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martedì 4 settembre 2012

Alla ricerca del personaggio perduto


C’era il personaggio c’era. Stava dietro la sua gonna, e cercava l’odore. Quello denso e vivo utile a tirare fuori il carattere. I contorni netti. Poche scene, quelle necessarie a far muovere le sue gambe in groppa ai propri sentimenti: un passo irresistibile.

Ti dico che c’era il personaggio e nuotava a largo, intorno alla boa, lontano dagli scogli. Poi una barca lo fa salire e lui si tuffa con stile accennato. Ancora si tuffa, e prende l’aria, quella a filo d’acqua che contiene brodo, o sapore, di un mondo profondo e ignoto. Sopra la sua nuca bagnata e salata un cielo blu senza nuvole. Intorno tutto aperto, troppo aperto ché fa vedere la morte in fondo. Ma lui non ci sta e vuota il sacco: una serie di sfumature sulle sue incapacità e di amori impossibili appena accennati, nei suoi giorni normali.

Insomma, c’è quel mostro che scalda i muscoli e spacca specchi, in bettole di campagna, nelle camerette dell’adolescenza già distrutte a colpi di bastonate, nelle notti d’angoscia. Davanti a un seno da succhiare. Un gatto da accarezzare.

 
Il personaggio sta nei nostri occhi, caro Andrea, e vuole scappare con tutto il tesoro.

Ora mi sdraio sul letto e gli faccio lo sgambetto, intanto uno della casa va al gabinetto. Adoro queste scene quotidiane, mentre sogno altre meridiane.

 

sabato 1 settembre 2012

mutante


 Appena vedo un trailer dove Toni Servillo fa l’attore protagonista, capisco che il film ha già un suo perché. Quest’attore di Caserta, di cui so poco della sua vita privata, e che magari fa vita monacale, per cui può permettersi di fare almeno due o tre film di alto livello ogni anno, è il mio attore preferito e credo sia tra i migliori . Di sempre. A me il suo recitare emoziona e turba. Come vedo la sua faccia modificata per il regista di turno, mi preparo a un’immersione in una storia da godere.

È poetico sapere di mutazioni casuali del DNA che ci sono capitate, con le quali abbiamo fatto i conti per tutta la giovinezza, spesso incrippandoci, dando mille significati diversi ai nostri passi falsi, alle nostre mosse azzeccate, improvvise, che ci hanno fatto sentire un po’ speciali e un po’ coglioni.

 
Mutare o essere mutanti, questo dilemma oggi mi fa apparire pacificato davanti alla mia storia. Almeno per oggi. Forse anche domani. E magari per tutto settembre, che già mi emoziona col suo ventaglio di possibilità. Col suo fresco passaggio di giornate luminose e semplici. Con la sua carica erotica che ci spinge a voler far l’amore tutti i pomeriggi, e a non contare più i giorni sprecati dietro a deboli prospettive. Sì, Toni Servillo mi spinge a mutare per ogni parte da affrontare. Senza vergogna, senza freni, quelli tanto già ci sono in me; ma con ogni molecola allertata, ogni muscolo pronto, e tutti i sentimenti in movimento, nel costruire il personaggio azzeccato e memorabile da cui ripartire.

