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venerdì 10 gennaio 2014

Tempo di imparare

 In questo libro ci sono parole dure, scavate e scolpite per mostrare la costruzione di una relazione. La prima parte è un vulcano: rabbia e solitudine, lava che non consola. Poi al centro nasce un albero, frutto di cura e attesa. Il resto è uno scoppio di pianto continuo, proprio perché trattenuto, che allaga lo specchio che tiriamo su per guardare una realtà ostinata, che abbiamo sempre temuto.
Stare nella diversità, praticarla nelle sale d’attesa di medici o nelle assenze alle feste, diventa la condizione di un’umanità sconvolta nelle viscere, non minoritaria ma nascosta. Valeria Parrella già in “Behave” ci raccontava di persone dentro mondi piccolissimi, spesso evitati o derisi. Lei raccontava senza preoccuparsene. Ho ammirato quel racconto. Qui, dopo lo spazio bianco, si è aperto uno squarcio che non ha senso tacere.
Le parole che mancano ad Arturo diventano sofferenza, preoccupazione quotidiana, ma nel dialogo con Miranda l’eccesso è gettato nel secchio ghiacciato delle statistiche. Dopo compare l’albero, un logogrifo che ci fa respirare, e si attraversa il solco e il dolore comincia a vestirsi di bellezza. Allora ce ne andiamo a spasso per un mare di parole più belle.
“Arturo non parla, ma pensa” dice con saggezza una bimba. Poi sorprende un invito che riceve Arturo da Antonio: può venire Arturo a giocare a casa mia? La madre intravede uno spazio nel mondo per il figlio e si arrende all’emozione; per questa sua conquista, di Arturo, che è forse pari alla traversata che fa sul ballatoio di casa. Il racconto si riempie di vita, di caffè, di sguardi, e si allontana leggero dalla voragine iniziale.

Eccoci a un convegno in cui la Superiorità della Madre - una lotta furibonda tra frustrazioni e conoscenza - è mostrata oscenamente. Allora tutti sembrano ritirarsi, tranne la sua forza: evoluzione della rabbia primitiva? I genitori dell’associazione sono ritratti accanto alla narratrice, partecipano e determinano l’ultimo tratto del libro. Che culmina, dopo averci fatto conoscere isole, mari, antichità e intimità, Ariel, il botanico e il trambusto napoletano, in una passeggiata sul molo che diventa un filo d’acciaio davanti a quella scuola gialla che frequenta felicemente Arturo. Non si spezza più niente all’orizzonte: come coriandoli le parole dell’albero ci accarezzano. E che fai non piangi anche tu a questo punto?


3 commenti:

simona trovato ha detto...

Parole come sassi lanciati sul cuore,forza e disperazione che insieme camminano. L'ingiustizia e al tempo stesso l'orgoglio. Una madre e il proprio figlio "diverso",un figlio che parla senza parole,con voce muta. La distanza iniziale,distanza da ciò che non dovrebbe essere,diventa alla fine una vicinanza non immaginata.
E l'orizzonte è davanti a noi.

Marina ha detto...

Questo è un libro meraviglioso come pochi sanno essere.

peppe stamegna ha detto...

Sì Marina, questo è un meraviglioso libro.
Benvenuta! come ci sei capitata da queste parti?