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venerdì 11 gennaio 2013

parabola nevrotica n°3


Fiori non ce ne sono là fuori, e nemmeno una zia con il sorriso. Là fuori c’è una mazza pronta a colpirti, in faccia, e magari subito dopo anche sulle tue chiappe in fuga.

 No! Ma non è che sei preoccupato per quella previsione stramba del mago che diceva che avresti avuto un brutto incidente d’auto a quarantatré anni? Stavate per chiudere il bar e quello si è messo a fare il misterioso, con discorsi articolati, racconti senza né capa né coda e infine, seduto su quel tavolino stretto, chiede di leggere la mano.  Era un italoamericano con la panza, in vacanza, con la smania di infondere suspense su tutta la costiera occidentale. Quella notte vi siete quasi abbracciati tu e Stefano, mentre velocemente rientravate nelle vostre case, risucchiati dai vicoli bui. Il giorno dopo avevate gli occhi gonfi e il bar di nuovo in funzione, con le vecchiette arrapate che vi sorridevano col sale sulla pelle squamata. C’era quella di novant’anni che beveva whisky canadese di nascosto; lo faceva prima dei balli di gruppo e che coincideva, chissà perché, alla scena dove stavi tu in primo piano che speravi di baciare quella ragazza di Pavia. Che poi mica era proprio ‘na bellezza, a pensarci era anche un po’ gatta morta, ma aveva quel bell’accento del nord… Ah! Quell’estate del novanta, che tutto fece rotolare in settembre, per poi girarti le spalle all’improvviso come bimba dispettosa cui daresti una carezza, ma la notte, mentre dorme, perché di giorno ti fa solo incazzare. L’estate del novanta.

Be’, mica stai pensando al mago? Ricordati che la sua panza era piena di spaghetti alle vongole veraci. E di vino bianco frizzante, quello era tutto pieno di benessere e sparava cazzate per farsi notare, e magari per acquisire quello sprint adrenalinico per assediare la moglie bionda d’estate, già ronfante nella stanza vista mare.

Vi lesse la mano, la tua prometteva poco. E allora?

Lascia stare il mago.

Lascia stare il Capo.

Chiedi in prestito un sogno. Gli interessi cascate di risate, da donare d’estate.

 

Questo per provare a spiegare che ho passato una settimana di paure inconfessabili, e che il mago, con le sue sventure a buon mercato, ora, mi appare quasi un amico al confronto delle tuonate potenti del Capo. Del grosso uomo rosso di cuore burocratico. Che noia, e quante argomentazioni seriose e inutili per la mia impotenza d’animo. In fondo volevo essere risarcito con le parole, curato con l’interesse, e vegliato dagli incubi dei maghi. Mica volevo un milione di euro o un intero edificio, a Capo, sarò confusionario e un po’ emotivo, mica scemo e senza cuore. Da una vita che aspetto fratelli maggiori a tempo pieno e tranquillità, e non di certo guerre e benzodiazepine a volontà. La mia sfacciataggine profumava di cose semplici e dirette, come certe canzoni leggere. Lui, invece, tromboni e ottoni per far sprofondare la vita a livello della morte: e che decidi tu quando ridere, sfottere e fare paternali lunghe tutta l’autostrada del sole? E dài, siediti, che mo’ ti racconto una storia di uomini che sbandano, e che bevono latte freddo alle cinque di pomeriggio e mandano mail a mezzanotte. Parlano con le femmine perché hanno interrotto il discorso con le sorelle, e questo non si fa, fratello, devi continuare a parlarle fino a capire il perché di quelle fughe la notte, di casa in casa, di zia in zia, a cercare la serenità almeno per quella di notte. Avevi dodici anni, e in quel budello di via nera, capivi che avresti avuto la nausea come sola amica del cuore.

1 commento:

AndreaG ha detto...

Bellissimo. "Parlano con le femmine perché hanno interrotto il discorso con le sorelle", una perla. Era ora che scrivevi qualcosa, io qui aspetto di leggere sempre cose nuove. Bella Pé!