L’intenzione con
l’ultimo post era di scatenare un dibattito, una discussione su quello che
stiamo diventando noi che lavoriamo nel settore dell’educazione, assistenza,
etc. Lavorando e basta, facendo finta che un giorno tutto cambierà. Ma quando?
Visto che poi ognuno le cose se le tiene per sé, e forse non sbaglia, in chiave
evolutiva forse non sbaglia, perché abbiamo delegato rabbiosamente le nostre storie, i nostri amabili limiti, a dei
capobranco tuttofare, allora, sconfitto e infreddolito, col pensiero congelato, mi sono rifugiato in
una biblioteca appena ristrutturata. E’ diventata tutta bianca, con le
poltroncine nere, comode, lungo il corridoio che conduce alle stanze, e di
fronte c’è l’enorme parete di riviste e quotidiani. Da lì mi sono addormentato.
E mi ritrovo nel sogno che parlo con la bibliotecaria rossa con gli occhiali. Decide
di farmi visitare le stanze piene di libri, luminose e un po’ anguste. Gli
studenti che sfioriamo restano con il capo chino sui testi, e intanto lei mi
sussurra i titoli che avrei dovuto leggere necessariamente, nel caso volessi
continuare a frequentare quel luogo. Comincia da “Guerra e pace”, poi passa
all’”Odissea”, e anche “don Chisciotte”; mentre i miei occhi cadono sui
contemporanei lei mi bacchetta con lo sguardo pieno di denti. No, pareva
dicesse, quelli li leggiamo alla fine. Come a scuola, la storia contemporanea
si doveva studiare a luglio, a casa tua. Insomma, vedo scorrere Cognetti,
Lagioia, Foster Wallace, Carver, Munro, e non posso averli. La rossa a un certo punto
mi fa sdraiare sul divanetto e mi offre un tè verde. E’ possibile nero? Accenno,
ma già arreso bevo quello verde e anche con lo zucchero. A questo punto si mette a
costruire una casa-tana di libri, tutti i classici come mattoni lego da
sovrapporre, incastrare, e i contemporanei a formare il tetto, così esposti e
assolati diventavano imprendibili, oramai. In lontananza una ragazzetta con gli
occhi verdi avidamente tocca la copertina di “Amico, nemico, amante”; le chiedo
urlando di farmela toccare anche a me, ma il muro di mattoni sta avanzando e
copre ogni visione, ogni realtà. La bibliotecaria è tutta sudata e oramai non
sta più in ginocchio, poiché la costruzione della tana è arrivata alla sua
altezza. Non riesco a vederle più nemmeno le orecchie, che credevo fossero il
meglio che potesse offrirmi. Quelle mani affusolate maneggiano con sicurezza
quei libri, quelle storie già lette mille volte, recensite, smontate e date in
pasto all’umanità. Lei è un tassello, un tassello rosso con le mani affusolate.
La pelle bianca, fisso quella pelle bianca tra il collo e il seno e mi
risveglio. “Signore, signore, stiamo chiudendo”. “Oddio scusatemi”. La
bibliotecaria si accende la sigaretta e comincia a fumarla già dall’atrio, in
mano una copia de “Manuale per ragazze di successo”. Le corro dietro mangiando
l’ennesima caramella alla menta. Il custode ci chiude fuori.
Pagine
giovedì 31 gennaio 2013
domenica 27 gennaio 2013
l'anima (S)lava?
Non fasciamoci
la testa cari miei, che tanto si sa che stiamo meglio di tanti anni fa quando le
cooperative sociali non esistevano ancora e i padri a volte massacravano di
botte i figli e le mogli. No?
C'è stata una bella serata a sostegno della Coop Folias e
Bobo Rondelli è stato di una generosità immensa nel farci ballare a suon di
cover rockettare. Ha fatto anche
molti pezzi suoi , in particolare alcuni che mi hanno fatto venire la pelle d’oca, quella vera, che una
decina di volte l’anno mi fa sentire bene in mezzo agli altri. Era contento
Bobo mentre chiamava Filippo Gatti – intenso anche il suo concerto - sul palco
per improvvisare assieme musica tirata per farci ballare a noi delle prime file. Come
succede spesso ai suoi concerti, Rondelli si è messo a fare pure il clown con racconti
zozzi, imitazioni, etc. ancora rido se penso ai termosifoni ingroppati; meno
male che riesce a tirare fuori anche l’autoironia per schiacciare il suo status di
livornese da esportazione: tanto che poi dice “sì, siamo comunisti e diciamo
Pisa merda, che palle però ‘sta vecchia Livorno”. A quel punto il mio applauso
interiore mi ha fatto urlare e io, che ai concerti son sempre timido, ho urlato: bravo! tu sì che stai avanti,
insieme alle tue belle canzoni, pensavo emozionato poco dopo, ritornato nella
mia timidezza. Gli altri, la moltitudine, noi, e molti presidenti di cooperative
sociali, stiamo invece molto indietro e pensiamo che l’atteggiamento della
lagnanza a oltranza sia un diritto acquisito da diffondere come i vaccini
antinfluenzali. Tutti fermi dietro al passato.
Almeno tu direttore di cooperativa intoccabile, investi i soldi in progetti innovativi, invece di
aspettare soltanto i finanziamenti al ribasso che accetti ai tavoli delle trattative, che
segretamente fai coi politici di ogni genere. Già, ma voi presidenti e direttori siete immuni da critiche, perchè voi
date lavoro e fate da “stampella” allo stato sociale, e non vi si può mettere in
discussione, mai. Be’, insomma, con ’sta storia della stampella ci state
giocando un po’ troppo. Così paralizzate il settore e non permettete ai soci,
alle nuove leve, ai collaboratori di emergere e contribuire al cambiamento. Qualcuno mi sa dire
quanti presidenti di cooperative sociali conosce che non siano (oggi) gli stessi dalla
loro fondazione? E questo a volte significa trent’anni! Lo ammetto, in me c’è un po’ di quella
frustrazione tipica che spreca parecchie energie nel maledire i vertici del
sociale in Italia, e mi dispiace farlo, poiché io credo , ciclicamente (ho lavorato per
almeno dieci tra coop e associazioni negli ultimi vent’anni), di poter dare il
mio contributo con la mia passione lavorativa, ma come fare, se certi passaggi gerarchici (meritocratici?) diventano
stretti come un imbuto unto per la maggioranza dei lavoratori? Il diritto alla salute, l’assistenza alle
disabilità e la formazione, spetta allo stato, visto che le importanti riforme
degli anni scorsi sono riuscite a tradurle(finalmente) anche in leggi. Poi, che voi,
noi, con passione e dedizione ci impegniamo a cercare di applicarle come se
fosse una missione, però non deve quest’atteggiamento farci confondere il ruolo dal
mandato. Il diritto dalla gratuità. Quando capiremo che non siamo gli unici a poterlo fare, visto che abbiamo solo una delega e non l'esclusività, allora, forse,
i vertici delle cooperative potranno investire risorse e personale in servizi
diversi, coinvolgendo i soci e i dipendenti, spesso sottopagati e frustrati, in
progetti e attività innovative. Questo forse non accadrà mai, tanto vale sottrarsi e voltare pagina scompaginando i mesi a venire. Sentirsi dentro a questo mondo del sociale, non la sopporto più 'sta parola sociale ma, sfido chiunque di voi a trovarne una più appropriata; insomma, dicevo che a volte è come sentirsi
di far parte di un’avanguardia logora, che mortifica ogni cambiamento e si
consola con le proprie presunte santità in agguato. Ci si sente al sicuro,
buoni, e unici nel fare cose che in passato hanno garantito santità e
indulgenze, a santi e delinquenti. Lasciamo queste scorie a quei simpatici visionari
cattolici. Loro sì che sanno poi frullare il tutto per produrre consenso, potere, e aspettative
a costo zero a colonie di umanità allo sbando. Un po’ stiamo diventando come loro, e lo capisco dal linguaggio
che usiamo durante certe serate di chiacchiere e ricordi. Lo capisco anche dalle
facce e parole che certi presidenti usano per tenerci buoni, nella nostra
cuccia che puzza di muffa. Forse non è tra questi Sasà, ché solo per quello
che organizza a livello musicale meriterebbe l’assessorato alla cultura.
Ieri sera mi
sono visto il film “Concerto”, e allora ho ripensato a Rondelli e alla sua contagiosa
vitalità che trasmette nei suoi concerti strampalati d’amore e d'allegria: l’anima slava,
ecco, lui e Filippo Gatti hanno fatto un concerto alla slava, l’altra sera a
Roma, per Sasà e Folias.
Mi sa che riparto dalla
mescolanza, dalle frittate da realizzare, e dalle mille parole povere che mi
faranno arrivare a cento persone nuove da conoscere, ascoltare. L’evoluzione
dei pesci, canterebbe Gatti.
Etichette:
polemiche d'inverno
domenica 20 gennaio 2013
Flavio
Flavio non ci vede quasi più, ma la sua barba
bianca è la stessa di un tempo. Era il ’92, e Roma sonnecchiava dopo
l’ubriacatura craxiana e stava in fremente attesa dei sindaci star. Nel
quartiere tanti eroinomani che vagavano persi tra furtarelli e studi medici. Flavio
cercava di accoglierli tutti per poi accompagnarli alcuni al centro diurno che presiedeva, al
tiburtino. Flavio e la moglie ci scelsero a me e a S., dopo un tirocinio esaltante,
come operatori factotum del centro diurno. A me Flavio faceva l’effetto di uno
che sta sempre lì davanti ad insegnarti le cose del mondo, della politica e
della cura delle persone. L’unico medico che insieme allo sciroppo ti consigliava
anche di leggere Dostoevskij.
