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lunedì 21 dicembre 2015

il (mio) posto


     Me ne stavo sdraiato sul divano letto e tutto d’un fiato leggevo Il posto, di Annie Ernaux. Il libro comincia dalla fine e poi ripercorre attraverso poco più di cento pagine un distacco lungo almeno quanto una generazione. Lo fa senza nominare la mutazione antropologica né maledicendo il presente, eppure, nel suo silenzioso allontanarsi l’Io narrante srotola densi addii a un mondo, e al suo linguaggio passato: scorro le pagine e sento il distacco che sfuma lentamente. Una liberazione? Una necessità ineludibile, forse.


    Dentro certe case vecchie come questa di mia madre, e nei dialoghi di certi weekend pieni d’affetto ma privi ormai di comuni significati, avviene il mio distacco silenzioso: mentre si ricordano morti, malefatte dei vicoli, e ricordi di mangiate di pastarelle nelle domeniche passate. Il resto, quello che è accaduto nel frattempo, negli anni della crescita, riguarda soltanto te, e non più a quel mondo che intanto osserva stupito i tuoi capelli brizzolati, nonostante continuino a parlarti come se domani cominciassi la scuola media. A loro, infatti, in questi anni di tregua e dolori disseppelliti, racconti soprattutto quello che parte dal velo di normalità che copre oggi la tua storia: moglie, figli, lavoro e questioni di città.


 "Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci".

    In piena notte mi ritrovo a sottolineare a mente passi folgoranti e poi, verso la fine del libro, mi alzo nel freddo della stanza e punto a un mio vecchio cassetto. Cerco una matita per sottolineare, ricordare, ché mi sale la smania di raccontare agli amici queste frasi che stanno spegnendo per sempre ogni velleità di riattaccare rotture. Niente, nel cassetto c’è di tutto tranne una matita: batterie ossidate, guanti, pinze, bottoni, pagelle e foto giallognole sparse. In fondo scovo l’ultima carta d’identità di mio padre, fatta tre anni prima che morisse. Nella foto già i segni della senilità misteriosa che lo stava schiacciando; e immagino mia madre che fuori dalla cabina gli dice con insolenza di stare dritto, un attimo prima dello scatto. I suoi occhi sono spenti, niente forza né coraggio ma solo una resa che mi aveva dilaniato durante quel periodo: era il 2001, nasceva il mio primo figlio e dopo tre mesi piomba la morte di mio padre, poi con l’anno nuovo la mia laurea, inattesa e indifferente per quel mio vecchio mondo. Scosse di assestamento per tutto quell’inverno. Poi ho dimenticato, e oggi sono ritornato.

    Il libro di Annie Ernaux è esile e potente dentro una storia come tante dello scorso secolo, eppure lei sceglie parole e periodi che sanno inquadrare con maestria la sua storia che si rimpicciolisce dentro la Storia, e (a tratti) viceversa: lo sfondo si fonde nei fatti, nessun giudizio e nemmeno complicità emotiva durante le fasi più drammatiche. Solo una scrittura precisa, che squarcia i significati attraverso i fatti, le cose, le azioni delle persone che riempiono questa breve e intensa storia, prima che tutto scompaia in un vuoto futuro: il momento della lettura, o l'immagine sfocata di nostro figlio già in un'altra casa. Mi sono commosso lo stesso mentre mi spostavo nel letto a ogni capoverso per non cedere al pianto, a me piace cedere quando resto da solo, ma poi mi scopro a lottare lo stesso da sempre contro questa splendida debolezza. Chissà perché.


   "Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre. in cui anch'io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un'altra".
  Nel libro c’è solo concreta letteratura che poggia su quella politica della letteratura che la scrittrice francese ha utilizzato lentamente, sedimentando le parole, scegliendole accuratamente per raccontare questa storia: scrivendolo non in maniera spontanea. La riflessione sulle parole è per me qualcosa che assomiglia a una lotta, a una scelta che crea una necessaria disfatta di bauli di parole non utilizzabili per quello che  hai deciso di raccontare. Questo è un po’ quello che ho assorbito anche durante l’incontro di Annie Ernaux a Più libri più liberi, accanto al suo traduttore Lorenzo Flabbi, nella sua minuta posa ma con una forte personalità la scrittrice se ne stava un po’ spaurita davanti a noi devoti strambi di quest’arte della lettura, cui immoliamo interi pomeriggi festivi. Poi ho fatto la fila per la dedica, e mi sono inginocchiato dicendole “Mercì”.




lunedì 9 novembre 2015

Amavo Pasolini, amavo la mia sconfitta.


     All’epoca leggevo “Scritti corsari” notte e giorno, a casa dei miei, in una stanzetta disposta alla Van Gogh: invece sarei dovuto stare a Firenze nella scuola di Luciano Ricci a imparare come si fa lo still life. Leggevo Pasolini per nascondermi. Qualche anno prima avevo varcato una clinica psichiatrica per quindici giorni di fila: ci andavo a trovare una persona importante. E in quei giorni mi è piombata addosso la certificazione sociale della mia diversità: testata cambiando quattro prime superiori in tre anni. Avevo la testa che somigliava a una giungla: l’allerta, l’ansia e la solitudine sostituivano l’acne, le ragazzette e le canne. Facevo finta di niente, come se quelle bufere non accadessero proprio a me, e addirittura da quei giorni ho cominciato a sentire di poter salvare gli altri con la buona volontà, l’esempio. Figuriamoci se non mi salvavo anch’io, nel frattempo. Così Pasolini compare nella mia stanzetta e mi fa: Io so, ma non ho le prove.  Fu un gioco da ragazzi stare dalla parte dei giusti.
    Leggendo un pezzo su Rivista Studio mi è venuta la smania di disobbedire alla retorica e andare giù pesante contro la mia storia, e vedere bene cos’era la mia passione per l’intellettuale di Casarsa. Sì, perché la lezione di Pasolini io l’ho consumata mischiandola pericolosamente assieme alla mia inconcludente formazione, e poi nelle conseguenti mille peripezie lavorative. Dalla frequentazione di quei casi disperati, grovigli d’ingiustizie e sofferenze ho scoperto di aver sbagliato quasi tutto: avrei dovuto iscrivermi a Lettere, non a Scienze dell’Educazione. Punto.
    Correvo lungo le strade piene di erbacce del mio quartiere, con De Gregori nelle orecchie e pensavo all’idiota convinzione di allora di sentirmi bene in brutte periferie: ricordo che costringevo i poveri amici che venivano a trovarmi a Roma a tour domenicali per Tiburtino III, quartiere senza nemmeno l’ombra di un’imminente gentrification. Poi quel godere imbarazzante nel fare del bene, e quel leggero stato di trance quando sentivo di non dovermi preoccupare a imparare, perché mi bastava essere. In fondo me ne fregavo di quelle vocine che mi dicevano che stavo sbattendo soltanto contro un muro pieno di locandine di concerti in topaie o di cineforum anticapitalisti: dietro quei muri terribili solitudini a cui solo adesso riesco a dare un nome. Segretamente disprezzavo quell’approssimazione nei ragionamenti che circolavano in quel periodo sia nella mia testa che in certi luoghi che adesso fatico a considerare frequentabili: tutta quella fredda ideologia come pioggia insistente sulle nostre teste frastornate dal tempo. Mi rivedo in quella strada dritta e buia, nel quartiere degli studenti, con un magone che mi scivola fin dentro i pantaloni a coste di velluto, in compagnia della disperazione silenziosa che non raccontavo a nessuno, nemmeno a te.
   Tanti anni fa, in un pomeriggio di giugno, passeggiavo al Circeo con Pino quando lui all’improvviso mi fa: un giorno vorrei comprare una casa qui, dove ce l’avevano pure Pasolini e Moravia, ché a me il progresso e le industrie piacciono, eppure migliorarsi individualmente, come anche vivere nelle belle case. Io risi senza fiatare, come quando le mie convinzioni si voltano da un’altra parte lasciandomi solo davanti alle cose della vita: e mo’ rispondi tu, fanno loro, non possiamo consultare il manuale del perfetto pasoliniano qui al mare, facci fa’ un tuffo in pace. Anni dopo ho capito che Pino stava un po’ più avanti delle mie convinzioni, e ora che è morto sento di restituirgli una sottile verità che, insieme ad altre che ho conquistato negli anni, hanno ribaltato le mie convinzioni; nel frattempo erano diventate pallide come l’ingresso di un pronto soccorso d’ospedale.
    Arrivo a un’attuale convinzione: io Pasolini non l’ho conosciuto abbastanza. A parte il divorare gli Scritti corsari, svariati articoli e qualche poesia, già quando ho letto Ragazzi di vita ho fatto fatica a finirlo. Il Decameron lo vidi più volte con piacere ma Le 120 giornate di Salò era davvero pesante come film, troppo lontano da me. Così oggi la cosa più rispettosa da fare sarebbe rivedere bene Pasolini, con un approccio da pescare proprio in una delle sue rinomate ossessioni: non vi omologate!
So di aver detto qualche anno fa che la freschezza di Parise stava scansando per sempre Pasolini dal mio scaffale ideale, e oggi, dopo un lavaggio stirameno in lavatrice delle mie convinzioni, capisco che studiare, aspettare e divertirsi sia la miglior arte per avvicinarsi alla vecchiaia con stile, dimenticando quello che non ci appartiene più, e forse non ci è mai appartenuto davvero. Care vecchie e vigliacche convinzioni mie non perdonatemi: lasciate soltanto che scorra questo torrente di fatti e pensieri fino al loro affluente ancora ignoto.
Questo ieri.

