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domenica 18 marzo 2018

il mio libro come

 
Mentre sto per scrivere questa cosa qui, alle 5.50 di domenica, mi lascio distrarre dal celestino e dal rosa che stanno dentro alla mia finestra. Mi sono svegliato alle 5.30 insieme a un’ansia scema, e il primo pensiero è stato quello di aver buttato in fretta dentro un tweet un resoconto di Libri Come, troppo ruffianamente onesto. Come se il mondo si aspetti da me un resoconto di Libri Come, prima dell’alba. Io non so perché vado alle fiere-feste del libro. E ogni volta che ci vado poi rimango turbato, e se sto in macchina mi metto a cantare per far uscire dal finestrino quel turbamento. Se sto in metro mi metto a fissare gli altri pensando a come mi vedono loro, che intanto non possono guardarmi ché li sto fissando io.  Stavolta mi ha chiamato Sonia per fortuna, ma per sua sfortuna, ché già era raffreddata, si è dovuta sorbire in anteprima il mio resoconto.

  Accompagnando tra un incontro e l’altro un’amica scrittrice, almeno ho capito perché ha senso per lei venire qui. E’ bastato osservare le tante persone che salutava, da quello che si dicevano, eccetera. È il suo amato mestiere che la spinge a frequentare questi luoghi. Così, pur di non pensarci mi metto a contemplare le tante donne, presunte lettrici fortissime, che si muovono freneticamente, tutte vestite bene, con un’aria di quelle che hanno letto troppo, e che sarebbe ora di godersela un po’ quell’aria stantia che hanno respirato durante il lungo inverno di piedi freddi e libri sul comodino. Poi ci sono gli uomini, che a me sembrano tutti scrittori, me compreso, con quella loro aria sbuffante e che si guardano continuamente le scarpe, o si sistemano le barbe, e forse sperano di essere notati almeno dalle sparute lettrici deboli. Sì, anche dopo questa disamina “alla costume e società”, non ho avuto il coraggio di ammettere cosa ci faccio io qui, tra di loro. Bah!
 Sono stato a Libri Come anche per vedere come leggeva Paolo Nori certe pagine di un suo libro. Mentre lo ascoltavo avevo gli occhi rivolti verso l’enorme vetrata che ci separava dal mondo che provavo a raccontare qualche riga fa. Da lì continuavo a vedere sfilare uomini e donne che si sistemavano le giacche, e alcuni di loro si lasciavano pure intervistare: tutti avevano l’aria di aspettare qualcuno in quel muoversi guardinghi di agitazione benigna. Anch’io mi sarei mosso così, e questa scena forse potrebbe spiegare il mio: che ci faccio qui? Erano loro i pesci nell’acquario oppure lo ero io per loro? Finalmente ha risolto tutto il crescendo della lettura di Paolo Nori che, passando dalla Mastrocola a Chomsky, da Rodari a Vonnegut, passando per Tolstoj è giunto a delle piane parole sull’amore. Avevo già la prima lacrima pronta a scendere sulla terra, quando Paolo Nori anticipandomi ne ha cacciate fuori dagli occhi un po’, cambiando anche il tono della voce. Queste sue belle lacrime che gli sono uscite fuori davanti a tutti noi, alla fine della lettura, forse meritavano un abbraccio, invece noi l’abbiamo solo applaudito. Ecco, in quel preciso istante ho capito perché mi trovassi lì: perché la letteratura arriva dove arrivano solo poche cose. Forse come l’amore, senz’altro anche come il dolore.
 Io sto aspettando le parole da circa trent’anni, per raccontare la storia che fa su e giù dentro di me, ma non riescono a uscire fuori del tutto. Sicuro le parole non le troverò in posti così, dove vengo a fingere di non aver nulla a che fare con quel mondo che si aggiusta le giacche e si osserva le scarpe nei corridoi di Libri come. Forse stanno aspettando anche loro, stiamo tutti aspettando qualcosa o l'amore.
Ecco, Libri Come è stata un’altra fermata, un altro stop, un altro blocco che si aggiunge a tutti gli altri che frenano le mie parole impazienti da millenni.
Allora la novità di questo mio Libri Come sa di lacrime e dopobarba.

sabato 17 marzo 2018

Degli adolescenti non sappiamo niente

 Quando lavoravo al Telefono Azzurro arrivò un bimbo che era nato appena cinque giorni prima di te. Avevi cinque mesi e una volta o due alla settimana io facevo il turno di notte lì al lavoro. Questo bimbo mi cercava sempre, era in affidamento con la sorellina da noi, la madre ogni veniva a trovarlo con il suo carico di disperazione sulle spalle. A me rispondeva con larghi sorrisi quando gli porgevo il biberon pieno di latte e biscotti. Poi tornavo a casa e c’eri tu, già sfamato che aspettavi sorrisi, e sguardi sicuri. Mentre mamma andava al lavoro e ti baciava sulla guancia cicciottella. Erano anni belli e spietati per noi. Era il 2001. In questi mesi per un altro lavoro seguo un ragazzo che sta lasciando la scuola, per una serie di disastri emotivi che lo assediano laggiù a Bastogi. Anche lui ascolta rap per scacciare un suo presente fetente. Anche tu mi dici che a scuola ti senti fuori luogo, che la trovi inutile e che pensi ci sia un altro modo di imparare. Allora io scappo in bagno a piangere con la disperazione che sale in gola. Forse sento di non averti sostenuto abbastanza quando certi professori scambiavano la tua insicurezza per arroganza, o la tua viva sensibilità in timidezza o semplice bontà. Così mi capita che dentro al bagno mi spavento e me ne resto tutto il tempo a fissare la finestra smerigliata, mentre tu nel frattempo al piano di sotto fai rimbalzare la palletta di basket sul laminato anticato, prima della schiacciata.
Il mio lavoro è un insieme di aiuto-ascolto-sostegno, e il mio essere padre si è indebolito proprio da quelle parti là della mente. Stava diventando un pantano la nostra relazione, eppure io ci scorgevo sempre un fiorellino, una cartaccia colorata che galleggiava. Quando mi dici: ma per chi mi hai preso? dopo che anticipo con parole sdentate certe tue risposte, ecco, figlio, in quella tua domanda affoga il mio fallimento, mentre riemerge piano piano la tua voglia di esserci. Sarei disposto ad accettare questo mio fallimento fradicio in cambio di un tuo allontanamento drastico da me? solo per vederti sano e salvo? Ma perché tutto questo dilianarsi in tempo di pace?
  In questi giorni di parole spese vanamente per convincere il ragazzo di Bastogi a continuare con la scuola, sì, proprio in questi giorni mi sono arreso al tuo non volerci andare più a scuola. Hai deciso di recuperare le forze a furia di canzoni e concerti. Questo tuo sbloccarti all’incontrario mi preoccupa, anche se pare illumini un po’ meglio I tuoi occhi, la tua cameretta, le tue parole profumate. Io ti sto sempre accanto, e osservo ogni tuo mutevole battito di ciglia, ogni tuo nuovo largo sorriso a tavola, e ascolto rilassato ogni tua battuta insperata che mi diverte e mi fa pensare che non sono ancora da buttare come padre, come ascoltatore. Sono anche un padre da abbracciare in una notte di pianti violenti, in auto, sotto ai carpini spogli, poco prima di mangiare quei cornetti buonissimi al bar sempre aperto.
 Quella saggia persona che ti sta aiutando sta aiutando anche noi, e lo capisco quando a tavola ridiamo e parliamo come non facevamo da mesi. Mentre penso a questo nostro periodo scombinato dentro qualcosa ancora trema, eppure quando sto tra di voi rido senza più quel vecchio isterismo che in passato rovinava quei momenti, e faceva sbattere porte, occhi e bicchieri sopra le nostre parole. Sto imparando a trattenermi, a tirare fuori solo quello che vale la pena esibire, quindi, scrollandomi di dosso la falsa modestia, racconto anche i miei piccoli grandi successi: lo sai che sono tra i vincitori di un piccolo premio letterario? Sapete che oggi ho calmato un bimbo indiavolato, e gli ho fatto tornare il sorriso a furia di giocare coi trenini? Vedeste che sorrisi mi ha fatto dopo. Farò così, condividerò mille altre cose belle con voi. Purtroppo in questi anni ho condiviso con voi troppe frustrazioni lavorative, antiche tristezze famigliari, anche se a volte cercavo di bilanciare con un umorismo asfissiante. Strano, ma in questa fase della mia vita mi sento forte, e benedico la mia tenacia di non aver ceduto lungo le strade degli amati perdenti, dove mi ero perso anch’io, sì, ma senza disperdere del tutto l’amore per la mia storia. Oggi ho messo la camicia amaranto, ché devo farmi trovare pronto e bello quando avrete bisogno della mia forza, del mio splendore: sto mettendo da parte il meglio per voi.
 Oggi tuo fratello ci ha detto che a lui piacciono le persone speciali e un po’ sfigate. Lo diceva mentre si pensava a come impostare il tema su Wonder, e allora ci siamo ricordati di quel suo compagno autistico che lo salutò con un affetto smisurato al boowling, incontrato lì per caso un sabato pomeriggio. Oggi quando gli ho detto di seguire quel ragazzino col tumore che vuole diventare youtuber, oltre a seguirlo immediatamente, nella sua faccia è comparso quello sguardo un po’ da santo che ha fatto gravitate i suoi occhi enormi intorno al suo letto a soppalco. Lo stesso sguardo che avevo io alla sua età, quando me ne stavo stretto stretto nelle coperte.
 Figli miei arrendiamoci ad essere così, un po’ fuori luogo ma sempre affamati di voler conoscere persone strambe, persone che ci somigliano nei sentimenti e che magari allo stesso tempo possono sembrarci anche diversissime da noi. Cerchiamo di capire gli altri ascoltandoli fino a notte fonda, o assecondarli nei loro tormenti per poi abbracciarli senza stringerli troppo: amarli anche quando ci voltano le spalle o non capiscono fino in fondo i nostri drammi. Diamogli tempo, e diamoci tempo anche noi, in questi tempi incerti e magri di sogni. Seppelliamo una volta per tutte le asce e i rancori sotto al nostro generoso e splendido melograno. E ridiamo con tutti i denti di fuori.



