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sabato 4 agosto 2012

diario balneare di mio cugino Arturo (ultima)


Controlli se hai chiuso il gas e tocchi la foglia di basilico, così, toccandola con il ruvido palmo della mano, il giardino è salvo. Saluti in silenzio il glicine poco dopo aver abbassato per l’ennesima volta le tapparelle. Cugino caro così non va, stai teso come un cavo d’acciaio di una lurida nave. Invece pensa al verde disteso ai lati dei tuoi occhi, annusa l’aria di vacanza che trasuda dalle magliette oscene di certi tuoi amici; anche se loro hanno fatto carriera e guadagnano almeno tre o quattro volte quello che guadagni tu. Ma che fa? Tu hai svolazzato in giro per l’Italia per tutti gli anni novanta con sogni che traboccavano allegri da quelle tue, e solo tue, tasche vuote. Ecco, le tasche sono ancora vuote, l’Italia è ferma lì e tu stai ancora a centrifugare pensieri e parole nella tua indenne coscienza. Embè, non è mica poco. In questi giorni hai fatto qualche bagno, incontrato amici e domani te ne vai a fare questo viaggio che buca l’Italia e arriva in Europa. Quella che vorresti avere davanti casa, o nel senso civico di certi conterranei maleducati. Ma che ci puoi fare? Mica hai sulle spalle la coscienza civile di un paese, non sei più pasoliniano, oramai. Sei altro: uno che spinge il pensiero verso giardini contaminati e profumati, senza nani in giardino. Neppure con giganti in salotto, se è per questo. Stai come un rospo senza acqua poco prima di un temporale, e ti agiti di elettricità con il cuore gonfio in gola.

Cari amici oggi finisce ‘sta collaborazione con mio cugino, e non è detto che non ritorni, tra onde, canzoni e donne magari mi ripresento e gracchio qualcosa per voi.

Arrivederci.



mercoledì 1 agosto 2012

diario balneare di mio cugino Arturo 3


Ma lo sai che poi è andato a vedere Patti Smith? Si è messo seduto alle spalle del palco, visto che doveva solo accompagnare la moglie al concerto; che poi l’ha pure salutata all’americana mentre spettinata e bella passeggiava leggera all’estremità del palco. Lei, quella che aveva visto in tante foto di Mapplethorpe anni fa. E già, quello si fissa col passato e non ne esce più. Ecco perché mi ha chiesto di scrivere qualche riga su questo blog. E io accetto. A me piace dire di sì, credo faccia bene al cuore. Dell’orgoglio non m’importa, nemmeno del male che si traveste da lamento per poi precipitare in un pozzo nero e giallo, senza aria. No, a me piace giocare coi bambini, a terra, tra loro, con qualche costruzione o libro da trasformare in mezzo per abbracciarli senza stringere né soffocare. Quello mi vede come uno che chiacchiera senza aver combinato mai nulla. Hai ragione cugino bello, a me, dentro questa bolla di vita leggera, piace restare fermo ad osservare le bandiere dei modellini dei galeoni, nella vetrina antica del negozio di fronte al mare. Dopo l’arco. E mo’ dovresti saperlo e quindi non mi chiedere niente e lasciami andare verso questi giorni di vacanza col sole in tasca. Salutami la tua dolce e unita famigliola, e pure quegli amici di cui tanto ti vanti; quando devi prendere le distanze da tante realtà che detesti e che pure ti tocca bazzicare. Caro mio il tempo scopre la verità, e tu scoprirai tra un secondo un mondo contaminato da parole e carezze. Che già c’è, devi solo amarlo di più. Vabbè, iscriviti pure come uditore al corso di lettere, ma dormi sereno e fatti consigliare; non restare fermo a urlare dentro sogni stretti stretti, e bui. Acchiappa una nuvola e lasciati volare.

domenica 29 luglio 2012

sto bene solo amando (e scrivendolo)


Uno sguardo il seno e le mani. Apro gli occhi e ci sei: sdraiata sui fianchi doni la spalla per provocare dichiarazioni senza senso. Ancora oggi e pure ieri, sei l’impasto più dolce che abbia mai annusato; un rivolo amaro intanto scende fino ai miei piedi nudi e timidi. La tua faccia impressa conserva immagini di futuro: tu ed io dentro una misera piazza senza soldi in tasca, eppure la stanza d’albergo sta per conoscere un inaudito lusso che spennella colore anche alle pareti. Ricordi? Come si ricorda un senso? Magari come una molecola che sa già tutto, ma consente lo stesso agli ignari di godersi ogni piccolo gesto, ogni periferico gemito di gioia.

Senza fiato per il presente arretro nel patio del passato: un albero gigantesco a farci da ombra e nutrirci, al riparo dal minuscolo mondo lontano.

sabato 28 luglio 2012

lode alle lumache


Ti svegli all’alba e scopri la fortuna di avere occhi e facce intorno da amare. E non è poco. Lo sarà sempre, e stavolta l’infinito ti appare amico e vuoi dirlo anche all’asfalto o ai tombini, che in fila aspettano il giorno. Le foglie secche stanno per essere spazzate per far posto all’erba fresca e neonata. Qualche cartaccia ancora sopravvive intrecciata ai bordi tra l’erba più alta. Tra poco la sinfonia dell’irrigazione automatica coprirà ogni rumore fuori luogo e le lumache faranno la solita doccia a gratis. Qui da noi basta essere per avere qualcosa. Niente di esagerato né di speciale, solo un riconoscimento dei tuoi soliti passi e delle tue chiare intenzioni.

Sappi che tutto il tempo è presente, e anche se tu leghi di più con  l’imperfetto ma non è detto che sia quello: oramai racconti alla rinfusa sono banditi e vuoi solo armonie inedite.

Ci vorrebbe un bel libro o un albero coi frutti succosi, senz’altro una strada da calpestare con dolcezza; un mare piatto d’incognite che pendono un po’nascoste  come cozze agli scogli.

mercoledì 25 luglio 2012

diario balneare di mio cugino Arturo 2°puntata


Quello se n’è andato a vedere Raiz che cantava. Dice che resta una voce irripetibile, una persona sensibile. Si è portato il figlio dietro, che entusiasta gli trasmetteva affetto e orgoglio per tutto il Pigneto estivo. Sì, perché, non contento, ha seguito l’itinerante reading di alcuni scrittori e scrittrici davanti ai locali dell’area pedonale. Poi non riusciva a cercare una gelateria, ché la Lattanzi si era messa a leggere Devozione, e alcune pagine imbarazzavano il ragazzino, pensava lui. Il gelato era pure buono. La panna poi era gustosa come certe panne del passato al paese di mare. Meno male che la Terranova poi ha addolcito pure gli angoli densi di spacciatori, con il suo tenero Bruno.