giovedì 30 agosto 2012

ultimo




Non so perché mi ero messo con quella. Di certo quell’estate, almeno fino a luglio, è stato tutto e solo amore e qualche nuvola. Sapevo che il padre spingeva per farla entrare in banca, ma, questo, fino all’ultima inginocchiata d’amore puro per me, non pensavo fosse così imminente. Invece. Mi saluta con un ultimo bacio perfido il trenta luglio “vado negli steitz con mia sorella, là ci aspetta un cugino, ci vediamo al ritorno”. Così non è stato, poiché al ritorno dalla vacanza stava già seduta dietro a una scrivania lucida e sgombra da inutili cartacce d’ufficio qualunque: solo un computer tutto nuovo per le sue diaboliche stime. Fare i conti in tasca ai correntisti, decidendo a chi dare un po’ di speranza liquida e a chi togliere la casa solida. Ecco quello che faceva. Lo so, ché me l’ha detto Monica la sua amica. Ricordo che prima del trenta luglio stavamo sempre a fare l’amore in spiaggia, o a casa sua. Una volta l’abbiamo fatto pure nel retro del negozio del padre, tra gli scaffali metallici traballanti e pieni di bulloni e pistoni. Il puzzo di olio e di grasso era una droga eccitante per le sue perversioni. Una volta al mese circa si divertiva con le perversioni. Era una tipa complicata lei; a me bastava soltanto averla addosso, e sentirla tesa verso la mia pelle. Fresca. Tutta per me. Poi dal trenta luglio faccio finta di niente: niente, sta in vacanza con la sorella, non è che m’importi tanto sai, vedrai che quando torna ricominciamo. Verso la fine d’agosto preferivo dichiarare alla popolazione “ quello stronzo del padre c’è riuscito a sottometterla ai giochi di famiglia”. Verso il venti settembre, vedendola attraverso la grossa e glaciale vetrata della banca, col suo completino nero e annessa collana enorme di pietre sul seno, sono crollato e ho capito quasi tutto. Dovevo confessarlo al più presto. Agli amici. A mio fratello. Non ce la facevo più con la recita di quello che aspetta sereno davanti al bar che la donna torni affamata di sentimenti, e che faccia la pazza per riconquistarti – così funziona da noi, ai maschi non passa per la testa di corteggiare o quelle trame lì – niente, ho preso il telefono e l’ho chiamata sul cellulare: ma non dovevamo andare alle terme insieme? Come se in quei due mesi lei non ha pensato che a ‘ste cazzo di terme. Infatti: alle terme ci sono stata, con mia sorella, e che belle che erano. E tu quando ci vai? Come se non fosse successo niente. Come no, il prima possibile, borbotto io. Come se non fosse successo niente neanche a me. Insomma, questa comunicazione degna dell’era breznievana ha seppellito ogni speranza di riaverla tra le braccia a ogni ora del giorno. Nella mia testa è successo all’improvviso. Nella sua chissà. In fondo chi ci aveva mai pensato a queste conseguenze tristi, fino al trenta luglio. Nel salutarla le dico: sai, magari un giorno si va a vedere quel concerto che tanto aspetti. Questo debole invito neppure è arrivato alle sue orecchie, visto che stava già a sessanta all’ora sul suo nuovo scooter, e alla curva magari era scesa a trenta, immagino, ma solo perché c’era la curva dopo il viale di casa sua, e a lei la prudenza ora serviva.


Ecco, sono arrivato a suicidarmi per questo motivo. Non immediatamente dall’abbandono, no, verso dicembre, poco prima del Natale. Il venti dicembre del duemila. Già, per me è stato un suicidio ma per gli altri, ancora oggi, che sono passati più di dieci anni, si è trattato di un tentato suicidio. Per me non cambia. Io mi stavo suicidando e avevo tutto l’occorrente per farlo. La procedura era completa. Pure la lettera avevo scritto, e poggiava di sbieco sul tavolo marrone. Certo, mi dovevo documentare meglio sulla quantità di pasticche per la pressione che avrei dovuto trangugitare, però, cari miei, non è che potevo pensare a tutto io. Un dettaglio ha cambiato tutto, facendomi diventare all’istante un’altra persona. Al risveglio intendo. Vedendo quei faccioni pallidi ricurvi su di me, mi sono ritirato e ho continuato a dormire per un’altra mezz’ora ascoltando le chiacchiere che facevano preoccupati per il mio stato. Mio fratello sbuffava e cazziava mia madre; così, per alimentargli per bene il senso di colpa. Mio padre entrava e usciva chiedendo ogni trenta secondi a chiunque passasse dal corridoio: ma quando si risveglia? Quell’altro mi aveva detto al massimo in un’ora. Fa niente che l’altro sì era il medico ma, quest’altro, era il tecnico dell’aria condizionata. A papà! La sua ansia mi ha fatto sempre incazzare e sorridere allo stesso tempo. Dipendeva se dovevo difendere mamma o sfottere soltanto lui. Mia zia durante il mio pre-risveglio, da come masticava la gomma, capivo che aveva altro da fare. Magari i regali, o la spesa per la cena della vigilia. Quei pesci preziosi da ordinare; insomma, non voleva essere là, davanti al mio corpo allungato su quel letto bianco, ma ci doveva stare. È sempre mia sorella, pensava tra un’occhiata speranzosa verso i miei occhi e una penosa, guardando l’andirivieni di mio padre. Lei, quella che s’inginocchiava davanti a me fino al trenta luglio non c’era, questo magari l’avete immaginate da soli. Questo coro dolorante comunque mi ha lasciato intendere che, seppure non fossero loro minimante la causa del suicidio, erano allo stesso tempo una spinta a continuare a vivere. Da un’altra parte però, in un’altra città: Padova. Università, facoltà di psicologia. Tre esami, poi Bologna. Corso di giornalismo. Prima rata pagata, e poi basta. Treviso. Innamorato pazzo di Luisa. Tre mesi. Firenze, dove tuttora faccio il cameriere e organizzo concerti. Ora, a casa dei miei, agosto duemilaedodici. Renata è appena uscita dalla stanza. Inginocchiata, mi ha fatto fare uno scatto all’indietro, e io che volevo soltanto chiederle di andare al cinema, stasera. Vabbè, come prima visione non era male.