Invece oggi.

   Alla fine ora abito in una villetta a schiera, e con la mia famiglia cerco di andare a tutte le domeniche gratuite nei musei, poi, ogni giorno, controllo nuove parole al vocabolario, e di altre ancora scopro la pronuncia sull’app del tablet: sogno che le cose che scrivo vadano dritte nella curiosità di alcuni scrittori che mi piacciono. Nei risvegli annoiati mando messaggi per stare anche nelle storie degli altri, ascoltandone le quiete risposte diaboliche: come stai? ma quando ci vediamo? Siamo diventati un insieme di sopravvissuti che cercano di scacciare via le epoche passate come se fossero soltanto delle zanzare giganti, in pomeriggi tutti uguali, dolci, afosi e misteriosi davanti alle nostre cialtrone convinzioni. E’ tutto quello che mi sta accadendo di buono oggi.


mercoledì 14 ottobre 2015

la rampa del futuro



    In una domenica mattina d'ottobre passo sotto al Municipio e vedo un vigilantes con tanto di scuotitore elettrico che raccoglie le olive, a Roma, nel 2015. E penso a quella volta che Veltroni venne ad inaugurare l’inizio dei lavori del raddoppio della via Tiburtina, era il 2006. Così ripenso a quei vecchietti scettici che durante l’inaugurazione bofonchiavano “see, e mo’ la fanno sta’ strada nova”; mi urtavano ai nervi e cercavo coi pensieri di emarginarli dentro alla loro vecchiaia acida: vedrete cosa sappiamo fare noi giovani cittadini attivi, eh! Ora pare che riescano a finirli i lavori prima del Giubileo, ché Marino in primavera sì è impegnato pubblicamente tra vescovi e imprese. Nel 2006 pure l’allora presidente del Municipio disse: guardate che nel 2009 in dieci minuti arrivate alla metro! E io segretamente a progettare uscite infrasettimanali verso Roma. In questo giorni per arrivare alla metro facciamo una vera gimcana e nei giorni feriali ci impieghiamo anche un’ora per fare sei chilometri.  

   
    Sempre all'epoca ad una festa dell'Unità chiesi all’assessore ai lavori pubblici: ma ci state pensando alle scuole nel quartiere nuovo? E lui, un po’ alticcio per il vino di Olevano, fissa un suo collaboratore con un’espressione a metà tra House of cards e sintesi sguaiata del neorealismo nostrano, e gli fa: ce li abbiamo due milioni? Quello annuisce e l’assessore mi risponde: mettiamo due milioni per la scuola, facciamo un istituto comprensivo modulare. Un po' stordito mi son tenuto per me questa promessa con il timore che dicendola in giro il ridicolo poi sciupasse la speranza. Che scemo che ero.
    Nella stessa domenica d'ottobre dell'incipit sulla Tiburtina ho davanti una Smart nera che clacsona furiosa a una Fiat con un vecchietto dentro, poco prima di prendere la rampa per il Gra; i due della smart si accaniscono contro di lui, e subito dopo verso il gruppo di ciclisti che facevano rallentare il vecchietto. La carreggiata è stretta per i lavori in corso e non ci passa nemmeno la Smart coi ciclisti al lato. Ci vuole pazienza pensavo, ma senza preoccuparmi o incazzarmi, mentre osservavo i due esagitati con la testa di fuori che inveivano contro il vecchietto lento e spaurito oramai già sulla sua rampa.

    Nel 1995 vendevo in giro una rivista di poesia che si chiamava “Per terra”, e spesso la vendevo all’ingresso della facoltà di Lettere, oppure, usando il Trovaroma, scovavo tutte le rassegne dove trovare possibili acquirenti di poesie. Le ragazze della rivista erano contente di me, perché vendevo centinaia di copie ad ogni uscita. Ne ho regalata una copia a Lindo Ferretti prima di un suo concerto a Castel S. Angelo; Zamboni non c’era, ché aveva rischiato di perdere un occhio nel pomeriggio. Il concerto fu sconvolgente, e per il pogare allegro persi la cartellina con le poche copie invendute. Disperato ma felice ho aspettato seduto sul marciapiepe che il pubblico se ne andasse: la cartellina era lì per terra, schiacciata come in un fumetto, come una sottiletta, come la mia condizione d’allora, e dentro c’era anche la mia copia con autografo di Lindo. Com'ero beato e complicato allora.

