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martedì 30 aprile 2013

enormi orecchie



van gogh
Il mio amico scrive di sé e del suo umore. Quando spulcio con passione il suo blog, e leggo il suo piegarsi leggero ai malanni stagionali, lasciando fuori dalla pagina le sue profonde e inquiete domande, allora, in quel momento, mi fa dispiacere un po’. Meno male che all’improvviso riesce a tirar fuori racconti dettagliati e neri con adorabili parentesi esistenziali, colorate da intermittenti stati d’animo, e allora leggerlo mi fa davvero piacere e spesso glielo commento, contento.

Con lui ho condiviso, durante un agosto di anni fa, risate e racconti dentro a una stanza assolata dell’asl più a sud di Roma. Ci s’immergeva dentro enormi risate in un luogo dove di solito persone raccontavano cose pazzesche ai loro psichiatri di fiducia. Noi lì isolati come educatori-scrivani, sfruttando l’assenza per ferie della gran parte degli addetti asl, eravamo curiosi di noi e del mondo e aspettavamo che il tramonto arrivasse, per tornare quieti nei nostri cari paesi oscuri. Era ampia quella stanza, e noi la colonizzavamo tutta coi nostri sandali provati da tuscolane battute in solitudine. Caffè lunghi, gelati e sguardi paralizzavano beatamente quei pomeriggi. Con lui avevo sempre voglia di raccontare in quei giorni eccitati e vuoti d’estate, nel farlo cercavo di esorcizzare ogni male antico, elencando la mia vita come indice di un saggio romanzato. Ecco, quest’amico che vedo quattro o cinque volte l’anno; che sento tre o quattro volte al mese; con cui scambio mail o messaggi ogni settimana, bene, questa bella persona, insieme, ma non in contemporanea, ad altre quattro o cinque persone, l’anno scorso, nel mio annus horribilis, questo amico mi ha percepito in bilico sul filo dei giorni grigi: sotto avevo un torrente fognario di pensieri. Non si può dire che mi abbia teso la mano, per narrare il verosimile oggi dichiaro che quello non è stato propriamente tendere la mano; eppure, le sue orecchie, quelle sensibili orecchie abbronzate, mi hanno saputo ascoltare così bene fino a contribuire a far defluire silenziosamente tutta la merda sotto di me. Oggi sotto la mia storia c’è un giardino di ginestre, ortiche e rose, e confido di creare un orto al più presto. Pianterò finalmente un limone.

 Tra vent’anni nelle serate d’agosto mi sdraierò al centro del giardino, sotto al limone suadente, e leggerò le storie ancora non scritte con una birra accanto. Nel monitor di fronte a noi immagini che dissolvono serenamente il futuro accettato.

venerdì 19 aprile 2013

cugina vocina


Vocina stronza vattene via, le tue prediche odiose non le sento più. Mi hai fatto cambiare quattro scuole in quattro anni. Neanche quella ragazzina bionda del nord mi hai fatto baciare in pace. Poi, tutta la noia che m’istigavi, che prendeva la forma di quella stanzetta d’adolescenza buia e terribile, no, vocina stronza, ora non ti ascolto più. Tutti i posti di lavoro che facevi diventare all’improvviso lager, come temporali infiniti; o certe frasi che ricevevo che parevano uscissero dalla bocca di un boia, ma solo per te.  Invece oggi dico che certe frasi mi andavano dette, non solo per subirle ma per ascoltarle e digerirle anche lungo strade incerte. Mi hai fatto scappare da Firenze e dal sogno, in quel pomeriggio di gennaio, quando tutto era ancora da vivere e scrivere, sei arrivata tu in quello studio di posa e, inciampando apposta sulla Nikon, hai creato subbuglio nella mia testa e terrore nelle caviglie. Scappa e scappa, ma solo per tornare nel ventre melmoso del paese noioso. E dai. Tanto lo sai che lontano da lì ho dato il meglio lasciandomi contaminare dalla bellezza inaudita.

E la sera me ne sto a strofinare i pensieri tra lo smog e il silenzio, per aspettare liberato un solletico o un’intuizione, sul davanzale fiorito dei miei desideri. Questo oggi sono io, un incrocio bastardo tra istinto e storia, un po’ mio nonno snello evanescente e un po’ come la mia città aperta e immensa di vuoto.

Ho conosciuto centinaia di persone in questi anni e pure, se mi fermassi un secondo a riflettere, so che ne ho saputo trattenere poche nel mio salotto. Così mi ritrovo a maledire quei giorni di pigrizia che mi procurava sembianze amiche in pingue relazioni annoiate. Perché? C’entra la vocina, Lei c’entra sempre quando sbaglio mosse o dispero senza ragione scappando dalle parole. Già la ragione, quella che adesso è diventata la mia ossessione per difendermi da risacche ideologiche, mai del tutto superate o cacciate per sempre fuori dalle mie viscere nere. Vivo accanto alla ragione e perdo amicizie e ragioni, che avevo da vendere fino all’altro ieri. Dicono gli altri, gli stessi che pugnalano di primo mattino quel lembo di carne viva e dolorante che espongo al mondo dal mio corpo: abnorme desiderio mai sepolto.

Verrai di sera con il buio a prendermi, e le mie braccia agitate si fermeranno: nemmeno un lamento per quel che sono stato e diventato, con te, con Lei e le infinite favole del dormiveglia che da giovane ingoiavo con gli occhi e le orecchie.
 

Quel che resta, dieci minuti o trent’anni conta poco, quel che rimane per te è un sapore di ruggine sulla lingua. Montagne sognate e mari dimenticati, l’odore del mattino di giugno senza scuola e quello della prima sega di sera, nascosto da alberi e canneti. Un treno che sfreccia alle spalle e un ragazzetto piegato accanto al nespolo rugoso, sentinella di sentimenti oscuri che intanto davano forma all’amorevole cura di una piantina di pesco, da me seminata. La ricoprivo di nylon e canne, e per la notte mettevo una candela per riscaldarla. Un incendio poteva incenerirla, e, di fatto, anche intenerirla; in realtà né l’una e nell’altra sciocchezza è avvenuta mai. Sono qui a testimoniare nefandezze di vocine pazze, mica a cadere nel tranello mieloso della nostalgia che affligge metà della mia generazione: vacante tra rabbie prese a prestito via guru e seghe in rete via mail.

