giovedì 23 maggio 2013

block notes verde


L’ultimo film di Sorrentino mi ha lasciato un gusto strano nella testa. Speravo fino all’ultimo in un recupero, e che il film iniziasse davvero. Invece, ahimè, è stato un lungo prologo ridondante. Mi spiace, e mi pesa ammetterlo. All’uscita un nubifragio ha cancellato quasi tutto, ma stamattina mi sono svegliato con l’immagine della Santa negli occhi, e della sua ciabatta che tuona contro l’immobilismo della mondanità. Punto, e a capo.
 
 

Poi, vedi che non ci riesco? poi ho pensato, vedendo il film e tutte quelle scene su Roma e le sue albe, i suoi colori di marmi e di donne, ho pensato che io quella Roma non la conosco quasi per niente. L’altra sera infatti, cercando il Chiostro del Bramante, c’ho impiegato lo stesso tempo che forse ci avrebbe messo un semplice turista russo, includendoci una vodka al bar. Quindi, mi arrendo, e dichiaro la mia totale estraneità alla Roma di Flaiano-Fellini, Sorrentino- Gambardella, almeno dal punto di vista esistenziale. A meno che non vogliamo ammettere che l’estetica, il fascino di certi ambienti sia soltanto narrazione alta. Quasi fantastica, poco rappresentativa dei sentimenti sparsi a macchia di leopardo che fremono negli isolati quartieri della città. Allora ogni cosa avrebbe il suo posto, ogni libro il suo spazio, ogni personaggio la sua gloria. Ogni mio sentimento una propria mappa.

 

Da tempo volevo parlare del disco dei Baustelle, non ci sono riuscito perché avevo paura di ripetere cose già dette. A me è piaciuto molto, e parlarne dopo la sfilza d’immagini di decadenza del film, sarebbe come riequilibrare un po’ la faccenda. Nel loro disco si sente una lontananza dalla vita come raccontata giusto un minuto dopo. È tanto viva l’emozione, quanto è persa ogni illusione, ma dentro, in un involucro piacevole al tatto, ci sono storie e facce, culi e drammi, bimbi e religioni, così come ci sono nel film di Sorrentino. Le due opere partono più o meno dallo stesso sentimento, ma, senza conoscersi mai, vanno ognuna per la propria storia: il film rimane imbrigliato nel suo status di staticità mentre il disco si muove e non si ferma mai.
 
 

Ho letto i nove racconti di Salinger e mi sono piaciuti assai assai; leggendoli mi hanno confermato le tesi di Pascale e Cognetti, ai quali do spesso molto credito, anche se prendere a prestito le tesi a volte potrebbe farti passare la voglia di leggere. Capita che in un racconto di venti pagine si possano raccontare cose interessanti sulla vita, cruciali, anche non scrivendole direttamente, ma facendole portare a spasso dal Personaggio; senza necessariamente fargli girare il mondo con una vespa o per forza farlo imbarcare su di un Galeone.


Per questa settimana abbasso la serranda.

domenica 19 maggio 2013

ballando s'impara


La fettuccia di cento chilometri sembrava un corridoio, ai lati c’erano le stanze dei miei amici di questi mesi: Itri, Sermoneta, Aprilia, Pavona. Poi gli spettri: la spiaggia di mio padre, la palude di Pennacchi, le montagne della guerra. Ma io non ci sono in quella Storia, appartengo alle mie piccole cose e a quei vecchi poster appiccicati nella mia cameretta, messi lì con scotch e puntine, con l’intenzione di dichiarare guerra alla realtà. La sera prima di addormentarmi farfugliavo: non studio più, vado via con i pensieri e aspetto gli amici migliori del mondo. Che mi salveranno. Mi comprenderanno, senza sciupare in mosse vigliacche la mia sensibilità. Sì, il mio unico tesoro sempre disponibile e mai in disuso, era e sarà la mia sensibilità. Non confondetela con la bontà, per cortesia, sapete meglio di me quante nefandezze fa commettere un’alterata sensibilità. Quanta furia ideologica fa precipitare fuori dalla testa un’ottusa sensibilità. Certo, a dire il vero, a me scuote anche l’anima dilatandola come una sacca di linfa dorata, ma non perdona passi falsi; crea bei pensieri circolari, ma poi la notte rade al suolo ogni certezza. Tant’è, sono alla sua mercé. Per questo rifiuto di leggere certi grandi classici, e non mi preoccupo di acquisire conoscenze imprescindibili per uno della mia epoca. Perché la presunzione, effetto collaterale della sensibilità, mi evita lo sforzo di studiare. A lei basta solo osservare - fissare le persone come opere d’arte - per poi ricrearne mondi e mostri. E già.

Vorrei dichiarare guerra alla mia sensibilità dissociandomi dalla sua tirannia, ma poi, a pensarci bene, questo significherebbe uscire di scena dal migliore palcoscenico che abbia mai gestito; così rimarrei un ordinario impiegato al servizio del potente di turno, con umile onestà parteciperei alla riuscita della società. E poco più.

Allora, mi sa che sia più saggio tradirla amandola anche nei pomeriggi afosi: la farsa, la spocchia, la prepotenza e la carezza. La notte poi, nascondendomi, mi lascerò sopraffare sotto i colpi emotivi della regina delle mie giornate migliori: la beata inconcludente sensibilità.

 Al mattino fresco e rilassato mi rallegrerò di come cazzo faccio a sopravvivere in un mondo così. Semplicemente, la mia seconda moglie, la ridente e fuggitiva sensibilità, mi costringe col suo sguardo a ballare tra alberi e palazzoni in compagnia di pensieri bambini e di oscene signorine. Ballando s’impara.

