In quel tempo che giocavo come un forsennato coi tappi mi sono pure innamorato.
Si chiamava Valentina, aveva 12 anni, era di Napoli. Certi pomeriggi di
controra mi sdraiavo sul lettino e me la immaginavo in santa pace: la amavo da
sdraiato, all’ombra. Non ne parlavo con alcuno, tanto meno con lei. Poi mi rialzavo,
mangiavo una rosetta con la nutella e tornavo alle gare sulla pista del
marciapiede. A testa in giù facevo schizzare ancora più veloce quei tappi che a
tratti mi facevano pensare a delle corone di regine, un po’ ammaccate. Le ferie
d’agosto Valentina le trascorreva al mio paese, in una casa al terzo piano di
fronte alla mia, appena quattro metri di vuoto ci separavano. Spesso prima di
andare a dormire lei era lì con le sue gambe penzoloni infilate tra le maglie
della ringhiera: gambe abbronzatissime. Io stavo di fronte con le mie gambe
secche accanto a quelle di Alessandro, quello peloso e piccolo, e cercavamo con
gli sguardi di trasmettere dichiarazioni audaci, ma con le parole riuscivamo
solo a sfotterla come due scemi. Alessandro ci metteva un gusto nel farlo che
mi faceva salire il sangue al cervello. No, mica glielo dicevo, invece stavo lì
a rinforzare i suoi maligni sfottò: mi sembri Michael Jackson, le diceva! E poi
arrivava il momento dei saluti ancora più scemi: Valentì, attenta agli zombi
stanotte, eh. E il momento esatto che chiudevo la porta finestra mi saliva un
magone che asciugava il sangue di prima, ma ridevo lo stesso, con tutti le
gengive di fuori all’ultima battuta di Alessandro, già di spalle con tutti quei
peli che sbucavano dalla canottiera rimasta appiccicata alla sua schiena. Mi
sdraiavo sul lettino in slip e sbirciavo la finestra di fronte spenta e vuota
come un pianto non esploso.
Così passai quell’agosto esagerando col gioco dei tappi: addirittura
feci esordire anche le tappe, poiché fino allora non mi ero posto la questione
delle femmine nel gioco. Ce n’erano alcune che sceglievo tra i tappi della
cedrata o dei succhi di frutta. Quei gialli e quei bianchi arricchirono quella
comunità monocromatica che era stata fino allora la mia cittadella dei tappi: comparvero
anche le scuole, i bar e le spiagge. M’inventai certe posture dei tappi per
farli apparire più felici, più imbronciati o semplicemente più curiosi di come
sembravano prima. A Valentina non feci mai vedere le gesta di quei tappi,
neanche sotto tortura l’avrei fatto, eppure quel cambiamento sociale dipendeva
dal mio amore per lei: avevo colorato un gioco che pensavo fosse solo da
maschi, ma non riuscii mai a farci giocare una femmina, così come non riuscii
mai a dare un bacio a Valentina. Quando giocavamo a nascondino, e ci si
ritrovava dietro le macchine parcheggiate al porto, e tra noi e il mare c’era
solo quel tanfo di nafta e pesci morti, ci fissavamo al buio e scoppiavamo a
ridere per le mie battute, e delle volte le nostre mani nervose sfioravano una
coscia o un braccio dell’altro, niente, neanche in quei momenti esibivo quella
modifica sociale apportata nel mondo dei tappi: l’amore. All’epoca avevo una
timidezza strana: intimissimo con i compagnetti della cerchia, ma bloccato con tutti
gli altri. Avevo sempre bisogno di una spalla per sfottere, parlare, giocare. A
favore dei miei compagnetti mettevo in atto l’effetto pigmalione, come si usa
dire in pedagogia, quindi sapevo tirare fuori il meglio da ognuno di loro, ma
loro, all’oscuro dei miei sentimenti per Valentina, non potevano proprio farmi
fuoriuscire niente, figuriamoci l’amore per lei. Così quel che resta di
quell’amore oggi se ne sta tra le mie stanche scapole a farmi i versacci, le
pernacchie, per sbeffeggiare giustamente quella mia primitiva vigliaccheria
maschile.
In quest’ultimo anno è come se mi fossi ritirato dagli amici, e da certe
cose che chiamerei tradizionali, almeno per me. Per esempio, avevo una discreta
passione per gli Offlaga disco pax di Max Collini - l’ho pure intervistato qui - così come per altri personaggi che hanno nutrito i miei intensi anni ‘90. Sì,
è vero che nel frattempo in casa sono comparsi due figli, i debiti e le
disillusioni ma non è questo il punto: è che io mi stufo. E sono anche pigro,
mi sorprendo di non sentire la necessità di dovermi guardare “assolutamente”
tutte le serie tivù per sentirmi vivo. No, sarò fatto male, ma io devo
appassionarmi, incuriosirmi, fissare le persone al ristorante o in metro e
soprattutto devo amare i miei eroi! ma, come direbbe Natalia Aspesi nella sua
rubrica, come fai ad amare una folla di eroi? Nel frattempo mi sono messo anche
a leggere cose che non avevo letto a tempo debito: Le streghe, Canto di Natale,
Il diario di Anna Frank e Anna Karenina, che comincio domani. Insomma,
capitemi, ho anche lavorato sodo su più fronti, e soprattutto ho lavorato per
non scappare da “quel lavoro”: una fatica enorme resistere al cospetto di
un’ingiustizia perenne che si dissolve in sarcasmo risolutore, cos’ al contempo
riuscire ad azzerare una mia memorabile statistica di dieci lavori in dodici
anni! Be’ sono cambiato, mi sono calmato, eppure continuo a sputare fuori dal
petto delicate confessioni esistenziali sotto forma di raccontini, che non
suscitano poi tanta impressione a giudicare dal silenzio: ah caspita, lo sai
che sei cambiato tanto nel raccontare le tue paure? Questa frase mi basterebbe
per campare un altro decennio così inquietamente “calmo”.
Ettore mi ha donato, in seguito a una
mia richiesta sonnolenta durante il pranzo di Natale, due ciddì: uno dei Sorge
e l’altro dei Spartiti. Nomi astrusi che celano due personaggi che ho amato
tanto: Mimì Clementi e Max Collini. Sono lontani dal mio presente di bimbi e scelta
di materassi Memory da Mondo convenienza, ma a me piacciono da paura le storie
che mi raccontano questi due: c’è quello che siamo stati in quel disgregato e sorprendente
mondo vissuto come bimbi frementi dopo la caduta del muro. Tutti spersi abbiamo
scelto i cantucci più scomodi per fiutare ancora più libertà di prima, tradendo
ideologie mai capite fino in fondo e spiazzando i nostri sentimenti ancorati in
testa, che stavano repressi e lì lì per germogliare: ti prego l’anno prossimo
non avere opache opinioni, ma mille brillanti dubbi prima di finire un
discorso, o una giornata al mare.
Non voglio morire, invece voglio stare calmo calmo per intere giornate
piovose o serene e provare a fare il padre senza incazzarmi troppo nel primo pomeriggio,
e il marito che sa scegliersi l’angolo migliore del divano per osservare bene
l’amore la sera. E poi bere vino e chiacchierare con le amiche che confessano
di stare bene lì a chiacchierare con te in un giovedì qualunque. E gli amici,
quelli che vedi dopo mesi e pare invece che siano appena tornati dieci minuti
fa dalla pasticceria per portarti i bignè alla crema.
Chiedo scusa a quelli di cui mi sono stufato quest’anno,
sappiate che dieci minuti a volte passano in fretta e ti portano inaspettati
bignè.
Avevo convinto i miei compagnetti a giocare coi
tappi lungo il marciapiede dietro la curva di casa mia. Accanto
avevamo le auto parcheggiate di sbieco, in discesa, e noi stavamo sdraiati e
schiacciati in quel metro scarso a gareggiare ognuno col suo tappo più veloce. Mi
ero inventato questo gioco, reclutando amici con cui condividerlo: uno era
altissimo, un altro enorme e grasso, un altro ancora bassissimo e tutto peloso.