 

sabato 6 aprile 2013

le lampade di Claudio vanno ad Aosta

Ho scritto 'sta cosetta per Claudio Muolo e le sue belle lampade. Riguarda l'interessante mostra che lo studio maRAMEo farà ad Aosta tra qualche settimana; intanto beccatevi queste mie impressioni:


Queste lampade ti fissano e aspettano un cenno, un invito a sederti per osservarle meglio, davanti, di dietro e di fronte. Magari anche dall’alto. Io l’ho fatto qualche tempo fa, che poi, all’improvviso, spinto da un impulso di euforia, mi sono alzato dalla sedia con la voglia di toccarle.  Tocco la pietra leccese, rugosa al tatto e soffice alla vista, e ti rimane sulle dita quella sensazione di deserto caldo. Metallo, pietra, carta, me li immagino mentre scappano verso le spiagge d’inverno a cercare i resti dell’estate, del mare, del temporale di ieri. Questo pare che facciano i materiali che compongono le lampade dello studio maRAMEo. Quel pesce là, quello che sta passando davanti ai nostri occhi per poi scomparire un secondo dopo, quel pesce furbo colorato, quello di sicuro ha fatto solo il minimo sforzo per ricrearsi laggiù in spiaggia. E c’è quella libellula che proietta i nostri occhi verso quella stanza di nuvola, dove riposare e aspettare altri sogni.

La bambina che imparò a volare danza blu e raccoglie farfalle di pensieri, evita gli aquiloni che continuano a volare incerti nel movimento, per arrivare su quella parete eccitata, fino a un secondo fa era soltanto orfana e sola.

Alcune lampade mi fanno un po’ paura, soprattutto quelle che scendono dai soffitti; con quei tentacoli perfetti, misurati nella luce per donarci uno spazio d’attesa, al dì sotto, prima della terra.

Messe tutte insieme queste lampade, da comodino, da parete, da soffitto, da divano, da libro, da letto d’amore, sì, tutte queste lampade messe in uno spazio formano una casa, anzi, una storia da illustrare. Sarebbe leggero passeggiare tra quelle forme morbide, allora quelle pietre assumerebbero d’incanto silenzi umani. Farebbero entrare tutti, mostrandoli diversi, forse autentici, e alla fine, l’ultimo che andrebbe a dormire, spegnendo l’ultima lampada, avrebbe una scossa di pace tra le dita.

Claudio una volta mi ha detto che sono le lampade a decidere le case dove abitare, e io gli credo, anzi, lo immaginavo già, e pensavo alla potenza evocativa che tale magia potesse procurare ai genitori adottivi di queste belle lampade. Perché una volta scelta la dimora queste lampade diventano casalinghe, e aspettano che i coinquilini si vadano a collocare intorno a loro, per sbrigare le faccende umane, facendosi illuminare o coccolare, a deciderlo magari ci penserà la notte, o il mattino. Forse il cielo in transito di quel momento.



 

venerdì 5 aprile 2013

adorabile

Anna Maria Ortese

Un'infanzia di stenti e gli studi da autodidatta. Vita difficile di una donna che aveva imparato a usare la solitudine per difendersi. E a scrivere più che a vivere

di Lucrezia e Giorgio Dell'Arti - 12 ottobre 2012

Anna Maria OrteseFoto Milestone
Anagrafe Anna Maria Ortese, nata a Roma il 13 giugno 1914, figlia di Oreste Ortese, impiegato governativo, e di Beatrice Vaccà, dipendente delle Poste, cinque fratelli (uno suo gemello, Antonio, morto a 29 anni) e una sorella (Maria), passò un’infanzia di stenti a vagabondare da un paese all’altro, lasciò la scuola a quattordici anni ma si mise a studiare sui libri dei fratelli e imparò, da sola, il francese e lo spagnolo. L’esordio in poesia nel 1935 con una lirica dal titolo Manuele, come il fratello marinaio, morto in Martinica due anni prima.

Ignorante «Sono ignorante. Non conosco né i greci né i latini; poco dei moderni; nulla o quasi dei modernissimi. Gabriele D’Annunzio è per me, con reverenza, un ignoto» (dal risvolto di copertina del suo libro Angelici dolori).

domenica 24 marzo 2013

eri una canzone muta


La stanza con le tapparelle abbassate è luminosa. Sdraiato e scomodo, ti guardo il collo scoperto mentre le scarpe restano sospese nell’aria per alcuni secondi, poi s’immolano pesanti sul cotto scurito dagli anni, e il tuo sospiro accelera incauto. I corpi si schiacciano tra il muro e il letto a una piazza, le lenzuola definitivamente a terra. Una stampa di Van Gogh mugugna sbilenca. Le mani, quelle mani che hanno sfiorato l’umido tra le gambe ora penetrano la pelle per sentirne il gusto tossico. Intanto le tue labbra gonfie di stupore baciano tutta la pelle per ridurne la febbre: i seni pogano silenziosi.

Amore, la prima volta che ti ho vista eri una canzone.

Le cuffie, quelle mostruose e rosse degli anni ’90, ti avevano già da un pezzo sussurrato: questo è l’inverno che ci consola.

 

Nella casa affollata di studenti, pensieri e alimenti rubati alla Coop, ci sono due corpi in lotta per l’amore eterno, quello dei libri, o quello dei nonni, poco importa oggi ai nostri muscoli in festa.

Da dentro a una foto in bianco e nero su di un letto di vimini obliquo, dove ti sdrai per il mio sguardo, dichiari muta: tranquillo, che un filo di solitudine vale una vita di carezze. Lo sappiamo e per questo lottiamo, e si sente nell’aria il vento di un piacere intermittente.

 

martedì 19 marzo 2013

1949, l'altro ieri


Ieri ho ascoltato una storia tragica accaduta alla mia famiglia. Me l’ha raccontata mia madre, in macchina, dentro all’inferno del raccordo anulare, mentre la accompagnavo alla stazione. La coda di auto aumentava la tensione, e le lamiere mi proiettavano fredde verso la disgrazia colorata di particolari emersi dalle mie mille domande. Si tratta di un mio lontano cuginetto, che nel 1949, a soli tre anni, morì. Il fatto è tragico ed ebbe risvolti irreversibili per suo padre. Mio zio. Chiaramente, ne risentì l’intera famiglia. Oggi anche un po’ io.  Mi appare l’enorme fragilità che irrompe e che investe e modifica per sempre i caratteri, le abitudini, le scelte, le posture - e le tante parole non dette - che hanno determinato la storia della famiglia. La guerra era appena finita oltre che nella sua rappresentazione scenica, che conosciamo a memoria dai film, anche dai cocci, dai corpi feriti, e dalle infinite scorie psicologiche, che stavano appena appena facendo i conti con la gioiosa frenesia di ricominciare daccapo. Da misere e scoraggianti macerie. In quel fermento di donne formose e uomini smagriti, di case tirate su in una nottata e strade polverose piene di bambini scalzi, in questo scenario accadde la disgrazia. Fellini faceva ancora lo sceneggiatore.