venerdì 2 marzo 2018

A scuola non ci vado più

Oggi non ci vado a scuola. No, me ne sto in giro, prendo l’autobus e faccio capolinea-capolinea. Voglio vedere le facce di chi non sta a scuola mentre io dovrei esserci. A me piacciono le facce delle persone sconosciute, a me piace riconoscere quello che pensano. Poi voglio mangiare un cornetto gigante con la panna, al bar Zurich. A scuola i professori sono frettolosi, pensano o alla prossima campanella o a come inchiodarti. Una volta quella di matematica mi ha fatto andare alla cattedra, ma solo per far vedere a tutti che brutti denti avevo: perché tua madre non ti compra l’apparecchio? E giù tutti a ridere. Una volta un’altra mi ha detto che stavo ai piedi di cristo, e forse aveva ragione: mia madre era appena stata dimessa dalla clinica. Un’altra, quella che si faceva portare la carne di prima scelta da un compagno di classe figlio di macellai, mi ha detto all’improvviso: ma tu sei scemo!

Insomma, io di certo non sono un genio, di certo non capisco Pitagora o l’inglese ma quando la maestra ci faceva trascrivere l’Eneide a me piaceva pure. Non ci capivo niente lo stesso, però era quel non capire niente che ti piace e che pensi prima o poi forse lo capirai. Ecco, a parte questi professori un po’ così, io resto sempre ottimista: sogno di diventare fotografo, poeta e pure contadino. Mia madre non chiede mai cosa voglio fare da grande, mentre mio padre mi fa fare già il grande, portandomi al lavoro con lui.
Di fatto stasera quando parlerò coi santi, io parlo coi santi prima di andare a dormire, gli chiederò di aiutarmi a scegliere una scuola fatta apposta per me. Io sono ottimista, e quando non vado a scuola voglio prendere l’autobus e fissare le persone sedute strette strette che guardano il mare come se guardassero il loro vecchio amore. Io non ho ancora un amore, così guardo loro che lo guardono, così imparo come si fa.
Domani forse ci andrò, o forse no, non riesco ancora a decidere. Chi mi aiuta a decidere? Quasi quasi lo chiedo a quella vecchina rugosa che sta sempre con quella busta di pane e mi sorride sempre, una volta mi ha fatto l’occhiolino e mi sono fatto tutto rosso. Domani mi faccio forte e glielo chiedo. Domani voglio imparare come si fa a parlare con gli sconosciuti.
(marzo ‘85)



giovedì 1 febbraio 2018

i figli dell'illusione (breve storia di una crisi)

L’altra sera Cristian aveva una fitta sopra lo sterno, aveva paura fosse un infarto imminente. Per un attimo, ma solo un attimo, ha pensato che magari sarebbe una liberazione la sua morte improvvisa. In quell’attimo ha pensato che un trauma servirebbe alla sua famiglia per riprendersi dalla crisi che stavano vivendo in questo periodo: un ingombrante e incerto padre che va via non sarà mica la fine del mondo? Un attimo dopo aver prodotto questo triste e scemo pensiero è sceso di corsa dal letto - il dolore c’era ancora ma meno intenso di un’ora prima - e si è diretto al letto del figlio: scusami se non sono rimasto a cena, ma stavo male. Lo ha abbracciato restando in bilico sulla scala che porta al suo letto a soppalco, in quel momento ha pensato all’assurdità di quel pensiero di morte, e lo ha stretto ancora di più a sé.

La nostra mente ci permette di pensare tutto quello che vogliamo, e non si hanno tabù una volta che stiamo nei nostri letti caldi, e ogni idea ci pare geniale: soprattutto quella che crediamo ci permetti di trovare la chiave a ogni nostro problema col mondo fuori da quel letto comodo. A volte funziona e ci fa vivere meglio la giornata, che c’entra, ma altre volte invece peggiora le cose creando architravi di illusioni e poi, la sera, ritornando in quel letto, ci scoraggiamo e pensiamo al peggio che spinge sullo sterno. Mediare con la testa, fermarsi e non agire di scatto e altri mille filtri che sono raggruppati sotto la voce: intelligenza. Forse questo agire d'istinto senza freni è quello che sta vivendo l’altro figlio di Cristian, arroccato nella sua cameretta a suon di pezzi rap, che sta aspettando che la sua idea geniale transiti da quel letto nero ikea. Lui ha le dolci attenuanti dell'adolescenza, invece il padre che ha?

Cristian ha nella testa quel pensiero stanco che gli sussurra che a breve lascerà anche questo lavoro, così poi arriva il benedetto lavoro della sua vera vocazione, questo pensiero stanco lo sta deprimendo seriamente, togliendogli le energie paterne che servirebbero all'ascolto dei figli. In verità in questo periodo non ha neppure il coraggio di pensare più al lavoro della sua vocazione, nonostante la mattina dopo quel pensiero di morte abbia finito il racconto che doveva inviare al premio letterario, in cui ha aggiunto una frase dove fa intendere che sarebbe felice se li scrivessero i suoi figli i prossimi racconti sulle storie di famiglia. Questa vocazione lo ha stremato d'illusioni, e crede di aver trasmesso al figlio maggiore la speranza che in questo mondo, pensare forte forte una cosa che si desidera, fa si che poi quella arrivi davvero. L’errore di aver sognato troppo davanti a tutti, e oscenamente non ammetterlo mai, ecco quello che non si perdona.
In questi giorni Cristian ha contattato il miglior terapeuta, la preside, il Centro contro le dipendenze da internet ma, pensandoci bene, forse dovrebbe rivolgersi a un ipotetico Centro per il trattamento per sogni forti forti fatti dal letto.
Esiste? se ne avete notizia fatemi sapere, che lo invio al prossimo sogno di Cristian.

foto di Avedon

giovedì 30 novembre 2017

Dopamina, portami via.

