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mercoledì 13 aprile 2011

"Devozione".

Le parole corrono e gli occhi trattengono il possibile. Così mi sono lasciato divorare dalle pagine del libro di Antonella Lattanzi, “Devozione”. Tra le cose rimaste impresse c’è il rapporto della protagonista, Nikita, con la madre. La sorpresa dell’adulto nel non aver compreso per tempo dell’adolescente che irrompeva in quella casa di libri e di sorrisi larghi. Il dramma resta un po’ intrappolato in questo mistero. Non se ne capacita Angelica, la madre, di come quella bambina possa esser così lontana da ogni possibile ruolo di figlia che la gamma del presente le offre. Resta praticabile un ruolo o un’immagine che riflette e sbatte in una situazione degradata, e ci rimanda una randagia necessità di resistere al demone o al terrore della morte; a questo si aggiunge l’epatite che aleggia sulla testa della ragazza e del suo compagno di randagismo, Pablo. I quartieri romani che sfuggono a ogni precedente descrizione; ogni passo dei due ragazzi lascia una scia nera di desolazione. Il dolore della dipendenza appare per quello che è: un vuoto che si avviluppa su se stesso. Restano, aderendo alle sacche bianche dei pochi giorni illuminati, alcune parole ripetute nella testa che non riescono a varcare neppure la porta dello studentato. Tutto è dentro al desiderio della roba.
 La devozione e l’abbandono verso la passione, che il romanzo contiene silenziosamente, ci spingono a riflettere su la questione del rapporto quotidiano con lo spauracchio della morte. Non quella assoluta, non quella tragica o inevitabile, ma quella che ci mostra la fine delle nostre passioni.
 Pare di stare dentro un acquario da cui si vede una necessità, un amore, un desiderio o un ricordo: restano impigliati alle cose belle che si pensano  al mattino. Trattengono il più possibile, così si attrezzano per abbattere la paura di rimanere asfissiati nella propria storia, e al dramma di non farcela fino a domani. Certe mattine c’è un braccio che sostiene ogni loro desiderio, poco importa se poi ci sono buchi o ci sono tatuate le iniziali dell’Amore, quel che conta, e il libro lancia questo monito, è l’incessante sentire che ci aiuta a essere migliori. Scacciando il passato a ogni angolo di strada degradata già percorsa.

giovedì 24 marzo 2011

Cristina Donà - In un soffio (Unplugged)


Sogno:
Camminavo lungo la spiaggia di S. Agostino, a Gaeta. Credo sia stata una giornata di fine estate. Forse settembre. A un tratto, nel lato strada mi è comparsa davanti agli occhi un’enorme struttura moderna. Tanti cubi appiccicati gli uni con gli altri, con delle vetrate rettangolari interrotte da travi leggere. Il tutto formava un insieme invadente per quel tratto di costa. Magari sul lungomare di Sidney no, ma lì, con quel paesaggio scarno e un po’ selvaggio, proprio non c’entravano nulla. Così pensavo nel sogno, al punto di dirlo ad alta voce. Un gruppo di persone, sentendo questa considerazione critica, ha borbottato qualcosa. Una volta superato il gruppo, dopo aver percorso altri venti metri, mi arriva una pietra sulla testa. Mi giro e intravedo una ragazza che fugge. Vado verso il gruppo ma dopo alcuni passi cado (mi butto?) a terra dolorante. Un signore, che non faceva parte del gruppo, mi dice di rialzarmi che non era niente di grave. Bofonchio qualcosa e mi avvio verso il gruppo di prima. Non trovo la ragazza. Entro nella struttura e mi metto a cercarla: era davanti allo spogliatoio. Mi vede e scappa. La prendo, senza arrabbiarmi le chiedo perché l’ha fatto. Mi risponde un signore dandomi alcune giustificazioni poco chiare ma molto gaetane, nell’accezione positiva: sdrammatizzare col ragionamento. Dimentico l’accaduto e le chiedo che cos’è ‘sta struttura enorme. Mi dicono che si tratta di un centro polivalente comunale. Chiedo se è frequentato. Molto, rispondono. C’è pure la biblioteca. La biblioteca, rispondo sorpreso. E sì, e pare che sia anche più frequentata del resto.
Mi sono risvegliato chiedendomi del perché di questo sogno. Non so rispondere. Molti elementi stanno dentro a quello che sto vivendo in questo periodo. Il resto, spero di capirlo nei prossimi fatidici giorni. Spero?