Vorrei stare ora nel pensiero di me che guido l’auto verso casa, dopo un lungo viaggio, e sul sedile ascolto già le parole dei miei figli, e vedo i loro sguardi di stupore nello specchietto; questo mentre scorrono davvero immagini di capannoni luminosi davanti a colline fantasma, e sotto alcuni uomini che scappano fingendo di evitare le oscenità nell’ombra dell’alba blu.

 

lunedì 6 maggio 2013

i racconti di Mimì


 Questi racconti hanno un filo fragile che li lega: i personaggi gravitano tutti nel mondo della musica, da outsider o precari, improvvisati o in declino. Che appare come un mondo cui lo scrittore voglia suggellare con dei ritratti asciutti e memorabili. Da sempre diffido di scrittori di canzoni che passano a scrivere libri di narrativa. Da sempre aspetto che lo faccia qualcuno in particolare, da potergli concedere il lusso di sfidare la mia patetica diffidenza. Non di certo mi aspettavo che Mimì Clementi scrivesse questi racconti. A volte aspettare è un po’ come annegare; invece questi racconti emergono con freschezza salata, di un tempo chiuso, lontano, da cui congedarsi con stile. Nei personaggi ce n’è di stile, nelle loro movenze o nelle loro vite dissolute, e in certe scelte che disegnano un profilo, assai diverso da quello che conoscevamo già. Questo pare che faccia Clementi, che già nei testi delle sue canzoni, secche e aperte, mostra ritratti definiti da gesti o passi illuminati da una luce di taglio. E mi pare un po’ come il muro che ho appena tinteggiato, che quando ci sparo il faretto da sotto mostra tutte le parti non rasate per bene e i buchi tappati troppo in fretta. Poi mi siedo e dal divano vedo una parete uniforme e bella, e lo è soprattutto perché so di quante sfumature compongono l’insieme, e il valore aggiunto sta nelle piccole crepe e nelle ruvidità ricoperte di verde che ne alimentano la bellezza.

Questo libro di racconti è limpido e fresco, nei suoi dialoghi misurati, nelle essenziali e sensibili descrizioni degli ambienti e nella – sempre difficile -  discrezione di mostrare con dignità le debolezze umane, senza tacerle o esaltarle nel brodo della diversità. Tutto appare difettoso nei personaggi, tutto barcollante e prossimo a cadute la narrazione di certi ambienti. Niente appare di più, o sfocato, perché ogni parola è a posto, ogni attimo è scandito con cura. Ecco, la forma si fagocita ogni diffidenza e mi lascia godere dell’affetto che lo scrittore ha nei confronti dei suoi personaggi: Fausto Rossi riappare come nella canzone sotto l’insegna della Sony, ma con una dilatazione che lo restituisce ancora più commovente. Marylin martoriata che risucchia dentro la sua morte ogni presunta innocenza americana. La signora che chiede di essere intervistata e costringe il giornalista e la sua morbosità a bassa tiratura a retrocedere davanti a una vetrata di un ristorante cinese, dove la signora, attrice improvvisata in un film su Glenn Gould, attraverso una sorta di affinità elettiva gli lascia intravedere un grumo di amicizia, nell’ascolto e nell’attesa della reciproca conoscenza. Bello vedere da dietro il giornalista-musicista che si aggrappa alla signora di settantadue anni, arzilla di curiosità nel suo presente.

Capita spesso che le parole colorino troppo le storie, soffocandole in anguste stanze, dove manca la necessaria sfumatura. Quello che riesce a fare Mimì Clementi in questo libro, sfatando diffidenze e pregiudizi che a volte mi costringono in scantinati polverosi della mente, è quello di riscaldare i racconti senza incendiarli, seppure le vite là dentro appaiono prossime all’autocombustione.

Grazie a Ettore per avermelo prestato, alleggerendomi di un’inutile diffidenza.

sabato 4 maggio 2013

la poesia è sempre in fuga



poesia di Dino Campana

La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la
[lampada? - c’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente

giovedì 2 maggio 2013

senza titolo


Ci sono delle volte che mi viene voglia di entrare in un centro sociale, o in certi parchi affollati di tardo-frikkettoni, e implorare: amici, il vostro conformismo tocca sublimi e imbarazzanti vette. Fate finta di niente e sdraiati beati  abbassate la guardia, al resto pensa papà, zio o qualche padrone cattivo. No, amici, così non va. Il vino è buono, le patate son biologiche ma i discorsi sanno di muffa che schiattano i miei ultimi neuroni libertari. Voglio passeggiare tra oleandri senza masticarli per forza, e osservare donne eleganti senza sfiorarle mai. Non per questo non ami gli oleandri rossi o non desideri le donne bionde. C’è stato un tempo di spavento dove avevo paura del vento che veniva da Ovest: ero piccolo nel mio cappotto. Oggi mi lascio vestire dal mio tempo, e non cedo al richiamo dei bei tempi.

A uno a uno vi fisso e non provo più amore. In quel recinto scalcinato, tra gonne lunghe e bimbi viziati, orti sinergici e tarantelle tristi, non sento più niente. Non vedo che tentativi già falliti. In questi rifugi anticontemporanei, in queste gabbie ecosostenibili io sento stanchezza che nella mia testa diventa amarezza. Potevamo di più, potevamo il mondo intero di sogni, amori e futuri inesauribili. Potevamo. E non siamo. Solo passaggi di testimone, che sono sempre gli stessi da quarant’anni. Basta, per oggi basta così. Perdonatemi amici, e nel farlo usate la vostra infinità genuinità, e lasciatemi sparlare di un mondo che ho sfiorato di ammirazione e mai amato fino in fondo. Allora meglio lasciarci da buoni amici, ché non capirsi come veri nemici.

