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giovedì 15 settembre 2011

Baustelle - Gomma


...di esistenza inutile....di lecca lecca e zuccheri.

Questa canzone è malata, come solo l'adolescenza sa esserlo: un tempo che ognuno di noi tiene appeso come un poster sbiadito
della propria storia. Ormai adulti, ogni tanto questa malattia ci torna a sfruculiare e ci rende nervosi e persi. Nelle bolle dei sentimenti, nelle sacche delle emozioni già scadute.
Sarà che il caldo asciuga ogni lacrima, ma oggi, nonostante tutto, mi sento serenamente depresso.

lunedì 12 settembre 2011

lo scorso inverno

Lo scorso inverno al posto della sciarpa avevo illusioni. Quest'anno invece vorrei una sciarpa morbida morbida, come quelle che faceva la nonna.
Si faccia sotto se c'è qualcuno, tra i lettori o i ficcanaso , che sappia lavorare i ferri.
Fornisco matasse da sbrogliare.
Il collo ringrazia anticipatamente.
"Cos’è la vita? Vuoi delle cose, passa del tempo e le ottieni. Poi ne vuoi altre, passa altro tempo e ottieni anche quelle. Alla fine tempo non ne hai più."
- Goffredo Parise

domenica 11 settembre 2011

Chi odiare?


Mi ritrovo accanto al palco, alla festa della Cgil, a orecchiare i Gang. Severini tra un pezzo e l’altro fa comizi con un forte e voluto accento marchigiano. Stridono queste sue (solite) parole così ruvide e cariche d’odio con il suo capello perfetto da bancario. In fondo questi sono gli ultimi colpi di una generazione di contestatori travestiti da artisti; a me questi non piacciono proprio. Ricordo, però, che nel novanta a Firenze andai a vederli nemmeno fossero la madonna. Non sopporto mica tanto quel mio atteggiamento d’allora a bocca aperta sui conformismi della storia. Non rinnego ma rivedo. Fallo anche tu Severini. Tanto figure da odiare senza se e senza ma ci saranno sempre, almeno lascia il posto ai giovani: che si facciano il culo dentro al fango del mondo per poi risalire un po’ sporchi e un po’ saggi. In questa mistura sta la crescita.
Ieri sera a un certo punto, in maniera istintiva, volgevo lo sguardo solo verso i bambini che giocavano con le attrezzature ginniche del parco di Caracalla. Al palco, coi suoi rivoluzionari sopra, voltavo le spalle. E nemmeno li odiavo più.

venerdì 9 settembre 2011

Mi prende il fiato, quello della domenica mattina, quando le auto si fanno accompagnare dallo sguardo, e non mi lascia più. Il fiato. Corto delle notti che spaccano in due le facce: dammi quella violenta e vera. Scorziamoci e invitiamo una gang di ragazzini a farci pestare. Nella loro forza blu germi di morte che scacciano via. Io no, prendo le botte e corro via verso le foto che ho sempre amato. Quelle di Giacomelli coi pretini tra la neve di Scanno. I miei occhi tra la stampa e il passato che gratta la mia storia: qui sbuca Pascale e tutta la sua manutenzione. Mi siedo e aspetto mia madre bambina, che torna dall'istituto per dirmi la verità. Del suo vuoto soffrire, ormai pieno di cartacce prese agli angoli angusti del suo girovagare.
Scatto la mia ultima foto alla sua faccia bambina che sorride venendomi incontro. Ora sono sazio di espiazione, e aspetto una pagina già scritta per metà. Un seno enorme e teso verso me copre il male del tempo, che sa di te, di me e tutte le scelte fracassate dentro a giorni anonimi.
Mi rimane in mano un martello con testa d'acciaio da un lato e di gomma dall'altro. Devo finire ancora di mettere il parquet di sotto, quindi, senza pensarci un secondo di più, lo afferro e picchio leggero sul laminato anticato.