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sabato 21 dicembre 2013

Preziosi attimi

L’altra sera me ne andavo in giro per San Lorenzo, senza meta. E grazie, alle 20.30 stavo già all’ex cinema Palazzo per il concerto. Dopo centinaia di concerti ancora faccio finta di credere che i concerti a Roma inizino alle 21.30. Così mi ritrovo davanti a una sede di (vari) comunisti ben illuminata e con vetrate enormi, sembrava un acquario, insomma, davanti a questa scena – sul fondo c’era un enorme dipinto stile Guttuso – con una decina di persone in cerchio a discutere con flemmatica dialettica, be’, io mi sono incantato. Da fuori sentivo quell’odore di stantio, fumo, lattine mezze vuote di birra e quell’aria pesante che solo al pensiero mi emoziono, ma, mannaggia la miseria, subito dopo mi deprimo. Un mondo fa. Agli angoli di San Lorenzo ci sono spavaldi spacciatori nervosi. Non sapevo più cosa osservare, avevo scrutato tutti i locali e i loro avventori, gli studenti allegri e i tipi che al cellulare dichiaravano i loro amori e poi i dolori, e allora, dopo che mi ero fermato davanti alla palestra popolare, e avevo visto ‘ste ragazze fiere di stare nella palestra popolare, mi sono rifugiato a leggere a scrocco dentro la libreria Giufà. Alle 21.40 mi sono infilato in un bar anonimo, di quelli che piacciono a me e che resistono ai cinesi e alle mode degli studenti, e mi sono seduto davanti a un tè caldo e a un Messaggero sfogliato già da migliaia di dita, chissà da quali mani e che occhi. Alle 22 stavo davanti al palco. Ascolto per rispetto il primo gruppo e poi inizio ad assistere allo spettacolo strambo dell’euforico, e un po’ avvelenato, Filippo Gatti. Parte coi pezzi vecchi tirati e poetici e mi comincio a muovere e a commuovere, nella mia rigida posizione di solitario ascoltatore. Come mi piace ascoltare da solo, ma se fossero venuti quei quattro amici che avevo invitato, di certo, sarei stato bene lo stesso con loro a chiacchierare di aneddoti e cazzate pre e post concerto, con una birra tremante in mano. Dopo tre pezzi salta la corda della chitarra e Gatti ci scherza su. Poi si rompe la tracolla. Poi durante un pezzo squilla il cellulare del bassista, e qui comincia a scemare l’umorismo, e si entra nello spettacolo puro. Le canzoni sono belle e suonate anche meglio, e Filippo Gatti dice che dovremmo firmare il nostro nome su di un foglio, per ricordarci di questa serata, di quello che stiamo vivendo lì con lui. Chissà cosa gli passava per la testa, magari pensieri potenti che andranno a finire dritti nelle sue nuove canzoni. Chissà.


Non riesco a finire ‘sto pezzo perché mio figlio mi obbliga a studiare i metalli preziosi, dice che non so nulla del bronzo, del rame, e figuriamoci dell’oro! Già, non so proprio nulla di ciò che è davvero prezioso, per questo vagavo solo per il quartiere che ho amato di più a Roma, e che oggi mi sembra solo un quartiere vecchio e poco più. Per questo aspetto con piacere le nuove canzoni di Filippo Gatti. Meno male che solo gli stupidi si muovono veloci. Va.


Buone feste a tutti voi, e che siano gentili e leggere come questo discorso qua (clicca).

mercoledì 11 dicembre 2013

una cosa triste che cancellerò

     Scrivo su questo blog sempre meno, il motivo mi sfugge come mi stanno sfuggendo tutte le occasioni che avevo da cogliere in questi mesi. Scrivo questa cosa per scacciare la paura, ma lo sento che qualcosa si sta spegnendo.  L’ho intuito dall’assenza di commenti ai post, e questo, dài amico mio, qualcosa vorrà pur dire; ma soprattutto pensando alla fredda logica dei meriti che mi aleggia sulla testa, e all’assenza di oscure fortune all'alba: mostrarsi così in questo orticello di blog, è semplicemente vanità. Diciamocelo. E poi la vita mi assorbe, e le scelte non fatte mi obbligano a guardare al futuro come a un enorme e informe profilo da definire, da modellare giorno per giorno, con un sito o con uno sguardo: per inventarsi un lavoro che faccia rima con la mia storia, e con i miei desideri. Magari con delle scelte sensate: non sprecare tempo e rabbia per i Grillo di turno, o per alcuni amici che si stanno allontanando dalla mia sensibilità. A questi vorrei un giorno scrivere una lettera senza rancore, e con limature dolci, dove ammettere la mia resa da una condizione che si sta dissolvendo: quella antagonista-estremista-adolescenziale. Sto rischiando la solitudine, quella cruda, come quella descritta da Camilleri subito dopo aver capito che non poteva continuare a fare il fascista. Lui amava Gogol, gli scrittori francesi e obbedire solo a un libro, solo a un uomo, non lo poteva accettare più.  Così rimase tremendamente solo; lo raccontava con un tono commovente durante la presentazione del libro di Piccolo.  Aveva quindici anni allora lo scrittore siciliano ed io oggi ne ho quarantatré, ma, come la sua storia dimostra, non è mai troppo tardi per restare soli e rinascere. Piccolo nel suo libro racconta che Parise si ostinò, anche rispondendo ai lettori del Corsera, a non scivolare nel conformismo di quegli anni, i settanta, ma a viverli e raccontarli con semplicità e stupore. In quel tempo tutto esplose, ogni cosa cambiò, e lui mutava silenziosamente mentre i più urlavano senza fare nemmeno un passo, consolandosi nel sentirsi i migliori della classe. Ed io, che sono nato proprio nel ’70, come potrei oggi arrestare ogni cambiamento e finire, come sta finendo nel nulla la visione, sciagurata e castrante, di certi miei vecchi amici? Con i miei occhi ricurvi scruto la loro rabbia sfumare: un’enorme nuvola di retorica e gas.


