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giovedì 31 luglio 2014

Mi era venuta un'idea

Mi era venuta un’idea, di quelle che ti sembrano originali solo mentre le stai digitando con quegli occhi che ti brillano: chiedere alle persone che ho letto di più quest’anno un consiglio di lettura. Su twitter, con l’hastag #drittedaleggereinferie. Ero partito bene, con Nadia Terranova che mi risponde fulminea; Luca Ricci, anche prima. Poi Andrea Pomella, che argomenta pure il consiglio. Infine uno svogliato consiglio di un’altra Federica. Il silenzio di Gipi mi ha allertato sulla mia deriva mitomane. Ne avevo un’altra decina di richieste in mente. Insicurezza, eccessi in rete, inconfessabile sbandata verso un altrove che smuove la mia mente, troppo. Cancellare non serve più, tutti ti hanno letto. Quest’anno ho giocato su twitter, dispensando timide considerazioni, e risposte azzardate, sfoghi secchi. Anche lanci di miei inevitabili post. Cose così. E’ una cosa un po’da bimbo davanti alla foresta: tanta paura, e la bellezza di starci, nel terrore della scoperta. I miei amici non lo sanno, che faccio questo. I miei amici sono al mare, o dispersi in pensieri atomici: guardano i culi delle ragazze e pensano ai prossimi silenzi dell’inverno a venire. Io sto dietro di loro osservando il fruscio, il dettaglio luminoso di un mondo che ci sta morendo in mano. Vi adoro amici.
E no! Chiuso l’anno, chiuso l’inganno. Fraseggiare non serve a niente, qui serve un tuffo senza maschera, una rovesciata sulla sabbia bollente. Un bacio a mezzogiorno.
Preparare frittate insieme a sconosciuti, per poi leccarsi le dita di meraviglia davanti al Tirreno agitato.
foto di Luigi Ghirri

Tra paure e gioie mi aggancio a questo mese d’agosto, con l’intento di lasciare delle tracce indelebili, scostumate, di parole e slanci: candore che assomigli al primo amore.
Insomma.
Volevo comunicarvi della chiusura per ferie di questo blog. Sono quasi quattro anni che spremo pensieri e azioni qui, per cavarne lacrime e attenzioni lì, davanti alla tua tastiera unta di sospiri. Fraseggio, come uno scrivano del villaggio, che non sa del Maggio, e sa poco della donna nuda che scappa davanti al mostro. E le nostre infime e scioccanti azioni da maschi: ho scritto una cosa definitiva sull’ottusa ostentazione del maschio tipico del sud. Basta così, delle cose tipiche non ne posso più, tanto meno del sud. Sto sempre con la testa apolide verso il centro, verso me, verso ogni profumo di novità. Di umanità. Di realtà.
Buone vacanze, cari miei. Buone deviazioni dall’ovvio.