E c’era pure uno viziatissimo dai genitori, figlio unico, e antipaticissimo ma
con una casa piena piena di giocattoli. Avevo scelto un gruppo strampalato per
la mia vocazione alla santità, anche se, per onestà, ero soprattutto un bambino
curiosissimo e con la brama di avere più giocattoli a disposizione. In quegli
anni in famiglia ricordo un clima sereno seppur appeso a un filo malato: ero
incollato a loro eppure sempre in giro a esplorare il quartiere. Ma di
giocattoli ne avevo davvero pochi. Coi tappi inventavo un mondo tutto mio
insieme a compagni che gli altri gruppi respingevano, deridevano: a me invece
piacevano da matti. In ognuno cercavo la deformità che mi mancava ancora. In
psicologia pare si chiami empatia, per me in quegli anni era il meglio che
riuscivo ad avere, ad amare. Le gare coi tappi iniziavano dopo la tazza di latte
del risveglio e terminavano poco prima delle sarde arrostite del pranzo: dentro
questo segmento di tempo c’erano silenzi di “pestecchie” che fiondavano i tappi
in fondo al marciapiede di porfido. Quando cadevano dal marciapiede bisognava
ripartire dall’inizio: un gioco interminabile, che mi serviva a trattenere la
tensione di quell’amore. Sentivo quel tempo come il migliore a disposizione,
sentivo che mi era toccato di giocare coi tappi come se giocassi a vivere come
gli altri.
Me ne tornavo a casa con la scatola piena di
tappi con quel lontano profumo di birra e di uomini prepotenti che l’avevano
bevuta, gli stessi che molestavano le marines americane nei night club la
notte. Io all’epoca non lo sapevo, sentivo solo quella puzza di violenza e
d’orgoglio, e me ne scappavo di corsa a casa, dove mangiavo e ascoltavo, prima
di accovacciarmi sorridente nel letto fresco zeppo di sogni.
Ieri mentre stavo in macchina passando dal Mandrione pensavo a mio
figlio che intanto stava in fila per il firma copie di Salmo, nel negozio
Discoteca laziale. Io lì ci andavo a sentire dischi, ogni tanto a comprarli,
poiché accanto c’era La casa dei diritti sociali che bazzicavo come
tirocinante. L’Esquilino accoglieva tutti i nostri beati turbamenti di inizi
anni 90. Sì, pensavo a mio figlio e ai suoi turbamenti: papà ma te pare che si
vuole fare una foto con me. E nei suoi occhi vedo quella vergogna che sempre i
figli hanno per i genitori: non sono più piccolo, dico parolacce, canto cose
toste e rifletto sul perché mi tocca vivere nell’era dei grillini e dei salvini
e tu a dirmi solo ‘ste cose sceme. Già, e dopo mentre passo davanti alla
Caritas a Ponte Casilino ricordo di quando facevo il tirocinio in quel centro
di prima accoglienza minori. Il primo giorno mi diedero le chiavi di una 127
rossa e ci misero dentro due ragazzine rom che si erano graffiate le vene dei
polsi: ti prego portale al primo pronto soccorso. Mi ritrovai all’ospedale
Pertini per miracolo: per strada ‘ste due mattarelle maledicevano tutti gli
automobilisti che incrociavamo, ed io a scusarmi con una specie di lingua dei
segni da tangenziale est. Ieri invece ero orgoglioso di andare a prendere mio
figlio, di riportarlo a casa dopo che aveva preso 6 a diritto - sto a gode, mi
aveva messaggiato – e poi alle 14.40 era partito da solo dall’incrocio di San Basilio
per raggiungere Termini. Come facevo un tempo anch’io: prendevo un treno e cambiavo
aria, cercavo una scena di vita più spensierata. Una volta che arrivo in via
Turati di colpo mi ricordo quando, quindicenne anch’io, in quella stessa via mi
ritrovai davanti a una casa dove affittavano una stanza e mi spaventai come un
pettirosso quando sull’uscio comparve un marchettaro in mutande. Mi ero
iscritto al CineTv, e tutti giorni fare 130 km era una follia almeno quanto quella
di riuscire nell’impresa di continuare lì gli studi, in quel tempo matto per
me. Mi ritirai a dicembre, così cominciai la mia fase mezza punk solitaria, poco
prima di andare via per sempre. Ieri una volta arrivato in negozio ho visto mio
figlio che spulciava ciddì da prendere e mi sono emozionato. Nello scaffale poco
più in là tutto l’indie-rock anni 90 era in svendita.
Durante il viaggio verso casa alla radio c’era Gipi che parlava del suo
ultimo libro, La terra dei figli. Mio figlio fremeva per sentire il ciddì
nuovo, ma intanto stava eccitato su Instagram a dispensare mi piace sull’evento
appena vissuto. Gipi diceva cose interessanti, oneste come al solito. A un
certo punto mentre origliavo – scrittori non esagerate con lo spoileraggio, ché
m’innervosisco – capto che parla del personaggio padre del libro, che aveva
rinunciato a far conoscere alcune parole ai figli per proteggerli, salvarli e
proiettarli verso un futuro migliore. Ecco, io a quel punto mi sentivo scemo ad
ascoltare Gipi mentre mio figlio scalpitava col ciddì tra le gambe. Di scatto stavo
per infilarlo nel lettore ma, d’un tratto, una luce bianca: basta questo bla
bla bla sul fatto che siamo genitori adolescenti inquieti, basta, io non lo
sono del tutto, altrimenti non avrei continuato a sgobbare in un posto dove
guadagno appena 1100 euro al mese. No, io sono un genitore che vive nel 2016,
con una tarda giovinezza spensierata di tormenti e speranze alle spalle, quindi
ora, a 46 anni, tecnicamente sono ancora un non vecchio. Mio padre a 46 anni
aveva vent’anni di fabbrica sulle spalle e nessun libro letto sulla coscienza,
ma gli volevo bene lo stesso e da lui pretendevo che mi portasse a vedere le
partite, non di certo a sentire Vasco Rossi. Oggi siamo in un altro mondo, oggi
così come nel libro Eccomi di Safran Foer siamo tutti più vulnerabili, tutti
più appesi al presente, ma volendo potremmo essere spensierati ancora, volendo
io potrei mollare zavorre e zizzanie e frequentare il mondo che vorrei. Volendo
potrei godermi i figli che vivono come figli, e fare al meglio il padre che
vive.