Vorrei che i miei figli crescessero il più possibile lontano dalle mie ossessioni, passate e presenti, riuscendo a muoversi con gambe curiose e robuste, e braccia leggere pronte a raccogliere amore in ogni aiuola fiorita del loro tempo.

P.S.
Poi ho letto questa cosa qua (clicca) e la tristezza si è cancellata d'incanto.

domenica 8 dicembre 2013

dettagli sul mare

foto di Mimmo Jodice
      Eccomi davanti a quest’enorme stanzone che si allunga fino al mare. Anche se ci sono quelle inferriate rosse un po’ arrugginite che ne bloccano la vista, immagino lo stesso il mare verde di primavera, che si apre fino alle minuscole isole laggiù. In fondo all’angolo c’è un piccolo bar incassato al muro. Nell’aria c’è musica di canzonette. Qualcuno accenna un ballo incerto. La gran parte delle persone stanno sedute ai lati su sedie di ferro e legno, come quelle della scuola, scheggiate qua e là a causa di vecchi lanci contro silenziosi muri pastello: certi omoni un tempo le lanciavano per liberarsi da troppa rabbia che gli usciva dagli occhi. Me l’ha raccontato Luciano, alla fermata dell’autobus, che smontava dal turno della notte più mattina, erano le tre, quindi, anche mezzo pomeriggio si era fatto, a quel punto.
      Davanti al bar c’è un tavolo con sopra una mela. Sembra bacata, ma non ne sono così sicuro, visto la distanza che c’è. Appoggiata al tavolo, e accanto alla mela che sembra bacata, vedo una donna con i capelli lunghi e bianchi - mi fa un po’ paura - con la testa nell’incavo delle braccia, come una gatta, che alza lentamente lo sguardo verso di me e non dice nulla. Mi fissa. A me non interessa il suo sguardo né la sua storia, perché sto qui per un’altra storia: sta lì in fondo, che appoggia tutte e due i gomiti sul tavolino tondo del bar, e parla con la signora chiacchierona di Viterbo. Parlano di me; capisco che mi ha visto entrare e che sta sfruttando i pochi secondi che ci separano ancora, ne sono quasi sicuro, per raccontare un altro aneddoto su di me, magari quello di quando avevo cinque anni in cui dicevo: non ci vedo più perché c’è troppo vento. È il suo asso che si gioca sempre. E’ una specialista di questi ricordi dall’apparenza insignificante, come improvvisi dettagli disseppelliti in stanze buie di muffa. Mi presto a questi ricordi aggiungendo particolari inaspettati, anche per lei. Ma oggi non mi va, oggi voglio restare ancora un po’ sull’uscio a osservare questa stanza enorme che puzza di medicinali. Forse lei oggi esce da qui. C’è da congedarsi da questo purgatorio. Quindici giorni di permanenza non sono niente, direbbe mio cugino esperto in materia; in realtà me lo dirà dieci anni dopo durante una passeggiata d’inverno sulla spiaggia. Ora, cioè trenta anni fa, in questa storia, avevo una visione caotica e allo stesso tempo chiara, lucida, che alimentava una visione di fragilità in ogni angolo del mondo che attraversavo.

martedì 12 novembre 2013

Stanno tutti bene tranne me.

   Inizio a leggere il libro e non capisco, sto sdraiato a letto e penso di non capirne proprio nulla di letteratura. Ci sono tutte quelle belle recensioni in giro, ottime impressioni riguardo a “Stanno tutti bene tranne me”, scritto da Luisa Brancaccio. Non ci sto. Solo il mio fiuto mi deve condurre alle belle storie, lasciatemi in pace tuittatori che sapete tutto voi. A me piace soltanto leggere racconti, meglio se contemporanei, vicini alla mia storia, al mio tempo. Per i latini e i francesi c’è tempo, per i greci nella prossima vita. Insomma, mi distraggo all’inizio della lettura e questo non è un buon segno. Poi parte il personaggio di Margherita e m’incanto. La seguo. La vedo. Vorrei mandarle un sms. Mi ricorda un po’ mia sorella e un altro po’ una mia amica. Sento i suoi passi pesanti per il quartiere insieme al suo cane. Ne è pieno il racconto di cani, stanno sempre in mezzo, anche quando scappano tra i cespugli e saldano amori e amicizie, e senti pure la puzza di ‘sti cani, mentre scavano per cercare di disseppellire carcasse. I vecchi dolori. Come fanno i loro padroni. Le relazioni, il libro è tutto una trama di relazioni interrotte: il distacco di Margherita dal marito e dai figli è raccontato coi dettagli giusti, facendoci apparire una famiglia reale per metà folle e per metà normale. Nel mezzo scorre il quotidiano sofferente, sospeso e narrato nei suoi vuoti. Mi stavo affezionando a Margherita quando arriva il dottor De Seta a soffiarmela, con le sue amorevoli cure. Riesce ad accoglierla, anche se in maniera un po’ suggestiva usando un linguaggio accelerato dagli eventi. Suicidi passati, sorelle lontane e un presente di una donna che si sveglia quando già la sua famiglia sta in piena corsa nella società, quando in certi palazzi hanno già speculato spietatamente. Lei resta a letto, e poi se ne va al bar tutta spettinata. Poi esplode tutto. Margherita si riprende l’essenza, scaccia il sovraccarico, l’inutile, il male.
In un rarefatto e notturno giardino condominiale avviene un dialogo tra De Seta e una ragazza. Quasi tre generazioni di differenza permettono una vicinanza speciale; sullo sfondo esplode un litigio finito in amore che genera riflessioni su di una panchina, dopo un tentativo d’intervento sollecitato dalla ragazza al vecchietto. Da lì parte la conoscenza, i due si scoprono, si raccontano. Quando la mano della ragazza s’insinua nel desiderio aperto di De Seta, la narrazione si blocca in tempo, evitandoci un voyeurismo superfluo.
Poi emerge una coppia in fuga nel Chianti, per scordare un dolore. Un uomo che crea i presupposti per un abbandono, per una lenta separazione: di una sua conferma. Perché il dolore, quello potente, a volte separa all’istante e scava vie di fuga, che spesso ci troviamo ad attraversare senza possibilità di un ritorno all’origine.
Ho finito il libro e non riuscivo a dormire, pensavo alla carica di dolore che abbiamo sempre accanto, a cui non vorremmo mai aprire le nostre porte blindate. Dalla finestra, come fa il ragazzo nelle prime pagine, ci piace spiare gli altri con le loro storture, con le loro piccole meschinità. Questo libro ti costringe a stare dentro al dolore: il racconto, con degli artifici efficaci, ci rende partecipi senza ricattarci.