venerdì 25 luglio 2014

Luisa non ci sta

foto di luciano ricci
Dopo cinque ore di autostrada nelle gambe e nella testa, entriamo lentamente nell’autogrill. Un paesone alle spalle, che lo scrittore anni settanta avrebbe demonizzato per le sue brutture. Invece io ascolto Massimo. Scendendo dalla macchina mi continua a raccontare “sai, poi l’ho penetrata, sdraiandola con forza sul cofano della macchina”. Sarà per lo scirocco sulla faccia, sarà per certi pensieri che mi stanno esplodendo tra la testa e il cuore, ma non ce la faccio più: ma tu fai proprio schifo, urlo con gli occhi di fuori. Lui sorpreso, e con quel sorriso da cugino maggiore mi fa: ma quella si era comportata male, mi aveva tradito e comunque stavamo ancora insieme. Lo spingo contro il cesto dei cd a 9.90 euro e scatto verso la zona pic-nic.
Il sole spacca in due l’intera piazzola. Siamo in pochi sotto quel sole, gli altri tutti all’ombra. Mi giro e vedo Massimo seduto a mangiare il panino che gli ha preparato la sua coinquilina. E’ sempre stato comodo nel guscio delle sue donne: la madre, la zia, la nonna, la fidanzata, la coinquilina. Lui fa il re. Abbiamo ancora due ore buone di viaggio insieme. Dopo questa incazzatura avrei solo voglia di dirgli che non lo sopporto più. Ma sarebbe peggio, perché comincerebbe a ripetermi di come siamo cresciuti insieme, di come ci fidiamo l’uno dell’altro da sempre, di come abbiamo fatto, e faremo, sempre le cose insieme. Era vero fino a ieri, oggi è diverso caro mio, questa storia di violenza contro Luisa mi sa che ci allontana per sempre. Anch’io ho amato Luisa; anch’io conosco Luisa; anch’io so che storia ha Luisa. Sapere, stare dentro le cose, conoscere i tragici segreti, e tutte le sue angustie passate: i cugini che la violentavano durante la sua infanzia. Ecco, l’ho detto, quindi, poiché so tutto questo, non ti perdono più. Mi sembra assurdo questo suo raccontare senza un minimo di pentimento, o di coscienza dell'ulteriore danno che ha procurato, no, caro Massimo, io faccio l’autostop e ti lascio proseguire da solo.
Eccolo che guida sicuro nella corsia centrale a novanta all’ora, e tutti quelli che lo sorpassano da destra che lo insultano giustamente; oggi non riesco nemmeno a cazziarlo come faccio solitamente. Guardo la strada e vedo la faccia di Luisa piegata di trasverso sul cofano che respira a fatica. Mi piombano negli occhi quelle parigine che ormai conosco anch’io, e subito dopo tutto quell’asfalto bollente che tiene in piedi la scena pietosa di Massimo che spinge soddisfatto; sotto c’è lei bloccata dalla sua mano e da milioni di anni di storia. E le donne di Massimo sempre a considerarlo come un re.
Stiamo andando a votare nel nostro paese d’origine: una commedia inutile votare un altro re circondato da altre mille schiave. E penso a mio padre: non l’ho mai visto dare una carezza a mia madre. E io, che amo Luisa da sempre, e adoro la sua fragilità, e conosco ogni suo segreto, sono costretto a piegarmi alla storia di questi uomini, e soffrirne anch'io. Sapevo già della violenza, sapevo dell’addio crudele che ha dovuto subire, ma sentirlo dalla bocca di Massimo con quel sorriso sghembo a esaltare il gusto di un gesto primitivo, be’, questo mi sta disintegrando la testa. Voglio picchiarlo.
All’improvviso prendo il volante e lo smuovo come un pazzo ridendo tutto il mio disprezzo sulla sua faccia di cazzo. Si spaventa, frena e mi da un cazzotto in testa.

Questo lo sto raccontando da un letto d’ospedale.  E Luisa non ci sta.

Scritto da Vita Amara, Edizioni Scriviscrivi, Collana Chepoitipassa


sabato 12 luglio 2014

Zi' Giannin' (fare pace con l'ansia)

Alla sua maniera aveva scommesso su di me: Pigliet’ la mesela e facc’gl’uort’, e così ho utilizzato il suo vecchio semenzaio e ci ho fatto il mio primo orticello. Da lì a poco avrei mostrato fiero i miei ortaggi agli adulti. Avevo nove anni e coltivavo pomodori, melanzane e peperoni, enormi e succosi già allo sguardo. Primo scoglio superato, potevo stare al mondo, la mia timidezza messa da parte per l’inverno successivo.
Mio zio Giannino è morto l’altro giorno, era nato nel 1920. Nel 1945 tra Weimar e Buchenwald aveva recuperato, insieme ad altri marinai, le spoglie della principessa Mafalda. Erano riusciti a fregare i nazisti, e pure tutte le paure che li avevano accompagnati e deportati dopo l'otto settembre da Pola. Poi era emigrato in Venezuela per qualche anno, guidava gru, lì ha deciso: ritornare e fare il contadino a vita. Produceva ortaggi e racconti, e sotto quel pergolato di uva pizzutello passavano intere famiglie ad ammirarlo, prima e dopo i pranzi succulenti di zia Civitina. Io più degli altri lo ammiravo, e avevo sempre fame di ascoltare. 



Ricordo di un viaggio in treno fino a Roma, io lui e mia cugina; l’intero scompartimento ascoltava le mie mille domande seguite dalle sue mille risposte: si parlava delle fitte vigne dei castelli romani, della fertile pianura pontina e le sue sterminate serre. Della guerra. Dell’enormità di Roma.
Mi dava la paghetta quando lo aiutavo nella raccolta dei pomodori. Ero bravo, e dalle cinque del mattino alle dieci - quando la panzanella di mia zia somigliava un po’alla sirena delle fabbriche - faticavo come un mulo per desiderare la sera soldi e stima da loro. Un giorno gli ho fregato 500 lire, forse di più, e quel giorno resta il mio giorno della vergogna.
L’ultima volta che l’ho visto, quest’inverno, l’ho filmato col telefonino mentre raccontava della sua epopea tedesca: sentiva poco, e le sue mani cercavano la mia faccia, la mia approvazione per la sua lunga storia che stava per spegnersi al terzo piano di via indipendenza.