sabato 19 marzo 2011

9. Il re del mondo, de Franco Battiato


Nelle orecchie le parole affrettate di aspettative belliche. Il giornalista era decisamente fuori dalle righe: una guerra di fronte al tuo giardino di aranci non capita tutti i giorni. Già, e io resto in balia degli eventi non sapendo più giudicare nettamente le cose. Le persone. Intanto leggo un libro sulla – e dentro – la resistenza partigiana, e mi accorgo di quanto siamo appiccicati alle nostre misere cose provvisorie. Ci carichiamo il guscio sulle spalle e lentamente, quasi da fermi, ci avviamo verso soluzioni intermedie.
Sarà il tepore di questa giornata primaverile, ma sento una disgraziata voglia di normalità avvolgere le case del mio isolato. I bambini che corrono - con il Nintendo nella tasca – cercando di tenere viva la tradizione fisica di essere spensierati a quell’età.
Mia madre ascolta delle parole tra la pelle e la vestaglia, e ogni suono rimbomba nelle mie orecchie.
Ogni piano della mia casa è vissuto intensamente. Ogni libro aperto stende un filo di speranza tra noi e il futuro.
Tornando al presente, e aspettando notizie, mi assolvo anche questa volta: il male sta di là del giardino. Il bene sta al di qua dal libro, in una minuscola ferita che apre ogni dibattito serio sulla questione. Privata.
La storia siamo noi?

sabato 12 marzo 2011

blog clown


Perché scrivo su questo blog? Per mostrare quel 10/20% in più del mio intimo pensiero? bah, o forse per spiegare il motivo per cui scrivo: liberarmi con equilibrio da clown delle mie mostruosità. E poi m’importa poco degli effetti. Ciò che conta è lasciare le tracce giuste. Magari dopo aver letto quello che scrivo, così come ha fatto Enzo (ciao Enzo), approfondire la questione. Altrimenti ci perdiamo dentro alla cronica esigenza della cronaca spicciola del nostro tempo. Un alt a questa invasione. Uno stop alla deriva televisiva cui siamo comunque condannati. Ci provo, almeno tento questa carta. Negli anni mi sono annoiato a mostrare solo il lato buffo o indignato della mia persona.
Navigo a vista sulle velleità care al mio tempo. Recuperare smorfie autentiche dei miei amici, oggi questo mi basta. Oggi questo mi spetta.
Bello svegliarsi stanchi e nervosi, poi d’un tratto, a ristabilire un equilibrio, le canzoni belle alla radio e un sorriso di mio figlio che parte con la bicicletta.

giovedì 10 marzo 2011

facce strambe


Nella mia famiglia tutte facce strambe. Occhi a palla, occhi verdi. Nasi enormi, sguardi torvi. Per non parlar dei seni tondi e delle bocche spalancate. Poi corpi slanciati, e piedi piatti. Nessuna eccezione, nessuna tradizione. Ognuno è diverso a modo suo. Ci siamo mischiati nell’euforia del tempo. Nessun incontro fluido, solo abbracci confusi. Solo storie combinate, solo amori impossibili.
Io ne resto fuori, sia chiaro, altrimenti chi racconterebbe ste stranezze? E pensare che nella storia di famiglia sto collocato poco su “Maria la pazza”, e poco in basso di “Zi Antonio che portava sempre i limoni…”. Che piacere sta famiglia di strani, che libertà dentro sta famiglia d’irrequieti e quieti. Di seni enormi e culi piatti. Di urla di sorrisi e silenzi tombali. E pure quando arrivano nuore, generi e nipoti acquisiti, il flusso continua. Un contagio virale vivo e generante di casi umani incessante.
Un romanzo non basterebbe, un racconto la umilierebbe, sta storia va distribuita a cadenza annuale. Non parlo di biografia: troppo semplice sarebbe. Storie, leggende, e pettegolezzi che raccontano, tra le righe allegre, una miniera di una miserabile storia. Non conta la verità strillata, ma le verità sussurrate qua e là nelle pagine più in ombra. Sant’iddio, la narrativa è vita che si fa suggerire dalla fantasia. Storielle e tragedie che nel tempo si adagiano. Noi a srotolare e fare a pezzetti tutto questo.
Poi lacrime e risate borbottano tra le pagine che una è figlia dell’altra. Ma cosa importa? Bisogna sempre trovare il tempo di pulire dalla cenere i nostri occhi umidi. E mai farsi schiacciare da una sola emozione. Altrimenti una scopata diventa una lezione teleguidata di fitness yoga….
Noi siamo sangue rappreso che si scioglie nel bucato delle nostre storie private. Almeno fino a quando non si decide di scriverle 'ste cose. E allora son risate e bastonate, dipende dai parenti e amici che si ha.