Luisa Brancaccio crea personaggi da cui non ci separeremo facilmente. Come certi cani, o certi dolori che silenziosi ci accompagnano verso bui sentieri segreti.

Alla fine mi sono addormentato e ho sognato questo racconto mentre diventava un film, così facendo scavalcava il dolore lasciandone in giro solo il suo odore.

domenica 10 novembre 2013

l'imperfetto mi piace assai

Non ho ancora capito. Sono imperfetto, e provo terrore davanti alla perfezione. Lo faccio per arrendermi all’istante, stringendomi nelle spalle e mettendo le mani in tasca, davanti alle cose che accadono nel giardino, nel mondo accanto. Ché al mondo grande, quello alto e riservato ai pochi eletti, ci pensate già voi grandi uomini, belle donne e presentatori tivvù. Ascolto l’ultimo dei Diaframma e penso a come io non sia più obiettivo neanche davanti a una canzone. Leggo Pascale e succede più o meno la stessa cosa. Seguo il dibattito sul libro di Piccolo, leggendone un pezzettino, e comincio a credere che in fondo finora ho soltanto assolto il compitino che la sinistra mi ha ordinato di fare, sin da quando ero ragazzino. Un ricatto poetico, in cui negli anni sono precipitato con piacere incostante. Poi sento i complimenti di Francesco De Gregori e della Elena Stancanelli al nuovo film di Checco Zalone. E mo’ basta! Datemi il tempo per attraversare la crisi, di evitare il trauma tra i parenti. Già a vent’anni Ettore mi diceva, mentre rientravo da Roma dalla festa dell’Unità, che sembravo un kit di usi e tic della sinistra d’allora. Ho sempre subito una pressione culturale, a causa del vuoto precedente: è vero che a sedici anni con iniziativa personale leggevo Repubblica e Breat Easton Ellis, utilizzando solo il fiuto di un affamato di vita. Ma non è bastato, forse.
Ora ci resto male. Solo e senza kit cerco di cavare pensieri autentici e così facendo è come se usassi una cesoia invisibile: restano in piedi poche persone, solo alcuni ambienti. Pochi cantanti e qualche scrittore. Uno zio. Una casetta incastonata nel sogno. I bimbi. Mia moglie. Ci resto male.


Caro Andrea, anch'io mi sono formato sulle imperfezioni e mi ostino a coltivare uno stile immediato, ma so, si lo so, che se una canzone non regge all’ascolto un motivo ci sarà pure. E ancora ci resto male.

Affogo ogni mio dubbio nella mia stupenda vasca da bagno; e le paperelle gialle e perfide mi spruzzano acqua negli occhi lucidi.

lunedì 4 novembre 2013

strade che non conosco

Da piccolo leggevo ogni tanto Zagor e Topolino, e altre cosette così. Diabolik pure, ora che ricordo. Da grande niente fumetti. Poi, qualche anno fa, mi colpii un'intervista a Gipi e così lessi LMVDM. Bello e inquietante. Ecco, in questi tempi in cui viene giù questa leggera tristezza come se fosse aria viziata, mi piacciono le cose belle e inquietanti. Niente tranquillanti né amicizie per scacciare solitudini inevitabili. Così l'altra sera, presso un'edicola della fortezza fu, ho comprato XL solo perché in copertina c'erano due personaggi che mi piacciono assai: 


[XL - 1]  XL/COPERTINA ... 91 - 01/11/13

 Per la cronaca del golfo in quell'edicola abbiamo lasciato, non senza logoranti  tentennamenti, circa dieci euri: paperino, enigmistica per bambini e il mio prezioso XL. All'interno ho trovato pure una recensione-intervista all'utlimo ciddì dei Diaframma: letto senza il trasporto emotivo di un tempo, quando agognavo le loro uscite come se fossero quei baci desiderati prima del buio, di quand'ero ragazzo. Ma: dentro c'era una frase sull'insoddisfazione del presente, viziata da un tormento d'artista, che poi ha finito di insinuarsi nella mia testa per l'intero fine settimana. Il bello dell'inquietudine, il dramma della solitudine. La mancanza di vino buono ha fatto il resto.
Odio quella fortezza (che fu) con tutto l'amore che posso. Quasi come il primo lunedì dì novembre.
Coraggio, ché tutto sta per arrivare dalle strade che non conosciamo.

lunedì 28 ottobre 2013

Un pezzo sul quotidiano che mi è piaciuto

In questo periodo non riesco più a scrivere su questo blog. Cazzeggio su twitter, leggo pezzi qua e là, e ogni tanto qualche racconto. La Repubblica scroccata al bar, mentre sorseggio il caffè per circa venti minuti. Sono in affanno, o, posso sembrarlo leggendo queste poche righe depresse. Non è vero, così come non era vero quello che apparivo quando stavo in forma. Vabbe', nel frattempo che io decida chi dei miei rappresentanti mi rappresenti meglio in questo misero blog di periferia, vi faccio leggere questo pezzo di Simone Lenzi che ho scovato per caso. Lo trovo bello nella sua condominiale semplicità, feroce nella sua lotta dentro la quotidianità: il disincanto dolce che svanisce fino al terzo piano della via Lattea. 
Clicca e leggi.

lunedì 7 ottobre 2013

Ghirri al Maxxi

Mi vedo che scorro lentamente davanti alle immagini di Luigi Ghirri, e sono pensieroso a causa della luce di neon filtrata in alto da teli bianchi, e mentre fisso le prime foto mi viene da chiedere a Claudio: ma è così difficile illuminare gli spazi espositivi?