Dopo il funerale ho incontrato parenti che non vedevo da secoli. Una mi fa (magistrato di successo): come sei diventato bello! Da piccolo eri una peste…ah sì, rispondo io, ma se ero un santo e non dicevo parolacce. Sì, ma scappavi sempre, ribatte e poi aggiunge che mi trovava davvero bene, e bla bla. Non è stata l’unica a sorprendersi del mio essere sopravvissuto alle loro sfumate condanne provinciali di un tempo, al loro credere che prima o poi crollerai, se a otto anni prendi l’autobus da solo e a sedici hai già cambiato quattro diverse scuole superiori. Onestamente loro un po’ di ragione l'avevano all’epoca, pure io non ci credevo mica che sarei arrivato a scrivere di loro, e nel farlo, sentire quell’odore secco di essere arrivato: alla soglia delle possibilità, e poco più.



lunedì 7 luglio 2014

il futuro ci risorprenderà?

Davvero compare, come pietra preziosa e un po’ misteriosa, un essere rosa, già tranquillo d’amore mostra i segni di esso: occhi verso gioie sconosciute, a chi pretende amore senza sacrificio d’attesa. Oggi un battito forte e inquietante percorre la notte, di chi come me dorme distratto da niente, poiché il giorno sapeva di vuoto. Non posso piangere la gioia che verrà, oggi non posso che vedere un corpo tenero di carne che si appoggia a un braccio vecchio di sogni. La notte sta chiudendo un giorno indimenticabilmente felice: concedo una tregua al mio stupore d’amore per te, Lorenzo, protagonista di un giorno che davvero compare…


Tredici anni fa, dopo una notte di travagli cesarei, con i miei enormi occhi che esplodevano felicità su quei muri scrostati di scritte, arrivato a casa, ho scritto di getto la cosa lassù in corsivo. Non capivo quasi nulla. Scrivevo anche perché lo avevo dichiarato con un piglio spudorato, sullo spartitraffico della tiburtina, a due persone cui volevo un mare di bene. In un pomeriggio caldo di aprile, del '93. Aggiungendo, oltre al segreto che il mio desiderio morboso fosse di scrivere, anche che non sapevo neppure fare un'analisi grammaticale come si deve. Loro ridevano, e intanto sapevo che pensavano a quel racconto che avevo scritto per la tesina a un corso Caritas: un caso umano, una storiella esistenzialista in pasto ai preti puntigliosi di virgole, e sospettosi dei miei periodi troppo articolati. Oggi non capisco l'esistenza della Caritas sulla terra, e scrivo come mi pare in questa certezza di blog. Tiè.


sabato 28 giugno 2014

Amo Carmen

Dal quarto piano del teatro dell’Opera di Roma, seduto al buio con il mio Amore accanto, e con quell’aria condizionata che non capivo da quale barocco anfratto provenisse, osservavo la Carmen, minuscola laggiù, dentro una luce azzeccata, malinconica e finta. Come la vita.
L’indomani a pranzo un’impepata di cozze, e una falanghina fredda e discorsi sul perché siamo così, perché? dice il mio Amore - con la sua tenerezza invendibile su eBay-  siamo riusciti ad arrivare a oggi, e alla nostra libertà, senza sfanculare intere famiglie assurde e lontane anni luce dalla nostra sensibilità? Eh, perché? Ma chissenefrega, oggi, tanto la falanghina scendeva bene lo stesso e le parole le correvano dietro meglio di tante altre volte: un capolavoro che non vedrà mai la luce, i nostri discorsi onesti che finiscono sempre sulla sabbia delle nostre paure: Amore allora ci abbraccia e ci riduce ad amarci.
Poi leggo tanto, senza costrutto, e spio i miei miti d’oggi, senza scomodare Barthes, ma cliccando twitter, e blog sconosciuti ai più. Son fatto così, mi accontento di una impepata di cozze, della falanghina e di mille rivoli di frasi mozzate dall’amore.

Amo Carmen, e la sua morte di ieri è soltanto una frase d’amore mozzata male sul finale.


