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giovedì 31 gennaio 2013

almeno ci provo


L’intenzione con l’ultimo post era di scatenare un dibattito, una discussione su quello che stiamo diventando noi che lavoriamo nel settore dell’educazione, assistenza, etc. Lavorando e basta, facendo finta che un giorno tutto cambierà. Ma quando? Visto che poi ognuno le cose se le tiene per sé, e forse non sbaglia, in chiave evolutiva forse non sbaglia, perché abbiamo delegato rabbiosamente le nostre storie, i nostri amabili limiti, a dei capobranco tuttofare, allora, sconfitto e infreddolito, col pensiero congelato, mi sono rifugiato in una biblioteca appena ristrutturata. E’ diventata tutta bianca, con le poltroncine nere, comode, lungo il corridoio che conduce alle stanze, e di fronte c’è l’enorme parete di riviste e quotidiani. Da lì mi sono addormentato. E mi ritrovo nel sogno che parlo con la bibliotecaria rossa con gli occhiali. Decide di farmi visitare le stanze piene di libri, luminose e un po’ anguste. Gli studenti che sfioriamo restano con il capo chino sui testi, e intanto lei mi sussurra i titoli che avrei dovuto leggere necessariamente, nel caso volessi continuare a frequentare quel luogo. Comincia da “Guerra e pace”, poi passa all’”Odissea”, e anche “don Chisciotte”; mentre i miei occhi cadono sui contemporanei lei mi bacchetta con lo sguardo pieno di denti. No, pareva dicesse, quelli li leggiamo alla fine. Come a scuola, la storia contemporanea si doveva studiare a luglio, a casa tua. Insomma, vedo scorrere Cognetti, Lagioia, Foster Wallace, Carver, Munro, e non posso averli. La rossa a un certo punto mi fa sdraiare sul divanetto e mi offre un tè verde. E’ possibile nero? Accenno, ma già arreso bevo quello verde e anche con lo zucchero. A questo punto si mette a costruire una casa-tana di libri, tutti i classici come mattoni lego da sovrapporre, incastrare, e i contemporanei a formare il tetto, così esposti e assolati diventavano imprendibili, oramai. In lontananza una ragazzetta con gli occhi verdi avidamente tocca la copertina di “Amico, nemico, amante”; le chiedo urlando di farmela toccare anche a me, ma il muro di mattoni sta avanzando e copre ogni visione, ogni realtà. La bibliotecaria è tutta sudata e oramai non sta più in ginocchio, poiché la costruzione della tana è arrivata alla sua altezza. Non riesco a vederle più nemmeno le orecchie, che credevo fossero il meglio che potesse offrirmi. Quelle mani affusolate maneggiano con sicurezza quei libri, quelle storie già lette mille volte, recensite, smontate e date in pasto all’umanità. Lei è un tassello, un tassello rosso con le mani affusolate. La pelle bianca, fisso quella pelle bianca tra il collo e il seno e mi risveglio. “Signore, signore, stiamo chiudendo”. “Oddio scusatemi”. La bibliotecaria si accende la sigaretta e comincia a fumarla già dall’atrio, in mano una copia de “Manuale per ragazze di successo”. Le corro dietro mangiando l’ennesima caramella alla menta. Il custode ci chiude fuori.

domenica 27 gennaio 2013

l'anima (S)lava?


Non fasciamoci la testa cari miei, che tanto si sa che stiamo meglio di tanti anni fa quando le cooperative sociali non esistevano ancora e i padri a volte massacravano di botte i figli e le mogli. No?
C'è stata una bella serata a sostegno della Coop Folias e Bobo Rondelli è stato di una generosità immensa nel farci ballare a suon di cover rockettare.  Ha fatto anche molti pezzi suoi , in particolare alcuni che mi hanno fatto venire la pelle d’oca, quella vera, che una decina di volte l’anno mi fa sentire bene in mezzo agli altri. Era contento Bobo mentre chiamava Filippo Gatti – intenso anche il suo concerto - sul palco per improvvisare assieme musica tirata per farci ballare a noi delle prime file. Come succede spesso ai suoi concerti, Rondelli si è messo a fare pure il clown con racconti zozzi, imitazioni, etc. ancora rido se penso ai termosifoni ingroppati; meno male che riesce a tirare fuori anche l’autoironia  per schiacciare il suo status di livornese da esportazione: tanto che poi dice “sì, siamo comunisti e diciamo Pisa merda, che palle però ‘sta vecchia Livorno”. A quel punto il mio applauso interiore mi ha fatto urlare e io, che ai concerti son sempre timido,  ho urlato: bravo! tu sì che stai avanti, insieme alle tue belle canzoni, pensavo emozionato poco dopo, ritornato nella mia timidezza. Gli altri, la moltitudine, noi, e molti presidenti di cooperative sociali, stiamo invece molto indietro e pensiamo che l’atteggiamento della lagnanza a oltranza sia un diritto acquisito da diffondere come i vaccini antinfluenzali. Tutti fermi dietro al passato. 
Almeno tu direttore di cooperativa intoccabile, investi i soldi in progetti innovativi, invece di aspettare soltanto i finanziamenti al ribasso che accetti ai tavoli delle trattative, che segretamente fai coi politici di ogni genere. Già, ma voi presidenti e direttori siete immuni da critiche, perchè voi date lavoro e fate da “stampella” allo stato sociale, e non vi si può mettere in discussione, mai. Be’, insomma, con ’sta storia della stampella ci state giocando un po’ troppo. Così paralizzate il settore e non permettete ai soci, alle nuove leve, ai collaboratori di emergere e contribuire al cambiamento. Qualcuno mi sa dire quanti presidenti di cooperative sociali conosce che non siano (oggi) gli stessi dalla loro fondazione? E questo a volte significa trent’anni!  Lo ammetto, in me c’è un po’ di quella frustrazione tipica che spreca parecchie energie nel maledire i vertici del sociale in Italia, e mi dispiace farlo, poiché io credo , ciclicamente (ho lavorato per almeno dieci tra coop e associazioni negli ultimi vent’anni), di poter dare il mio contributo con la mia passione lavorativa, ma come fare, se certi passaggi gerarchici (meritocratici?) diventano stretti come un imbuto unto per la maggioranza dei lavoratori? Il diritto alla salute, l’assistenza alle disabilità e la formazione, spetta allo stato, visto che le importanti riforme degli anni scorsi sono riuscite a tradurle(finalmente) anche in leggi. Poi, che voi, noi, con passione e dedizione ci impegniamo  a cercare di applicarle  come se fosse una missione, però non deve quest’atteggiamento farci confondere il ruolo dal mandato. Il diritto dalla gratuità. Quando capiremo che non siamo gli unici a poterlo fare, visto che abbiamo solo una delega e non l'esclusività, allora, forse, i vertici delle cooperative potranno investire risorse e personale in servizi diversi, coinvolgendo i soci e i dipendenti, spesso sottopagati e frustrati, in progetti e attività innovative.  Questo forse non accadrà mai, tanto vale sottrarsi e voltare pagina scompaginando i mesi a venire. Sentirsi dentro a questo mondo del sociale, non la sopporto più 'sta parola sociale ma, sfido chiunque di voi a trovarne una più appropriata; insomma, dicevo che a volte è come sentirsi di far parte di un’avanguardia logora, che mortifica ogni cambiamento e si consola con le proprie presunte santità in agguato. Ci si sente al sicuro, buoni, e unici nel fare cose che in passato hanno garantito santità e indulgenze, a santi e delinquenti. Lasciamo queste scorie a quei simpatici visionari cattolici. Loro sì che sanno poi frullare il tutto per produrre consenso,  potere, e aspettative a costo zero a colonie di umanità allo sbando. Un po’ stiamo diventando come loro, e lo capisco dal linguaggio che usiamo durante certe serate di chiacchiere e ricordi. Lo capisco anche dalle facce e parole che certi presidenti usano per tenerci buoni, nella nostra cuccia che puzza di muffa. Forse non è tra questi Sasà, ché solo per quello che organizza a livello musicale meriterebbe l’assessorato alla cultura.

Ieri sera mi sono visto il film “Concerto”, e allora ho ripensato a Rondelli e alla sua contagiosa vitalità che trasmette nei suoi concerti strampalati d’amore e d'allegria: l’anima slava, ecco, lui e Filippo Gatti hanno fatto un concerto alla slava, l’altra sera a Roma, per Sasà e Folias.

Mi sa che riparto dalla mescolanza, dalle frittate da realizzare, e dalle mille parole povere che mi faranno arrivare a cento persone nuove da conoscere, ascoltare. L’evoluzione dei pesci, canterebbe Gatti.

domenica 20 gennaio 2013

Flavio


 Flavio non ci vede quasi più, ma la sua barba bianca è la stessa di un tempo. Era il ’92, e Roma sonnecchiava dopo l’ubriacatura craxiana e stava in fremente attesa dei sindaci star. Nel quartiere tanti eroinomani che vagavano persi tra furtarelli e studi medici. Flavio cercava di accoglierli tutti per poi accompagnarli alcuni al centro diurno che presiedeva, al tiburtino. Flavio e la moglie ci scelsero a me e a S., dopo un tirocinio esaltante, come operatori factotum del centro diurno. A me Flavio faceva l’effetto di uno che sta sempre lì davanti ad insegnarti le cose del mondo, della politica e della cura delle persone. L’unico medico che insieme allo sciroppo ti consigliava anche di leggere Dostoevskij.