martedì 8 marzo 2011

Intervista ad Antonio Pascale. Per chiudere il cerchio degli ultimi post

Peppe Stamegna intervista Antonio Pascale. Settembre 2009

La lettura del racconto "Stai serena" mi ha turbato. La scrittura di Pascale regge su di un equilibrio che non è solo formale, ma che è soprattutto sostanziale: seppur asciutti i sentimenti sono espressi all'ennesima potenza. Rivelano contemporaneamente il lato oscuro delle faccende interiori e i loro risvolti sulla quotidianità dei personaggi. Ne viene fuori un’intensità di scrittura che non fa sobbalzare ma tiene incollati alle pagine quasi con la paura che volino via. Che scompaiano per sempre. Così tutto viene trattenuto visceralmente e alla fine del racconto ogni sentimento reclama spiegazioni.
Pensavo ai mal di pancia procurati dall'articolo di Citati e al conseguente liberatorio "Scienza e Sentimento". Di come un libro possa rimanere analitico seppur il suo autore dichiari subito i suoi dolori per come viene trattato l'argomento dai letterati puri.

Peppe Stamegna: Quale forza contiene la sua scrittura? e come riesce a gestirla davanti agli impeti delle emozioni?

Antonio Pascale:Tutto (almeno nella mia testa) poggia sull’idea di saggio personale. Un genere parecchio frequentato nei paesi anglofoni. Invece di ragionare su tesi a partire da altre tesi, si racconta una propria esperienza e dopo si prova a ragionare sui risultati. Prima si vive poi si pensa. Il saggio personale ha una matrice nobile: i dialoghi filosofici. Quelli di Platone avevano tre caratteristiche che mi piacerebbe continuare a utilizzare. a): erano antiretorici. Il Protagora inizia così: da dove vieni Socrate? Si fa uso di canoni orali. b) si sostituisce l’azione drammatica con la riflessione attorno a una questione. c) c’è il tentativo di coinvolgere il lettore nella discussione, dunque, spesso sono saggi “aperti”. A differenza dei dialoghi che vedevano personaggi peculiari alle tesi dibattute, quello personale sostituisce ai personaggi la figura dell’autore stesso. Naturalmente non sto teorizzando la superiorità del saggio sul romanzo o questioni simili. Quando si inventa un personaggio all’altezza dei tempi, il romanzo procede a meraviglia, ma quando questo personaggio non appare (come nel mio caso), si può usare questo genere. Ha dignità letteraria insomma.


P. S.: Leggendo il suo libro ho capito che le mie convinzioni sul biologico poggiavano su miti consolatori. Sarebbe interessante a questo punto veder uscire fuori dalla melma retorica i fautori del biologico e innescare un dibattito costruttivo. Le è successo in questi mesi?


A.P. No. La questione “biologico” per essere affrontare purtroppo richiede competenze agronomiche. E’ difficile far capire che quei prodotti coltivati seguendo i dettami del biologico sono gli stessi che coltiviamo nell’agricoltura convenzionale. Vengono dagli stessi laboratori di genetica e tranne qualche sfumature vengono lavorati con gli stessi metodi agronomici. Ma chi coltiva biologico ha una forte matrice religiosa, pagana. Crede alla madre terra e cose di questo genere. Quindi per un laico come me è dura discutere di religione. L’unica soluzione è quella dello Stato laico, capace di discutere caso per caso, legiferare buone norme che permettono di fare un buon biologico e una buona agricoltura convenzionale. Abbiamo bisogno sia della produzione di massa, che si ottiene grazie all’agricoltura intensiva, sia dei lussi, che si ottengono con la produzione biologica.