Ai concerti dei Diaframma ad un certo punto, quando suonano Gennaio, succede sempre una cosa strana. Ci si mette a ballare, pogare o saltare e, quando si blocca il ritmo incessante nella canzone per fare spazio all’inserto melodico, allora restiamo tutti un po’ spaesati e ci guardiamo uno con l’altro e facciamo smorfie che vanno dal divertito e l'imbarazzato, roteando lo sguardo nella sala semibuia. Ma questo conta poco, in realtà quello che provo io è un senso di appartenenza a un epoca e al sentimento elettrico che sprigiona ancora: precipito coi pensieri dentro ai  miei intensi anni ‘90. Insomma, in quelle pause penso soprattutto a come ci sono arrivato a ballare ancora una volta Gennaio, a quarantasette anni suonati. E mi piace che io sia sopravvissuto bene dopo le tempeste di guai, agli accidenti inevitabili, e di quanto inaspettatamente sia contento di vedere quelli che intorno a me ai concerti hanno quasi tutti facce interessanti, uniche, scavate bene dalle esperienze - a parte quei due capelloni ubriachi e ricci che mi hanno procurato pure una caduta ridicola - e queste sensazioni mi facciano stare bene, almeno per qualche giorno. Il fatto che in tutta questa gioia improvvisa che esibisco in mezzo a sconosciuti, con cui condivido l’ascolto di canzoni mi imbarazzi sempre meno, mi rende forte, come uno scampato a un incendio notturno in un bosco di conifere. Anni fa andavo spesso da solo ai concerti e la timidezza che mi trascinavo dietro mi paralizzava, nonostante conoscessi quasi tutti quelli della mailing-list, parlottavo a malapena solo con tre di loro. Ricordo quando nacque il mio primo figlio, tra i tanti, mi fece gli auguri Max Collini. Oggi sono più saldo ai miei pensieri, alla mia casa, ai miei figli, ai miei silenzi, alle mie paure, alle mie speranze.


Insomma, io dentro a un concerto ci sto bene, e se poi ci sono gli amici, mia moglie, allora sto anche meglio e diventa un’immersione fantastica dove scruto tutte le mie ossessioni, le mie fragilità, le mie gigantesche capacità di amare gli altri anche con tutti i loro adorabili difetti. Ci vedo me che dal lunedì al venerdì lavoro coi bimbi di tre anni insieme a cui mi rotolo a terra per improvvisare animali o streghe. E vedo me che piango per mezz’ora di fila davanti al Trasimeno senza riuscire a confessare quello che mi faceva piangere. E mi vedo anche quando affronto a muso duro il figlio adolescente, per poi pentirmi come un vecchio adolescente: ma a dirla tutta io voglio regredire solo nell’infanzia! Mi vedo mentre guardo mia madre rimpicciolita come una bimba, indifferente al mio sguardo fugace. Mi vedo che faccio ridere a crepapelle amici, e i loro amici. Mi vedo che ascolto la musica mentre dalla finestra osservo il Melograno carico di frutti, e protetto dall’albero c’è l’adolescente (vero) di prima che sistema i suoi ciddì colorati appena masterizzati. Mi vedo mentre guardo Propaganda Live insieme al piccolo e ridiamo e commentiamo, mentre aspetto impaziente le sue domande curiose come carezze.
Si, sto esagerando con questa immersione, in effetti a un concerto faccio altro, lo ammetto. E se faccio digressioni-immersioni è perché provo un piacere strano nello scrivere cosette mie condite di realtà, di sogni, di dolori e di certe cose che vedo ogni giorno e non riesco a trattenere per me. L’altra sera all’uscita dal concerto mi metto a raccontare a un’amica, improvvisa fan, di come Fiumani mi abbia fatto conoscere i libri della Parrella, e di come nel suo libro appena ristampato, Brindando coi demoni, ci siano racconti di una epopea esistenziale che forse nessun altro avrebbe mai avuto il coraggio di raccontare così: una normalità che trasuda di arte e di vita disastrata, di sesso sofferto, di un’anima sensibile, fragilissima, ma mai davvero disperata. Un po’ come la mia storia, ma con meno arte e più figli, e con tanti lavori da cui scappare.
All’uscita dal concerto ho chiacchierato molto, ero esaltato dalla bella serata, e una volta sul vialetto di casa mia moglie mi fa: ma come fai a parlare così tanto? E io gli sorrido e le dico che non camperò mica mille anni, ma appena vedo come si sta corrucciando il suo bel volto, ridendo ancora di più le dico che a me piace raccontare quasi quanto vivere. E ci baciamo, e poi avviamo verso il cancelletto di casa. “Via i cancelli per favore, che non mi servon più”.



P.s.

Ieri col piccolo ci siamo goduti lo spettacolare concerto di Caparezza. Invitatemi ai concerti, non ai pranzi di Natale.

martedì 31 ottobre 2017

Stazioni di fuga: Sezze.(nuova fuga)

Giunto a questa stazione vuol dire che sto quasi a metà del viaggio verso Roma. Di solito ci si prepara per i posti che si liberano di quelli che scendono a Latina. Oggi non m’importa del posto a sedere, questo finestrino è pulito e mi fa vedere la campagna come quella volta che con mio zio parlammo per tutto il tragitto fino a Roma, con le facce rivolte ai campi che si attraversava. Gli chiedevo di quelle coltivazioni che il treno sfiorava e lui, partendo dalle serre per i pomodori intorno a Fondi e arrivando fino alle distese di vigna dei Castelli, mi raccontò tutto quello che si poteva raccontare a un bambino di sette anni curioso quanto un cucciolo di gatto. Appresi di carciofi e tedeschi, di uva e americani.


E mi raccontava degli orti che era riuscito a creare nei posti più impensabili. Così partì il racconto della sua fuga da Weimar, dove era internato in un campo di lavoro dei nazisti, e di come con gli altri marinai riuscirono a raggiungere il luogo della sepoltura della Principessa Mafalda, ma non prima di avermi raccontato di come lui e Corrado riuscirono a sfamare l’intero campo con le patate coltivate da loro, nella gelida terra tedesca d’allora. I suoi occhi si infiammavano quando parlava dei dettagli della raccolta e di come tutti i compagni di sventura erano felici di mangiare quelle patate che crescevano su quei campi tragici. Della questione principessa Mafalda si soffermò soprattutto per dirmi di come rimase sorpreso e divertito del parrucchino di Pippo Baudo, quando li ospitò a Domenica in come eroi che diedero una degna sepoltura alla figlia del Re. Ricordo di come quel giorno alla tivù sembravano ancora i marinai di quaranta anni prima: fieri e semplici. Comunque, quel giorno sul treno si era proprio infervorato nel vedere la vigna così bella, fitta e curata - sì, era lui che passava da una cosa all’altra durante quel viaggio, non soltanto io che ne scrivo ora - e diceva che la resa era massima con quel tipo di coltivazione, e che i contadini dovevano pensare alla resa, mica solo alla natura. Non capii allora, oggi forse capirei, e comunque i suoi occhi erano elettrici anche di bellezza per quei tappeti verdi, ondulati, che parevano un mare placido e fertile davanti al nostro treno grigio di ferro. Ricordo che una signora sbuffò per i nostri infiniti discorsi e mia cugina romana, che viaggiava con noi, la prese a ridere e disse alla signora che era la prima volta che il bambino viaggiava in treno, e soprattutto che viaggiava insieme al suo zio preferito.
Arrivammo assetati a Termini, e al primo nasone ci facemmo una bevuta che nemmeno in estate dopo la raccolta dei pomodori San Marzano.
   Una sera di pochi anni fa attraversavo solo piazza Indipendenza, con le sue luci gialle e le sparute finestre accese degli uffici che mi aiutavano nello scenografare meglio la malinconia crescente, e pensai a quella lontana giornata in treno con mio zio. Pensavo a quello che avevo perso a non andare più in campagna da lui, di come tutto si interruppe senza preavviso. Arrivarono i sedici anni e tutto cambiò. Da quella piazza passavo per raggiungere la libreria Piave, dove Antonio Pascale ci aspettava il giovedì nel seminterrato, e dove imparai che certe lacrime sono diverse dalle altre e che certi addii scivolano dentro le nostre storie senza nemmeno una scossa, un pianto tempestivo. Quella sera scrissi di un quarantenne in fuga dal suo passato che, dopo aver raschiato il raschiabile alla cultura della sua epoca, alla fine quella sua stessa epoca lo ha preso a schiaffi a furia di realtà. In fondo quell’uomo voleva che continuassero a sembragli soltanto energiche carezze, vestite di ideali presi in prestito dall’epoca precedente, e che continuassero quegli schiaffi di carezze lo stesso a proteggerlo e coccolarlo ancora negli anni a venire: come una affettuosa madre di passaggio.