Ho scovato questa poesia di Carver, essa mi ha spinto a scrivere questa cosa lugubre, non so davvero il perché, ma come dice Carver: scrivere è un processo di rivelazione.

raymond carver

TRA I RAMI

Sotto la finestra, sul balcone, ci sono degli uccellini malridotti
che si affollano attorno al cibo. Sono gli stessi, credo,
che vengono tutti i giorni a mangiare bisticciando. C’era un tempo,
[c’era un tempo,
gridano e si beccano. Sì, è quasi ora.
Il cielo rimane cupo tutto il giorno, il vento viene da ovest e
non smette di soffiare... Dammi la mano per un po’. Tienimi la
mia. Così va bene, sì. Stringimela forte. C’era un tempo in cui
pensavamo di avere il tempo dalla nostra. C’era un tempo, c’era
[un tempo,
gridano gli uccellini malridotti.

martedì 30 aprile 2013

enormi orecchie



van gogh
Il mio amico scrive di sé e del suo umore. Quando spulcio con passione il suo blog, e leggo il suo piegarsi leggero ai malanni stagionali, lasciando fuori dalla pagina le sue profonde e inquiete domande, allora, in quel momento, mi fa dispiacere un po’. Meno male che all’improvviso riesce a tirar fuori racconti dettagliati e neri con adorabili parentesi esistenziali, colorate da intermittenti stati d’animo, e allora leggerlo mi fa davvero piacere e spesso glielo commento, contento.

Con lui ho condiviso, durante un agosto di anni fa, risate e racconti dentro a una stanza assolata dell’asl più a sud di Roma. Ci s’immergeva dentro enormi risate in un luogo dove di solito persone raccontavano cose pazzesche ai loro psichiatri di fiducia. Noi lì isolati come educatori-scrivani, sfruttando l’assenza per ferie della gran parte degli addetti asl, eravamo curiosi di noi e del mondo e aspettavamo che il tramonto arrivasse, per tornare quieti nei nostri cari paesi oscuri. Era ampia quella stanza, e noi la colonizzavamo tutta coi nostri sandali provati da tuscolane battute in solitudine. Caffè lunghi, gelati e sguardi paralizzavano beatamente quei pomeriggi. Con lui avevo sempre voglia di raccontare in quei giorni eccitati e vuoti d’estate, nel farlo cercavo di esorcizzare ogni male antico, elencando la mia vita come indice di un saggio romanzato. Ecco, quest’amico che vedo quattro o cinque volte l’anno; che sento tre o quattro volte al mese; con cui scambio mail o messaggi ogni settimana, bene, questa bella persona, insieme, ma non in contemporanea, ad altre quattro o cinque persone, l’anno scorso, nel mio annus horribilis, questo amico mi ha percepito in bilico sul filo dei giorni grigi: sotto avevo un torrente fognario di pensieri. Non si può dire che mi abbia teso la mano, per narrare il verosimile oggi dichiaro che quello non è stato propriamente tendere la mano; eppure, le sue orecchie, quelle sensibili orecchie abbronzate, mi hanno saputo ascoltare così bene fino a contribuire a far defluire silenziosamente tutta la merda sotto di me. Oggi sotto la mia storia c’è un giardino di ginestre, ortiche e rose, e confido di creare un orto al più presto. Pianterò finalmente un limone.

 Tra vent’anni nelle serate d’agosto mi sdraierò al centro del giardino, sotto al limone suadente, e leggerò le storie ancora non scritte con una birra accanto. Nel monitor di fronte a noi immagini che dissolvono serenamente il futuro accettato.

venerdì 19 aprile 2013

cugina vocina


Vocina stronza vattene via, le tue prediche odiose non le sento più. Mi hai fatto cambiare quattro scuole in quattro anni. Neanche quella ragazzina bionda del nord mi hai fatto baciare in pace. Poi, tutta la noia che m’istigavi, che prendeva la forma di quella stanzetta d’adolescenza buia e terribile, no, vocina stronza, ora non ti ascolto più. Tutti i posti di lavoro che facevi diventare all’improvviso lager, come temporali infiniti; o certe frasi che ricevevo che parevano uscissero dalla bocca di un boia, ma solo per te.  Invece oggi dico che certe frasi mi andavano dette, non solo per subirle ma per ascoltarle e digerirle anche lungo strade incerte. Mi hai fatto scappare da Firenze e dal sogno, in quel pomeriggio di gennaio, quando tutto era ancora da vivere e scrivere, sei arrivata tu in quello studio di posa e, inciampando apposta sulla Nikon, hai creato subbuglio nella mia testa e terrore nelle caviglie. Scappa e scappa, ma solo per tornare nel ventre melmoso del paese noioso. E dai. Tanto lo sai che lontano da lì ho dato il meglio lasciandomi contaminare dalla bellezza inaudita.

E la sera me ne sto a strofinare i pensieri tra lo smog e il silenzio, per aspettare liberato un solletico o un’intuizione, sul davanzale fiorito dei miei desideri. Questo oggi sono io, un incrocio bastardo tra istinto e storia, un po’ mio nonno snello evanescente e un po’ come la mia città aperta e immensa di vuoto.

Ho conosciuto centinaia di persone in questi anni e pure, se mi fermassi un secondo a riflettere, so che ne ho saputo trattenere poche nel mio salotto. Così mi ritrovo a maledire quei giorni di pigrizia che mi procurava sembianze amiche in pingue relazioni annoiate. Perché? C’entra la vocina, Lei c’entra sempre quando sbaglio mosse o dispero senza ragione scappando dalle parole. Già la ragione, quella che adesso è diventata la mia ossessione per difendermi da risacche ideologiche, mai del tutto superate o cacciate per sempre fuori dalle mie viscere nere. Vivo accanto alla ragione e perdo amicizie e ragioni, che avevo da vendere fino all’altro ieri. Dicono gli altri, gli stessi che pugnalano di primo mattino quel lembo di carne viva e dolorante che espongo al mondo dal mio corpo: abnorme desiderio mai sepolto.