P.S. Ho partecipato all'incontro che c'è stato a piazza Navona tra lei e Sebaste. A un certo punto lei ha tirato fuori un discorso su Pasolini contrapponendolo a Parise. La poesia urlata e la poesia silenziosa. Negli anni anche per me ha prevalso la seconda seppur all'inizio non c'era partita. Poi "l'odore del sangue" e i Sillabari hanno schiacciato in un angolo "i ragazzi di vita" e tutto l'armamentario ideologico che ne è derivato. Poi il fatto che "l'odore del sangue" terminava proprio in piazza del popolo facendo emergere una città livida sotto i colpi di una generazione violenta ha chiuso il cerchio del ragionamento. Almeno il mio. Non trova che Pasolini sia invecchiato di colpo e Parise invece appaia fresco e pronto a raccontarci un'altra storia?


A.P. Sì, chiedo naturalmente tutte le attenuanti per la dichiarazione che sto per fare: non trovo Pasolini così interessante. Parise è inquieto, parla di sentimenti senza essere sentimentale è civile senza usare la retorica dell’indignazione. Parise è moderno, Pasolini fa uso del sapere nostalgico (tutto quello che è avvenuto nel passato ha valore, tutto quello che è presente è corruzione). Siccome il sapere nostalgico va di moda, Pasolini non tramonterà mai.


P.S. I suoi racconti hanno ospitato tanti personaggi, anche molto differenti tra loro. Fino a che punto appartengono a spunti autobiografici?


A:P. Generalmente invento. Ma, in fondo, scrivo, perché credo di aver vissuto esperienze interessanti. Come diceva Carmelo Bene, ogni autobiografica è falsa.


P.S. Il suo considerarsi un letterato impuro è una difesa o una maniera per sentirsi più svincolato e quindi libero da scuole o congreghe letterarie varie? o cosa?


A.P. Semplicemente non nutro fiducia della narrativa, al contrario ho molta fiducia del ruolo dell’intellettuale. L’intellettuale è quella persona capace di creare connessioni e fornire orientamenti, più curioso è, più è capace di integrare i saperi, meglio lavora. 



sabato 5 marzo 2011

outsider


Da sempre sono affascinato dagli outsider. Da ragazzo ne facevo una malattia: come il personaggio (outsider) diventava riconosciuto e affermato, gli voltavo le spalle. Oggi riesco a non abbandonarli del tutto….per esempio Pennacchi. Lo scoprii con il suo “Mammut”, e ora, dopo lo Strega, ancora lo considero tra i miei  scrittori preferiti.
Sono guarito? Invecchiato?
Forse ragiono un po’ di più e del romanticismo di seconda mano, proprio non ne ho bisogno.
Quello di cui avrei tanto bisogno è la voglia di continuare a scoprire libri o musica, personaggi o artisti, ma senza spegnere in loro tutte le mie paure. Frustrazioni che schiacciano contro il muro della solitudine.
Oramai a quest’età sono sempre più somigliante al sangue che attraversa il mio corpo. C’è poco da contraffare.

giovedì 3 marzo 2011

Piccolo è davvero grande(facile questa)

Davvero Francesco Piccolo è un mio contemporaneo, perlomeno lo è quanto io lo desideri. Nel senso che lo trovo laterale - quindi interessante - ad ogni contrapposizione asfittica del mio tempo.
Inoltre, e non è poco, mi piace quello che scrive e che dice.
Tutto qua.

Stanchi anche di indignarci

di Francesco Piccolo | tutti gli articoli dell'autore
È uscito anche in Italia Indignatevi! di Hessel, che in Francia ha avuto enorme successo. Sembra che il pamphlet debba avere anche nel nostro paese la forza d’incoraggiamento e di coinvolgimento che ha avuto in patria; del resto, già da molti mesi ci era giunta l’eco della sua spinta emotiva. Ma la verità è che se c’è una cosa di cui l’Italia (o almeno quella parte del paese alla quale dovrebbe rivolgersi Hessel) non difetta, è l’indignazione. Se c’è una cosa che la metà della popolazione italiana, dal 1994, ha fatto, è esattamente questa: si è indignata. Se c’è un sentimento che la sinistra italiana in ogni sua forma e incarnazione ha espresso, è l’indignazione.
Nella sostanza, l’unico. Oltretutto, deve trattarsi di un sentimento di cui nemmeno si riesce ad avere consapevolezza, visto che dopo diciassette anni, arriva un libro che si chiama Indignatevi! E tutti urlano: ecco cosa bisogna fare!
Il risultato è che l’indignazione – lo testimonia la storia di questi anni – non ha generato nient’altro. E non è un caso, perché indignarsi vuol dire sentirsi estranei a ciò che accade davanti ai propri occhi; è una reazione civile, ma che respinge ogni coinvolgimento nella realtà. Quindi, al contrario di ciò che sostiene Hessel, vuol dire tirarsi fuori da quello che accade. Non partecipare mai fino in fondo.
Se per partecipazione si intende stare dentro le cose e lavorare per cambiarle, allora il vero slogan che servirebbe adesso, dopo tutto questo tempo, è: Basta, non indignatevi più!
27 febbraio 2011

