 |
| foto di Mimmo Jodice |
Eccomi davanti a quest’enorme stanzone che
si allunga fino al mare. Anche se ci sono quelle inferriate rosse un po’
arrugginite che ne bloccano la vista, immagino lo stesso il mare verde di
primavera, che si apre fino alle minuscole isole laggiù. In fondo all’angolo c’è
un piccolo bar incassato al muro. Nell’aria c’è musica di canzonette. Qualcuno
accenna un ballo incerto. La gran parte delle persone stanno sedute ai lati su
sedie di ferro e legno, come quelle della scuola, scheggiate qua e là a causa
di vecchi lanci contro silenziosi muri pastello: certi omoni un tempo le
lanciavano per liberarsi da troppa rabbia che gli usciva dagli occhi. Me l’ha
raccontato Luciano, alla fermata dell’autobus, che smontava dal turno della notte
più mattina, erano le tre, quindi, anche mezzo pomeriggio si era fatto, a quel
punto.
Davanti al bar c’è un tavolo con sopra
una mela. Sembra bacata, ma non ne sono così sicuro, visto la distanza che c’è.
Appoggiata al tavolo, e accanto alla mela che sembra bacata, vedo una donna con
i capelli lunghi e bianchi - mi fa un po’ paura - con la testa nell’incavo
delle braccia, come una gatta, che alza lentamente lo sguardo verso di me e non
dice nulla. Mi fissa. A me non interessa il suo sguardo né la sua storia, perché
sto qui per un’altra storia: sta lì in fondo, che appoggia tutte e due i gomiti
sul tavolino tondo del bar, e parla con la signora chiacchierona di Viterbo.
Parlano di me; capisco che mi ha visto entrare e che sta sfruttando i pochi
secondi che ci separano ancora, ne sono quasi sicuro, per raccontare un altro aneddoto
su di me, magari quello di quando avevo cinque anni in cui dicevo: non ci vedo
più perché c’è troppo vento. È il suo asso che si gioca sempre. E’ una
specialista di questi ricordi dall’apparenza insignificante, come improvvisi dettagli
disseppelliti in stanze buie di muffa. Mi presto a questi ricordi aggiungendo
particolari inaspettati, anche per lei. Ma oggi non mi va, oggi voglio restare ancora
un po’ sull’uscio a osservare questa stanza enorme che puzza di medicinali.
Forse lei oggi esce da qui. C’è da congedarsi da questo purgatorio. Quindici
giorni di permanenza non sono niente, direbbe mio cugino esperto in materia; in
realtà me lo dirà dieci anni dopo durante una passeggiata d’inverno sulla spiaggia.
Ora, cioè trenta anni fa, in questa storia, avevo una visione caotica e allo
stesso tempo chiara, lucida, che alimentava una visione di fragilità in ogni
angolo del mondo che attraversavo.