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lunedì 24 febbraio 2014

l'arte dell'odio

Edward Weston

“Lasciati andare e comprati un motorino. Gira per le strade di Roma e guarda i balconi. Lascia stare gli uomini, i gatti e i monumenti. Guarda verso il tetto colorato, e non scordarti delle tue amiche”.

La testa si era congelata e la maglietta primaverile faceva il possibile per non drammatizzare la scena. Quella piazza tonda di sole serviva a poco. Antonio non chiamava. Stava con la moglie o dalla madre. E’ domenica. Centinaia di bimbi facevano rizzare i capelli ai busti risorgimentali. Salti, zuccheri filati, bici e papà spenti. Dietro mogli parlantine come al solito facevano due cose insieme: sfogarsi e guinzaglio allungato.
Il vento girava cattivo attorno ai loro corpi: volevo scappare da Antonio, magari fingermi badante sostituta della madre. Antonio non c’entra, è la mia desolazione che mi spinge verso questi rimedi consolatori. Antonio ama il mio seno, non la mia testa gelata. Antonio sogna il mio corpo, non i miei pensieri intorno alle gambe.
Eppure con lui sarei diversa. In quell’ora sarei mansueta e delicata. In quell’ora amerei anche mio marito.
Ieri il freddo aveva un nome: odio universale.

I miei pensieri ospiti di questo blog vanno a vanvera e cercano cuscini leggeri.





sabato 15 febbraio 2014

la settimana politica


Sabato (scorso) ho iniziato un laboratorio qui. Ho capito dov’ero davvero solo verso la fine, mentre pulivo il tavolo con la spugnetta e S. mi raccontava come era nato quel Nido. Una sensazione strana che un giorno racconterò bene.

Domenica risveglio con corse al galoppo verso il bagno. Pensavo fosse per un’esagerata cena calabrese, in cui sfidavo il papà di una mia amica mangiando peperoncini interi sott’olio come fossero babà. Mi sbagliavo. Era un virus di stagione, senza olio. Ho dormito stramazzato dalla testa ai piedi dalle cinque del pomeriggio alle undici dell’indomani. Con piccole pause per mostrarmi vivo alla famiglia.

Martedì semplice convalescente.

Mercoledì ho stirato magliette e pantaloni della ciurma per darmi un tono. Poi ho cominciato a leggere qualcosa su Platone.

Giovedì mi sono entusiasmato leggendo pezzi sparsi su internet. Volevo scrivere ma leggevo, contento. Poi la sera alla radio Fiumani dice che Gennaio è un pezzo impegnato e nel farlo dice cose davvero punk, a differenza delle sue ultime canzoni.

Venerdì come al solito sono felice e rincuoro tutti, ricordandogli che è Venerdì, eh! Poi mi capita nell'entusiasmo di coinvolgere una che lavora all’Ama e mi fa: ma io domani lavoro, eh! 

Sabato partecipo a una formazione per Educatori all’infanzia e, dopo che la formatrice esalta lo sforzo e la dedizione degli educatori privati a differenza di quelli pubblici, e subito dopo arriva l’applauso delle stesse educatrici private, poco esaltanti a dire il vero, intervengo, dicendo che questo è un ricatto da parte del Comune di Roma, e si deve dare di più alle persone che guadagnano 900 euro al mese. Poi sottovoce dico “nemmeno le suore”, oramai rassegnato a una condizione di minoranza maschile. Domani m’iscrivo a Zumba e la faccio finita con tutto questo sindacalismo femminista.

Domenica deve ancora arrivare, non per il sol dell’avvenir, ma perché oggi è sabato e io mi ascolto la radio astenendomi da ogni spargimento di sangue televisivo. 
Ah, me ne vado al cinema a vedere Smetto quando voglio.