Da piccolo giocavo con dei tappi di bottiglia che recuperavo al bar Del Mare, e ci
creavo città, uomini e donne, bambini, e magnifici stadi di calcio. In questi
campi facevo disputare partite infinite, con tifosi veri che accendevano anche i fumogeni-fiammiferi. C’era anche il telecronista, in cabina. Le bandierine. Le gradinate le avevo
realizzate con piastrelle avanzate in terrazza. Me ne stavo lì per interi
pomeriggi tra lenzuola e cieli tersi, vedevo un solo spicchio di mare appendendomi al
palo dell’antenna della tivù. Pensavo sempre alla vita dei tappi, cioè agli
abitanti di questa mia città, e quando mi svegliavo invece di vedere i cartoni
animati pensavo a come organizzare la giornata a questi più di cinquecento abitanti
che aspettavano me al risveglio. Così organizzavo mercati e feste, lotte e vita domestica,
ma gli sport erano quelli che desideravo proporgli di più. Partite di calcio
soprattutto, ma anche corse infinite su marciapiedi strettissimi, a cui
costringevo amichetti soggiogati dalla mia tenera follia di far vivere bene
questi tappi-abitanti. Una piacevole frenesia durata alcuni anni. Poi un giorno
mia madre ne buttò parecchi ma, soprattutto, buttò Mennuni! che era una sorta
di stella della squadra locale, quindi, nella mia gerarchia cittadina era una
specie di eroe-sindaco-santo. Piansi disperato, quasi quanto quella volta nella caduta in
vasca dove mi ruppi un dente. Mi arrabbiai con mia madre, quasi volli scappare di casa, poi, una volta digerita l’ennesima incomprensione genitoriale, impiegai cento
tappi sopravvissuti per l’imponente ricerca del disperso Mennuni. Niente. Era
introvabile, e forse lo stavano già triturando nel compattatore che sfrecciava sulla
litoranea verso Terracina. Povero me, che vivevo solo per loro ma che li ho traditi lasciandoli
incustoditi, soli. Gli feci anche diverse foto a questi tappi vivi, e chissà se
un giorno le ritroverò, così da farle vedere ai miei figli. Ecco, io ero uno così,
uno che animava cose e fiutava gli altri ascoltandoli, religiosamente. Ma parlavo pochissimo in pubblico, soprattuto tra i grandi: timido ma vivo, avevo sempre qualcosa in serbo nelle mie
lunghe giornate giocose. Si chiama gioco simbolico in pedagogia, per me era
tutta la vita che potessi trasmettere agli altri e alle cose per farle
diventare qualcosina di più: qualcosa che potesse attivare altra vita a casa mia.
Mi ricordo quelle aule pregne di santità, di crocerossismo, di ingenuità. Di futuro colorato, per come avremmo seminato la bontà in giro per il mondo. Io tra loro ero solo più timido, ma avevo la stessa tenacia di credersi nel giusto, sempre, e solo sventolando il più possibile in giro certi valori comuni, alla moda di allora. Ebbene, mi laureavo educatore professionale negli anni buoni, in compagnia di mio figlio di un anno e di numerosi amici che sembravano tanti fratelli, per la vicinanza d’intenti e di ideali. Erano gli anni del primo biologico e degli ultimi comunisti. Io tra loro timido cercavo una via tutta mia, ma quanta fatica, quanta paura di rimanere solo in mezzo a tanto affetto. Così sono rimasto con loro, così mi sono fermato e ho aspettato il tempo che reale, duro e selvaggio poi ha scudisciato ogni ipocrisia tra di noi. Qualcosa è rimasto, tra gli affetti e i fratelli, facendo in modo che facessi mea culpa di tanta santità esibita, a dispetto di gelosie e possessioni che rosicchiavano tutte le notti i miei beati pensieri.
Mi sono arreso in una mattina bianca di panico, accanto alla stazione Termini e a un senegalese sorridente che voleva rifilarmi un bongo. Gli sorrido e poi di colpo crollo sulla panchina preso da contorcimento e spavento. Così, tirando fuori ogni mia timida spocchiosa superiorità, l’indomani comincio a leggere Pascale e Roth. Volevo anche imparare l’inglese, niente, dovrò aspettare per quello.
Oggi continuo a lavorare nel sociale ma lavorando come se non ci lavorassi: no, non è burn-out cara amica psicologa. Neppure cinismo, amica mia buona quanto una ciambella zuccherosa, la verità è che sono stanco, squattrinato e spettinato dagli anni. Ma non odio quasi nessuno, tanto meno invidio gli altri che si godono benefit, giovani donne e mamme che gli rammendano i calzini (cit.). Mi accuccio in società e osservo: specchi e vagoni dove transitano i miei pensieri stretti ai vostri silenzi. Poi, per il resto, non ho mai sentito meglio la vita come in questo tempo mediocre.
Ah che stranezza soffrire per una gatta investita, dopo che da piccolo in campagna ne ho viste maltrattare a decine, o addirittura affogare quando ne nascevano troppe.
Sono migliorato negli ultimi anni cari parenti miei, anche se voi avevate pronosticato il mio fallimento prima dei diciotto anni. Vi avevo anche creduto, e mi sono prodigato nell’andare male a scuola, abbandonare ogni luogo e lavoro dove avrei potuto migliorare la mia condizione. Così è stato fino a quel crollo davanti alla stazione: accanto avevo il saio rosso da santo ridotto a straccio da piedi, per la gioia degli ultimi amici terzomondisti. Un urlo alla Stratos dei Ribelli ha chiuso ogni speranza di peggiorare, spaventando il senegalese e il tassista appisolato.
Così oggi spendo orgoglioso gli ultimi averi per guarire una gatta dispettosa e affettuosa che ogni mattina all’alba con la zampetta mi sfiora la faccia come a dire “aprimi la finestra, per favore”.
Così ci siamo ritrovati in auto a tormentarci per cinquanta chilometri sul da farsi: farla operare o no? L’hanno investita davanti casa e stava in condizioni critiche. I figli piangevano, e i preventivi per l’operazione mi piegavano le gambe, così prima di arrivare in clinica abbiamo deciso che finiva lì. Poi la veterinaria ci ha convinti che valeva la pena, e A. e S. ci hanno sostenuto, ma soprattutto ciò che ci ha scosso e spinti a provarci è stato quel suo sollevare lieve la testolina al mio fischiettare. C’era, e noi con lei.
Oggi non sta bene la gatta, io per un'oretta l'ho accarezzata, fischiettando il solito richiamo, ma poi il tempo delle visite è terminato. Oggi è San Francesco, e me l'ha ricordato la radio. Poi la gatta è morta. L'intervento l'ha superato ma probabilmente non andava fatto, ci rimane dentro questo inganno sottile subito, e una poltrona vuota da contemplare. Intanto il letto del Melograno l'ha ospita e un ciclamino la nasconde. Che stranezze sentimentali mi dovevano capitare in questo tempo nostro.
Poi giorni appiccicaticci di parole pesanti nell’aria, di figli
annoiati, e di me che lotto come uno scemo contro la solita frustrazione di
fine agosto: ancora un anno a lavorare lì? Ancora?
Così le serate le ho avvelenate con
accuse e mugugni, subendo musi e sfottò. A quel punto eravamo una famiglia in preda
a demoni aleggianti come Pokemon. Braccia graffiate dai rovi, birrette tutte le
sere sotto le stelle ma con troppa troppa salsedine addosso. Al risveglio mi dedicavo alla ricerca
di alberghetti economici in Trentino, e nella faccia si stampavano preventivi
che mi deprimevano a ogni cliccata: quanto sei povero, tu con la tua rata
per la fogna da ristrutturare. Poi ce l’ho fatta, e siamo fuggiti dal mare.
Transitati da Roma giusto il tempo per portare vestiti e pannolini a una
collega di mia moglie, che poi li ha consegnati ai terremotati nel paese dei
suoi genitori. Così ci siamo messi in macchina direzione terme di Saturnia, con
gli occhi pieni di sfollati e bimbi tirati fuori dai calcinacci. Passiamo da
Saturnia ché anni fa con mia moglie ci trascorremmo giorni incredibili d’amore e
tremori in tenda, tra teneri pazzi con cui abbiamo poi condiviso panini con
porchetta, storie maledette e paesaggi commoventi. Eccoci là tutti e quattro
sull’Aurelia a fare colazione felici e assonnati. Io che cerco la rivista IL,
ma appena dopo Santa Marinella c’è solo terra argillosa ai lati della strada.
Alle terme sotto le cascatelle ci diamo la mano e ridiamo e forse tratteniamo quegli
attimi e forse ameremo quegli attimi: oltre ai grovigli sentimentali, che i figli
portino con sé immagini di noi che ci baciamo nelle pozze d’acque sulfuree.
Mi riparo nel chioschetto con la
password del wifi sulla lavagnetta e ricomincio a cercare su booking. Stavolta
provo una tappa intermedia tutta per lei: Pavana, per salutare il suo Guccini.