Una  volta organizzammo un evento: musica dal sottosuolo. Una specie di reading di musicisti di strada, alla fine se ne presentarono solo un paio, uno venne pure con moglie e figli, andarono via felici dopo un revival rock&roll e mangiata di tramezzini, peperonata e pop corn a volontà. Nei giorni precedenti all’evento, lungo le banchine della metro ne avvicinammo almeno una decina di ‘sti musicisti, disponibili a partecipare alla cosa. Uno addirittura mi cantò, dedicandomela, “amico fragile”, alla stazione di piazza di Spagna. Ricordo che prima  dell’evento Flavio si adoperò per sistemare le sedie di plastica per il pubblico, nel salone del centro diurno.  Lui ogni cosa del genere la faceva assomigliare a una festa dell’Unità. Quel giorno declamò anche qualche poesia, in coda ai musicisti.

 

Flavio è timido. Eppure racconta molto di sé, del suo passato di ragazzo borghese che abita a Pietralata ma che frequenta il liceo dei preti, con ottimi voti. Che bazzica  Lotta continua e l’entourage colto di quella Roma stracciona coi portafogli gonfi, ma che cura anche i borgatari come se fosse il minimo che si possa fare, per riparare la contraddizione imbarazzante in essere. Il suo correre dalla città universitaria al monte del pecoraro assume, ai miei occhi di oggi, significato di un medicare disperato una ferita che non riesce a rimarginarsi con la sola retorica politica di quegli anni.

Nel suo studio Trosky giganteggia sfidando un presente vendoliano, perché non c’è di meglio, ammette dolente toccandosi la barba morbida. Ascolta Flavio, e lo sa fare benissimo. Ragiona e ragiona per risolvere un postulato di Euclide, racconta e mi dice che in passato, mentre stava a tavola con gli amici, a volte si distraeva pensando alle poesie da scrivere, oggi, invece, pensa al postulato di Euclide. Eppure ti ascolta: ti mischia con le poesie e i postulati, diventi un’opera d’arte e nemmeno lo sai. Quando stai con Flavio.

Il tempo scopre la verità, diceva Seneca, e dargli torto è difficile. Sto scoprendo le occasioni perse, le titubanze inutili e dannose, e le fughe verso bucoliche salvezze, di quelle che mi spingevano verso la Novità, be’, quelle a volte erano soltanto vecchie carogne truccate. Bastava andare da Flavio, forse, e ascoltarlo e farsi ascoltare, per proseguire magari lo stesso a zig e zag tra pensieri e azioni, ma, almeno, non partecipare ostinatamente al solito gioco dell’oca piagnone.

 

Flavio per me rappresenta ancora il sogno romano: affermarsi dentro a un paesone immondo e accogliente, che aspetta la tua performance e se le dai buca poi ti sputa in faccia il fango, quello pasoliniano, e quello dei miseri miti che ancora si sforzano di indicarci strade sbagliate, bagnate di sangue e sudore; per me l’autentico assomiglia sempre di più alla faccia di Flavio e alla sua ferita nascosta dalla bianca barba. Tuffarsi nel mondo e nuotare con le proprie esili braccia, questo mi ripeto ogni mattina da quando ho abbattuto quasi tutti i miti morenti. Tranne Flavio, che cammina accanto a me.

 

giovedì 17 gennaio 2013

eccomi


Ecco chi sono! Lo dichiaro ora dopo circa due anni che gestisco questo blog, che pare mio, ma, in realtà, è una scatola lunga e profonda che funge da deposito sentimentale per tante cose di questo tempo. Mi chiamo Peppe, vivo a Roma e faccio l’educatore. Faccio, nel senso che questo risulta davvero nella mia busta paga, poiché, a dirla tutta, siamo un po’ tutti educatori in senso lato, no? Ma non tutti hanno il coraggio di farsi pagare… In questa scatola confesso le mie pene, aggiusto i miei sentimenti e spalanco le porte agli altri, sia nel mostrare i loro blog che accogliendo i loro pezzi, commenti e suggerimenti. Quello che più mi ha colpito è stato quello di un abitante del tiburtino III che mi voleva menare, per via di come avevo trattato quelli del tiburtino in un raccontello.

Non l’ho detto a tutti i miei amici della vita del blog, un po’ perché me ne vergogno e un po’, che è l’altra faccia della vergogna, per vanità. Scoprimi e farò il sorpreso, amami e ti amerò: tristezze prodotte dalla mia vita metropolitana, oltre che da tare affettuosamente incollate al mio carattere.

Molti confondono gli intenti, per primo io, così mi ritrovo a controllare le statistiche delle visualizzazioni come forse faceva Vasco Rossi nel controllare se stava nella top ten dell'hit parade, all’inizio degli anni ottanta. La quantità fa il valore? o fa il veleno?

Comunque, a me viene da scrivere queste cose, senza sapere davvero il perché, come qui di seguito : una domenica mattina ho fatto outing dichiarando la mia resa all’emotività. Così tutti sapevano, ma niente cambiava. Al discount tra gli scaffali speravo di non riconoscere nessuno, dopo, una volta arrivato a casa, che tutti avessero rinunciato al nostro invito a pranzo. Volevo restare solo e pensare a una via d’uscita, e che coincidesse magari con l’uscita di sicurezza del discount. Tra farine e biscotti mi ricordo di aver scaricato, quella stessa mattina, la Canzone dei Baustelle che mi aveva scosso il giorno prima, già il pensiero di riascoltarla mi rianima: dentro quella canzone ci sono le parole che aspettavo. La sofferenza non eccessiva veniva cantata, come qualcosa di vivo dentro le nostre giornate, come un cancro benigno che ti accompagna fino alla vecchiaia,  per poi comparire l’ultimo giorno: ti bacia e non lo vedi più.

Quel giorno avrei fatto mettere in cerchio tutti i miei amici per parlare di noi, di quello che siamo diventati. Di come la berlusconizzazione ci abbia investito come un naturale innalzamento delle acque del mediterraneo, cui si ricorre con metodi blandi e inconcludenti. Ma chi siamo, e cosa pensiamo in macchina prima di arrivare nei nostri minacciosi posti di lavoro?
 
Da tempo seguo solo scrittori, pensatori, cantanti, amici, che mischiano con grazia e impegno i sentimenti alla ragione, utilizzando il contenuto come stella cometa. Il resto del groviglio social-politico-cultural non mi appassiona più, il passato dorato mi disturba quanto l'ipocrisia e la bontà ormai mi pare che sia il tappeto dove far esprimere le migliori cattiverie a certi tipi un po' all'antica e un po' coglioni. E tutti ridono.

Ecco la canzone, eccole le parole che mi appassionano ancora.
 

venerdì 11 gennaio 2013

parabola nevrotica n°3


Fiori non ce ne sono là fuori, e nemmeno una zia con il sorriso. Là fuori c’è una mazza pronta a colpirti, in faccia, e magari subito dopo anche sulle tue chiappe in fuga.

 No! Ma non è che sei preoccupato per quella previsione stramba del mago che diceva che avresti avuto un brutto incidente d’auto a quarantatré anni? Stavate per chiudere il bar e quello si è messo a fare il misterioso, con discorsi articolati, racconti senza né capa né coda e infine, seduto su quel tavolino stretto, chiede di leggere la mano.  Era un italoamericano con la panza, in vacanza, con la smania di infondere suspense su tutta la costiera occidentale. Quella notte vi siete quasi abbracciati tu e Stefano, mentre velocemente rientravate nelle vostre case, risucchiati dai vicoli bui. Il giorno dopo avevate gli occhi gonfi e il bar di nuovo in funzione, con le vecchiette arrapate che vi sorridevano col sale sulla pelle squamata. C’era quella di novant’anni che beveva whisky canadese di nascosto; lo faceva prima dei balli di gruppo e che coincideva, chissà perché, alla scena dove stavi tu in primo piano che speravi di baciare quella ragazza di Pavia. Che poi mica era proprio ‘na bellezza, a pensarci era anche un po’ gatta morta, ma aveva quel bell’accento del nord… Ah! Quell’estate del novanta, che tutto fece rotolare in settembre, per poi girarti le spalle all’improvviso come bimba dispettosa cui daresti una carezza, ma la notte, mentre dorme, perché di giorno ti fa solo incazzare. L’estate del novanta.

Be’, mica stai pensando al mago? Ricordati che la sua panza era piena di spaghetti alle vongole veraci. E di vino bianco frizzante, quello era tutto pieno di benessere e sparava cazzate per farsi notare, e magari per acquisire quello sprint adrenalinico per assediare la moglie bionda d’estate, già ronfante nella stanza vista mare.

Vi lesse la mano, la tua prometteva poco. E allora?

Lascia stare il mago.

Lascia stare il Capo.

Chiedi in prestito un sogno. Gli interessi cascate di risate, da donare d’estate.