    Fino a ieri avevo un patto in sospeso con la mia generazione: fai il bravo e seguici nelle nostre peripezie politiche, artistiche e mondane: dopo il futuro sarà splendido e autentico per te. Oggi sto alternando lo stuccare le pareti del mio seminterrato, allo scrivere frenetico di questi fatti al pc, con la colonna sonora degli Ustmamò: lì ascolto soprattutto per vedere l'effetto che fa. 
Al centro della stanza si è formata una nuvola rosa di polvere, e osservandola fantastico il progetto per una feconda vecchiaia a prova di rampa. Tutto questo mi piace e mi procura una smorfia di sorriso solitaria, e vorrei che durasse per un'altra vita ancora. Ma che fatica far sembrare questa condizione descritta come la mia realtà, e non come una metafora ispirata in una domenica che scappa via.




lunedì 14 settembre 2015

Adriana



    

    Adriana vive nel mio quartiere da tempo, in una casa popolare riscattata. Da giovane in borgata Adriana era un’autorità. Durante gli anni settanta, e nei primi anni ottanta, è riuscita insieme a quelli del comitato, donne soprattutto, a far trasformare la condotta medica in un Consultorio. Nella condotta pare che in quel periodo ci fosse un medico mezzo depravato. Inoltre, sono riusciti a trasformare la stalla del centro di riproduzione per cavalli del ministero dell’agricoltura, in un Centro culturale. Poi hanno fatto pressione insieme alle maestre venute dal nord, affinché le classi delle elementari fossero miste, nella scuola frequentata dai figli, e insieme a loro sono cresciuta e ho capito qualcosa della vita e ho imparato cos’è la Costituzione. Adriana definisce favolosa la scuola di allora: sono riusciti a creare anche un planetario in quel periodo, da poco ristrutturato. 
Adriana l’ho vista insieme all’allora presidente del Municipio nel documentario di Rulli e Petraglia all’inaugurazione del Centro culturale, mentre tagliavano il nastro. Dopo la visione ho parlottato con Adriana e mi ha raccontato quello che nel documentario era solo accennato. Un mondo ancora agricolo, lontano dal centro, dove un gruppo di persone s'impegnava a far avvicinare i servizi che le istituzioni egoisticamente trattenevano in centro. Era l’aria degli anni settanta a spingerli a fare cose così. Stavano sempre a baccagliare al Campidoglio, e riuscivano a ottenere risultati dopo trattative faticose. Adriana lavorava pure, faceva la sarta per il teatro e il cinema part-time, ma credo che la sua attività maggiore, oltre a fare la madre e la moglie, sia stata quella di assorbire il cambiamento che la sua epoca proponeva: una sorta di osmosi culturale borgata-centro-borgata. Voglio pensare a quegli anni pensando a persone così, non usando più la sterile rappresentazione della contestazione, ormai troppo idealizzata fino a farla dissolvere davanti ai nostri occhi.




   Adriana ora è stanca, anziana, eppure l’altra sera mi toccava il braccio per avere la massima attenzione mentre raccontava, costringendomi a guardarla negli occhi; così facendo è riuscita a trasmettermi una storia che quelli dell’estate romana sono riusciti solo ad accennare: loro mi hanno fatto vedere il documentario su un’installazione frammentaria che il vento rendeva ancora più difficoltosa la visione. A un certo punto una vecchina nel documentario racconta di essersi comprata il vocabolario d’italiano per conoscere le parole, e dice che lo sfogliava tutte le sere, soprattutto quando il marito pittore stava lontano per lavoro. Il tono trasognato della sua voce sommato a uno sguardo dolce e a una dizione conquistata in quelle notti di solitudine, oggi valgono più di mille ricerche sociologiche: si aveva fame di tutto, in quegli anni.






    


   Negli anni ho partecipato anch’io nel quartiere – ormai ex-borgata – alle inaugurazioni di parchetti, piazzette e asili, e sono stato ad assemblee con politici, a manifestazioni: ma questi sono gli anni del kilometro zero, delle decrescite abbozzate e dei contentini ideologici. Quel pezzo di storia era diverso, sempre pieno d’inciampi e contraddizioni come oggi, certamente, ma con la differenza che Adriana e le altre riuscivano a concretizzare alcuni diritti reclamati: alla salute e alla cultura in periferia, in primis. Mi sento ridicolo se penso a come ci abbiamo provato noi del comitato, con le richieste di una biblioteca, e di un percorso pedonale e ciclabile che unisse il quartiere vecchio dal nuovo: non per le richieste in sé, ma per le inutili discussioni tra di noi (sei, al massimo otto persone a ogni incontro), che ha prodotto nel giro di tre anni il dissolvimento del comitato stesso. In quel tempo ho contribuito a piantare decine di alberi, all’organizzazione di due feste di carnevale, alla venuta di una troupe del tg3Lazio, e, vera soddisfazione ahimè, a far smussare un’aiuola spartitraffico per agevolare le manovre con le auto. Niente, Adriana e le altre con i loro atti e fatti mi hanno insegnato che la concretezza segue un pensiero chiaro, deciso: ma tu cosa vuoi davvero?





  Leggendo Gli anni, di Annie Ernaux, ho riflettuto su quel noi che ha contraddistinto l’epoca del dopoguerra con l’Io che rappresenta questi nostri anni: non c’è soltanto contrapposizione tra plurale e soggettivo, forse la verità è che ci sono epoche più grandi di noi, e poi ci siamo noi, con il nostro oscillante Io che preme insoddisfatto, affamato. Non sempre le istanze coincidono con i veri desideri, e per quanto mi riguarda poche sono le volte che vado a dormire con l’idea di aver aggiunto davvero un tassello, una conquista in questo mio tempo evanescente, ma bellissimo.
Oggi Adriana è il ritratto in cui voglio specchiarmi: un tassello in arrivo dal passato.
    


mercoledì 2 settembre 2015

La mia vita vera è dentro questo file?


 1.
    Passare una serata davanti a uno schermo in riva al mare, dove proiettano un film su Nick Cave, stelle cadenti che si spengono in acqua, poi alla fine, mentre ascolto Ettore pronunciare mondi lontani, lascio entrare beatamente il film nella vena del mio entusiasmo. Ma arrivo a casa e penso, con l’insonnia addosso, a quel ragazzo che cade e muore sulla scogliera: postilla tragica che rimescola la visione nella mia mente.
   
 


  

L’indomani andare a una sagra all’oratorio per mangiare pesce fritto a cinque euro, vino rosso incluso, e poi digerire giocando a basket, sudatissimo, tra ragazzini e madri. Ecco la vita che non ha un senso e rotola via in queste notti d’agosto, paralizzato dai pochi soldi e con la canonica voglia di cambiare tutto. Mai niente, davvero.
    Questi miei giorni estivi: elencare fatti lontani, nominare persone preistoriche, tuffarsi in mare di pomeriggio, stare su twitter come un bimbo, leggere furiosamente. Organizzare una cena tra vecchi amici dove, mentre gli uomini un po’ stempiati parlano di calciomercato e delle loro scappatelle su skysport nelle sere d’inverno, le mamme scambiano pareri febbrili per l’imminente inizio della scuola, altri un po’ sparsi dietro cespugli si infervorano parlando di progetti che realizzeranno a settembre. Io senza progetti e senza sky mi stacco da terra e osservo queste persone un tempo a me familiari (e ora?), e mi aiuta, per capirci qualcosa in più, questa luce fioca alogena: poi scendo e ho una parola per ogni loro desiderio. Intanto parlo con P. delle presentazioni di libri a cui ho assistito durante l’anno, come se fosse la mia vita vera. La mia vita vera è dentro questo file, negli occhi che mi ritrovo quando resto da solo e mi faccio spaventare dal futuro. O nel sudore appiccicoso di quando tento di potare gli ulivi, e sta anche nella delusione di vedere affogare proposte di lavoro dentro una solitaria mail estiva. La vita vera sta ora nei desideri incessanti che non riesco a raccontarvi: colpa di quell’odore acre che sa di rassegnazione. Questo sono. Sta pure nelle dormite napoleoniche, coi sorrisi dei figli al risveglio o coi loro benedetti e rari capricci. Sta nella devozione a una moglie sognante e umorale che cerca l’agognata (meritata) pace nei fortini altrui, e mannaggia alle famiglie-famiglie, queste famiglie che si risucchiano le nostre battaglie di crescita. La vita vera sta nei pensieri per una madre sempre più rimpicciolita nella sua storia di vestiti cascanti, a fiori, che delira dolcemente già dal primo caffè. Sullo sfondo ci sono i messaggini evocativi degli amici, a volte tranchant o elusivi e spesso lontani come quelle isole che neppure quest’anno riusciamo a visitare: siete troppo cari voi di Laziomar.
 
