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sabato 29 marzo 2014

quanto è bello questo ragazzo che scrive per me

Guardatelo quanto è bello questo ragazzo che scrive per me, instancabile, dentro questo verde blog. Sì, lui mi comanda spingendo le mie parole verso un vuoto magico. Tra quelli che sono arrivati a questa terza riga, chiedo, sul serio, se sanno di cosa sto vaneggiando, se un po’ almeno lo immaginano. 



       Lavoravo in una casa famiglia per minori del Tetto azzurro, impaziente di scapparne il prima possibile. Come prima di entrare in turno il sabato sera, percorrendo viale Regina Margherita con le macchine festanti che sfioravano la mia angoscia, in quei momenti mi compariva l’immagine di mia moglie con nostro figlio appena nato nella culla, a casa, a trenta minuti di distanza da me, allora, per evitare il crollo psichico, quasi mi abbracciavo il semaforo rosso pieno di adesivi svuoto-cantine. Ma in quel posto c’era anche una cosa più pesante da sopportare; un educatore sardo-milanese, comunista, di quelli che frequentano nicchie di eletti e vogliono convincerti, sussurrandotelo durante il turno notturno, di come arrivare al potere senza spargimento di sangue.
      Infatti.
      Ci fu una riunione urgente convocata dai capi, dopo una nostra (scritta da me) dura lettera sindacale indirizzata alla Provincia. Eravamo pochi i presenti attaccabili. Ci fecero neri. Io mi difesi con la morte dentro, urlandogli contro il mio disprezzo, e una mora psicologa freudiana mi disse: ma quando impari a trattenerti? Morii all’istante, la mia candida rivalsa solitaria. Lui, il comunista praticante, si presentò soltanto alla fine della riunione col casco sottobraccio, mentre stavamo sfiniti e bastonati davanti alla macchinetta a prendere un caffè amaro. Da lì a sei mesi lui divenne il coordinatore. Mentre io cominciavo a lottare contro gli attacchi di panico. Eppure, solo qualche mese prima mi arrivò una soffiata del segretario: stavo nei piani dei capi psicologi come prossimo coordinatore. Il giorno dopo m’iscrissi al sindacato. Il resto l’ho già raccontato.

Oggi il ragazzo che batte i tasti neri coi caratteri bianchi vuole capire il perché tragico che si annidò in quella scelta, e lo fa senza giudicarmi, poco prima di abbracciarmi.

domenica 16 marzo 2014

Il mio coraggio e la mano di Gipi

Mi rigiro nel letto e con me girano tutti gli incipit possibili per raccontare di come sono incazzato. Niente, questo è il migliore.
Ieri a Libri Come mi sono ascoltato tutto l’intervento di Gipi, e le domande che gli faceva Fofi riguardo al suo libro. Colpito da quel suo dolore onesto colorato di parolacce, che mio figlio fingeva di non ascoltare, mentre giocava con Pou sul mio cellulare, quando poi alla fine ce l’avevo davanti per stringergli la mano, impaurito, e senza coraggio me ne sono andato a una festa di compleanno. Ero inquieto. Arrivo e divoro olive e pizza. In giardino si parla ancora della Grande bellezza, dei vecchi film di Sorrentino, ma poi siamo finiti a parlare di Pennacchi. E racconto del suo essere progressista, e di come io sia condannato a esserlo, per via della povertà dei miei nonni che ancora volteggia sulla mia casetta riscaldata. Ebbene, quando il mio amico sposa la causa di Mauro Corona, sul dramma dell’umanità di aver perso l’abilità di accendere il fuoco con le pietre, sono sbottato. Educato, ma sbottato, ho detto: mo’ quando ti perdi nel bosco hai il Gps, e su, basta con questa nostalgia che si possono permettere solo i ricchi.  E lui: dovevi essere più coraggioso e invece di comprare la casa avresti dovuto comprare un terreno, un agriturismo. Incasso e penso che questo è proprio matto. Come in trance gli rifilo tutto il coraggio che (io sì) ho avuto di cambiare lavoro ogni volta che percepivo sarebbe diventato un limbo. Di tutte le volte che ho tentato invano di creare Cooperative sociali con gli amici, lui compreso: ah! affetto per gli amici, quanti freni che produci. Stremato, con un bicchiere di vino in mano, concludo che io ancora ci credo. A cosa? chiede lui, dopo che era riuscito solo ad accusarmi di andare troppo sul personale. E io di nuvole non parlo, quando sento accusarmi di non aver avuto coraggio in passato. Embè. Amico stasera ti ho battuto.
A pensarci bene, forse un po’ di ragione ne aveva il mio amico. Sì, perché ieri non ho avuto neanche il coraggio di stringere la mano a Gipi e chiacchierare con lui, ché oramai, tra libri e pezzi suoi su internet, lo frequento di più che questo mio vecchio amico. Ecco. Il punto. A quest’amico voglio bene, ma il suo farmi incazzare non riguarda più la sua persona. Oramai sto più su twitter che al telefono con gli amici. Solo che poi quando questi di twitter li vedo e li annuso in pubblico, be’, un po’ mi spaventano. Come dice Pennacchi: se fossi stato amato da piccolo, chisenefregava di scrivere libri da grande. Ed io: se avessi avuto il coraggio di stringerli la mano, chissenefregava di litigare con il mio amico un po’ depresso?