 Quella sera me tornai a casa col pensiero di quel treno che tagliava la campagna ma che non riusciva a spezzare ancora del tutto il legame profondo e strambo che avevo per quel mio zio contadino. Da quel giorno del ‘77 nella mia testa si è accesa quella possibilità di creare orti nei luoghi a cui mi lego almeno un po’. A volte li creo gli orti, altre volte li immagino soltanto.


domenica 15 ottobre 2017

cosa mi fa stare bene?

Si doveva andare all’Orto botanico, o al mare, e magari passare anche dalla mostra su Anna Magnani. Poi andare a trovare Marco in clinica. Si doveva assaggiare una tregua, col tempo mite intorno. Negli ultimi vent'anni ho fatto molte cose per dovere, ma in verità alcune anche per piacere tutto mio. Poche, se tiro le somme alle soglie dei quarantotto autunni. Quanto camperò ancora? No, non sto esorcizzando nulla, ché mentre lo scrivo già una ruga si ritrae spaventata. Giunto a questo punto, in questa domenica estiva d’ottobre, seduto sotto al Melograno mi concedo il lusso della sincerità appiccicaticcia. Quella senza  fondamenta, senza controprova: come l’arrogante sensazione di sentirsi migliori al cospetto dell’intero mondo tondo.
Ma tu mi vedi? Ecco, se riesci ad immaginarmi seduto là con l'occhio a palla per lo sforzo, e senti pure la voce di mio figlio che ripete Storia alla madre, e il cagnetto dei vicini che abbaia dietro i vetri e il gatto che ronfa beato in poltrona, ecco, allora sono riuscito a tirarti dentro la mia storia, per cinque minuti.  Almeno quella che sfiora questo monitor. E già così staremmo a metà del dibattito sulla questione giornaliera: come raccontarsi, se proprio ce l’abbia indicato un dottore di farlo, eh. Ma ti va davvero di starmi a leggere? A me di farmi leggere, lo ammetto, mi va almeno quanto di passare un weekend a Parigi a dicembre.
Sono stato una settimana senza frequentare i social, poiché nel frattempo avevo da fare molto coi pensieri che erano andati in subbuglio, e col costato indolenzito e molte altre faccende che non credo opportuno dichiarare qui troppo sinceramente. Esiste l’arte dello sparigliare, esiste un limite dove provare a inventare veramente. Esistiamo io e te, ma niente che possa rappresentarci senza cicatrici vere medicate con garze finte: esaltare il senso, e non il consenso di un momento.

In questi giorni non voglio maledire nessuno né voglio arrabbiarmi col tempo, e nemmeno coi cinquestelle: vorrei soltanto riuscire a tradurre a parole quell’incertezza mal trattenuta da quel sedicenne ieri, poco prima che scrivesse tre righe di sé durante il laboratorio. Appariva tutto rosso, tutto bloccato, tutto come uno stare a sentire i rimbombi dei pensieri e delle voci di parenti e degli amici: un coro di persone disastrate che in un attimo magico magari si mettono a cantare il suo pezzo rap preferito, e lui che con la sua felpa comincia a svolazzare con gli occhi umidi, facendo scendere a coriandoli le cose orrende ricevute nel tempo, e scriverne tutto eccitato. Santo cielo, fa che quelle tre righe diventino l’incipit più azzeccato del suo tempo.


sabato 9 settembre 2017

Giornate che sanno di te (figlio).

   Me ne stavo spensierato dentro questo settembre e finalmente, dopo i soliti abbagli d’agosto, vedevo nitide le persone e questo mi aiutava a far sfumare via l’ansia, mi faceva respirare bene e pensare: caspita la vita quando arriva così. Poi piomba la notizia che ti hanno bocciato. Proprio oggi che hai organizzato una bella cosa, tutta tua, che hai condiviso facendo rappare quattro ragazzi, due venuti addirittura da Torino, in un locale chiamato Dissesto musicale. Ti cercavo con gli occhi mentre incoraggiavi i “tuoi” rapper, o abbracciavi due fan venuti apposta da "Battistini", o dopo quando dialogavi come un grande col gestore del locale. Durante la serata ti hanno applaudito e ringraziato: a detta loro senza di te loro non avrebbero mai “rappato 'sti pezzacci”. Io me ne stavo seduto al tavolino, con una smorfia un po’ troppo alla Nanni Moretti, a vaneggiare lieve: stasera sei sbocciato, altro che bocciato. Eppure a volte i fiori stordiscono di profumo, e sono assediati da api e insetti, e subiscono grandinate. Insomma, sto provando a rimanere in piedi per tenere ferma la nostra barchetta in mezzo a questo mare che sembra di bonaccia, ma che in un attimo potrebbe mascherarsi da tempesta. Certi fiori sono semplici, quando la luce li investe davanti, poi li osservi al tramonto e ti sembrano minacciosi, accesi di sfumature rossastre. Scrivo così perché sono confuso, non deluso, casomai spaventato; in fondo preoccupato come gran parte dei padri che, finché non ti sentono rientrare, e bere un po’ d’acqua, e accarezzare il gatto e spegnere la luce, immaginano che un intero mondo ti stia inseguendo, ingannando o semplicemente ancora cercando.
   I tuoi sedici anni oggi sanno di una settimana di video girati alla Storta e al Pincio, di registrazioni a Re di Roma e prove serali al parchetto vicino casa. Con tuo fratello che ha avuto la gloria di aprire la serata con una “sua base”, e tua madre che chiacchierava di te con parole adoranti tra mojiti e amiche.
Sono ingombrante come certi mobili scuri, pressante come certi temporali, e adorante come i cani al mattino. Chissà tu come mi vedi, e come mi assorbi o respingi in queste nostre giornate che qualcuno deve pur raccontare: ingombrante come una telecamerina nascosta male.