Non riesco ancora a raccontarla una disgrazia, un dramma così scioccante che rischia di succhiarsi tutta la storia, a dispetto dei preziosi dettagli, delle ombre e delle omissioni e delle comparse e dei silenzi, che avrebbero più spessore del fatto centrale, almeno per la mia sensibilità. Eppure vorrei raccontarla, poiché rappresenterebbe un inizio, un margine da cui risalire e raccontare delle mostruosità familiari, che stanno lì, stese al vento dei giorni del presente: ne vedi i contorni, le sbavature e le inconfondibili storture narrative. Di fatto, ieri, prima di riascoltarla, ne conoscevo appena il dieci per cento di questa storia; adesso potrei riempirne quasi la metà di cose vere. Ma siccome il puro autobiografismo mi annoia ormai, non mi resta che aspettare una tempesta perfetta che scompagini il vero, accettandone il fantastico; ci sarebbe l’autofiction, direbbe Pascale. Il grottesco, Ammaniti. I racconti a mosaico, Cognetti. La commedia, Piccolo. Lo psicoanalista, una mia amica.
 
foto di luciano d'alessandro
 

Ecco, a me piace assai raccontare fatti privati che si mischiano ai fatti pubblici. Cose realmente accadute, dentro abnormi e verosimili cazzeggi urbani. Scopate drammatiche al limite di un amore, che sbattono contro fellatio liberatorie in parcheggi di stazioni lunari. Innamoramenti improvvisi, prima di abbandoni tardivi. Conformismi astuti di grigiore, accanto a discorsi diretti e umanissimi di compassione. Questo vale per tutti, compreso te, vigliacco spione che non sai dichiarare il dolore.

                        Auguri giovane ottantenne di Newark!
 
pastorale

venerdì 15 marzo 2013

auguri cugino!

Ho una voglia matta di scrivere pieno pieno di retorica, pomposo e ridondante, come un aristocratico che ammuffisce tra lo champagne e donne pacchiane. Vorrei comunicare tutto il peggio di me, quello che scarterebbe pure un satanista in forma, dal suo profilo online. Sì, uno spurgo di stagione, una valanga di amenità. Insomma, presentare il mio lato nero, la mia ombra strafottente e la mia lingua enorme e rossa come non mai.
Mostrare tutta la mia antica ignoranza, la giovane volgarità, il mio humor che danza tra le facce sbigottite delle mie colleghe. Dentro mattinate di noia per niente spleen. Cioè, tirare fuori dalla cantina, dal fegato, il peggio di quest'inverno denso come il miele. Mentre lo faccio precipitare dai gradini e ruzzolando magari mi parte pure una scorreggia. Così, per presentare il ventaglio di cose losche che normalmente trattengo precisino, a modo, che non si sa mai.
Vedere così se le cose si raddrizzano da sole, se prendono la giusta e bilanciata piega rozza che tanto mi manca.
Ecco, l'ho fatto, d'ora in poi avrò davanti due mesi in cui mi gioco tutto, e Tutto gioca contro di me.
Auguri cugino!
Niente, volevo avvisare qualcuno...

Questo perchè ieri sera mi era venuta 'sta cosa qua:

Sarebbe leggero passeggiare tra quelle forme morbide, quelle pietre assumerebbero d’incanto silenzi umani. Farebbero entrare tutti, mostrandoli diversi, forse autentici, e alla fine, l’ultimo che andrebbe a dormire, spegnendo l’ultima lampada, avrebbe una scossa di pace tra le dita.




“Io non combatto più, mi sembra inutile. Voglio restare passivo, guardare il mondo con calma. Ogni altro programma non mi interessa”. (F.F.)

domenica 10 marzo 2013

la Tiburtina porta a piazza vittorio?


A Roma le voglio bene, non c’è che dire; e alla Tiburtina ancora di più, altrimenti, come avrei fatto a sopportarla in questi anni con le sue buche e tutta quella  monnezza ai lati delle strade?

In questi mesi però la Tiburtina m’immalinconisce sempre di più, coi suoi scatoloni illuminati a sala giochi che si alternano ad altri scatoloni pieni di macchine invendute. Dal bus vedo quel disoccupato che conosco, legge avidamente Il Messaggero, nemmeno fosse Madame Bovary, con gli occhi spaventati incollati all’attualità; a quest’ora le prostitute ancora non ci sono in strada, stanno in casa a preparare gli zaini dei loro figli biondi. Intanto, su infinite linee gialle di lavoro in corso, vedo impiegati in bilico con l’auricolare collegato a you porn: l’audio sesso per ora può bastargli dentro a quel nero impermeabile. Se sapesse mio padre in che strada mi ha lasciato circolare. Be', non mi direbbe nulla. Il suo silenzio mi ha concesso il mondo. A me bastavano una città, un lungomare, un mestiere. Ma questo non gliel’ho mai detto. Né scritto.

 

Scrivevo queste cose ieri poiché stavo a piene mani nella pozzanghera dell’impasse, quella fangosa che ti paralizza i pensieri; e la faccia stava quasi a terra. Oggi, invece, oggi è stata una giornata di sbalzi d’umore, a me tanto cari; so che senza gli sbalzi vivrei a metà le mie esperienze. Eh, già, annuisce l’amico mio.

Sbalzi in ordine cronologico: sofferenza sull’assenza su di un campo di basket, che poi è solo un’attesa di forme migliori. Poi una piazza con il via vai di ragazzini coi loro padri, madri e fratelli di ogni età, stavano appiccicati l’un l’altro a scambiar figurine e desideri: di voler fermare quegli attimi tra la colla e la pagina, che sembrano grumi di felicità che sta per sbocciare nei caldi esili muscoli. E li vedevo e volevo stringerli tra le braccia per poi non scomparire mai più nell’ammuffita caverna. Meno male che mi hanno aiutato le mille facce dei cingalesi, egiziani e marocchini nella luce del mercato di piazza Vittorio. Il piccolo l’avevamo perso, tra i banchi del pesce e patate giganti, due minuti e la famiglia si stava paralizzando davanti al nulla. All’improvviso sbucano decine di occhi dai bulbi bianchissimi che capivano prima di ogni paura quello che stava accadendo: una catena di sguardi, chiamate e rassicurazioni hanno risolto il caso. Ecco il piccolo che tornava insieme a un ragazzo che in altri contesti forse avremmo ridotto a clandestino disperato, in cerca di speranze inutili. Ma chi siamo noi per decidere le mosse di vita degli altri? Davvero riusciamo a entrare nelle loro teste piene di ritmi a noi sconosciuti, e di comprendere i loro colori accesi, e apprezzare le loro promesse di amori eterni in lingue sconosciute, e accogliere le tante parole piene di carezze che abitano nei loro pensieri? davvero crediamo di poterlo fare con uno sguardo stanco? niente, abbiamo acquisito l’arroganza di conoscere gli altri dalle nostre frustrazioni. Dai nostri casini politici. Dall’assenza d’amore. E pieni di quest’assenza ci vestiamo in maniera impiegatizia e costruiamo idee di mostri grigi che tiriamo fuori nei momenti peggiori, per divertire gli amici o il nostro capoclan di turno. Le fidanzate annoiate.