 

Questo per provare a spiegare che ho passato una settimana di paure inconfessabili, e che il mago, con le sue sventure a buon mercato, ora, mi appare quasi un amico al confronto delle tuonate potenti del Capo. Del grosso uomo rosso di cuore burocratico. Che noia, e quante argomentazioni seriose e inutili per la mia impotenza d’animo. In fondo volevo essere risarcito con le parole, curato con l’interesse, e vegliato dagli incubi dei maghi. Mica volevo un milione di euro o un intero edificio, a Capo, sarò confusionario e un po’ emotivo, mica scemo e senza cuore. Da una vita che aspetto fratelli maggiori a tempo pieno e tranquillità, e non di certo guerre e benzodiazepine a volontà. La mia sfacciataggine profumava di cose semplici e dirette, come certe canzoni leggere. Lui, invece, tromboni e ottoni per far sprofondare la vita a livello della morte: e che decidi tu quando ridere, sfottere e fare paternali lunghe tutta l’autostrada del sole? E dài, siediti, che mo’ ti racconto una storia di uomini che sbandano, e che bevono latte freddo alle cinque di pomeriggio e mandano mail a mezzanotte. Parlano con le femmine perché hanno interrotto il discorso con le sorelle, e questo non si fa, fratello, devi continuare a parlarle fino a capire il perché di quelle fughe la notte, di casa in casa, di zia in zia, a cercare la serenità almeno per quella di notte. Avevi dodici anni, e in quel budello di via nera, capivi che avresti avuto la nausea come sola amica del cuore.

martedì 1 gennaio 2013

Sofia






Ci sono dei libri che la notte viaggiano paralleli alle nostre vite, nel silenzio, accanto  al pozzo nero dei nostri pensieri. E capisci che tutto sta sbandando: il tuo corpo e i tuoi sentimenti stanno per essere sbattuti a terra da un racconto.

In “Sofia si veste sempre di nero”, Paolo Cognetti illumina i personaggi con una luce di taglio e li rendi veri. Quindi, irrequieti dai capelli ai piedi, passando da quel nocciolo minuscolo che sputa fuori vari sentimenti. C’è poco da fare, un racconto riuscito poggia su di un’architettura che, seppur fragile e vago (volutamente) nei contenuti, esprime al contempo una forma solida e convincente durante tutto il libro, dove i pesi e i contrappesi stanno nelle azioni dei personaggi, e nella descrizione di stanze e paesaggi che abitano. E allora non servono più le belle parole, né le descrizioni minuziose - tanto meno le frasi a effetto - per creare un bel racconto. Eh no, e lo sapevo già questo, ma poi, quando leggi di un fiato e ne godi di questa lettura, allora capisci davvero quello che ti hanno spiegato già cento volte ai corsi, alle conferenze, al bar.

In questo libro i personaggi sono impressionanti. Restano dentro, e continuano a dialogare nella stanza della lettura così come in bagno, o a pranzo, con gli altri che si arrabbiano per la tua ennesima distrazione astrale. Scusate, ma prendetevela con Cognetti e con la sua Sofia. Stavolta.

Mi viene  voglia di scrivere che si tratta di uno dei migliori racconti che ho letto sulla Storia dello Stivale dagli anni settanta a oggi. Forse lo è davvero, ma tutta quest’arroganza nel giudicare e far competere tra loro i libri, non si sposa con il tono democratico del libro in questione. Sì, perché in questo racconto i personaggi nella storia si mostrano sempre dignitosi nel loro stare al mondo. Per esempio, una Sofia Muratore, in altri libri o film, apparirebbe una stronzetta di cui t’innamori comunque per forza di cose, ma che non riesci a stimare davvero e, in fondo, non riesci ad amare. Invece qui dentro la segui e provi a comprenderla; oppure, anche se ti sfugge e cerchi di rincorrerla col fiatone preoccupato, non vorresti mai abbandonarla per sempre. Questo accade, forse, poiché lo scrittore vive bene coi suoi personaggi, e ci lascia intendere che non potrebbe fare altrimenti, e quindi non potrebbe mai scegliere di far vivere nei suoi racconti gentaglia qualunque…oppure, perché i personaggi e i paesaggi, non sono statici, alla Sander, ma partecipano con il loro inquieto movimento, fino ad  aprire una scena ancora più ampia in cui recitare la propria parte fino in fondo, senza risparmiarsi neppure per un secondo. Così nell’ultimo capitolo dove il narratore si svela e che, entrando in scena all’improvviso, non va a rovinare il complesso mosaico del romanzo breve, anzi, ti pare che questo equilibrio sia dato proprio dagli annunci e dalle anticipazioni, durante la lettura, che non rivelano nulla: tutto si auto-arricchisce come nelle migliori lievitazioni di un buon dolce.

Il personaggio della Zia, Marta, altrimenti si offende, racchiude, nelle sue interazioni, uno spaccato che da tempo aspettavo venisse raccontato senza pregiudizi o lodi sproporzionate: le scorie e i germogli degli anni settanta.

Infine, mi preme ricordare di quanto la descrizione del villaggio Lagobello mi abbia emozionato, e fattomi partecipe di certe scelte casuali, esistenziali, che si fanno in momenti cruciali e che poi vanno a produrre storia, racconti, non sempre banali, di persone e comunità, e nel farlo non utilizza per forza gli strumenti della sociologia pelosa che usano certi narratori incattiviti a furia di vivere al centro.

Insomma, questo libro mi è piaciuto e credo che contenga una forza misteriosa come certe bellezze, che sanno di abitudine e rovina: l’ideale per conservarlo nel frigo disordinato della nostra memoria, e poi all’improvviso tirarlo fuori insieme a birre fresche da bere con gli amici, d’estate, sotto verande surriscaldate. E nei commenti infervorati metterci un po’ di noi, che siamo quei lettori, spettatori, alla ricerca dei personaggi ideali, cui affidare la rappresentazione migliore di questo nostro tempo incerto.

 

lunedì 24 dicembre 2012

per tutti voi



un augurio di rimbalzare indenni e contenti tra le tante feste

(Enzo docet)

 

sabato 22 dicembre 2012

parabola nevrotica n°2


foto di Luigi Ghirri
 
Poi a quindici anni mio cugino mi chiede: ma ti piace almeno una cosa in particolare? pensaci, e la prossima volta che vieni, me la racconti. Stavo da lui per una crisi adolescenziale che s’innestava con problematiche famigliari. Punto. Racconto biografico sì, ma fino a un certo punto, eh! Insomma, questa domanda mi ha salvato dall’adolescenza. Addirittura? Vabbè, mi ha costretto a una scelta. O diventavo animalesco simpatico come tanti coetanei oppure diventavo un fiore di ragazzo. Nel senso di sbocciare e vedere cosa ne uscisse fuori. Nel tempo. Eccomi.

Ci ho pensato per una settimana, non facevo altro. Alla fine, con mio sommo stupore, risposi: fare il fotografo. Azz! Così, all’improvviso? Questo non me lo diceva mio cugino, ma una vocina malefica che mi portavo sempre appresso, che, per evitarla, scappavo prima di fare qualcosa di nuovo o in cui avrei dovuto esibire almeno un venti percento di me. Lui, mio cugino, che mi accoglieva in veste di psico-neurologo, era contento di questa risposta creativa. Allora impegnati, mi fa, con la sua barba che avrei dovuto fotografare come origine della specie: della mia specie, quella in evoluzione dal democristiano-paesano. Da quel giorno ho cominciato a comprare riviste e libri di fotografie. Pure una macchinetta, la Zenit, del blocco sovietico economico. Che non si sa mai. E sognavo. Di fotografare ogni cosa che si muovesse con stile davanti al mio sguardo. Son partito dalle tartarughe d’acqua che avevo in casa. Poi mia madre, mio padre, il lungomare, le strade di Roma. Quest’ultime tutte fatte di corsa, con l’angoscia che qualcuno potesse sgamarmi che stavo a Roma da solo. Ma dài, non lo sapevi che il mondo e i romani andavano più in fretta di te? Scattavo senza pensare, né con una grazia particolare. Scattavo e basta. E impegnati! Insisteva, giustamente la vocina. Invece correvo con la fantasia e avidamente mi studiavo tutta la collana  Editoriale Fabbri. Ghirri e Jodice, Giacomelli e D’Alessandro, e tanti altri fotografi che mi parevano quasi degli scrittori, comunque dei narratori…volevo diventare come loro. In barba alle mode, anche se loro intanto erano già verso nuove idee – vedi Jodice – ed io agognavo paesaggi e umanità anni settanta. Quelli stavano a Parigi o in America, per disintossicarsi dall’ideologia fumosa di quegli anni e io già volevo tornare indietro. Fuori tema, il mio stile.

Oggi apro Orwell e cosa vedo? Le immagini di Ghirri tra un pezzo e l’altro. Mi sono svegliato e ho pensato che quelle foto, insieme a certe persone, hanno contribuito a smantellare ogni vuoto di cui soffrivo: riempivo la sacca di sementi per scappare per sempre.

Mi vedo dentro lo scompartimento semideserto con la monografia nera davanti agli occhi, all’interno astrazioni magnifiche, essenziali figure da ficcarsi in testa per scacciare le miserie di quei tempi gonfiati e piatti.
 
 

venerdì 21 dicembre 2012

parabole nevrotiche


   Me ne stavo lì con quella pezzetta umida a pulire quei tavolini tondi. Almeno decine di volte al giorno. Avevo tredici anni. Già non volevo andare più a scuola. Ah! la primina. Era inverno. Tutti gli altri ragazzini stavano con le gambe sotto i banchi, e agitavano quelle mani bianche che volevano toccare tutto. A me bastava osservare i personaggi stralunati che frequentavano il locale dove servivo. Diecimila lire al giorno. A mezzanotte in punto C. me li dava. Ero soddisfatto. Fino alla settimana prima mi alzavo alle tre di notte, e poi per ore tiravo una rete puzzolente insieme a vecchi di cent’anni, e mio padre.