Verrai di sera con il buio a prendermi, e le mie braccia agitate si fermeranno: nemmeno un lamento per quel che sono stato e diventato, con te, con Lei e le infinite favole del dormiveglia che da giovane ingoiavo con gli occhi e le orecchie.
 

Quel che resta, dieci minuti o trent’anni conta poco, quel che rimane per te è un sapore di ruggine sulla lingua. Montagne sognate e mari dimenticati, l’odore del mattino di giugno senza scuola e quello della prima sega di sera, nascosto da alberi e canneti. Un treno che sfreccia alle spalle e un ragazzetto piegato accanto al nespolo rugoso, sentinella di sentimenti oscuri che intanto davano forma all’amorevole cura di una piantina di pesco, da me seminata. La ricoprivo di nylon e canne, e per la notte mettevo una candela per riscaldarla. Un incendio poteva incenerirla, e, di fatto, anche intenerirla; in realtà né l’una e nell’altra sciocchezza è avvenuta mai. Sono qui a testimoniare nefandezze di vocine pazze, mica a cadere nel tranello mieloso della nostalgia che affligge metà della mia generazione: vacante tra rabbie prese a prestito via guru e seghe in rete via mail.

 

sabato 6 aprile 2013

le lampade di Claudio vanno ad Aosta

Ho scritto 'sta cosetta per Claudio Muolo e le sue belle lampade. Riguarda l'interessante mostra che lo studio maRAMEo farà ad Aosta tra qualche settimana; intanto beccatevi queste mie impressioni:


Queste lampade ti fissano e aspettano un cenno, un invito a sederti per osservarle meglio, davanti, di dietro e di fronte. Magari anche dall’alto. Io l’ho fatto qualche tempo fa, che poi, all’improvviso, spinto da un impulso di euforia, mi sono alzato dalla sedia con la voglia di toccarle.  Tocco la pietra leccese, rugosa al tatto e soffice alla vista, e ti rimane sulle dita quella sensazione di deserto caldo. Metallo, pietra, carta, me li immagino mentre scappano verso le spiagge d’inverno a cercare i resti dell’estate, del mare, del temporale di ieri. Questo pare che facciano i materiali che compongono le lampade dello studio maRAMEo. Quel pesce là, quello che sta passando davanti ai nostri occhi per poi scomparire un secondo dopo, quel pesce furbo colorato, quello di sicuro ha fatto solo il minimo sforzo per ricrearsi laggiù in spiaggia. E c’è quella libellula che proietta i nostri occhi verso quella stanza di nuvola, dove riposare e aspettare altri sogni.

La bambina che imparò a volare danza blu e raccoglie farfalle di pensieri, evita gli aquiloni che continuano a volare incerti nel movimento, per arrivare su quella parete eccitata, fino a un secondo fa era soltanto orfana e sola.

Alcune lampade mi fanno un po’ paura, soprattutto quelle che scendono dai soffitti; con quei tentacoli perfetti, misurati nella luce per donarci uno spazio d’attesa, al dì sotto, prima della terra.

Messe tutte insieme queste lampade, da comodino, da parete, da soffitto, da divano, da libro, da letto d’amore, sì, tutte queste lampade messe in uno spazio formano una casa, anzi, una storia da illustrare. Sarebbe leggero passeggiare tra quelle forme morbide, allora quelle pietre assumerebbero d’incanto silenzi umani. Farebbero entrare tutti, mostrandoli diversi, forse autentici, e alla fine, l’ultimo che andrebbe a dormire, spegnendo l’ultima lampada, avrebbe una scossa di pace tra le dita.

Claudio una volta mi ha detto che sono le lampade a decidere le case dove abitare, e io gli credo, anzi, lo immaginavo già, e pensavo alla potenza evocativa che tale magia potesse procurare ai genitori adottivi di queste belle lampade. Perché una volta scelta la dimora queste lampade diventano casalinghe, e aspettano che i coinquilini si vadano a collocare intorno a loro, per sbrigare le faccende umane, facendosi illuminare o coccolare, a deciderlo magari ci penserà la notte, o il mattino. Forse il cielo in transito di quel momento.



 

venerdì 5 aprile 2013

adorabile

Anna Maria Ortese

Un'infanzia di stenti e gli studi da autodidatta. Vita difficile di una donna che aveva imparato a usare la solitudine per difendersi. E a scrivere più che a vivere

di Lucrezia e Giorgio Dell'Arti - 12 ottobre 2012

Anna Maria OrteseFoto Milestone
Anagrafe Anna Maria Ortese, nata a Roma il 13 giugno 1914, figlia di Oreste Ortese, impiegato governativo, e di Beatrice Vaccà, dipendente delle Poste, cinque fratelli (uno suo gemello, Antonio, morto a 29 anni) e una sorella (Maria), passò un’infanzia di stenti a vagabondare da un paese all’altro, lasciò la scuola a quattordici anni ma si mise a studiare sui libri dei fratelli e imparò, da sola, il francese e lo spagnolo. L’esordio in poesia nel 1935 con una lirica dal titolo Manuele, come il fratello marinaio, morto in Martinica due anni prima.