Ti dedico questa canzone, amico rassegnato.






lunedì 10 marzo 2014

facce, sguardi.

Di come arrivano le facce, gli sguardi e gli abbracci. Di come ogni cosa sa di quella cosa che pensavi da quell’inverno là. Senza finzioni, solo odori che espandono sogni e vita eterna. Mi cibo di feste, incontri organizzati, dove lasciar contaminare pensieri e parole: una via che facilita la vita. Di una serata. Di un periodo. Di un’epoca che sta già nel ricordo. Ma che bello ricordare senza piangere di rabbia. Il gusto del travestimento che appare come gioco: la mimesi di vite altrui vestite in lontani pomeriggi adolescenziali. E tu dov’eri? Bevevi alcol? Ti facevi le canne? Pensavi all’amore complicato? Io non c’ero. Ma tutta quell’aria azzurra e quei vicoli, strade nere, discese e piazze enormi per le nostre storie da nascondere, c’erano già e sapevano di te. La tua semplice bellezza che apparteneva a tutti. Pini marittimi inclusi. E le spiagge d’inverno. Quel comico rintanarsi nelle cabine aspettando la risposta.

Ieri la risposta l’hai trovata e ti sei girato di scatto verso il giardino pensando al bene che ricevi da questi momenti, da quelle parole, e da quegli sguardi che desideravi dal 1985, marzo, o giù di lì. Il limone era esploso nel frattempo.


mercoledì 5 marzo 2014

Cronaca Vera

A otto anni leggevo Cronaca Vera. In campagna durante la controra, sotto il pergolato di uva pizzutello. Dormivano tutti, pure mio padre, che intanto si era letto tutto quello che c’era da leggere: Cronaca vera, Oggi, Gente, Il Corriere dello sport e qualche Espresso capitato per sbaglio. A quindici anni ho cominciato a leggere Repubblica, che leggo ancora quasi tutti i giorni, al bar, a scrocco. A sedici anni, complice l’occupazione della scuola, e per darmi un tono, eccomi con in tasca l’Unità. Poi il Manifesto, perché crescevo come ragazzo di (quasi) estrema sinistra . Parentesi Max per le foto, che poi lì mi sono imbattuto in David Leavitt e Bret Easton Ellis. Anche Epoca, ve lo ricordate? Poi Avvenimenti, e Cuore il lunedì.