martedì 11 febbraio 2014

Scrivere non serve a niente

Scrivere non serve a niente è una profonda bugia. Sì, che c’entra, leggere è ancora più necessario per rivedere le nostre vite, ma anche scrivere stuzzica l’amigdala. Giuro. Il problema sta nella sintassi, nei sostantivi e negli aggettivi giusti, da escludere. Questa è la premessa furba per raccontarvi che ho una gran voglia di scrivere di un antico senso di colpa che mi opprime dalla nascita. Spesso sfioro l’argomento, altre volte preferisco raccontarlo a persone care. Poi tutto sfuma. E ricomincio a prenotare assurde visite di controllo in giro per il Lazio. Tutti questi pensieri nella testa e poi, all’improvviso, mi ritrovo influenzato a casa a pensare alla storia di mio zio, che da Pola è stato deportato a Weimar e lì, allo sbando, ma libero, si è preoccupato insieme con altri marinai di dare degna sepoltura alla principessa Mafalda. Appunto. Una degna sepoltura è come risolvere un senso di colpa, ma dopo. Quando è in corso, è difficile. Quando stai nella realtà le cose sfumano, e poi a casa prima di chiudere gli occhi alla giornata, in quei momenti che uno dovrebbe farci un film, passano immagini nitide di amore e dolore a cui non sai dare un nome. Poi ti svegli e ridi con Fiorello alla radio o ti commuovi vedendo tuo figlio che solca per la millesima volta la sua amata scuola.
Non ci riesco nemmeno oggi.
Sapete da quando esiste questo senso di colpa? Dal 1939. Poi sopra c’è passato una guerra. Si è accesa una tivvù. La lavatrice ha cominciato a ballare in cucina. E poi le bombe non erano più tedesche né degli alleati, ma d’idioti capetti di dubbia ideologia.
E lei. Coi capelli lunghi posava su di una lambretta. Poi il bianco e nero si è dissolto e cercare nitidezza col colore mi è sempre risultato difficile. Chiederò a Claudio.

Un giorno racconterò meglio questo senso di colpa. Intanto invento fughe alla brasiliana. Mannaggia però, e se poi capisco davvero che scrivere non serve a niente?




Da domani voglio imparare anch'io dalla filosofia: ecco la prima lezione.


domenica 26 gennaio 2014

in fondo è domenica

Tre anni fa ho messo su questo blog, è successo durante una pre-insonnia di dicembre. Scappavo da facebook, quasi per scherzo e in contemporanea ad Andrea: si cazzeggiava via e-mail nel farlo allo stesso istante. Mi sentivo forte. Come mi sento forte e coraggioso quando clicco “Pubblica”; e le mie parole curate, spontanee e limate, fresche e ripetute mille volte in maniera diversa, sì, in quel momento di vertigine mi sento bello, e sono forte. Poi comincia la realtà. La mia ignoranza primitiva ricomincia a trainare la storia verso la salita. Allora comincio a mostrarmi come quello che c’entra poco col blog, e dichiaro che si tratta d’istinto e incoscienza, di una scommessa antica con mio cugino. Continuo raccontando di come mi sorprendo a tirare fuori coi denti le parole dal mio fegato. Poi in solitudine mi lecco il sangue sui baffi. Ecco, una stronzata così non la scrivevo da tempo, perché son diventato esigente, teso e implacabile verso la mia immaginazione. Chissà, magari se fossi un letterato, un cantante o una twittstar sarei pure apprezzato, ma poi martoriato, in privato, dove qualcuno sa fare il feroce per accontentare l’ospite di turno o la signora scollacciata in nero. Mi butto avanti con tutto il pessimismo finto che non mi appartiene. Fiction di serie C.

Mi sto sputtanando con questo blog? Mentre me lo ripeto per l'ennesima volta, anche ora, su questo tavolo ikea pieno di frutta e silenzio, sento una vocina suadente che mi suggerisce di continuare: disperdere le velleità e spolverare quelle idee di curiosità che hanno sempre esorcizzato il tuo domestico vuoto. Alle vocine suadenti lascio sempre la finestra aperta. Quella del retro.

Postilla mattutina: darei forse un braccio per sapere il motivo vero per cui ieri pomeriggio la mia testa abbia partorito il post qui sopra. Anzi, indico un torneo per salvare il mio braccio: suggeritemi voi una motivazione plausibile. Vi do degli indizi: freddo, dolce angoscia domenicale e "il gatto e la volpe" cantata a squarciagola con il figlio. Dopo è accaduto il fattaccio. Aiutatemi su.


Ora ascoltiamoci insieme ‘sto pezzo di stagione.