Ignorante «Sono ignorante. Non conosco né i greci né i latini; poco dei moderni; nulla o quasi dei modernissimi. Gabriele D’Annunzio è per me, con reverenza, un ignoto» (dal risvolto di copertina del suo libro Angelici dolori).

domenica 24 marzo 2013

eri una canzone muta


La stanza con le tapparelle abbassate è luminosa. Sdraiato e scomodo, ti guardo il collo scoperto mentre le scarpe restano sospese nell’aria per alcuni secondi, poi s’immolano pesanti sul cotto scurito dagli anni, e il tuo sospiro accelera incauto. I corpi si schiacciano tra il muro e il letto a una piazza, le lenzuola definitivamente a terra. Una stampa di Van Gogh mugugna sbilenca. Le mani, quelle mani che hanno sfiorato l’umido tra le gambe ora penetrano la pelle per sentirne il gusto tossico. Intanto le tue labbra gonfie di stupore baciano tutta la pelle per ridurne la febbre: i seni pogano silenziosi.

Amore, la prima volta che ti ho vista eri una canzone.

Le cuffie, quelle mostruose e rosse degli anni ’90, ti avevano già da un pezzo sussurrato: questo è l’inverno che ci consola.

 

Nella casa affollata di studenti, pensieri e alimenti rubati alla Coop, ci sono due corpi in lotta per l’amore eterno, quello dei libri, o quello dei nonni, poco importa oggi ai nostri muscoli in festa.

Da dentro a una foto in bianco e nero su di un letto di vimini obliquo, dove ti sdrai per il mio sguardo, dichiari muta: tranquillo, che un filo di solitudine vale una vita di carezze. Lo sappiamo e per questo lottiamo, e si sente nell’aria il vento di un piacere intermittente.

 

martedì 19 marzo 2013

1949, l'altro ieri


Ieri ho ascoltato una storia tragica accaduta alla mia famiglia. Me l’ha raccontata mia madre, in macchina, dentro all’inferno del raccordo anulare, mentre la accompagnavo alla stazione. La coda di auto aumentava la tensione, e le lamiere mi proiettavano fredde verso la disgrazia colorata di particolari emersi dalle mie mille domande. Si tratta di un mio lontano cuginetto, che nel 1949, a soli tre anni, morì. Il fatto è tragico ed ebbe risvolti irreversibili per suo padre. Mio zio. Chiaramente, ne risentì l’intera famiglia. Oggi anche un po’ io.  Mi appare l’enorme fragilità che irrompe e che investe e modifica per sempre i caratteri, le abitudini, le scelte, le posture - e le tante parole non dette - che hanno determinato la storia della famiglia. La guerra era appena finita oltre che nella sua rappresentazione scenica, che conosciamo a memoria dai film, anche dai cocci, dai corpi feriti, e dalle infinite scorie psicologiche, che stavano appena appena facendo i conti con la gioiosa frenesia di ricominciare daccapo. Da misere e scoraggianti macerie. In quel fermento di donne formose e uomini smagriti, di case tirate su in una nottata e strade polverose piene di bambini scalzi, in questo scenario accadde la disgrazia. Fellini faceva ancora lo sceneggiatore.

Non riesco ancora a raccontarla una disgrazia, un dramma così scioccante che rischia di succhiarsi tutta la storia, a dispetto dei preziosi dettagli, delle ombre e delle omissioni e delle comparse e dei silenzi, che avrebbero più spessore del fatto centrale, almeno per la mia sensibilità. Eppure vorrei raccontarla, poiché rappresenterebbe un inizio, un margine da cui risalire e raccontare delle mostruosità familiari, che stanno lì, stese al vento dei giorni del presente: ne vedi i contorni, le sbavature e le inconfondibili storture narrative. Di fatto, ieri, prima di riascoltarla, ne conoscevo appena il dieci per cento di questa storia; adesso potrei riempirne quasi la metà di cose vere. Ma siccome il puro autobiografismo mi annoia ormai, non mi resta che aspettare una tempesta perfetta che scompagini il vero, accettandone il fantastico; ci sarebbe l’autofiction, direbbe Pascale. Il grottesco, Ammaniti. I racconti a mosaico, Cognetti. La commedia, Piccolo. Lo psicoanalista, una mia amica.
 
foto di luciano d'alessandro
 

Ecco, a me piace assai raccontare fatti privati che si mischiano ai fatti pubblici. Cose realmente accadute, dentro abnormi e verosimili cazzeggi urbani. Scopate drammatiche al limite di un amore, che sbattono contro fellatio liberatorie in parcheggi di stazioni lunari. Innamoramenti improvvisi, prima di abbandoni tardivi. Conformismi astuti di grigiore, accanto a discorsi diretti e umanissimi di compassione. Questo vale per tutti, compreso te, vigliacco spione che non sai dichiarare il dolore.

                        Auguri giovane ottantenne di Newark!
 
pastorale

venerdì 15 marzo 2013

auguri cugino!

Ho una voglia matta di scrivere pieno pieno di retorica, pomposo e ridondante, come un aristocratico che ammuffisce tra lo champagne e donne pacchiane. Vorrei comunicare tutto il peggio di me, quello che scarterebbe pure un satanista in forma, dal suo profilo online. Sì, uno spurgo di stagione, una valanga di amenità. Insomma, presentare il mio lato nero, la mia ombra strafottente e la mia lingua enorme e rossa come non mai.
Mostrare tutta la mia antica ignoranza, la giovane volgarità, il mio humor che danza tra le facce sbigottite delle mie colleghe. Dentro mattinate di noia per niente spleen. Cioè, tirare fuori dalla cantina, dal fegato, il peggio di quest'inverno denso come il miele. Mentre lo faccio precipitare dai gradini e ruzzolando magari mi parte pure una scorreggia. Così, per presentare il ventaglio di cose losche che normalmente trattengo precisino, a modo, che non si sa mai.
Vedere così se le cose si raddrizzano da sole, se prendono la giusta e bilanciata piega rozza che tanto mi manca.
Ecco, l'ho fatto, d'ora in poi avrò davanti due mesi in cui mi gioco tutto, e Tutto gioca contro di me.
Auguri cugino!
Niente, volevo avvisare qualcuno...