Eccomi che ti sto ancora aspettando, e immaginando, fissando la tua imminente risposta whatapp, in mezzo a questo fracasso di silenzio di una giornata che sa tutta di te.
Mi salgono a galla pagine di libri, canzoni lontane, parole non dette, e mi sento più solo che mai, più forte di sempre, e pronto a esserci svestito d’ansia, così come m’implorano rabbiosi d’affetto i tuoi occhi belli.








venerdì 1 settembre 2017

mangio ansia a colazione

   
  Come se non l’avessi fatto di proposito: scegliere tra i contatti quelli a cui far sapere i fatti miei, conditi di velleità. Sono esaurito. Per la prima volta dopo le ferie d’agosto non ho voglia di fare buoni propositi. Questa estate ho sentito tanta ansia, che mi ha gonfiato le gambe, fatto crescere la barba e paralizzato davanti a un molosso nero. Una volta in mare, a cento metri da riva ruotare di 360° e vedere due delle persone che amo di più allontanarsi verso la grotta e io che, senza un reale pericolo, le chiamavo e ruotavo ancora: poi si è riavvicinato il piccolo e mi sono calmato. Sono fatto d’ansia e d’idee. E non riesco a essere pratico e determinato. Intanto oggi mi sono ingolfato come il decespugliatore, e scrivo a vuoto di figli e di fobie. Vi avrò stancato della mia normale esistenza trascritta e vi avrò anche illuso di trovare ogni volta almeno una cosa scritta bene, e vi avrò deluso leggendomi per l’ennesima volta senza trovare neppure un po’ di fresco tra un periodo e l’altro.
   A te che ti fiuto come felicità in agguato, chiedo una tregua: non darmi più possibilità ma parole lisce di risposta.
A te che mi consideri amico amico, be’, a te chiedo di continuare a esserlo e ricordarmelo in certe mattine di mattone.
A te che curiosi e aspetti grandi cose, ti darei un bacio di pazienza e un abbraccio chiassoso.
A te che oramai mi sopporti come si sopportano le delusioni del sabato sera, ti aspetto per un caffè, per ascoltare le tue belle confidenze.
A te che non conosci l’odore delle mie braccia, e non vedi la mia faccia, ti aggiorno appena mi trasformerò in uno splendore d’uomo.
A te che capiti qui a forza di tirate di giacca, grazie, e perdona la mia presunzione da quattro soldi.
Per tutti voi noleggerò un pullman per attraversare mondi che assomigliano ai miei racconti migliori di certe serate senza livore, e sarò sereno e dirò quello che credo e scriverò quello che vedo e che immaginerò: scorrendo le vostre facce tra i finestrini e le acacie, mi calmo e risorgo.

Dopo tre ore.
   Avevo scritto queste cose mentre la mia auto veniva lavata a suon di musica araba. C’era un vento caldo, e provavo a chiamare un amico che non sentivo da mesi, poi mi ha risposto con un Sms: ho una paura muta di non sentire più voci bellissime. Così, una volta al supermercato mi è salita una voglia di piangere davanti ai sottaceti.
Avere una smisurata quantità d’ansia in circolo ti fa immaginare cose così: cani che ti sbranano, persone che annegano e tu non riesci ad aiutarle, o la faccia di un vecchio amico che sbuffa al pensiero che lo stai chiamando. Non è vero niente, invece è vero il niente che trasforma l’aria e la bocca e le parole, che deformano la mia faccia e la fanno diventare torva e brutta. Credimi, io sono anche bellissimo, sensibilissimo, ignorantissimo: con una storia da raccontare, questa è la mia vera e bellissima ambizione. Ecco, l’ho tirata fuori.
A questo punto devo capire se rivolgermi a uno psicanalista, a un editor o un trapezista.

Il giorno dopo.
   Ieri sera mentre passeggiavamo intorno a Castel Sant'Angelo, dopo aver cenato sul lungotevere, pensavo a come mi vedo male, a come mi vendo male, a come cedo il passo alla vocina stronza: quella è contenta che non abbia imparato l’inglese neanche quest’anno.
Questo lo penso ora, poiché ieri sera, dopo cena, ho ascoltato due librai che parlavano e parlavano dei libri belli, degli editori fetenti, e mille altre cose che avrei dibattuto senza problemi, e invece me ne stavo lì a sfogliare libri con le dita e annuire a questi due. Timido. Scemo. Vinto. Perso. Questo lo vivevo ieri, ora sto qui con una forza improvvisa a scrivere di come recito in società. Ecco, riuscire a trovare quella nervatura giusta per legare questa mia forza-coraggio alla realtà-realtà, potrebbe realizzare la svolta di mangiarmi l’ansia a colazione.

Il giorno dopo ancora.
   È appena passato il temporale e qui a Roma sono riemersi i profumi, e le piante gocciolanti sembrano più verdi, e alla tivù non ci sono notizie di razzismo. Oggi non ho ansia, sono ritornato al primo lavoro, poi ho preparato spaghetti alle vongole. So che è una tregua, so che l’ansia è una serpe ma oggi mi sento un uomo perfetto, fossi bravo e scaltro lo dimostrerei anche sui social, o telefonando felice ad amici e parenti: ma sono timido, e me lo tengo per voi.
Fine.

P.S.
Vorrei cancellare questa lagna d’agosto con me che ballo Lou Reed mentre spazzo a terra, lavo i piatti e fantastico sui mille anni che ancora vivrò. Trattengo tutto, e riparto.



lunedì 21 agosto 2017

uno schermo in riva al mare

Stasera ho visto un documentario che narra la storia degli Stooges e di Iggy Pop. Un susseguirsi di spezzoni d’epoca folli, esagerati di libertà scombinata, alternati a misurate interviste attuali ai protagonisti di quella epopea, a Iggy Pop soprattutto che, nella frase finale, dopo aver dichiarato di non voler indossare tanti status tipici delle rockstar, dice semplicemente di voler Essere. Proprio quello che stavo pensando io poco prima, durante la visione. Cambia decisamente lo scenario, lo so, ma io pensavo vedendolo a torso nudo e ipnotico durante i concerti, beh io pensavo ai protagonisti del libro di Haruf Le nostre anime di notte, di cui mi stavo stavo pregustando le ultime pagine, e che poi ho finito di leggere una volta a casetta. Me ne stavo seduto sulla sdraio, con mio figlio e mia moglie accanto, uno schermo in riva al mare, il buio profumato della macchia mediterranea intorno, un mio amico che presenta l’evento con perfetta pronuncia inglese, e lontano dalle nostre spalle il caos estivo del golfo di Gaeta. Una metafora su dove mi piace stare, mentre ci stavo. Questo voglio essere? E cosa volevo essere a quindici anni? E nei prossimi venti?

Stamattina io e il piccolo abbiamo cominciato a scrivere una storiella insieme. L’idea ci è venuta mentre l’altra sera abbiamo aspettato invano le pigre stelle cadenti. Così abbiamo immaginato una grottesca estinzione del genere umano, attraverso un enorme cellulare che cerca di farsi un selfie scimmiottando un uomo d’oggi. Nella fine c'è l’inizio: la cellula. Tutto questo mentre le presunte stelle cadenti ci osservavano come se fossimo in una teca del Muse, come se fossimo già estinti da millenni, per le stelle e per altri strambi e geniali generi spersi nell’universo. No, non c'è lo siamo vissuto come un possibile racconto apocalittico, anzi, ci pareva di stare su una bellissima navicella stellare, accanto a mondi stimolanti. Siccome il piccolo si è fissato che devo scrivere un libro, pur non sapendo che a volte resto, come ora, a scrivere cose così fino alle due di notte, senza un perché; l’indomani, mentre oziava in attesa del pranzo, mi fa: Allora scriverai il libro sul cellulare scemo! E io: no, semmai lo scriviamo insieme. Non se lo fa dire due volte, impugna il cellulare non scemo e si mette a scrivere: io detto, lui aggiusta e scrive.
Forse voglio essere così. Arrendermi al fatto che non sopporto più il vuoto di questo posto dove trascorriamo due settimane ad agosto, e alcuni giorni tra Natale e Pasqua. Dove non c'è la faccio più a fare la manutenzione a questa casetta di legno, o sistemare l’uliveto, e neppure raccogliere i fichi d’india, almeno non quest’anno. Non mi va per mancanza d’immaginazione, per stanchezza, e perché sono esaurito: fragile come quel mandarino piantato quindici anni fa ma che non vuole saperne di attecchire in questa terra. Riuscire a fregarsene del giudizio di tutti quelli che qua intorno alzano case piene di tristezza abusiva, e arano, e ti trattano spesso come un alieno, un fesso da sfottere.
Penso alle morti improvvise di Barcellona, e a quelle premature di tanti miei amici d’infanzia, e mi sento di essere pronto a vivere questi supplementari che mi restano con il pensiero di essere quello che vuole scrivere una storiella col figlio in una casetta di rubinetti che perdono, di finestre che non si chiudono bene, di una libreria a parete realizzata e donata da un amico anni fa, quando tutto pareva che funzionasse alla meraviglia, ma era solo la giovinezza.
Vi prego voi quattro, non spoilerare niente della storia del Cellulare scemo, altrimenti il coautore s’incazza di brutto.