Orbetello, di Luigi Ghirri
Dopo questo inizio nevrotico, un po’ da snob di periferia, mi arrendo ai miei occhi che intanto lasciano entrare una alla volta le foto tratte dai progetti che Ghirri ha creato nei suoi anni di ricerca. Claudio mi ricorda che fu lui a comunicarcelo nel ’92, nello studio di Luciano Ricci, della morte improvvisa del fotografo che amava il quotidiano, e i dettagli che sfuggono come bimbi timidi, e poi quelle facce e quei profili che scompaiono di solito quando sanno di essere fotografate, lasciando soltanto il solito sulla stampa. A un certo punto Thomas – studente belga di storia dell’arte - mi becca mentre sorrido davanti alla foto della trattoria di Ponza, e mi chiede perché lo stavo facendo. Niente Thomas, sono contento di osservare da vicino questa foto, che poi, a dirla tutta, è da una vita che volevo vederle tutte insieme in una mostra, che sul catalogo Fabbri le ho viste e riviste migliaia di volte, ma la lampada di casa era anche peggio dei teli filtrati del Maxxi; questo a Thomas non l’ho detto, nevrotico sì, ma scemo del tutto ancora non lo sono. Thomas l’ho conosciuto davanti a una foto, poi si è dissolto e chissà ora dove sta riflettendo sul suo idolo che “gioca con le immagini”. Sono rimasto dieci minuti a descrivergli del perché mi piaceva quella foto, e credo di averlo fatto decentemente, senza scivolare nell’idolatria, nell’ovvio, credo eh! Ma ora è tardi per scoprirlo, perché certa bellezza passa e lascia tracce di tenerezza; poi prendi un caffè, accenni a una chiacchiera, un ricordo e torna la quotidianità. Un attimo prima di questi momenti credo di sentire alle spalle uno scatto di Ghirri che blocca e restituisce la scia che c’è tra il bello e la nostra contemplazione solitaria. Noi osserviamo questa scia e capiamo, per un attimo capiamo, ma dura un attimo e capiamo poco, così non ci resta che riconoscere lo scorrere del tempo inesorabile che ci sfianca dolcemente, e abbandonare la consapevolezza in cambio del ricordo della bellezza.

Ponza, 1986, di Luigi Ghirri
       Sì, ora so che le foto di Ghirri mi avevano tanto invaso la testa, che, pensando a quelle quattro foto decenti che ho fatto nei primi anni novanta, non c’è dubbio: le facevo pensando alle inquadrature di Ghirri, mica di Robert Capa. Ma non lo sapevo. Nelle sue immagini ci sono pochi effetti e tanta intelligenza visiva, che si espande nella sua semplicità disarmante e difficile da rappresentare: di strade, case, cantanti, i Cccp, spiagge, camicie, nuvole e nebbie, e infiniti dettagli di vita che scorre tra le persone e di tutte le cose che si ritrovano intorno nel tempo. Senza di noi, che stiamo lì davanti a questi attimi a fermare il tempo come dei bimbi nelle loro camerette la domenica sera.
      Così come certe canzoni, queste foto restano dentro e si accomodano leggere tra i nostri pensieri. Stasera desidero avere un libro di Ghirri tra le mani, sfogliarlo lentamente, fermarmi a leggere le didascalie che sono pezzi di narrativa che non aggiungono, ma completano l’opera, sottraendo senza eliminarne l’essenza: che resta negli occhi, nel silenzio e nel prossimo attimo da godere.


cccp, di Luigi Ghirri
Lucio Dalla, di Luigi Ghirri
 
 








    
Vi consiglio di andarci al Maxxi, avete tempo fino al 27 ottobre. Il tempo poi scorre, e senza le immagini di Ghirri non è facile farlo scorrere bene. Saluti dalla cameretta.


mercoledì 25 settembre 2013

Le attenuanti sentimentali mi hanno fatto sudare

Decido all’ultimo minuto possibile di andarci. Stavo in macchina e pensavo al tempo che ci stavo impiegando per arrivare alla libreria Minimum fax: più di un’ora e mezza. Allo svincolo impazzito della Tiburtina stavo rinunciando, poi, pensando a tutte le mie rinunce, mi sono messo a pensare ai miei ultimi anni: non male, dài, in fondo hai osato metterti in gioco, mica come quelli che si lagnano sempre sull’uscio della casa di mamma’. Così di colpo mi sono ritrovato a parcheggiare al Circo massimo. Comincio a correre verso Trastevere. Mi fermo in un bar, un po’ fighetto, per prendere un amaro; anzi mezzo, che dovevo continuare la statistica sul prezzo. Tre euro mi chiede la ragazza carina. Azz, ero rimasto ai due euro come massimo e un euro il minimo. Roma centro è un mondo a parte. Arrivo in libreria e mi nascondo dietro un cartello pendente: sono timido dalla nascita, con miglioramenti evidenti negli ultimi anni. Credo che quello accanto a me sia Christian Raimo, che cinguetta pensieroso. Antonio Pascale parla tra libri e persone accovacciate, più o meno dice le cose che già ho sentito dirgli in questi anni; in fondo sono un fan (ma dài?) quindi è il prezzo da pagare. Ma il ricavo è una verve comica, un po’ punk, un po' coraggioso, ed è quello che mi trasmette il suo stare al presente, in una libreria piena di gente affamata di parole e racconti. Antonio ha scritto un altro libro di auto-fiction, con l’aggiunta di un personaggio che ti trascina, divertendoti, nei meandri della fragile contemporaneità che ci tocca vivere. Sto al terzo capitolo e non ti dico gli spunti di riflessione che mi ha già dato. Al termine Antonio mi riconosce, ci abbracciamo e scambiamo qualche chiacchiera: la mia timidezza credo mi faccia apparire distaccato, quindi, proprio quando potrei mettermi a chiacchierare in libertà m’inceppo e ricomincio a sudare. Forse puzzo pure, di certo faccio sempre la figura di quello che sta per i fatti suoi, quando invece avrei voluto prenderlo in braccio e mollarlo solo dopo aver scelto un locale dove bere e parlare.
Antonio è inquieto, un po’ strano, incerto nei movimenti, ma con uno stile tutto suo di accompagnarti nel mondo, che è il suo raccontare di donne, ambienti romani e questioni complesse, sempre partendo dal particolare, dai fatti suoi, cioè, del Personaggio che vaga insieme alla sua poetica nevrotica. Gli uomini lì controlla soltanto, scrive. A me questo basta, non voglio chiedere di più a uno scrittore. Il resto, la tecnica, gli approfondimenti critici non mi appartengono più, questo l’ho capito al ritorno; mi ero nel frattempo asciugato e avevo voglia di chiacchierare sulla questione, ma sul lungotevere c’erano solo turisti e coppiette.