lunedì 16 giugno 2014

Antonio e il suo giugno

Le giornate di giugno parevano deserte nel loro avanzare di debiti e vacanze da rinunciare. Antonio al risveglio leggeva con gli occhi gonfi Diario di scuola, nel pomeriggio Marcovaldo, e la notte, con gli occhi in allerta per il giorno che andava a spegnersi, Skillig. Aveva questo pensiero gommoso che la sua vita fosse appesa ai libri, e intanto i figli, la moglie, e i pochi amici con cui chiacchierare, stavano nei loro letti, al riparo dai guai: impotenti per lui. Un esercito di amarezze avanzava in quel giugno, ma il caldo improvviso almeno aveva sciolto una delusione indicibile, e che per fortuna i temporali erano riusciti a farla scordare. Come sempre le delusioni nella sua testa diventavano minuscole possibilità. Fughe. Così era riuscito ad arrivare anche a questo giugno: ancora sorridente nonostante una schiacciante riunione condominiale. Anche dopo i debiti, o i rancori vivi come alici nelle reti, e le discussioni aperte con dei vecchi amici degli anni novanta, che somigliavano ai libri difficili sui comodini. Metti pure le telefonate che non squillavano mai e le risposte ai tweet attesi al mattino come certi amici d’estate, durante l’infanzia. Tutto avanzava come un brutto libeccio, e non c’erano più scogliere a rallentarne la forza.
Non aveva colpe e non c’era vento quel giorno, permettendo all’afa di dilatare l’anima - come scrive su tastiera vellutata Vittoria, e l’anima di Antonio era così zeppa di desideri e rabbie invernali, slabbrata, che somigliava a un aquilone in soffitta. E il vino bianco, quello fresco che scende in gola dopo la patatina alla paprika, era lì solitario ad aspettarlo in un locale del Pigneto, pieno e desolato di ragazze ancora più vogliose di lui: dopo un inverno ad ammuffire in un bilocale, da dividere con quattro sconosciute, che avevano quelle finestre che davano sul muro di cavi elettrici bianchi.
Quel giugno se lo sarebbe ricordato come sempre per le occasioni perse, le cene rimandate e quelle obbligate. Finalmente arrivano i sorrisi eccitati dei figli davanti al televisore giallo e verde di palloni, come sola novità estiva, diventavano un beato appiglio infantile per strozzare il suo silenzio. La moglie sdraiata sul divano nero, col suo vestitino leggero leggero come una piuma, era un po’in disparte come se avesse bisogno di altro spazio per i suoi pensieri infiniti.

Continua...

Scritto da Antonio Anonimo per la Collana "Data in pegno". Editore Velleità 

sabato 31 maggio 2014

Intercity, giorno.

Il treno parte alle nove. Un intercity. Intanto l’autobus numero quattordici si offre, sbuffando, di farmi arrivare in tempo fino a Milano. Fa un freddo che non conosco. La città non mi sembra rinascimentale, soltanto fredda, e forse io non sto tanto bene. Leggo “Il giovane Holden” e non rispondo al telefono: almeno dieci chiamate senza risposta. Ieri sera mi sono studiato la cartina di Milano. So con precisione il prossimo tragitto casa-lavoro-casa che mi aspetta. Il numero delle fermate: venti. Una frenata improvvisa dell’autista mi fa alzare gli occhi sulla strada. E’ piena di giapponesi e giacche di pelle appese davanti ai loro occhi.  Un bimbo accanto alla bancarella ha gli occhi spalancati e la bocca serrata, sta per piangere ma, chissà, forse non lo farà oggi. Queste cose ai miei occhi sembrano un gancio, una stretta forte. La felicità. Canto in mente la canzone e sto per piangere. Ma guarda un po’, piangere, a vent’anni, sul numero quattordici, poco prima delle nove. Utilizzo tutti questi numeri per cercare una cifra, uno stile, un urlo rotondo per scendere di corsa dall’autobus arancione. No, non se ne parla, perché il lavoro è importante e non posso campare facendo il lavapiatti, restando iscritto all’università, sono già sei anni, e a dieci esami dal traguardo. Non rispondo al telefono. Nemmeno scambio lo sguardo con la ragazza mora dagli occhioni neri, truccata benissimo, dirimpettaia d’autobus. Davanti a me vedo solo la prossima stanza quadrata d’ufficio con una sedia vuota davanti al monitor: che aspetta indifferente un culo nuovo. Il libro mi spaventa. Non vedo laghetti ghiacciati ma sento dei dialoghi nevrotici tra i miei afflitti organi. Fa freddo. Eccola la stazione: appare all’improvviso come una dimenticata caserma. Le vado incontro pensando al palazzo dei fantasmi di quando ero piccolo, e di come riuscivamo a entrarci nonostante il terrore tra le mani, che si stringevano con le dita al buio. Qui sono solo. Un fiume nero di persone: mi vengono incontro artisti con tele vergini sotto al braccio, e ragazzi con chitarre a tracolla, e laggiù ragazze sorridenti poco prima del mazzo di fiori. L’androne è smisurato: in fondo devo solo passarci per arrivare al treno. L’architetto della stazione forse pensava che ci sarei arrivato con i cavalli e le giraffe? Mancano dieci minuti. Mancano le forze.

Un lungo fischio che sembra l’intro di un pezzo brasiliano mi fa sedere contento sull’Espresso per Napoli. Il gioco dell’oca l’ho sempre preferito al monotono monopoli.