Una volta organizzammo un evento: musica dal
sottosuolo. Una specie di reading di musicisti di strada, alla fine se ne
presentarono solo un paio, uno venne pure con moglie e figli, andarono via felici
dopo un revival rock&roll e mangiata di tramezzini, peperonata e pop corn a
volontà. Nei giorni precedenti all’evento, lungo le banchine della metro ne avvicinammo almeno
una decina di ‘sti musicisti, disponibili a partecipare alla cosa. Uno addirittura
mi cantò, dedicandomela, “amico fragile”, alla stazione di piazza di Spagna.
Ricordo che prima dell’evento Flavio si
adoperò per sistemare le sedie di plastica per il pubblico, nel salone del centro diurno. Lui ogni cosa
del genere la faceva assomigliare a una festa dell’Unità. Quel giorno declamò anche qualche poesia,
in coda ai musicisti.
Flavio è timido.
Eppure racconta molto di sé, del suo passato di ragazzo borghese che abita a Pietralata ma che frequenta il liceo dei
preti, con ottimi voti. Che bazzica Lotta continua e l’entourage colto di quella
Roma stracciona coi portafogli gonfi, ma che cura anche i borgatari come se fosse
il minimo che si possa fare, per riparare la contraddizione imbarazzante in
essere. Il suo correre dalla città universitaria al monte del pecoraro assume,
ai miei occhi di oggi, significato di un medicare
disperato una ferita che non riesce a rimarginarsi con la sola retorica politica
di quegli anni.
Nel suo studio
Trosky giganteggia sfidando un presente vendoliano, perché non c’è di meglio,
ammette dolente toccandosi la barba morbida. Ascolta Flavio, e lo sa fare
benissimo. Ragiona e ragiona per risolvere un postulato di Euclide, racconta e mi
dice che in passato, mentre stava a tavola con gli amici, a volte si distraeva
pensando alle poesie da scrivere, oggi, invece, pensa al postulato di Euclide.
Eppure ti ascolta: ti mischia con le poesie e i postulati, diventi un’opera
d’arte e nemmeno lo sai. Quando stai con Flavio.
Il tempo scopre
la verità, diceva Seneca, e dargli torto è difficile. Sto scoprendo le
occasioni perse, le titubanze inutili e dannose, e le fughe verso bucoliche
salvezze, di quelle che mi spingevano verso la Novità, be’, quelle a volte
erano soltanto vecchie carogne truccate. Bastava andare da Flavio, forse, e
ascoltarlo e farsi ascoltare, per proseguire magari lo stesso a zig e zag tra
pensieri e azioni, ma, almeno, non partecipare ostinatamente al solito gioco
dell’oca piagnone.
Flavio per me rappresenta
ancora il sogno romano: affermarsi dentro a un paesone immondo e accogliente,
che aspetta la tua performance e se le dai buca poi ti sputa in faccia il
fango, quello pasoliniano, e quello dei miseri miti che ancora si sforzano di
indicarci strade sbagliate, bagnate di sangue e sudore; per me l’autentico
assomiglia sempre di più alla faccia di Flavio e alla sua ferita nascosta dalla
bianca barba. Tuffarsi nel mondo e nuotare con le proprie esili braccia, questo
mi ripeto ogni mattina da quando ho abbattuto quasi tutti i miti morenti. Tranne
Flavio, che cammina accanto a me.
Etichette:
memoriette
giovedì 17 gennaio 2013
eccomi
Ecco chi sono!
Lo dichiaro ora dopo circa due anni che gestisco questo blog, che pare mio, ma,
in realtà, è una scatola lunga e profonda che funge da deposito sentimentale
per tante cose di questo tempo. Mi chiamo Peppe, vivo a Roma e faccio
l’educatore. Faccio, nel senso che questo risulta davvero nella mia busta paga,
poiché, a dirla tutta, siamo un po’ tutti educatori in senso lato, no? Ma non tutti hanno il coraggio di farsi pagare… In questa
scatola confesso le mie pene, aggiusto i miei sentimenti e spalanco le porte
agli altri, sia nel mostrare i loro blog che accogliendo i loro pezzi, commenti
e suggerimenti. Quello che più mi ha colpito
è stato quello di un abitante del tiburtino III che mi voleva menare, per via
di come avevo trattato quelli del tiburtino in un raccontello.
Non l’ho detto a
tutti i miei amici della vita del blog, un po’ perché me ne vergogno e un po’,
che è l’altra faccia della vergogna, per vanità. Scoprimi e farò il sorpreso,
amami e ti amerò: tristezze prodotte dalla mia vita metropolitana, oltre che da
tare affettuosamente incollate al mio carattere.
Molti confondono
gli intenti, per primo io, così mi ritrovo a controllare le statistiche delle
visualizzazioni come forse faceva Vasco Rossi nel controllare se stava nella
top ten dell'hit parade, all’inizio degli anni ottanta. La quantità fa il valore? o fa il
veleno?
Comunque, a me
viene da scrivere queste cose, senza sapere davvero il perché, come qui di seguito : una
domenica mattina ho fatto outing dichiarando la mia resa all’emotività. Così tutti
sapevano, ma niente cambiava. Al discount tra gli scaffali speravo di non riconoscere
nessuno, dopo, una volta arrivato a casa, che tutti avessero rinunciato al nostro invito a pranzo. Volevo
restare solo e pensare a una via d’uscita, e che coincidesse magari con
l’uscita di sicurezza del discount. Tra farine e biscotti mi ricordo di aver scaricato, quella
stessa mattina, la Canzone dei Baustelle che mi aveva scosso il giorno prima, già il pensiero di riascoltarla mi rianima:
dentro quella canzone ci sono le parole che aspettavo. La sofferenza non eccessiva veniva cantata, come qualcosa di vivo dentro le nostre giornate, come
un cancro benigno che ti accompagna fino alla vecchiaia, per poi comparire l’ultimo giorno: ti bacia e non
lo vedi più.
Quel giorno
avrei fatto mettere in cerchio tutti i miei amici per parlare di noi, di quello
che siamo diventati. Di come la berlusconizzazione ci abbia investito come un naturale
innalzamento delle acque del mediterraneo, cui si ricorre con metodi blandi e
inconcludenti. Ma chi siamo, e cosa pensiamo in macchina prima di arrivare nei
nostri minacciosi posti di lavoro?
Da tempo seguo solo scrittori, pensatori,
cantanti, amici, che mischiano con grazia e impegno i sentimenti alla ragione,
utilizzando il contenuto come stella cometa. Il resto del groviglio
social-politico-cultural non mi appassiona più, il passato dorato mi disturba quanto l'ipocrisia e la
bontà ormai mi pare che sia il tappeto dove far esprimere le migliori cattiverie a certi tipi un po' all'antica e un po' coglioni. E tutti
ridono.
Ecco la canzone,
eccole le parole che mi appassionano ancora.
Etichette:
parole improvvise
venerdì 11 gennaio 2013
parabola nevrotica n°3
Fiori non ce ne
sono là fuori, e nemmeno una zia con il sorriso. Là fuori c’è una mazza pronta
a colpirti, in faccia, e magari subito dopo anche sulle tue chiappe in fuga.
No! Ma non è che sei preoccupato per quella
previsione stramba del mago che diceva che avresti avuto un brutto incidente
d’auto a quarantatré anni? Stavate per chiudere il bar e quello si è messo a
fare il misterioso, con discorsi articolati, racconti senza né capa né coda e infine,
seduto su quel tavolino stretto, chiede di leggere la mano. Era un italoamericano con la panza, in vacanza,
con la smania di infondere suspense su tutta la costiera occidentale. Quella
notte vi siete quasi abbracciati tu e Stefano, mentre velocemente rientravate
nelle vostre case, risucchiati dai vicoli bui. Il giorno dopo avevate gli occhi
gonfi e il bar di nuovo in funzione, con le vecchiette arrapate che vi
sorridevano col sale sulla pelle squamata. C’era quella di novant’anni che beveva
whisky canadese di nascosto; lo faceva prima dei balli di gruppo e che coincideva,
chissà perché, alla scena dove stavi tu in primo piano che speravi di baciare
quella ragazza di Pavia. Che poi mica era proprio ‘na bellezza, a pensarci era
anche un po’ gatta morta, ma aveva quel bell’accento del nord… Ah! Quell’estate
del novanta, che tutto fece rotolare in settembre, per poi girarti le spalle
all’improvviso come bimba dispettosa cui daresti una carezza, ma la notte,
mentre dorme, perché di giorno ti fa solo incazzare. L’estate del novanta.
Be’, mica stai
pensando al mago? Ricordati che la sua panza era piena di spaghetti alle
vongole veraci. E di vino bianco frizzante, quello era tutto pieno di benessere
e sparava cazzate per farsi notare, e magari per acquisire quello sprint
adrenalinico per assediare la moglie bionda d’estate, già ronfante nella stanza
vista mare.
Vi lesse la
mano, la tua prometteva poco. E allora?
Lascia stare il
mago.
Lascia stare il
Capo.
Chiedi in
prestito un sogno. Gli interessi cascate di risate, da donare d’estate.