Mi consolo con la dedica: A peppe che lotta e sogna e scrive e pensa.

giovedì 19 settembre 2013

aspetto lezioni


Stasera ero pronto per andare a sentire la riccia scrittrice di Napoli, al Palatino. C’era pure una tentazione mondana alla libreria di S. Lorenzo: un giovane autore letto da un affermato attore giovane. Ma la schiena era schiacciata da pensieri come minuscole  spine timide: aspetto, niente è perso, mi sono detto in macchina mentre ascoltavo il giovane autore di prima alla radio, che parlava del suo libro. Comunque non sono uscito. Tappato in casa come una mosca impaurita dal freddo, mi sono escluso da ogni forma di mondanità che desidero così tanto da sentirmene umiliato, quindi, anche stavolta evito di uscire e mi ridimensiono ascoltando musica alla radio.

Da giorni penso a come raccontare quell’accidente che mi è capitato la settimana scorsa: mentre cambiavo la ruota forata qualcuno mi ha rubato la borsa con dentro portafogli, chiavi e un taccuino con cosette scritte in questi anni in sale d’aspetto, o in riunioni inutili. Appunti del corso della Lattanzi. Abbozzi di progetti di creativi poli per l'infanzia. Prima della foratura stavo tutto eccitato per gli affari che stavo facendo: acquisti di libri usati per mio figlio. Che affari che fai ragazzo di borgata.
Nella saletta del commissariato mi vedevo come un attore disperato in quei film americani dove le parole sono sostituite da smorfie standard. Niente a che vedere con la dignità di Domenico Quirico durante l’intervista in tivvù, dove il giornalista appena liberato non cedeva neppure un secondo al registro dello spettacolo televisivo, ma continuava a raccontare la sua esperienza come se fosse in un circolo lettori di Cuneo, o di Udine. E il mio appesantimento non aveva niente in comune neppure con l’atteggiamento del protagonista de “Le vite degli altri”: si è trasformato umanamente  tendendo verso la sua vera liberazione, abbandonando una condizione avvilente. Questo è avvenuto in maniera quasi impercettibile durante il film.
 
 
Ci pensavo corrucciato durante il ritorno a casa in auto. E pensavo allo stile che abita la fine delle cose, del giorno, quando uno raccoglie quei quattro stracci di sé e ha poi il coraggio di mostrarli, ma solo dopo averli analizzati uno per uno per quelli che sono: infinitesimali frammenti di un pianeta polveroso dove sono davvero poche le cose che seguono un percorso prevedibile, naturale. Allora mi chiedo perché stare a maledire quello che d’imprevisto ci accade, come se fosse sempre una piccola apocalisse da denunciare al quartiere? Meglio rinunciare, sarebbe meglio smettere i panni del personaggio capriccioso e starsene in pace nelle proprie nevrosi come si sta in aereo durante il decollo: con la paura in bocca smorzata da un sorriso infinito. Intanto però prima del decollo, in bagno, ti eri bevuto una bottiglietta di Chianti accompagnato da tre valeriane bionde. Che furbo che sei homo de mondo. Dormi va, che il mondo gira e meraviglia anche mentre tu ronfi inquieto sotto le lenzuola blu della coop.

 

Io non sono quello che voglio essere quando rido di me e ascolto ogni minimo dettaglio dei vostri racconti, no, sono anche quello che un secondo dopo la vostra uscita di scena ripassa a memoria i discorsi appena fatti e cerca di spurgarne il ricordo da ipocrisie e cose non dette, aggiungendo quello che manca per non fuggire davanti ai soliti errori: imparare a passeggiare senza meta già dal mattino.

giovedì 5 settembre 2013

il mio doppio è più simpatico di me


Ci sono ancora concerti in giro, nonostante siamo tornati tutti a lavoro, in città, lontano dai pantaloncini corti e le colazioni alle undici di mattina. Siamo tornati a combattere in città tra debiti e attese: aspetto con piacere l’uscita del nuovo libro di racconti di Antonio Pascale.  Sperare di vedere qualche film passato a Venezia. Leggere ridendo le vignette di Makkox. E voglio incontrare amici, con cui scambiare tempo, racconti e nevrosi. A parte queste mie divagazioni, e altre cosucce che mi tengono in vita, bisogna urlare: sono finite le vacanze! Azz! ma questi ancora che continuano a tentarci coi concerti. Non vado a vedere la reunion (l’ennesima…) dei Csi. Basta, voglio immergermi nella realtà, delle illusioni e degli svaghi non ne ho più bisogno. Mi devo ancora riprendere dallo spaesamento di quando son tornato a Roma: osservavo il salone di casa e desideravo una camera d’albergo confortevole che mi accogliesse come una zia morbida; poi l’indomani mi sono sbloccato e stavo già potando come un forsennato i rami serpenti del glicine ribelle e vigliacco: lo adoro in primavera, per il resto dell’anno ci sfidiamo come cani e gatti.  Anche se poi, una volta rientrato nelle abitudini urbane, quello che hai fatto in un mese intero si accorcia in un unico ricordo: il sentimento frizzante di non gravitare intorno al lavoro, seppur con venature d’angoscia pomeridiana. Che poi ho pure lavorato, sfidando gli ulivi e i gelsomini agguerriti da mesi e mesi di solitudine verde.