Da quando sto dentro a tre bei progettoni, due di lavoro e uno di piacere, non riesco più a muovermi disinvolto. O di scrivere sciolto. Incapace a costruire mi dileguo. Poi ritorno appena posso e tiro fuori il meglio, che c’è, lo so, per questo mi lascio commuovere beato dall’intero banco di frutta esotica che non sono riuscito a comprare. Troppo lusso, e troppe storie da contenere. Oggi prendo solo delle pere.

venerdì 8 marzo 2013

va e viene

 
Scritto di Parise a proposito de "I sillabari“
 
Dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z. Sono poesie in prosa. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l'amore”.
 

martedì 26 febbraio 2013

Caproni, per arieggiare un po'


poesia di giorgio caproni
 
Chi sia stato il primo, non
è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.
Poi, uno dopo l'altro, tutti
han preso la stessa via.
Ora non c'è più nessuno.
La mia
casa è la sola
abitata.
Son vecchio
Che cosa mi trattengo a fare,
quassù, dove tra breve forse
nemmeno ci sarò più io
a farmi compagnia?
Meglio - lo so - è ch'io vada
prima che me ne vada anch'io.
Eppure, non mi risolvo. Resto.
Mi lega l'erba. Il bosco.
Il fiume. Anche se il fiume è appena
un rumore ed un fresco
dietro le foglie.
La sera
siedo su questo sasso, e aspetto.
Aspetto non so che cosa, ma aspetto.
Il sonno. La morte direi, se anch'essa
da un pezzo - già non se ne fosse andata
da questi luoghi.
Aspetto
e ascolto.
(L'acqua,
da quanti milioni d'anni, l'acqua,
ha questo suo stesso suono
sulle sue pietre?)
Mi sento
perso nel tempo.
Fuori
del tempo, forse.
Ma sono
con me stesso. Non voglio
lasciare me stesso uscire
da me stesso come,
dal sotterraneo
il grillotalpa in cerca
d'altro buio.
Il trifoglio
della cìttà è troppo
fitto. lo son già cieco.
Ma qui vedo. Parlo.
Qui dialogo. lo
qui mi rispondo e ho il mio
interlocutore. Non voglio
murarlo nel silenzio sordo
d'un frastuono senz'ombra
d'anima. Di parole
senza più anima

 

lunedì 25 febbraio 2013

il trionfo del tonfo

Godetevi questa strepitosa vignetta pre-trionfo del nulla...

http://www.ilpost.it/makkox/2013/02/25/m5s/

Poi ne riparliamo, cari miei, la lascio nel blog per i prossimi cinque anni, o due, dipende cosa decidono sul da (non) farsi i grandiosi rivoluzionari della fattoria degli...

Perdonatemi, ma la pioggia mi mette di cattivo umore, e il cattivo umore mi fa pensare a Beppe Grillo.
Aspetto il sole e i vostri commenti sereni. Vanno bene anche i silenzi dignitosi e il pettegolezzo raffinato. Vabbè, accetto anche lo sfottò e la pacca sulla spalla.

Mi arrendo, sono circondato dalla paranoia.
http://www.internazionale.it/live-blog/le-elezioni-politiche-in-diretta/
 

sabato 23 febbraio 2013

quasi le tre di notte


Mi vedranno schiacciato dal masso della storia, non capiranno il perché, allora, nelle serate estive trascorse assieme, comunque mostravo sorrisi a pieni denti ai presenti. Perché? Poi, masticando l’inganno, si ritroveranno per le vie del centro a prendersi le carezze di gomma dalle commesse sceme, da contratto.

Sempre la sabbia del mare resta nelle orecchie, così le immagini serene scorrono nelle vene, ma ora, qui, che sono quasi le tre di notte, nella stanza c'è solo il giallo della lampada. Voi due siete sdraiati nei sogni d’infinite partite a pallone. Così la notte emigra nell’angoscia, per sentito dire, in piazza al bar, ognuno apre alle sue ore peggiori: ridendo e confondendo la realtà, il nemico si prende il peggio dei pensieri. Questo percepivo ieri nei passi dei simpatici ragazzi da ascoltare in una piazza di curia romana, nelle loro ferme convinzioni osservate nei milioni di televisori accesi. Sembravano storditi di euforie passeggere.

Mi vedranno quel giorno disidratato di sogni che bestemmio il paese d’origine e tutti i passati silenzi, mentre lo fanno, non crederanno più a qualche dio, compreso me; così, a testa bassa tra le case, un sorriso nella tasca li spingerà a bere il miglior vino del paese. Con me tra i capelli e l’aria.

 

Questo c’era nel pieno della notte, tra un incubo e il suo doppio, poi al mattino la pioggia fredda di vento ci fa sorridere, dopo un prelievo di sangue, davanti a due splendidi cappuccini chiari di schiuma. I nostri nasi sporchi di latte si sfiorano tra abbracci spontanei, era ancora buio e lo ricordo solo ora, ma è tutto ancora presente tra le mie ossa e i polmoni pieni aperti. Ridi e i tuoi capelli si spettinano silenziosi. Fuori la giornata è enorme, noi siamo pronti a correre come cani felici: le code le nascondiamo per pudore.
 

 
 

mercoledì 20 febbraio 2013

Almeno ci provo ( e mo' basta!).


Mi ero fissato che dovevo fotografare Nanni Moretti. Non per caso, per strada o a una presentazione, ma ero intenzionato proprio a fargli dei ritratti in bianco e nero, magari nel cinema suo, con tanto di posa. Telefonavo alla produzione e loro, gentilmente, mi assicuravano che da lì a poco avremmo fissato l’appuntamento con Nanni, così dicevano. Era il tempo di “Caro diario”, e io ne aspettavo l’uscita così come aspettavo anni prima una ragazza, sulla mia vespetta bianca special, verso la fine dei miei anni ottanta. Inutilmente. Continuavo ad aspettare anche la chiamata della gentile segretaria. Inutilmente. Poi mi sono stancato di aspettare. Cominciavo ad avere l’impazienza dei pigri: giravo a vuoto, cambiavo facce e lavori; ma che gusto a chiudere in faccia le porte dei lavori, dietro lasciavo le facce attonite dei padroni, lì dove cercavo padri, fratelli, e altre amenità esistenziali, spesso trovavo sfruttamento travestito da pietà.

  E l’idea dell’attesa evapora ora con tutte le insicurezze di quegli anni, verso uno dei tanti anni che ancora devo abitare.

domenica 3 febbraio 2013

almeno ci provo (ancora?)