Insomma, mio cugino sta abbastanza sereno e cerca ogni appiglio vitale per godersi l’estate in città. Oggi si è letto un articolo che l’ha scosso e preoccupato ma, in fondo, erano cose che o gli si sono appiccicate sulla pelle già da tempo, o altre che gli frullavano nella testa anche quelle da un po’; e c’è stato qualcuno più preparato a scriverle. Questo vuole che accada sempre: qualcuno preparato che si trovi là dove deve stare. A fare quello che sa fare. Anche se oggi gli avanzi dei talenti pare siano da spartire tra tante fotocopie ingiallite, in certi viali affollatissimi delle nostre povere e immense città. Lì bevono vino di qualità e sognano luoghi lussureggianti, ma poi in agosto le tante province misere italiane li riaccolgono come bambini malinconici a cui rintuzzare l’autostima a colpi di cibo e carezze, con certe mani nodose di calli contemporanei.

Mio cugino dice che deve seguire il suggerimento di Piccolo di scrivere almeno una paginetta al giorno, pure brutta, ma che deve farlo. E lui lo fa.

martedì 24 luglio 2012

passeggiare


Un pomeriggio scendevo dalle colline che portano verso il mare, insieme al mio amico Mario. Lungo la discesa ai lati dei nostri occhi tante case. Beh, dallo sputo che fece Mario verso uno dei tanti cancelli di ferro, aguzzi in cima, capii che si trattava di case speciali: le ville dei ricchi. Fino allora non mi ero mai interessato alla vicenda. Le case erano sì, grandi o piccole, puzzolenti o perfette di pulito e ordine, ma speciali no, non l’avevo mai capito. Quello sputo sapeva di rabbia e frustrazione. Che ho conosciuto quest’anno, dopo fregature lavorative e dolori alla schiena. Mario studiava al conservatorio e cantava ogni tanto a squarciagola dentro la sua 126 bianca. Io ascoltavo sbigottito sforzandomi di emozioni usate. Quest’anno ho amato la lirica, prima no, non la capivo, poi è arrivato il Don Giovanni in tv, e le emozioni sono diventate reali.

In questi giorni rifletto sulla capacità di farmi bastare quello che sono diventato. Considerare l’anima una cosa concreta, lasciando cadere le ambizioni che prendono la forma di potere-patrimonio-morte. Non è facile, poiché nel frattempo ho bruciato ogni illusione residua di un passato arcobaleno che non tornerà più. Le lotte sono intestine, le sfide esistenziali e la dignità duella ogni mattino con la cognata dell’insonnia: l’accidia.

Il mio amore è intatto ma contaminato, e le mie gambe pesanti di muscoli universali.

Stasera passeggerò per le strade del Pigneto senza scia di fighettume da lisciare, e nemmeno col gusto di appartenere a un mondo speciale, esclusivo. Passeggerò coi miei sentimenti frementi, e ascolterò l’umore di mio figlio come unico vero termometro da considerare.

martedì 17 luglio 2012

lascio perdere?


 A S. Basilio c’è una biblioteca. Poi un giovedì di luglio propongono un concerto e un film, l’aria è calda e ti viene voglia di canzoni d’amore degli anni sessanta. E’ fisiologico, per noi romantici sedotti da certa entropia letteraria.

Parte la chitarra di Fausto Mesolella arpeggiando pericolosamente tra le capigliature rossastre delle nonne in terza fila. Le note cercano di arrivare fino all’ultima di fila, ma no, quaggiù dove siamo io e Enzo, c’è una barriera di chiacchiere di un’intera borgata ripiegata all’angolo dell’arena. Le note diventano familiari: Lucio Dalla Beatles. Niente, questi chiacchierano come forsennati. Il musicista, con fare educato, dichiara che questo vociare non lo fa suonare bene, pur ammettendo che un concerto di sola chitarra sia spesso una palla. Che stile Mesolella, riesce a zittirli tutti, trascinandoli dentro la sua musica discreta.

Si mette a musicare la scena tragica di “Un borghese piccolo piccolo”, e poi quando termina si siede ai bordi del palco a vedere anche lui il film di Fabrizio BentivoglioLascia perdere, Johnny” tratto dal suo raccontare i suoi inizi da musicista, a Caserta, negli anni settanta, in compagnia della sua adorabile timidezza.

Il film procura risate al gruppone chiacchierone, e anche a me, seppure con varie declinazioni sentimentali. A me il film è piaciuto, e non so il perché. C’è una tenerezza antica, pudica, che si presenta alle spalle dei vari personaggi di costume degli anni settanta; di quegli anni ancora tutti da esplorare con lenti trasparenti, e anche da raccontare meglio, scansando veli ideologici fuorvianti. Il racconto del film ci riesce nel narrare le difficoltà di un ragazzo a muoversi intorno alla sua passione, la musica, senza snobismi, ma non per questo gli è facilitato il percorso. Anzi. Un magnifico incontro costringe la sua insicurezza a rivedere le potenzialità e spingerlo verso palcoscenici improbabili, contro quella noia che spesso mortifica ogni possibilità di crescita.

Ci sono tanti bravi attori in questo film e belle canzoni, e facce da raccontare agli amici. Per sentirsi partecipi di storie mai del tutto dimenticate, e niente affatto lontane da quel che siamo. Bisogna tuffarsi in queste storie senza spocchia, ma con l’intenzione di fare pace con certa terra, certe facce, certi costumi, che ancora oggi condizionano il nostro liberatorio girovagare. Procurando risate e dolore, vertigini e attese. La timidezza di Fausto mi appartiene, e mi obbliga a rivedere i piani mai del tutto navigati in queste acque fangose, mai del tutto sicure. Lascio perdere?

lunedì 16 luglio 2012

pagliaccio di ieri


Confesso di aver appoggiato e alimentato illusioni prese a prestito. Un po’ da tutti, soprattutto da certa sinistra pigra. Oggi, dopo un’autoanalisi di circa quindici minuti ho pensato che: la realtà, e il lunedì, schiacciano ogni velleità e Gasbty sta lì a dimostrarcelo. Poi, il passato, e il suo corollario variopinto, ci costringono ogni pomeriggio a rivedere i nostri piani. Le nostre tenere e impacciate mosse sociali, su scacchiere gracchianti alquanto fragili. Infine, considerando la brevità del nostro passaggio terrestre - in fondo poco più di una settimana - sarebbe meglio osservare gli occhi dei nostri figli, gli amori e tutte quelle sfumature che colorano i nostri giorni; altrimenti, e senz’altro, in balìa delle onde poco umane e tanto distruttici del mondo che rotola, rischiamo di sbattere contro tutti i nostri buoni propositi.

E’ così.

Stanotte ci rifletto e poi proverò a spiegarlo meglio, nei giorni a venire. Nel divenire all’alba, senza traccia di birra nel sangue. Stavolta con le ali spiegate che impattano verso un cielo che assume ancora di più le sembianze simili a te, pastelli che ammettono la tua bellezza e spengono ogni disordinato assalto alla tua saggezza.