 E pure questo pezzo mi leggo.

venerdì 10 gennaio 2014

Tempo di imparare

 In questo libro ci sono parole dure, scavate e scolpite per mostrare la costruzione di una relazione. La prima parte è un vulcano: rabbia e solitudine, lava che non consola. Poi al centro nasce un albero, frutto di cura e attesa. Il resto è uno scoppio di pianto continuo, proprio perché trattenuto, che allaga lo specchio che tiriamo su per guardare una realtà ostinata, che abbiamo sempre temuto.
Stare nella diversità, praticarla nelle sale d’attesa di medici o nelle assenze alle feste, diventa la condizione di un’umanità sconvolta nelle viscere, non minoritaria ma nascosta. Valeria Parrella già in “Behave” ci raccontava di persone dentro mondi piccolissimi, spesso evitati o derisi. Lei raccontava senza preoccuparsene. Ho ammirato quel racconto. Qui, dopo lo spazio bianco, si è aperto uno squarcio che non ha senso tacere.
Le parole che mancano ad Arturo diventano sofferenza, preoccupazione quotidiana, ma nel dialogo con Miranda l’eccesso è gettato nel secchio ghiacciato delle statistiche. Dopo compare l’albero, un logogrifo che ci fa respirare, e si attraversa il solco e il dolore comincia a vestirsi di bellezza. Allora ce ne andiamo a spasso per un mare di parole più belle.
“Arturo non parla, ma pensa” dice con saggezza una bimba. Poi sorprende un invito che riceve Arturo da Antonio: può venire Arturo a giocare a casa mia? La madre intravede uno spazio nel mondo per il figlio e si arrende all’emozione; per questa sua conquista, di Arturo, che è forse pari alla traversata che fa sul ballatoio di casa. Il racconto si riempie di vita, di caffè, di sguardi, e si allontana leggero dalla voragine iniziale.

Eccoci a un convegno in cui la Superiorità della Madre - una lotta furibonda tra frustrazioni e conoscenza - è mostrata oscenamente. Allora tutti sembrano ritirarsi, tranne la sua forza: evoluzione della rabbia primitiva? I genitori dell’associazione sono ritratti accanto alla narratrice, partecipano e determinano l’ultimo tratto del libro. Che culmina, dopo averci fatto conoscere isole, mari, antichità e intimità, Ariel, il botanico e il trambusto napoletano, in una passeggiata sul molo che diventa un filo d’acciaio davanti a quella scuola gialla che frequenta felicemente Arturo. Non si spezza più niente all’orizzonte: come coriandoli le parole dell’albero ci accarezzano. E che fai non piangi anche tu a questo punto?


lunedì 6 gennaio 2014

un dono da donare

coperitna di Storia d’agosto, di Agata e d’inchiostro

   Pensavo di leggere un libro di Recalcati, o di Serra, insomma, qualcosa sugli adolescenti contemporanei, su mio figlio dodicenne. Una mia cara amica mi ha mandato ben due sms con tutta una serie di titoli da leggere. Grazie amica, ma ci ho rinunciato, già le festività ti riducono come una goffa entità celestiale rotolante, lasciamo correre va, ho pensato mentre mi lasciavo rotolare. Poi, l'altra sera, dopo aver riletto un bel racconto di Nadia Terranova, Via della Devozione, mi sono ricordato che avevo regalato questo libro a mio figlio:  Storia d’agosto, di Agata e d’inchiostro.  Eccomi in due mezze notti a leggere una bella storia di due adolescenti: Agata, dodicenne che si trova all'inizio di quest’età tribolante e Gabo, diciottenne, che sta quasi al termine dell'età difficile in questione. Be’, in quei dialoghi e in quelle atmosfere mi sono immerso in un mondo che spesso evito di osservare per quello che è: una disordinata e puzzolente, ma anche tenera e fondamentale, fabbrica di futuri uomini e donne. Preferisco far finta di saperne abbastanza, di quello che serve per affrontare questa battaglia adulto-adolescente, perché ci sono già passato, annuendo all’amico cogli stessi problemi; agendo come se mio figlio avesse ancora dieci anni, e vederlo ancora lì sulla bici davanti casa che scorazza felice e leggero. Cazzate. Ora sono padre di un adolescente, e la mia andata adolescenza è rimasta appesa come una bandiera sdrucita, secca, senza ancora un’accettabile comprensione che le dia degna deposizione nella storica bacheca personale. Tocca rimboccarci i pensieri e tuffarci sereni in questa nuova fase: vale per il figlio e vale per me, metà e metà di responsabilità. 

     A volte sembra che la Narrativa, quella letta sulla metro o a letto, in bagno o durante il placido sonno dei bimbi, ci faccia sentire meno saggi, di quando si leggono i Saggi, magari su una poltrona di pelle marrone, con una lampada giusta e un panorama mozzafiato davanti. Mi sa che è così. Eppure dopo certe letture ho uno slancio di energia che si sprigiona che m’impressiona; questo avviene da una condivisione, seppur minima e silenziosa, tra me e la scrittrice, tra lo scrittore e me, da storia a storia. Da te a me.