Ho chiesto alla persona che adoro e stimo sin dai tempi delle caverne come mai secondo lei mi ostino a frequentare luoghi dove ci sono incontri tra scrittori e lettori. Dopo avermi risparmiato una sua vecchia impressione (sei un mitomane!), mi concede una definizione semplice e genuina, come i suoi pensieri migliori: per piacere, ma anche per stare in certi giri che hai sempre desiderato frequentare. In parte è vero, soprattutto riguardo alla prima  parte della risposta: per piacere. Un piacere piccolo che cresce in certe sere, e si trasforma dentro i ricordi in estasi stagionali.

Poi ti ritrovi in un sotterraneo di libreria insieme a una decina di persone silenziose e timide, e ti accorgi come d’incanto, dopo che per la prima ora dell’incontro non carburavi col pensiero e a malapena seguivi la lettura dei racconti, ti accorgi che ti piace stare lì ad ascoltare. Così ti ritrovi a sentire “La casa di chef” letta dal tuo scrittore preferito del momento, e ti scuoti, come sempre Carver ti scuote proprio fisicamente, e allora non ti resta che partecipare eccitato al dibattito. Mi sono infervorato tanto da sfondare la mia timidezza, costringendomi quasi a fare il maleducato interrompendo l’elegante signora della prima fila. Urgeva la mia opinione.  Sarò sembrato un disadattato, o magari per restare al tema un ex alcolista anch’io, tale era la mia smania di spiegare perché certo dolore lo annusi fino a commuoverti di piacere. Sì, sarà che ho cambiato almeno dieci case tra Gaeta, Firenze e Roma, e la provvisorietà è stata la mia forza ignota di questi anni, ma qui, nell’infervoramento, c’è anche dell’altro: l’arte di Carver a raccontare il presente, senza scandalo né tragedie, soltanto con una narrazione densa di attese e d’immagini nitide che ti si appiccicano tra la gola e il petto, schizzando prima tra gli occhi e la testa. E io, solo in mezzo a voi, sapevo di attendere un’eruzione di storia e parole. Sì lo so, senza impegno non si arriva a niente, e senza coraggio resti un miraggio. Lo so. Vabbè, ripetetemelo se vi va.

A un certo punto mi prende un piacere infantile quando l’analisi di Cognetti va a sfiorare la mia, quasi a svelare un filo rosso che aleggia da anni sopra la mia pigrizia, e che non mi fa concludere quasi niente; mi spiace signora elegante, certe storie sono frammenti essenziali e vanno assaporati spicchio per spicchio, altrimenti sai che brodaglia sciapita di descrizioni inutili, la storia e il mondo. Comunque, non mi fa concludere niente non tanto la signora elegante, quanto lo spietato tarlo che altre signore poco eleganti negli anni mi hanno ficcato nella  testa.

Alla fine Cognetti ha sorriso mentre la mia mano si staccava dalla sua, e tutti i libri alle spalle rigidi che applaudivano la scena: di un uomo che ringrazia, ricambiando col sorriso, la lezione di uno scrittore timido come un vulcano.
 

giovedì 31 gennaio 2013

almeno ci provo


L’intenzione con l’ultimo post era di scatenare un dibattito, una discussione su quello che stiamo diventando noi che lavoriamo nel settore dell’educazione, assistenza, etc. Lavorando e basta, facendo finta che un giorno tutto cambierà. Ma quando? Visto che poi ognuno le cose se le tiene per sé, e forse non sbaglia, in chiave evolutiva forse non sbaglia, perché abbiamo delegato rabbiosamente le nostre storie, i nostri amabili limiti, a dei capobranco tuttofare, allora, sconfitto e infreddolito, col pensiero congelato, mi sono rifugiato in una biblioteca appena ristrutturata. E’ diventata tutta bianca, con le poltroncine nere, comode, lungo il corridoio che conduce alle stanze, e di fronte c’è l’enorme parete di riviste e quotidiani. Da lì mi sono addormentato. E mi ritrovo nel sogno che parlo con la bibliotecaria rossa con gli occhiali. Decide di farmi visitare le stanze piene di libri, luminose e un po’ anguste. Gli studenti che sfioriamo restano con il capo chino sui testi, e intanto lei mi sussurra i titoli che avrei dovuto leggere necessariamente, nel caso volessi continuare a frequentare quel luogo. Comincia da “Guerra e pace”, poi passa all’”Odissea”, e anche “don Chisciotte”; mentre i miei occhi cadono sui contemporanei lei mi bacchetta con lo sguardo pieno di denti. No, pareva dicesse, quelli li leggiamo alla fine. Come a scuola, la storia contemporanea si doveva studiare a luglio, a casa tua. Insomma, vedo scorrere Cognetti, Lagioia, Foster Wallace, Carver, Munro, e non posso averli. La rossa a un certo punto mi fa sdraiare sul divanetto e mi offre un tè verde. E’ possibile nero? Accenno, ma già arreso bevo quello verde e anche con lo zucchero. A questo punto si mette a costruire una casa-tana di libri, tutti i classici come mattoni lego da sovrapporre, incastrare, e i contemporanei a formare il tetto, così esposti e assolati diventavano imprendibili, oramai. In lontananza una ragazzetta con gli occhi verdi avidamente tocca la copertina di “Amico, nemico, amante”; le chiedo urlando di farmela toccare anche a me, ma il muro di mattoni sta avanzando e copre ogni visione, ogni realtà. La bibliotecaria è tutta sudata e oramai non sta più in ginocchio, poiché la costruzione della tana è arrivata alla sua altezza. Non riesco a vederle più nemmeno le orecchie, che credevo fossero il meglio che potesse offrirmi. Quelle mani affusolate maneggiano con sicurezza quei libri, quelle storie già lette mille volte, recensite, smontate e date in pasto all’umanità. Lei è un tassello, un tassello rosso con le mani affusolate. La pelle bianca, fisso quella pelle bianca tra il collo e il seno e mi risveglio. “Signore, signore, stiamo chiudendo”. “Oddio scusatemi”. La bibliotecaria si accende la sigaretta e comincia a fumarla già dall’atrio, in mano una copia de “Manuale per ragazze di successo”. Le corro dietro mangiando l’ennesima caramella alla menta. Il custode ci chiude fuori.

domenica 27 gennaio 2013

l'anima (S)lava?