sabato 26 febbraio 2011

letture salvagiornate

Mi sveglio raffreddato e stanco nelle ossa, da una settimana di fatiche educative; poi leggo, anzi rileggo, poiché una decina d'anni fa l'avevo già letto, insomma divoro  il primo capitolo de "Una questione privata" e ritorna la serenità. Quella che, nonostante le angherie del proprio tempo, ti spinge più in là della propria condizione di semi-povertà. Quella di mai pienamente adattato. Allora ogni minuto post lettura sono attimi da sciogliere nel pentolone della giornata che si sta presentando.
Così ti viene da ringraziare la L., e tutte le meteore benefiche che durante i  giorni  danno una scossa al nostro torpore. Compreso l'amore.

giovedì 24 febbraio 2011

Massimo Volume - Litio

l'assedio

Mi sa che l’assedio di Gaeta, che chiuse l’era borbonica e decretò di fatto l’unità d’Italia, stia ancora dentro di me. Tramandatomi dai fantasmi travestiti da polpi grigi. Infatti, sento di essermi difeso negli anni arroccato dentro a una fortezza; il mare alle spalle dei giganteschi bastioni, lasciava un ricordo di libertà che sta a due passi, ma sia io, che i gaetani all’epoca, non ce ne preoccupiamo. Conta ripararsi dalle insidie esterne e aspettare i rinforzi interni.
Alla lunga il conto da pagare sta nell’eccesso di euforia nelle domeniche mattina. Poi, già nel primo pomeriggio, una malinconia d’abbandono che paralizza i sensi e fa vedere tutto nero. Provate a passeggiare per le vie di Gaeta vecchia nei pomeriggi d’inverno. Gli echi delle cannonate dei piemontesi sono nelle orecchie dei suoi abitanti che tramortiti si rifugiano in quelle gattabuie a sputare le cicche umide. I bambini, come uccelli in una stanza per sbaglio, sbattono contro le pareti e restano muti.
Certo, l’unità ha portato pace; sicuramente a me ha portato una gran voglia di scappare da quel buio nero, e riparare dentro il mare di caos che Roma mi offre ogni santo mattino.
Poi l’estate scuote le voglie e i desideri passeggiano nelle vie assolate del borgo.


domenica 20 febbraio 2011

allo scadere


Davanti ai quadri di pennellate nervose e luminose, J. si agitava e sorrideva, come un gatto davanti a un laghetto pieno di pesci rossi. Guardare i dipinti in fila indiana, tra facce capricciose e annoiate, da domenica pomeriggio elegante e ozioso di niente, non mi ha fatto godere a dovere. Poi, tra permanenti e lenti, mi elettrizzo davanti ai cipressi che sembrano scuotersi, alla faccia dell’aria satura e viziata del salone del Vittoriano. Non importa, erano anni che ti aspettavo, Van Gogh, e oggi proprio allo scadere sono venuto a vedere i quadri che da anni sono dentro gli occhi miei.
Evitando le scorciatoie retoriche, e forse non riuscendoci comunque, mi va di dire che alcuni suoi quadri sono universali. Escono con leggerezza da ogni antologia; si bloccano e scappano quando intravedono correnti. Esprimono un tempo proprio, che forse è quello viscerale e infantile, del sogno coniugato al presente.
I luoghi e i ritratti sono anche cartoline dei nostri giorni, ma la passione e le emozioni che contengono stanno solo dove riescono a trovare ospitalità: che nella notte, e in certi pomeriggi di scirocco, esplodono nelle nostre teste come schegge d’innocenza violata. Dall’estrema solitudine che chiama le nostre paure al riparo, e così facendo ingabbia ogni fuga. Restano le nostre facce sbigottite che si specchiano nei tuoi malinconici autoritratti.