Stasera ti amo, stasera mi amo.

Mio cugino mi costringe a confessioni ardite sul mio stato d’animo, gratis e senza ritegno, e così tiro fuori il meglio delle nervature romantiche del mio corpo teso.

mercoledì 11 luglio 2012

diario balneare di mio cugino arturo (primo)


Ho una voglia matta di creare una lista, anzi due, dove elencare tutte le cose e persone brutte con cui ho avuto a che fare quest’anno. Poi un’altra dove evidenziare le persone e fatti che invece sono stati importanti e belli; ma in fondo in fondo non mi va di farlo. Basterebbe dire che tutto quello che ha riguardato il lavoro è stato pesante e a tratti orrendo, nel senso di pauroso per la profondità schifosa in cui stavo precipitando. Ah, ne approfitto di questa finestra pubblica per mettere un annuncio: cerco lavoro, di ogni genere, basta che lo stipendio superi, anche di poco, i mille euro.

Invece è meglio parlare delle belle persone che ho conosciuto, sentito, frequentato in questi mesi. In primis la mia splendida famiglia. J. che eccelle a scuola, L. che ha imparato a giocare a pallone, ed è richiesto nelle squadre che nemmeno io da piccolo. E io ero forte, eh!

Poi tanti amici con cui ho scambiato euforie e depressioni. Inutile fingere, e soprattutto scrivendo di queste cose. I posteri già rideranno di noi, figurati se ci mettiamo pure ad abbellire i nostri trascorsi. San plutonio, facciamo gli adulti. Niente mezzucci formali per dichiarare i propri sentimenti. E dai, su.

In questi giorni di auto-reclusione mi sono comprato delle birre a buon mercato, sono di quelle che bevono i simpatici rumeni che abitano nel silos, una volta agricolo, ora più urbano di Bombay. Più gas che luppolo. D’istinto mi veniva di uscire sul pianerottolo e fare rutti in direzione del vicino. Non l’ho fatto, tranquilli, ho preferito usare questa birra come alleata della Valeria per donarmi gocce di splendore, di umanità. Poi ho letto molto: il grande Gastby, finalmente. E quella decadenza che si trasformava in tragedia pareva un monito anche per me. Ho ripreso “il più grande spettacolo della terra”, di Dawkins, che mi ha consigliato il mio scrittore preferito. Quello di Giordano Meacci non riesco a proseguirlo, quello della Raimo, solo in parte mi è piaciuto. “Lettera al padre”, di Kafka, mi chiama tutti i giorni dal comodino, invano. Ieri sera ho iniziato a vedere un film con Violante Placido, ma era davvero brutto, e, pur ammirando ‘sti corpi all’aperto sul mondo, ho preferito pensare cose astruse sul letto riguardo alle collocazioni precise in quel dato momento delle persone a cui voglio bene. Starà a letto o a fumare una sigaretta? magari si è ricordato ora di annaffiare la salvia. Continuando così fino al crollo nel sonno.

Poi ieri avevo ascoltato anche David Bowie, che di tanto in tanto mi entra nel cervello con quella sua musica così sognante.



martedì 10 luglio 2012

tamerice


Se ne rimane a casa da sola. Con le zanzare divertite a punzecchiarla. Il chiacchiericcio insopportabile della spiona di turno, forse le farebbe quasi piacere. I cani abbaiano più del solito e il libro della Munro pende dal tavolino, quasi inconsapevole. Come lo è l’amore mozzato da una scelta assurda: scontare la pena di non aver fatto quella necessaria, di scelta. Ma come pensavi che finisse, che venivano a chiederti scusa in groppa al mulo? Pensaci, hai anticipato gli eventi e collassato le illusioni un minuto prima della loro resa. Al più forte. Al potere che guizza come piranha travestito da merluzzo, sulle acque poco chete della tua realtà. Ombrosa e solare realtà che accoglie ogni cosa, ogni delinquente simpatico, pur di esserci. Maledizione!

Desideri ora rimbalzare tra i viali marini evitando i Tamerici che allegramente ne disegnano la bellezza; quei viali che facevi di corsa in bicicletta per acchiappare Giacomo o Gianni, e loro ghignavano sicuri della loro forza. Tu non piangevi e tiravi su il muco per non perdere tempo e continuare la rincorsa. Per poi aspettare la notte per disperarti, e tirando fuori l’inadeguatezza di sempre che diventava disprezzo per la tua famiglia; questo al riparo dagli sguardi dei tuoi amici e di tua madre. Ecco, quelle notti ritornano reali e concrete in questi giorni come se nulla fosse.

I tuoi anni schiacciati da suole pregiate, da persone che, sul limitare della decenza, tra il poco e il nulla, stanno applaudendo il prossimo buffone da corteggiare.

lunedì 9 luglio 2012

sulla panchina


      Sbuffo il fumo della sigaretta che mi ha lasciato Tonino a fine turno. Nel farlo, mentre osservo questi pini giganteschi davanti ai miei occhi, penso al viale di platani che mi conduceva a scuola. Da piccolo. E quegli alberi erano i miei baobab. Penso a mia madre che mi accompagnava con quell’aria sognante. Assente, a volte. Io ero contento e mi divertivo a scivolare ai lati dei gradini sul liscio marmo levigato da mille sederi come i miei, o a scambiare le figurine con i compagni, poco prima che la campanella scolastica anticipasse i rintocchi del campanile comunale. La sfida a questo punto era tra il bidello e il messo comunale, quest’ultimo più statale dell’altro nell’esser calmo di burocrazia.

Tonino quando ha finito di sbrigare con le terapie e i vari giri nei reparti per verificare se stiamo tutti tranquilli, poi gli rimane un po’ di libertà che spende ad ascoltarmi. Siccome sono stato professore d’Italiano, e appassionato di Storia contemporanea, lui vuole sapere da me quello che è successo davvero negli anni settanta, soprattutto in Italia. Dice che in quegli anni lì, terribili e creativi, si è trasformato tutto. Poi mi suggerisce che bisogna analizzare a fondo tutte le questioni che sono state affrontate in quegli anni di fermenti e cambiamenti sociali epocali, per capire meglio quello che siamo diventati. Un po’ credo che abbia  ragione, e così ci mettiamo a fare queste chiacchierate storiche con l’intento di capirci di più entrambi. A me piace farlo, mi tiene vivo dentro questo pre-obitorio fatto di zombie coi camici  e sciroccati vestiti malissimo. Anche se ci sono dentro anch’io in questa moltitudine umana barcollante di anime che ancora cercano qualcosa, tra gli infiniti viali e i bui corridoi, ma almeno io la mattina mi scelgo la camicia da mettere.