Non fasciamoci la testa cari miei, che tanto si sa che stiamo meglio di tanti anni fa quando le cooperative sociali non esistevano ancora e i padri a volte massacravano di botte i figli e le mogli. No?
C'è stata una bella serata a sostegno della Coop Folias e Bobo Rondelli è stato di una generosità immensa nel farci ballare a suon di cover rockettare.  Ha fatto anche molti pezzi suoi , in particolare alcuni che mi hanno fatto venire la pelle d’oca, quella vera, che una decina di volte l’anno mi fa sentire bene in mezzo agli altri. Era contento Bobo mentre chiamava Filippo Gatti – intenso anche il suo concerto - sul palco per improvvisare assieme musica tirata per farci ballare a noi delle prime file. Come succede spesso ai suoi concerti, Rondelli si è messo a fare pure il clown con racconti zozzi, imitazioni, etc. ancora rido se penso ai termosifoni ingroppati; meno male che riesce a tirare fuori anche l’autoironia  per schiacciare il suo status di livornese da esportazione: tanto che poi dice “sì, siamo comunisti e diciamo Pisa merda, che palle però ‘sta vecchia Livorno”. A quel punto il mio applauso interiore mi ha fatto urlare e io, che ai concerti son sempre timido,  ho urlato: bravo! tu sì che stai avanti, insieme alle tue belle canzoni, pensavo emozionato poco dopo, ritornato nella mia timidezza. Gli altri, la moltitudine, noi, e molti presidenti di cooperative sociali, stiamo invece molto indietro e pensiamo che l’atteggiamento della lagnanza a oltranza sia un diritto acquisito da diffondere come i vaccini antinfluenzali. Tutti fermi dietro al passato. 
Almeno tu direttore di cooperativa intoccabile, investi i soldi in progetti innovativi, invece di aspettare soltanto i finanziamenti al ribasso che accetti ai tavoli delle trattative, che segretamente fai coi politici di ogni genere. Già, ma voi presidenti e direttori siete immuni da critiche, perchè voi date lavoro e fate da “stampella” allo stato sociale, e non vi si può mettere in discussione, mai. Be’, insomma, con ’sta storia della stampella ci state giocando un po’ troppo. Così paralizzate il settore e non permettete ai soci, alle nuove leve, ai collaboratori di emergere e contribuire al cambiamento. Qualcuno mi sa dire quanti presidenti di cooperative sociali conosce che non siano (oggi) gli stessi dalla loro fondazione? E questo a volte significa trent’anni!  Lo ammetto, in me c’è un po’ di quella frustrazione tipica che spreca parecchie energie nel maledire i vertici del sociale in Italia, e mi dispiace farlo, poiché io credo , ciclicamente (ho lavorato per almeno dieci tra coop e associazioni negli ultimi vent’anni), di poter dare il mio contributo con la mia passione lavorativa, ma come fare, se certi passaggi gerarchici (meritocratici?) diventano stretti come un imbuto unto per la maggioranza dei lavoratori? Il diritto alla salute, l’assistenza alle disabilità e la formazione, spetta allo stato, visto che le importanti riforme degli anni scorsi sono riuscite a tradurle(finalmente) anche in leggi. Poi, che voi, noi, con passione e dedizione ci impegniamo  a cercare di applicarle  come se fosse una missione, però non deve quest’atteggiamento farci confondere il ruolo dal mandato. Il diritto dalla gratuità. Quando capiremo che non siamo gli unici a poterlo fare, visto che abbiamo solo una delega e non l'esclusività, allora, forse, i vertici delle cooperative potranno investire risorse e personale in servizi diversi, coinvolgendo i soci e i dipendenti, spesso sottopagati e frustrati, in progetti e attività innovative.  Questo forse non accadrà mai, tanto vale sottrarsi e voltare pagina scompaginando i mesi a venire. Sentirsi dentro a questo mondo del sociale, non la sopporto più 'sta parola sociale ma, sfido chiunque di voi a trovarne una più appropriata; insomma, dicevo che a volte è come sentirsi di far parte di un’avanguardia logora, che mortifica ogni cambiamento e si consola con le proprie presunte santità in agguato. Ci si sente al sicuro, buoni, e unici nel fare cose che in passato hanno garantito santità e indulgenze, a santi e delinquenti. Lasciamo queste scorie a quei simpatici visionari cattolici. Loro sì che sanno poi frullare il tutto per produrre consenso,  potere, e aspettative a costo zero a colonie di umanità allo sbando. Un po’ stiamo diventando come loro, e lo capisco dal linguaggio che usiamo durante certe serate di chiacchiere e ricordi. Lo capisco anche dalle facce e parole che certi presidenti usano per tenerci buoni, nella nostra cuccia che puzza di muffa. Forse non è tra questi Sasà, ché solo per quello che organizza a livello musicale meriterebbe l’assessorato alla cultura.

Ieri sera mi sono visto il film “Concerto”, e allora ho ripensato a Rondelli e alla sua contagiosa vitalità che trasmette nei suoi concerti strampalati d’amore e d'allegria: l’anima slava, ecco, lui e Filippo Gatti hanno fatto un concerto alla slava, l’altra sera a Roma, per Sasà e Folias.

Mi sa che riparto dalla mescolanza, dalle frittate da realizzare, e dalle mille parole povere che mi faranno arrivare a cento persone nuove da conoscere, ascoltare. L’evoluzione dei pesci, canterebbe Gatti.

domenica 20 gennaio 2013

Flavio


 Flavio non ci vede quasi più, ma la sua barba bianca è la stessa di un tempo. Era il ’92, e Roma sonnecchiava dopo l’ubriacatura craxiana e stava in fremente attesa dei sindaci star. Nel quartiere tanti eroinomani che vagavano persi tra furtarelli e studi medici. Flavio cercava di accoglierli tutti per poi accompagnarli alcuni al centro diurno che presiedeva, al tiburtino. Flavio e la moglie ci scelsero a me e a S., dopo un tirocinio esaltante, come operatori factotum del centro diurno. A me Flavio faceva l’effetto di uno che sta sempre lì davanti ad insegnarti le cose del mondo, della politica e della cura delle persone. L’unico medico che insieme allo sciroppo ti consigliava anche di leggere Dostoevskij.

Una  volta organizzammo un evento: musica dal sottosuolo. Una specie di reading di musicisti di strada, alla fine se ne presentarono solo un paio, uno venne pure con moglie e figli, andarono via felici dopo un revival rock&roll e mangiata di tramezzini, peperonata e pop corn a volontà. Nei giorni precedenti all’evento, lungo le banchine della metro ne avvicinammo almeno una decina di ‘sti musicisti, disponibili a partecipare alla cosa. Uno addirittura mi cantò, dedicandomela, “amico fragile”, alla stazione di piazza di Spagna. Ricordo che prima  dell’evento Flavio si adoperò per sistemare le sedie di plastica per il pubblico, nel salone del centro diurno.  Lui ogni cosa del genere la faceva assomigliare a una festa dell’Unità. Quel giorno declamò anche qualche poesia, in coda ai musicisti.

 

Flavio è timido. Eppure racconta molto di sé, del suo passato di ragazzo borghese che abita a Pietralata ma che frequenta il liceo dei preti, con ottimi voti. Che bazzica  Lotta continua e l’entourage colto di quella Roma stracciona coi portafogli gonfi, ma che cura anche i borgatari come se fosse il minimo che si possa fare, per riparare la contraddizione imbarazzante in essere. Il suo correre dalla città universitaria al monte del pecoraro assume, ai miei occhi di oggi, significato di un medicare disperato una ferita che non riesce a rimarginarsi con la sola retorica politica di quegli anni.