    Ecco, appunto, oggi ho cominciato a leggere un’altra cosa che mi riguarda, un altro sguardo da afferrare e trattenere almeno per qualche giorno: Però ce ne andiamo per un mare di parole più belle (cit.). 

sabato 21 dicembre 2013

Preziosi attimi

L’altra sera me ne andavo in giro per San Lorenzo, senza meta. E grazie, alle 20.30 stavo già all’ex cinema Palazzo per il concerto. Dopo centinaia di concerti ancora faccio finta di credere che i concerti a Roma inizino alle 21.30. Così mi ritrovo davanti a una sede di (vari) comunisti ben illuminata e con vetrate enormi, sembrava un acquario, insomma, davanti a questa scena – sul fondo c’era un enorme dipinto stile Guttuso – con una decina di persone in cerchio a discutere con flemmatica dialettica, be’, io mi sono incantato. Da fuori sentivo quell’odore di stantio, fumo, lattine mezze vuote di birra e quell’aria pesante che solo al pensiero mi emoziono, ma, mannaggia la miseria, subito dopo mi deprimo. Un mondo fa. Agli angoli di San Lorenzo ci sono spavaldi spacciatori nervosi. Non sapevo più cosa osservare, avevo scrutato tutti i locali e i loro avventori, gli studenti allegri e i tipi che al cellulare dichiaravano i loro amori e poi i dolori, e allora, dopo che mi ero fermato davanti alla palestra popolare, e avevo visto ‘ste ragazze fiere di stare nella palestra popolare, mi sono rifugiato a leggere a scrocco dentro la libreria Giufà. Alle 21.40 mi sono infilato in un bar anonimo, di quelli che piacciono a me e che resistono ai cinesi e alle mode degli studenti, e mi sono seduto davanti a un tè caldo e a un Messaggero sfogliato già da migliaia di dita, chissà da quali mani e che occhi. Alle 22 stavo davanti al palco. Ascolto per rispetto il primo gruppo e poi inizio ad assistere allo spettacolo strambo dell’euforico, e un po’ avvelenato, Filippo Gatti. Parte coi pezzi vecchi tirati e poetici e mi comincio a muovere e a commuovere, nella mia rigida posizione di solitario ascoltatore. Come mi piace ascoltare da solo, ma se fossero venuti quei quattro amici che avevo invitato, di certo, sarei stato bene lo stesso con loro a chiacchierare di aneddoti e cazzate pre e post concerto, con una birra tremante in mano. Dopo tre pezzi salta la corda della chitarra e Gatti ci scherza su. Poi si rompe la tracolla. Poi durante un pezzo squilla il cellulare del bassista, e qui comincia a scemare l’umorismo, e si entra nello spettacolo puro. Le canzoni sono belle e suonate anche meglio, e Filippo Gatti dice che dovremmo firmare il nostro nome su di un foglio, per ricordarci di questa serata, di quello che stiamo vivendo lì con lui. Chissà cosa gli passava per la testa, magari pensieri potenti che andranno a finire dritti nelle sue nuove canzoni. Chissà.


Non riesco a finire ‘sto pezzo perché mio figlio mi obbliga a studiare i metalli preziosi, dice che non so nulla del bronzo, del rame, e figuriamoci dell’oro! Già, non so proprio nulla di ciò che è davvero prezioso, per questo vagavo solo per il quartiere che ho amato di più a Roma, e che oggi mi sembra solo un quartiere vecchio e poco più. Per questo aspetto con piacere le nuove canzoni di Filippo Gatti. Meno male che solo gli stupidi si muovono veloci. Va.


Buone feste a tutti voi, e che siano gentili e leggere come questo discorso qua (clicca).