In trattativa con un albergo fermo la stanza per cinque minuti, il tempo di
controllare su Maps: tre ore e quarantanove minuti. Niente. Puntiamo al
concerto di Salmo a Senigallia, per fare una sorpresa al grande. Intanto
prenoto una camera affare a Chianciano terme. Si parte e Maps ci immette in una
strada sterrata dove non incrociamo macchine né persone e neppure animali, col
tramonto di fianco che ci accompagna tiepido. Mi stacco da terra e vedo ora
quella macchina che recupera serenità a ogni metro macinato, e la vedo di zolfo
e di argilla avanzare lentamente tra filari di cipressi impolverati da noi:
piccola e nera assomiglia a un insetto innocuo, a una tartaruga che cerca erba
bagnata. Arrivati sull’Amiata siamo spersi senza GPS e con una fame spaventosa. Ci fermiamo davanti a una specie di rigattiere pieno di lamiere, è buio, solo gatti dentro a un mini borgo disabitato (ma chi li fa mangiare 'sti gatti, penso: ove per poco il cor non si spaura). Ci prende una voglia matta di barattare l’affare di Chianciano con un albergo sperduto di
montagna: niente, tutto caro. La strada comincia a scendere insieme alla nostra
stanchezza, ma ecco dopo l’ultima curva compare Arcidosso con una sagra fumante.
Freno, e tutti contenti con le magliette a manica lunga ci tuffiamo nella
sagra. Continuo a chiedere di alberghi, ma qui sono ancora più cari. Il paese
ci piace, e ce lo giriamo dopo cena pieni di arrosto e sorrisi. Una compagnia
di teatro fa le prove, un manifesto del festival dei racconti di strada sta accanto
a una biblioteca che da fuori ci immaginiamo bellissima; poi signore che ci
sorridono, e ragazzi che ci raccontano di sé partendo da un mio accenno di domanda.
Siamo felici, e intanto sentiamo sparare i fuochi della Madonna del… boh?
Ripartiamo in macchina. L’albergo di Chianciano sembra fermo al 1982, incluso il
portiere di notte e il suo aiutante vecchietto con l’accento campano, per altro
gentilissimi. Abbiamo due stanze comunicanti, così cominciamo a comunicare come
non si faceva da giorni. Al risveglio trovo IL in una edicola in centro, e mi leggo il pezzo
che Nadia mi aveva consigliato. Ci siamo tutti in quel libro dice, e intanto,
sicuramente, siamo finiti tutti un po’ denudati dentro alla sua bella recensione. Deviamo verso il Trasimeno, poiché al risveglio leggo che Salmo ha
annullato il concerto (‘sti giovinastri rapper), ma lo diciamo lo stesso al
grande che, incredulo, forse ci ringrazierà davvero fra ventisei anni… A Città
della Pieve ci confondiamo tra mattoni rossi, mercatini affollati e chiese. Ripartiamo
per il Trasimeno. Ci perdiamo ancora, ’sto cacchio di GPS, e ricominciamo a
litigare inchiodando su un’altra strada sterrata. Sempre col caldo sono in
agguato le nostre bestiali vulnerabilità. Alla fine ci tuffiamo in piscina e sciogliamo ogni
inutile e pallosa tensione. Siamo sereni, quasi felici, e i figli giocano beati
a basket nonostante i 30° gradi di afa. L’indomani gite, sorprese, isole, e il
piccolo che si fa tagliare i capelli da un barbiere improvvisato in piazza. Noi
ad ammirarlo per il suo coraggio, e per quella sua curiosità che vorremmo ancora
intatta nelle nostre teste, tra capelli brizzolati e permanenti che ci tengono ancora
in equilibrio.
Assaggiamo pesce fritto di lago all’interno di una stancante serata vintage paesana, a tratti divertente: i
primi dieci minuti. Arrivato a questo punto, tu che leggi, penserai: oddio che
cronaca dettagliata e spietata, ma perché ti riduci a questo? Provo a
risponderti con l’ultimo fatto. La sera successiva dopo aver cenato a Perugia
con tutta quell’aria fresca che attraversava vicoli e piazze piene di ragazzi,
di suonatori, di pasticcerie arrapanti, e di strangozzi eccitanti, mi è
scappato un pensiero di testa: a me gli altri piace solo sfiorarli, fissandoli, e desiderarli fino all’osso, ma restandomene un po’ fantasma in disparte. E allora
tutto questo che sto scrivendo è frutto di un’incontrollata e frustrata voglia
di condivisione. Smisurata, irreale, quasi compassionevole. Ecco il perché. E non
avendo ricevuto neanche un invito quest’anno, cosìcché noi, affamati sempre degli altri,
bisognosi di abbracci e addii, quest’anno ci siamo preoccupati, cioè, io
soprattutto mi sono preoccupato: che la vecchiaia ci avesse già catturato
sbattendoci a terra o affondandoci in una spiaggia assolata. Questo non mi pare
giusto con tutto questo sole che c’è, mi ripetevo tra una cliccata su booking e
una litigata con mia moglie: al di là del dolore c’è sempre un luogo disposto a barattarlo in amore. E la geografia ci salverà, e le strade sterrate prima o
poi ci lasceranno entrare in giardini rigogliosi di persone e rose.
Poi ti capita di passare una giornata presso una masseria diventata nel
frattempo un luogo per eventi, in provincia di Caserta, dove le strade sono
piene di copertoni e prostitute. E sto lì al tavolo con un amico quasi
sessantenne, ex fricchettone, uno che mette il panama in testa e riesce a
essere sprezzante col mondo intero poco prima di tuffarsi vestito in piscina.
Una volta riemerso gli ho chiesto se sapeva da chi era gestito questo posto, e
lui, denso d’alcol e rimpianto, mi dice che è una lavatrice di soldi sporchi, ma per poi ammettere, con fare da
attore alla Carlo Cecchi, che la sua generazione oramai spara solo cazzate. Romantiche
cazzate, che però a me continuano a piacere, così come mi piace fissare quell’attimo
prima della decadenza, chissà perché.
E durante la cerimonia ho continuato
a chiedere se questo posto è “pulito” a un vice-sindaco, che mi farfugliava
mah, chissà, e poi… a un altro parente, che dissertava come un travaglio
qualsiasi; c’era poi chi mi rideva in faccia malizioso, e alla fine mio cugino
Pasquale che si è ritrovava il mio stesso stupore in volto: magari questi sono
diversi, e checcazz! Poi ho scoperto che sì, sono stati minacciati all’inizio,
ma che poi sono riusciti a far incarcerare quei delinquenti. Tanto lo so che i “Io
so, ma non ho le prove” che Pasolini disseminò in giro, qui, nel basso Lazio o
nell’alto casertano, hanno attecchito più delle palme delle Canarie. Insomma,
qui tutto si regge sull’emotività, sul pessimismo borbonico o ex-extraparlamentare
e nessuno ha voglia di dire le cose per come sono davvero, per come nascono, si
sviluppano e poi muoiono: come gli uomini, come le idee, come quell’Erica
aggrappata alla Montagna spaccata. Questo vale anche per le questioni
personali. Io, per esempio, ho una situazione famigliare stramba da sempre, a
tratti angosciante, che gli altri conoscono, eppure, da anni, sono pochissimi
quelli che mi hanno chiesto: Come stai? col tono affettivo giusto, di quello
che ti fa rispondere senza fretta di troncare per paura di annoiare. Queste
persone che l’altra sera ballavano e ridevano io le ho amate tantissimo, fino poi
a odiarle altrettanto: anche se non riesco a essere sprezzante come l’ex
fricchettone col panama (ti voglio bene ancora, eh!). Io non voglio
invecchiare, pensavo stamattina sull’amaca mentre provavo a leggere, senza
note, i canti dell’Inferno salvati sullo smartphone. Io voglio scappare dai
clan, no, non solo da quelli gomorriani, soprattutto da quelli semplicemente famigliari: nell’aria ci
sono turbamenti neri d’invidie e litigi e accuse e risentimenti e diffidenze e
vafammocc’. Qui è così. E ci sono scappato nel ’90, per paura di crollare in
una depressione coperta da mascara e birra.
