. Quando rileggerò inquinerò questo momento che invece mi serve.
Continuo a mangiare carne e a guardare la televisione e mi metto i jeans e uso la tecnologia senza sensi di colpa. E' che non voglio negare i nostri rifiuti. Voglio interpretarli. Stavo per scrivere questo stamattina in qualche modo dopo aver pianto da idiota su un'isola del tempo. Ma adesso non serve più.
E' bello.
Ciao,
Elena

peppe stamegna ha detto...

grazie! comunque, se vuoi, contamina pure con le tue lacrime queste righe , ché solo così potremmo intuire il meglio dove cercarlo, tra rifiuti differenziati e tecnologia, magari.
ciao!

AndreaG ha detto...

Peppe, torna al rock!