Questo perchè ieri sera mi era venuta 'sta cosa qua:
Sarebbe leggero passeggiare tra quelle forme morbide, quelle pietre assumerebbero d’incanto silenzi umani. Farebbero entrare tutti, mostrandoli diversi, forse autentici, e alla fine, l’ultimo che andrebbe a dormire, spegnendo l’ultima lampada, avrebbe una scossa di pace tra le dita.





“Io non combatto più, mi sembra inutile. Voglio restare passivo, guardare il mondo con calma. Ogni altro programma non mi interessa”. (F.F.)
 

domenica 10 marzo 2013

la Tiburtina porta a piazza vittorio?


A Roma le voglio bene, non c’è che dire; e alla Tiburtina ancora di più, altrimenti, come avrei fatto a sopportarla in questi anni con le sue buche e tutta quella  monnezza ai lati delle strade?

In questi mesi però la Tiburtina m’immalinconisce sempre di più, coi suoi scatoloni illuminati a sala giochi che si alternano ad altri scatoloni pieni di macchine invendute. Dal bus vedo quel disoccupato che conosco, legge avidamente Il Messaggero, nemmeno fosse Madame Bovary, con gli occhi spaventati incollati all’attualità; a quest’ora le prostitute ancora non ci sono in strada, stanno in casa a preparare gli zaini dei loro figli biondi. Intanto, su infinite linee gialle di lavoro in corso, vedo impiegati in bilico con l’auricolare collegato a you porn: l’audio sesso per ora può bastargli dentro a quel nero impermeabile. Se sapesse mio padre in che strada mi ha lasciato circolare. Be', non mi direbbe nulla. Il suo silenzio mi ha concesso il mondo. A me bastavano una città, un lungomare, un mestiere. Ma questo non gliel’ho mai detto. Né scritto.

 

Scrivevo queste cose ieri poiché stavo a piene mani nella pozzanghera dell’impasse, quella fangosa che ti paralizza i pensieri; e la faccia stava quasi a terra. Oggi, invece, oggi è stata una giornata di sbalzi d’umore, a me tanto cari; so che senza gli sbalzi vivrei a metà le mie esperienze. Eh, già, annuisce l’amico mio.

Sbalzi in ordine cronologico: sofferenza sull’assenza su di un campo di basket, che poi è solo un’attesa di forme migliori. Poi una piazza con il via vai di ragazzini coi loro padri, madri e fratelli di ogni età, stavano appiccicati l’un l’altro a scambiar figurine e desideri: di voler fermare quegli attimi tra la colla e la pagina, che sembrano grumi di felicità che sta per sbocciare nei caldi esili muscoli. E li vedevo e volevo stringerli tra le braccia per poi non scomparire mai più nell’ammuffita caverna. Meno male che mi hanno aiutato le mille facce dei cingalesi, egiziani e marocchini nella luce del mercato di piazza Vittorio. Il piccolo l’avevamo perso, tra i banchi del pesce e patate giganti, due minuti e la famiglia si stava paralizzando davanti al nulla. All’improvviso sbucano decine di occhi dai bulbi bianchissimi che capivano prima di ogni paura quello che stava accadendo: una catena di sguardi, chiamate e rassicurazioni hanno risolto il caso. Ecco il piccolo che tornava insieme a un ragazzo che in altri contesti forse avremmo ridotto a clandestino disperato, in cerca di speranze inutili. Ma chi siamo noi per decidere le mosse di vita degli altri? Davvero riusciamo a entrare nelle loro teste piene di ritmi a noi sconosciuti, e di comprendere i loro colori accesi, e apprezzare le loro promesse di amori eterni in lingue sconosciute, e accogliere le tante parole piene di carezze che abitano nei loro pensieri? davvero crediamo di poterlo fare con uno sguardo stanco? niente, abbiamo acquisito l’arroganza di conoscere gli altri dalle nostre frustrazioni. Dai nostri casini politici. Dall’assenza d’amore. E pieni di quest’assenza ci vestiamo in maniera impiegatizia e costruiamo idee di mostri grigi che tiriamo fuori nei momenti peggiori, per divertire gli amici o il nostro capoclan di turno. Le fidanzate annoiate.

Da quando sto dentro a tre bei progettoni, due di lavoro e uno di piacere, non riesco più a muovermi disinvolto. O di scrivere sciolto. Incapace a costruire mi dileguo. Poi ritorno appena posso e tiro fuori il meglio, che c’è, lo so, per questo mi lascio commuovere beato dall’intero banco di frutta esotica che non sono riuscito a comprare. Troppo lusso, e troppe storie da contenere. Oggi prendo solo delle pere.

venerdì 8 marzo 2013

va e viene

 
Scritto di Parise a proposito de "I sillabari
 
Dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z. Sono poesie in prosa. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l'amore”.
 