Alla fine della serata l’ex
fricchettone, oramai a modo suo integrato anche se nel fine settimana sputa
veleno bevendo vino rosso buono, e che a me continua a stare simpatico,
comincia a delirare spaziando su una gamma d’odio che partiva dagli ebrei,
passando dai napoletani e finendo coi gay.
A questo punto gli ho messo una mano
sulla spalla, ho abbassato al minimo il tono della voce e cercando
l’espressione più dolce e accogliente che avevo appresso, e gli ho sussurrato:
buonanotte, amico mio.
Ieri sera il grande ha
cominciato a parlarmi dei suoi problemi di comunicazione con gli amici “quelli
quando io gli racconto di me mi troncano e cambiano discorso”, scoppiando a
piangere alla fine della frase, come se avesse rivisto quell’espressioni
chiuse. Allora l’ho abbracciato e mi sono sforzato di non dirgli cazzate, così
ho aspettato alcuni minuti, facendolo piangere sotto quell’ulivo dove fiondava
luce lunare, e riabbracciandolo gli ho appena sussurrato “ti voglio bene”, con
il tono giusto, almeno credo. Dopo siamo usciti a prendere il gelato. E dopo ancora
ho rischiato di mettermi il panama anch’io e… (continua domani).
Ieri sera ho cenato con certi parenti che vedo circa una volta l’anno. Di solito in queste situazioni mi isolo, o bevo, o rido sguaiatamente: di solito non vorrei essere lì. Ieri invece volevo esserci, e non perché ho cambiato idea su di loro né per mancanza d’altro o per un’improvvisa affinità. Forse perché in questi giorni di ferie ci siamo portati appresso troppa tensione poi esplosa in macchina, a tavola, in piazza, e tale da farci rinunciare anche ad andare al mare. Fino a farmi sputare parole sentenziose di cui oggi mi vergogno. Siamo così serenamente una famiglia stramba eppure non abbiamo ancora imparato del tutto a convivere con le storture che ci portiamo appresso dall’infanzia. Qui è tutta aria di famiglia che ci pressa e rende piccolini nelle scelte, nelle parole e nei ricatti ma ieri sera sono riuscito a superarmi e dare il meglio di me: ascoltare ancora di più gli altri, praticare con grazia l’autoironia, e rafforzare l’ironia dei loro racconti. Loro parlavano di Cina o Ungheria e io di Anagnina e mia zia, eppure, ascoltare e poi far rimbalzare i racconti su quel prato ben annaffiato è stato così umano. Sì, lo ammetto: gli altri mi hanno salvato. E vale per tutti gli altri con cui ho condiviso racconti, risate e dolori. Prima degli altri ero introverso e presuntuoso: un groviglio sensibile di fumosi pensieri grandiosi.
Ho finito di leggere La prima verità di Simona Vinci. Un libro che contiene tante storie legate dal filo nero della diversità internata, maltrattata e abbandonata su un’isola greca o sui marciapiedi di Budrio. Nel libro c’è una parte in cui la voce narrante racconta del rischio corso di cadere nell’isolamento mentale, di perdersi. La mia storia è ancora segnata da tale spavento: mi rivedo chiuso nella cameretta con la scritta sulla parete SIETE TUTTI STRONZI, fatta con la bomboletta. E tutto stava per esplodere, e tutto stava finendo già a quindici anni. Me la ricordo quell’ombra che si lanciava sugli scogli in una notte di novembre. Ora quell’ombra addirittura mi ripara a volte, e mi sconvolge in altre ancora, ma soprattutto oramai mi guida e spinge a frequentare gli altri, ad amarli fino alla devozione, a scappare dalle paranoie e dai silenzi quasi più lunghi dei pomeriggi afosi e massacranti di luce d’agosto.
Simona Vinci ha scritto questo libro
che è una benedizione per quelli come me che hanno sfiorato questo isolamento e
che oggi se la ridono nel fa ridere gli altri in cene estive inimmaginabili
d’inverno, o tempo fa.
In questi giorni ho inviato messaggi a persone speciali – a certi altri che sono ancora più altri di
alcuni – invitandoli a raggiungerci al mare disegnandogli a parole momenti di
assoluta meraviglia, per conquistarli e trattenerli da me: loro sono occhi e
braccia che valgono più di mille paesaggi tropicali. Nella mia testa ronzavano
tour culturali e gastronomici da riservare a questi ospiti-soccoritori. So che
poi gli avrei inflitto anche un po’ della mia ansia, e di quel misto di
sottomissione e dedizione che caratterizza, e caratterizzerà sempre, il mio eccitante
ospitare.
La tavolata era lunga, fino al fondo
dei nostri fallimenti. Sulla tavola frutti di mare, vino, cocomero. Mani
timide, mani piccole, tutte a prendersi sprazzi di vita altrui. Sì, si stava
insieme per convenienza, per una forzata serata di utilità sociale. I bimbi sono
gli unici a saperlo per davvero, e per questo, forse gli unici a fingere di fingere
per acchiappare qualche briciola di sincera beatitudine. I bambini lo sanno, e
le bambine ancora di più, che il mondo rotola fingendo di stare fermo: così gli
adulti si scannano in un precipitare di parole e rancore. Credi di fermare il
mondo con qualche bicchiere di vino bianco tracannato di fretta, senza grazia e
con quella faccia che a tratti lascia intravedere la smorfia del bambino che
eri.
Dopo dieci righe nere.
Non posso che dichiarare tregua al
mio precipitare fin dentro la notte dell’estate: non riuscire a dormire, non
riuscire a scacciare via la fatica e il fallimento. Leggevo La prima verità ma
sapevo che avrei dovuto scrivere la mia ultima bugia. La sincerità delle notti
insonni l’avevo dimenticata. Quando senti le facce deformi dei parenti che
volteggiano nella stanza, e quelle degli amici, minuscole, che si nascondono
negli armadi nel preciso istante che ti siedi sul letto per pensarli.
Dopo sei righe grigie.
La porta socchiusa sul giardino buio.
I pomodori dell’orto pomiciano con le melanzane, tradendo così il basilico, che intanto
guarda sgomento la scena pur non cedendo lo stesso alle lusinghe della fragola.
Il melograno copre tutti zeppo di frutti e pazienza, e aspetta la leggerezza di
fine settembre quando gli restano solo foglie e tempo per fantasticare un’altra
primavera di api e di acqua.
Dopo cinque righe colorate.
Alle cinque e tre minuti sento le
ossa dentro gli occhi che reclamano un letto.
Ci tengo a precisare che non sono un
agronomo né tanto meno un contadino. Ho soltanto ascoltato dai sei anni con la
bocca aperta i racconti che mi faceva zio sulla sua fissazione di creare
orti nei posti più assurdi. A cominciare dalla postazione militare di confino a
Pola, o nel campo di lavoro nazista di Buchewald o ancora in una officina di
Caterpillar in America. Non ho mai osato chiedergli se si trattasse di Stati
uniti d’America o del Venezuela, poiché è stato in entrambi i posti nell’arco
di tre o quattro anni. Sì, perché poi è tornato in Italia nei primi anni ’50 e
l’idea di orto che aveva disseminato nel mondo l’ha realizzata sulla sua terra.
Ha costruito serre, cisterne per l’acqua, semenzai e prodotto quintali e
quintali di ortaggi nell’arco di quarant’anni, così da permettersi di comprare
due case e far studiare due figlie femmine.
Adesso che ho chiuso la bocca e
guardo verso quel tempo, mi accorgo che il fatto di aver creato orti in Centri
diurni, in Nidi o sui balconi di Roma, lo devo a tutte quelle storie che
transitavano rigogliose dalla mia bocca. E poi, la cosa fondamentale - avrei
voluto dire seminale ma sarei stato sciocchino – è stato quando all’età di
dieci anni ho ricevuto in concessione l’intero semenzaio dismesso da mio zio: ecco,
facc’ gl’ uort’.