Sono tornato come ogni anno per farmi la settimana a casa di mamma e papà. Mio fratello vive a Roma. Domani ci raggiungerà anche lui, insieme alla compagna e ai tre figli maschi. Tutti al mare. Ci saranno grandi mangiate di pesce e in quelle occasioni mio padre sarà il principale protagonista, prima nel preparare, subito dopo nel divorare le pietanze e, infine, ubriacandosi orgoglioso con la falanghina fresca fino a tarda notte, così per tenerci tutti all’erta e contenti. Tutti sotto la pergola di pizzutello, che ogni anno si fa sempre più stretta. Mia madre si commuove in cucina, mentre fa tutto quello che non sa fare il marito cuoco,  e spera come una bambina che duri un anno quella cena, quei sorrisi e quei racconti venati di umorismo. Quest’anno ho certe cose da raccontarvi, cari miei. Questo si pensa tutti prima di cominciare la battaglia contro i pesci e molluschi a tavola. Non è male quest’atmosfera. No, è la cosa più antica a cui non rinuncerei mai.

Stanotte poi davanti a questa foto di me bambino di otto anni, con le figurine in una mano e l’altra che scompare dietro al corpo giovane di mia madre, sento, stanotte vedo e sento ogni scintilla che ha formato la mia vita fino ad oggi. Tutte quelle scelte che hanno determinato cambiamenti spietati, storie magnifiche e sbagli poetici. Ma non so commuovermi. Non so vedermi bambino e piangere come si dovrebbe. Aspetto. Quando all’improvviso sarò contento per dieci minuti di fila, senza interruzioni, senza ripensamenti. Allora neppure il ricordo di Luisa con le sue cosce sode, oppure gli occhi verdi di Mariella, basteranno a distrarmi dagli attimi di assoluta gioia che mi fanno vivere e morire ogni giorno. Da quel giorno.

mercoledì 29 agosto 2012

d'amore

 La guardo dai tacchi in su e resto col fiato in bilico tra un sussulto e un agguato. Poi scivolo nel ricordo e un violento sentimento mi svuota la testa. Come questi giorni di agosto, che hanno riempito del tutto il vuoto che c'era. Nessun amico per chiacchierare la sera, e nemmeno un pensiero d'assecondare. Vuoto bianco.



Le stazioni affollate d'estate assomigliano ai miei capelli appena grigi: un fascino consolatorio per qualcosa di caotico e solare che scomparirà prima o poi. E puzza di morto intorno, così non mi restava che pensare a posizioni goderecce tra cosce, peli e schiene immense illuminate da lampadine incandescenti.

Un corpo disegnato forse da Tiziano mi attrae facendomi scivolare in locande oscene, di pensieri e desideri, coriandoli e carezze, che al culmine mi dimentico pure me stesso. Esco tra pozzanghere, risaie, comunque acque basse di melma, che mi fanno dimenticare lo sporco di lusso appena vissuto. Alla fermata dell'autobus una bambina con le gambette penzoloni soffia sbuffando i suoi capelli biondi a intervalli regolari. Il mondo tornava alla normalità; l'odore di donna tornava nel pozzo lurido e bello della sua giovinezza. Ché pari al suo dolore potrebbe non bastare il mio né quello d'altri, appena sentiti, nell'afa dei ricordi. A lei è stato tolto il dubbio del bene e del male: quest'ultimo disegnava la sua storia neonata e anche di più, fino alla sua fuga, fino alle mie braccia. Fragili e nervose sì, ma affatto malvagie e per niente ricattatorie. Povera ragazza, le sue cosce aspettavano mani di lino, e il suo seno cotone d'oriente; la sua bocca ruvide labbra meno vecchie di prima.
Questo è stato, e ora dichiara felicità senza imbarazzare le infelici vecchie amiche che non sanno più scopare con gusto. Nemmeno in agosto.



lunedì 27 agosto 2012

sogno

La notte sento un modo impazzire, e donne che fuggono nude dai loro letti morbidi. Poi il cielo nero che copre le mosse maldestre del carnefice clown. Nessun testimone. Nessuna salvezza. Quattro parole urlate alla carlona davanti alla solita platea assonnata. Silenzio. Cenere cadente sulle teste e seni cadenti su ventri salati. Amore vieni a prendermi, scaccia questa folla idiota che staziona davanti alla nostra storia.