 Tonino mi chiama sempre professore, e questo mi lusinga un po’. L’ho fatto per dieci anni in una scuola privata, e fu un’occasione d’oro dopo altri dieci di gavetta tra i mille istituti della città, e doposcuola vari. Così un giorno a un convegno sulla “Didattica come strumento di emancipazione”, conosco Piero, il direttore della scuola privata “Montale”, e facciamo una bella chiacchierata, durata un intero pomeriggio al tavolino del chioschetto di viale Ippocrate, sull’importanza degli studi nel trasformare la propria vita in meglio. A settembre stavo già nel suo istituto a insegnare Italiano e Storia a ragazzetti un po’ viziati e un po’ ambiziosi. Anzi, a dire il vero, ambiziosi lo erano soprattutto i loro genitori poiché credevano, iscrivendoli da noi, che poi avrebbero disegnato un percorso scolastico su misura per i loro figli d’allevamento. Illusi anche loro.

Tonino non si stanca mai di ascoltarmi e a volte resta anche oltre il proprio turno di lavoro, e questo accade quando c’è ancora da dire sull’argomento iniziato e che non si può rimandare al suo prossimo turno di lavoro, poiché si spezzerebbe il filo. L’incanto. Affrontiamo scientificamente ogni segmento di quegli anni, perché vogliamo costruire un atlante per le nuove generazioni. Questo lo dice Tonino che pensa di ricavarne qualcosa da queste discussioni, lezioni direbbe lui, poiché crede sia importante approfondire la conoscenza dei fatti per riuscire ad orientare meglio nel mondo le nuove generazioni. Lui ci crede. Io invece, quando parlo con lui, passo il tempo nei migliori dei modi possibili qui dentro, e con una limonata fresca davanti in estate, o un orzo bollente d’inverno, è il massimo di quello che posso aspettarmi da questo posto. Allo spaccio-bar gestito dai pazienti le opzioni d’acquisto sono poche. Io mi arrangio anche lì, tanto resistere per me significa soprattutto poter mettere tutti i giorni un vestito diverso, elegante, così da conservare almeno lo stile nel tempo che mi rimane. A me è sempre piaciuto lo stile, pur dentro il peggio delle umane possibilità che mi sono capitate.

Esco poco dalla clinica. Anche se non ho limiti alle uscite, preferisco stare dentro. Ogni mattina esco soltanto per comprare le sigarette, poi mangio una ciambella e bevo un caffè, e mi leggo tutti i quotidiani del bar, e basta. Un tempo uscivo più spesso e anche per l’intera giornata, lo facevo anche per smaltire tutta l’inquietudine che producevano i miei tanti pensieri inquieti. Mi capitava di uscire in compagnia di Rosetta, un’assistente sociale che avevo conosciuto durante l’anno che aveva lavorato da noi. Con lei passavo giornate in giro con la sua auto a parlare e ridere di quello che abbiamo combinato nei nostri passati remoti. Si andava anche nei mercatini o nelle librerie. Qualche volta pure al cinema. Poi, scansato il pudore delle differenze di status, ci rotolavamo sul suo letto a due piazze. Lei viveva da sola e quel letto accoglieva pure qualche altro ragazzo occasionalmente. Così mi diceva. Non vedo più Rosetta dal giorno che mi ha raccontato cose troppo tristi sulla sua famiglia: non ce la facevo più, visto che con lei uscivo per cercare un’oasi femminile dopo le giornate vuote e maschili della clinica. Qualche anno fa mi ha scritto una bella e articolata lettera. Spiegava con delicatezza che forse è stato meglio così per noi due, cioè, dichiarava pure che con me è stata una cosa speciale, ma, a pensarci bene, chiosava che sarebbe stato difficile proseguire. Si era fidanzata. Bastavano queste parole ed io avrei capito lo stesso, invece, col gusto delle complicazioni, mi aveva fatto una disanima un po’ professionale e un po’ da ex fidanzata sulla nostra stramba relazione. Che poi non era così stabile, infatti nessuno di noi due pensava di essere fidanzato con l’altro. Dopo di lei ho smesso di uscire in quel modo. Solo piccoli gesti quotidiani che mi aiutano a non smettere di conservare dignitose abitudini, soprattutto la mattina, prima che arrivi l’assistente con i suoi modi brutali a servirci la colazione e a ribadirci rozzamente la nostra misera condizione. Io prendo solo i biscotti e m’incammino verso il bar.


Ho avuto anche una moglie, certo. E pure due figli. Sono stato un discreto padre di famiglia, e un decente marito. Ma che fatica. Amavo mia moglie, e i suoi modi dolci e accoglienti. E le sue intuizioni fulminanti.  Un po’ meno amavo le sue pretese di vedermi normale. Ogni volta che avevo una crisi, e ne avevo una ogni due o tre anni, mi diceva che la dovevo smettere di fare il ragazzino. Come se dipendesse da me, le suggerivo col quel tono di voce flebile e senza convinzione che mi usciva in quei momenti di crisi. Aveva ragione, ora lo so. All’epoca ero avvolto in una nebbia sentimentale che mi faceva sentire bene sempre nel torto, quindi nel giusto: osservavo la mia situazione dal punto di vista dello sfigato senza futuro che mi ricucivo addosso. Invece, posso dire che in fondo m’impegnavo pure coi ragazzi a scuola,  producendo anche buoni risultati. Ricordo che mi ero inventato un concorso per racconti brevi, rivolto ai ragazzi degli Istituti che gestivamo. Organizzavo ogni anno gite che per metà erano culturali e per l’altra metà puro divertimento. Per tutti. Vero pure che ogni tanto mi fissavo per certe situazioni ipocrite che si generavano nelle relazioni coi colleghi, ma durava solo qualche mese. E poi sfumava nelle nevrosi comuni, questo almeno era come lo percepivo io. La scuola, con i suoi cicli di studi, mi dava la possibilità di cambiare ogni tanto le facce con cui avevo a che fare, colleghi inclusi. Avendo tre sedi, quindi avevo anche la possibilità di girarmele tutte e tre. Questo avveniva quando andavo in crisi, e uscirne significava cambiare aria. Devo ammettere che mi sono preso anche diversi periodi di aspettativa, oltre a riduzioni degli orari, e tante altre scappatoie per non scoppiare del tutto. Ma la mia ex moglie non sopportava più questo stato di cose. Voleva tranquillità esistenziale e serenità familiare. Mica aveva torto.