mercoledì 11 dicembre 2013

una cosa triste che cancellerò

     Scrivo su questo blog sempre meno, il motivo mi sfugge come mi stanno sfuggendo tutte le occasioni che avevo da cogliere in questi mesi. Scrivo questa cosa per scacciare la paura, ma lo sento che qualcosa si sta spegnendo.  L’ho intuito dall’assenza di commenti ai post, e questo, dài amico mio, qualcosa vorrà pur dire; ma soprattutto pensando alla fredda logica dei meriti che mi aleggia sulla testa, e all’assenza di oscure fortune all'alba: mostrarsi così in questo orticello di blog, è semplicemente vanità. Diciamocelo. E poi la vita mi assorbe, e le scelte non fatte mi obbligano a guardare al futuro come a un enorme e informe profilo da definire, da modellare giorno per giorno, con un sito o con uno sguardo: per inventarsi un lavoro che faccia rima con la mia storia, e con i miei desideri. Magari con delle scelte sensate: non sprecare tempo e rabbia per i Grillo di turno, o per alcuni amici che si stanno allontanando dalla mia sensibilità. A questi vorrei un giorno scrivere una lettera senza rancore, e con limature dolci, dove ammettere la mia resa da una condizione che si sta dissolvendo: quella antagonista-estremista-adolescenziale. Sto rischiando la solitudine, quella cruda, come quella descritta da Camilleri subito dopo aver capito che non poteva continuare a fare il fascista. Lui amava Gogol, gli scrittori francesi e obbedire solo a un libro, solo a un uomo, non lo poteva accettare più.  Così rimase tremendamente solo; lo raccontava con un tono commovente durante la presentazione del libro di Piccolo.  Aveva quindici anni allora lo scrittore siciliano ed io oggi ne ho quarantatré, ma, come la sua storia dimostra, non è mai troppo tardi per restare soli e rinascere. Piccolo nel suo libro racconta che Parise si ostinò, anche rispondendo ai lettori del Corsera, a non scivolare nel conformismo di quegli anni, i settanta, ma a viverli e raccontarli con semplicità e stupore. In quel tempo tutto esplose, ogni cosa cambiò, e lui mutava silenziosamente mentre i più urlavano senza fare nemmeno un passo, consolandosi nel sentirsi i migliori della classe. Ed io, che sono nato proprio nel ’70, come potrei oggi arrestare ogni cambiamento e finire, come sta finendo nel nulla la visione, sciagurata e castrante, di certi miei vecchi amici? Con i miei occhi ricurvi scruto la loro rabbia sfumare: un’enorme nuvola di retorica e gas.


Vorrei che i miei figli crescessero il più possibile lontano dalle mie ossessioni, passate e presenti, riuscendo a muoversi con gambe curiose e robuste, e braccia leggere pronte a raccogliere amore in ogni aiuola fiorita del loro tempo.

P.S.
Poi ho letto questa cosa qua (clicca) e la tristezza si è cancellata d'incanto.

domenica 8 dicembre 2013

dettagli sul mare

foto di Mimmo Jodice
      Eccomi davanti a quest’enorme stanzone che si allunga fino al mare. Anche se ci sono quelle inferriate rosse un po’ arrugginite che ne bloccano la vista, immagino lo stesso il mare verde di primavera, che si apre fino alle minuscole isole laggiù. In fondo all’angolo c’è un piccolo bar incassato al muro. Nell’aria c’è musica di canzonette. Qualcuno accenna un ballo incerto. La gran parte delle persone stanno sedute ai lati su sedie di ferro e legno, come quelle della scuola, scheggiate qua e là a causa di vecchi lanci contro silenziosi muri pastello: certi omoni un tempo le lanciavano per liberarsi da troppa rabbia che gli usciva dagli occhi. Me l’ha raccontato Luciano, alla fermata dell’autobus, che smontava dal turno della notte più mattina, erano le tre, quindi, anche mezzo pomeriggio si era fatto, a quel punto.
      Davanti al bar c’è un tavolo con sopra una mela. Sembra bacata, ma non ne sono così sicuro, visto la distanza che c’è. Appoggiata al tavolo, e accanto alla mela che sembra bacata, vedo una donna con i capelli lunghi e bianchi - mi fa un po’ paura - con la testa nell’incavo delle braccia, come una gatta, che alza lentamente lo sguardo verso di me e non dice nulla. Mi fissa. A me non interessa il suo sguardo né la sua storia, perché sto qui per un’altra storia: sta lì in fondo, che appoggia tutte e due i gomiti sul tavolino tondo del bar, e parla con la signora chiacchierona di Viterbo. Parlano di me; capisco che mi ha visto entrare e che sta sfruttando i pochi secondi che ci separano ancora, ne sono quasi sicuro, per raccontare un altro aneddoto su di me, magari quello di quando avevo cinque anni in cui dicevo: non ci vedo più perché c’è troppo vento. È il suo asso che si gioca sempre. E’ una specialista di questi ricordi dall’apparenza insignificante, come improvvisi dettagli disseppelliti in stanze buie di muffa. Mi presto a questi ricordi aggiungendo particolari inaspettati, anche per lei. Ma oggi non mi va, oggi voglio restare ancora un po’ sull’uscio a osservare questa stanza enorme che puzza di medicinali. Forse lei oggi esce da qui. C’è da congedarsi da questo purgatorio. Quindici giorni di permanenza non sono niente, direbbe mio cugino esperto in materia; in realtà me lo dirà dieci anni dopo durante una passeggiata d’inverno sulla spiaggia. Ora, cioè trenta anni fa, in questa storia, avevo una visione caotica e allo stesso tempo chiara, lucida, che alimentava una visione di fragilità in ogni angolo del mondo che attraversavo.

martedì 12 novembre 2013

Stanno tutti bene tranne me.