    Volevo lavorare e diventare grande, senza passare dalla scuola. Lavoravo dalle tre a mezzanotte. Poi sono arrivato ai quattordici anni e mi sono lasciato convincere a tornare a scuola. A singhiozzo tra scuole e fughe, a diciassette anni, sono arrivato al ritiro definitivo, infatti, sul diario scrivevo già il mio futuro di Firenze; anzi, posso dire quasi definitivo, considerando che mi sono diplomato a ventisette anni e laureato cinque anni dopo - fuori tema, da sempre, anticipavo la fine. Riconosco che avevo una capacità particolare a tredici anni: di dare consigli, suggerimenti, e così facevo durante il tragitto locale-casa, a E., dentro la sua Lancia Delta, che percorreva il lungomare buio a dieci all’ora. E gli davo i consigli per la gestione del locale. Lui annuiva riflessivo, ora io a quell’uomo di trentuno anni che ascolta un ragazzino con quell’interesse, stimolato dalle sue riflessioni dopo la mezzanotte, oggi, a quell’uomo gli darei il nobel per la pedagogia speciale. Ero timido. Coi baffetti. A volte sbucava una roscia di diciotto anni che mi accarezzava per strada, e io mi paralizzavo, e sorridevo spaurito. Poi scappavo a casa a chiudere l'eccitazione. Insomma, fuori tema, sempre. Dicevo, E. mi ascolta e io mi sento compreso. Tornando a E. e a quel periodo, posso dire che investivo su di lui e sul lavoro al locale, come luoghi e persone da dove ripartire verso una clamorosa rinascita. Alcuni parenti mi avevano già segnato come irrecuperabile. E io recuperavo altrove, tra tavoli tondi e osservazioni minuziose dei profili degli avventori. E ancora, me ne stavo tra birre spillate e coni gelato alti come le mie speranze. Le lente chiacchiere dei clienti al banco, la bella musica che si ascoltava, e tutti quei racconti mirabolanti o tristissimi, che si mescolavano tra fumi di luci basse, nascendo da quei tondi tavolini. A cerchio. Ascoltavo. Li ho anche fotografati, appena dopo la fine della timidezza assoluta. Iniziavo a impormi, a far vedere una parte di me imprevedibile e simpatica. Ero strano. Bravo ragazzo, ma un po’ strano. Tutto intorno esplodeva e io recitavo una parte niente male. Andavo a letto con i complimenti di E. “hai proprio ragione, è una buona idea…”, e con tre cornetti alla crema avanzati dalla mattina, nello stomaco.  E diecimila lire sul comodino. Domani mi compro “Repubblica”, che, anche se capisco metà delle parole che ci sono scritte, mi fa sentire forte e pronto. A cosa? Alla vita che vorrei. Al mondo cui aderire col sorriso in faccia. Questo era uno dei consolanti pensieri che mi aiutavano ad addormentarmi su quel letto di formica.

     Poi, dopo alcuni anni di lavoro intenso, risate, amicizie inimmaginabili, amori celati, paure enormi, ecco, arriva lo sbrocco. Dicevo, dopo anni che sgobbavo lì, che costruivo la mia storia tra tavoli tondi e persone che adoravo, questi, C. ed E., ci fanno pagare il conto (salato) dopo aver mangiato e bevuto all’inaugurazione del nuovo locale che avevano preso in gestione. Che avevamo pulito noi, tra l’altro, nei giorni precedenti, noi, il gruppo dei camerieri e baristi del locale coi tavolini tondi. E no! Mi provochi dentro, tra l’amigdala e il fegato. Mica so’ scemo, sono solo un po’ generoso. Così, nel giro di una settimana li mando a fanculo. Senza ripensamenti. Dopo di me anche gli altri. Un gruppo che si sfalda come lava, anche se il mare poi ha raffreddato l’intensità nei mesi successivi, per loro, non certo per il mio orgoglio. Ora d’estate ogni tanto mangio i panini da loro, coi miei figli, e li osservo nella loro incipiente  vecchiaia, e allora mi scoraggio del mio ancora combattere – del mio sbroccare - contro altri mostri attuali. Poi una smorfia mi spinge a vedere la pace conquistata, con loro, e con il passato che ci univa.

 
     Ecco, questo circolo virtuoso che diventa improvvisamente lava incandescente mi dà da pensare, da sempre. Fuori tema, appunto. Improvvisamente, sì fa per dire, cari miei tre milioni di lettori abituali, poiché nel frattempo avevo digerito tonnellate di pensieri tormentati che si mescolavano, accoppiavano o litigavano la notte, poi al mattino, quello con l’impeto evoluzionista dichiarava: vuoi migliorare? Allora continua a sopportare, concediti soltanto un po’ d’onestà intellettuale e qualche gioia para-esistenziale, da mostrare agli altri senza pudore, notte e giorno. Il resto però gonfiava ogni cellula: le ingiustizie intraviste, lo sfruttamento implicito, in fondo quella presa per culo cattocomunista di sempre: stai con noi, il mondo sarà migliore per tutti. Eh sì, ma Loro intanto compravano case in Abruzzo o moto di grossa cilindrata, o case in Toscana, e collane d’argento alle loro donne. A me toccano le scorie del fallimento fiammante, e due o tremila parole frizzanti da dare in pasto agli amici. Ecco, la parabola nevrotica si è compiuta. Adesso, là fuori, sotto la pioggia, già fradicia e leggiadra, c’è una bambina col vestitino d’illusione che picchia duro alla porta.
Che dite, la faccio entrare anche stavolta attraverso la finestra rotta?

desideri

Ehilà, Ecco la tua lista desideri Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale 1 I classici del pensiero libero, 23 by Simone Weil ISBN: Nessuno | Brossura http://www.anobii.com/books/Riflessioni_sulle_cause_della_libertà_e_delloppress
ione_sociale/01970a176eb82f4fa3/ Da dove vengono i sogni by David Vann ISBN: 9788845269899 | Altri http://www.anobii.com/books/Da_dove_vengono_i_sogni/9788845269899/018093ef06d1337312/
Comunque vada non importa by Eleonora C. Caruso ISBN: 9788897404088 | Altri http://www.anobii.com/books/Comunque_vada_non_importa/9788897404088/01bd56f45a36e55c69/
Suonare il paese prima che cada 1 Musica dagli anni zero by Meg, Dente, Enrico Gabrielli, ... ISBN: 9788895029375 | Brossura http://www.anobii.com/books/Suonare_il_paese_prima_che_cada/9788895029375/018956fd459582df2a/
Il posto della scienza 1ª ed. Realtà, miti, fantasmi by Edoardo Boncinelli ISBN: 9788804524526 | Altri http://www.anobii.com/books/Il_posto_della_scienza/9788804524526/01e945e238cfd0c4a0/
Elogio della fuga by Henri Laborit ISBN: Nessuno | Brossura http://www.anobii.com/books/Elogio_della_fuga/0108e1dacfbff194af/ Sofia si veste sempre di nero 1 by Paolo Cognetti ISBN: 9788875214401 | Brossura http://www.anobii.com/books/Sofia_si_veste_sempre_di_nero/9788875214401/01ef9cca380145b530/
Manuale per ragazze di successo by Paolo Cognetti ISBN: 9788875210342 | Altri http://www.anobii.com/books/Manuale_per_ragazze_di_successo/9788875210342/0176c526e883ddbb45/
Ulisse by James Joyce ISBN: Nessuno | Altri http://www.anobii.com/books/Ulisse/015bffdaf6411efd71/ Amleto by William Shakespeare ISBN: Nessuno | Copertina rigida http://www.anobii.com/books/Amleto/0158cc996ef2c00e4e/ Storia d'agosto, di Agata e d'inchiostro 1 by Nadia Terranova ISBN: 9788871066554 | Brossura http://www.anobii.com/books/Storia_dagosto,_di_Agata_e_dinchiostro/9788871066554/01846da987fc27135c/
La vita agra 10 by Luciano Bianciardi ISBN: 9788845249112 | Brossura http://www.anobii.com/books/La_vita_agra/9788845249112/010dd5180e27be314f/ L'epoca geniale 1 e altri racconti by Bruno Schulz ISBN: 9788806200886 | Brossura http://www.anobii.com/books/Lepoca_geniale/9788806200886/01f0f1dad644235a8f/ Un uomo giusto 1 by Elena Stancanelli ISBN: 9788806204280 | Brossura http://www.anobii.com/books/Un_uomo_giusto/9788806204280/0192232a9f440a279d/ Caro diario ti scrivo... 1 Con Matilde, Beatrix, Anna Maria, Emily, Silvina, Jane by Patrizia Rinaldi, Nadia Terranova ISBN: 9788871066172 | Brossura http://www.anobii.com/books/Caro_diario_ti_scrivo/9788871066172/0114b50b6d57b9f0eb/
Accabadora 1 by Michela Murgia ISBN: 9788858400098 | eBook http://www.anobii.com/books/Accabadora/9788858400098/010cf96c9f4c80ec23/ Esercizi di fantasia by Gianni Rodari ISBN: 9788835958260 | Altri http://www.anobii.com/books/Esercizi_di_fantasia/9788835958260/016b043009d5b47f61/
Le fiabe che curano Racconti popolari e psicoterapia by Verena Kast ISBN: 9788874474493 | Altri http://www.anobii.com/books/Le_fiabe_che_curano/9788874474493/01ff5b4c1e2e6e9117/
Come raccontare una fiaba 1 by Paola Santagostino ISBN: 9788870315493 | Brossura http://www.anobii.com/books/Come_raccontare_una_fiaba/9788870315493/013c8674cbdd526834/
Settanta 1 Nuova edizione by Marco Belpoliti ISBN: 9788806202217 | Brossura http://www.anobii.com/books/Settanta/9788806202217/01abc4194455780365/ Tredici racconti 1 by John Cheever ISBN: 9788860442444 | Brossura http://www.anobii.com/books/Tredici_racconti/9788860442444/01b6f60bdfb914cb86/ Cosa volete sentire 1 Compilation di racconti di autori italiani by Vasco Brondi, Peppe Voltarelli, Rossano Lo Mele, ... ISBN: 9788875213794 | Brossura http://www.anobii.com/books/Cosa_volete_sentire/9788875213794/0183b18a2e4e058e65/
Hanno tutti ragione 1 by Paolo Sorrentino ISBN: 9788807018091 | Altri http://www.anobii.com/books/Hanno_tutti_ragione/9788807018091/01b336bfe0f9b750a6/
Troppa felicità 1 by Alice Munro ISBN: 9788806200787 | Copertina rigida http://www.anobii.com/books/Troppa_felicità/9788806200787/01d3268c8264208a64/ ll Maestro e Margherita 1 by Mikhail Bulgakov ISBN: 9788880494508 | eBook http://www.anobii.com/books/ll_Maestro_e_Margherita/9788880494508/0117ce589ec99ea921/
La macchia umana by Philip Roth ISBN: Nessuno | Copertina rigida http://www.anobii.com/books/La_macchia_umana/01cc54ddef59cad456/ Odio Springsteen e gli U2 1 Poesie 1983-2011 by Federico Fiumani ISBN: 9788860632784 | Brossura http://www.anobii.com/books/Odio_Springsteen_e_gli_U2/9788860632784/019a9b161ffba53362/
Lettera di dimissioni 1 by Valeria Parrella ISBN: 9788806200169 | Copertina rigida http://www.anobii.com/books/Lettera_di_dimissioni/9788806200169/01375286fc67871791/
Nomi, cognomi e infami 1 by Giulio Cavalli ISBN: 9788896238370 | Brossura http://www.anobii.com/books/Nomi,_cognomi_e_infami/9788896238370/013e457d55b79c4c9d/
Racconti - vol. 1 1 by Anton P. Chekhov ISBN: Nessuno | Brossura http://www.anobii.com/books/Racconti_-_vol_1/014eca51fe3b648028/ Tutti i Racconti - 5 Volumi by Katherine Mansfield ISBN: Nessuno | Altri http://www.anobii.com/books/Tutti_i_Racconti_-_5_Volumi/0178674253db9af5cd/ Come diventare se stessi 1 David Foster Wallace si racconta by David Lipsky, David Foster Wallace ISBN: 9788875213619 | Copertina morbida http://www.anobii.com/books/Come_diventare_se_stessi/9788875213619/01ec8e2c7932aca5e5/
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giovedì 20 dicembre 2012