murales a Gaeta


   Ho scritto un racconto di morti e resurrezioni, un tentativo di far gemmare storie che stanno nell’aria di questo Golfo, che ho trattenuto nei miei pensieri a forma di gatto, negli anni di silenzio. Ora non so cosa farne di questo racconto, ma chi l’ha letto dice: meraviglia! (ma senza immagini dice tutto e bene, nello stesso magnifico istante).

Fa caldo per tutti. Scappiamo tutti. Scriviamo tutti. Spettegoliamo tutti. Ma nessuno vuole apparecchiare coi bicchieri di cristallo queste serate estive. A nessuno piace la solitudine degli altri. Tutti aspettano. E usano tristi bicchieri di plastica.

2. 
   Stiamo andando da tua nonna, in lontananza fulmini che si scagliano in mare come tre milioni di anni fa, e io ti mostro lo spavento senza camuffarlo con ansie stagionali. Ripariamo in un bar, avviso l’amico, accorso per donarmi L’eco di uno sparo. Lui stava sotto e dentro quella ‘tempesta”. Ripartiamo e troviamo un ingorgo che blocca le due strade: con una virata decido di percorrere la strada panoramica che attraversa le frazioni. Il cielo è di nuovo terso, si vede Ischia, le torri in successioni e noi due dentro l’auto che sfreccia sulle facce delle vecchine nere. Alla radio ascoltiamo l’ultima canzone di Freddy Mercury, poi i Beatles, parliamo di Aids e dei sentimenti che si appiccicano per sempre a certe canzoni. Ti agiti, senti nausea e me la mostri senza disperare. Chiacchieriamo, e penso a quella poesia di Carver, e il cielo mi rapisce i polmoni.
Comicamente, non sapendo dove buttare l’immondizia, riparo in un ingresso di una banca e la butto nei loro enormi secchioni gialli. Ridiamo all’idea che mi becchino con le telecamere del bancomat. Entriamo nel budello che divide i vicoli, guardiamo una vetrina di scarpe, ma io guardo anche il tuo profilo, i tuoi lineamenti che pare stiano lì per lì per far esplodere la tua sognante personalità. Arriviamo da mia zia novantatreenne e lì, seduta come una ragazzina, c’è anche tua nonna. Poi cugine, e neonati che non conosco. Si parla di abitudini in città, e si percepisce una cordiale estraneità coltivata in questi ultimi trent’anni, tra me e loro. Mio zio è morto da circa un anno e la sua assenza la colmiamo parlando tutti contemporaneamente. Usciamo. Salendo le “Scale dei scalzi” scatto una foto e ti racconto della direttrice suicida e della sua leggenda che assieme ai miei compagnetti violammo arrivando a quel terzo piano inagibile, impenetrabile dagli altri. Tu sorridi, assorbi la mia ennesima storia e cammini ancora più veloce di me.


3.

   In questi giorni di mare e campagna, di nuvole e chiacchiere, ho capito che il mio fallimento in questo posto di mare è frutto di una vecchia paura: evitare i conflitti e stare nel quieto vivere individuale. Anche se poi litigo con un erborista mezzo stregone che con un pendolo in una mano, e l'altra che tiene la mia, dice: non puoi mangiare i fichi d'india, sono negativi per te (ma va va, io me li mangio eccome). L'Antonio Pascale che è in me lo ha divorato in un'ora scarsa di argomentazioni ragionevoli. Peccato però che mia moglie, sconsolata ma d'accordo con me, dice che sembravo un po' Sgarbi mentre lo attaccavo per le sue scemenze grilline e terapie radiononmiricordocosa. Tant'è.

(E non andare più per mare con l'ansia al posto della ciambella, mai, perché se poi ci vai anche col pedalò semini il panico in famiglia, contadino scemo che non sei altro). 

Tanta rassegnazione che sai gestire sempre di più, con il fegato che si presta a bilanciare il guaio: bevi e ridi, ridi e scordi. Famiglie, amici, pensieri arcinoti che vanno a braccetto con i risentimenti: ecco lo stato dell’arte dentro la mia testa. E tu mi dici di non scrivere cose tristi, ma come faccio amore mio a usare i colori dentro questa istantanea di tempesta? Pieno, vuoto, fermo ora mi berrei un litro di vino e canterei stonato le rime dei miei avvenimenti e impiegherei i giorni che mi restano per raccontare ciò che rende la mia ombra, soltanto un’ombra raccontabile: vedrai amore mio che contrasti che nemmeno Giacomelli coi pretini: poi di domenica arriveranno tutti i colori dei pittori amati, direttamente dal mare.

foto di Mario Giacomelli
P.S.
Le mie vacanze vere le ho passate a Circello, dalla mia amica Antonella, dove abbiamo ricevuto affetto e accoglienza dalla sua famiglia, e generosità e semplicità dal paese, in soli due giorni. Le mie Maldive sono lì, tra forche caudine e dolci montagne.


Circello, agosto 2015

mercoledì 8 luglio 2015

l'evoluzione del fricchettone

    Dovevo decidere: mare o lago. L’idea di scendere a Gaeta era naufragata nel mare d’inquietudine, e mi ci vorrebbe una traversata oceanica per spiegarvela bene. Dovevamo decidere: l’ha fatto per noi google maps. Per arrivare a Martignano solo 41 minuti! Per S. Severa ci voleva più di un’ora. Partiamo sereni col navigatore del tablet sulle gambe, e apprezziamo, ma ben oltre i 41 minuti previsti, i cespugli boscosi della Cassia. Per poco non arriviamo a Viterbo. Imprechiamo, e ci incazziamo tra di noi per poi ritrovarci a circumnavigare metà del lago di Bracciano, ma non ci piace per balneare. Puntiamo di nuovo su Martignano, dopo quasi due ore arriviamo e ci accoglie lo sconto per il bus navetta delle 15.00; sembriamo quasi felici, e ci pare di stare in vacanza per davvero dentro al pullmino che traballa a ritmo di musica house: stupiti guardiamo la polvere che si alza alle nostre spalle. Gli occhi dei miei figli, i beni preziosi che ho. 
Questo lago oggi ci abbraccia e protegge.