martedì 26 febbraio 2013

Caproni, per arieggiare un po'


poesia di giorgio caproni
 
Chi sia stato il primo, non
è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.
Poi, uno dopo l'altro, tutti
han preso la stessa via.
Ora non c'è più nessuno.
La mia
casa è la sola
abitata.
Son vecchio
Che cosa mi trattengo a fare,
quassù, dove tra breve forse
nemmeno ci sarò più io
a farmi compagnia?
Meglio - lo so - è ch'io vada
prima che me ne vada anch'io.
Eppure, non mi risolvo. Resto.
Mi lega l'erba. Il bosco.
Il fiume. Anche se il fiume è appena
un rumore ed un fresco
dietro le foglie.
La sera
siedo su questo sasso, e aspetto.
Aspetto non so che cosa, ma aspetto.
Il sonno. La morte direi, se anch'essa
da un pezzo - già non se ne fosse andata
da questi luoghi.
Aspetto
e ascolto.
(L'acqua,
da quanti milioni d'anni, l'acqua,
ha questo suo stesso suono
sulle sue pietre?)
Mi sento
perso nel tempo.
Fuori
del tempo, forse.
Ma sono
con me stesso. Non voglio
lasciare me stesso uscire
da me stesso come,
dal sotterraneo
il grillotalpa in cerca
d'altro buio.
Il trifoglio
della cìttà è troppo
fitto. lo son già cieco.
Ma qui vedo. Parlo.
Qui dialogo. lo
qui mi rispondo e ho il mio
interlocutore. Non voglio
murarlo nel silenzio sordo
d'un frastuono senz'ombra
d'anima. Di parole
senza più anima

 

lunedì 25 febbraio 2013

il trionfo del tonfo

Godetevi questa strepitosa vignetta pre-trionfo del nulla...

http://www.ilpost.it/makkox/2013/02/25/m5s/

Poi ne riparliamo, cari miei, la lascio nel blog per i prossimi cinque anni, o due, dipende cosa decidono sul da (non) farsi i grandiosi rivoluzionari della fattoria degli...

Perdonatemi, ma la pioggia mi mette di cattivo umore, e il cattivo umore mi fa pensare a Beppe Grillo.
Aspetto il sole e i vostri commenti sereni. Vanno bene anche i silenzi dignitosi e il pettegolezzo raffinato. Vabbè, accetto anche lo sfottò e la pacca sulla spalla.

Mi arrendo, sono circondato dalla paranoia.
http://www.internazionale.it/live-blog/le-elezioni-politiche-in-diretta/
 

sabato 23 febbraio 2013

quasi le tre di notte


Mi vedranno schiacciato dal masso della storia, non capiranno il perché, allora, nelle serate estive trascorse assieme, comunque mostravo sorrisi a pieni denti ai presenti. Perché? Poi, masticando l’inganno, si ritroveranno per le vie del centro a prendersi le carezze di gomma dalle commesse sceme, da contratto.

Sempre la sabbia del mare resta nelle orecchie, così le immagini serene scorrono nelle vene, ma ora, qui, che sono quasi le tre di notte, nella stanza c'è solo il giallo della lampada. Voi due siete sdraiati nei sogni d’infinite partite a pallone. Così la notte emigra nell’angoscia, per sentito dire, in piazza al bar, ognuno apre alle sue ore peggiori: ridendo e confondendo la realtà, il nemico si prende il peggio dei pensieri. Questo percepivo ieri nei passi dei simpatici ragazzi da ascoltare in una piazza di curia romana, nelle loro ferme convinzioni osservate nei milioni di televisori accesi. Sembravano storditi di euforie passeggere.

Mi vedranno quel giorno disidratato di sogni che bestemmio il paese d’origine e tutti i passati silenzi, mentre lo fanno, non crederanno più a qualche dio, compreso me; così, a testa bassa tra le case, un sorriso nella tasca li spingerà a bere il miglior vino del paese. Con me tra i capelli e l’aria.

 

Questo c’era nel pieno della notte, tra un incubo e il suo doppio, poi al mattino la pioggia fredda di vento ci fa sorridere, dopo un prelievo di sangue, davanti a due splendidi cappuccini chiari di schiuma. I nostri nasi sporchi di latte si sfiorano tra abbracci spontanei, era ancora buio e lo ricordo solo ora, ma è tutto ancora presente tra le mie ossa e i polmoni pieni aperti. Ridi e i tuoi capelli si spettinano silenziosi. Fuori la giornata è enorme, noi siamo pronti a correre come cani felici: le code le nascondiamo per pudore.
 

 
 

mercoledì 20 febbraio 2013

Almeno ci provo ( e mo' basta!).


Mi ero fissato che dovevo fotografare Nanni Moretti. Non per caso, per strada o a una presentazione, ma ero intenzionato proprio a fargli dei ritratti in bianco e nero, magari nel cinema suo, con tanto di posa. Telefonavo alla produzione e loro, gentilmente, mi assicuravano che da lì a poco avremmo fissato l’appuntamento con Nanni, così dicevano. Era il tempo di “Caro diario”, e io ne aspettavo l’uscita così come aspettavo anni prima una ragazza, sulla mia vespetta bianca special, verso la fine dei miei anni ottanta. Inutilmente. Continuavo ad aspettare anche la chiamata della gentile segretaria. Inutilmente. Poi mi sono stancato di aspettare. Cominciavo ad avere l’impazienza dei pigri: giravo a vuoto, cambiavo facce e lavori; ma che gusto a chiudere in faccia le porte dei lavori, dietro lasciavo le facce attonite dei padroni, lì dove cercavo padri, fratelli, e altre amenità esistenziali, spesso trovavo sfruttamento travestito da pietà.

  E l’idea dell’attesa evapora ora con tutte le insicurezze di quegli anni, verso uno dei tanti anni che ancora devo abitare.

domenica 3 febbraio 2013

almeno ci provo (ancora?)


Ho chiesto alla persona che adoro e stimo sin dai tempi delle caverne come mai secondo lei mi ostino a frequentare luoghi dove ci sono incontri tra scrittori e lettori. Dopo avermi risparmiato una sua vecchia impressione (sei un mitomane!), mi concede una definizione semplice e genuina, come i suoi pensieri migliori: per piacere, ma anche per stare in certi giri che hai sempre desiderato frequentare. In parte è vero, soprattutto riguardo alla prima  parte della risposta: per piacere. Un piacere piccolo che cresce in certe sere, e si trasforma dentro i ricordi in estasi stagionali.