Questo per
provare a spiegare che ho passato una settimana di paure inconfessabili, e che
il mago, con le sue sventure a buon mercato, ora, mi appare quasi un amico al
confronto delle tuonate potenti del Capo. Del grosso uomo rosso di cuore
burocratico. Che noia, e quante argomentazioni seriose e inutili per la mia
impotenza d’animo. In fondo volevo essere risarcito con le parole, curato con l’interesse,
e vegliato dagli incubi dei maghi. Mica volevo un milione di euro o un intero
edificio, a Capo, sarò confusionario e un po’ emotivo, mica scemo e senza
cuore. Da una vita che aspetto fratelli maggiori a tempo pieno e tranquillità, e
non di certo guerre e benzodiazepine a volontà. La mia sfacciataggine profumava
di cose semplici e dirette, come certe canzoni leggere. Lui, invece, tromboni e
ottoni per far sprofondare la vita a livello della morte: e che decidi tu
quando ridere, sfottere e fare paternali lunghe tutta l’autostrada del sole? E dài,
siediti, che mo’ ti racconto una storia di uomini che sbandano, e che bevono
latte freddo alle cinque di pomeriggio e mandano mail a mezzanotte. Parlano con
le femmine perché hanno interrotto il discorso con le sorelle, e questo non si
fa, fratello, devi continuare a parlarle fino a capire il perché di quelle
fughe la notte, di casa in casa, di zia in zia, a cercare la serenità almeno
per quella di notte. Avevi dodici anni, e in quel budello di via nera, capivi
che avresti avuto la nausea come sola amica del cuore.
Etichette:
memoriette
martedì 1 gennaio 2013
Sofia
Ci sono dei
libri che la notte viaggiano paralleli alle nostre vite, nel silenzio, accanto al pozzo nero dei nostri pensieri. E capisci
che tutto sta sbandando: il tuo corpo e i tuoi sentimenti stanno per essere
sbattuti a terra da un racconto.
In “Sofia si veste
sempre di nero”, Paolo Cognetti illumina i personaggi con una luce di taglio e
li rendi veri. Quindi, irrequieti dai capelli ai piedi, passando da quel
nocciolo minuscolo che sputa fuori vari sentimenti. C’è poco da fare, un
racconto riuscito poggia su di un’architettura che, seppur fragile e vago
(volutamente) nei contenuti, esprime al contempo una forma solida e convincente
durante tutto il libro, dove i pesi e i contrappesi stanno nelle azioni dei
personaggi, e nella descrizione di stanze e paesaggi che abitano. E allora non servono
più le belle parole, né le descrizioni minuziose - tanto meno le frasi a
effetto - per creare un bel racconto. Eh no, e lo sapevo già questo, ma poi,
quando leggi di un fiato e ne godi di questa lettura, allora capisci davvero
quello che ti hanno spiegato già cento volte ai corsi, alle conferenze, al bar.
In questo libro
i personaggi sono impressionanti. Restano dentro, e continuano a dialogare
nella stanza della lettura così come in bagno, o a pranzo, con gli altri che si
arrabbiano per la tua ennesima distrazione astrale. Scusate, ma prendetevela
con Cognetti e con la sua Sofia. Stavolta.
Mi viene voglia di
scrivere che si tratta di uno dei migliori racconti che ho letto sulla Storia
dello Stivale dagli anni settanta a oggi. Forse lo è davvero, ma tutta quest’arroganza
nel giudicare e far competere tra loro i libri, non si sposa con il tono democratico del libro in questione. Sì,
perché in questo racconto i personaggi nella storia si mostrano sempre
dignitosi nel loro stare al mondo. Per esempio, una Sofia Muratore, in altri
libri o film, apparirebbe una stronzetta di cui t’innamori comunque per forza
di cose, ma che non riesci a stimare davvero e, in fondo, non riesci ad amare. Invece qui dentro la segui e provi
a comprenderla; oppure, anche se ti sfugge e cerchi di rincorrerla col fiatone
preoccupato, non vorresti mai abbandonarla per sempre. Questo accade, forse,
poiché lo scrittore vive bene coi suoi personaggi, e ci lascia intendere che
non potrebbe fare altrimenti, e quindi non potrebbe mai scegliere di far vivere
nei suoi racconti gentaglia qualunque…oppure, perché i personaggi e i paesaggi,
non sono statici, alla Sander, ma partecipano con il loro inquieto movimento,
fino ad aprire una scena ancora più ampia
in cui recitare la propria parte fino in fondo, senza risparmiarsi neppure per
un secondo. Così nell’ultimo capitolo dove il narratore si svela e che,
entrando in scena all’improvviso, non va a rovinare il complesso mosaico del
romanzo breve, anzi, ti pare che questo equilibrio sia dato proprio dagli
annunci e dalle anticipazioni, durante la lettura, che non rivelano nulla: tutto
si auto-arricchisce come nelle migliori lievitazioni di un buon dolce.
Il personaggio
della Zia, Marta, altrimenti si offende, racchiude, nelle sue interazioni, uno
spaccato che da tempo aspettavo venisse raccontato senza pregiudizi o lodi
sproporzionate: le scorie e i germogli degli anni settanta.
Infine, mi preme
ricordare di quanto la descrizione del villaggio Lagobello mi abbia emozionato,
e fattomi partecipe di certe scelte casuali, esistenziali, che si fanno in
momenti cruciali e che poi vanno a produrre storia, racconti, non sempre
banali, di persone e comunità, e nel farlo non utilizza per forza gli strumenti
della sociologia pelosa che usano certi narratori incattiviti a furia di vivere
al centro.
Insomma, questo
libro mi è piaciuto e credo che contenga una forza misteriosa come certe
bellezze, che sanno di abitudine e rovina: l’ideale per conservarlo nel frigo disordinato
della nostra memoria, e poi all’improvviso tirarlo fuori insieme a birre
fresche da bere con gli amici, d’estate, sotto verande surriscaldate. E nei
commenti infervorati metterci un po’ di noi, che siamo quei lettori,
spettatori, alla ricerca dei personaggi ideali, cui affidare la
rappresentazione migliore di questo nostro tempo incerto.
Etichette:
dritte di lettura
lunedì 24 dicembre 2012
per tutti voi
un augurio di rimbalzare indenni e contenti tra le tante feste
(Enzo docet)
Etichette:
ascolti di stagione
sabato 22 dicembre 2012
parabola nevrotica n°2
| foto di Luigi Ghirri |
Poi a quindici
anni mio cugino mi chiede: ma ti piace almeno una cosa in particolare? pensaci,
e la prossima volta che vieni, me la racconti. Stavo da lui per una crisi
adolescenziale che s’innestava con problematiche famigliari. Punto. Racconto
biografico sì, ma fino a un certo punto, eh! Insomma, questa domanda mi ha
salvato dall’adolescenza. Addirittura? Vabbè, mi ha costretto a una scelta. O
diventavo animalesco simpatico come tanti coetanei oppure diventavo un fiore di
ragazzo. Nel senso di sbocciare e vedere cosa ne uscisse fuori. Nel tempo. Eccomi.
Ci ho pensato
per una settimana, non facevo altro. Alla fine, con mio sommo stupore, risposi:
fare il fotografo. Azz! Così, all’improvviso? Questo non me lo diceva mio
cugino, ma una vocina malefica che mi portavo sempre appresso, che, per
evitarla, scappavo prima di fare qualcosa di nuovo o in cui avrei dovuto
esibire almeno un venti percento di me. Lui, mio cugino, che mi accoglieva in
veste di psico-neurologo, era contento di questa risposta creativa. Allora
impegnati, mi fa, con la sua barba che avrei dovuto fotografare come origine
della specie: della mia specie, quella in evoluzione dal democristiano-paesano.
Da quel giorno ho cominciato a comprare riviste e libri di fotografie. Pure una
macchinetta, la Zenit, del blocco sovietico economico. Che non si sa mai. E
sognavo. Di fotografare ogni cosa che si muovesse con stile davanti al mio
sguardo. Son partito dalle tartarughe d’acqua che avevo in casa. Poi mia madre,
mio padre, il lungomare, le strade di Roma. Quest’ultime tutte fatte di corsa,
con l’angoscia che qualcuno potesse sgamarmi che stavo a Roma da solo. Ma dài,
non lo sapevi che il mondo e i romani andavano più in fretta di te? Scattavo senza
pensare, né con una grazia particolare. Scattavo e basta. E impegnati! Insisteva,
giustamente la vocina. Invece correvo con la fantasia e avidamente mi studiavo
tutta la collana Editoriale Fabbri. Ghirri e Jodice, Giacomelli e D’Alessandro, e tanti
altri fotografi che mi parevano quasi degli scrittori, comunque dei narratori…volevo diventare come
loro. In barba alle mode, anche se loro intanto erano già verso nuove idee – vedi Jodice – ed io agognavo paesaggi e umanità anni settanta. Quelli stavano a
Parigi o in America, per disintossicarsi dall’ideologia fumosa di quegli anni e
io già volevo tornare indietro. Fuori tema, il mio stile.
Oggi apro Orwell
e cosa vedo? Le immagini di Ghirri tra un pezzo e l’altro. Mi sono svegliato e
ho pensato che quelle foto, insieme a certe persone, hanno contribuito a smantellare
ogni vuoto di cui soffrivo: riempivo la sacca di sementi per scappare per
sempre.
Mi vedo dentro
lo scompartimento semideserto con la monografia nera davanti agli occhi,
all’interno astrazioni magnifiche, essenziali figure da ficcarsi in testa per
scacciare le miserie di quei tempi gonfiati e piatti.
Etichette:
memoriette
venerdì 21 dicembre 2012
parabole nevrotiche
Me ne stavo lì
con quella pezzetta umida a pulire quei tavolini tondi. Almeno decine di volte
al giorno. Avevo tredici anni. Già non volevo andare più a scuola. Ah! la
primina. Era inverno. Tutti gli altri ragazzini stavano con le gambe sotto i
banchi, e agitavano quelle mani bianche che volevano toccare tutto. A me
bastava osservare i personaggi stralunati che frequentavano il locale dove servivo.
Diecimila lire al giorno. A mezzanotte in punto C. me li dava. Ero
soddisfatto. Fino alla settimana prima mi alzavo alle tre di notte, e poi per
ore tiravo una rete puzzolente insieme a vecchi di cent’anni, e mio padre.