Reale albergo dei poveri, Napoli.
Foto di Mimmo Jodice



domenica 18 maggio 2014

il camion e il bambino

Caldo. Un camion. Un bambino di nove anni. Un uomo sudato. Una strada di campagna. La campagna dello zio. Niente, si era incaponito con il padre che voleva tornare a casa con quel camion. Non aveva mai viaggiato in un camion, prima di quel giorno. Il papà gliel’aveva concesso. Era prima di pranzo.
 Dopo due minuti che erano partiti il camionista gli fa con uno sguardo di sbieco: Aspetta, cinque minuti e torno. Lo osserva mentre si avvicina a dei contadini; prende due cassette di legno vuote con una mano, e con l’altra gesticola. Passano venti minuti. Torna e ripartono. Il bambino suda. La strada che vede davanti è stretta, lo diventa di più quando sfiorano un canneto. Sorpassato il torrente, arrivano all’altezza di un emporio. Stavolta gli dice solo “cinque minuti”. Prende una cassetta di pomodori e la mette nel cassone. Poi torna indietro, e si mette ad aspettare lui cinque minuti il negoziante. Che poi arriva. Parlano, quasi litigano, e dal vetro intravede parolacce e parole irripetibili per la sua bocca di nove anni. Intanto suda nell’abitacolo pieno di santini e donne nude. L’uomo ritorna. E’ arrabbiato. Neanche lo guarda. Il bambino comincia a piangere. Magari è solo sudore copioso. Tutto si sta mischiando sulla sua faccia. Il camion sfreccia su quella strada poderale e sembra un elefante che avanza nella giungla. Si ferma di nuovo. Stavolta il camionista non dice niente. Scende. C’è una donna seduta sotto un Noce. Le mani sopra le cosce. I suoi sandali bassi che strofinano lentamente sulla terra sabbiosa. Accanto c’è un campo di cocomeri. Lui si avvicina lentamente. Dal vetro si capisce che si conoscono. Lui la fissa. Lei continua a strofinare. Sono fermi nelle loro posizioni. Il camion è acceso. Il bimbo sente un rumore salire insieme al calore. Non c’è nessuno oltre ai due là fuori. Dentro al camion le donne nude sembrano agitarsi. I santini no, quelli stanno con quel loro sguardo fisso verso il materasso stretto tra le spalle del bimbo e la lamiera. Quando il bambino si volta verso i due, la donna non c’è più. L’uomo torna a bordo e parte come una saetta. Il bambino sta piangendo da cinque minuti e lui neanche se ne accorge.

foto di Josef Koudelka



lunedì 28 aprile 2014

lo chiederò a Igiaba Scego

Una mattina mi son svegliato e sono andato a Porta San Paolo. Da giorni che pensavo di farlo: l’ho fatto portando con me figli, moglie e amici. Sopra il palco vecchietti arzilli e sotto bandiere e persone. La persona che mi racconta meglio di tutti la resistenza è Luciana: riesce a commuovermi come volevo, con la sua storia dei partigiani. Intanto, tra le bandiere e le persone, esplode il caos tra il gruppo della brigata degli ebrei e quello dei pro-palestinesi. Lei continua a parlare, e quando il presidente la invita rozzamente a tagliare, Luciana s’infervora di più e dice che deve finire il suo discorso. In quel momento l’ho amata, odiando, con tutto il mio maschio femminismo, il vecchio presidente baffuto. Lo scontro tra le bandiere ebraiche e quelle palestinesi non finiva più, diventando un inutile spettacolo, complicandomi il racconto sulla resistenza che avrei fatto la sera ai miei figli.
Per pranzare ci siamo sdraiati al parco tra mille badanti e il loro tempo libero, di vino, musica e pensieri di piombo che sembravano appesi davanti ai loro enormi occhi azzurri.
Nel pomeriggio ci spostiamo al museo di via Tasso. Le mie orecchie sono ancora lì ad ascoltare le storie di De Angelis sui partigiani romani, i nazisti e le loro prigioni, e poi di delatori fascisti e di eroi coraggiosi. E i miei occhi vedono ancora tutte quelle facce in bianco e nero stropicciate dal tempo, gli eroi nel vento: della storia, della retorica, del laviamoci la coscienza con gli eroi di ieri. I loro sguardi non sembravano quelli dei futuri eroi, ma avevano semplicemente una posa da documento d’identità, e che a me faceva pensare a storie stropicciate e strappate da uomini ottusi tre generazioni fa.
E noi tra quelle stanze in silenzio ad aspettare che la Storia arrivi a spiegarci perché oggi lasciamo che cortei tristi e neri scorazzino ancora nei nostri quartieri ornati di gerani. La sera prima: noi lì ad aspettare, con le orate fresche nelle buste Coop, di passare una spensierata serata prefestiva e questi, bloccando il quartiere, scortati, sfilano scuri di fiaccole e slogan, che pensavamo di non far ascoltare più alle nuove generazioni. Dopo una settimana di fatica lavorativa pagata appena per una decenza mal gestita, ci ritroviamo a lasciar scorrere questo fiume rabbioso davanti alla nostra spensieratezza part-time. Perché? Lo chiederò a Igiaba Scego. E la presentazione del suo nuovo libro potrebbe essere l'occasione. Clicca qui.
Verso sera mangiamo un gelato dalle parti di piazza Vittorio, e non ci va di metterci a torturare il presente per evitare di capire il passato: sorridiamo come sanno sorridere le bimbe nei cortili fioriti in aprile.