 
Insomma l’estate è finita, così come la giovinezza e, come direbbe Battiato: meno male che sia finito quel periodo della vita gonfio e abbagliante e così inconcludente.
Come l’estate, dove le nostre ferie da cittadini ci fanno compiere azioni che altrove parrebbero da dementi: trascinarci in giro per paesi coi bermuda ancora bagnati e chiedere alle vecchiette cose amene, con quel sorriso abbronzato che, se te lo ritrovassi davanti in un giorno lavorativo, sai le madonne che gli tireresti dietro? In vacanza no, non accade, e tutti galleggiano come bimbi con la sola differenza di bevute fiume di birra: d’inverno ti farebbero pensare a un principio di alcolismo, tutte quelle birre buttate giù all’aperto, con le falene alle spalle che danzano davanti alla plafoniera. Eppure accade, e c’è poco da fare: è un tempo dove timidamente ti sbuca il tuo doppio accanto. Succede già dalla prima ora di ferie. A volte si defila, e ti ritrovi depresso sotto un ombrellone comprato al discount che illude: pare che faccia ombra invece aumenta silenziosamente i raggi UV, pur facendo ombra. Stavo morendo d’insolazione e mentre chiedevo agli amici se avessero farmaci dietro, un’amica mi offre fiori di bach. Educatamente mi sono messo a osservare la confezione, temporeggiando – avevo paura che dalla discussione sull’inutilità dei  prodotti omeopatici poi si arrivasse a Grillo, con rischio di conseguente litigata, no, stavolta ho lasciato cadere le provocazioni con filosofia, da spiaggia. Insomma, prima di ridargli i fiori di bach, mi ero spostato di ombrellone e tutto era passato dalla mia testa.

Il mio doppio vuole la pace, mangiare bene, scopare e bere tanta birra. Chissà se un giorno la sua semplicità arriverà a contagiarmi fino a spingermi a creare una fusione, da cui uscirà un mostro, certo, ma almeno non avrò più bisogno di stare in ferie per galleggiare sulla terra, ché la pesantezza non la voglio più.

 

mercoledì 28 agosto 2013

barriera corallina

Allo sguardo di E.

Non sapevamo niente del mondo, e il fulmine, la roccia e la tua faccia hanno compromesso il sogno. Che fatica la serietà della vita, il possedere, il tenere al guinzaglio i sentimenti e sopportare il prossimo anche quando ti è estraneo come il seme lo è al fuoco.
Mi sono seduto a lungo in questo agosto sereno, e non è bastata la vita, così le nostre parole protette da pergole hanno allungato il tempo immergendoci in mondi lontani.
Quest'anno il sole non mi ha scottato, e i tuffi erano davvero tuffi, gli scogli mi parevan braccia e la sabbia faceva la sabbia. Potrei continuare all'infinito con queste sviolinate da mare, ma le ferie stanno finendo, e non ci resta che tornare a fare le comparse di giorno - per portare la pagnotta a casa -  e sedimentare silenziosamente questi momenti di pura gioia in robuste barriere coralline: per difenderci dagli inverni e crescere contenti di noi, del nostro essere migliori, mica di voi, ma di quello che eravamo ieri. Perché  in fondo restiamo sempre bimbi fragili  in un mondo "cupo e sordido".
 


Anche quest'estate ho utilizzato il miglior calmante in commercio:

 


 
 

martedì 27 agosto 2013

falanghina


Sono uno di fronte all’altro, dietro c’è il melograno appena germogliato. Sotto i loro piedi erba brulla che ricorda certe aiuole trascurate del paese. Lei accavalla le gambe mostrando impazienza. Lui sembra lontano, diffidente del momento. Poco prima era successo di nuovo, alla fine del pranzo, che aveva preparato con la solita cura e passione, e che lei aveva apprezzato al punto da dargli un bacio subito dopo aver buttato giù l’ultima vongola; tra quel bacio furtivo e la litigata sarà passato un minuto. Giusto il tempo per lui di sorseggiare in maniera trionfante la falanghina. Lei fa una domanda, che poi era un ricordo di tanti anni prima, e lui, al suono di quelle parole, in realtà un suono dolce e non accusatorio, sentendo quelle parole inaspettate sbatte il bicchiere sul tavolo e si alza di scatto. Lei si ritira nelle sue minute spalle e sbuffa, senza farsi sentire. Ma sbuffa, e lo fa pensando a quando lui scattava per molto meno e di tutte quelle serate rovinate da una parola fuori posto, in quegli anni della loro giovinezza. Erano lontani quegli anni, ma non in quell’istante dello scatto di nervi d’oggi, che è apparso come un vecchio film in bianco e nero. Di violenza e silenzi.

 Si era andato a sedere davanti al melograno. La moglie l’ha seguito. Prima passando per il bagno per piangere un po’ in santa pace. Mostrarsi debole non le è mai piaciuto, figuriamoci oggi, dopo tante conquiste sudate e ancora fragili da gestire.