Volevo lavorare
e diventare grande, senza passare dalla scuola. Lavoravo dalle tre a
mezzanotte. Poi sono arrivato ai quattordici anni e mi sono lasciato convincere
a tornare a scuola. A singhiozzo tra scuole e fughe, a diciassette anni, sono
arrivato al ritiro definitivo, infatti, sul diario scrivevo già il mio futuro
di Firenze; anzi, posso dire quasi definitivo, considerando che mi sono diplomato
a ventisette anni e laureato cinque anni dopo - fuori tema, da sempre,
anticipavo la fine. Riconosco che avevo una capacità particolare a tredici anni:
di dare consigli, suggerimenti, e così facevo durante il tragitto locale-casa,
a E., dentro la sua Lancia Delta, che percorreva il lungomare buio a dieci
all’ora. E gli davo i consigli per la gestione del locale. Lui annuiva
riflessivo, ora io a quell’uomo di trentuno anni che ascolta un ragazzino con
quell’interesse, stimolato dalle sue riflessioni dopo la mezzanotte, oggi, a quell’uomo
gli darei il nobel per la pedagogia speciale. Ero timido. Coi baffetti. A volte sbucava una roscia di diciotto anni
che mi accarezzava per strada, e io mi paralizzavo, e sorridevo spaurito. Poi scappavo
a casa a chiudere l'eccitazione. Insomma, fuori tema, sempre. Dicevo, E. mi ascolta e io mi sento
compreso. Tornando a E. e a quel periodo, posso dire che investivo su di lui e
sul lavoro al locale, come luoghi e persone da dove ripartire verso una
clamorosa rinascita. Alcuni parenti mi avevano già segnato come irrecuperabile.
E io recuperavo altrove, tra tavoli tondi e osservazioni minuziose dei profili
degli avventori. E ancora, me ne stavo tra birre spillate e coni gelato alti
come le mie speranze. Le lente chiacchiere dei clienti al banco, la bella musica
che si ascoltava, e tutti quei racconti mirabolanti o tristissimi, che si
mescolavano tra fumi di luci basse, nascendo da quei tondi tavolini. A cerchio.
Ascoltavo. Li ho anche fotografati, appena dopo la fine della timidezza
assoluta. Iniziavo a impormi, a far vedere una parte di me imprevedibile e
simpatica. Ero strano. Bravo ragazzo, ma un po’ strano. Tutto intorno esplodeva
e io recitavo una parte niente male. Andavo a letto con i complimenti di E.
“hai proprio ragione, è una buona idea…”, e con tre cornetti alla crema
avanzati dalla mattina, nello stomaco. E
diecimila lire sul comodino. Domani mi compro “Repubblica”, che, anche se
capisco metà delle parole che ci sono scritte, mi fa sentire forte e pronto. A
cosa? Alla vita che vorrei. Al mondo cui aderire col sorriso in faccia. Questo
era uno dei consolanti pensieri che mi aiutavano ad addormentarmi su quel letto
di formica.
Poi, dopo alcuni
anni di lavoro intenso, risate, amicizie inimmaginabili, amori celati, paure
enormi, ecco, arriva lo sbrocco. Dicevo, dopo anni che sgobbavo lì, che
costruivo la mia storia tra tavoli tondi e persone che adoravo, questi, C. ed
E., ci fanno pagare il conto (salato) dopo aver mangiato e bevuto all’inaugurazione
del nuovo locale che avevano preso in gestione. Che avevamo pulito noi, tra
l’altro, nei giorni precedenti, noi, il gruppo dei camerieri e baristi del
locale coi tavolini tondi. E no! Mi provochi dentro, tra l’amigdala e il
fegato. Mica so’ scemo, sono solo un po’ generoso. Così, nel giro di una
settimana li mando a fanculo. Senza ripensamenti. Dopo di me anche gli altri.
Un gruppo che si sfalda come lava, anche se il mare poi ha raffreddato l’intensità
nei mesi successivi, per loro, non certo per il mio orgoglio. Ora d’estate ogni
tanto mangio i panini da loro, coi miei figli, e li osservo nella loro
incipiente vecchiaia, e allora mi
scoraggio del mio ancora combattere – del mio sbroccare - contro altri mostri
attuali. Poi una smorfia mi spinge a vedere la pace conquistata, con loro, e
con il passato che ci univa.
Ecco, questo
circolo virtuoso che diventa improvvisamente lava incandescente mi dà da pensare,
da sempre. Fuori tema, appunto. Improvvisamente,
sì fa per dire, cari miei tre milioni di lettori abituali, poiché nel frattempo
avevo digerito tonnellate di pensieri tormentati che si mescolavano,
accoppiavano o litigavano la notte, poi al mattino, quello con l’impeto
evoluzionista dichiarava: vuoi migliorare? Allora continua a sopportare,
concediti soltanto un po’ d’onestà intellettuale e qualche gioia
para-esistenziale, da mostrare agli altri senza pudore, notte e giorno. Il
resto però gonfiava ogni cellula: le ingiustizie intraviste, lo sfruttamento implicito, in fondo quella
presa per culo cattocomunista di sempre: stai con noi, il mondo sarà migliore
per tutti. Eh sì, ma Loro intanto compravano case in Abruzzo o moto di grossa
cilindrata, o case in Toscana, e collane d’argento alle loro
donne. A me toccano le scorie del fallimento fiammante, e due o tremila parole
frizzanti da dare in pasto agli amici. Ecco, la parabola nevrotica si è
compiuta. Adesso, là fuori, sotto la pioggia, già fradicia e leggiadra, c’è una
bambina col vestitino d’illusione che picchia duro alla porta.
Che dite, la
faccio entrare anche stavolta attraverso la finestra rotta?
Etichette:
memoriette
desideri
Ehilà, Ecco la tua lista desideri Riflessioni sulle cause della libertà e
dell'oppressione sociale 1 I classici del pensiero libero, 23 by Simone Weil
ISBN: Nessuno | Brossura http://www.anobii.com/books/Riflessioni_sulle_cause_della_libertà_e_delloppress
ione_sociale/01970a176eb82f4fa3/ Da dove vengono i sogni by David Vann ISBN: 9788845269899 | Altri http://www.anobii.com/books/Da_dove_vengono_i_sogni/9788845269899/018093ef06d1337312/
Comunque vada non importa by Eleonora C. Caruso ISBN: 9788897404088 | Altri http://www.anobii.com/books/Comunque_vada_non_importa/9788897404088/01bd56f45a36e55c69/
Suonare il paese prima che cada 1 Musica dagli anni zero by Meg, Dente, Enrico Gabrielli, ... ISBN: 9788895029375 | Brossura http://www.anobii.com/books/Suonare_il_paese_prima_che_cada/9788895029375/018956fd459582df2a/
Il posto della scienza 1ª ed. Realtà, miti, fantasmi by Edoardo Boncinelli ISBN: 9788804524526 | Altri http://www.anobii.com/books/Il_posto_della_scienza/9788804524526/01e945e238cfd0c4a0/
Elogio della fuga by Henri Laborit ISBN: Nessuno | Brossura http://www.anobii.com/books/Elogio_della_fuga/0108e1dacfbff194af/ Sofia si veste sempre di nero 1 by Paolo Cognetti ISBN: 9788875214401 | Brossura http://www.anobii.com/books/Sofia_si_veste_sempre_di_nero/9788875214401/01ef9cca380145b530/
Manuale per ragazze di successo by Paolo Cognetti ISBN: 9788875210342 | Altri http://www.anobii.com/books/Manuale_per_ragazze_di_successo/9788875210342/0176c526e883ddbb45/
Ulisse by James Joyce ISBN: Nessuno | Altri http://www.anobii.com/books/Ulisse/015bffdaf6411efd71/ Amleto by William Shakespeare ISBN: Nessuno | Copertina rigida http://www.anobii.com/books/Amleto/0158cc996ef2c00e4e/ Storia d'agosto, di Agata e d'inchiostro 1 by Nadia Terranova ISBN: 9788871066554 | Brossura http://www.anobii.com/books/Storia_dagosto,_di_Agata_e_dinchiostro/9788871066554/01846da987fc27135c/
La vita agra 10 by Luciano Bianciardi ISBN: 9788845249112 | Brossura http://www.anobii.com/books/La_vita_agra/9788845249112/010dd5180e27be314f/ L'epoca geniale 1 e altri racconti by Bruno Schulz ISBN: 9788806200886 | Brossura http://www.anobii.com/books/Lepoca_geniale/9788806200886/01f0f1dad644235a8f/ Un uomo giusto 1 by Elena Stancanelli ISBN: 9788806204280 | Brossura http://www.anobii.com/books/Un_uomo_giusto/9788806204280/0192232a9f440a279d/ Caro diario ti scrivo... 1 Con Matilde, Beatrix, Anna Maria, Emily, Silvina, Jane by Patrizia Rinaldi, Nadia Terranova ISBN: 9788871066172 | Brossura http://www.anobii.com/books/Caro_diario_ti_scrivo/9788871066172/0114b50b6d57b9f0eb/
Accabadora 1 by Michela Murgia ISBN: 9788858400098 | eBook http://www.anobii.com/books/Accabadora/9788858400098/010cf96c9f4c80ec23/ Esercizi di fantasia by Gianni Rodari ISBN: 9788835958260 | Altri http://www.anobii.com/books/Esercizi_di_fantasia/9788835958260/016b043009d5b47f61/
Le fiabe che curano Racconti popolari e psicoterapia by Verena Kast ISBN: 9788874474493 | Altri http://www.anobii.com/books/Le_fiabe_che_curano/9788874474493/01ff5b4c1e2e6e9117/
Come raccontare una fiaba 1 by Paola Santagostino ISBN: 9788870315493 | Brossura http://www.anobii.com/books/Come_raccontare_una_fiaba/9788870315493/013c8674cbdd526834/