Poi ho deciso di scrivere questa cosa che sa un po’ di me e un po’ di noi. Stanotte spingeva per uscire dal mio mal di testa.



Poi oggi pomeriggio ho letto questo racconto di Gipi e stavo per cancellare questo mio esile esile.
Vabbe', mi perdono va'.

domenica 13 aprile 2014

unastoria e un po' di me

Mi sono iscritto alle notifiche dei commenti sotto un’intervista a Gipi. Volevo addormentarmi, il giorno dopo avevo una cosa medica che mi turbava, ma arrivano a cadenza d’insonnia le notifiche: parte una discussione tra lo stesso Gipi e una tale F. Non prendo più sonno. Ho unastoria sdraiata sul comodino, la prendo, mi siedo e la leggo. Metà libro mi risucchia e mi presenta il dolore in varie tonalità. Penso all’esame medico, al perché Gipi abbia avuto “il genio” di fare questo libro. 
Perché tanto strillare? Magari per evitare quella vocina stronza che ci spinge a insistere con questa vita casuale che ci tocca interpretare, no, amica, strillare non serve a niente. Lascia passare i crucchi e i grigi di questi pomeriggi, e poi un collo luminoso e un incontro inaspettato, o uno o l’altro, per poi tornare a portare in giro una smorfia di stupore che ti ricorda il vecchio sgomento, e ti costringe a vivere. Bene. Quel che basta per farsi perdonare dai posteri, dalle scolaresche chiassose che verranno.
L’indomani l’esame è andato bene, e mi sono ritrovato senza un perché in doppia fila con le quattro frecce davanti alle fosse ardeatine. C’era un sole violento, e c'era una guida carina che temporeggiava chattando, ridendo. Entro. Quasi corro verso le grotte di tufo. Arrivo in fondo e capisco di stare tra studenti tedeschi. Sono tanti, sono circondato da redenzioni. Vedo quelle pietre sgretolate e penso alla durezza della guerra, alla sua assurdità che un tempo pareva normale. Il loro tempo. Mica quello mio e di questi tedeschini che agognano solo di pomiciare tra di loro, e si lasciano trascinare dalla storia. Vado dove ci sono le lapidi schiacciate dalla luce sporca dell’Ardeatina. Esco. Veloce raggiungo la macchina e mando un tuitt per scacciare fuori tutta quella storia che non capisco. 

Stanotte ho finito unastoria. Ci sono poche parole e tante immagini. Perfetto per pensare a quel gesto, a quella vita che l’antenato si porta dietro dalla guerra. Quel gesto che un tempo avrei giudicato violento, oggi temo sia stato necessario. E nel temerlo mi accorgo che questo libro contiene qualcosa che ci fa tremare: giù tra una parola e l’altra, in quel silenzio, nascondiamo una terribile storia da rivelare. Una volta deciso, non si riesce più a tornare indietro. Credo che questo abbia spinto Gipi a passare dalla sedia per giocare al pc a quella dove cominciare a disegnare questa storia: lasciar scorrere quel chiarore, quell’albero, quelle facce, quelle nuvole. E quel magnifico collo lì ad aspettare la vita. Che ora è diventata unastoria commovente. Scordarsi la quiete per un po’, ce lo chiede sottovoce un dolore, un’amica o la storia. Grazie Gipi.

sabato 5 aprile 2014

Quel silos con le finestre accese

Stasera per la prima volta ho dovuto contrastare un filo di qualunquismo in una frase di mio figlio. Si parlava di profughi, e d'immigrati, il discorso era condito di diavolerie di quartiere: paura per una struttura per profughi che stanno per aprire. Stava ripetendo una frase detta e ridetta in classe da altri compagni, si capiva che la ripeteva senza capirla fino in fondo. Adesione naturale, forse, quella verso la sua comunità. Ma io non ci sto e urlo che deve pensare con la propria testa e bla bla bla. Lui si ritira offeso. Riparto facendo un quadro dettagliato sulle differenze tra profugo e immigrato, delinquenza e bisogno di sicurezza. E la pace è tornata, accompagnata da una quiete indifferente.
Con mia moglie allora ci diciamo sottovoce: a volte quanto è faticoso non essere come tutti gli altri. Lo diciamo con parole diverse, ma l’inquietudine è la stessa. Facile parlare, facile sentirsi buoni tra buoni, poi, quando vivi in un quartiere che pare un’enclave di giovani coppie scappate da quartieri dormitorio malfamati, e convinti che qui, dove la metro dista otto km e nei silos dove una volta c’era il grano ora c’è Dimitri – che gironzola su una safari scassata ridendo di birra e di sole e che a me non fa paura – si starà per forza meglio da dove veniamo. Mentre a me invece deprime l’idea che mio figlio debba arrivare in una scuola superiore dopo un’ora e mezza di bus stracolmi di rabbia.
Siamo in gabbia, e ce la siamo costruita controvoglia. Quel silos lo guardo nelle serate estive e ci proietto contento le seguenti parole “sì lo so che quello che sono solo io lo so”, ma poi rientro in casa confuso e calpesto ogni ragionamento con un logoro ottimismo appiccicato sotto le ciabatte.