I miei figli ora chissà cosa pensano davvero di me, dopo che per anni abbiamo condiviso casa e abitudini, fino alla loro adolescenza. Poi il crollo. La clinica. La separazione. Sto sragionando aspettando l’incontro con mia figlia, vorrei mettere in ordine il caos del mio passato, così per ripulire quei pensieri appiccicosi che sempre mi perseguitano. Lo faccio sempre per esorcizzare il mio passato strambo, per sembrare migliore agli occhi di Giulia. No, è inutile far finta di essere normali, ché poi lei s’innervosisce quando lo percepisce. Ogni due o tre mesi passa a trovarmi. Mangiamo nella trattoria in collina, lontani dall’opprimente perimetro immenso della clinica. Parliamo un po’, o meglio, sono io che le faccio mille domande. Ricevo un paio di risposte lunghe, esaurienti ma articolate, in cui ci infila pure notizie della madre: le vanno bene le cose con Claudio. Ma di solito poi aggiunge frasi così: anche se secondo me la malinconia la sta divorando in silenzio. Poi mi da qualche informazione sul fratello che insegna a Mantova: vedessi come crescono le figlie. A mio figlio lo vedo solo a Natale e in estate, pochi giorni insieme per sconfiggere la paura dell’addio. Porta pure le figliolette, che oramai mi vedono solo come un nonno misterioso e simpatico da temere cautamente.

Quando mancano ormai pochi giorni dall’arrivo di mia figlia, comincio ad agitarmi già dal mattino. Parlo troppo, perdo un po’ quello stile riflessivo che mi crea una certa riverenza da parte degli altri qui dentro. In fondo questa calma artificiale, fatta di pasticche e riflessioni astratte con Tonino, mi fa stare bene ma, appena compare la realtà, la mia vecchia realtà che bussa al portone della clinica, allora mi tira fuori un’ansia urbana e passata, mai del tutto addomesticata.
Durante il primo anno in clinica non ho visto nessuno. Dico dei parenti o amici. Nessuno. Ero agitato e quando esageravo, magari urlando contro un altro paziente insolente o mi rifiutavo di prendere la terapia, gli infermieri mi sedavano nella maniera antica: botte. Lì per lì non soffrivo tanto, ché un po’ me le cercavo visto che per capricci esistenziali avevo mollato tutto per farmi condurre qua. Così, una ramanzina energica ci stava tutta, ammettevo in silenzio.   Ma poi, nei giorni successivi, quando i lividi diventavano neri, cominciavo a intristirmi. Allora chiamavo mia moglie, ancora non eravamo separati, magari alle sei del mattino e le urlavo che era una stronza, per niente umana, una carogna. E lei rincarava la rabbia dicendomi che non ho combinato nulla nella vita e ora era giusto che stessi lì. Lo pensavo anch’io che fosse giusto stare qui, visto che là non avevo combinato granché. Quello che mi faceva piangere, non al telefono, ma dopo nel corridoio della mensa, era sentirmi dire “e i ragazzi non te li faccio vedere perché sei pazzo”. Ecco, questo non me lo meritavo. Adoravo i miei figli, e non potevo sopportare la loro lontananza. Almeno all’epoca. Di fatto, tra insulti, botte, mie agitazioni, non ho visto nessuno per quasi un anno. Poi sono cambiato. E le chiamate con la mia ex moglie avevano quel retrogusto dolciastro che mi faceva dormire bene poi la notte. Sono diventato un paziente modello, a detta del dottore. Mi ero adattato bene, come sempre nella mia vita. Quando si tratta di sopravvivenza tiro fuori una forza oscura e funzionale.


Domani arriva mia figlia. Spero mi porti il libro che le avevo chiesto. Tutto questo pensare mi ha stremato, nemmeno la discussione sullo statuto dei lavoratori con Tonino mi aveva procurato tanta fatica. Una fatica dolce, una stanchezza che sa di cose belle dentro i fatti brutti. Panna e puzza di ferro bruciato nello stesso istante che ti avvolgono e stordiscono un po’. Ho sonno. Vado a sdraiarmi su la solita panchina accanto al vecchio pollaio. Oggi Tonino è di riposo, andrà al cinema con Giovanna. Dormo un po’, prima che arrivi l’ora della cena. Prima che i pensieri divorino il ricordo di certe faccine che mi faceva mia figlia da piccola, al parco, davanti alla fontana con quegli schizzi improvvisi. Era tenera Giulia davanti a quell’acqua gioiosa che s’infrangeva arresa al vetro della Nikon, poco prima dello scatto. Poco prima del crollo. Poco prima.


“Ciao papà. Scusa il ritardo ma ‘sti treni sono sempre più lenti”.

“Non ti preoccupare. Vuoi un po’ d’acqua fresca?”

“Sì, grazie. Papà voglio farti subito una proposta: vieni a vivere a casa mia?”.

“Ma stai scherzando? Vero?”

“No, ci penso da tempo. Cosa resti a fare qui? Non sei più giovane. Starai da me. Tanto col lavoro che faccio a casa ci sto solo la notte e un po’ la mattina. Faremo colazione insieme. Poi le giornate le passerai in giro per il paese. Al mercato del pesce. Oppure in casa a leggere i tuoi libri. No?”

“Giulia… a me non dispiacerebbe, ma come faccio… devo finire di raccontare la storia a Tonino”.

“Lo chiami al telefono, o lo puoi invitare di tanto in tanto a venire al paese. Papà, ma ora non ti puoi mettere a pensare a Tonino”.

“Non posso lasciarlo senza aver terminato la storia, lui ne ha bisogno”.

“Assurdo, assurdo. Ma come fai a pensare a queste cose? Boh...

“Sono contento che tu mi voglia vedere in giro per il paese, è bella come immagine, ci starei bene dentro. Però, Giulia capiscimi, sono quindici anni che sto qui e avrei bisogno di un po’ di tempo per disabituarmi. Mica posso uscire oggi all’improvviso. Dammi un po’ di tempo. Magari in autunno ti raggiungo”.

“In autunno! In autunno, ma perché? Hai sempre bisogno di tempo per te. Vero? Alla fine hai usato sempre la maniera più comoda di prendere tempo davanti a una scelta. Che però non hai fatto mai, non è vero? Ora è Tonino con le sue ossessioni a farti rallentare. Papà, pensaci bene, è un’occasione per ripartire con più dignità. In fondo, fare colazione assieme è stata tra le cose più belle che abbiamo fatto in passato”.


Giulia come sempre mi ha scosso col suo temperamento pieno di rabbia e desiderio. Mi spaventa l’idea di diventare un peso. E poi quanto potrà durare? Qui poi non mi riprendono più, che ti credi. Qui ho il posto fisso, sto meglio degli statali, e Tonino si sarebbe fatto una risata a questa mia battutaccia. E pure Giulia. Nei prossimi giorni nella testa di Giulia sarò un misto di rancore e speranza. Vorrei mescolare il tutto per una notte intera e poi decidere. Ma non ce la faccio. Non decido da quindici anni. Dovrebbero farmi un TSO al contrario. Un’ambulanza a sirene spiegate che mi sbatta dentro casa di mia figlia. Con le comari fuori a bisbigliare sbigottite. E poi? Niente, mi sa che intanto finirò di raccontare a Tonino gli anni settanta. Dopo, nei giorni seguenti, scriverò una cosa carina e significativa a tutte le persone a cui voglio bene qui dentro; solo allora me ne starò ancora qualche giorno su questa panchina a decidere sul da farsi: alle cuffie avrò a tutto volume le canzoni di Modugno a sostenermi per l’impresa. E' il massimo che io possa fare per te. Credimi.