Una leggera brezza tiepida smuove la scena. Lui si abbassa con la testa e le spalle verso la terra. Lei ora lo fissa come quando lo desidera e poi glielo lascia capire con due o tre mosse da femmina. Lui non la vede ancora. Nessuno dei due voleva ritornare su quella frase che riguardava il passato remoto, era chiaro da tempo la volontà ferrea, tacita, di lasciar scorrere il tempo. Un compromesso che fungeva da tensostruttura sulle loro esistenze. Ma non parlano né si muovono. Dentro la loro casa c’è una radio che libera canzoni d’amore italiane. I vicini stanno prendendo il caffè e si capisce che affrontano allegramente la questione di dove passare le prossime vacanze estive, sembrano eccitati mentre scorrono dépliant di località patinate del Mediterraneo.

Di solito a quest’ora fanno l’amore, dopo pranzo gli è sempre piaciuto, più della sera, con quel cibo appena gustato e il vino bianco ancora in funzione: a quel punto alle mani e alle bocche resta un teatro aperto, dove rappresentare la tensione nel desiderio.

“Guarda che quella volta a Perugia hai sbagliato tutto, e io avevo ragione. Devi solo ammetterlo e non farti il sangue amaro. Poi sono passati dieci anni caro mio”.

Ora la sua faccia si fa manovrare dai nervi e ghigna pronta ad attaccare. Il risultato è fiacco e non procura niente, la tensione che c’era rimane tale e quale a prima della frase esplosa nella bocca della moglie. Una zolla è soffocata da un calcio del suo piede sinistro, in silenzio, nessuno se ne accorge.

“Io ho sbagliato sempre con te, tu incarni proprio lo sbaglio”.

“Smettila, e lasciati andare. Capisci quando non ha senso combattere?”.

“Facile per te, che trovi sempre la maniera di massacrarmi”.

“ Lo sai che gli spaghetti erano proprio buoni? Sei un’artista sei”.

A questo punto, con tutta la bocca di olio, vongole e falanghina, gli da un bacio con la lingua che si agita nella bocca di lui come una vipera. Lui cede, ma rimane rigido e spera in una sua imminente leggerezza, opportuna e scaccia crisi. Lei insiste, perché oggi non potrebbe fare altro, allora si sfila la maglia e si butta come una gatta sopra di lui. L’albero, l’ombrellone e le siepi collaborano nel proteggerli e nasconderli al mondo. Le margherite ai bordi si agitano simulando un applauso. A questo punto i corpi stendono ogni nevrosi sul tappeto erboso.

Intanto la bottiglia di falanghina cade a terra, ma nessuno se ne accorge.
 

Scritto dal mio amico Felice, per i tipi "scrivi che ti passa". Estate 2013 alle spalle.
 
 
 

mercoledì 21 agosto 2013

come si misura il ricordo?

Ieri mi sono deciso ad aprire il baule arrugginito. Mi ero dimenticato che era rimasto lì, appiccicato alla parete di legno della nostra casetta di campagna, immobile, dall’ultimo dei nostri traslochi: otto anni fa. Contiene i miei diari scritti dalla metà degli anni ottanta alla fine dei novanta. Ci sono anche foto in bianco e nero stampate da me, raffiguranti scene di pesca con mio padre e strambi personaggi locali; c’è una coppia di amici ritratti nella loro casetta bohemien, e ancora, E. statuaria e muta; poi immagini ingenue, alcune irriconoscibili dalla muffa, e sono a colori e sono le prime foto che ho scattato: somigliano a quelle che fa in questi giorni mio figlio piccolo.
Diapositive di vacanze o di tentativi di creatività diversa. Nel baule c’erano quotidiani che in copertina mostravano fatti clamorosi dei primi anni ’90: bombe mafiose, elezioni perse, e altre cose urlate di fermenti di quegli anni. In un ritaglio del Manifesto c’è Stefano accanto a una bandiera del PDS, il giorno dopo la nota sconfitta della macchina da guerra. C’erano pure documenti vari: irate lettere di dimissioni a direttrici di lavoro pazze, e bollette, e libretti postali con ottomila lire, passate da un giorno all’altro da tre milioni a questa misera cifra. Anche una locandina di un Festival (?) di musicisti di metro organizzato da noi, presso La Tenda. Tra le cose più commoventi il libro-archivio che la maestra Nardone ci consegnò in quinta, che contiene tutte le cose importanti fatte in quel percorso: una mia intervista a mio padre, operaio di piastrelle; le tante gite raccontate, e i resoconti di pronto soccorso, anche poesie e altre cose fatte con assoluta libertà, che la ponevano un po’ più in là della Montessori.




Osservare le infinite cose scritte da me su quaderni, agende, block notes, foglietti sparsi di quando facevo il cameriere, e vedere all’improvviso tutte quelle pagine scritte mi hanno lasciato addosso dello stupore e interrogativi condannati a non avere mai più risposte. Ho scritto una quantità impressionante di deliri sognanti e non, lagne poeticanti e lettere - spedite e non spedite - d’amore per E., sofferte, per le mie improvvise mattate di gelosie o giù di lì. E poi una lettera in cui chiudo una lunga litigata con A.: verso la fine dell’epistola deliro che sembro uno scolaretto dispettoso in libertà temporanea. Lettere di mia madre, che mi spediva quando facevo il cameriere a Campiglio, e dal tono che usava pareva invece che fossi al fronte, sul Piave, a combattere gli austriaci e non a servire panini ai rampolli viziati della prima lega padana.
 