   
 Oggi, neanche se mi pagassero leggerei Il Fatto, mi incuriosisce solo per alcuni suoi blog. Il Manifesto già da qualche anno non riuscivo a capirlo fino in fondo. Mi piace leggere Il Magazine, La Domenica del sole. E soprattutto roba interessante su internet. Il Post, alcuni blog di interessanti pensatori contemporanei. Il resto, l’attualità, e quella polenta di polemica preventiva non mi attrae più. Evito tutte quelle riviste vicine alla santità. Mi annoiano. So che non sto nel giusto e mi pare logico che ci rimanga per un po': vorrei trovare un elegante equilibrio dentro la mia silenziosa ribellione. Solo mia. Come nel motto di Mario Lodi: ribellarsi facendo.

   Quando vado a tagliarmi i capelli mi leggo tutte le bassezze colorate del mondo, foderate di tette e immagini strambe. Una vecchia mania di devoto del patinato: è tutto quello che sono stato.



lunedì 24 febbraio 2014

l'arte dell'odio

Edward Weston

“Lasciati andare e comprati un motorino. Gira per le strade di Roma e guarda i balconi. Lascia stare gli uomini, i gatti e i monumenti. Guarda verso il tetto colorato, e non scordarti delle tue amiche”.

La testa si era congelata e la maglietta primaverile faceva il possibile per non drammatizzare la scena. Quella piazza tonda di sole serviva a poco. Antonio non chiamava. Stava con la moglie o dalla madre. E’ domenica. Centinaia di bimbi facevano rizzare i capelli ai busti risorgimentali. Salti, zuccheri filati, bici e papà spenti. Dietro mogli parlantine come al solito facevano due cose insieme: sfogarsi e guinzaglio allungato.
Il vento girava cattivo attorno ai loro corpi: volevo scappare da Antonio, magari fingermi badante sostituta della madre. Antonio non c’entra, è la mia desolazione che mi spinge verso questi rimedi consolatori. Antonio ama il mio seno, non la mia testa gelata. Antonio sogna il mio corpo, non i miei pensieri intorno alle gambe.
Eppure con lui sarei diversa. In quell’ora sarei mansueta e delicata. In quell’ora amerei anche mio marito.
Ieri il freddo aveva un nome: odio universale.

I miei pensieri ospiti di questo blog vanno a vanvera e cercano cuscini leggeri.





sabato 15 febbraio 2014

la settimana politica


Sabato (scorso) ho iniziato un laboratorio qui. Ho capito dov’ero davvero solo verso la fine, mentre pulivo il tavolo con la spugnetta e S. mi raccontava come era nato quel Nido. Una sensazione strana che un giorno racconterò bene.

Domenica risveglio con corse al galoppo verso il bagno. Pensavo fosse per un’esagerata cena calabrese, in cui sfidavo il papà di una mia amica mangiando peperoncini interi sott’olio come fossero babà. Mi sbagliavo. Era un virus di stagione, senza olio. Ho dormito stramazzato dalla testa ai piedi dalle cinque del pomeriggio alle undici dell’indomani. Con piccole pause per mostrarmi vivo alla famiglia.

Martedì semplice convalescente.

Mercoledì ho stirato magliette e pantaloni della ciurma per darmi un tono. Poi ho cominciato a leggere qualcosa su Platone.

Giovedì mi sono entusiasmato leggendo pezzi sparsi su internet. Volevo scrivere ma leggevo, contento. Poi la sera alla radio Fiumani dice che Gennaio è un pezzo impegnato e nel farlo dice cose davvero punk, a differenza delle sue ultime canzoni.

Venerdì come al solito sono felice e rincuoro tutti, ricordandogli che è Venerdì, eh! Poi mi capita nell'entusiasmo di coinvolgere una che lavora all’Ama e mi fa: ma io domani lavoro, eh! 

Sabato partecipo a una formazione per Educatori all’infanzia e, dopo che la formatrice esalta lo sforzo e la dedizione degli educatori privati a differenza di quelli pubblici, e subito dopo arriva l’applauso delle stesse educatrici private, poco esaltanti a dire il vero, intervengo, dicendo che questo è un ricatto da parte del Comune di Roma, e si deve dare di più alle persone che guadagnano 900 euro al mese. Poi sottovoce dico “nemmeno le suore”, oramai rassegnato a una condizione di minoranza maschile. Domani m’iscrivo a Zumba e la faccio finita con tutto questo sindacalismo femminista.