Racconto contenuto nella trilogia "quando la finisci di scrivere 'ste cose?".  Editore impossibile. Collana "utopie necessarie". Roma 2012

domenica 1 luglio 2012

chiuso

Chiuso per mancanza di slanci.
Aspetto già impaziente i temporali estivi.
Scusate il niente.
ciao

van gogh "dottor gachet"

gioiello


Undici anni e i capelli non li vuoi tagliare. Sei sensibile almeno quanto la somma di ieri e oggi con tutto l’amore tra tua madre e me.

Non avere paura e scaccia le mosche dispettose. Prenditi l’aria che c’è, i suoni e le parole sincere. Ama fino a notte fonda come me, per poi aspettare il velo azzurrino del mattino che copre il tuo corpo fino al risveglio. Impara i silenzi necessari e urla contro gli ipocriti.

Fa quello che credi e senti, e lascia stare le inutili tradizioni.

Insomma, non ascoltarmi oggi se vuoi, ma cerca di sentirmi domani.



Undici anni fa mentre esplodevo di felicità, ho scritto ‘sta cosa qua:



Davvero compare, come pietra preziosa e un po’ misteriosa, un essere rosa, già tranquillo d’amore mostra i segni di esso: occhi verso gioie sconosciute, a chi pretende amore senza sacrificio d’attesa. Oggi un battito forte e inquietante percorre la notte, di chi come me dorme distratto da niente, poiché il giorno sapeva di vuoto. Non posso piangere la gioia che verrà, oggi non posso che vedere un corpo tenero di carne che si appoggia a un braccio vecchio di sogni. La notte sta chiudendo un giorno indimenticabilmente felice: concedo una tregua al mio stupore d’amore per te, Lorenzo, protagonista di un giorno che davvero compare…02/07/2001




venerdì 29 giugno 2012

aspettare il mare


foto di lorenzo
Annaffiare quel che resta del prato. Sentire per telefono i settantacinque anni di mia madre, e sperare che il caldo la eviti. Abbracciare all’improvviso mia moglie. Giocare a pallone con i miei figli. Ascoltare il suggerimento di Andrea. Non pensare ai guai, al lavoro, e a tutte le cose opprimenti che mi spezzano le ali. Bere birra fresca. Chiedere un prestito a Stefano sapendo della sua infinita bontà. Lasciare stare le brutte persone, del loro nero imbruttire. Ricordare le cose belle ascoltate o lette per me. Che quelli che sbirciano questo blog siano persone curiose davvero delle faccende degli altri. Svegliarmi all’alba, cambiare l’acqua ai pesci. Poi aspettare in silenzio il fruscio delle foglie sopra ai miei pensieri. Mangiare pane e pomodoro.

http://www.poesieracconti.it/poesie/a/giorgio-caproni

lunedì 25 giugno 2012

lo stile di giulia


Questo porto non lo sopporto più. Vedo sempre le solite quattro barche vecchie con la ruggine che scende dai lati, e le funi pelose che pendono e puzzano solo a guadarle; e pure quel chioschetto squallido laggiù a sinistra, poco prima della pompa di benzina mezza abbandonata, dove i pochi avventori riescono a tenerlo in vita coi loro caffè corretti.

 A Gisella l’avevo detto: resto un paio d’anni, il tempo di far innamorare Guido e poi scappo via con lui verso Bologna o Roma, chissà. Proprio così le dissi quella sera che decisi di restare a vivere qui. Si stava tutti insieme spensierati su quella terrazza poco illuminata e piena di uomini con camicie bianche sbottonate e donne con tacchi alti e sorrisi generosi. Era estate, e davanti c’era tanto mare. Ero convinta che la mia vita avesse incrociato la fortuna di ritrovarsi insieme a persone belle, e lui. Pensavo. Invece, eccomi qua sopra a questa terrazza maiolicata blu e ben illuminata, con il grembiule nero fino alle ginocchia, e la sera gli occhi neri di matita che intimidiscono un po’ gli uomini. Sto con scarpe comode per correre svelta da un tavolo all’altro, dal martedì alla domenica, estate e inverno. Sempre qui. Mi rilasso un po’ la mattina al risveglio, sempre sul tardi, quando il sole già picchia e lascia poca aria in giro. Faccio colazione al bar di Maria, cui sto raccontando le mie ultime comiche pene. Con i colleghi c’è poco da fidarsi. Poi continuano ogni giorno, patetici e ottusi, a volermi sedurre con racconti di vite mai vissute da loro, o con slanci, fatti di battute e sguardi, per conquistarmi scacciando la mia amica apatia sociale. In fondo i loro poveri sogni di gloria si vanno a nascondere nella federa del loro morbido cuscino di mammà, ancora prima dell’alba, quando con facce da bimbi agognano di smarcarsi da mamme gigantesche, poco truccate e con il tavor sempre in borsa. Figurati. Stavo, e sto qui, in questa cittadina di mare salata e senza futuro, solo per rivedere Guido e la sua pittura. Loro lo sanno, ma, poveracci, si mettono a competere anche contro il suo fantasma, pur di provarci con me, che sono femmina da conquistare. Nei miei occhi neri riescono a entrare i pescherecci con le loro reti umide e piene di fravaglia, cosi i pescatori chiamano quei pesciolini senza qualità, quindi senza commercio, proprio come lo sono i miei colleghi camerieri che valgono poco davanti all’eleganza di Guido; anche davanti alla sua pittura, come nella sua capacità di esprimersi con uno stile asciutto e tutto suo. Così diceva quel critico di Firenze su quel catalogo. Maledetto lo stile e la mia ostinazione a volerlo bere come fosse limonata fresca. Speravo di baciare Guido tutte le mattine, così da assaporarne il suo stile, la sua unicità. Farmi contagiare come una santa col suo oppresso. Che scema, la solita scema ragazzina di trent’anni che beve cose di cui non conosce gli effetti né il sapore. Niente.

martedì 12 giugno 2012

Il ponte galleggiante. Le ortiche. Alice Munro

Image of Il ponte galleggiante - OrticheQuesti due racconti di Alice Munro sembrano gemelli, soprattutto nelle emozioni, un po’ meno nelle storie. Forse, gli elementi che ci fanno vedere immagini, collegate alle nostre percezioni, sono della stessa natura sentimentale: ponti su fiumi, fango, profondità trivellate, amori sospesi, malattie incombenti, morti in agguato. Desideri di tenerezze e di attenzioni che mai bastano alle vite di queste due donne. Queste due storie raccontano quei sentimenti che si trovano a metà tra noi, con le nostre debolezze umane, e i nostri intimi desideri che lottano contro i limiti terreni. Questi desideri non appaiono né morbosi tanto meno volgari: sono complicati dagli accadimenti esistenziali, che spesso sono affollati di cose, persone e un tempo dilatato che tracima nella vita.