Settanta 1 Nuova edizione by Marco Belpoliti ISBN: 9788806202217 | Brossura http://www.anobii.com/books/Settanta/9788806202217/01abc4194455780365/ Tredici racconti 1 by John Cheever ISBN: 9788860442444 | Brossura http://www.anobii.com/books/Tredici_racconti/9788860442444/01b6f60bdfb914cb86/ Cosa volete sentire 1 Compilation di racconti di autori italiani by Vasco Brondi, Peppe Voltarelli, Rossano Lo Mele, ... ISBN: 9788875213794 | Brossura http://www.anobii.com/books/Cosa_volete_sentire/9788875213794/0183b18a2e4e058e65/
Hanno tutti ragione 1 by Paolo Sorrentino ISBN: 9788807018091 | Altri http://www.anobii.com/books/Hanno_tutti_ragione/9788807018091/01b336bfe0f9b750a6/
Troppa felicità 1 by Alice Munro ISBN: 9788806200787 | Copertina rigida http://www.anobii.com/books/Troppa_felicità/9788806200787/01d3268c8264208a64/ ll Maestro e Margherita 1 by Mikhail Bulgakov ISBN: 9788880494508 | eBook http://www.anobii.com/books/ll_Maestro_e_Margherita/9788880494508/0117ce589ec99ea921/
La macchia umana by Philip Roth ISBN: Nessuno | Copertina rigida http://www.anobii.com/books/La_macchia_umana/01cc54ddef59cad456/ Odio Springsteen e gli U2 1 Poesie 1983-2011 by Federico Fiumani ISBN: 9788860632784 | Brossura http://www.anobii.com/books/Odio_Springsteen_e_gli_U2/9788860632784/019a9b161ffba53362/
Lettera di dimissioni 1 by Valeria Parrella ISBN: 9788806200169 | Copertina rigida http://www.anobii.com/books/Lettera_di_dimissioni/9788806200169/01375286fc67871791/
Nomi, cognomi e infami 1 by Giulio Cavalli ISBN: 9788896238370 | Brossura http://www.anobii.com/books/Nomi,_cognomi_e_infami/9788896238370/013e457d55b79c4c9d/
Racconti - vol. 1 1 by Anton P. Chekhov ISBN: Nessuno | Brossura http://www.anobii.com/books/Racconti_-_vol_1/014eca51fe3b648028/ Tutti i Racconti - 5 Volumi by Katherine Mansfield ISBN: Nessuno | Altri http://www.anobii.com/books/Tutti_i_Racconti_-_5_Volumi/0178674253db9af5cd/ Come diventare se stessi 1 David Foster Wallace si racconta by David Lipsky, David Foster Wallace ISBN: 9788875213619 | Copertina morbida http://www.anobii.com/books/Come_diventare_se_stessi/9788875213619/01ec8e2c7932aca5e5/
------------------------------------- Questo è un messaggio automatico. Per contattarci, scrivi a contact@anobii.com -------------------------------------
ione_sociale/01970a176eb82f4fa3/ Da dove vengono i sogni by David Vann ISBN: 9788845269899 | Altri http://www.anobii.com/books/Da_dove_vengono_i_sogni/9788845269899/018093ef06d1337312/
Comunque vada non importa by Eleonora C. Caruso ISBN: 9788897404088 | Altri http://www.anobii.com/books/Comunque_vada_non_importa/9788897404088/01bd56f45a36e55c69/
Suonare il paese prima che cada 1 Musica dagli anni zero by Meg, Dente, Enrico Gabrielli, ... ISBN: 9788895029375 | Brossura http://www.anobii.com/books/Suonare_il_paese_prima_che_cada/9788895029375/018956fd459582df2a/
Il posto della scienza 1ª ed. Realtà, miti, fantasmi by Edoardo Boncinelli ISBN: 9788804524526 | Altri http://www.anobii.com/books/Il_posto_della_scienza/9788804524526/01e945e238cfd0c4a0/
Elogio della fuga by Henri Laborit ISBN: Nessuno | Brossura http://www.anobii.com/books/Elogio_della_fuga/0108e1dacfbff194af/ Sofia si veste sempre di nero 1 by Paolo Cognetti ISBN: 9788875214401 | Brossura http://www.anobii.com/books/Sofia_si_veste_sempre_di_nero/9788875214401/01ef9cca380145b530/
Manuale per ragazze di successo by Paolo Cognetti ISBN: 9788875210342 | Altri http://www.anobii.com/books/Manuale_per_ragazze_di_successo/9788875210342/0176c526e883ddbb45/
Ulisse by James Joyce ISBN: Nessuno | Altri http://www.anobii.com/books/Ulisse/015bffdaf6411efd71/ Amleto by William Shakespeare ISBN: Nessuno | Copertina rigida http://www.anobii.com/books/Amleto/0158cc996ef2c00e4e/ Storia d'agosto, di Agata e d'inchiostro 1 by Nadia Terranova ISBN: 9788871066554 | Brossura http://www.anobii.com/books/Storia_dagosto,_di_Agata_e_dinchiostro/9788871066554/01846da987fc27135c/
La vita agra 10 by Luciano Bianciardi ISBN: 9788845249112 | Brossura http://www.anobii.com/books/La_vita_agra/9788845249112/010dd5180e27be314f/ L'epoca geniale 1 e altri racconti by Bruno Schulz ISBN: 9788806200886 | Brossura http://www.anobii.com/books/Lepoca_geniale/9788806200886/01f0f1dad644235a8f/ Un uomo giusto 1 by Elena Stancanelli ISBN: 9788806204280 | Brossura http://www.anobii.com/books/Un_uomo_giusto/9788806204280/0192232a9f440a279d/ Caro diario ti scrivo... 1 Con Matilde, Beatrix, Anna Maria, Emily, Silvina, Jane by Patrizia Rinaldi, Nadia Terranova ISBN: 9788871066172 | Brossura http://www.anobii.com/books/Caro_diario_ti_scrivo/9788871066172/0114b50b6d57b9f0eb/
Accabadora 1 by Michela Murgia ISBN: 9788858400098 | eBook http://www.anobii.com/books/Accabadora/9788858400098/010cf96c9f4c80ec23/ Esercizi di fantasia by Gianni Rodari ISBN: 9788835958260 | Altri http://www.anobii.com/books/Esercizi_di_fantasia/9788835958260/016b043009d5b47f61/
Le fiabe che curano Racconti popolari e psicoterapia by Verena Kast ISBN: 9788874474493 | Altri http://www.anobii.com/books/Le_fiabe_che_curano/9788874474493/01ff5b4c1e2e6e9117/
Come raccontare una fiaba 1 by Paola Santagostino ISBN: 9788870315493 | Brossura http://www.anobii.com/books/Come_raccontare_una_fiaba/9788870315493/013c8674cbdd526834/
Settanta 1 Nuova edizione by Marco Belpoliti ISBN: 9788806202217 | Brossura http://www.anobii.com/books/Settanta/9788806202217/01abc4194455780365/ Tredici racconti 1 by John Cheever ISBN: 9788860442444 | Brossura http://www.anobii.com/books/Tredici_racconti/9788860442444/01b6f60bdfb914cb86/ Cosa volete sentire 1 Compilation di racconti di autori italiani by Vasco Brondi, Peppe Voltarelli, Rossano Lo Mele, ... ISBN: 9788875213794 | Brossura http://www.anobii.com/books/Cosa_volete_sentire/9788875213794/0183b18a2e4e058e65/
Hanno tutti ragione 1 by Paolo Sorrentino ISBN: 9788807018091 | Altri http://www.anobii.com/books/Hanno_tutti_ragione/9788807018091/01b336bfe0f9b750a6/
Troppa felicità 1 by Alice Munro ISBN: 9788806200787 | Copertina rigida http://www.anobii.com/books/Troppa_felicità/9788806200787/01d3268c8264208a64/ ll Maestro e Margherita 1 by Mikhail Bulgakov ISBN: 9788880494508 | eBook http://www.anobii.com/books/ll_Maestro_e_Margherita/9788880494508/0117ce589ec99ea921/
La macchia umana by Philip Roth ISBN: Nessuno | Copertina rigida http://www.anobii.com/books/La_macchia_umana/01cc54ddef59cad456/ Odio Springsteen e gli U2 1 Poesie 1983-2011 by Federico Fiumani ISBN: 9788860632784 | Brossura http://www.anobii.com/books/Odio_Springsteen_e_gli_U2/9788860632784/019a9b161ffba53362/
Lettera di dimissioni 1 by Valeria Parrella ISBN: 9788806200169 | Copertina rigida http://www.anobii.com/books/Lettera_di_dimissioni/9788806200169/01375286fc67871791/
Nomi, cognomi e infami 1 by Giulio Cavalli ISBN: 9788896238370 | Brossura http://www.anobii.com/books/Nomi,_cognomi_e_infami/9788896238370/013e457d55b79c4c9d/
Racconti - vol. 1 1 by Anton P. Chekhov ISBN: Nessuno | Brossura http://www.anobii.com/books/Racconti_-_vol_1/014eca51fe3b648028/ Tutti i Racconti - 5 Volumi by Katherine Mansfield ISBN: Nessuno | Altri http://www.anobii.com/books/Tutti_i_Racconti_-_5_Volumi/0178674253db9af5cd/ Come diventare se stessi 1 David Foster Wallace si racconta by David Lipsky, David Foster Wallace ISBN: 9788875213619 | Copertina morbida http://www.anobii.com/books/Come_diventare_se_stessi/9788875213619/01ec8e2c7932aca5e5/
------------------------------------- Questo è un messaggio automatico. Per contattarci, scrivi a contact@anobii.com -------------------------------------
Etichette:
dritte di lettura
giovedì 20 dicembre 2012
io e tu
Vi amo tutti voi che entrate e uscite da questo blog, come amo me, che sto lì a guardare i commenti, le statistiche, le nazioni che hanno sfiorato questo spazio verde di parole nere.
perchè?
chissà.
per me?
non so.
curiosità?
embè.
grattarsi un po'.
spolverare.
vedere un uomo che brucia.
far parte.
gettare un po' di tempo.
odiare in solitudine.
questa è una cazzata.....che non cancello. Tutto dietro mi porto, pure la segatura delle mie illusioni.
ascoltiamoci 'sto pezzo insieme, a palla, eh!
perchè?
chissà.
per me?
non so.
curiosità?
embè.
grattarsi un po'.
spolverare.
vedere un uomo che brucia.
far parte.
gettare un po' di tempo.
odiare in solitudine.
questa è una cazzata.....che non cancello. Tutto dietro mi porto, pure la segatura delle mie illusioni.
ascoltiamoci 'sto pezzo insieme, a palla, eh!