Nella testa avevo una strana paura di ritrovarmii tra milioni di fricchettoni, e tanti cani inzuppati, o suoni monotoni di bonghi. Sì, c’erano i fricchettoni e i cani, ma sono pochi rispetto a vent'anni fa, e sembrano evoluti e discreti che si godono, rispettandola, la quiete del posto. Comincio a cambiare umore, non sono più incazzato, e così mi tuffo con i figli nelle acque grigie. Sì, starai pensando “Vieni da un posto di acque cristalline e ti tuffi qui?”. Lo ripeto: ci vuole una traversata per spiegarti i tanti buchi grigi della mia esistenza, amica mia. 
A un certo punto mentre leggo Paura, di Zweig, un gruppo di ragazzi alle mie spalle con chitarra e bongo tirano fuori un repertorio anni ’90 niente male. Così penso a come certe canzoni dei Radiohead, pur non essendo mai stato un loro fan, riescono sempre a sfibrarmi per bene i sentimenti. Parte Creep e chiudo gli occhi come fanno certe ragazze innamorate in attesa del pensiero giusto per sognare. Ci provo anch'io.




Poi partono i Marlene Kuntz, gli Aftherouse e anche i Litfiba, ma quelli del periodo a cui avevo già voltato le orecchie: Lacio drom e giù di lì. Stavo per alzarmi e chiedergli Labbra blu, magari andando verso di loro per cantarci insieme. Invece ho continuato a leggere e sorvegliare i figli tra aquiloni, smartphone e rive sabbiose. Pensavo a come siamo arrivati a questo equilibrio che sa di tregua e ansia, e cercavo di ricordarmi le salvifiche deviazioni che non ci hanno fatto impantanare dentro a quegli anni. Il mio amico dice che sono nostalgico, non credo, sai, eppure non so come fare a staccarmi da canzoni come Nuotando nell’aria, o dal raccontare ogni volta quel tempo incastonato nella mia memoria, strambo, eppure pieno di aspettative eccitanti. Forse ci voglio rimanere ancora un attimo dentro a quel tempo, e setacciarlo bene, per poi esaminarne i detriti preziosi con la luce potente di oggi. Amico mio in fondo hai un po’ di ragione riguardo alla mia nostalgia, forse è soltanto paura di ammettere che adesso siamo diventati altro: tutti i giorni penso di scrivere sul mio blog una dichiarazione di realtà, su cosa credo di essere diventato. Poi mi scoraggio pensando a come continuano a vedermi gli altri: sempre uguale a ieri, mi sa. Forse ho paura dei cortocircuiti e preferisco l’uscita di scena dal branco di appartenenza con una luce fioca alle spalle, lentamente, magari con le mani in tasca e lo sguardo sui miei piedi.


(Come mi vedete davvero? Ditemelo almeno in privato, accidenti ai vostri occhi pigri e troppo compassionevoli).

Nella pancia di questa placida giornata al lago ci sono pensieri di debiti enormi come montagne di terra arida, che lascio sbriciolare frivolmente davanti a future uscite serali: ondeggiare tra le persone che desidero imitare, lasciando gonfiare la mia illusione per un’altra vita ancora. Un mite mitomane, me e il mio sorriderci con te.

A voi ex o presunti ex fricchettoni che avete colorato le pareti beige della mia giovinezza, oggi, davanti a questo lago pacificante, vi chiedo perdono di tanto mio accanimento contro la vostra condotta discutibile di allora, spesso incoerente, sicuramente modaiola. In fondo v’invidiavo anche per le vostre libertà sessuali, ma, soprattutto, per tutte quelle comodità famigliari che vi sostenevano, e quel benessere che riuscivate a procuravi anche lontano da casa: io squattrinato, sempre inadeguato e pieno di sensi di colpa, riuscivo a scopare sulla spiaggia solo da ubriaco, per esempio. Poi al mattino smontavo la tenda con fare mitteleuropeo, e già maledicevo la caduta di stile della notte. Ero matto, lo so. E oggi osservando il vostro conformismo di sempre, vedendovi pieni di tatuaggi, placidi, e senza rimorso alcuno per le condotte passate e attuali, capisco che state sempre nel fuoco del vostro tempo. Sembra che non abbiate mai avuto colpe, né ripensamenti o cadute davanti a un’epoca che, al massimo, vi chiedeva di sacrificare una vacanzetta a Lisbona con gli amici, in cambio del solito giro in barca a Ponza con mamma, papà e nuova compagna di papà. Ecco quello che vi ho sempre invidiato: le vacanze spesate, e le lingue apprese in giro per l’Europa in quegli anni di spensieratezza. 
Perché stanotte ancora tutto questo rancore davanti a un mare di stelle?

Al lavoro, mentre stavo in bagno, un pensiero nerissimo mi ha risucchiato nel vortice luttuoso che non voleva saperne di vedere luce. Appena ne sono uscito ho avuto un brivido nel vedermi allo specchio sopravvissuto a tante brutte storie e a giornate buie, così come a questo pensiero pesante che lascia la gola secca. Di corsa sono uscito in giardino scordando dietro di me le invidie, le frustrazioni e i dolori: piangendo di gioia come un uomo.

p.s.
Vorrei convocare le persone che stimo, e quelle che amo, e magari anche quelle che non mi hanno mai creduto fino in fondo a una partita di pallone: farvi vedere quanto sono bravo, fantasioso e generoso nel gioco del calcio. Il mio unico grande rimpianto è di non aver insistito a quindici anni a giocare nella squadra degli allievi della mia città: da lì, guarda caso, qualcosa poi si è bloccato. Fatemi fare una partita ancora, solo così potrò fare quei goal necessari per mettere un punto al mio rancore e ricominciare a vedere il mondo come ad una ennesima magnifica possibilità.

mercoledì 10 giugno 2015

giro, fantastico e aspetto.

Giravo per Formia fiutando le opinioni sull’omicidio dell’avvocato Piccolino. In libreria, mentre compravo “Le streghe” per mio figlio e per me, una signora, forse un’insegnante, affermava che l’avvocato era un po’ provocatore col suo blog; poi un altro davanti a un negozio d’abbigliamento sportivo fa “era anche strano quello è”; un mio amico al telefono sottolinea che “era anche sui generis, però”. Per raccogliere un po’ di dolore e spavento sono dovuto arrivare al Circolo Arci, dove non ero ancora mai stato: oggi annulliamo la presentazione di un libro per la fiaccolata (me lo dice un signore gentile con una voce flebile, di chi teme che la camorra cominci davvero a fare guerre anche qui). 


Non vado alla fiaccolata, perché sono due mesi che non vedo mia madre e le avevo detto che avrebbe passato la serata con noi. In fondo non so bene perché non vado, forse credo sia una cosa che riguardi i formiani - io poi sono pure di Gaeta - e in fondo oramai da anni vivo a Roma. Non vado forse perché amaramente girando per la piazza ho salutato la prima persona solo dopo mezz’ora: estraneo ora quando un tempo ero solo strano. Ma sbaglio. Perché quest’omicidio brutale deve riguardare tutti, anche me, e anche quelli che commentano con distacco, aggiungendo alla fine della frase che l’avvocato (un po’ eh!) se l’è cercata: forse così si rischia di arrivare allo stesso sragionamento di quelli che stanno usando i ma per non premiare i disegnatori di Charlie. Se uno ti spara per quello che dici, scrivi o disegni, non ci sono ma che tengano, a meno che tu non sia inconsciamente più vicino al carnefice che alla vittima per paura, per vigliaccheria o chissà per quali altre diavolerie psichiche e sociali che qualcuno prima o poi dovrà decifrare: per capire meglio questi anni, e le nostre storie confuse che ci sono finite dentro. Per riempire di senso questo vuoto creatosi tra quello che facciamo realmente in famiglia e in società e quello che professiamo poi da una tastiera o da un bar, e farlo anche a costo di autocritiche feroci, e di solitudini temporanee.