E io mi misi a faticare come un mulo
su quella terra soffice e nerissima: scelsi le orticole che mi piacevano di più
e via, tutti i santissimi giorni, ad annaffiare e sarchiare quel rettangolo
lunghissimo di terra.
Così quell’estate a casa mia si
mangiavano melanzane, San Marzano e zucchine a più non posso! Addirittura,
coinvolgendo un mio amichetto, quelle che a casa erano di troppo andavo a
venderle alle ricche signore di Vindicio: portamele sopra vuagliò! Quante
soddisfazioni quell’anno, sembravo un mini zio senza figlie, seppure mantenevo la sua stessa aria fiera la sera,
quando mi lavavo le ascelle alla sua maniera: bacinella di sapone di Marsiglia
nel lavatoio all’aperto, di fronte al pollaio. La felicità la assaggiavo quasi
tutti i giorni a quel tempo.
Così anche quest’anno mi ritrovo a formare, ma sarebbe meglio dire a cercare di appassionare, un intero gruppo
educativo di un Nido.
Ecco, ci provo con il ricordo, ci
provo con un altro orto.
Ripenso al mio lento singhiozzare dopo aver
visto il film La pazza gioia. Non era proprio un pianto classico, poiché fuoriusciva
dalla mia testa un liquido amaro di pensieri e immagini e addii, e stavolta non
riuscivo ad arginarne la portata: era la piccola verità che premeva attraverso
il film. Stavo sulla Tiburtina, era sera, solo in auto, e ogni volta che
prendevo fiato mi ripetevo: è difficile, è difficile. Certe scene del film
avevano graffiato e accarezzato la mia memoria, che quotidianamente tengo a
bada, e che mostro soprattutto nello scrivere e a pochissime persone
rigorosamente selezionate. Nel film ci sono io, c’è mia madre, mia moglie, le
mie amiche, mio cugino, vecchi amici; e tante persone matte, belle e brutte,
povere e ricche, che ho conosciuto negli anni di vita e di lavoro. Soprattutto
c’è quella straniante bellezza di non accusare nessuno per le deprivazioni subite, che nella scena dell'incontro all'ospedate tra Donatella e il padre è incorniciata in maniera struggente. Senza fine. Ecco, questo è davvero difficile da mettere in pratica nelle nostre giornate.
Avevo quindici anni, una mattina come tante
di marzo, un subbuglio nelle stanze, pensieri confusi che riempiono la nostra
casa. Si è deciso di ricoverarla. È colpa tua, incautamente dice zia verso di
me, o chissà, magari era verso quel nulla rimasto appiccicato al lampadario
di gocce di cristallo al centro della stanza da letto anni ’60 dei miei. Così, in quella stanza, io e la mia adolescenza ci prendiamo tutta la
colpa: da lì comincio a cambiare per sempre. La colpa. E’ la stessa che mi ha
portato a lavorare come Educatore nella struttura dove nel film è stata girata la scena drammatica del
Tso. Dieci anni fa era il vecchio reparto dei “residuali manicomiali”,
così era chiamato quel posto abitato da persone con mille tic, che parlottavano
da sole, fumavano mozziconi, sedevano all’ombra accanto ai demoni,
abbracciavano alberi rigogliosi, pisciavano sui muri, e ogni tanto si
prendevano le botte da certi infermieri (li ho visti anche istigati da un
pingue psichiatria barbuto). Ho resistito sei mesi, avevo un contratto a tempo
indeterminato, e durante l’ultimo giorno del periodo di prova mi hanno
licenziato. Mi davo malato spesso, non avevo voglia di stare lì. Eppure la
responsabile mi aveva ingaggiato entusiasta dopo il colloquio, per cambiare le
cose insieme, diceva speranzosa. Dopo un mese mi ha affidato un incarico di responsabilità,
ma il sindacato si è messo di traverso, e io sono rimasto nel limbo a osservare
scene tremendi, a sopportare colleghi ottusi. Il mio periodo basagliano finiva
lì. Poi ho rimosso, ché avevo paura di trattenere nella mente quel buio e
quella miseria umana immobile. Poi è arrivato il film di Virzì e ha svegliato e
rappacificato sentimenti che si pestavano da decenni: ragazzo moro e magro non
è colpa tua! E come fa Donatella Morelli nel film, chiedo soltanto di
rivederlo: lei suo figlio, io il ragazzo che ero.
L’altro giorno mi ritrovo
in un’Asl, dove c’è questa dolce assistente sociale che ha accolto me, le mie parole e l’origine
della mia storia con fare delicato: come se volesse invitarmi a raccontare
senza vergogna quello che è stato. Allora chissà, domani lo racconterò o lo reinventerò; intanto il
prologo l’hai già letto.
Esercizi di meraviglia in fondo per me è anche
una bella risposta a una mail che ho inviato tempo fa: mi consigli qualche libro o autore di
filosofia? Vittoria Baruffaldi in qualche modo pubblicando
questo libro mi ha risposto in maniera chiara, universale e, seppur sotto il titolo ci sia scritto Fare la mamma con filosofia,
io, per niente intimorito come maschio, sono
corso in libreria per leggermi beato le risposte. C'ho trovato anche dubbi, incertezze
e fatiche di chi si confronta col mondo intero, con una figlia in braccio e una vita da sbrigare ogni giorno.
Certo, nelle pagine sono presenti anche dolcezze, attese, sguardi storici, filosofici e pedagogici,
così come anche impronunciabili paure o felicità improvvise. Questo libro sa anche di speranza
ragionevole: Sì, perché la speranza è un
problema serio: è dare forma a quello che non si è ancora ma si vorrebbe
essere. Eppure la speranza non appartiene al domani: è cogliere l’eternità
nell’istante. Un passo al di là, un effetto prodotto, un incontro con l’altro. Questo
scrive l’autrice in Cucinare la speranza, un capitolo di questo libro di 130
pagine che ho letto un pezzetto al giorno, per farmelo bastare senza ingordigia.
Seguo da tempo il suo blog dove narra le sue peripezie quotidiane con babyP, e intorno a loro
ci ho sempre visto anche una sottile descrizione
del mondo che diventava di volta in volta più grande o più piccolo a seconda
dell’umore, o dell’argomento trattato. Così, in un’assolata domenica mattina, sono
arrivato emozionato davanti allo scaffale in Galleria Sordi, con quella voglia
di stupore che mi assale quando la mia testa trabocca di curiosità per l’altro che hai frequentato solo attraverso le parole. E in questa mia
epoca brizzolata, non è poco per niente.
Ad un certo punto, nel capitolo La madre socratica, l’autrice
spera che non le mettano cicuta nel Crodino. Sta al parco insieme ad altre madri, forse scosse
dalle sue confutazioni che “con gli occhi sporgenti” incalza “cos’è davvero
importante per il futuro dei vostri figli?”, e loro a rispondere troppo sicure di sé:
imparare l’Inglese, il Judo, il violoncello, il ballo tribale… Ecco, scrivere
un libro da mamma non significa che sia solo per mamme, ovvio, ma le categorie
affliggono l’editoria, ahimè; qui invece si parte da un punto di vista personalissimo,
usufruendo di uno stile lieve e asciutto ma che sa scandagliare precipitando nelle cose vere della vita, facendosi strada con la lente della filosofia. Così si va a sbattere contro delle verità che fanno a botte col dubbio. Ed io, confuso d’attesa, prendo
alla lettera ogni quieta incertezza di questo splendido libro. E mi siedo e aspetto
speranzoso un nuovo capitolo della scrittrice Vittoria Baruffaldi.
Avevamo dei biglietti omaggio, era domenica, si stava sereni abbastanza
da rischiarci una domenica. Andiamo al Romics. Fiera di Roma. Appuntamento
davanti alla parrocchia, dove gli amici del piccolo vanno a messa. Si parte.