Etichette:
parole improvvise,
una cazzata
lunedì 17 dicembre 2012
scatola di plastica
Mi sono preso
una scatola di plastica, di quelle che si ripongono negli armadi, con coperchio
e chiusura ermetica. Vado nei posti dove conduco i laboratori per bimbi
piccolissimi e i loro papà, con questa scatola di plastica gialla. Mi sento un
po’ come F.F. quando arrivava sul palco, negli anni ’90, con un borsone da
palestra piena di cavi, jack e altre
cosette per il concerto. Come lui in quegli anni (almeno credo) anch’io in
questo periodo mi sento in bilico tra il fallimento e la voglia di insistere,
magari fino al fallimento, che potrebbe essere un inizio in bilico.
Di far parte del
mondo delle parole – solo parole e niente vita – non se ne parla; di aggiustare
il tiro nei confronti dei miei capi attuali e ripartire, proprio no. Resta il
coraggio di mostrare le braccia senza tatuaggi coi muscoli tutti intatti,
disegnati da un gene inquieto e irriducibile. Sono gli stessi muscoli del
ragazzo che ero, di passaggio nelle stazioni arrugginite degli anni ’80, in
quelle sale d’aspetto piene di pedofili che non avevano ancora sulla schiena questa
definizione scialba quasi a legittimarli. La stazione termini era piena anche di
tossici, che loro hanno sempre avuto le peggiori definizioni sulla pelle,
perché della loro condizione derelitta aveva sete quella società: erano il
confine spinato da cui strappare i figli già viziati d’inganni finanziari, e
pieni di solitudini di benessere allucinato. Non ero adatto a quegli
estremismi, a quelle manie di postumi da benessere mal gestito; aggiravo quei
pericoli senza fatica, sicuro dello splendore che nascondevo sotto la
maglietta. A me bastava girare per le città col naso all’insù e fiutare gli
innamoramenti che esplodevano tra le vetrine e le panchine. Roma mi eccitava
per tutto il tempo che la calpestavo con quel mio passo veloce e sincero. Avevo
bisogno di questo allora.
Insomma, con
questa scatola di plastica provo a risistemare l’inventario delle mie aspirazioni,
sputando fuori il già visto per continuare ad aspettare nel mio giardino di
foglie gialle le persone migliori, quelle che ti fanno le domande e
s’immaginano le cose che racconti. Che ascoltano, come faccio io con loro,
sempre, ogni singola parola di racconto, ogni inciampo a cui presto orecchio e
braccia. Non sono un buono, no, ma so
di essere sensibile, e questo a volte significa complicarsi la vita; so di
essere attento utilizzando distrazioni che vanno a cercare i dettagli
sconosciuti alle masse. Che, come da mille anni, sono macigni con cui trattare per
avere lo spazio necessario per amare e continuare a lottare. Senza farsi
impaurire restare in bilico tra l’odio e tutto il vuoto intorno che ci
protegge.
Stanotte riconoscere
il dolore e tenerlo al fresco, accanto al latte.
(incipit) Quella
capanna lurida di cocci e legno ha seppellito ogni possibile conformismo, da lì
ogni mattino mi sono risvegliata, e il lenzuolo ipocrita, abbagliava ogni
ripartenza. Già al pomeriggio, in
quell’ufficio metallico balbettavo e tremavo davanti agli altri e le cosce mi
buttavano giù. Senza pronunciarne una le mie parole urlavano schiaffi dalla
bocca. E tu dal treno grigio ancora non mi amavi.
Etichette:
parole improvvise
mercoledì 12 dicembre 2012
la macchia umana, di Philip Roth
Con questo libro di Roth sono cresciuto come lettore. Ora posso dire di aver assorbito tanta di quella rimbombante complessità, da risultare semplice la visione d’insieme. Ho goduto dei ritratti netti che i personaggi indossano nel romanzo, coi loro panni delle mille corruzioni, e delle infinite gabbie del male. Dell’autentica e zoppicante capacità adattiva. Dell’amore costruito nel tempo, e di quello improvviso. Del sesso cosi com’è. Inoltre ho imparato un po’ delle cose accadute in questi anni negli Stati uniti, e nell’Occidente tutto. In fondo posso dire che questo libro ha fatto anche emergere alcuni dei miei misteri oscuri, quindi ignoti, e appena appena percepiti al volgere di certe pagine potenti. Questo è avvenuto leggendo avidamente del percorso esistenziale di Coleman, e seguendo l’inquietudine di Faunia come se fosse una derelitta per poi scoprire, appena entra in scena il suo pensiero snocciolato, che la sua profondità non è misurabile in un quarto d’ora, tanto meno esige compassione a buon mercato. E’ molto di più, che ancora non ho del tutto elaborato.
Con questo libro di Roth sono cresciuto come lettore. Ora posso dire di aver assorbito tanta di quella rimbombante complessità, da risultare semplice la visione d’insieme. Ho goduto dei ritratti netti che i personaggi indossano nel romanzo, coi loro panni delle mille corruzioni, e delle infinite gabbie del male. Dell’autentica e zoppicante capacità adattiva. Dell’amore costruito nel tempo, e di quello improvviso. Del sesso cosi com’è. Inoltre ho imparato un po’ delle cose accadute in questi anni negli Stati uniti, e nell’Occidente tutto. In fondo posso dire che questo libro ha fatto anche emergere alcuni dei miei misteri oscuri, quindi ignoti, e appena appena percepiti al volgere di certe pagine potenti. Questo è avvenuto leggendo avidamente del percorso esistenziale di Coleman, e seguendo l’inquietudine di Faunia come se fosse una derelitta per poi scoprire, appena entra in scena il suo pensiero snocciolato, che la sua profondità non è misurabile in un quarto d’ora, tanto meno esige compassione a buon mercato. E’ molto di più, che ancora non ho del tutto elaborato.
Ogni personaggio di questo libro concorre, con la dignità nei passi, per
un posto nell’olimpo delle storie da studiare tra mille anni, così da tentare
una lettura definitiva su quel che siamo oggi noi occidentali nevrotici e
insaziabili, adorabili e informatissimi, in questi anni complicati dalla noia.
E non solo. Anche per mantenere uno specchio lucido - avendo intorno una
cornice dorata e tagliente – dove far specchiare le nostre facce sature di
presunzione.
Roth riesce a far penetrare i personaggi e le loro azioni senza che te ne
accorgi, col risultato di racconti nel racconto, di sentimenti che rimbalzano
senza fermarsi mai. Questo credo sia davvero bello, contemporaneo e generoso
che accada davanti ai nostri occhi sensibili.
Non solo. Con la lettura de “La macchia umana”, sono arrivato anch’io
davanti a un lago ghiacciato, prima di addormentarmi, da dove osservavo il male
come un intreccio di paure e desideri tra il candore e la neve, e quindi ricevendo
la conferma per la vacuità di ogni redenzione da compiere la domenica mattina.
Prima dell’aperitivo. Semmai, rovistare dentro di noi nelle secche di certe
sere d’inverno, con l’umidità ai massimi livelli, e le energie residue spente
da orribili persone di cui desideri la sparizione, che poi non basta farli
fuori col pensiero, perché la notte è immensa e accoglie ogni disfatta,
includendo gli spettri vestiti con le tue ansie migliori.
Avrei voglia di leggere come esigenza pari al bere, visto che quando è
asciutta la mia mente sbando arraffando il peggio che circola in giro: deformo
il mio mondo e lascio entrare il marcio.
Regalatemi libri a Natale o al mio compleanno, perché il vino lo prendo
io.
Etichette:
dritte di lettura,
mie letture
giovedì 6 dicembre 2012
santo cielo!
Maledizione ai
giorni lungamente grigi. Oggi avevo in
programma di andare alla fiera “Più libri più liberi”. Io e mio figlio. Ma un
dolore alla testa a seguito di una giornataccia lavorativa hanno decretato una
ritirata urbana. Eccomi solo col pc e musica dei Cccp a tutto volume. La casa
sembra un club anni settanta, fuori la quiete di un quartiere come tanti della
periferia, dentro fiamme e dolenti note. Poco prima, in vena ballereccia,
abbiamo ascoltato “Quelli che ben pensano”, poiché ai figli gli piace ascoltare questo pezzo in
alternanza con Il Piotta. Sembrava un mini-club del centro sociale occupato.