Sarà che mi dispiace tanto della morte di Enrico Fontanelli, musicista degli ODP, sarà che la stanchezza spezza ogni cosa, ma qui, ora, stasera ogni cosa è tremendamente al proprio posto.


sabato 29 marzo 2014

quanto è bello questo ragazzo che scrive per me

Guardatelo quanto è bello questo ragazzo che scrive per me, instancabile, dentro questo verde blog. Sì, lui mi comanda spingendo le mie parole verso un vuoto magico. Tra quelli che sono arrivati a questa terza riga, chiedo, sul serio, se sanno di cosa sto vaneggiando, se un po’ almeno lo immaginano. 



       Lavoravo in una casa famiglia per minori del Tetto azzurro, impaziente di scapparne il prima possibile. Come prima di entrare in turno il sabato sera, percorrendo viale Regina Margherita con le macchine festanti che sfioravano la mia angoscia, in quei momenti mi compariva l’immagine di mia moglie con nostro figlio appena nato nella culla, a casa, a trenta minuti di distanza da me, allora, per evitare il crollo psichico, quasi mi abbracciavo il semaforo rosso pieno di adesivi svuoto-cantine. Ma in quel posto c’era anche una cosa più pesante da sopportare; un educatore sardo-milanese, comunista, di quelli che frequentano nicchie di eletti e vogliono convincerti, sussurrandotelo durante il turno notturno, di come arrivare al potere senza spargimento di sangue.
      Infatti.
      Ci fu una riunione urgente convocata dai capi, dopo una nostra (scritta da me) dura lettera sindacale indirizzata alla Provincia. Eravamo pochi i presenti attaccabili. Ci fecero neri. Io mi difesi con la morte dentro, urlandogli contro il mio disprezzo, e una mora psicologa freudiana mi disse: ma quando impari a trattenerti? Morii all’istante, la mia candida rivalsa solitaria. Lui, il comunista praticante, si presentò soltanto alla fine della riunione col casco sottobraccio, mentre stavamo sfiniti e bastonati davanti alla macchinetta a prendere un caffè amaro. Da lì a sei mesi lui divenne il coordinatore. Mentre io cominciavo a lottare contro gli attacchi di panico. Eppure, solo qualche mese prima mi arrivò una soffiata del segretario: stavo nei piani dei capi psicologi come prossimo coordinatore. Il giorno dopo m’iscrissi al sindacato. Il resto l’ho già raccontato.

Oggi il ragazzo che batte i tasti neri coi caratteri bianchi vuole capire il perché tragico che si annidò in quella scelta, e lo fa senza giudicarmi, poco prima di abbracciarmi.