Domenica deve ancora arrivare, non per il sol dell’avvenir, ma perché oggi è sabato e io mi ascolto la radio astenendomi da ogni spargimento di sangue televisivo. 
Ah, me ne vado al cinema a vedere Smetto quando voglio.





martedì 11 febbraio 2014

Scrivere non serve a niente

Scrivere non serve a niente è una profonda bugia. Sì, che c’entra, leggere è ancora più necessario per rivedere le nostre vite, ma anche scrivere stuzzica l’amigdala. Giuro. Il problema sta nella sintassi, nei sostantivi e negli aggettivi giusti, da escludere. Questa è la premessa furba per raccontarvi che ho una gran voglia di scrivere di un antico senso di colpa che mi opprime dalla nascita. Spesso sfioro l’argomento, altre volte preferisco raccontarlo a persone care. Poi tutto sfuma. E ricomincio a prenotare assurde visite di controllo in giro per il Lazio. Tutti questi pensieri nella testa e poi, all’improvviso, mi ritrovo influenzato a casa a pensare alla storia di mio zio, che da Pola è stato deportato a Weimar e lì, allo sbando, ma libero, si è preoccupato insieme con altri marinai di dare degna sepoltura alla principessa Mafalda. Appunto. Una degna sepoltura è come risolvere un senso di colpa, ma dopo. Quando è in corso, è difficile. Quando stai nella realtà le cose sfumano, e poi a casa prima di chiudere gli occhi alla giornata, in quei momenti che uno dovrebbe farci un film, passano immagini nitide di amore e dolore a cui non sai dare un nome. Poi ti svegli e ridi con Fiorello alla radio o ti commuovi vedendo tuo figlio che solca per la millesima volta la sua amata scuola.
Non ci riesco nemmeno oggi.
Sapete da quando esiste questo senso di colpa? Dal 1939. Poi sopra c’è passato una guerra. Si è accesa una tivvù. La lavatrice ha cominciato a ballare in cucina. E poi le bombe non erano più tedesche né degli alleati, ma d’idioti capetti di dubbia ideologia.
E lei. Coi capelli lunghi posava su di una lambretta. Poi il bianco e nero si è dissolto e cercare nitidezza col colore mi è sempre risultato difficile. Chiederò a Claudio.

Un giorno racconterò meglio questo senso di colpa. Intanto invento fughe alla brasiliana. Mannaggia però, e se poi capisco davvero che scrivere non serve a niente?




Da domani voglio imparare anch'io dalla filosofia: ecco la prima lezione.


domenica 26 gennaio 2014

in fondo è domenica

Tre anni fa ho messo su questo blog, è successo durante una pre-insonnia di dicembre. Scappavo da facebook, quasi per scherzo e in contemporanea ad Andrea: si cazzeggiava via e-mail nel farlo allo stesso istante. Mi sentivo forte. Come mi sento forte e coraggioso quando clicco “Pubblica”; e le mie parole curate, spontanee e limate, fresche e ripetute mille volte in maniera diversa, sì, in quel momento di vertigine mi sento bello, e sono forte. Poi comincia la realtà. La mia ignoranza primitiva ricomincia a trainare la storia verso la salita. Allora comincio a mostrarmi come quello che c’entra poco col blog, e dichiaro che si tratta d’istinto e incoscienza, di una scommessa antica con mio cugino. Continuo raccontando di come mi sorprendo a tirare fuori coi denti le parole dal mio fegato. Poi in solitudine mi lecco il sangue sui baffi. Ecco, una stronzata così non la scrivevo da tempo, perché son diventato esigente, teso e implacabile verso la mia immaginazione. Chissà, magari se fossi un letterato, un cantante o una twittstar sarei pure apprezzato, ma poi martoriato, in privato, dove qualcuno sa fare il feroce per accontentare l’ospite di turno o la signora scollacciata in nero. Mi butto avanti con tutto il pessimismo finto che non mi appartiene. Fiction di serie C.