Questa pagina la dedico a quelle stelle e a quelle persone che ancora non conosco. E a voi quattro che leggete ora.



domenica 13 agosto 2017

l'estate è quella casetta laggiù


    L’alberghetto era fermo all’ottantasei, e il gestore Angelo assomigliava ad Adolfo Celi con gli occhiali. Lo spazio relax consisteva in un biliardo appiccicato al ping pong, una pista tonda e legnosa dove non ballava nessuno e un flipper accanto al divano di pelle. C’era una palestra di cyclette disposte di fronte a una lavatrice, con attigua una sauna che abbiamo sfruttato in una mattina di pioggia. Ho sbirciato un Corriere della sera il primo giorno, stava su un tavolino nella hall, ma non era dell’hotel: la moglie annoiata del gestore, che leggeva Mastrocola, ci si è fiondata su appena mi sono allontanato. Era un hotel che somigliava a quegli autogrill-ponte sull’autostrada, ma di legno. Si mangiava bene, e si stava spersi e sereni come in una vera vacanza bisogna stare, almeno per me.
   Abbiamo fatto tante passeggiate. Il piccolo arrancava, e mi ricordava il piccolo Apicella in Palombella rossa. Il grande ha mostrato una resistenza commovente: merito del rap? Mia moglie respirava come Maiorca. E io? Osservavo e speravo che l’idea vacanza in montagna reggesse alla prova dell’escursione. Ha retto, e ci ha portato fino a 2200 metri.
Ho convinto il grande a salire in cabinovia a patto che ascoltassimo in cuffia il suo amato Rancore: avevo tanta fifa anch’io.
   La Val di Rabbi con le sue sparute casette, mezza abbandonata rispetto alla Val di Sole, ci ha fatto desiderare posti così appartati per le future vacanze. Invece stavolta stavamo in una zona da sciatori ma senza neve, anche se la clientela sciancata dell’alberghetto ci è ripiombata nelle nostre tendenze umanissime di radiografare le vite di persone barcollanti, anche in vacanza, anche quando sembrano più spensierate. Mi è piaciuto da matti contemplare le interazioni della famigliola con lo zio un po’ sciroccato al seguito. O quando al marito della toscana è partito un video porno a cena, e disperato non riusciva a bloccarlo. Oppure certe coppie precisine coi figli tiranni: le loro facce imploranti, le loro fughe attraverso il chiacchierar del niente eterno. C’era una bambina, Celeste, che sicuramente Kubrick l’avrebbe inserita in Shining, escludendo le gemelle, poiché emanava mistero e dolcezza in eguale misura. Al personale dell’albergo ho dedicato i migliori sguardi, i migliori ascolti emotivi. Nella testa avevo Youth, e cercavo famelico un Caine da fissare.
   A un certo punto la guida alpina, al rientro da una visita a un laghetto alpino, ci ha fatto scendere attraverso una pista da sci, d’erba. Un’anziana insegnante si lamentava della caviglia: mi sono girato e ho visto decine di persone coloratissime su sfondo verde arrancare con dignità in discesa libera. In quel momento, avessi avuto forza e più coraggio immaginativo, li avrei presi uno a uno in braccio e riportati alla base, accanto alla pasticceria.
In Val di Non, vicino al castello di Thun, ho mangiato una mela dopo circa quarant’anni. E. scendendo dall’auto ne ha colte due al volo da uno dei milioni di alberi che c’erano, il gesto ha eccitato il piccolo, che poi mangiava e rideva sfrenato mentre gli mordevo la mela, creandoci su rime allegre sul meleto.
Ridere, ci ha salvato ridere.
    A Trento, finalmente per il Muse, mi sono fissato e commosso davanti ai sassi decorati tredicimila anni fa. E poi abbiamo giocato con leve e vortici, osservato galli forcelli e camaleonti, e sudato in salita nella serra tropicale. Anche nel centro desertico di Trento si sudava, e poi al rientro, dal trenino, ho ammirato i vigneti come un unico tappeto infinito, che da Mezzocorona a Cles mi hanno riempito gli occhi a tal punto da farmi scrivere tutto contento di treni e di mie vecchie fughe, su google Drive, e con una mano soltanto.
     In quei giorni il grande mi disegnava a furia di racconti i suoi sogni di produzioni rap, di etichette e magliette, dove imprimere la sua carica creativa. Lo osservavo e pensavo alle Piccole virtù: a volte arrivano all’improvviso, dopo tempeste e pianti.
Illusioni, quelle che ci hanno tenuto saldi e felici in montagna.
Abbiamo percorso trenta chilometri in bici a trenta gradi, scioccanti per quei posti, lungo il torrente Noce. Stabilendo un’impresa, un record per famiglie non allenate e stressate da lunghi inverni urbani. Ci siamo abbracciati con gli occhi, mentre riportavamo soddisfatti le bici al noleggiatore stupito.
   Non ho usato internet in quei sette giorni, e vivevo in un’iperrealtà famigliare che mi sorprendeva. Riflettevo: potrei vivere in eterno così, mentre provo a fermare il tempo, riducendo le angosce, riuscendo a moltiplicare gli affetti.
Poi al rientro in una galleria infinita sulla variante di Valico, mentre sorpassavo un tir, a questo bestione scuro è esplosa una ruota accanto alla nostra auto. Un boato. Abbiamo tremato: E. spaventata non riusciva a parlare, il grande pensava fosse un interferenza audio in cuffia e il piccolo silente non capiva. Sono stato bravissimo a tenere strette strette le mani sul volante, a non frenare, e a dire a E. di chiamare il 112. Quando scavallo i miei evidenti limiti, mi sento bene come un leone sazio. Poi ho virato verso l'autogrill Cantagallo, dove abbiamo sublimato la mancata visita a Bologna per troppo caldo, con una mangiata di tortellini e amatriciane squisite già dal desiderio: ecco la foto delle nostre facce davanti a quelle padelle fumanti. Clic.
   Alla fine è stata la vacanza meno aggressiva mai esistita per noi. L’evoluzione ci ha spinti a credere nelle intenzioni buone, come il bisnonno Neanderthal abbiamo voglia di sotterrare asce e smartphone saturi sotto un piccolo pino cembro, come i furbastri corvi quando nascondono i loro semini ai piedi dei Larici.
Alla fine siamo rientrati abbronzati e salvi nella nostra capanna romana di cemento e glicine, dove aspettare un altro inverno, non prima di andarci a tuffare per qualche giorno nel nostro vecchio Tirreno blu.



giovedì 10 agosto 2017

stazioni di fuga

  
  Il treno sta partendo e come sempre mi sale quell’ansia che sa d’addio e di: aspettatemi che torno, eh. Devo ritornare a Roma, dopo aver passato alcuni giorni a casa da mia madre. Sono giorni che non si alza dal letto, capita che lo faccia almeno due o tre volte l’anno, poi passa. Non sono più preoccupato come un tempo, quando su questi treni regionali pregavo che cambiasse tutto, all’improvviso, a casa mia e nella mia testa. Oggi riparto col sollievo di rivedere dopo pochi ma lunghi giorni i miei figli, mia moglie, la mia casa, il mio glicine. Oggi i treni sembrano più veloci, hanno l’aria condizionata e non ci si può fumare più. Devo chiudere gli occhi prima che si apra come un sipario il golfo più malinconico della terra, con quelle sue colline minuscole che da piccolo facevo percorrere da biglie rosse immaginarie: le seguivo fino al loro tuffo in mare oltre la Punta stendardo. Chiudo gli occhi e divento me a quindici anni, seduto a gambe strette sul treno che sta partendo, con la faccia affamata di cose nuove sto voltando le spalle al golfo. Durante questo viaggio di ritorno, per un’ora almeno, sarò quel ragazzo: poi lo abbraccerò, poco prima di dargli una leggera spinta, travestita d'abbraccio per farlo precipitare in mezzo alla gramigna fuori dalla stazione di Campoleone. Ora ti saluto, cara B., ché devo sognare da solo.