io e tu

Vi amo tutti voi che entrate e uscite da questo blog, come amo me, che sto lì a guardare i commenti, le statistiche, le nazioni che hanno sfiorato questo spazio verde di parole nere.
perchè?
chissà.
per me?
non so.
curiosità?
embè.
grattarsi un po'.
spolverare.
vedere un uomo che brucia.
far parte.
gettare un po' di tempo.
odiare in solitudine.
questa è una cazzata.....che non cancello. Tutto dietro mi porto, pure la segatura delle mie illusioni.

ascoltiamoci 'sto pezzo insieme, a palla, eh!

lunedì 17 dicembre 2012

scatola di plastica


Mi sono preso una scatola di plastica, di quelle che si ripongono negli armadi, con coperchio e chiusura ermetica. Vado nei posti dove conduco i laboratori per bimbi piccolissimi e i loro papà, con questa scatola di plastica gialla. Mi sento un po’ come F.F. quando arrivava sul palco, negli anni ’90, con un borsone da palestra  piena di cavi, jack e altre cosette per il concerto. Come lui in quegli anni (almeno credo) anch’io in questo periodo mi sento in bilico tra il fallimento e la voglia di insistere, magari fino al fallimento, che potrebbe essere un inizio in bilico.

Di far parte del mondo delle parole – solo parole e niente vita – non se ne parla; di aggiustare il tiro nei confronti dei miei capi attuali e ripartire, proprio no. Resta il coraggio di mostrare le braccia senza tatuaggi coi muscoli tutti intatti, disegnati da un gene inquieto e irriducibile. Sono gli stessi muscoli del ragazzo che ero, di passaggio nelle stazioni arrugginite degli anni ’80, in quelle sale d’aspetto piene di pedofili che non avevano ancora sulla schiena questa definizione scialba quasi a legittimarli. La stazione termini era piena anche di tossici, che loro hanno sempre avuto le peggiori definizioni sulla pelle, perché della loro condizione derelitta aveva sete quella società: erano il confine spinato da cui strappare i figli già viziati d’inganni finanziari, e pieni di solitudini di benessere allucinato. Non ero adatto a quegli estremismi, a quelle manie di postumi da benessere mal gestito; aggiravo quei pericoli senza fatica, sicuro dello splendore che nascondevo sotto la maglietta. A me bastava girare per le città col naso all’insù e fiutare gli innamoramenti che esplodevano tra le vetrine e le panchine. Roma mi eccitava per tutto il tempo che la calpestavo con quel mio passo veloce e sincero. Avevo bisogno di questo allora.

Insomma, con questa scatola di plastica provo a risistemare l’inventario delle mie aspirazioni, sputando fuori il già visto per continuare ad aspettare nel mio giardino di foglie gialle le persone migliori, quelle che ti fanno le domande e s’immaginano le cose che racconti. Che ascoltano, come faccio io con loro, sempre, ogni singola parola di racconto, ogni inciampo a cui presto orecchio e braccia. Non sono un buono, no, ma so di essere sensibile, e questo a volte significa complicarsi la vita; so di essere attento utilizzando distrazioni che vanno a cercare i dettagli sconosciuti alle masse. Che, come da mille anni, sono macigni con cui trattare per avere lo spazio necessario per amare e continuare a lottare. Senza farsi impaurire restare in bilico tra l’odio e tutto il vuoto intorno che ci protegge.

Stanotte riconoscere il dolore e tenerlo al fresco, accanto al latte.


 

(incipit) Quella capanna lurida di cocci e legno ha seppellito ogni possibile conformismo, da lì ogni mattino mi sono risvegliata, e il lenzuolo ipocrita, abbagliava ogni ripartenza.  Già al pomeriggio, in quell’ufficio metallico balbettavo e tremavo davanti agli altri e le cosce mi buttavano giù. Senza pronunciarne una le mie parole urlavano schiaffi dalla bocca. E tu dal treno grigio ancora non mi amavi.

mercoledì 12 dicembre 2012

la macchia umana, di Philip Roth






Con questo libro di Roth sono cresciuto come lettore. Ora posso dire di aver assorbito tanta di quella rimbombante complessità, da risultare semplice la visione d’insieme. Ho goduto dei ritratti netti che i personaggi  indossano nel romanzo,  coi loro panni delle mille corruzioni, e delle infinite gabbie del male. Dell’autentica e zoppicante capacità adattiva. Dell’amore costruito nel tempo, e di quello improvviso. Del sesso cosi com’è. Inoltre ho imparato un po’ delle cose accadute in questi anni negli Stati uniti, e nell’Occidente tutto. In fondo posso dire che questo libro ha fatto anche emergere alcuni dei miei misteri oscuri, quindi ignoti, e appena appena percepiti al volgere di certe pagine potenti. Questo è avvenuto leggendo avidamente del percorso esistenziale di Coleman, e seguendo l’inquietudine di Faunia come se fosse una derelitta per poi scoprire, appena entra in scena il suo pensiero snocciolato, che la sua profondità non è misurabile in un quarto d’ora, tanto meno esige compassione a buon mercato. E’ molto di più, che ancora non ho del tutto elaborato.

Ogni personaggio di questo libro concorre, con la dignità nei passi, per un posto nell’olimpo delle storie da studiare tra mille anni, così da tentare una lettura definitiva su quel che siamo oggi noi occidentali nevrotici e insaziabili, adorabili e informatissimi, in questi anni complicati dalla noia. E non solo. Anche per mantenere uno specchio lucido - avendo intorno una cornice dorata e tagliente – dove far specchiare le nostre facce sature di presunzione.  

Roth riesce a far penetrare i personaggi e le loro azioni senza che te ne accorgi, col risultato di racconti nel racconto, di sentimenti che rimbalzano senza fermarsi mai. Questo credo sia davvero bello, contemporaneo e generoso che accada davanti ai nostri occhi sensibili.

Non solo. Con la lettura de “La macchia umana”, sono arrivato anch’io davanti a un lago ghiacciato, prima di addormentarmi, da dove osservavo il male come un intreccio di paure e desideri tra il candore e la neve, e quindi ricevendo la conferma per la vacuità di ogni redenzione da compiere la domenica mattina. Prima dell’aperitivo. Semmai, rovistare dentro di noi nelle secche di certe sere d’inverno, con l’umidità ai massimi livelli, e le energie residue spente da orribili persone di cui desideri la sparizione, che poi non basta farli fuori col pensiero, perché la notte è immensa e accoglie ogni disfatta, includendo gli spettri vestiti con le tue ansie migliori.