 La protagonista de”il ponte galleggiante”, si perde con consapevole convinzione, tra granoturco e itinerari di adolescenti innamorati, anche per sentire la scossa che ogni tanto la vita ci concede, bloccando ogni ombra cupa che tormenta le nostre notti. Questo se si sceglie di lasciarsi andare verso percorsi aperti a sensazioni rischiose, per la nostra fragile stabilità stagionale.

Quelle ortiche che si ritrovano addosso i due protagonisti, poco prima della fine del racconto omonimo, ci lasciano quell’amara sensazione che la cronologia dei nostri sentimenti è scollegata dalla realtà, quasi sempre. In questa storia senz’altro, così facendo ci sbarra la strada a ogni mielosa conclusione ma, produce, inevitabilmente, una fine all’altezza della complessità dei personaggi. E noi siamo contenti lo stesso nell’aver partecipato con la nostra commozione, e spinti da autentica curiosità, ad assaporare i delicati movimenti di queste persone interessanti, che abitano i racconti.

Questi racconti sono pronti per ogni destinazione che preveda condivisione, lasciando alle spalle ogni inutile tragedia consueta. Spingono verso riflessioni leggere da fare al riparo del chiasso. Infine vivere – il più possibile lontano dall’ovvio che ci sovrasta ogni santo giorno - con intensità ogni minimo segnale di cambiamento.



Alice Munro. Il ponte galleggiante. Le ortiche.
Racconti d’autore. Il sole24ore

Il ponte galleggiante. Le ortiche. | 24letture#more-1460

domenica 10 giugno 2012

sdraiato



A quindici anni volevo scrivere un libro, avevo pure il titolo pronto: i contrasti nell’era della pop art. Un titolo strambo adatto a un tipo strambo, com’ero io allora. Stavo sempre a pensare a ‘sto libro: la notte mi svegliavo e lo vedevo sul comodino, ancora vuoto di parole. Già, quelle non venivano mai quando le chiamavo: invece arrivavano parole pesanti piene di tristezza, e soprattutto arrivavano nella controra, quando non le cercavo. Questo lo so oggi, ché allora mi parevano pure belle e importanti, quelle che mi capitavano tra la testa e le mani. Di parole. Necessarie, pensavo. Macché. Erano solo ferri arrugginiti da lunghi inverni di lacrime, quelle sì necessarie. Mio zio mi bastonava quando non lo aiutavo, e la moglie, che non riesco neppure a chiamare zia, quando era nervosa, mi chiudeva nella cantina per interi pomeriggi. Lì mi facevo le pippe, e cos’altro potevo fare? sì, anche al libro pensavo, ma come facevo a scriverlo? In realtà mi frullava tutto nel cervello, mi sarebbe bastato trovare un contenitore robusto dove versare il tutto. Intanto però, ora devo ammetterlo, allora era più semplice pensare tutto il tempo alle cosce di Mariella, che a scrivere qualcosa di buono. Questo libro però un giorno improvvisamente ha visto la luce: una decina di pagine sgrammaticate che faceva apparire la mia realtà spaccata in due come un cocomero. I buoni e i cattivi, le femmine e i maschi. I miei zii e la mia rabbia. Ma mi piaceva, ne ero soddisfatto e confidavo nella giustizia divina per la sua diffusione; sì, allora avevo questo tipo di pretese: sei buono? Avrai la ricompensa. E io l’aspettavo tutte le sere la ricompensa, sdraiato sul materasso di lana aspettavo una ricompensa come fosse l’apparizione della madonna. Invece arrivava Mariella, che mi sorrideva serena. Mi addormentavo, e ci mettevamo a fare bagordi insieme tra nuvole e tappeti. La mattina poi, prima del mezzo bicchiere di latte che la moglie di mio zio mi sbatteva sul tavolo di marmo, all’aperto sotto al pergolato, che sennò sporcavo, così diceva quella; insomma, a prima mattina scappava via Mariella, e a volte avevo proprio l’impressione di vederla con le sue gonne da zingara che si gonfiavano e sgonfiavano in lontananza, sulla strada poderale. Macché, erano solo cazzate di sogni che mi servivano per caricarmi, così per riuscire ad andare a raccogliere i cocomeri dentro al caldo infernale del campo, alle dipendenze di mio zio. Ma questo lo so soltanto oggi, prima, allora, tutto era fluido e vero. Pure Mariella.



Così oggi mi ritrovo a fare questo lavoro strambo. Alcuni lo fanno facendo i cattivi, quasi con atteggiamenti da delinquenti, questo anche perché è un lavoro duro tra persone imprevedibili. A me basta sorridere un po’ alle persone che incontro nelle stanze o nei corridoi, bere caffè alla macchinetta con Giovanna; ogni tanto chiacchierare con il professore d’italiano in pensione. Aspettare il ventisette per pagare l’affitto e la rata della macchina. Il resto del tempo, quello che mi avanza dalla clinica “Quiete serena”, lo impiego a leggere tutto quello che c’è da leggere sugli anni settanta in Italia. Qualche volta, quando si tratta di musica e movimenti giovanili, mi sposto anche all’estero con la lettura. Ho una cantina piena piena di riviste e libri, dischi e articoli ingialliti. Ogni tanto vedo Giovanna la sera, quando non deve assistere sua zia malata, e allora andiamo al cinema e poi scopiamo a casa mia. Non succede nulla d’importante prima né dopo averlo fatto, ma durante stiamo da dio. Entrambe siamo single. Lei, a dire il vero, ha un altro amante: occasionalmente la passa a trovare un camionista del suo paese d’origine. Stanno insieme una notte. Poi lui la saluta con le lacrime agli occhi, e lasciandole tra le mani un pacco di biscotti al cacao fatti dal forno del paese. Poi seguono settimane di silenzio. Nel frattempo lei viene al cinema con me. Ci sono dei periodi che non la voglio vedere. In quei giorni voglio solo pensare al passato, agli anni settanta. Vedo solo film dell’epoca e, se fosse possibile, uscirei solo con donne degli anni settanta. Dicono che sono un po’ monotono. In realtà lo dice solo Giovanna, che per me equivale a tante persone, perché ho pochissimi amici. Un tempo ne avevo a bizzeffe, e facevo con loro un sacco di cazzate. Un giorno poi abbiamo trovato il lavoro e ci siamo scordati di fare le cazzate. A dire il vero all’inizio, durante qualche sabato sera, le facevamo lo stesso le cazzate, ma non erano più le cazzate di una volta. Quando non penso agli anni settanta, penso ai pazienti che vedo tutti i giorni. Molti di loro hanno vissuto il meglio della loro vita proprio in quegli anni, e quindi gli faccio le domande di questo genere: “avvertivi che stava cambiando tutto in quegli anni?”. Spesso mi ridono in faccia; qualcuno tenta di abbozzare un discorso articolato. Non ce la fanno, i farmaci finora hanno sempre vinto sulla loro lucidità, e alla loro memoria restano frasi mozzate che sanno di poco. Solo il professore parla bene, fino a farmi vere lezioni. Ogni tanto si ferma su qualche autore o fatto anche per più giorni, che sono costretto a prendere appunti. In cambio vuole un po’ di vino rosso di sottobanco. Quando beve racconta pure meglio, e io ascolto con più piacere. Insomma, una volta che faccio quello che mi chiede il responsabile della clinica, non mi resta che chiacchierare con i pazienti. Un giorno il professore ha sforato negli anni ottanta; l’ho dovuto bloccare, stava diventando irritante in quell’uscio di anni opulenti e chiassosi di niente. Così, dopo che l’ho minacciato di non dargli il Chianti già comprato, è ripartito dalla battaglia per il divorzio senza fare una piega.