Potrei scrivere di cose così per interi mesi, e poi? meglio lavorare sulla realtà: opaca realtà che risparmia i nostri tormenti lagnosi. Nell'altro post avevo tentato un gemellaggio col blog di un mio amico. Non sapendo cosa scrivere in queste giornate non allineate, e ognuna in una bolla diversa, comunque lontane dal mio solito mondo, insomma, sapendo di mantenere il compito ho cercato di avvicinarmi a qualcosa. Qualcuno. Un amico. Un sorriso. Malattià di gioventù che torna sempre a fine estate, e lascia alle mie gambe e alle mie parole un dolore di muscoli irrigiditi quasi sin dentro le ossa.

Ho letto di un signore che ha quasi un secolo sulle spalle parlare di vita con un'eleganza invidiabile. I giorni come palestra dove esercitare passioni, conoscenze e dolori; senza sprofondare nè ammainare alcunchè. Ammirare queste persone, ecco il mio intento.

giovedì 23 agosto 2012

anima

Per amarti che ti lascio andare...ecco una frase a cui attaccarsi per continuare a vivere con dignità. Riguarda me, te e voi, e senz'altro le cose della vita che ti bloccano per secoli; ti fanno fissare con dei pensieri orrendi, o dolcissimi, a cui ti affezioni come un incallito erotomane fa con i siti porno, notte e giorno. E no, qui serve un fiato aereo sulle nostre teste dense di troppo, e per niente facili nel continuare a vivere con un grammo di saggezza. Uno scrupolo di non sbagliare granché, ma solamente non azzardare, da sempre. Dall'asilo con il primo amore, fino alla vergogna assurda di non dire a nessuno, o quasi, che ciò che ti ha salvato da un anno orribile è stato, insieme alla tua famiglia dorata, lo scrivere come un forsennato. Sentendosi bene, anche dopo dolorose righe di ammissioni e svelamenti.
Lasciamo andare alla deriva questa barca di vetroresina un po' arrugginita e prendiamoci tutte le storie interessanti che ci sono in giro; da metterle nello zaino per attraversare le strade dove inciampare la sera, a stomaco vuoto e con il cuore intirizzito.
Non credo sia chiaro, ma cosa  è stato finora di me chiaro, diretto? quasi niente. Allora comincio ora: confesso di avere un paio di sogni nella sacca. Il primo sta nei miei occhi, il secondo sta sbocciando e presto lo dichiaro.
Intanto penso a quell'atleta somala morta in mare e non so cosa dire, come soffrire. non so neppure come fare a tenere salda l'anima al suo originario terrore, che poi col tempo per miracolo è diventata una bella cosa a cui ricorrere ogni notte, prima del subbuglio.

così faccio adesso, mentre tutti boccheggiano e nessuno mi ama, rinuncio e non trattengo: ti dono il mio mantello.

lunedì 20 agosto 2012

viaggio


Mi sto obbligando a raccontare di questo viaggio appena fatto. Neanche me l’avesse ordinato il dottore. Sì, subito dico che si è trattato di un viaggio non di una vacanza: duemilaseicentokilometri circa, in macchina utilitaria ma comodissima. Ho visto Stuttgart meglio delle volte scorse. Ho imparato almeno una decina! di parole in tedesco. Ho imparato da questa esperienza che devo imparare almeno l’inglese, se sarà possibile già da settembre.

Ho visto la biblioteca più aperta e inscatolata dell’universo; e vedere mia nipote che ci si muoveva sciolta nei suoi anfratti, mi ha fatto piacere. Così come mi ha fatto piacere notare che mia sorella sia diventata tedesca al punto giusto. Rinunciando alla sua italianità al punto sbagliato. Ecco la giusta contaminazione da imitare. Credo. Poi siamo stati al matrimonio di Ale e Patrick, sobrio e allegro, come bilance dinamiche sotto i piedi di persone per bene.



Abbiamo attraversato i migliori parchi attrezzati pubblici della terra. Uno spasso per i piccoletti e in parte anche per me.