Insomma, ci siamo sforzati per smorzare ogni angoscia, ogni assenza che tuona
già all’uscio come ascia lucente. Balla ragazzo, scaccia la quiete che si
traveste da prete. Intanto “La macchia umana” aspetta di essere finito, per concederti
lo stupore di un tempo e di una società che corrode ogni creatura a dispetto di
quel bene tanto divulgato dal prete di sopra.
Preti e parenti
mi stavano rovinando, ma la musica e certi libri mi hanno tirato fuori da quella
melma infima. Ora sono qua, dentro a una serata ampia con la finestra alle
spalle e tutti i crimini con essa. Un muro bianco davanti da sfondare con
parole aguzze, coi respiri decisi di vetro. Le tazze di melissa da sorseggiare.
Uno a uno i vecchi tromboni da trascurare. Credere un po’ di più agli amici,
alle persone della mia età, e a quelli che sfiancano l’ipocrisia ogni santo
giorno, e nessuno a premiarli o a dargli una carezza. Santiddio! Diavolo!
Una carezza per questa mia generazione che sta sballottando tra un passato
glorioso e cazzuto (si fa per dire…) e un futuro non pervenuto. Una parola
dolce d’incoraggiamento per queste facce una diversa dall’altra, per questi
occhi all’ingiù che cercano mattonelle bizzarre da attraversare. Santo cielo!
Diluvia sull’ovvio dei nostri padri e sciacqua quelle mani di fango di Luisella
che sgobba tutto il giorno al call center e che aspetta Gianni ogni sera con le
sue delizie di sogni farciti di crema contemporanea. Ascoltali mentre Andrea ed io li asciughiamo
con cura amorevole nei dettagli, e falli arrivare freschi e forti al prossimo
mattino. Al resto ci pensiamo noi, che siamo pronti a non restare.
Etichette:
parole improvvise
mercoledì 28 novembre 2012
sette domande a Max Collini (offlaga disco pax)
Dopo aver assistito all'ultimo concerto a Roma degli Offlaga Disco Pax, in un'atmosfera intensa e densa emotivamente, la curiosità mi ha spinto, in quell'occasione, di scambiare due chiacchiere con Max Collini per approfondire la sua conoscenza umana e artistica.
peppe stamegna

Com’è nato il
progetto degli Offlaga Disco Pax?
peppe stamegna
Esattamente all’inizio del 2003. Enrico venne a trovarmi per chiedermi se
potevo essere interessato a utilizzare in altra forma i racconti che stavo
scrivendo in quel periodo, racconti nati senza alcuna altra intenzione se non
quelli di restare un esercizio di scrittura e niente altro. Avevo quasi
trentasei anni, mi sembrò un’ idea bizzarra ma sposai la causa immantinente.
Daniele era appena stato informato via telefono da Enrico della cosa e anche
lui aderì al collettivo il giorno stesso. Iniziammo a provare, fu divertente ed
ecco nati gli ODP. Quelle ore probabilmente ci hanno cambiato la vita, ma non
ne eravamo certo consapevoli. Ancora adesso, dieci anni dopo, penso che il
nostro inizio sia stato figlio di una congiunzione astrale di eventi cosmici
irripetibili.
L’innesto dei tuoi testi
con le musiche di Enrico e Daniele come avviene?
Spesso partiamo dal testo, nel senso che difficilmente
Enrico e Daniele compongono senza tenere presente le atmosfere che per
similitudine o per contrasto i miei racconti o le mie liriche suggeriscono
loro. Non è sempre così, ma nella maggior parte dei casi si parte da quello. La
sala prove è però fondamentale anche per la mia scrittura definitiva: solo con
le musiche mi rendo conto di come il linguaggio può funzionare, la stesura del
testo e la sua resa narrativa con la voce non può prescindere dal suono in cui
viene inserita e non è raro che io cambi parole e frasi o almeno la loro
lunghezza e costruzione proprio in funzione di questo.
Sei consapevole delle
emozioni che riesci a far circolare durante i concerti? E dalla tua posizione
sul palco, cosa provi?
Sembrerà strano, ma anche dopo quasi dieci anni e
quattrocento concerti non sono mai completamente a mio agio sul palco. C’è
sempre un tratto di tensione, di ansia da prestazione, di vago disagio nel
mettersi a nudo e di scarsa adeguatezza al ruolo che mi rende terribilmente
nervoso. Più che di trasmettere emozioni spesso sono preoccupato di tenere a
bada le mie, ma di solito dopo tre o quattro brani il concerto diventa più
sereno, mi tranquillizzo, nelle occasioni più felici riesco anche a lasciarmi
andare un po’ di più e può accadere che mi esca una battuta o una
considerazione imprevista su quanto succede. Se parlo sul palco tra un brano e
l’altro e non mi limito alla sola presentazione del pezzo (già quasi sempre
scritta sul leggio per non sbagliare) significa che sto bene e che sono
rilassato, altrimenti è sostanzialmente impossibile che io scherzi o parli col
pubblico più di quanto già faccia attraverso i testi. Non si direbbe, immagino,
ma il palco mi annichilisce quasi sempre.
Da tempo leggo i tuoi
racconti, già dalla mailing list “neosensibilista”. Riesci a rappresentare un
presente ancora non del tutto raccontato, e per farlo spesso utilizzi pezzi di
storia personale che gravitano intorno all’universo Reggio Emilia. Qual è la
tua urgenza quando inizi a scrivere?
Proprio nessuna urgenza, da tempo sono diventato assai lento
e poco prolifico nell’approcciarmi alla narrazione. Sarà che il gruppo ha
assunto una sua specificità per cui ora scrivo pensando quasi esclusivamente a
quello, per cui mi cimento molto meno nel semplice diletto. Non è una cosa
voluta, così è avvenuto e così è al momento. Forse la responsabilità che
comporta oggi stare negli ODP ha un po’ limitato l’aspetto gioioso della cosa,
ma non posso farci nulla.
Nelle cose che scrivi
scorre molta Storia. Come se ci fosse una volontà di recuperare facce, gesta e
umori che altrimenti si perderebbero. C’è la volontà di sanare una ferita
storica, personale?
Se c’è è del tutto involontaria, non è uno scopo preciso
quello che agisce sulla mia “poetica”, se così vogliamo chiamarla, se non
raccontare una storia, qualunque essa sia. Certamente il mio imprinting culturale
è legato a un periodo che sta tra il riflusso, il declino e poi la fine del
patto di Varsavia e il conseguente nuovo ordine (o disordine) mondiale. La
scomparsa del PCI che ha accompagnato tutto questo è il lutto fondamentale che
ha segnato il mio esistere in quel momento, è quella la vicenda che in qualche
modo incide anche adesso sul mio sentire.
Che cosa stai
leggendo in questo periodo? E cosa ascolti?
Da parecchio tempo leggo appassionatamente tonnellate di
romanzi gialli svedesi, con una predilezione assoluta per Henning Mankell. E’una
cosa imprevista: fino al 2008 non avevo mai letto un giallo in vita mia,
nemmeno Simenon o Conan Doyle, per dire. Questa passione è nata per caso un
giorno in treno, mentre snobbavo come tanti altri la trilogia di Larsson mi
sono trovato davanti il primo volume: apparteneva alla signora di fronte a me e
che nel frattempo stava leggendo altro. Me lo ha prestato, l’ho iniziato, mi
sono appassionato all’istante, sono sceso dal treno e l’ho comprato subito per
poter continuare la storia. Da lì è nato l’amore per la Svezia, paese che ho
poi visitato nel 2009 viaggiando in macchina da Reggio Emilia fino a Stoccolma
e soggiornando anche a Ystad, la cittadina del commissario Wallander (un posto
che sta a Wallander come Vigata a Montalbano, per capirci).
Kurt Wallander è il personaggio che ha segnato la carriera
di Henning Mankell, lo scrittore che ha influenzato più di tutti assieme alla
coppia Maj Sjöwall e Per Wahlöö i tre romanzi di Larsson. Ora che ho esaurito i capiscuola
mi accontento delle seconde file: Asa Larsson, Camilla Lackberg, cose così. Non
è la stessa cosa, ma si fa come si può. So che molti si aspetterebbero da me
letture più sofisticate, ma io sono un geometra, non ho studiato filosofia, la
mia cultura letteraria ha dei limiti e mi piace leggere anche per il mero
divertimento che questo comporta e non sempre ho voglia di applicarmi. Di
recente ho letto “La vita agra” di Bianciardi, ero sempre stato prevenuto,
chissà poi perché, e invece è stata una bellissima sorpresa. Ringrazio davvero chi me lo ha regalato,
facendomi superare un pregiudizio atavico davvero immotivato.
Ti trovi a tuo agio
nella scena musicale indie italiana? Quali sono i gruppi con cui vorresti
collaborare?
Di norma mi trovo a mio agio ovunque, l’ambiente “indie” non
è poi così diverso da ogni altro ambito lavorativo e/o ludico. Certo, ha le sue
regole a volte un po’ astruse, ma è da lì che in qualche modo e con varie
sfumature veniamo, anche se ai primi concerti a più di qualcuno sembravamo dei
veri alieni! Non essendo un musicista non so rispondere precisamente alla seconda
parte della tua domanda, ma il “collega” che ammiro di più in termini di
espressività dal punto di vista letterario è Simone Lenzi dei Virginiana
Miller. Per la mia sensibilità i suoi testi sono bellissimi e in qualche caso
“importanti”. Ho letto di recente anche il suo romanzo d’esordio “La Generazione”
e lo consiglio. Da quel libro Virzì ha tratto spunto per la sceneggiatura di
“Tutti i santi giorni”, il suo ultimo film. Ovviamente libro e film non sono
proprio la stessa cosa e per quanto il film sia divertente il romanzo, come
quasi sempre accade, mi ha colpito di più.