Così il giorno dopo mentre sistemavo il glicine e potavo il melograno, sono sprofondato nel fantasticare di una presentazione estiva de “Gli anni al contrario”, proprio qui, in questo pezzetto di terra disordinato che circonda la nostra casetta: negli anni è stato un ritrovo estivo per amici e parenti, oggi lo è un po’ meno, ahimè. 


E vaneggiavo per difendermi da questa sottile solitudine, e anche per tentare di rispondere a quelli che si rifugiano nei piccoli mondi famigliari: forse proprio lì si nasconde quel varco invisibile, velenoso e pericoloso per ogni futuro scenario malavitoso della città. In questi posti tutto si svolge e risolve in mezzo al proprio (enorme) nucleo famigliare. Il senso civico se visto dall’alto appare a macchia di leopardo, pochi sparuti luoghi belli da frequentare, il resto è tutta una gran barricata cementosa davanti ai miseri e opportunistici interessi. Tremo all’idea di quello che sarei potuto diventare restando qui. E allora ho scritto una mail a N. sull’eventualità della presentazione, facendolo col mio solito esagerato entusiasmo: ma cos’altro mi ha salvato da questo piccolo mondo se non l’entusiasmo per gli abbracci da desiderare?
Se solo avessi due grammi di forza organizzerei davvero la presentazione del libro come suggello a quello che non siamo diventati, magari facendolo proprio durante la notte di S. Lorenzo, e tu sai il perché.

Qualcuno mi presta quel grammo mancante?


[il desiderio di me bambino con le ginocchia tra le mani a desiderare gli amici che avrei avuto da grande, e mentre fantastico provo un brivido che mi anestetizza il presente incerto, doloroso a cui sono comunque legato e, tremando all'idea di perderlo, corro ad abbracciare chi c'è: un attimo di splendore illumina quel dolore e poi dagli occhi arriva quel sorriso che somiglia a un pronto soccorso appena lasciato]

p.s.
oggi ha confessato l'omicida dell'avvocato: non era un camorrista, ma un imprenditore risentito che si è vendicato. Resta il fatto grave e assurdo, e restano le impressioni che ho raccolto per strada.

lunedì 18 maggio 2015

Lettori si cresce

    Mi sono fissato. Di leggere. Di scrivere. Da piccolo, a parte Cuore e Le tigri di Mompracem in versione ridotta, non ricordo di aver letto altri libri. Sì, dai dieci anni ho consumato l’Enciclopedia Fabbri e l’Atlante, ma è un’altra cosa. Sì, poi c’era mia madre che declamava Pascoli tra una strillata e un crollo sul letto, ma è un’altra storia. Da lì in poi solo partite a pallone, e fughe. Dai vent’anni ho cominciato a divorare a intermittenza quinquennale i libri. Il giovane Holden che mi mise davanti agli occhi Claudio (ehm, grazie). Poi durante una stagione a Madonna di Campiglio ho scoperto Vassalli, De Luca, Ben Jelloun e Benni, leggevo la notte per non far vincere nettamente il datore di lavoro razzista e scemo: mi pagavi, mi davi vitto e alloggio ma la testa di notte era solo mia. Credo di aver cominciato a leggere meglio dal 2010, prima mi trascinavo appresso un approccio disordinato e misterioso, che ogni tanto si ripresenta come mostro d’infanzia: dimentico spesso i finali. La mia memoria  emotiva è stramba e non regge alla lunga. Sono un lettore tonto, ma ho fiuto, a volte. Avrei bisogno di Ammaniti, padre però.

 Ieri ho finito Lettori si cresce, di Giusi Marchetta. Mi sono lasciato scuotere da quelle pagine piene di suggerimenti discreti, godendo di quegli incitamenti a impegnarsi nella lettura, appassionandosi alle storie che ci girano intorno. Pareva che Giusi stesse dialogando a quel me affamato e narcisista che mi sta appiccicato alle calcagna, sin dal mattino. A me, che ho un figlio in età di Polito, la potenza di questo libro ha investito come una doppia raffica di tramontana. Non ho scusanti, considerando la mia vecchia pigrizia, rischio ogni giorno di attestarmi sul “leggo quello che mi pare”, o “i classici e quelli di tendenza li lasciamo agli altri”. Uno snob al contrario, potrei diventare. Prima addirittura leggevo solo outsider, o perdenti come me. Un atteggiamento che si stava trasformando in patologia: diventi famoso? Ciao. Piaci pure a quello? Ciao. E basta! direbbe mia moglie, con la sua silenziosa ragionevolezza. L’istinto. L’Io. E il deserto di sfiganza che avanzava verso la mia pianticella mai davvero cresciuta. Questo fino all’altro ieri, poi una vocina ha cominciato a soffiarmi dentro la mente scenari d’inarrestabili solitudini che banchettavano coi vecchi deliri mai sconfitti. Fermati, e considera la morte. E poi restaci tu a fare il diverso di mestiere, a me viene da piangere al pensiero di essere solo così: intimidito dal tuo passato a non frequentare più il mio misero, splendido tempo.
   Lettori si cresce va fino in fondo e scompagina il taccuino dei buoni propositi, quello zeppo di annotazioni di chi crede che basti lo sforzo una tantum, e non l’impegno costante di leggere, amare, per poi aspettare l’alba col cuore inzuppato e malconcio del giorno prima, di una pagina fa. Starei zitto a questo punto, impegnandomi a non sprecare tutto nel supremo sforzo iniziale: l’istinto che balla con l’intuizione. Impegniamoci di più, e viviamoci quel che si è.
Giusi Marchetta in questo libro racconta le sue esperienze come professoressa, in cui, tra biblioteche sotterranee, classi appisolate e davanti a una tradizione fallimentare d’insegnamento della letteratura, cerca di far passare un vero interesse creando una vicinanza tra i libri e i ragazzi. Gli episodi nella scuola si alternano ad altri: ripetizioni in case zeppe di libri e scarse di attenzioni per i figli, o di passaggio in una casa romana, dove una bimba la ingaggia per una lettura della buonanotte che si trasforma in una sfida tra sé e le aspettative della ragazzina (nonché dell’autrice). Si presenta come lettrice speciale. Si mette in gioco. Come nel carcere minorile, dove pazientemente riesce a trovare un varco nella testa del ragazzo più ostile, per aprire una parentesi di lettura, di vita, condivisa e irripetibile. Mi è piaciuto questo ritmo un po’ narrativo e un po’ da saggio che c’è nel libro: pare l’equilibrio di chi tenti di trasmettere la passione contaminando sentimento e ragione. Stile e vita. Rischiando sempre qualcosa di sé. Perché nei libri se vuoi c'è l'abbandono, la morte, il proibito, il sogno: nei libri c'è veramente tutto, basta avere pazienza.
Quel po’ (prezioso) in più di consapevolezza che ho acquisito da questa lettura l’ho impiegata subito: al figlio con suggerimenti decisi, e al lavoro leggendo di più e con maggiore partecipazione ai pargoletti. Anche per me, recuperando classici impolverati (avevo Marcovaldo e mesi fa l’ho preso in prestito in biblioteca, per dire) impilandoli sul comodino. Vedremo, domani.
In questi giorni mi sono schierato dentro una polemica editoriale, pentendomene dopo due secondi. Forse ho imparato: mai più cedere ai ricatti di un mondo che non mi appartiene per niente. Altrimenti la passione da dilettante che sta crescendo in me rischia di soffocare dentro recinti di congreghe tristi, lontane anni luce dal mio orticello denso di fiori e di api. Preferisco leggere, crescere, e non scimmiottare le scimmie.