 Poi civiltà stradale, urbana in genere. A parte gente che fumava davanti a neonati in un locale. Il locale si chiama spaghettissimo, significherà qualcosa? Certo, loro sono un po’ freddini e schematici, ma stanno avanti, c’è poco da fare. Ho imparato da questa esperienza che voglio andare avanti anch’io: basta romanticismo straccione, da settembre compro a rate un iPhone, o almeno un BlackBerry. E poi finiamola di fare quelli delle culle: i romani, il rinascimento e la bellezza diffusa, e no, così diventiamo solo becchini preistorici o al massimo custodi con la mano a mo’ di mancia. E dài! Una volta arrivato in Italia ho pensato: caspita come sono belle le nostre autostrade, le nostre montagne. Le nostre donne. E mi sono comprato subito la mozzarella alla coop.

Venezia è davvero  senz’altro anche il nome di una pizzeria. Questa canzone mi ronzava nella testa nei tre giorni a Venezia-Marghera. Gran casino quella zona, uno specchio deforme le due città di fronte e cariche di esplosioni umane e di solventi, come in una giostra perversa.



Una mia foto del mercato del pesce, Venezia.


Ho capito che Treviso non è soltanto quella dell’ex sindaco sceriffo; è bella e viva almeno quanto la mia tenera moglie.

Ravenna di sfuggita ha lasciato una lapide di ricordo sulla mia Fuji.


Poi la fatica della strada tosco-emiliana con più curve che auto. Prima c’era stata l’inquietudine di spettri felliniani che m’inseguivano sulla bassa deserta.

Arrivato a Grezzano, sbagliando strada per Marradi - vabbè tanto a Campana i suoi paesani non l’hanno mai considerato - dove ho abitato un inverno di tanti anni fa; una volta davanti alla casa con sottostante emporio, ho fatto pace col fesso che ero: mi ero fissato con quel periodo, mitizzandolo nemmeno fossi stato a Woodstock insieme a De Andrè, che oggi mi appare solo un tassellino dell’enorme costruzione in lego che è stata la mia vita. Caspita, ne ho fatto di esperienze, con più coraggio e con più successo. E basta! Così non ho chiamato Ricci, che tanto non mi ha mai risposto alle mie mail di giubilo di questi anni. Eh!

Sceso a Firenze ho capito che, avendoci vissuto un po’ di tempo, forse avrei dovuto vivermela di più fisicamente e non soltanto con i gas dei sogni ad occhi aperti. Quando ho capito che stavo facendo cose interessanti e uniche, ma a quel punto vivevo già a Roma. Era il ’92.

Ho rivisto il più bel pub del mondo occidentale: l’Irish pub di Piazza s. Maria Novella. Lì ieri abbiamo abbondato di scatti fotografici, almeno quanto le cose fatte intorno a quella piazza. Era il ’90-’91. Palle di neve incluse. Film di Greenaway pure.

Infine, il buio autostradale che mi proiettava davanti al parabrezza sporco ogni tipo di novità da catturare o vivere, per quanto qualche idea sul da farsi già sta nella mia anima gravida .

sabato 4 agosto 2012

diario balneare di mio cugino Arturo (ultima)


Controlli se hai chiuso il gas e tocchi la foglia di basilico, così, toccandola con il ruvido palmo della mano, il giardino è salvo. Saluti in silenzio il glicine poco dopo aver abbassato per l’ennesima volta le tapparelle. Cugino caro così non va, stai teso come un cavo d’acciaio di una lurida nave. Invece pensa al verde disteso ai lati dei tuoi occhi, annusa l’aria di vacanza che trasuda dalle magliette oscene di certi tuoi amici; anche se loro hanno fatto carriera e guadagnano almeno tre o quattro volte quello che guadagni tu. Ma che fa? Tu hai svolazzato in giro per l’Italia per tutti gli anni novanta con sogni che traboccavano allegri da quelle tue, e solo tue, tasche vuote. Ecco, le tasche sono ancora vuote, l’Italia è ferma lì e tu stai ancora a centrifugare pensieri e parole nella tua indenne coscienza. Embè, non è mica poco. In questi giorni hai fatto qualche bagno, incontrato amici e domani te ne vai a fare questo viaggio che buca l’Italia e arriva in Europa. Quella che vorresti avere davanti casa, o nel senso civico di certi conterranei maleducati. Ma che ci puoi fare? Mica hai sulle spalle la coscienza civile di un paese, non sei più pasoliniano, oramai. Sei altro: uno che spinge il pensiero verso giardini contaminati e profumati, senza nani in giardino. Neppure con giganti in salotto, se è per questo. Stai come un rospo senza acqua poco prima di un temporale, e ti agiti di elettricità con il cuore gonfio in gola.