Nel suo studio Trosky giganteggia sfidando un presente vendoliano, perché non c’è di meglio, ammette dolente toccandosi la barba morbida. Ascolta Flavio, e lo sa fare benissimo. Ragiona e ragiona per risolvere un postulato di Euclide, racconta e mi dice che in passato, mentre stava a tavola con gli amici, a volte si distraeva pensando alle poesie da scrivere, oggi, invece, pensa al postulato di Euclide. Eppure ti ascolta: ti mischia con le poesie e i postulati, diventi un’opera d’arte e nemmeno lo sai. Quando stai con Flavio.

Il tempo scopre la verità, diceva Seneca, e dargli torto è difficile. Sto scoprendo le occasioni perse, le titubanze inutili e dannose, e le fughe verso bucoliche salvezze, di quelle che mi spingevano verso la Novità, be’, quelle a volte erano soltanto vecchie carogne truccate. Bastava andare da Flavio, forse, e ascoltarlo e farsi ascoltare, per proseguire magari lo stesso a zig e zag tra pensieri e azioni, ma, almeno, non partecipare ostinatamente al solito gioco dell’oca piagnone.

 

Flavio per me rappresenta ancora il sogno romano: affermarsi dentro a un paesone immondo e accogliente, che aspetta la tua performance e se le dai buca poi ti sputa in faccia il fango, quello pasoliniano, e quello dei miseri miti che ancora si sforzano di indicarci strade sbagliate, bagnate di sangue e sudore; per me l’autentico assomiglia sempre di più alla faccia di Flavio e alla sua ferita nascosta dalla bianca barba. Tuffarsi nel mondo e nuotare con le proprie esili braccia, questo mi ripeto ogni mattina da quando ho abbattuto quasi tutti i miti morenti. Tranne Flavio, che cammina accanto a me.

 

giovedì 17 gennaio 2013

eccomi


Ecco chi sono! Lo dichiaro ora dopo circa due anni che gestisco questo blog, che pare mio, ma, in realtà, è una scatola lunga e profonda che funge da deposito sentimentale per tante cose di questo tempo. Mi chiamo Peppe, vivo a Roma e faccio l’educatore. Faccio, nel senso che questo risulta davvero nella mia busta paga, poiché, a dirla tutta, siamo un po’ tutti educatori in senso lato, no? Ma non tutti hanno il coraggio di farsi pagare… In questa scatola confesso le mie pene, aggiusto i miei sentimenti e spalanco le porte agli altri, sia nel mostrare i loro blog che accogliendo i loro pezzi, commenti e suggerimenti. Quello che più mi ha colpito è stato quello di un abitante del tiburtino III che mi voleva menare, per via di come avevo trattato quelli del tiburtino in un raccontello.

Non l’ho detto a tutti i miei amici della vita del blog, un po’ perché me ne vergogno e un po’, che è l’altra faccia della vergogna, per vanità. Scoprimi e farò il sorpreso, amami e ti amerò: tristezze prodotte dalla mia vita metropolitana, oltre che da tare affettuosamente incollate al mio carattere.

Molti confondono gli intenti, per primo io, così mi ritrovo a controllare le statistiche delle visualizzazioni come forse faceva Vasco Rossi nel controllare se stava nella top ten dell'hit parade, all’inizio degli anni ottanta. La quantità fa il valore? o fa il veleno?

Comunque, a me viene da scrivere queste cose, senza sapere davvero il perché, come qui di seguito : una domenica mattina ho fatto outing dichiarando la mia resa all’emotività. Così tutti sapevano, ma niente cambiava. Al discount tra gli scaffali speravo di non riconoscere nessuno, dopo, una volta arrivato a casa, che tutti avessero rinunciato al nostro invito a pranzo. Volevo restare solo e pensare a una via d’uscita, e che coincidesse magari con l’uscita di sicurezza del discount. Tra farine e biscotti mi ricordo di aver scaricato, quella stessa mattina, la Canzone dei Baustelle che mi aveva scosso il giorno prima, già il pensiero di riascoltarla mi rianima: dentro quella canzone ci sono le parole che aspettavo. La sofferenza non eccessiva veniva cantata, come qualcosa di vivo dentro le nostre giornate, come un cancro benigno che ti accompagna fino alla vecchiaia,  per poi comparire l’ultimo giorno: ti bacia e non lo vedi più.

Quel giorno avrei fatto mettere in cerchio tutti i miei amici per parlare di noi, di quello che siamo diventati. Di come la berlusconizzazione ci abbia investito come un naturale innalzamento delle acque del mediterraneo, cui si ricorre con metodi blandi e inconcludenti. Ma chi siamo, e cosa pensiamo in macchina prima di arrivare nei nostri minacciosi posti di lavoro?
 
Da tempo seguo solo scrittori, pensatori, cantanti, amici, che mischiano con grazia e impegno i sentimenti alla ragione, utilizzando il contenuto come stella cometa. Il resto del groviglio social-politico-cultural non mi appassiona più, il passato dorato mi disturba quanto l'ipocrisia e la bontà ormai mi pare che sia il tappeto dove far esprimere le migliori cattiverie a certi tipi un po' all'antica e un po' coglioni. E tutti ridono.

Ecco la canzone, eccole le parole che mi appassionano ancora.
 

venerdì 11 gennaio 2013

parabola nevrotica n°3


Fiori non ce ne sono là fuori, e nemmeno una zia con il sorriso. Là fuori c’è una mazza pronta a colpirti, in faccia, e magari subito dopo anche sulle tue chiappe in fuga.

 No! Ma non è che sei preoccupato per quella previsione stramba del mago che diceva che avresti avuto un brutto incidente d’auto a quarantatré anni? Stavate per chiudere il bar e quello si è messo a fare il misterioso, con discorsi articolati, racconti senza né capa né coda e infine, seduto su quel tavolino stretto, chiede di leggere la mano.  Era un italoamericano con la panza, in vacanza, con la smania di infondere suspense su tutta la costiera occidentale. Quella notte vi siete quasi abbracciati tu e Stefano, mentre velocemente rientravate nelle vostre case, risucchiati dai vicoli bui. Il giorno dopo avevate gli occhi gonfi e il bar di nuovo in funzione, con le vecchiette arrapate che vi sorridevano col sale sulla pelle squamata. C’era quella di novant’anni che beveva whisky canadese di nascosto; lo faceva prima dei balli di gruppo e che coincideva, chissà perché, alla scena dove stavi tu in primo piano che speravi di baciare quella ragazza di Pavia. Che poi mica era proprio ‘na bellezza, a pensarci era anche un po’ gatta morta, ma aveva quel bell’accento del nord… Ah! Quell’estate del novanta, che tutto fece rotolare in settembre, per poi girarti le spalle all’improvviso come bimba dispettosa cui daresti una carezza, ma la notte, mentre dorme, perché di giorno ti fa solo incazzare. L’estate del novanta.