Stazione Formia-Gaeta.

    Questo treno puzza come sempre, le tende svolazzano fuori e come al solito la mattina ci sono quei maleducati che dormono con i piedi sul sedile di fronte. Quella volta che Ambrogio Sparagna li fece alzare, con determinazione e senza paura, con quel gesto brusco quando aprì la tendina dello scompartimento, mi fece paura ma pure capire mille cose. Ma io ora sto scappando, e Sparagna invece col suo oscillarci dentro a quella tratta, riuscì a crearci una fortuna, e la sua arte. Io scappo e basta. Un giorno scatterò le foto più belle, conoscerò le persone più belle, amerò le donne più belle: ora scappo e basta. Quella volta che E. venne a salutarmi col motorino più vecchio della terra: stavo per partire e mi diede un bacio al volo, da quel giorno i baci devono confrontarsi con quel suo bacio tenero e profondo, dato sul binario tre alle nove di una mattina fresca. Sto scappando, e non è la prima volta. Un pomeriggio d’inverno andai a Latina. Scesi alla stazione e, pensando che la città fosse lì fuori, m’incamminai: mi ritrovai subito in mezzo alla pianura Pontina, quella studiata a scuola. Mi arresi e presi un autobus. Arrivai in piazza San Marco e vidi alcune bancarelle di libri. Una aveva sul banco solo monografie di fotografi, tutte nere, Fabbri Editore. Ne comprai una decina, poi ci ritornai dopo una settimana, per comprarmi tutte le altre. In quelle monografie di Jodice, D’Alessandro, Giacomelli, Koudelka e tanti altri futuri amatissimi fotografi, ci stava incredibilmente tutta la mia storia, e quella della mia famiglia, e del mio paese, e pure le mie ossessioni. Per anni pensai che la mela su un tavolo con accanto ad un uomo, in una foto di D’Alessandro, fosse una scena vissuta nella sala bar della clinica dove  ricoverarono mia madre. Scappai per non ripensare a quella clinica, o almeno per scacciare quella mela bacata in quel salone dove vidi ballare una mazurca una coppia di svitati adorabili. Scappavo, in verità, anche per un desiderio egoistico di annusare aria contaminata di città. Certo, Latina non era proprio una città, ma pure a Roma andavo spesso: scendevo a Termini e percorrevo via Nazionale con l’incubo che mi riconoscesse qualcuno. Una volta a Largo Argentina all’improvviso mi misi a correre perché sentivo dietro di me una voce simile a quella di mio zio. Appena a Termini sentivo subito quella puzza di ruggine, e me la portavo a spasso tra vetrine e piazze che mi facevano smorfiare brevi sorrisi: cammino da solo per le strade di Roma, ehi sei proprio tu, tocca il marmo, sfiora lo zampillo e ridi senza vergogna. Vivevo il contrasto tra paura e coraggio, era una turbina che avevo sotto al culo e mi faceva avere una faccia mai espressa prima. Mi fissai che dovevo osservare tutto quello che accadeva in città per poterci scrivere appena possibile un libro: I contrasti nell’era della pop art, fu il titolo che scelsi. Avevo raccolto informazioni con gli occhi, ma qualche volta scattavo foto, anche se, quando le scattavo, mi pareva di essere un cecchino, tanto era la paura di scocciare le persone. Coi barboni andavo di lusso, quelli neanche mi vedevano. Scappavo, ma in realtà prendevo aria a circa due ore da casa mia. Certe volte compravo riviste tipo Oggi, e me le leggevo al ritorno, per rilassarmi come certe vecchie che desideravo avere come nonne: le mie adorabili nonne mancate. Ricordo che spesso c’era Maria Giovanna Olmi in copertina su Oggi, in bikini. All’andata leggevo Repubblica, oppure Epoca, ve lo ricordate il settimanale Epoca? Scappavo, ma volevo essere sempre presente, le droghe o l’alcol non mi attraevano. Il sesso sì, ma cosa c’entra però il sesso con i vizi me lo deve ancora spiegare Don Gennaro. Una volta mi prese da parte al parco, e mi sussurrò di fare attenzione a frequentare quella... o di uscire con quegli altri… di non fare quelle cose… Io non capii, poiché in realtà mi tagliai semplicemente i capelli, rasandomeli dai lati. Non risposi nulla, ma da quel giorno non diedi più peso alla sua tonaca: diventò suggestiva come lo scialle della cartomante che d’estate sul viale dei platani, a lume di candela, attirava a sé i vacanzieri coi suoi superpoteri. Una volta scappai più delle altre volte. Rientrai verso le 22, d’inverno e il mare era mosso anche a quell’ora. Alla fermata c’erano mia madre, mia cugina grande e il marito. Vedendoli dall’autobus, appena misi piede a terra corsi come Mennea verso il lungomare. Queste urlavano come ossesse ma mica mi acchiappavano, e in più si prendevano gli schizzi d’acqua salata in faccia. Arrivai col fiatone fino alla mia cameretta, chiusi a chiave e mi tappai le orecchie.

Stazione Fondi-Sperlonga.

   Oggi sto scappando con stile, me ne vado a Bologna. Voglio vedere se è vero quello che canta Lucio Dalla. Voglio imparare a scappare meglio, mi sono stufato di essere rincorso. Devono capire che oramai faccio quello che mi pare. Mica faccio male a nessuno. Sono convinto che niente di brutto potrà mai accadermi, questa cosa la so da sempre, così vado e vengo, e parlo con tutti, e mi aspetto sempre qualcosa da ogni incontro: come quel giorno che mi ospitò una coppietta gentilissima a casa loro, vicino Firenze. Questi due erano iscritti alla scuola di fotografia di Luciano Ricci e, sentendomi dire che sarei ritornato giù in treno la sera stessa, erano già le 18, mi convinsero a stare da loro almeno per la notte, a Figline Valdarno. Mi sfamarono, mi chiesero mille cose, e mi misero al letto in una stanzetta che forse sarebbe diventata quella dei loro figli: nella notte fecero l’amore in maniera esagerata. Mi tappai le orecchie pure lì. L’indomani lei girava per casa in vestaglia trasparente e lui con la divisa da meccanico fece colazione velocemente. Ci salutammo sotto una pensilina bianca alla stazione, e per me fu la prima pura gioia sociale, tutta mia.