Mi sto sputtanando con questo blog? Mentre me lo ripeto per l'ennesima volta, anche ora, su questo tavolo ikea pieno di frutta e silenzio, sento una vocina suadente che mi suggerisce di continuare: disperdere le velleità e spolverare quelle idee di curiosità che hanno sempre esorcizzato il tuo domestico vuoto. Alle vocine suadenti lascio sempre la finestra aperta. Quella del retro.

Postilla mattutina: darei forse un braccio per sapere il motivo vero per cui ieri pomeriggio la mia testa abbia partorito il post qui sopra. Anzi, indico un torneo per salvare il mio braccio: suggeritemi voi una motivazione plausibile. Vi do degli indizi: freddo, dolce angoscia domenicale e "il gatto e la volpe" cantata a squarciagola con il figlio. Dopo è accaduto il fattaccio. Aiutatemi su.


Ora ascoltiamoci insieme ‘sto pezzo di stagione.


 E pure questo pezzo mi leggo.

venerdì 10 gennaio 2014

Tempo di imparare

 In questo libro ci sono parole dure, scavate e scolpite per mostrare la costruzione di una relazione. La prima parte è un vulcano: rabbia e solitudine, lava che non consola. Poi al centro nasce un albero, frutto di cura e attesa. Il resto è uno scoppio di pianto continuo, proprio perché trattenuto, che allaga lo specchio che tiriamo su per guardare una realtà ostinata, che abbiamo sempre temuto.
Stare nella diversità, praticarla nelle sale d’attesa di medici o nelle assenze alle feste, diventa la condizione di un’umanità sconvolta nelle viscere, non minoritaria ma nascosta. Valeria Parrella già in “Behave” ci raccontava di persone dentro mondi piccolissimi, spesso evitati o derisi. Lei raccontava senza preoccuparsene. Ho ammirato quel racconto. Qui, dopo lo spazio bianco, si è aperto uno squarcio che non ha senso tacere.
Le parole che mancano ad Arturo diventano sofferenza, preoccupazione quotidiana, ma nel dialogo con Miranda l’eccesso è gettato nel secchio ghiacciato delle statistiche. Dopo compare l’albero, un logogrifo che ci fa respirare, e si attraversa il solco e il dolore comincia a vestirsi di bellezza. Allora ce ne andiamo a spasso per un mare di parole più belle.
“Arturo non parla, ma pensa” dice con saggezza una bimba. Poi sorprende un invito che riceve Arturo da Antonio: può venire Arturo a giocare a casa mia? La madre intravede uno spazio nel mondo per il figlio e si arrende all’emozione; per questa sua conquista, di Arturo, che è forse pari alla traversata che fa sul ballatoio di casa. Il racconto si riempie di vita, di caffè, di sguardi, e si allontana leggero dalla voragine iniziale.

Eccoci a un convegno in cui la Superiorità della Madre - una lotta furibonda tra frustrazioni e conoscenza - è mostrata oscenamente. Allora tutti sembrano ritirarsi, tranne la sua forza: evoluzione della rabbia primitiva? I genitori dell’associazione sono ritratti accanto alla narratrice, partecipano e determinano l’ultimo tratto del libro. Che culmina, dopo averci fatto conoscere isole, mari, antichità e intimità, Ariel, il botanico e il trambusto napoletano, in una passeggiata sul molo che diventa un filo d’acciaio davanti a quella scuola gialla che frequenta felicemente Arturo. Non si spezza più niente all’orizzonte: come coriandoli le parole dell’albero ci accarezzano. E che fai non piangi anche tu a questo punto?


