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mercoledì 20 febbraio 2013

Almeno ci provo ( e mo' basta!).


Mi ero fissato che dovevo fotografare Nanni Moretti. Non per caso, per strada o a una presentazione, ma ero intenzionato proprio a fargli dei ritratti in bianco e nero, magari nel cinema suo, con tanto di posa. Telefonavo alla produzione e loro, gentilmente, mi assicuravano che da lì a poco avremmo fissato l’appuntamento con Nanni, così dicevano. Era il tempo di “Caro diario”, e io ne aspettavo l’uscita così come aspettavo anni prima una ragazza, sulla mia vespetta bianca special, verso la fine dei miei anni ottanta. Inutilmente. Continuavo ad aspettare anche la chiamata della gentile segretaria. Inutilmente. Poi mi sono stancato di aspettare. Cominciavo ad avere l’impazienza dei pigri: giravo a vuoto, cambiavo facce e lavori; ma che gusto a chiudere in faccia le porte dei lavori, dietro lasciavo le facce attonite dei padroni, lì dove cercavo padri, fratelli, e altre amenità esistenziali, spesso trovavo sfruttamento travestito da pietà.

  E l’idea dell’attesa evapora ora con tutte le insicurezze di quegli anni, verso uno dei tanti anni che ancora devo abitare.

Non ho mai avuto bisogno di conoscere tutto: i film che uscivano, i nuovi gruppi musicali o i libri da leggere assolutamente. Mi bastavano quelli scelti da me, che consistevano nella produzione artistica di una decina di personaggi da scrutare e ammirare fuori da ogni moda, e da ogni condizionamento generazionale. Questo un po’ mi è costato. Oggi manco di quei contenitori di riserva, di cultura e di conoscenza, che molti dei miei contemporanei utilizzano come succedanei ai loro vuoti esistenziali inconfessabili. Anche se a volte questi funzionano. Per me invece ha funzionato la speranza, questa parola incrostata di fede e sentimento, che spesso compariva accanto a me sulle panchine d’inverno, quelle delle piazze vuote di città, e il marmo che mi paralizzava il culo era un toccasana al confronto del freddo improvviso di quel mio presente. Vivevo quegli anni come se fossero di passaggio, che prima o poi le cose sarebbero cambiate, tutto sarebbe stato più chiaro: la vita ricominciava.

Mi ero fissato di voler fotografare Moretti perché lui era tra quelli che aveva ricominciato. Uno specchio deforme tra me e lui.
Mi attaccavo a quei personaggi che stavano lì lì per esplodere e, seduti scomodi sulla prossima deflagrazione, davano la beata impressione di una ferrea volontà a non tornare più indietro.

 In quel periodo succedeva che quando mi venivano a trovare gli amici a Roma, nei primi tempi che abitavo a Casalbruciato, spesso, invece di imboccare la tiburtina verso il centro, li facevo svoltare a destra verso la periferia. E loro mi sfottevano. Adesso capisco il mio voler mostrargli un limite, di città, e della mia personalità in crisi. Non stavo a Roma tanto per, ma per necessità; non lavorativa, no, cari miei, stavo a Roma per sbrigare faccende irrisolte della mia storia, non a caso sono andato a fare un corso per operatori sociali, no, proprio perché tutto ruotava intorno al mio candido vuoto. Lo sapevo, ma mi ostinavo a camminare sul bordo del cratere illudendomi che evitando l’incandescenza del momento, avrei imparato a sopportare la lava del futuro. Una cazzata! Almeno ci ho provato, e quella lava ancora oggi la utilizzo per evitare il ridicolo e dare il meglio nonostante tutto, e nonostante il fiatone che ciclicamente viene fuori, dopo faticose esperienze di lavoro (vita stretta con gli altri).

Comunque in quel tempo non disperavo mica, anzi, mi divertivo tra concerti e cazzeggi urbani, e vagabondaggi per l’Italia sempre col sorriso fresco in faccia, contagioso ancora oggi, ma ora bisogna ammettere che andava completato qualcosa che mai nessuno aveva avuto il coraggio di dirmi: completa il quadro, limita le possibilità.

Avevo bisogno di una tela e di un confine, di un ragno e di una bomba.
Avevo bisogno di chiacchierare fino in fondo, fin dentro al cratere dovevo spingermi.

 Devo delimitare i miei guai adolescenziali, scaduti e vecchi, indietreggiando verso quel mio sputo di giardino da sistemare, e poco dopo sorprendermi sull’amaca nuova a leggere un fumetto appena pubblicato, ecco le due mosse che gioco sul corpo sgraziato del mondo.

 

Tratto da “Riportando tutto a casa”:

I cambiamenti scavano la fossa al vecchio mondo in modo che il suo crollo sia spesso molto silenzioso. E’ così che cambiano gli uomini – una smorfia, uno scatto di nervi, una parola al posto di un’altra parola -, è così che da un momento all’altro noi non siamo più noi stessi.

 
 
Ascoltate questa canzone se vi va, ma non la abbandonate alle prime note "mi sembra De Andrè, son fighetti", no, vi prego, senza pruriti di testa. E fatemi sapere, sempre se vi va...


 

1 commento:

AndreaG ha detto...

Che dire? Mi viene solo una frase stramaciullata ma efficace: un salto di qualità! Che piacere leggerlo, nel contenuto e si, nella forma, arrabbiata, vera, crudele. Bravo Peppe, mi mandi a letto con una cosa bella in questo 20 febbraio!