Già dalla Prenestina rallentamenti. Google
Maps mi dice che ne avremo ancora per un’ora abbondante. Smadonno. Devio
all’Eur: intanto sulla Magliana direzione mare il sole ritorna domenicale per
noi. Non ero mai stato alla Nuova Fiera. Un parcheggio immenso ci accoglie, in
fondo vedo un tunnel pedonale pensile di ferro e vetro: e io penso subito alla
solitudine notturna di luoghi così. Sfila accanto a noi un’intera comitiva
mascherata da terroristi o poliziotti, non si capisce bene, con armi in pugno e
tanto di cane con museruola nera che avanzano con passo marziale in direzione
del tunnel. Rido di sguincio, e penso che in verità non sono mai stato un
fumettaro, solo Zagor e Topolino da piccolo, poi da grande Gipi e Zerocalcare, un po’ di Peantus e un altro po’ di altre cosette sparse qua e là.
Una volta dentro ci ritroviamo nel
fiume di persone che sfoggiano serenamente superpoteri, e ragazze con vestiti
succinti che si lasciano fotografare ammiccanti, poi altri ancora con scatoloni colorati
addosso, e tante altre infinite maschere che non riconosco: proseguono ingombranti verso il chiassoso palcoscenico
del Romics 2016. Tra loro ci sono le immancabili comitive sudate, con parvenze
teppistiche, che intonano canti come allo stadio. Accanto a uno stand
coloratissimo fisso una famigliola affamata di emozioni da catturare: Matte’,
te voi fa’ ‘a foto con spaidermeen?
A me sembra di stare a una festa patronale, ma
organizzata meglio. Giochi digitali invece della pesca dei pesciolini rossi,
stand al posto delle bancarelle, sushi al posto del muss’ de’ puorc’. Mi sento
circondato da migliaia di ragazzetti tutti eccitati che non si accorgono del
mio stupore, già, sono vecchissimo per loro e li capisco, anche se in realtà
vorrei capirli meglio, ma forse dovrei cominciare a giocare come loro. Ma come faccio? Sarebbe una mimetizzazione
asimmetrica, ridicola. In fondo è impossibile, e questa smania di conoscere tutto per me ha
i giorni contati: parlo di quello che so, scrivo quello che vedo, il resto è soltanto
un enorme pregiudizio affettuoso verso questi ragazzini, almeno per oggi. Mi avvicino a una specie di arena sponsorizzata dalla regione Lazio, sprofondo sul puff che fa da salottino accanto a dei venditori di giochi; ne approfitto per prendere fiato e mettere a
caricare il cellulare. Sfoglio il programma. Intanto mio figlio mi chiede di
comprare Nba ps3, cedo subito, in fondo cinque euro dentro a questa baraonda spendereccia
mi sembra il minimo, figlio bello. Sbircio, tra decine di eventi oscuri ce n’è uno
interessante per vecchi come me: lo sceneggiatore di Zagor al padiglione 5! Ma
è nel pomeriggio, intanto ci tuffiamo nel fiume degli altri padiglioni. Arriviamo a
quello che ospita gli youtuber e mi para davanti la scena che il figlio grande mi aveva raccontato il giorno prima quando con i suoi amici, ormai più per abitudine che per vero piacere, si erano fatti un giretto qui: c’è un casino, so’ organizzati proprio male! Mi ritrovo in mezzo a ragazzini
ancora più eccitati, ancora più caciaroni di quelli di prima: vogliono le
magliette, gli autografi e i pop-corn. Sul palco ci sono dei ragazzotti con
felpe grigie che fanno battute meno riuscite di quelli di Made in sud, e si
lasciano acclamare dalle festanti comitive, facendoci intendere dove sta il
centro del mondo oggi. In fondo somigliano agli amici dei nostri figli, con
quelle facce e quelle mani che un tempo forse erano timide e ora stanno lì per
compiacersi di una gloria a buon mercato, spinti magari da vecchi produttori
assetati di clic e soldi facili. Boh! Forse sto svalvolando coi pensieri in mezzo a tutti questi watt-giga-laser. Intanto lasciamo i nostri figli a fiutare
le loro star sotto il palco. Ne approfitto al volo e dico “vado a sentire lo
sceneggiatore”, ma D. mi fa: ma ce stava alle 15! Ma davvero? e non era alle
16? Rispondo già rassegnato. Riprendo il programma e scopro di una proiezione
al padiglione otto. Scappo. Ci sentiamo dopo, eh. Per ridurre i sensi di colpa
avevo invitato nel frattempo mia moglie a fumarsi una sigaretta per conto suo,
e poi, una volta al padiglione otto, la chiamo ricordandole che allo stand
della Panini ci sono gli autori di Topolino che fanno i disegnini ai ragazzi,
magari al piccolo piacerebbe... Immagino la faccia di mia moglie davanti a
questo mio solito teatrino telefonico, e così decido di salutarla abbassando i
toni. A vedere la proiezione siamo in sei, di cui due ragazze lì per riposarsi
e chattare in pace. Parte L’Augellin’ Belverde di Luzzati, musiche di Fossati e
Oscar Prudente. Allora mi vedo dall’alto un po’ alla maniera dello scrittore di
Caserta (che vive a Roma!): ai lati un intero mondo nerd che smanetta
all’unisono, famiglie affaticate appresso ai loro piccoli e io, solo, al
centro di una saletta anonima a vedere una proiezione che sarebbe potuta
esserci anche nel ’73. Mia moglie se la ride pensando a queste mie patetiche
fughe, così come ride di gusto anche mentre si fa fotografare accanto a un personaggio
di Star Wars con tanto di spada laser: poi pubblica su facebook la foto e ci
ridiamo su per tutto il viaggio di ritorno. Noi siamo così: un po’ Flintstones
e un po’ Star Wars, sempre fuori luogo ma con una smania festosa di mischiarci
col mondo, ridendo di noi, e di tutti i panni dei personaggi che abbiamo
indossato in questi anni assieme. Quando si usciva con fare da intellettuali alle
feste dell’Unità, o corrucciati e malinconici ma bellissimi dai concerti punk
rock, o ancora seri seri, zitti zitti da certi cinema d’essai, infine anche felici e sguaiati dopo certe cene dove la
nostra autoironia diventava il sale della serata.
Mio figlio alla fine non è riuscito ad avere il disegnino: era già tutto
prenotato dal mattino. Lo porto da un fumettista che conosco, ma niente, questo
cazzeggiava di un suo prossimo evento “altro che Romics” - dove lui però sta
promuovendo il suo libro eh – e non aveva voglia di fargli il disegnino. Mio
figlio con la testa abbassata e stanco mi sorride come a dire: ma lascia stare
questi mezzi fricchettoni sempre insoddisfatti, sempre contro, sempre sazi (sì, lo ammetto, sto paternalmente proiettando fiducia nella luminosa mente del mio piccolo).
Prima di andare via ho dovuto tirare
fuori i superpoteri. Non si trovavano gli altri due ragazzini della comitiva.