lunedì 6 gennaio 2014

un dono da donare

coperitna di Storia d’agosto, di Agata e d’inchiostro

   Pensavo di leggere un libro di Recalcati, o di Serra, insomma, qualcosa sugli adolescenti contemporanei, su mio figlio dodicenne. Una mia cara amica mi ha mandato ben due sms con tutta una serie di titoli da leggere. Grazie amica, ma ci ho rinunciato, già le festività ti riducono come una goffa entità celestiale rotolante, lasciamo correre va, ho pensato mentre mi lasciavo rotolare. Poi, l'altra sera, dopo aver riletto un bel racconto di Nadia Terranova, Via della Devozione, mi sono ricordato che avevo regalato questo libro a mio figlio:  Storia d’agosto, di Agata e d’inchiostro.  Eccomi in due mezze notti a leggere una bella storia di due adolescenti: Agata, dodicenne che si trova all'inizio di quest’età tribolante e Gabo, diciottenne, che sta quasi al termine dell'età difficile in questione. Be’, in quei dialoghi e in quelle atmosfere mi sono immerso in un mondo che spesso evito di osservare per quello che è: una disordinata e puzzolente, ma anche tenera e fondamentale, fabbrica di futuri uomini e donne. Preferisco far finta di saperne abbastanza, di quello che serve per affrontare questa battaglia adulto-adolescente, perché ci sono già passato, annuendo all’amico cogli stessi problemi; agendo come se mio figlio avesse ancora dieci anni, e vederlo ancora lì sulla bici davanti casa che scorazza felice e leggero. Cazzate. Ora sono padre di un adolescente, e la mia andata adolescenza è rimasta appesa come una bandiera sdrucita, secca, senza ancora un’accettabile comprensione che le dia degna deposizione nella storica bacheca personale. Tocca rimboccarci i pensieri e tuffarci sereni in questa nuova fase: vale per il figlio e vale per me, metà e metà di responsabilità. 

     A volte sembra che la Narrativa, quella letta sulla metro o a letto, in bagno o durante il placido sonno dei bimbi, ci faccia sentire meno saggi, di quando si leggono i Saggi, magari su una poltrona di pelle marrone, con una lampada giusta e un panorama mozzafiato davanti. Mi sa che è così. Eppure dopo certe letture ho uno slancio di energia che si sprigiona che m’impressiona; questo avviene da una condivisione, seppur minima e silenziosa, tra me e la scrittrice, tra lo scrittore e me, da storia a storia. Da te a me.

    Ecco, appunto, oggi ho cominciato a leggere un’altra cosa che mi riguarda, un altro sguardo da afferrare e trattenere almeno per qualche giorno: Però ce ne andiamo per un mare di parole più belle (cit.). 