   Inizio a leggere il libro e non capisco, sto sdraiato a letto e penso di non capirne proprio nulla di letteratura. Ci sono tutte quelle belle recensioni in giro, ottime impressioni riguardo a “Stanno tutti bene tranne me”, scritto da Luisa Brancaccio. Non ci sto. Solo il mio fiuto mi deve condurre alle belle storie, lasciatemi in pace tuittatori che sapete tutto voi. A me piace soltanto leggere racconti, meglio se contemporanei, vicini alla mia storia, al mio tempo. Per i latini e i francesi c’è tempo, per i greci nella prossima vita. Insomma, mi distraggo all’inizio della lettura e questo non è un buon segno. Poi parte il personaggio di Margherita e m’incanto. La seguo. La vedo. Vorrei mandarle un sms. Mi ricorda un po’ mia sorella e un altro po’ una mia amica. Sento i suoi passi pesanti per il quartiere insieme al suo cane. Ne è pieno il racconto di cani, stanno sempre in mezzo, anche quando scappano tra i cespugli e saldano amori e amicizie, e senti pure la puzza di ‘sti cani, mentre scavano per cercare di disseppellire carcasse. I vecchi dolori. Come fanno i loro padroni. Le relazioni, il libro è tutto una trama di relazioni interrotte: il distacco di Margherita dal marito e dai figli è raccontato coi dettagli giusti, facendoci apparire una famiglia reale per metà folle e per metà normale. Nel mezzo scorre il quotidiano sofferente, sospeso e narrato nei suoi vuoti. Mi stavo affezionando a Margherita quando arriva il dottor De Seta a soffiarmela, con le sue amorevoli cure. Riesce ad accoglierla, anche se in maniera un po’ suggestiva usando un linguaggio accelerato dagli eventi. Suicidi passati, sorelle lontane e un presente di una donna che si sveglia quando già la sua famiglia sta in piena corsa nella società, quando in certi palazzi hanno già speculato spietatamente. Lei resta a letto, e poi se ne va al bar tutta spettinata. Poi esplode tutto. Margherita si riprende l’essenza, scaccia il sovraccarico, l’inutile, il male.
In un rarefatto e notturno giardino condominiale avviene un dialogo tra De Seta e una ragazza. Quasi tre generazioni di differenza permettono una vicinanza speciale; sullo sfondo esplode un litigio finito in amore che genera riflessioni su di una panchina, dopo un tentativo d’intervento sollecitato dalla ragazza al vecchietto. Da lì parte la conoscenza, i due si scoprono, si raccontano. Quando la mano della ragazza s’insinua nel desiderio aperto di De Seta, la narrazione si blocca in tempo, evitandoci un voyeurismo superfluo.
Poi emerge una coppia in fuga nel Chianti, per scordare un dolore. Un uomo che crea i presupposti per un abbandono, per una lenta separazione: di una sua conferma. Perché il dolore, quello potente, a volte separa all’istante e scava vie di fuga, che spesso ci troviamo ad attraversare senza possibilità di un ritorno all’origine.
Ho finito il libro e non riuscivo a dormire, pensavo alla carica di dolore che abbiamo sempre accanto, a cui non vorremmo mai aprire le nostre porte blindate. Dalla finestra, come fa il ragazzo nelle prime pagine, ci piace spiare gli altri con le loro storture, con le loro piccole meschinità. Questo libro ti costringe a stare dentro al dolore: il racconto, con degli artifici efficaci, ci rende partecipi senza ricattarci.

Luisa Brancaccio crea personaggi da cui non ci separeremo facilmente. Come certi cani, o certi dolori che silenziosi ci accompagnano verso bui sentieri segreti.

