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lunedì 17 settembre 2012

Quella signora


Nel ’93 lavoravo come assistente, inviato da una cooperativa, presso una signora che soffriva di Alzheimer. Mi era molto simpatica, con quel suo accento del nord che utilizzava con disinvoltura in giro per il quartiere AppioTuscolano. Una mattina, al mio arrivo, la intravedo dal cancelletto del giardino che traffica dentro la sua lavanderia; cerca di mettere la montagna enorme di panni sporchi nella lavatrice facendo una fatica enorme, poiché non riesce a coordinarsi bene davanti a quell’elettrodomestico che un tempo avrebbe domato in un attimo. Non ce la fa e si vede. Mi commuovo a quella scena, ma, una volta dentro il giardino, mi arrabbio un po’ ricordandole che mi avrebbe dovuto aspettare, poiché l’avremmo fatto insieme il bucato, così come d’accordo preso insieme all’assistente  sociale. Si mette a ridere e mi dice che sono dolce. Lo è lei senz’altro - anche perché nonostante il figlio tossico  che spesso la maltrattava cercando di estorcerle soldi -  resiste col suo stile discreto dentro a una casa diventata troppo grande dopo la sua malattia e la morte del marito. Il figlio quando non va in crisi è tranquillo e sonnecchia più del tempo in camera sua. Questo ragazzo allo sbando mi obbligava ad ascoltare le sue composizioni malinconiche chitarra e voce, live nella sua cameretta; mi faceva pure ascoltare musicassette registrate tempo prima, quando si faceva un po’ di meno, e collaborava con altri musicisti. Così diceva. E io lo ascoltavo, coi miei vent’anni, i capelli lunghi e tutte quelle illusioni speranzose che mi hanno fatto vedere decine e decine di film in giro per la città; mi hanno fatto leggere libri come mai era successo prima. Alla fine queste illusioni mi hanno fatto vedere pure Rutelli, poco prima che diventasse sindaco, dentro a una Ritmo beige al tiburtino terzo, subito dopo un comizio davanti a una platea di borgatari e me. Questo perché ero curioso fino all’osso, e dopo anni di attese in una piccola città di mare ora mi toccava nuotare tra le splendide aspettative in una Roma ancora più polverosa e per niente eterna, che si sdraiavano ogni giorno davanti ai miei occhi sensibili.

L’ultima volta che ho visto la signora con l’Alzheimer stava al S. Giovanni, tra altri malati, e con suo figlio accanto al letto. Di lì a poco un parente del nord l’avrebbe portata a vivere con sé; del figlio non ho saputo più niente. Il mio intervento assistenziale è apparso, alla luce dei fatti, e per una logica di welfare, perlopiù inutile.

Questa cosetta mi è venuta in mente dopo aver letto il pezzo di Pascale.
 
Ecco, pensando a Roversi penso anche a questa canzone:
 
 

 

4 commenti:

AndreaG ha detto...

che bello. molto sciolto, free. così, bravo, così!

peppe stamegna ha detto...

Di bello c'è pure il tuo commentare salutare.
grazie

Nadia ha detto...

ho la pelle d'oca a sentire Dalla_Roversi.
(e ti leggo sempre volentieri, e la signora e il figlio e te, mi par di vedervi).

peppe stamegna ha detto...

Il piacere è mio nell'ospitarti. Quel pezzo di Dalla-Roversi anche a me fa venire i brividi, e in particolare questa versione di Fiumani...