sabato 21 dicembre 2013

Preziosi attimi

L’altra sera me ne andavo in giro per San Lorenzo, senza meta. E grazie, alle 20.30 stavo già all’ex cinema Palazzo per il concerto. Dopo centinaia di concerti ancora faccio finta di credere che i concerti a Roma inizino alle 21.30. Così mi ritrovo davanti a una sede di (vari) comunisti ben illuminata e con vetrate enormi, sembrava un acquario, insomma, davanti a questa scena – sul fondo c’era un enorme dipinto stile Guttuso – con una decina di persone in cerchio a discutere con flemmatica dialettica, be’, io mi sono incantato. Da fuori sentivo quell’odore di stantio, fumo, lattine mezze vuote di birra e quell’aria pesante che solo al pensiero mi emoziono, ma, mannaggia la miseria, subito dopo mi deprimo. Un mondo fa. Agli angoli di San Lorenzo ci sono spavaldi spacciatori nervosi. Non sapevo più cosa osservare, avevo scrutato tutti i locali e i loro avventori, gli studenti allegri e i tipi che al cellulare dichiaravano i loro amori e poi i dolori, e allora, dopo che mi ero fermato davanti alla palestra popolare, e avevo visto ‘ste ragazze fiere di stare nella palestra popolare, mi sono rifugiato a leggere a scrocco dentro la libreria Giufà. Alle 21.40 mi sono infilato in un bar anonimo, di quelli che piacciono a me e che resistono ai cinesi e alle mode degli studenti, e mi sono seduto davanti a un tè caldo e a un Messaggero sfogliato già da migliaia di dita, chissà da quali mani e che occhi. Alle 22 stavo davanti al palco. Ascolto per rispetto il primo gruppo e poi inizio ad assistere allo spettacolo strambo dell’euforico, e un po’ avvelenato, Filippo Gatti. Parte coi pezzi vecchi tirati e poetici e mi comincio a muovere e a commuovere, nella mia rigida posizione di solitario ascoltatore. Come mi piace ascoltare da solo, ma se fossero venuti quei quattro amici che avevo invitato, di certo, sarei stato bene lo stesso con loro a chiacchierare di aneddoti e cazzate pre e post concerto, con una birra tremante in mano. Dopo tre pezzi salta la corda della chitarra e Gatti ci scherza su. Poi si rompe la tracolla. Poi durante un pezzo squilla il cellulare del bassista, e qui comincia a scemare l’umorismo, e si entra nello spettacolo puro. Le canzoni sono belle e suonate anche meglio, e Filippo Gatti dice che dovremmo firmare il nostro nome su di un foglio, per ricordarci di questa serata, di quello che stiamo vivendo lì con lui. Chissà cosa gli passava per la testa, magari pensieri potenti che andranno a finire dritti nelle sue nuove canzoni. Chissà.


Non riesco a finire ‘sto pezzo perché mio figlio mi obbliga a studiare i metalli preziosi, dice che non so nulla del bronzo, del rame, e figuriamoci dell’oro! Già, non so proprio nulla di ciò che è davvero prezioso, per questo vagavo solo per il quartiere che ho amato di più a Roma, e che oggi mi sembra solo un quartiere vecchio e poco più. Per questo aspetto con piacere le nuove canzoni di Filippo Gatti. Meno male che solo gli stupidi si muovono veloci. Va.


Buone feste a tutti voi, e che siano gentili e leggere come questo discorso qua (clicca).

mercoledì 11 dicembre 2013

una cosa triste che cancellerò

     Scrivo su questo blog sempre meno, il motivo mi sfugge come mi stanno sfuggendo tutte le occasioni che avevo da cogliere in questi mesi. Scrivo questa cosa per scacciare la paura, ma lo sento che qualcosa si sta spegnendo.  L’ho intuito dall’assenza di commenti ai post, e questo, dài amico mio, qualcosa vorrà pur dire; ma soprattutto pensando alla fredda logica dei meriti che mi aleggia sulla testa, e all’assenza di oscure fortune all'alba: mostrarsi così in questo orticello di blog, è semplicemente vanità. Diciamocelo. E poi la vita mi assorbe, e le scelte non fatte mi obbligano a guardare al futuro come a un enorme e informe profilo da definire, da modellare giorno per giorno, con un sito o con uno sguardo: per inventarsi un lavoro che faccia rima con la mia storia, e con i miei desideri. Magari con delle scelte sensate: non sprecare tempo e rabbia per i Grillo di turno, o per alcuni amici che si stanno allontanando dalla mia sensibilità. A questi vorrei un giorno scrivere una lettera senza rancore, e con limature dolci, dove ammettere la mia resa da una condizione che si sta dissolvendo: quella antagonista-estremista-adolescenziale. Sto rischiando la solitudine, quella cruda, come quella descritta da Camilleri subito dopo aver capito che non poteva continuare a fare il fascista. Lui amava Gogol, gli scrittori francesi e obbedire solo a un libro, solo a un uomo, non lo poteva accettare più.  Così rimase tremendamente solo; lo raccontava con un tono commovente durante la presentazione del libro di Piccolo.  Aveva quindici anni allora lo scrittore siciliano ed io oggi ne ho quarantatré, ma, come la sua storia dimostra, non è mai troppo tardi per restare soli e rinascere. Piccolo nel suo libro racconta che Parise si ostinò, anche rispondendo ai lettori del Corsera, a non scivolare nel conformismo di quegli anni, i settanta, ma a viverli e raccontarli con semplicità e stupore. In quel tempo tutto esplose, ogni cosa cambiò, e lui mutava silenziosamente mentre i più urlavano senza fare nemmeno un passo, consolandosi nel sentirsi i migliori della classe. Ed io, che sono nato proprio nel ’70, come potrei oggi arrestare ogni cambiamento e finire, come sta finendo nel nulla la visione, sciagurata e castrante, di certi miei vecchi amici? Con i miei occhi ricurvi scruto la loro rabbia sfumare: un’enorme nuvola di retorica e gas.