Avrei voglia di leggere come esigenza pari al bere, visto che quando è asciutta la mia mente sbando arraffando il peggio che circola in giro: deformo il mio mondo e lascio entrare il marcio.

Regalatemi libri a Natale o al mio compleanno, perché il vino lo prendo io.

giovedì 6 dicembre 2012

santo cielo!


Maledizione ai giorni lungamente grigi.  Oggi avevo in programma di andare alla fiera “Più libri più liberi”. Io e mio figlio. Ma un dolore alla testa a seguito di una giornataccia lavorativa hanno decretato una ritirata urbana. Eccomi solo col pc e musica dei Cccp a tutto volume. La casa sembra un club anni settanta, fuori la quiete di un quartiere come tanti della periferia, dentro fiamme e dolenti note. Poco prima, in vena ballereccia, abbiamo ascoltato “Quelli che ben pensano”, poiché ai figli gli piace ascoltare questo pezzo in alternanza con Il Piotta. Sembrava un mini-club del centro sociale occupato. Insomma, ci siamo sforzati per smorzare ogni angoscia, ogni assenza che tuona già all’uscio come ascia lucente. Balla ragazzo, scaccia la quiete che si traveste da prete. Intanto “La macchia umana” aspetta di essere finito, per concederti lo stupore di un tempo e di una società che corrode ogni creatura a dispetto di quel bene tanto divulgato dal prete di sopra.

Preti e parenti mi stavano rovinando, ma la musica e certi libri mi hanno tirato fuori da quella melma infima. Ora sono qua, dentro a una serata ampia con la finestra alle spalle e tutti i crimini con essa. Un muro bianco davanti da sfondare con parole aguzze, coi respiri decisi di vetro. Le tazze di melissa da sorseggiare. Uno a uno i vecchi tromboni da trascurare. Credere un po’ di più agli amici, alle persone della mia età, e a quelli che sfiancano l’ipocrisia ogni santo giorno, e nessuno a premiarli o a dargli una carezza. Santiddio! Diavolo! Una carezza per questa mia generazione che sta sballottando tra un passato glorioso e cazzuto (si fa per dire…) e un futuro non pervenuto. Una parola dolce d’incoraggiamento per queste facce una diversa dall’altra, per questi occhi all’ingiù che cercano mattonelle bizzarre da attraversare. Santo cielo! Diluvia sull’ovvio dei nostri padri e sciacqua quelle mani di fango di Luisella che sgobba tutto il giorno al call center e che aspetta Gianni ogni sera con le sue delizie di sogni farciti di crema contemporanea.  Ascoltali mentre Andrea ed io li asciughiamo con cura amorevole nei dettagli, e falli arrivare freschi e forti al prossimo mattino. Al resto ci pensiamo noi, che siamo pronti a non restare.

 

mercoledì 28 novembre 2012

sette domande a Max Collini (offlaga disco pax)

Dopo aver assistito all'ultimo concerto a Roma degli Offlaga Disco Pax, in un'atmosfera intensa e densa emotivamente, la curiosità mi ha spinto, in quell'occasione,  di scambiare due chiacchiere con Max Collini per approfondire la sua conoscenza umana e artistica.
peppe stamegna




 

 


Com’è nato il progetto degli Offlaga Disco Pax?

Esattamente all’inizio del 2003.  Enrico venne a trovarmi per chiedermi se potevo essere interessato a utilizzare in altra forma i racconti che stavo scrivendo in quel periodo, racconti nati senza alcuna altra intenzione se non quelli di restare un esercizio di scrittura e niente altro. Avevo quasi trentasei anni, mi sembrò un’ idea bizzarra ma sposai la causa immantinente. Daniele era appena stato informato via telefono da Enrico della cosa e anche lui aderì al collettivo il giorno stesso. Iniziammo a provare, fu divertente ed ecco nati gli ODP. Quelle ore probabilmente ci hanno cambiato la vita, ma non ne eravamo certo consapevoli. Ancora adesso, dieci anni dopo, penso che il nostro inizio sia stato figlio di una congiunzione astrale di eventi cosmici irripetibili.
 
L’innesto dei tuoi testi con le musiche di Enrico e Daniele come avviene?
Spesso partiamo dal testo, nel senso che difficilmente Enrico e Daniele compongono senza tenere presente le atmosfere che per similitudine o per contrasto i miei racconti o le mie liriche suggeriscono loro. Non è sempre così, ma nella maggior parte dei casi si parte da quello. La sala prove è però fondamentale anche per la mia scrittura definitiva: solo con le musiche mi rendo conto di come il linguaggio può funzionare, la stesura del testo e la sua resa narrativa con la voce non può prescindere dal suono in cui viene inserita e non è raro che io cambi parole e frasi o almeno la loro lunghezza e costruzione proprio in funzione di questo.
 
 
Sei consapevole delle emozioni che riesci a far circolare durante i concerti? E dalla tua posizione sul palco, cosa provi?
Sembrerà strano, ma anche dopo quasi dieci anni e quattrocento concerti non sono mai completamente a mio agio sul palco. C’è sempre un tratto di tensione, di ansia da prestazione, di vago disagio nel mettersi a nudo e di scarsa adeguatezza al ruolo che mi rende terribilmente nervoso. Più che di trasmettere emozioni spesso sono preoccupato di tenere a bada le mie, ma di solito dopo tre o quattro brani il concerto diventa più sereno, mi tranquillizzo, nelle occasioni più felici riesco anche a lasciarmi andare un po’ di più e può accadere che mi esca una battuta o una considerazione imprevista su quanto succede. Se parlo sul palco tra un brano e l’altro e non mi limito alla sola presentazione del pezzo (già quasi sempre scritta sul leggio per non sbagliare) significa che sto bene e che sono rilassato, altrimenti è sostanzialmente impossibile che io scherzi o parli col pubblico più di quanto già faccia attraverso i testi. Non si direbbe, immagino, ma il palco mi annichilisce quasi sempre.
 
Da tempo leggo i tuoi racconti, già dalla mailing list “neosensibilista”. Riesci a rappresentare un presente ancora non del tutto raccontato, e per farlo spesso utilizzi pezzi di storia personale che gravitano intorno all’universo Reggio Emilia. Qual è la tua urgenza quando inizi a scrivere?
Proprio nessuna urgenza, da tempo sono diventato assai lento e poco prolifico nell’approcciarmi alla narrazione. Sarà che il gruppo ha assunto una sua specificità per cui ora scrivo pensando quasi esclusivamente a quello, per cui mi cimento molto meno nel semplice diletto. Non è una cosa voluta, così è avvenuto e così è al momento. Forse la responsabilità che comporta oggi stare negli ODP ha un po’ limitato l’aspetto gioioso della cosa, ma non posso farci nulla.
 
Nelle cose che scrivi scorre molta Storia. Come se ci fosse una volontà di recuperare facce, gesta e umori che altrimenti si perderebbero. C’è la volontà di sanare una ferita storica, personale?
Se c’è è del tutto involontaria, non è uno scopo preciso quello che agisce sulla mia “poetica”, se così vogliamo chiamarla, se non raccontare una storia, qualunque essa sia. Certamente il mio imprinting culturale è legato a un periodo che sta tra il riflusso, il declino e poi la fine del patto di Varsavia e il conseguente nuovo ordine (o disordine) mondiale. La scomparsa del PCI che ha accompagnato tutto questo è il lutto fondamentale che ha segnato il mio esistere in quel momento, è quella la vicenda che in qualche modo incide anche adesso sul mio sentire.
 
Che cosa stai leggendo in questo periodo? E cosa ascolti?
Da parecchio tempo leggo appassionatamente tonnellate di romanzi gialli svedesi, con una predilezione assoluta per Henning Mankell. E’una cosa imprevista: fino al 2008 non avevo mai letto un giallo in vita mia, nemmeno Simenon o Conan Doyle, per dire. Questa passione è nata per caso un giorno in treno, mentre snobbavo come tanti altri la trilogia di Larsson mi sono trovato davanti il primo volume: apparteneva alla signora di fronte a me e che nel frattempo stava leggendo altro. Me lo ha prestato, l’ho iniziato, mi sono appassionato all’istante, sono sceso dal treno e l’ho comprato subito per poter continuare la storia. Da lì è nato l’amore per la Svezia, paese che ho poi visitato nel 2009 viaggiando in macchina da Reggio Emilia fino a Stoccolma e soggiornando anche a Ystad, la cittadina del commissario Wallander (un posto che sta a Wallander come Vigata a Montalbano, per capirci).
Kurt Wallander è il personaggio che ha segnato la carriera di Henning Mankell, lo scrittore che ha influenzato più di tutti assieme alla coppia  Maj Sjöwall e Per Wahlöö i tre romanzi di Larsson. Ora che ho esaurito i capiscuola mi accontento delle seconde file: Asa Larsson, Camilla Lackberg, cose così. Non è la stessa cosa, ma si fa come si può. So che molti si aspetterebbero da me letture più sofisticate, ma io sono un geometra, non ho studiato filosofia, la mia cultura letteraria ha dei limiti e mi piace leggere anche per il mero divertimento che questo comporta e non sempre ho voglia di applicarmi. Di recente ho letto “La vita agra” di Bianciardi, ero sempre stato prevenuto, chissà poi perché, e invece è stata una bellissima sorpresa. Ringrazio davvero chi me lo ha regalato, facendomi superare un pregiudizio atavico davvero immotivato.
 