Be’, mica stai pensando al mago? Ricordati che la sua panza era piena di spaghetti alle vongole veraci. E di vino bianco frizzante, quello era tutto pieno di benessere e sparava cazzate per farsi notare, e magari per acquisire quello sprint adrenalinico per assediare la moglie bionda d’estate, già ronfante nella stanza vista mare.

Vi lesse la mano, la tua prometteva poco. E allora?

Lascia stare il mago.

Lascia stare il Capo.

Chiedi in prestito un sogno. Gli interessi cascate di risate, da donare d’estate.

 

Questo per provare a spiegare che ho passato una settimana di paure inconfessabili, e che il mago, con le sue sventure a buon mercato, ora, mi appare quasi un amico al confronto delle tuonate potenti del Capo. Del grosso uomo rosso di cuore burocratico. Che noia, e quante argomentazioni seriose e inutili per la mia impotenza d’animo. In fondo volevo essere risarcito con le parole, curato con l’interesse, e vegliato dagli incubi dei maghi. Mica volevo un milione di euro o un intero edificio, a Capo, sarò confusionario e un po’ emotivo, mica scemo e senza cuore. Da una vita che aspetto fratelli maggiori a tempo pieno e tranquillità, e non di certo guerre e benzodiazepine a volontà. La mia sfacciataggine profumava di cose semplici e dirette, come certe canzoni leggere. Lui, invece, tromboni e ottoni per far sprofondare la vita a livello della morte: e che decidi tu quando ridere, sfottere e fare paternali lunghe tutta l’autostrada del sole? E dài, siediti, che mo’ ti racconto una storia di uomini che sbandano, e che bevono latte freddo alle cinque di pomeriggio e mandano mail a mezzanotte. Parlano con le femmine perché hanno interrotto il discorso con le sorelle, e questo non si fa, fratello, devi continuare a parlarle fino a capire il perché di quelle fughe la notte, di casa in casa, di zia in zia, a cercare la serenità almeno per quella di notte. Avevi dodici anni, e in quel budello di via nera, capivi che avresti avuto la nausea come sola amica del cuore.

martedì 1 gennaio 2013

Sofia






Ci sono dei libri che la notte viaggiano paralleli alle nostre vite, nel silenzio, accanto  al pozzo nero dei nostri pensieri. E capisci che tutto sta sbandando: il tuo corpo e i tuoi sentimenti stanno per essere sbattuti a terra da un racconto.

In “Sofia si veste sempre di nero”, Paolo Cognetti illumina i personaggi con una luce di taglio e li rendi veri. Quindi, irrequieti dai capelli ai piedi, passando da quel nocciolo minuscolo che sputa fuori vari sentimenti. C’è poco da fare, un racconto riuscito poggia su di un’architettura che, seppur fragile e vago (volutamente) nei contenuti, esprime al contempo una forma solida e convincente durante tutto il libro, dove i pesi e i contrappesi stanno nelle azioni dei personaggi, e nella descrizione di stanze e paesaggi che abitano. E allora non servono più le belle parole, né le descrizioni minuziose - tanto meno le frasi a effetto - per creare un bel racconto. Eh no, e lo sapevo già questo, ma poi, quando leggi di un fiato e ne godi di questa lettura, allora capisci davvero quello che ti hanno spiegato già cento volte ai corsi, alle conferenze, al bar.

In questo libro i personaggi sono impressionanti. Restano dentro, e continuano a dialogare nella stanza della lettura così come in bagno, o a pranzo, con gli altri che si arrabbiano per la tua ennesima distrazione astrale. Scusate, ma prendetevela con Cognetti e con la sua Sofia. Stavolta.

Mi viene  voglia di scrivere che si tratta di uno dei migliori racconti che ho letto sulla Storia dello Stivale dagli anni settanta a oggi. Forse lo è davvero, ma tutta quest’arroganza nel giudicare e far competere tra loro i libri, non si sposa con il tono democratico del libro in questione. Sì, perché in questo racconto i personaggi nella storia si mostrano sempre dignitosi nel loro stare al mondo. Per esempio, una Sofia Muratore, in altri libri o film, apparirebbe una stronzetta di cui t’innamori comunque per forza di cose, ma che non riesci a stimare davvero e, in fondo, non riesci ad amare. Invece qui dentro la segui e provi a comprenderla; oppure, anche se ti sfugge e cerchi di rincorrerla col fiatone preoccupato, non vorresti mai abbandonarla per sempre. Questo accade, forse, poiché lo scrittore vive bene coi suoi personaggi, e ci lascia intendere che non potrebbe fare altrimenti, e quindi non potrebbe mai scegliere di far vivere nei suoi racconti gentaglia qualunque…oppure, perché i personaggi e i paesaggi, non sono statici, alla Sander, ma partecipano con il loro inquieto movimento, fino ad  aprire una scena ancora più ampia in cui recitare la propria parte fino in fondo, senza risparmiarsi neppure per un secondo. Così nell’ultimo capitolo dove il narratore si svela e che, entrando in scena all’improvviso, non va a rovinare il complesso mosaico del romanzo breve, anzi, ti pare che questo equilibrio sia dato proprio dagli annunci e dalle anticipazioni, durante la lettura, che non rivelano nulla: tutto si auto-arricchisce come nelle migliori lievitazioni di un buon dolce.

Il personaggio della Zia, Marta, altrimenti si offende, racchiude, nelle sue interazioni, uno spaccato che da tempo aspettavo venisse raccontato senza pregiudizi o lodi sproporzionate: le scorie e i germogli degli anni settanta.

Infine, mi preme ricordare di quanto la descrizione del villaggio Lagobello mi abbia emozionato, e fattomi partecipe di certe scelte casuali, esistenziali, che si fanno in momenti cruciali e che poi vanno a produrre storia, racconti, non sempre banali, di persone e comunità, e nel farlo non utilizza per forza gli strumenti della sociologia pelosa che usano certi narratori incattiviti a furia di vivere al centro.

Insomma, questo libro mi è piaciuto e credo che contenga una forza misteriosa come certe bellezze, che sanno di abitudine e rovina: l’ideale per conservarlo nel frigo disordinato della nostra memoria, e poi all’improvviso tirarlo fuori insieme a birre fresche da bere con gli amici, d’estate, sotto verande surriscaldate. E nei commenti infervorati metterci un po’ di noi, che siamo quei lettori, spettatori, alla ricerca dei personaggi ideali, cui affidare la rappresentazione migliore di questo nostro tempo incerto.