sabato 19 febbraio 2011

bestiale


Osservazioni bestiali mi aspetto. Solo sguardi di cuore dentro a pensieri non ancora caduti: a terra, o nel dimenticatoio del quotidiano.
Provo ad avere un impatto d'istinto nelle solite cose del giorno. Insomma, cerco di non diventare il becchino compiacente delle mie mattine così e così.
Aspetto uno squillo, di telefono o di tromba, che squassi l'insostenibile quiete di fine febbraio.
Vabbè, l'impegno qui è solo velleitario di carattere (poco)letterario, meglio che vada a confondermi negli altri, e nel crogiolo di orgogli mai sconfitti, tirar fuori il meglio del giorno.
Che noia la depressione caspica che ti si appiccica alle caviglie...
bye bye tenebre di periferia

venerdì 18 febbraio 2011

non ci resta che citare

"Furono dati sulla mia bocca i baci di tutti gli appuntamenti,
sventolarono sul mio cuore i fazzoletti di tutti gli addii…"
Fernando Pessoa SM, I, 331

martedì 15 febbraio 2011

VELVET UNDERGROUND - FEMME FATALE

luce


Una donna bionda con grazia d’animale cantava da un palco

Poche persone ai suoi piedi, due uomini accanto

Applausi timidi e sguardi felini

Io in prima fila per sbaglio mi godevo la liturgia

Parole di luce su note flebili, poi un urlo

Erano le luci del punk che non ho mai abbastanza amato

Impazziva di luce, cantava e pareva non finisse più

mi rivedo a donare a una ragazza tanti anni fa questi suoni

lei incredula guardava i miei occhi spiritati

ma con lei non ci ho fatto l’amore mai

In fondo sempre in ritardo con la storia

lunedì 14 febbraio 2011

vanghe di periferia


Si doveva realizzare un muretto per dividere il giardino in pendenza, intorno al centro diurno. G. era in forma quella mattina. Fumava aspirando lentamente le sue Ms mild. Erano già due settimane che era uscito da Rebibbia, e l’idea di dormire sempre appiccicato a Teresa lo tranquillizzava, come a un bambino l’orsacchiotto. Anche se Teresa era pure esigente: voleva sempre il marito tra le gambe. Una ventosa, diceva lui al bar. Er Serpe annuiva come a dire” lo so, te capisco…”. Ma non diceva nulla. Annuiva, appunto.
Intanto i due uomini stavano organizzando un gruppo di lavoro più unico che raro: G. all’impasto; Paolo alla cardarella; er Serpe alla carriola; Massimino pronto con l’americana, e intanto allineava i mattoni; Massimetto tutto fare (chiamateme quando ve serve); Fabietto al piccone. Fabio alle misure. I due uomini un po’ qua e un po’ là.
La sfida parte verso le 10, dopo una serie di cappuccini al bar. “Portame la briosce co’ a crema”, urla Er Vipera.  E Massimetto “ a Vipera ma quanto magni, è il terzo da stamattina, li mortacci tua. Sei un chiodo, sei”.
Insomma si parte. Il via vai nel giardino a elle, che chiude l’intero edificio dell’Asl, sembra una scena di un film muto. Tutti accelerano con fare frenetico. Il medico di guardia del primo piano, affacciato come al solito con la sigaretta sempre con la capocchia intera - un vezzo impiegatizio, che fa incazzare gli operatori del piano terra - “sempre a non fare un cazzo, sto dottore sta sempre appeso alla finestra. Poi, quando i nostri vanno a rota, entra dentro come un codardo. Stronzo”.
Insomma, questo con la sigaretta incapocchiata, non crede ai suoi occhi: “questi so matti, stanno a lavorà davvero!” dice all’infermiere di turno. Che ribatte al volo:” mo mo, staranno a fa due cazzate per ottenere un permesso. Questi vogliono solo sta’ lontano da Rebibbia, so figli de ‘na mignotta, so”.
Intanto al piano terra, in giardino per la precisione, questi uomini non si fermano neanche per fumare. Corrono come neppure al cantiere dei mondiali del ’90. G. oramai è un masto, gli altri lo seguono senza batter ciglio. Pure Massimino, che di solito ha sempre da ridire, si è messo a disposizione. “A Giulià, quanto cemento ce metto nel canaletto?” e poi Er Vipera che sghignazza con i mattoni sulla spalla. Due alla volta, c’è da stabilire sempre una gerarchia. Non si scappa, questi senza la gerarchia s’innervosiscono. Ci vuole.

