Questo libro di Francesco Piccolo
l’avevo preso anni fa; provai a leggerlo ma non ci riuscì, ché già dalle prime
pagine non mi prese né incuriosì. Ora, appena finito di leggerlo tutto di un
fiato, e quando leggo tutto di un fiato, di solito, si tratta di un buon libro;
ora, posso dirlo, che valeva la pena spolverarlo e leggerlo. Caspita c’è il
passaggio dall’adolescenza al “chissà cosa sarà di me”, che è raccontato
davvero bene attraverso un innamoramento lungo e tortuoso, senza mai trastulli
romantici o che.
Capisci che l’equilibrio narrativo,
quello che ti cattura e ti molla solo alla fine, sta nel modo in cui gli
avvenimenti sono vissuti dal protagonista, nelle sue vicissitudini con i
coetanei tra scuole e vie di Caserta, e sullo sfondo il mondo che sembra ancora
distante da quelle intensità private. Il romanzo è pieno d’azione che si mostra
anche attraverso pensieri in movimento, nei percorsi del ragazzo. I suoi
pensieri ironici o anche struggenti, come le pagine sulla malattia del nonno,
ci guidano nella mappa emotiva del protagonista. Il dolore del passaggio d’età
si attenua pensando all’autenticità dei suoi sguardi sugli altri, che ci
proiettano verso un uomo pronto ad altre infinite prove. Gli spazi dove il
protagonista dichiara i propri sentimenti sono un campo di basket, una scuola e
alcune case, poi intorno rimane la cornice di una città di provincia: e ci
mostra un mondo che esplode nella testa e nel cuore di un ragazzo.
Belle le infinite “chiacchiere” sui
presunti testimoni dell’aggressione a Dario: una fotografia ironica e dolente
di certi ambienti di provincia dove a volte le parole formano nuvole nere, e dove
la pioggia tanto, forse, non cadrà mai.
Non sarebbe male farci un film.
Nessun commento:
Posta un commento