Ti trovi a tuo agio nella scena musicale indie italiana? Quali sono i gruppi con cui vorresti collaborare?
Di norma mi trovo a mio agio ovunque, l’ambiente “indie” non è poi così diverso da ogni altro ambito lavorativo e/o ludico. Certo, ha le sue regole a volte un po’ astruse, ma è da lì che in qualche modo e con varie sfumature veniamo, anche se ai primi concerti a più di qualcuno sembravamo dei veri alieni! Non essendo un musicista non so rispondere precisamente alla seconda parte della tua domanda, ma il “collega” che ammiro di più in termini di espressività dal punto di vista letterario è Simone Lenzi dei Virginiana Miller. Per la mia sensibilità i suoi testi sono bellissimi e in qualche caso “importanti”. Ho letto di recente anche il suo romanzo d’esordio “La Generazione” e lo consiglio. Da quel libro Virzì ha tratto spunto per la sceneggiatura di “Tutti i santi giorni”, il suo ultimo film. Ovviamente libro e film non sono proprio la stessa cosa e per quanto il film sia divertente il romanzo, come quasi sempre accade, mi ha colpito di più.
 
 
 
 
 



 

 

 

 

mio padre io e le storie


Mio padre aveva un corpo tozzo di muscoli e nervi, io no. Aveva uno sguardo torvo e penetrante, io no. E mi voleva bene, questo senza corredo di parole, poiché quelle poche che utilizzava riguardavano debiti, ingiurie o litigate con mia madre. Ma anche battute fulminanti o accenni di canzoni a tema - se pioveva ne aveva un paio all'occorrenza - e suoi dolci ricordi d’infanzia. Riusciva a recuperare, l’affetto intendo, con lunghe passeggiate silenziose che a me apparivano mete graduali per arrivare all’amore totale. Solo per me. Così non era, ma ricordo la sua gioia quando capiva che lo ascoltavo fremente la sera sotto le coperte: racconti tragici o comici, di paura o realmente accaduti. Storie. Mio padre era semi-analfabeta, ma leggeva tutte le riviste accumulatesi durante l’inverno, che mia zia da Roma portava al paese. Tutte. E le rileggeva pure; avesse avuto dei genitori sensibili almeno la “Domenica del corriere” gliel’avrebbero comprata. Invece, solo fatiche di mare. Io leggo, da sempre, anche se a scuola in italiano avevo al massimo cinque. E la grammatica sta a me come la legalità sta a Berlusconi. Mio padre non mi seguiva coi compiti, gli interessi o gli stimoli che gravitavano intono a me, e io, spero, invece di farlo coi miei figli. Ma è un altro discorso, un’altra epoca, altri figli. Inutile leggere la storia come se fosse una strada lineare e priva di buche…Quest’articolo mi sta facendo riflettere molto e quasi spaventando dal piacere. Ma cosa scrivi? Cosa stai aspettando?


 Lasciarmi andare verso strade già calpestate e lo stesso amare la vita come un topo ama rosicchiare la guaina isolante del tetto. Qualcosa dentro ci sarà, allora rosicchiamo il più possibile e facciamo tanto fracasso ché tanto una trappola prima o poi ce la becchiamo pure noi.

domenica 25 novembre 2012

caldo gelo tra di noi


Cala il gelo quando diciamo chi siamo. Io col mio inadeguato e barcollante stare al mondo e tu, sereno, col tuo attaccamento agli affari che contano. Ma tu sei buono, lo so, e ti voglio bene, lo sai, ma questa fratellanza non può più durare in questa fetta di storia di abbondanza maledetta che stiamo vivendo. A me tocca di continuare a starmene tra le pieghe sentimentali dei giorni e a te in quelle che condizionano la realtà, e che decidono, e che armano i nostri giorni futuri. Il presente ci rende uguali, fratelli, ma non lo siamo. Ammettiamolo! cazzo, ammettiamolo. In questi anni mi sono fatto pressare dai sensi di colpa di una famiglia fragile, e così lo Stato, il sistema, e alcune decine di cooperative sociali, mi hanno lasciato espiare tenendo a bada delinquenti e adorabili pazzi. A volte anche bimbi molto più sfortunati di noi, oltre alla indefessa assistenza di anime sensibili in preda a crolli ciclici. Pensavo di essere forte e unico, nel mio settore e tra gli amici. All’improvviso un vento glaciale ha spettinato tutte le mie velleità, e sono rimasto seduto ore e ore sul gradino di marmo: fuori il grigio mangiava il blu, e gli uccellini anticipavano la migrazione esotica.

Ci sono stati giorni di sbandate emotive fatte di conati e arrabbiature. Qualcuno mi ha abbracciato e altri scacciato con eleganza contemporanea: vai dallo psicologo! E ci sono andato, e ora sono tornato nel traffico delle parole, soldi, amici, vino e votiamo Vendola, così giochiamo bene il nostro ruolo di guardiani del giusto. Bah, intanto oggi mi sono visto un film che mi ha schiaffato in faccia la realtà che ci giostra da anni da renderci quasi tutti piccoli piccoli ogni mattino, sotto pensiline minuscole e la pioggia a vento che ci inzuppa; e noi subito a scriverci poesie su, per far arrivare il bus in ritardo, che si sa che il romanticismo rallenta ogni movimento. Ci resta il piacere dei corpi freschi che ancora sentiamo addosso, e tanta legna da ardere per stordire dentro serate ventilate nelle nostre strette e immense case.
 

Venendo a scrivere al piccì mi sono staccato dagli affetti, credo che ogni vera scelta debba seguire quest’andamento rinunciatario. Ecco, io non cambierò mai. E vincerò lo stesso. Scrivendo di me e di te, che siamo stati belli anche senza trucchi.

lunedì 19 novembre 2012

manifesto


Oggi ho visto un manifesto che pubblicizzava un evento letterario. Dichiarava che si trattava di letteratura libertaria, ribelle o giù di lì. C’era scritto di editori precari e anche scrittori precari, e poi una serie di figure precarie o ribelli o clandestine. Slogan. Solo slogan. Fino all’altro ieri anch’io campavo di slogan, i  miei manifesti erano le parole prese a prestito da situazioni gonfiate già da altri. Dagli anni settanta fino all’altro ieri. Sono stufo. Sono sereno. Perché ho scelto di parlare con i miei piedi, e di raccontare con le mie debolezze. So di poter far meglio ma anche di non fare nulla. Avrei dovuto strappare quel manifesto pieno di slogan, ma perché? In fondo non m’interessa contrastare qualcuno o qualcosa, vorrei soltanto affermare il mio mondo, il mio limite verde.

L’altra sera ho assistito a un concerto di un gruppo che fa musica gradevole, con impegno e stile. Eravamo una ventina a sentirli eppure oggi penso commosso alla loro gentilezza e al loro furgone pieno di strumenti e ambizioni. Giusto che sia così altrimenti perché non cantare soltanto per la propria fidanzata?

L’altra mattina ho coordinato un gruppo di papà coi loro bimbi, credo sia stato un momento di serenità per me e per le loro storie acerbe. Ci sporcavamo le mani assieme senza conoscere i nostri segreti intimi, e con essi le nostre ambizioni, le nostre fughe da vicoli stretti. Vedere una collaborazione viva tra i bimbi e i papà e tra bimbi e bimbi, e tra me e tutti loro, in una stanza di luce obliqua che metteva in rilievo le forme appena realizzate, be’, tutta questa mescolanza umana mi ha proiettato fuori dall’incubo durato vent’anni. Il piano è resistere, dice il cantante.

domenica 18 novembre 2012

lago ghiacciato


 

 

Tonino scende di corsa le scale del policlinico. Una volta all’uscita si ferma e guarda il grande piazzale del parcheggio. Sembra ghiacciato d’auto. Minuscole persone che staccano dal turno anch’esse. Il gabbiotto del parcheggiatore è buio, si riconosce per abitudine d’orizzonte. Il tondo fascio dei lampioni gialli non arriva a coprire l’enorme lago ghiacciato. Qua e là ciuffi d’erba sopravvissuti al calpestio pensieroso dei visitatori ansiosi di arrivare il prima possibile dallo specialista, o dal parente ricoverato. Il rumore di tazzine scaraventate con stile da baristi scalmanati è solo ricordo di giorno, niente, ora c’è soltanto il lago ghiacciato.

 
“Pronto, dimmi!”
“Ciao Grazia, niente, sto in rosticceria e volevo chiederti se ti va di mangiare con me il pollo alla diavola”.
“ Ti ricordo che non viviamo più assieme da mesi, sei un po’ distratto…”.
“ Già, ma avevo voglia di divorare il pollo con te”.
“ Senti finiamola qui prima di sprecare venti euro di telefonata per niente”.
 