Giovanna non vuole che le dica frasi di circostanza dopo che abbiamo scopato. Dice che deve sentire i suoni. Non oso chiederle cosa siano i suoni, poiché lei non osa chiedermi perché mi sono accanito tanto con gli anni settanta. È un patto. A noi piace stare ognuno nelle proprie cose. Poi un giorno tutto finirà, e ognuno di noi dichiarerà tregua al mondo e farà qualcosa di meglio. Oggi no, poiché non è ancora il momento giusto per fare di meglio.

 Racconto contenuto nell'antologia "quando la finisci di scrivere 'ste cose?". Editore impossibile. Collana "utopie necessarie". roma 2012

giovedì 7 giugno 2012

scenari desiderabili


Ho sostenuto quarantadue esami all’università in tre anni, non tutti brillanti, sia chiaro, ma li ho fatti. Nel frattempo è nato mio figlio e morto mio padre. E poi lavoravo sodo. Insomma, oggi vorrei di nuovo tutta quell’energia là per investirla di nuovo, ma nel lavoro stavolta. Quello mio, non del dipendente che sono stato. Rischiare proprio oggi che mio figlio è stato bocciato all’esame del Trinithy, significa, forse, che sarebbe il miglior modo per abbracciare il futuro senza farsi stringere da cappi di presente stantìo; be’, qui si tratta davvero di impiegare il coraggio e non rabbie stagionali. Partecipare e non lamentarsi. Ma io sono pure tutte queste cose chiassose e folli, che mi schiacciano sopra il materasso molle della mia realtà. E anche altro di poco edificante. Insomma, umanamente allo sbando, dentro un circo variopinto di unghie laccate e senza peli superflui non mi resta che chiedere ad Andrea una ricetta per la leggerezza da praticare tra mura domestiche, gratis, e con scenari magnifici da desiderare.



Vorrei piangere tutta la notte, e svegliarmi con le ossa lucide.



Oggi la cosa più interessante che mi è capitata sotto gli occhi è questa:

martedì 5 giugno 2012

aspetta un attimo


Ti sei fatto una testa enorme di bolle e ossessioni: sei tu il mostro, gli altri sembrano zombie, e non sanno bene cosa sono. Sei come un temporale estivo, improvviso e spaventoso, poi passi e sei quasi salvifico per chi resta. Per chi sa usare sempre bene l’ombrello, nella direzione giusta dei propri interessi. Non come tua madre che piange un’ora sì e un’ora no, tra risvegli e piccole morti quotidiane. Hai paura della morte, me l’hai confessato, e si vede nei tuoi occhi lucidi quando la sera, mentre tutti dormono, spalle alla tivvù accesa, guardi il palazzo di fronte fino all’ultima finestra illuminata o aperta. Poi piangi.

Stai per partire verso la solita isola delle fughe, dove il respiro sa di aria fresca, e la sera riesci a tenere un intero gruppo davanti al tuo teatro che non delude mai. Le donne ti tengono d’occhio, e sperano in sguardi pieni. Tu abbracci tutti e corri verso la scogliera da solo, prima che l’ultima stella cada. Così quella sera di luglio, era l’ottantanove, il caldo faceva appiccicare le magliette alla pelle, e Anna aspettava il bacio. Chissà cosa aspetta ora Anna nel centro di Caserta, o in un ufficio a Mantova, o a Napoli sul lungomare di Chiaia. Di certo non a te, e alla tua insopportabile timidezza ad oltranza, nemmeno fossi un devoto della madonna. Niente sarebbe cambiato, ora staresti con le mani nervose lo stesso, davanti agli amici sbigottiti dalle tue scelte improvvise, senza paura, ma con lo spavento tra i denti.

Fallo per loro, i tuoi gioielli cogl’occhi belli, che stanno crescendo proprio bene. Che non c’entrano con le tue scelte. Che si aspettano il meglio da te. Che ti adorano come si adora una stella del cinema. Ché stanno tra il sogno e il futuro, e poche incertezze su di te. Aspetta un attimo, non distruggere il mondo che ti sei costruito intorno alla tua formidabile sensibilità; che ora si ribella e usa, maldestramente, colpi di fogna come una carogna. Nessuno si mette paura, pensaci caro mio, e pensa alle brutte persone che ti verranno a trovare nel sonno se non la smetti di frequentarle coi tuoi pensieri quotidiani: i tuoi pensieri vogliono tornare alla tenerezza dei tuoi pomeriggi.

Ti voglio bene, aspetta un attimo.

venerdì 1 giugno 2012

ci siamo


Oggi voglio essere come questo pulcinella. Ieri volevo incarnare tutto l’articolo quattro. Domani un bacio al giorno.

Seni, mani, labbra, orecchie e capelli: una fisarmonica che sbaglia sempre il tempo. Volevo di più, e ho te. Un po’ ermetico lo sono diventato, forse a furia di sussurrare il presente. Basta, usciamo fuori dal tempo e godiamoci questa notte senza angosce.

Ti sei innamorato di nuovo delle tue gambe, e dei tuoi capelli impazziti al vento. Del ricordo.

Pensati bene, e guarisci la rabbia delle mille battaglie perse.

Finiscila!

Considerare il mondo un pasticcio necessario alle nostre forze, alle nostre passioni, ai nostri amori. Poi intorno cenere di chissà quale disastro che cade sulle nostre teste, leggere di desideri mai del tutto appagati. Ci siamo, ogni scossa verso la bellezza ci fa vedere attimi di assoluta felicità, in riva al fiume, accanto a una donna sdraiata sul suo piacere.
Occorre manutenzione.