sabato 2 maggio 2015

il quotidiano

Solitamente almeno un paio di settimane d’agosto le passiamo in una casetta di legno di 30 metri quadrati, circondata da ulivi e fantasmi, a dieci minuti dal mare. Il 20 agosto 2013 mi sveglio all’alba, come a volte mi capita lì. Esco, perlustro il perimetro del giardino con gli occhi e, una volta verificato che non ci sono animaletti indesiderati nei paraggi, salgo in auto e in tre minuti sto a Maranola. Nel bar in cima alla scalinata mi faccio imbustare quattro cornetti alla crema, ne mangio subito uno da solo e senza sensi di colpa, mentre spulcio Latina Oggi; prima di uscire chiedo un caffè lungo. Non so voi, ma io all’alba ci associo sempre un quotidiano da divorare, sempre dopo il cornetto, sia chiaro. Col sapore del caffè sulla lingua, guido spensierato verso l’edicola, che sta accanto al frantoio. Scendo e mi fiondo davanti al chioschetto: Repubblica, per favore. Lo afferro e con gli occhi già scorro la prima pagina mentre aspetto il resto: sappiate edicolanti che in quei momenti potete darmi pure dieci centesimi di resto quando vi do cinquanta euro, tanto non me ne accorgo. Mentre il primo articolo mi entra negli occhi e nella testa, mi avvio a risalire sull’auto e, continuando a leggere, impiego decine di secondi a cercare di infilare la chiave. Finito il pezzo, infastidito, guardo il cruscotto: ma che cazz! In due secondi capisco. Ho sbagliato auto. Intuisco che il tipo robusto che mi stava accanto in edicola è il proprietario dell’auto dove mi sono accomodato: sta comprando la Gazzetta dello sport: quel rosa si accende nei miei occhi. Tremo. E se questo mi acchiappa e mi sbatte per terra pensando che io stia qui per rubargli l’auto? Schiaccio il mio tasto replay uscendo fulmineo, col giornale tra le mani chiudo lo sportello ma me lo do sul pollice, forse inconsciamente creo un cuscinetto per non fare rumore con la portiera: mi attraversa dalla testa alle infradito il dolore più acuto della mia vita adulta. Santiddio! Sento il tipo della Gazzetta che continua a chiacchierare di Juventus con l’edicolante, ignaro che uno si sia intromesso nella sua auto, tantomeno che si sia sfracacciato il ditone scappando, nel frattempo. Santiddio! Entro nella mia auto e piango, per davvero: le lacrime scendono che è una bellezza. Dalla caduta in cameretta a otto anni (dente spezzato) che non vivevo un aspro dolore così. Noto che l’auto dove ho appena finito di leggere un editoriale è soltanto nera come la mia. Nel giro di qualche secondo comincio pure a ridere. E sudo. Non riesco ad accendere la mia auto. Intanto sento i due che si scaldano: e voi quanti ne avete rubati di scudetti? Parto lentamente, e guido come quei contadini dentro le Apette che bloccano il traffico per le strade dei paesi. Faccio le curve fino alla casetta ridendo e piangendo con una cadenza sorprendente, a un certo punto comincio pure a cantare. Da fuori sembro un disperato appena lasciato dalla fidanzata, prossimo alla pazzia. Da fuori sembro proprio fuori di me. All’ultima curva, zuppo di sudore, di lacrime e di mocciolo rischio di prendere in pieno un ulivo secolare.
Eccomi arrivato. Sono solo salvo. Mi siedo ancora piagnucolante sul terrazzino col ghiaccio sul dito e il giornale stropicciato sul tavolino bianco. Meno male: gli altri dormono ancora, e a me e al gatto non resta che fissare sconsolati il mare che appare dietro al giovane melograno. Mi esplode un’immagine ghiacciata in testa: vedo la busta bianca di cornetti alla crema adagiati sul sedile passeggero nell’auto dello juventino.

-Papà…papà, ma hai preso i cornetti?


lunedì 20 aprile 2015

La manutenzione degli affetti

      I personaggi di questo libro di racconti camminano accanto a noi. Amano come noi. Tutto questo senza stringerci a loro, senza soffocarci nei loro sentimenti. In questi racconti si narra il presente e tutte le sue parole vivono tra di noi, ma non ci schiacciano né impauriscono. Ci accompagnano attraverso l’inquietudine, che percorre come una dolce serpe il libro. Lo stupore per i fatti quotidiani, anche se mostrati con raffinate lenti d’ingrandimento, sono carichi di elettricità e d’improvvisi turbamenti; cadute che nei giorni normali e quieti irrompono e deformano la realtà, costringendo ai personaggi ripensamenti e frenate davanti agli usci dei giorni. 


La “Manutenzione degli affetti” appare nel suo insieme come una sorta di mosaico del pensiero contemporaneo che, sorretto da uno stile diretto e acuto, forse aiuta a semplificare il groviglio incandescente dei sentimenti sottocutanei dei nostri giorni. Leggendo più volte alcuni dei racconti presenti nella raccolta, mi sono specchiato nei tanti specchi esposti: i sentimenti che si aprivano e dilatavano nelle descrizioni dei personaggi m’invitavano a pensare ai miei guai sentimentali, esistenziali, così come ero attratto dalla loro bellezza di racconti, tutto questo senza inciampare nelle buche del sentimentalismo, e neppure mortificandomi del mio essere solo lettore di passaggio. Ecco, questo libro di Antonio Pascale contiene un rispetto commovente per i lettori, ai quali presenta solo delle interessanti storie da ascoltare.
Una caparbia volontà di illustrare impressioni e vissuti attraverso gesti minimi, quotidiani, che fanno emergere uno stile asciutto e lineare, a cui l’autore si affida e confida per raccontare un mondo altrimenti trascurato e, forse, non visitato da altri, e solitamente neanche da noi. Quel mondo dove le persone dialogando con l’ambiente attraverso lampadine, ascensori, quadri, mettono in atto tic e modalità esistenziali, e così facendo mostrano tutte le conseguenze e le deflagrazioni che certe paure, certe ansie, certi affetti, e certe scelte irrompono nelle vite senza pietà. E poi sarà nel pensiero successivo, che non abita nel libro, la volontà di aggiustare o abbandonare certe storie, la manutenzione appunto, quella che ci permette di aggiustare il tiro e di continuare a vivere con dignità le cose delle nostre vite.
Fare i conti col passato, escludendo ogni salvezza possibile, ma elaborando vissuti incerti e fragili, caratterizzano e legano i racconti. Alcuni di loro sono proprio imparentati e scorrono paralleli, pur senza creare un’unica storia.  L’autore lascia  intendere che, le vicende di Rosaria e Alessandro, avevano bisogno di due racconti separati e quindi non chiude in cerchio le due storie; questo forse anche per rendere chiara una cosa: alcune storie possono essere raccontate solo attraverso gli occhi dei protagonisti, a cui lo scrittore si sottrae con maestria, lasciando emergere piano piano un vissuto doloroso che si avvicina ma non invade, né noi e né i due racconti “parenti”. Questa cosa è bella e fa della “Manutenzione degli affetti” una guida sentimentale a cui attingere di tanto in tanto, nei pomeriggi piovosi o nelle notti insonni, e perché no, anche al mare col sole che illumina ogni parola: leggerlo anche per non sprofondare comicamente nelle secche del presente. Almeno per me, che da qualche anno ne faccio uso in dosi minime ma costanti nel tempo.