Stasera la città è vuota di partita di calcio e il percorso lavoro-casa si accorcia, la mancanza di code gli fa balenare nella mente la possibilità di telefonare a Sara, dopo il categorico e scontato rifiuto di Grazia. A Sara piace ricevere telefonate la sera, all’improvviso, e risponde sempre come se fosse la CHIAMATA. Mentre tentenna prima di chiamarla sfoglia la posta della pubblicità della cassetta condominiale. Viaggi fantastici e pizze consegnate a domicilio con soltanto quattro euro, con la birra in omaggio, se prendi pure il supplì. Di fronte la vetrata sporca da lavori in corso interrompe la trasparenza. Fuori, nel piazzaletto mattonato marrone si vedono piante solite da condominio, almeno romano, almeno urbano. Dentro all’atrio parte la telefonata. Interrotta un attimo dopo dal segnale tutu tutu. Allora sale i due piani fino a casa lentamente. Forse sta trascorrendo lo stesso tempo che c’impiega solitamente Sara nel baciarlo, poco prima che gli sbottona i pantaloni, quel lungo bacio dove passano milioni d’intenzioni, sogni e aspettative di fine settimana di vita. Una volta Sara ha pianto dopo quel bacio. Voleva spiegargli con parole miste a lacrime la sua condizione di ragazza trentenne laureata, sottopagata, e con una credenza piena di carciofi e melanzane sottolio, scamorze e soppressate. Da mangiare nelle serate fredde, da sola, perché con quella con cui divide la casa proprio non le va di dividere pure il cibo tribale che sua madre le invia ogni mese. Allora mentre piagnucola si mette a raccontare di quel ragazzo del suo paese che la tormenta per tutto il mese d’agosto, a cui non ha dato nemmeno un quarto del bacio che da solitamente a lui, ma che, lo stesso, insiste peggio di un operatore di sky per quei cazzo di abbonamenti. Ti piace il calcio? E i film? Ma va va, questo Sara lo dice proprio mentre sta passando il guado lagnoso per approdare alla cintura di Tonino, slacciandogliela anche stavolta. Subito dopo si disperdono in una nuvola rossa il ragazzo opprimente del sud, la rompipalle di sky e tutte le pieghe tossiche del giorno. Tonino con una smorfia testimonia il passaggio della nuvola e accetta sereno il rimedio.
 
“Sara cara, come stai?”
“ Benone! E tu, cucciolo mio, come va? Non ti sento mica sereno, come mai?”
“ Niente, solo stanco di una giornataccia di lavoro…ma cosa fai, ora, che fai?”
“ Sto andando al cinema, vieni pure tu, dài”.
“ Al cinema? No, no, mangio qualcosa e vado a dormire. Grazie però”.
“ Vabbè non insisto, perché tu sei proprio un capoccione. Un bacio”.

Sbatte la porta sovrappensiero. Ma il rumore lo scuote lo stesso e gli indica il tormento da seguire. Così si siede davanti al portatile e comincia a scrivere.

 
Stavo nel salone dell’ostello. Come spesso accade in questi luoghi s’incontrano persone, quindi spensierati si chiacchiera fino tarda sera. Stavo lì con Grazia, e anche lei come me era affamata e curiosa di persone da conoscere. C’era un ragazzo. Del sud. Pareva un po’ ubriaco. Diceva cose sconnesse e s’intuiva una rabbia mista a rancore per alcuni parenti di giù. Non era tutto chiaro. In questi casi capita che uno diventa personaggio per quella serata  e si prende tutta la scena. Questo ragazzo lo aveva fatto con un po’ di aggressività. Scherzavamo cercando di abbassargli d’istinto l’aggressività, ridendo delle sue lugubri battute. Almeno ci abbiamo provato. A un certo punto questo ragazzo alza il tono della voce e fa vedere la pistola che ha con sé. Dice che deve ammazzare un parente. Tutti restano col fiato strozzato in gola. Nessuno parla più. Dopo dieci minuti mi ritrovo in bagno e vedo questo ragazzo e la sua pistola in evidenza. Ho paura, per la prima volta ho paura davvero della morte. Di quella improvvisa. Quei cinque minuti in bagno assieme a quel ragazzo con la pistola sono stati tremendi. Perché quel ragazzo cominciava a delirare contro gli ospiti dell’ostello e maneggiava la pistola come fosse una compagna perversa con cui fare cose strane. Una volta nella stanza, nel mio posto a piano terra del letto a castello, mi sono messo ad ascoltare i discorsi di politica che gli altri due dei piani alti stavano facendo. Il craxismo e le sue schifezze era il tema, tenerezze al confronto del pistolero pazzo in bagno. Quella paura per una morte casuale, violenta e improvvisa ancora oggi è viva nella mia mente. E anche oggi voglio scacciarla, stavolta al posto di Craxi c’è Sara. Anche se lei ora sta comoda al cinema e io qua mi slaccio i pantaloni da solo.
 
Le ossa del pollo formano un quadro astratto, tipo cubista. La faccia di Tonino un po’ espressionista riflette nel piatto cubista e si pietrifica. Fuori le macchine si rincorrono dopo la partita. I vicini vedono un film porno a tutto volume. Il cinema dove siede Sara è mezzo vuoto. Tonino forse pensa a Grazia, alla sua irriducibile volontà di abbandonarlo ogni giorno, dopo ogni telefonata. Anche in quelle serate mondane dove s’incontrano da amici, pure col sorriso leggero riesce a trasmettergli una chiusura ermetica al suo cuore. Grazia non è cattiva, solo delusa. Poteva aspettarsi di tutto da lui, in fondo quando l’ha scelto era così strambo nelle sue manie. No, l’ha abbandonato alle sue manie per il fatto che non aveva più voglia di stare con uno che si era rassegnato a fare il portantino, assunto tra l’altro da una cooperativa, quindi sottopagato, pur di non insistere con l’università, la scrittura e un mondo di intellettuali brillanti. Loro in fondo ne facevano ancora parte di questo mondo, ma solo a sprazzi, come outsider senza portare nulla di originale in quei sabati sera di vino e risate. A lei questo pareva assurdo. Infatti, sforzandosi come una ribelle marxista degli anni venti, si era iscritta all’università e dava esami tra turni massacranti allo sportello reclami dell’agenzia delle entrate. Un lavoro fatto di pazienza e strategia, altro che statali imboscati, qui si salva il paese dalle insurrezioni quotidiane! Così raccontava agli amici quella sera, e mentre lo faceva provava quel gusto di donna impegnata che le ricordava certe donne degli anni settanta che rigorose e belle rappresentavano un cambiamento possibile.
 Intanto Tonino contava gli ossicini del pollo grattandosi il capo lentamente.

 
La strada lampeggia insegne e il vento anima il silenzio, Sara si è fatta accompagnare a casa di tonino. Citofona. “Posso salire cucciolo?”
Il pantalone a terra forma una V e dirige lo sguardo verso i suoi piedi minuti. Le unghie viola sembrano morte e le caviglie mostrano una tensione appena vinta. Tonino osserva il corpo rannicchiato di Sara rimbalzando di tanto in tanto lo sguardo verso il soffitto, come un flipper impazzito dove non si vince mai. Di scatto, dopo averle studiato ogni venatura e ogni piega della carne, le accarezza la nuca ripetendo, anche se con un ritmo più lento, gli stessi movimenti del pompino appena ricevuto. Subito dopo Sara si è addormenta di colpo, succede che si addormenti sopra la sua pancia dopo l’intimità di quei momenti. L’aria della stanza è umida e fa pensare alle lagune con quei rospi sazi a fare da guardia al buio lungo la riva sabbiosa. Dopo averla accarezzata, va allo scrittoio e comincia a scrivere nervosamente.

 
Quella volta della paura per la morte improvvisa in effetti è stato solo una prova, per i miei nervi, la mia sensibilità. Avevo bisogno di capire dove stava riposto quel buco nero, quello della memoria sporca di esperienze da custodire al riparo da tutti. Quello delle botte prese dai parenti. Quello delle violenze subite, viste, nei racconti e dal vero. Più dai racconti, certo; anche se ricordo bene quella volta che abbiamo prelevato una donna dalla sua casa, alle due di notte, per portarla sulla spiaggia e dove alcuni di noi l’hanno palpeggiata pesantemente, anche se lei era consenziente già dall’uscio di casa, risultava comunque una scena insopportabile; di certo non era del tutto consenziente la mia coscienza che si è messa a urlare agli altri di farla finita, visto che quella signora era anche un po’ ritardata, e anche madre, con una sua vita normale di paese. (Maledizione! Ma chi frequenti?) Ma ormai era tardi e alcuni amici con quel nostro accento siciliano marcato stavano già volgarizzando di più la scena, con parole sconce che provocavano risate e cazzi dritti al resto della banda. Quella notte ho deciso di fuggire via da Milazzo, e ho percorso con la mente tutte le schifezze vissute a cui non avevo dato un peso fino ad allora. Certi ambienti sono vigliacchi già dalla nascita, e non lasciano spazio alle cose belle da immaginare. Solo schifezze e violenze. L’Espressonotte che mi ha condotto a Roma era pieno di questi attori schifosi, con quella loro puzza di piedi che prendeva alla gola. Fanculo, dormo nel corridoio.
 
Il primo autobus del mattino fa la sua curva con la solita scioltezza. Il bar è già aperto, e il via vai rende la strada viva e densa di attese. Ognuno di loro si aspetta qualcosa. Quella donna con il vestito nero oggi ha un colloquio di lavoro importante. Il signore con il giubbotto di pelle e il casco che gli pende dalla mano, sta immaginando come sarà la ragazza conosciuta su Facebook, cui offrirà un cappuccino al miglior bar del quartiere. Quel ragazzo con i capelli biondi accelera per non perdere il treno, quello che lo porterà all’ingresso del liceo, e infine, tra le braccia di Cristiano, che non lo sa ancora nessuno, ma già è diventata una cosa importante.
Tonino rientra nel salotto stringendosi le braccia. Osserva lo sguardo infantile di Sara mentre va verso la cucina. Il primo caffè va bevuto da solo.