 Stazione Priverno-Fossanova

  In una mattina fredda di gennaio, alle sei, alla fermata dell’autobus col mare alle spalle, conobbi M. Portava un basco un po’ troppo alla parigina. Cominciò a parlarmi alle sei e smise alle undici, quando arrivammo a Firenze Campo di Marte.
“Io non pago il biglietto del treno e degli autobus da otto anni. Disobbedisco. Ma tu nella vita, dipingi?” Così esordì vedendomi con una cartellina, che in realtà conteneva le foto che realizzai come “compito a casa” per la scuola di fotografia, dopo un mese che restai tappato in casa, quando feci una fuga all’incontrario verso casa mia. Il mare placido e nero restò fermo, mentre noi partimmo con l’autobus. Gli chiesi con un filo di voce se aveva un biglietto in più, e la sua risposta fu un trattato politico sulla necessità di ottenere tutto gratis, e sulla conseguente determinazione a non lavorare mai per nessuno: dobbiamo picchiettare come uccellini alle finestre marce del capitalismo. Così mi conquistò, all’altezza della stazione di Priverno, oramai sul treno, mentre albeggiava su di noi: annuendo per cinque ore di fila, aderì al suo movimento fancazzista.
Cominciai ad applicare il suo credo già dalla settimana successiva al suo proclama. Coinvolsi E. e E. quando ripartimmo alla volta di Firenze. Fu un correre impauriti e divertiti in quel corridoio strettissimo dell’Espresso notte. Il controllore, enorme e baffone, insospettitosi dai nostri sali e scendi a ogni fermata, decise di braccarci. Lo vedemmo in fondo, tutto scombinato, come un orso disperato, che puntava verso la nostra direzione. Mettemmo la retromarcia e ci infilammo dentro al primo bagno libero. Lasciammo la porta chiusa ma senza girare la leva. Arrivò trafelato, con la fronte sudata, e sbatté la porta contro i nostri corpi sovrapposti: ridemmo come scemi durante il tempo immobile dell’emissione del verbale. L’amico E. però rideva nervosamente, considerata la sua precisione, il suo essere un ragazzo tranquillo, credo che fu per lui una mazzata tremenda quell’esperienza: la vergogna gli fece perdere un paio di chili, ma, come sempre, me lo fece capire dagli occhi e non con le parole. Invece E., il mio amore, fu felicissima dell’accaduto, e quella notte me lo sussurrò all’orecchio sinistro dopo i mille baci dati.
M. lo incontrai altre volte, in quegli anni. L’ultima volta che lo vidi era sconvolto, non più prolisso, e mi raccontò soltanto che cominciò a raccogliere i pomodori in campagna dallo zio; sfidava il capitale lavorando con gli umili, così mi disse mentre s’incamminò un po’ curvo lungo via Indipendenza. Lo seguii con gli occhi fino a quando imboccò vicolo La scurda, e in quegli interminabili secondi mi salì un pensiero lancinante, cattivo, comico e liberatorio: ma che cazzo mi racconti? Tu che non hai il coraggio nemmeno di ricevere l’amore di A.? Ripensai a lui qualche mese dopo, durante l’ultimo verbale subito. Il controllore con l’espressione da padre tentò di farmi ragionare sulla cazzata di non pagare il biglietto: tanto prima o poi o tu, o chi per te, lo pagherà con la mora. E sarà contento solo l’erario, allora. Parlò con tono incerto, fissandomi, anche se con gli occhi sembrava che fiutasse soprattutto quel mio disastrato presente. Io rimasi con la carta d’identità tra le dita e lo sguardo che rimbalzava fiero e ridicolo nello scompartimento zeppo di studenti pendolari e pendolari statali. Fu l’ultimo verbale e fu la prima fuga verso un senso, tutto mio, tutto in salita verso mille scorciatoie impazzite di desideri.

Se ti va arrivo a Roma, fuga dopo fuga.


domenica 9 luglio 2017

mitomania, buttami via.


Ci vuole molto coraggio ad andare a Procida come ci siamo andati noi, per due notti e dopo mesi di tempeste e incomprensioni. Ci vuole coraggio imbarcarsi e raggiungere l’isola più sghemba e attaccata alla terra d’Italia, di lunedì. Arrivare a piedi alla casa Airbnb in collina di Rosaria e fare quelli disinvolti, tutti sudati e cordiali. Pare che ognuno di noi si sia scelto un motivo segreto, astruso per essere lì e non a Tenerife o a Santorini o a Gardaland o ad uno rap store. Ma chi siamo noi? Coltivo da secoli l’hobby del fare esperienze uniche, solo mie, dettate da passioni smisurate ma passeggere. Sto rischiando di trascinare tutta la famiglia in questo vulnus, in queste scelte spinte da non so più quale demone post-fricchettone-aristocratico-ammuffito. Passeggiavo a passo spedito con il grande dal borgo della Corricella in direzione casa Rosaria sfiorati da bici con pedalata assistita, ma, chissà come, ci siamo ritrovati in aperta campagna, di notte, e con una discussione appiccicata addosso che  trascinavamo dal porticciolo: vedi che non mi ascolti? Continuava a dirmi e io calmo, trattenevo tutta l’ansia dell’esserci persi e mi sforzavo a non usare la mia nuova droga quotidiana: google maps! Ma io ti ascolto, solo che a volte parli troppo in fretta… ma lo sai che… e così fino a quando con l’ausilio di una vecchina ad un angolo tra due stradine strette, che chiacchierava con la nipotina - lei sì che ascoltava la bambina - ci siamo ritrovati finalmente a casa. Dovevo finire la rilettura del libro di Elsa Morante ambientato in questa isola scorbutica e bella, come certe signore al secondo dettagliato sguardo. Appena ho finito la lettura, oltre a scoprire mille dettagli in più rispetto a vent’anni fa, googlando, ho scoperto pure che soggiornavo a cento metri dall’albergo dove la scrittrice ha vissuto con lo sposo Moravia, e dove pare abbia concepito L’isola di Arturo. La storia di un sedicenne come mio figlio, che doveva affrancarsi da un mondo fanciullesco, stretto e doloroso. Cambia lo scenario, si modificano le abitudini ma i mutamenti tremendi e belli che avvengono in adolescenza credo siano più o meno sempre gli stessi da qualche generazione in qua. L’indomani raggiungo l’ex albergo dove soggiornava la scrittrice, ora trasformatosi in pizzeria, e fotografo l’ingresso del giardino, che una vecchina poco prima mi aveva indicato come il giardino di Elsa. E dicendomelo cosi quietamente mi ha trasmesso un silenzioso piacere. Dare un nome d’affezione a un giardino per me vale più di mille piazze o cento scuole: il giardino di Elsa.




L’anno scorso ho letto La Storia, e il prossimo anno? Alla fine di questo pensiero ho sotterrato un lembo di mitomania accanto alle ortensie blu. La mia claudicante mitomania, quella che erode l’impegno e fa sembrare tutto così possibile, tutto un po’ viziato da scemenze e velleità da raccontare eccitato agli amici; come quando a vent’anni stendevo le mie foto appena stampate sul letto e aprivo le monografie dei miei amati fotografi d’allora: cercando vicinanze artistiche, presunte attitudini millenarie in comune. Cercavo.  Che buffo ero a vent’anni: sensibilissimo, permaloso, allegro e puro come una bottiglia d’idrolitina. Certo, continuare a credere di appartenere a un piccolo mondo di lettere e amenità, in verità così lontanissimo, e presumendo di starci dentro ma non ricordando bene  ogni volta il mito di Ermione, be’, non se ne può più davvero di questo andazzo, caro Giuseppe. No, non sto per fare ipocriti proclami estivi;  no, non mi metto a spifferare livorosi commenti inediti su quel mondo: vorrei solo imparare a scegliere mete più affini ai miei desideri e godermi consumazioni a base di pasticcini in quei bar privi di ogni happy hour, slot o cazzate varie che non ci hanno mai appartenuto. Ecco, mi basterebbe riuscire a non appartenere a niente in questa estate già così fuggiasca, che mi costringe a restare all’ombra di un’acacia dove aspettare le buone idee azzurrine  del mattino: sarebbe già una tregua d’amore. Questa cosa vale solo se letta all’incontrario: partendo dalla tana sul mare e arrivare fino all’imbarazzo del mio pollice su questo punto.