Ecco i due uomini alla fine della giornata. Il sole romano sta rendendo tutto arancione, e il Tiburtino somiglia un po’ assurdamente ai Parioli: una luce calda che annulla le differenze e fa diventare l’asfalto un tappeto orientale. Si stanno confidando, quasi stupefatti del loro successo. C’è pure Fabio con loro.
“Ma ti rendi conto? tutti a lavorare come al cantiere, e neppure li abbiamo pagati.”
“Eh sì, vedessi la psicologa come gongolava. E pure la segretaria, con la sua solita faccia da pazza, che sembrava facesse smorfie di sorriso, di tanto in tanto.  Fabio sei sfiancato, vero?”
“Un po’, ma so contento. Questi hanno fatto pure sul serio. Paolo sta ancora a controllare il muretto. Stanotte mi sa che dorme qua, si è proprio attaccato all’opera!”
“Meno male, stiamo sempre a fargli rispettare le regole, a contestargli i ritardi, almeno hanno fatto tutto senza batter ciglio.”
“Altro che psicoterapie brevi, grandi gruppi e ‘ste fregnacce qui. Questi vogliono fa’ le cose vere”
“Vabbè che c’entra, servono pure ‘ste fregnacce. Solo che se ne fanno troppe, e questi poi si rompono”
“e non sono loro….hihihi”

L'odore del sangue(finale) di Goffredo Parise .


domenica 13 febbraio 2011

Dente - Buon Appetito

dedicato a tutti quelli che oggi attraversano e vivono (un 'apparente?) difficoltà: sia solo una pausa tra il presente e il desiderio. in mezzo subbuglio da decifrare, magari in una mattina fredda di sole. Niente scorciatoie dentro a questo ventre di attese inaspettato.

sabato 12 febbraio 2011

certo, essere contenti che in Egitto sia andato via Mubarak, e che sia stato il popolo a farlo, fa piacere davvero; poi scoprire che i militari hanno la situazione sotto controllo, inquieta un po'....insomma, stiamo a rota di aria nuova e ci attacchiamo a tutto. in Italia, a Roma, a casa mia.
urge un rilassato distacco dall'attualità, per capire meglio cosa vogliamo. cosa siamo diventati.
ora mi viene voglia di ascoltare una canzone di Mina e provare a sognare con la testa di un uomo degli anni cinquanta. italiani. sia chiaro.




venerdì 11 febbraio 2011

Parole a Memoria

E ti vedevo con quella faccia fresca. Un po’ timida ti lasciavi andare all’amore dopo qualche accelerata risata. Niente d’inutile c’era tra noi, solo attimi da divorare nel caos del tempo. Quello che ci ostinavamo a passare sempre insieme. Oggi non è così, solo ritagli, tra giornate piene di serene routine. Ricordi quel viaggio in treno fino a Firenze a sperare in un anfratto per toccarci e liberarci dei lacci che la lontananza procurava? Poi sì è recuperato tutto, compresi i giochi spinti e le beate conseguenze dell’amore.
La nostra storia è scritta già: nei pensieri degli amici e in quelli dei nostri figli.
Quello che resta è un’aggrapparsi al senso, dei giorni, delle notti e di ogni gesto mai appieno capito. I tuoi occhi carezzavano i pomeriggi dentro le case che abbiamo abitato. La sera era un cercare continuo occasioni di vita; non si sprecava nulla, non ci spaventava niente. Dominatori di strade sterrate s’inseguiva il desiderio di somigliare ai nostri miti. Gli anni settanta in tasca, e nel cuore i nostri corpi. Intorno felicità barcollante nella più dura realtà, che ci poteva capitare, che ci poteva investire: bombe che fanno saltare speranze, dentro a delusioni cocenti del nostro tempo.
Eccoci ancora qua a leggere i fondi di caffè, e nel farlo, di nascosto uno dall’altro, ci accorgiamo di resistere in compagnia di un vecchio, e mai seppellito, desiderio d’amore.