Ma guarda tu, stanotte non mi vado a
sognare Antonio Pascale (ma dai? direbbe Claudio) che “faceva” il mio psicanalista.
Non solo, pure di gruppo era la terapia. Prima di cominciare l'osservo, mentre,
appena finita la terapia prima di me (noi), si mette a riflettere con gli occhi
nel vuoto, poi mi vede e si blocca, e così m’invita a sedere accanto a lui. E
comincia a parlare lieve… Aveva la barba tagliata. Il clima era sereno. Non
ricordo chi stava con me. L’altra sera ho raccontato a una persona che quando ho
fatto il corso da lui, a differenza di quello con la Lattanzi, il clima era
intimo e profondo. Quasi come un gruppo terapeutico. Tra l’altro Antonio quando
ci scriveva le mail ci chiamava gruppo alcolisti anonimi. Un po’ alla Carver e
un po’ alla Freud. Sicuro due personaggi a lui non indifferenti. E nemmeno a
me.
Non so perché scrivo queste cose,
così come non so perché ho scritto fiuto
le felicità in agguato, ma l’ho scritto di getto, come faccio quando ho
quella grazia/furia immediata che mi costringe a scrivere. Come se avessi un
serbatoio pieno pieno di urgenze da disperdere. E l’etere aiuta, spinge a
svuotare la superficie. Capito, Nadia?
L’altra sera sono stato spiazzato dalla tua domanda e non sapevo davvero cosa
rispondere; ma il complimento me lo sono preso tutto e lo sto conservando nella
mia cantina di beni preziosi, protetti dalla naftalina e dalla copertina de “I
sillabari”.
Dopo la piacevole ubriacatura di
Schulz non so cosa scrivere, quindi, mi metto a leggere e a vivere il più
possibile.
I miei eroi sono le mani amiche da
stringere, gli occhi da incrociare mentre osservo le loro facce che cercano la
forma migliore in certe serate. Per dare il meglio. Per costruire una storia
per me. Così mentre la mia macchina scivolava comoda sull’Appia tra paesi che vorresti abitare, pensavo ai conti che tornano e alle
persone che contano, davvero. Allora avvicinarmi a Sermoneta voleva dire
qualcosa. Sono lento nel recuperare i vuoti. Ci sono persone che decidono i
tuoi giorni, quelle che dicono l’ultima parola, attraverso l’ultimo sguardo. E
tu allora capisci. Prima non potevi, non fartene una malattia. C’era la guerra
tra i vicoli di Gaeta, e resistere con i sogni in tasca era l’unica trincea
d’amore possibile. L’eroina e il posto fisso erano le due rese opposte e
sorelle. Ho voltato le spalle a queste due sorelle bionde, avevo altre
dipendenze ad aspettarmi alla stazione. Avevo Enrica. Avevo “Meno di zero”
nella tasca. Avevo Luciano e il suo mondo da prendere a prestito. Poi come un
torrente ogni cosa mi è venuta incontro, a volte sbattendo contro le mie
spallucce facendomi precipitare sul marciapiede devastato. Eccomi qua, che
sistemo alla meglio il marciapiede e osservo i miei amici che con le facce
disegnano la mia storia. La scrittrice con la sua tenera eleganza, e Claudio
con la sua maestria; infine le parole di una bella storia raccontate con la
musica giusta. Fuori, lontano di là dalla valle, le iene dalle fessure colorate
d’invidia impazzivano di solitudine. Fuori, dentro la ferocia qualunque, chi
galleggia ancora sui cadaveri che la corrente degli anni ci ha consegnato in
una mattina d’aprile.
Sto a terra sereno con le nuvole a
distanza di sicurezza. Intorno sogni in fase di lallazione che aspettano il
labiale giusto per proseguire.