Quello che imbarazza oggi la mia coscienza non è il grado di follia amorosa che toccavo in quei pomeriggi annoiati, e neppure le ingiurie moraliste contro alcuni amici d’allora, o per le foto di scarsa qualità, no, quello che mi fa vergognare sono gli errori ortografici! Alcuni reiterati fino al ’96: sopratutto, un’istinto, hai tuoi occhi, …refusi replicati? Macché, semianalfabetismo puro. Eppure leggevo: Breat Ellis; Ben Jelloun; Vassalli; Pasolini; Campana, e tanti altri che divoravo come seni stracolmi di nutrimento per la mia storia affamata. Ho scoperto Moravia a Rimini, leggendo i suoi racconti in una camera d’albergo, mentre io facevo l’animatore per il soggiorno degli anziani che pagava il comune di Roma, che a sua volta pagava me tramite la cooperativa, insomma, in quei giorni di scrocco del ’93, leggevo Moravia e lo scimmiottavo scrivendo raccontini fulminei di donne malinconiche e di uomini alienati, che genio che ero, no? In realtà, per non massacrarmi senza fini di lucro, devo ammettere che venivo da periodi incasinati di malattie altrui che per almeno mezz’ora la settimana diventavano mie. Non sazio, mi sono messo pure a lavorare nel sociale: tossici, carcerati, bambini in fuga, barboni, e altre categorie di sfigati peggio di me. Senz’altro stavano peggio di me, poiché io in fondo avevo un gran vantaggio: mi muovevo tantissimo. A pensarci, come avrei fatto a evitare il crollo che mi seguiva sempre come fiato sul collo senza spostarmi in continuazione tra amici e città, ce l’avrei fatta? Oggi posso riconoscermi un merito - leggendo quelle pagine ingiallite e rosicchiate dai topini di campagna - per alcune frasi illuminanti e per degli incisi rivelatori simili in cose scritte in questi ultimi tempi, nel pieno della mia lucidità di quarantenne. Alcuni pezzi che ho scritto allora mi lasciano senza fiato, mi scuotono e fanno pensare che non è mai troppo tardi è un detto da sfruttare fino alla fine. Scopro che alcune mie idee di oggi erano già pronte allora, così come certe taglienti e originali posizioni nei confronti del contesto amicale, così come di fronte al’immenso palcoscenico culturale che mi schiacciava: erano lì sull’uscio, pronte a farsi apprezzare per la loro cruenta onestà. Ma non uscivano del tutto, se ne vedeva solo la coda, qualche pelo e poco altro di autentico. Il caro Pasolini mi aveva intossicato la testa con la sua pomposa prosa ideologica, e poi c’erano tutti quegli intellettuali sempre schierati che mi avevano imprigionato come una mummia di frasi fatte e di slogan già deboli allora.

Tutto questo trambusto vissuto cosa importa adesso? se non che ieri non ho avuto il coraggio di bruciare tutto? Avrei cancellato ogni traccia di come mi rappresentavo in quegli anni giovanili. Poi, venendo fuori da uno strisciante malessere, ieri ero davvero pronto a saccheggiare e incendiare il mio passato sperando di restituire al presente una faccia più serena, un corpo meno incurvato e una testa nuova di zecca per aggredire qualche futuro alle porte: sfoderare l’ultimo attacco in stile alle mie paure.

Niente, poi ho conservato tutto in scatole di cartone. E stamattina la mia faccia barbuta testimonia un coraggio che fa arrossire il mio passato. A breve, a richiesta, leggerò pezzi dei miei adolescenziali diari, intervallati da lunghe e singhiozzanti risate di liberazione. Prenotatevi.

Qualcosa ho buttato: un mio ritratto a tempera, brutto assai, che mi fece un tipo antipatico. Foto oscene che scattai a Milano, al Sicof, che mi vedeva superficiale e allegro in misura eccessiva, come se recitassi troppo male anche quell’evanescente parte che mi ero scelto allora. Ho cestinato anche le infinite bollette della Findomestic: vera persecuzione dei miei anni passati.

Avrò saldato il debito?



 

martedì 13 agosto 2013

cocomeri all'ombra

Volevo staccare da questo ingombrante blog, per inquinare meno l'etere e le teste, e i miei pensieri. Niente, questo resta tra i luoghi migliori dove trascorrere le vacanze. Ridete pure, ma è così per me, che sto a metà delle ferie e vorrei spaccarle in due come un cocomero: vedere se c'è del liquido amniotico da leccare con le dita, tra i semi e la polpa rossa.
Se non avete proprio niente da leggere, non vi siete portati i libri dietro, o magari i classici volete evitarli ancora per un anno, allora vi suggerisco di leggere questi last minute qui. Per il resto, si sa, fate come vi pare.

Qui sotto c'è una cosetta di mio cugino Arturo; mi chiede cosa ne penso mentre io giro la mia faccia abbronzata da un'altra parte. Così lo faccio sentire davvero solo, come è giusto che si senta chi si azzarda a scrivere cosette in pubblico. Sbaglio?



ciambelle
Arriva di corsa fino alla riva, frena, e col piede sinistro sfiora l’acqua, barcolla per due secondi e si volta per guardare la madre. Un attimo dopo arriva pure il fratello piccolo che non riesce a frenare: si ritrova in acqua, in ginocchio, che fissa la trasparenza che arriva fino alla tellina che spinta dalla risacca s’intravede nella sabbia. Si mette a urlare per metà divertito, e per l’altra preoccupato per l’imminente ramanzina. Non sono ancora in costume. Niente, oggi, non arriva nessuna ramanzina. I genitori sono coi culi affossati nella sabbia, a un paio di metri uno dall’altro. Giocano con la sabbia. Lui scava rimanendo sempre allo stesso livello di profondità, lei se la lascia passare tra le dita lentamente, osservandola mentre scende. Da lontano sembrano uguali, se non fosse per il seno di lei e il costume attillato di lui. Pochi ombrelloni aperti, a fine giugno i villeggianti se ne stanno ancora indaffarati in città. Nel frattempo i due bimbi sono in acqua alta quanto loro e si affogano a vicenda fino allo sfinimento, e ridono. C’è una coppietta vicino a loro, sono un po’ nascosti da un gozzetto ancorato; si baciano e si abbracciano e si capisce che il salato sta aumentando le voglie di entrambi.

 

Passa il traghetto al largo e spacca in due il mare come un enorme cocomero, e lascia dietro alla sua poppa una scia che oggi appare più tossica: schiuma che si mischia col fumo nero di nafta. Poi sparisce.