Etichette:
intervista
mio padre io e le storie
Mio padre aveva un corpo tozzo di
muscoli e nervi, io no. Aveva uno sguardo torvo e penetrante, io no. E mi
voleva bene, questo senza corredo di parole, poiché quelle poche che utilizzava riguardavano
debiti, ingiurie o litigate con mia madre. Ma anche battute fulminanti o accenni di canzoni
a tema - se pioveva ne aveva un paio all'occorrenza - e suoi dolci ricordi d’infanzia. Riusciva a recuperare, l’affetto intendo,
con lunghe passeggiate silenziose che a me apparivano mete graduali per
arrivare all’amore totale. Solo per me. Così non era, ma ricordo la sua gioia quando capiva che lo ascoltavo fremente la sera sotto le coperte: racconti tragici o comici, di paura o
realmente accaduti. Storie. Mio padre era semi-analfabeta, ma leggeva tutte le
riviste accumulatesi durante l’inverno, che mia zia da Roma portava al paese.
Tutte. E le rileggeva pure; avesse avuto dei genitori sensibili almeno la
“Domenica del corriere” gliel’avrebbero comprata. Invece, solo fatiche di mare.
Io leggo, da sempre, anche se a scuola in italiano avevo al massimo cinque. E
la grammatica sta a me come la legalità sta a Berlusconi. Mio padre non mi seguiva coi compiti, gli interessi o gli stimoli che gravitavano intono a me, e
io, spero, invece di farlo coi miei figli. Ma è un altro discorso, un’altra
epoca, altri figli. Inutile leggere la storia come se fosse una strada lineare
e priva di buche…Quest’articolo mi sta facendo riflettere molto e quasi
spaventando dal piacere. Ma cosa scrivi? Cosa stai aspettando?
Lasciarmi andare verso strade già calpestate e
lo stesso amare la vita come un topo ama rosicchiare la guaina isolante del tetto.
Qualcosa dentro ci sarà, allora rosicchiamo il più possibile e facciamo tanto fracasso ché tanto
una trappola prima o poi ce la becchiamo pure noi.
Etichette:
parole improvvise
domenica 25 novembre 2012
caldo gelo tra di noi
Cala il gelo quando diciamo chi
siamo. Io col mio inadeguato e barcollante stare al mondo e tu, sereno, col tuo
attaccamento agli affari che contano. Ma tu sei buono, lo so, e ti voglio bene,
lo sai, ma questa fratellanza non può più durare in questa fetta di storia di
abbondanza maledetta che stiamo vivendo. A me tocca di continuare a starmene
tra le pieghe sentimentali dei giorni e a te in quelle che condizionano la
realtà, e che decidono, e che armano i nostri giorni futuri. Il presente ci
rende uguali, fratelli, ma non lo siamo. Ammettiamolo! cazzo, ammettiamolo. In
questi anni mi sono fatto pressare dai sensi di colpa di una famiglia fragile,
e così lo Stato, il sistema, e alcune decine di cooperative sociali, mi hanno
lasciato espiare tenendo a bada delinquenti e adorabili pazzi. A volte anche bimbi
molto più sfortunati di noi, oltre alla indefessa assistenza di anime sensibili
in preda a crolli ciclici. Pensavo di essere forte e unico, nel mio settore e
tra gli amici. All’improvviso un vento glaciale ha spettinato tutte le mie
velleità, e sono rimasto seduto ore e ore sul gradino di marmo: fuori il grigio
mangiava il blu, e gli uccellini anticipavano la migrazione esotica.
Ci sono stati giorni di sbandate
emotive fatte di conati e arrabbiature. Qualcuno mi ha abbracciato e altri
scacciato con eleganza contemporanea: vai dallo psicologo! E ci sono andato, e
ora sono tornato nel traffico delle parole, soldi, amici, vino e votiamo
Vendola, così giochiamo bene il nostro ruolo di guardiani del giusto. Bah,
intanto oggi mi sono visto un film che mi ha schiaffato in faccia la realtà che
ci giostra da anni da renderci quasi tutti piccoli piccoli ogni mattino, sotto
pensiline minuscole e la pioggia a vento che ci inzuppa; e noi subito a
scriverci poesie su, per far arrivare il bus in ritardo, che si sa che il
romanticismo rallenta ogni movimento. Ci resta il piacere dei corpi freschi che
ancora sentiamo addosso, e tanta legna da ardere per stordire dentro serate
ventilate nelle nostre strette e immense case.
Venendo a scrivere al piccì mi sono
staccato dagli affetti, credo che ogni vera scelta debba seguire quest’andamento
rinunciatario. Ecco, io non cambierò mai. E vincerò lo stesso. Scrivendo di me
e di te, che siamo stati belli anche senza trucchi.
Etichette:
parole improvvise
lunedì 19 novembre 2012
manifesto
Oggi ho visto un manifesto che
pubblicizzava un evento letterario. Dichiarava che si trattava di letteratura
libertaria, ribelle o giù di lì. C’era scritto di editori precari e anche
scrittori precari, e poi una serie di figure precarie o ribelli o clandestine.
Slogan. Solo slogan. Fino all’altro ieri anch’io campavo di slogan, i miei manifesti
erano le parole prese a prestito da situazioni gonfiate già da altri. Dagli
anni settanta fino all’altro ieri. Sono stufo. Sono sereno. Perché ho scelto di
parlare con i miei piedi, e di raccontare con le mie debolezze. So di poter far
meglio ma anche di non fare nulla. Avrei dovuto strappare quel manifesto pieno
di slogan, ma perché? In fondo non m’interessa contrastare qualcuno o qualcosa,
vorrei soltanto affermare il mio mondo, il mio limite verde.
L’altra sera ho assistito a un
concerto di un gruppo che fa musica gradevole, con impegno e stile. Eravamo una
ventina a sentirli eppure oggi penso commosso alla loro gentilezza e al loro
furgone pieno di strumenti e ambizioni. Giusto che sia così altrimenti perché
non cantare soltanto per la propria fidanzata?
L’altra mattina ho coordinato un
gruppo di papà coi loro bimbi, credo sia stato un momento di serenità per me e
per le loro storie acerbe. Ci sporcavamo le mani assieme senza conoscere i
nostri segreti intimi, e con essi le nostre ambizioni, le nostre fughe da
vicoli stretti. Vedere una collaborazione viva tra i bimbi e i papà e tra bimbi
e bimbi, e tra me e tutti loro, in una stanza di luce obliqua che metteva in
rilievo le forme appena realizzate, be’, tutta questa mescolanza umana mi ha
proiettato fuori dall’incubo durato vent’anni. Il piano è resistere, dice il
cantante.
Etichette:
parole improvvise
domenica 18 novembre 2012
lago ghiacciato
Tonino scende di corsa le scale del
policlinico. Una volta all’uscita si ferma e guarda il grande piazzale del
parcheggio. Sembra ghiacciato d’auto. Minuscole persone che staccano dal turno
anch’esse. Il gabbiotto del parcheggiatore è buio, si riconosce per abitudine d’orizzonte.
Il tondo fascio dei lampioni gialli non arriva a coprire l’enorme lago
ghiacciato. Qua e là ciuffi d’erba sopravvissuti al calpestio pensieroso dei
visitatori ansiosi di arrivare il prima possibile dallo specialista, o dal
parente ricoverato. Il rumore di tazzine scaraventate con stile da baristi
scalmanati è solo ricordo di giorno, niente, ora c’è soltanto il lago
ghiacciato.
“Ciao Grazia, niente, sto in rosticceria
e volevo chiederti se ti va di mangiare con me il pollo alla diavola”.
“ Ti ricordo che non viviamo più
assieme da mesi, sei un po’ distratto…”.
“ Già, ma avevo voglia di divorare il
pollo con te”.
“ Senti finiamola qui prima di sprecare
venti euro di telefonata per niente”.
“ Benone! E tu, cucciolo mio, come
va? Non ti sento mica sereno, come mai?”
“ Niente, solo stanco di una giornataccia
di lavoro…ma cosa fai, ora, che fai?”
“ Sto andando al cinema, vieni pure
tu, dài”.
“ Al cinema? No, no, mangio qualcosa
e vado a dormire. Grazie però”.
“ Vabbè non insisto, perché tu sei proprio
un capoccione. Un bacio”.
Sbatte la porta sovrappensiero. Ma il
rumore lo scuote lo stesso e gli indica il tormento da seguire. Così si siede
davanti al portatile e comincia a scrivere.
Intanto Tonino contava gli ossicini del pollo
grattandosi il capo lentamente.
Il pantalone a terra forma una V e
dirige lo sguardo verso i suoi piedi minuti. Le unghie viola sembrano morte e
le caviglie mostrano una tensione appena vinta. Tonino osserva il corpo
rannicchiato di Sara rimbalzando di tanto in tanto lo sguardo verso il soffitto,
come un flipper impazzito dove non si vince mai. Di scatto, dopo averle
studiato ogni venatura e ogni piega della carne, le accarezza la nuca
ripetendo, anche se con un ritmo più lento, gli stessi movimenti del pompino
appena ricevuto. Subito dopo Sara si è addormenta di colpo, succede che si
addormenti sopra la sua pancia dopo l’intimità di quei momenti. L’aria della
stanza è umida e fa pensare alle lagune con quei rospi sazi a fare da guardia
al buio lungo la riva sabbiosa. Dopo averla accarezzata, va allo scrittoio e
comincia a scrivere nervosamente.
Tonino rientra nel salotto
stringendosi le braccia. Osserva lo sguardo infantile di Sara mentre va verso
la cucina. Il primo caffè va bevuto da solo.
Etichette:
cantiere raccontelli
Iscriviti a:
Post (Atom)