Alla fine mi sono addormentato e ho sognato questo racconto mentre diventava un film, così facendo scavalcava il dolore lasciandone in giro solo il suo odore.

domenica 10 novembre 2013

l'imperfetto mi piace assai

Non ho ancora capito. Sono imperfetto, e provo terrore davanti alla perfezione. Lo faccio per arrendermi all’istante, stringendomi nelle spalle e mettendo le mani in tasca, davanti alle cose che accadono nel giardino, nel mondo accanto. Ché al mondo grande, quello alto e riservato ai pochi eletti, ci pensate già voi grandi uomini, belle donne e presentatori tivvù. Ascolto l’ultimo dei Diaframma e penso a come io non sia più obiettivo neanche davanti a una canzone. Leggo Pascale e succede più o meno la stessa cosa. Seguo il dibattito sul libro di Piccolo, leggendone un pezzettino, e comincio a credere che in fondo finora ho soltanto assolto il compitino che la sinistra mi ha ordinato di fare, sin da quando ero ragazzino. Un ricatto poetico, in cui negli anni sono precipitato con piacere incostante. Poi sento i complimenti di Francesco De Gregori e della Elena Stancanelli al nuovo film di Checco Zalone. E mo’ basta! Datemi il tempo per attraversare la crisi, di evitare il trauma tra i parenti. Già a vent’anni Ettore mi diceva, mentre rientravo da Roma dalla festa dell’Unità, che sembravo un kit di usi e tic della sinistra d’allora. Ho sempre subito una pressione culturale, a causa del vuoto precedente: è vero che a sedici anni con iniziativa personale leggevo Repubblica e Breat Easton Ellis, utilizzando solo il fiuto di un affamato di vita. Ma non è bastato, forse.
Ora ci resto male. Solo e senza kit cerco di cavare pensieri autentici e così facendo è come se usassi una cesoia invisibile: restano in piedi poche persone, solo alcuni ambienti. Pochi cantanti e qualche scrittore. Uno zio. Una casetta incastonata nel sogno. I bimbi. Mia moglie. Ci resto male.


Caro Andrea, anch'io mi sono formato sulle imperfezioni e mi ostino a coltivare uno stile immediato, ma so, si lo so, che se una canzone non regge all’ascolto un motivo ci sarà pure. E ancora ci resto male.

Affogo ogni mio dubbio nella mia stupenda vasca da bagno; e le paperelle gialle e perfide mi spruzzano acqua negli occhi lucidi.

lunedì 4 novembre 2013

strade che non conosco

Da piccolo leggevo ogni tanto Zagor e Topolino, e altre cosette così. Diabolik pure, ora che ricordo. Da grande niente fumetti. Poi, qualche anno fa, mi colpii un'intervista a Gipi e così lessi LMVDM. Bello e inquietante. Ecco, in questi tempi in cui viene giù questa leggera tristezza come se fosse aria viziata, mi piacciono le cose belle e inquietanti. Niente tranquillanti né amicizie per scacciare solitudini inevitabili. Così l'altra sera, presso un'edicola della fortezza fu, ho comprato XL solo perché in copertina c'erano due personaggi che mi piacciono assai: 


[XL - 1]  XL/COPERTINA ... 91 - 01/11/13

 Per la cronaca del golfo in quell'edicola abbiamo lasciato, non senza logoranti  tentennamenti, circa dieci euri: paperino, enigmistica per bambini e il mio prezioso XL. All'interno ho trovato pure una recensione-intervista all'utlimo ciddì dei Diaframma: letto senza il trasporto emotivo di un tempo, quando agognavo le loro uscite come se fossero quei baci desiderati prima del buio, di quand'ero ragazzo. Ma: dentro c'era una frase sull'insoddisfazione del presente, viziata da un tormento d'artista, che poi ha finito di insinuarsi nella mia testa per l'intero fine settimana. Il bello dell'inquietudine, il dramma della solitudine. La mancanza di vino buono ha fatto il resto.
Odio quella fortezza (che fu) con tutto l'amore che posso. Quasi come il primo lunedì dì novembre.
Coraggio, ché tutto sta per arrivare dalle strade che non conosciamo.

lunedì 28 ottobre 2013

Un pezzo sul quotidiano che mi è piaciuto

In questo periodo non riesco più a scrivere su questo blog. Cazzeggio su twitter, leggo pezzi qua e là, e ogni tanto qualche racconto. La Repubblica scroccata al bar, mentre sorseggio il caffè per circa venti minuti. Sono in affanno, o, posso sembrarlo leggendo queste poche righe depresse. Non è vero, così come non era vero quello che apparivo quando stavo in forma. Vabbe', nel frattempo che io decida chi dei miei rappresentanti mi rappresenti meglio in questo misero blog di periferia, vi faccio leggere questo pezzo di Simone Lenzi che ho scovato per caso. Lo trovo bello nella sua condominiale semplicità, feroce nella sua lotta dentro la quotidianità: il disincanto dolce che svanisce fino al terzo piano della via Lattea. 
Clicca e leggi.