Stavano ad aspettare autografi degli youtuber, ma non rispondevano al telefono,
e nemmeno all’annuncio che ho fatto fare da Dexter in persona. Così chiedo a
uno della vigilanza se posso entrare a cercarli. Mi spostano le transenne e mi
ritrovo tra le star del web. Sbuco fuori e sento urla stridule, mi fissano
tutti questi occhi e io fisso loro, ma come mi vedono con una giacca beige e la
barba incolta non mi cacano nemmeno. Intanto sfilo davanti alla transenna e
punto ancora agli occhi: sono stanchi questi ragazzini eppure gli brillano ancora
da fare spavento. Becco i nostri eroi, sono schiacciati in prima fila. Mentre
esco con loro sento una vocina che mi chiama: ehi, ho solo un misero blog con
massimo venti visualizzazioni al giorno, penso vanitoso mentre mi giro
lentamente, e chi vuoi che mi riconosca… invece eccola, è M. 12 anni, col
fratello B. e il papà A., e fanno parte di un progetto educativo che sto
seguendo in questo periodo. Sono contenti di vedermi e me lo lasciano intendere dai
loro occhi vivissimi e, mentre i due eroi degli autografi prendono i cazziatoni
dalle loro madri, io li abbraccio tutti e tre assieme: così oggi credo di aver
fatto almeno due cose buone nella vita. Stavolta non piango, no, sono troppo
stanco, invece abbraccio barcollando mio figlio sul viale alberato dell’uscita mentre tu ci
osservi da dietro: e ora, davanti al piccì, sento negli occhi quel tuo sguardo
come una lieve carezza laser.
Che cosa pensi veramente
quando scrivi dei tuoi figli? Poco e tutto. Da sempre volevo fare il
padre, già a dieci anni. Con gli amichetti preferivo avere il ruolo di guida e frequentavo sempre quelli più strambi, gracilini o ciccioni, insomma, bambini sfigati. Poi negli anni ho pensato che fosse difficile, quasi impossibile, diventare padre in mezzo alle bufere che vivevo quotidianamente. Ancora di più quando stavo depresso e pensavo che scappare con
un treno per il nord fosse la premessa per una sparizione perfetta, necessaria. Sono
scappato diverse volte, ma in maniera organizzata e declamata soltanto una
volta: già a Bologna stavo in lacrime e ascoltavo al telefono la ramanzina tuonante di mio padre. Cosa c’entra questo coi figli? Niente e tutto: i figli
ti costringono a esserci sempre, e pure a salvarli, aggiungerebbe lo scrittore De Silva.
L’altra notte non riuscivo a dormire, mi tornavano su i pensieri del lavoro, pieni di risposte non date, di riunioni come ring desolanti, di spettegolamenti fatti e subiti, e allora mi sono messo di fianco a fantasticare una
fuga. Di quelle che poi diventi randagio e guardi storto le persone per strada.
Be’, stavo così esagerando con quei pensieri che mi sono spaventato, seduto, fuori diluviava e così per distrarmi mi sono messo a leggere l’ultimo racconto di Dieci dicembre. Un libro che leggevo così e così, anche se alcune
parti erano commoventi, fulminanti e con delle belle immagini.
Leggo l’ultimo racconto e mi accorgo che somiglia molto al racconto-incubo che
stavo facendo nel pre-sonno. Che paura! Il racconto mi era piaciuto, ma l’idea
che avessi anticipato nella mia testa la trama, senza saperne nulla prima, ha
creato un’atmosfera che mi ha turbato tantissimo, laicamente sconvolto.
L’indomani
con frenesia mattiniera ho spostato i resti della potatura che ricopriva l’aiuola di mio figlio. Sì, perché insieme l'estate scorsa abbiamo cominciato a riempire di sassi e gerani uno spazio abbandonato, e facendolo quasi sgomitandoci coi sentimenti e con le braccia, mi sono accorto di quanto avevo bisogno di fare insiemea lui.Lo osservavo sudato e soddisfatto e allora mi ripetevo: ascoltalo di più e ogni tanto, senza paternali, ricordargli che stare al mondo è sempre una lotta contro il tempo, e una festa non un capriccio. E fagli capire, senza far pesare il tuo passato di attivista mezzo progressista e mezzo romantico, che alla fine della giornata bisogna sempre restare con un sogno in tasca. Ancora, prova a trasmettergli la bellezza attraverso l’attesa dei fiori di un Mandorlo. Sussuragli, senza sdolcinare come nelle fiction, che volersi bene è il massimo che si possa scambiare con gli altri, e che il bene poi ci incolla al nostro
tempo fino a farci progettare aiuole di pietre e di fiori. I miei figli, specchi
splendenti dei miei pensieri più belli. Ora ci sono anch’io in attesa tra di loro, a
gambe penzoloni sul ramo di Mandorlo.
Abito in
una zona a ridosso di una città che si espande ogni giorno come una macchia
d’inchiostro. Dal limite estremo sentiamo l’odore delle novità, delle feste
sulle terrazze e delle donne bellissime che la sera come piume
d’uccello transitano sopra le vie del centro. Da noi l’autobus ci arriva da poco
più di un anno. Il minimarket l’hanno aperto a settembre scorso e chiuso poi a
febbraio. Il solarium non c’è più, al suo posto le pompe funebri. Due parrucchieri uno accanto all'altro. Un veterinario, e tre barpizzeriatavolacalda. Dieci anni fa
abitavo in un palazzo scorticato dalle acque sulfuree e i tir la notte
facevano manovra dietro al mio collo, e chissà che sogni on the road facevo in quelle
notti. Stanotte invece ho sognato che partivo con il traghetto, mentre la mia famiglia restava sulla terra ferma e non riuscivo a fare i biglietti per restare sulla terra, e per questo litigavo in cabina con il Capitano, e così vedevo allontanarsi la terra con le persone a cui voglio bene: disperato mi sono svegliato di soprassalto. Sono stato tutta la la giornata ad accarezzare di sguardi mia moglie e i miei figli. Penso, mentre fischietto nel parchetto sbrindellato del quartiere, che negli anni avrei dovuto applicarla in
scandinavia la mia moralità. Non qua. Ora osservo una bordura di bottiglie di birre intorno a un olivo piantato da me anni fa, tutto spontaneo qua, almeno la Malva resta silenziosa e regale, indifferente ai nostri affanni urbani. Piantavo alberi, facevo figli e cercavo il lavoro della mia vita. Poi sono cresciuto, quasi più veloce dell'olivo, ma sicuramente meno dei miei figli. Adesso, senza affanni misteriosi o attacchi di panico per strada, m'incammino lentamente verso la scuola del piccolo, e trattengo a stento le ghiandole lacrimali al pensiero che dimenticherò l'epoca delle prime pappe o della prima volta che hanno mangiato a pezzi, e i giochi pomeridiani sdraiati sul pavimento fino allo sfinimento, così come quei cambi di pannolini serali, con quella luce di taglio da ottobrata. Poi al letto si rideva fino a quando i bimbi crollavano a malincuore verso il sonno. Io restavo sveglio, e vagavo nel salone e su internet: rumori di auto fuori che si fondevano nello scricchiolio della connessione analogica, procurandomi un brivido che non so ancora spiegare. In quel tempo ansioso e felice comunque mi nascondevo, mi vergognavo, mi sentivo
piccino, insicuro, buono a nulla e non riuscivo nemmeno a disprezzare chi
andava disprezzato. Non era per bontà, no, era che non ci riuscivo proprio: mi mancava il coraggio della cattiveria a piccolo dosaggio.
In questi giorni di minima cattiveria, di
lucida resa e di clamorosa consapevolezza esistenziale, la mia commedia obbedisce a un'altra sceneggiatura: di vergognarmi ancora ma stavolta di
quello che scrivo, e nonostante continui a farlo tutti i santi giorni con piacevole stordimento. Dottore,
hai capito come sto?
il dottor Gachet (Van Gogh)
Ieri è tornata Lei, aveva gli occhi stanchi e pungenti e con la sua
bellezza mi ha suggerito di vergognarmi ancora e di farlo regolarmente tutti i
giorni. Già dall'alba. Come bere l’intera moka di caffè.
Come spiare la famiglia
di fronte.
Come fare l’amore nel
pomeriggio.
Come raccontare la sua
malattia.
Come piangere durante la sua
recita.
Come vedersi tra i fiori
fiero e fallito.
Come rinascere la domenica mattina.
Come adesso, poco prima
del clic.
Ecco i buoni propositi da
praticare prima di scappare a Stoccolma.
(voglio che la vita mi lasci in pace nella contaminazione tutta mia di queste canzoni)