“La manutenzione degli affetti”, Antonio Pascale, nuova edizione. Einaudi.


lunedì 13 aprile 2015

il bar all'incrocio

L’altra sera ho fatto un colloquio di lavoro, in un bar, si trattava di assistenza domiciliare. Mentre Giampaolo spiegava il tipo di mansioni da svolgere, facendolo con sensibilità ma pure con quel disincanto di chi lavora da anni nello sciagurato mondo del sociale, ascoltavo e dentro di me risuonavano quegli anni faticosi di quando ci lavoravo, in quel mondo. E i bimbi, quelli con cui lavoro ora, mi passavano davanti coi loro capricci adorabili, e con tutte le loro instancabili mutevoli forme di crescita. No, Giampaolo, appari onesto eppure quello che proponi è vecchio, inutile alla mia storia. Nello stesso bar del colloquio anni fa stavo con Andrea e altri a discutere sul contratto capestro che una tale Cooperativa ******* ci aveva rifilato al secondo colloquio, rimangiandosi quello promesso al primo: basta, direi basta con questa commedia dei buoni che si accontentano. Un guizzo di cattiveria ci vorrebbe. Lavoravo in una casa-famiglia a trecento metri da questo bar. Ci sono rimasto tre anni a fare il topolino-educatore da laboratorio per gli scienziati-psicologi del telefono *******. Noi a tamponare l’orrore di storie infantili schiacciate dagli adulti e loro di sopra a gestire un potere fatto di bontà, di conferenze e di politici da sedurre: sempre in tiro stavano coi loro stivali taccosi e addosso quei foulard vorticosi come serpenti. Ma il magone che avevo la domenica sera prima del turno notturno, che mi trascinavo come una coda di dinosauro sulla Nomentana buia, col pensiero di mia moglie e mio figlio da soli in quella casa sfiancata sonoramente dai tir delle cave tiburtine, dico, ma a chi potevo raccontarlo quel benedetto magone? Di certo non ad Ammaniti-padre in supervisione (tra l’altro, lo riconosco, l’unico a capire in un’ora di riunione ciò che gli scienziati di prima (quelli taccosi) non avevano capito di D. in due anni di terapie).

-         Lavora, questo hai scelto a vent’anni, e ora vai, salva l’umanità intera: bimbi sfigati, uomini soli, donne distrutte, ragazzi senza giovinezza. Teneri disabili.

Poi, una volta in casa-famiglia era tutta una lotta con D. che non voleva dormire ed io a raccontargli storie sdolcinate con finali tristi che vedevano come protagonista Gigi D’Alessio, il suo eroe. E la notte su internet a cercare altri lavori, altre fughe, e altri piaceri inafferrabili che si allungavano fino al mattino.
Mentre il colloquio procedeva con ampie parentesi sui rischi di lavorare con gli psichiatri, e non con i pazienti psichiatrici, i miei pensieri sono volati in quella casa umida che protegge una donna sola, che ride da sola, e pensa da sola, e si incazza (anche) con me, ma sempre da sola, e vuole recitare fino alla fine una parte triste, trafitta già dalla sua infanzia di guerra, con la complicità di quel piccolo paese ottuso e splendido che si sta facendo odiare anche da me adesso. Lei lo fa con un randagismo ironico, al limite del comico: quando la ascolti non resisti e ridi, poi ti incupisci un po’, ma intanto hai pure riso di gusto. E non è poco, se consideri la sua storia, il groviglio che ha in testa, e la rabbia senza freno che sprigiona in certi pomeriggi estivi. Io lo so, e un giorno ve lo racconterò. Forse.
 Mentre sorseggio il caffè, e il colloquio volge al termine, parliamo di scrittura autobiografica. Poi anche di esperienze con pazienti psichiatrici, di un dormiente che seguivo (poi suicida) e di sua madre, che mi rifilava leccornie durante il risveglio patetico e tragico del suo unico inafferrabile figlio: io e lei in cucina e lui sdraiato in cameretta, bottiglie di birra accanto al letto. Fumetti. Cicche. Capelli lunghi e sporchi che schiacciati su quel cuscino mi sembrano una medusa. Lo invoglio a tirarsi su da quel letto lurido. Poi guardo la madre, lei abbassa lo sguardo e fa un altro caffè.  Mi accorgo che raccontando solitamente ometto la morte, la pazzia e l’insostenibilità di quegli sguardi tremendi. Di quegli anni. Uso il presente, illusione per non sentirsi perdente.

Giampaolo, tu sarai un buon coordinatore, ed io forse non lo sarò mai, pur avendo sfiorato e fatto sfumare questo status tante volte: ora sono stanco di status, e pronto a mille oscenità sociali. Come questo mio scrivere così; al corso di scrittura autobiografica, che durante il colloquio mi hai detto di aver fatto anche tu, ma ahimè lì non insegnano che il troppo di noi raccontato può diventare una bolla di sapone per salvarci il passato. Domani io voglio bucarla quella bolla, e poi leccarmi la liscivia mischiata allo smog che discende giù dolcemente, come eccitante: per gli anni che ci restano per combattere e amare.
Coraggio, amico abbi coraggio di scartavetrare questo imponente passato: poi lasciateci divertire a impiastricciare le mani nei colori che ci ritroviamo.


“A letto, il bacio”, del 1892. Toulose Henri de Toulouse-Lautrec



Ps
Sì, sto cercando lavoro da integrare al mio part-time: tra quei milioni di lettori di questo blog se ce ne fosse uno interessato a offrirmene, sappia che metto a disposizione tutta la fantasia che ho. Per le referenze chiedete ad A. a E. a I. e a O.

Ps2

Durante l’arco di tempo che ho  scritto questo pezzo non ho fatto male a nessuno. Ho fatto l’amore. Ascoltato Fiumani e poi Beethoven. Annaffiato le piante del giardino. Ho letto al piccolo I ragazzi della via pal, e visto le foto che il grande ha fatto a Romics. Ho inviato decine di messaggi, e navigato un po’ disperato e un po' contento su internet. Ho telefonato a mia madre tutti i giorni. E pensavo ogni mattina a come dar retta a Kurt Vonnegut: Quando siete felici, fateci caso.