Vorrei che i miei figli crescessero il più possibile lontano dalle mie ossessioni, passate e presenti, riuscendo a muoversi con gambe curiose e robuste, e braccia leggere pronte a raccogliere amore in ogni aiuola fiorita del loro tempo.

P.S.
Poi ho letto questa cosa qua (clicca) e la tristezza si è cancellata d'incanto.

domenica 8 dicembre 2013

dettagli sul mare

foto di Mimmo Jodice
      Eccomi davanti a quest’enorme stanzone che si allunga fino al mare. Anche se ci sono quelle inferriate rosse un po’ arrugginite che ne bloccano la vista, immagino lo stesso il mare verde di primavera, che si apre fino alle minuscole isole laggiù. In fondo all’angolo c’è un piccolo bar incassato al muro. Nell’aria c’è musica di canzonette. Qualcuno accenna un ballo incerto. La gran parte delle persone stanno sedute ai lati su sedie di ferro e legno, come quelle della scuola, scheggiate qua e là a causa di vecchi lanci contro silenziosi muri pastello: certi omoni un tempo le lanciavano per liberarsi da troppa rabbia che gli usciva dagli occhi. Me l’ha raccontato Luciano, alla fermata dell’autobus, che smontava dal turno della notte più mattina, erano le tre, quindi, anche mezzo pomeriggio si era fatto, a quel punto.
      Davanti al bar c’è un tavolo con sopra una mela. Sembra bacata, ma non ne sono così sicuro, visto la distanza che c’è. Appoggiata al tavolo, e accanto alla mela che sembra bacata, vedo una donna con i capelli lunghi e bianchi - mi fa un po’ paura - con la testa nell’incavo delle braccia, come una gatta, che alza lentamente lo sguardo verso di me e non dice nulla. Mi fissa. A me non interessa il suo sguardo né la sua storia, perché sto qui per un’altra storia: sta lì in fondo, che appoggia tutte e due i gomiti sul tavolino tondo del bar, e parla con la signora chiacchierona di Viterbo. Parlano di me; capisco che mi ha visto entrare e che sta sfruttando i pochi secondi che ci separano ancora, ne sono quasi sicuro, per raccontare un altro aneddoto su di me, magari quello di quando avevo cinque anni in cui dicevo: non ci vedo più perché c’è troppo vento. È il suo asso che si gioca sempre. E’ una specialista di questi ricordi dall’apparenza insignificante, come improvvisi dettagli disseppelliti in stanze buie di muffa. Mi presto a questi ricordi aggiungendo particolari inaspettati, anche per lei. Ma oggi non mi va, oggi voglio restare ancora un po’ sull’uscio a osservare questa stanza enorme che puzza di medicinali. Forse lei oggi esce da qui. C’è da congedarsi da questo purgatorio. Quindici giorni di permanenza non sono niente, direbbe mio cugino esperto in materia; in realtà me lo dirà dieci anni dopo durante una passeggiata d’inverno sulla spiaggia. Ora, cioè trenta anni fa, in questa storia, avevo una visione caotica e allo stesso tempo chiara, lucida, che alimentava una visione di fragilità in ogni angolo del mondo che attraversavo.