domenica 16 marzo 2014

Il mio coraggio e la mano di Gipi

Mi rigiro nel letto e con me girano tutti gli incipit possibili per raccontare di come sono incazzato. Niente, questo è il migliore.
Ieri a Libri Come mi sono ascoltato tutto l’intervento di Gipi, e le domande che gli faceva Fofi riguardo al suo libro. Colpito da quel suo dolore onesto colorato di parolacce, che mio figlio fingeva di non ascoltare, mentre giocava con Pou sul mio cellulare, quando poi alla fine ce l’avevo davanti per stringergli la mano, impaurito, e senza coraggio me ne sono andato a una festa di compleanno. Ero inquieto. Arrivo e divoro olive e pizza. In giardino si parla ancora della Grande bellezza, dei vecchi film di Sorrentino, ma poi siamo finiti a parlare di Pennacchi. E racconto del suo essere progressista, e di come io sia condannato a esserlo, per via della povertà dei miei nonni che ancora volteggia sulla mia casetta riscaldata. Ebbene, quando il mio amico sposa la causa di Mauro Corona, sul dramma dell’umanità di aver perso l’abilità di accendere il fuoco con le pietre, sono sbottato. Educato, ma sbottato, ho detto: mo’ quando ti perdi nel bosco hai il Gps, e su, basta con questa nostalgia che si possono permettere solo i ricchi.  E lui: dovevi essere più coraggioso e invece di comprare la casa avresti dovuto comprare un terreno, un agriturismo. Incasso e penso che questo è proprio matto. Come in trance gli rifilo tutto il coraggio che (io sì) ho avuto di cambiare lavoro ogni volta che percepivo sarebbe diventato un limbo. Di tutte le volte che ho tentato invano di creare Cooperative sociali con gli amici, lui compreso: ah! affetto per gli amici, quanti freni che produci. Stremato, con un bicchiere di vino in mano, concludo che io ancora ci credo. A cosa? chiede lui, dopo che era riuscito solo ad accusarmi di andare troppo sul personale. E io di nuvole non parlo, quando sento accusarmi di non aver avuto coraggio in passato. Embè. Amico stasera ti ho battuto.
A pensarci bene, forse un po’ di ragione ne aveva il mio amico. Sì, perché ieri non ho avuto neanche il coraggio di stringere la mano a Gipi e chiacchierare con lui, ché oramai, tra libri e pezzi suoi su internet, lo frequento di più che questo mio vecchio amico. Ecco. Il punto. A quest’amico voglio bene, ma il suo farmi incazzare non riguarda più la sua persona. Oramai sto più su twitter che al telefono con gli amici. Solo che poi quando questi di twitter li vedo e li annuso in pubblico, be’, un po’ mi spaventano. Come dice Pennacchi: se fossi stato amato da piccolo, chisenefregava di scrivere libri da grande. Ed io: se avessi avuto il coraggio di stringerli la mano, chissenefregava di litigare con il mio amico un po’ depresso?

Ti dedico questa canzone, amico rassegnato.






lunedì 10 marzo 2014

facce, sguardi.

Di come arrivano le facce, gli sguardi e gli abbracci. Di come ogni cosa sa di quella cosa che pensavi da quell’inverno là. Senza finzioni, solo odori che espandono sogni e vita eterna. Mi cibo di feste, incontri organizzati, dove lasciar contaminare pensieri e parole: una via che facilita la vita. Di una serata. Di un periodo. Di un’epoca che sta già nel ricordo. Ma che bello ricordare senza piangere di rabbia. Il gusto del travestimento che appare come gioco: la mimesi di vite altrui vestite in lontani pomeriggi adolescenziali. E tu dov’eri? Bevevi alcol? Ti facevi le canne? Pensavi all’amore complicato? Io non c’ero. Ma tutta quell’aria azzurra e quei vicoli, strade nere, discese e piazze enormi per le nostre storie da nascondere, c’erano già e sapevano di te. La tua semplice bellezza che apparteneva a tutti. Pini marittimi inclusi. E le spiagge d’inverno. Quel comico rintanarsi nelle cabine aspettando la risposta.

Ieri la risposta l’hai trovata e ti sei girato di scatto verso il giardino pensando al bene che ricevi da questi momenti, da quelle parole, e da quegli sguardi che desideravi dal 1985, marzo, o giù di lì. Il limone era esploso nel frattempo.


mercoledì 5 marzo 2014

Cronaca Vera

A otto anni leggevo Cronaca Vera. In campagna durante la controra, sotto il pergolato di uva pizzutello. Dormivano tutti, pure mio padre, che intanto si era letto tutto quello che c’era da leggere: Cronaca vera, Oggi, Gente, Il Corriere dello sport e qualche Espresso capitato per sbaglio. A quindici anni ho cominciato a leggere Repubblica, che leggo ancora quasi tutti i giorni, al bar, a scrocco. A sedici anni, complice l’occupazione della scuola, e per darmi un tono, eccomi con in tasca l’Unità. Poi il Manifesto, perché crescevo come ragazzo di (quasi) estrema sinistra . Parentesi Max per le foto, che poi lì mi sono imbattuto in David Leavitt e Bret Easton Ellis. Anche Epoca, ve lo ricordate? Poi Avvenimenti, e Cuore il lunedì.


   
 Oggi, neanche se mi pagassero leggerei Il Fatto, mi incuriosisce solo per alcuni suoi blog. Il Manifesto già da qualche anno non riuscivo a capirlo fino in fondo. Mi piace leggere Il Magazine, La Domenica del sole. E soprattutto roba interessante su internet. Il Post, alcuni blog di interessanti pensatori contemporanei. Il resto, l’attualità, e quella polenta di polemica preventiva non mi attrae più. Evito tutte quelle riviste vicine alla santità. Mi annoiano. So che non sto nel giusto e mi pare logico che ci rimanga per un po': vorrei trovare un elegante equilibrio dentro la mia silenziosa ribellione. Solo mia. Come nel motto di Mario Lodi: ribellarsi facendo.

   Quando vado a tagliarmi i capelli mi leggo tutte le bassezze colorate del mondo, foderate di tette e immagini strambe. Una vecchia mania di devoto del patinato: è tutto quello che sono stato.