Poi ti ritrovi in un sotterraneo di libreria insieme a una decina di persone silenziose e timide, e ti accorgi come d’incanto, dopo che per la prima ora dell’incontro non carburavi col pensiero e a malapena seguivi la lettura dei racconti, ti accorgi che ti piace stare lì ad ascoltare. Così ti ritrovi a sentire “La casa di chef” letta dal tuo scrittore preferito del momento, e ti scuoti, come sempre Carver ti scuote proprio fisicamente, e allora non ti resta che partecipare eccitato al dibattito. Mi sono infervorato tanto da sfondare la mia timidezza, costringendomi quasi a fare il maleducato interrompendo l’elegante signora della prima fila. Urgeva la mia opinione.  Sarò sembrato un disadattato, o magari per restare al tema un ex alcolista anch’io, tale era la mia smania di spiegare perché certo dolore lo annusi fino a commuoverti di piacere. Sì, sarà che ho cambiato almeno dieci case tra Gaeta, Firenze e Roma, e la provvisorietà è stata la mia forza ignota di questi anni, ma qui, nell’infervoramento, c’è anche dell’altro: l’arte di Carver a raccontare il presente, senza scandalo né tragedie, soltanto con una narrazione densa di attese e d’immagini nitide che ti si appiccicano tra la gola e il petto, schizzando prima tra gli occhi e la testa. E io, solo in mezzo a voi, sapevo di attendere un’eruzione di storia e parole. Sì lo so, senza impegno non si arriva a niente, e senza coraggio resti un miraggio. Lo so. Vabbè, ripetetemelo se vi va.

A un certo punto mi prende un piacere infantile quando l’analisi di Cognetti va a sfiorare la mia, quasi a svelare un filo rosso che aleggia da anni sopra la mia pigrizia, e che non mi fa concludere quasi niente; mi spiace signora elegante, certe storie sono frammenti essenziali e vanno assaporati spicchio per spicchio, altrimenti sai che brodaglia sciapita di descrizioni inutili, la storia e il mondo. Comunque, non mi fa concludere niente non tanto la signora elegante, quanto lo spietato tarlo che altre signore poco eleganti negli anni mi hanno ficcato nella  testa.

Alla fine Cognetti ha sorriso mentre la mia mano si staccava dalla sua, e tutti i libri alle spalle rigidi che applaudivano la scena: di un uomo che ringrazia, ricambiando col sorriso, la lezione di uno scrittore timido come un vulcano.
 

giovedì 31 gennaio 2013

almeno ci provo


L’intenzione con l’ultimo post era di scatenare un dibattito, una discussione su quello che stiamo diventando noi che lavoriamo nel settore dell’educazione, assistenza, etc. Lavorando e basta, facendo finta che un giorno tutto cambierà. Ma quando? Visto che poi ognuno le cose se le tiene per sé, e forse non sbaglia, in chiave evolutiva forse non sbaglia, perché abbiamo delegato rabbiosamente le nostre storie, i nostri amabili limiti, a dei capobranco tuttofare, allora, sconfitto e infreddolito, col pensiero congelato, mi sono rifugiato in una biblioteca appena ristrutturata. E’ diventata tutta bianca, con le poltroncine nere, comode, lungo il corridoio che conduce alle stanze, e di fronte c’è l’enorme parete di riviste e quotidiani. Da lì mi sono addormentato. E mi ritrovo nel sogno che parlo con la bibliotecaria rossa con gli occhiali. Decide di farmi visitare le stanze piene di libri, luminose e un po’ anguste. Gli studenti che sfioriamo restano con il capo chino sui testi, e intanto lei mi sussurra i titoli che avrei dovuto leggere necessariamente, nel caso volessi continuare a frequentare quel luogo. Comincia da “Guerra e pace”, poi passa all’”Odissea”, e anche “don Chisciotte”; mentre i miei occhi cadono sui contemporanei lei mi bacchetta con lo sguardo pieno di denti. No, pareva dicesse, quelli li leggiamo alla fine. Come a scuola, la storia contemporanea si doveva studiare a luglio, a casa tua. Insomma, vedo scorrere Cognetti, Lagioia, Foster Wallace, Carver, Munro, e non posso averli. La rossa a un certo punto mi fa sdraiare sul divanetto e mi offre un tè verde. E’ possibile nero? Accenno, ma già arreso bevo quello verde e anche con lo zucchero. A questo punto si mette a costruire una casa-tana di libri, tutti i classici come mattoni lego da sovrapporre, incastrare, e i contemporanei a formare il tetto, così esposti e assolati diventavano imprendibili, oramai. In lontananza una ragazzetta con gli occhi verdi avidamente tocca la copertina di “Amico, nemico, amante”; le chiedo urlando di farmela toccare anche a me, ma il muro di mattoni sta avanzando e copre ogni visione, ogni realtà. La bibliotecaria è tutta sudata e oramai non sta più in ginocchio, poiché la costruzione della tana è arrivata alla sua altezza. Non riesco a vederle più nemmeno le orecchie, che credevo fossero il meglio che potesse offrirmi. Quelle mani affusolate maneggiano con sicurezza quei libri, quelle storie già lette mille volte, recensite, smontate e date in pasto all’umanità. Lei è un tassello, un tassello rosso con le mani affusolate. La pelle bianca, fisso quella pelle bianca tra il collo e il seno e mi risveglio. “Signore, signore, stiamo chiudendo”. “Oddio scusatemi”. La bibliotecaria si accende la sigaretta e comincia a fumarla già dall’atrio, in mano una copia de “Manuale per ragazze di successo”. Le corro dietro mangiando l’ennesima caramella alla menta. Il custode ci chiude fuori.