lunedì 7 ottobre 2013

Ghirri al Maxxi

Mi vedo che scorro lentamente davanti alle immagini di Luigi Ghirri, e sono pensieroso a causa della luce di neon filtrata in alto da teli bianchi, e mentre fisso le prime foto mi viene da chiedere a Claudio: ma è così difficile illuminare gli spazi espositivi?

Orbetello, di Luigi Ghirri
Dopo questo inizio nevrotico, un po’ da snob di periferia, mi arrendo ai miei occhi che intanto lasciano entrare una alla volta le foto tratte dai progetti che Ghirri ha creato nei suoi anni di ricerca. Claudio mi ricorda che fu lui a comunicarcelo nel ’92, nello studio di Luciano Ricci, della morte improvvisa del fotografo che amava il quotidiano, e i dettagli che sfuggono come bimbi timidi, e poi quelle facce e quei profili che scompaiono di solito quando sanno di essere fotografate, lasciando soltanto il solito sulla stampa. A un certo punto Thomas – studente belga di storia dell’arte - mi becca mentre sorrido davanti alla foto della trattoria di Ponza, e mi chiede perché lo stavo facendo. Niente Thomas, sono contento di osservare da vicino questa foto, che poi, a dirla tutta, è da una vita che volevo vederle tutte insieme in una mostra, che sul catalogo Fabbri le ho viste e riviste migliaia di volte, ma la lampada di casa era anche peggio dei teli filtrati del Maxxi; questo a Thomas non l’ho detto, nevrotico sì, ma scemo del tutto ancora non lo sono. Thomas l’ho conosciuto davanti a una foto, poi si è dissolto e chissà ora dove sta riflettendo sul suo idolo che “gioca con le immagini”. Sono rimasto dieci minuti a descrivergli del perché mi piaceva quella foto, e credo di averlo fatto decentemente, senza scivolare nell’idolatria, nell’ovvio, credo eh! Ma ora è tardi per scoprirlo, perché certa bellezza passa e lascia tracce di tenerezza; poi prendi un caffè, accenni a una chiacchiera, un ricordo e torna la quotidianità. Un attimo prima di questi momenti credo di sentire alle spalle uno scatto di Ghirri che blocca e restituisce la scia che c’è tra il bello e la nostra contemplazione solitaria. Noi osserviamo questa scia e capiamo, per un attimo capiamo, ma dura un attimo e capiamo poco, così non ci resta che riconoscere lo scorrere del tempo inesorabile che ci sfianca dolcemente, e abbandonare la consapevolezza in cambio del ricordo della bellezza.

Ponza, 1986, di Luigi Ghirri
       Sì, ora so che le foto di Ghirri mi avevano tanto invaso la testa, che, pensando a quelle quattro foto decenti che ho fatto nei primi anni novanta, non c’è dubbio: le facevo pensando alle inquadrature di Ghirri, mica di Robert Capa. Ma non lo sapevo. Nelle sue immagini ci sono pochi effetti e tanta intelligenza visiva, che si espande nella sua semplicità disarmante e difficile da rappresentare: di strade, case, cantanti, i Cccp, spiagge, camicie, nuvole e nebbie, e infiniti dettagli di vita che scorre tra le persone e di tutte le cose che si ritrovano intorno nel tempo. Senza di noi, che stiamo lì davanti a questi attimi a fermare il tempo come dei bimbi nelle loro camerette la domenica sera.
      Così come certe canzoni, queste foto restano dentro e si accomodano leggere tra i nostri pensieri. Stasera desidero avere un libro di Ghirri tra le mani, sfogliarlo lentamente, fermarmi a leggere le didascalie che sono pezzi di narrativa che non aggiungono, ma completano l’opera, sottraendo senza eliminarne l’essenza: che resta negli occhi, nel silenzio e nel prossimo attimo da godere.


cccp, di Luigi Ghirri
Lucio Dalla, di Luigi Ghirri
 
 








    
Vi consiglio di andarci al Maxxi, avete tempo fino al 27 ottobre. Il tempo poi scorre, e senza le immagini di Ghirri non è facile farlo scorrere bene. Saluti dalla cameretta.