Cari amici oggi finisce ‘sta collaborazione con mio cugino, e non è detto che non ritorni, tra onde, canzoni e donne magari mi ripresento e gracchio qualcosa per voi.

Arrivederci.



mercoledì 1 agosto 2012

diario balneare di mio cugino Arturo 3


Ma lo sai che poi è andato a vedere Patti Smith? Si è messo seduto alle spalle del palco, visto che doveva solo accompagnare la moglie al concerto; che poi l’ha pure salutata all’americana mentre spettinata e bella passeggiava leggera all’estremità del palco. Lei, quella che aveva visto in tante foto di Mapplethorpe anni fa. E già, quello si fissa col passato e non ne esce più. Ecco perché mi ha chiesto di scrivere qualche riga su questo blog. E io accetto. A me piace dire di sì, credo faccia bene al cuore. Dell’orgoglio non m’importa, nemmeno del male che si traveste da lamento per poi precipitare in un pozzo nero e giallo, senza aria. No, a me piace giocare coi bambini, a terra, tra loro, con qualche costruzione o libro da trasformare in mezzo per abbracciarli senza stringere né soffocare. Quello mi vede come uno che chiacchiera senza aver combinato mai nulla. Hai ragione cugino bello, a me, dentro questa bolla di vita leggera, piace restare fermo ad osservare le bandiere dei modellini dei galeoni, nella vetrina antica del negozio di fronte al mare. Dopo l’arco. E mo’ dovresti saperlo e quindi non mi chiedere niente e lasciami andare verso questi giorni di vacanza col sole in tasca. Salutami la tua dolce e unita famigliola, e pure quegli amici di cui tanto ti vanti; quando devi prendere le distanze da tante realtà che detesti e che pure ti tocca bazzicare. Caro mio il tempo scopre la verità, e tu scoprirai tra un secondo un mondo contaminato da parole e carezze. Che già c’è, devi solo amarlo di più. Vabbè, iscriviti pure come uditore al corso di lettere, ma dormi sereno e fatti consigliare; non restare fermo a urlare dentro sogni stretti stretti, e bui. Acchiappa una nuvola e lasciati volare.

domenica 29 luglio 2012

sto bene solo amando (e scrivendolo)


Uno sguardo il seno e le mani. Apro gli occhi e ci sei: sdraiata sui fianchi doni la spalla per provocare dichiarazioni senza senso. Ancora oggi e pure ieri, sei l’impasto più dolce che abbia mai annusato; un rivolo amaro intanto scende fino ai miei piedi nudi e timidi. La tua faccia impressa conserva immagini di futuro: tu ed io dentro una misera piazza senza soldi in tasca, eppure la stanza d’albergo sta per conoscere un inaudito lusso che spennella colore anche alle pareti. Ricordi? Come si ricorda un senso? Magari come una molecola che sa già tutto, ma consente lo stesso agli ignari di godersi ogni piccolo gesto, ogni periferico gemito di gioia.

Senza fiato per il presente arretro nel patio del passato: un albero gigantesco a farci da ombra e nutrirci, al riparo dal minuscolo mondo lontano.

sabato 28 luglio 2012

lode alle lumache


Ti svegli all’alba e scopri la fortuna di avere occhi e facce intorno da amare. E non è poco. Lo sarà sempre, e stavolta l’infinito ti appare amico e vuoi dirlo anche all’asfalto o ai tombini, che in fila aspettano il giorno. Le foglie secche stanno per essere spazzate per far posto all’erba fresca e neonata. Qualche cartaccia ancora sopravvive intrecciata ai bordi tra l’erba più alta. Tra poco la sinfonia dell’irrigazione automatica coprirà ogni rumore fuori luogo e le lumache faranno la solita doccia a gratis. Qui da noi basta essere per avere qualcosa. Niente di esagerato né di speciale, solo un riconoscimento dei tuoi soliti passi e delle tue chiare intenzioni.

Sappi che tutto il tempo è presente, e anche se tu leghi di più con  l’imperfetto ma non è detto che sia quello: oramai racconti alla rinfusa sono banditi e vuoi solo armonie inedite.

Ci vorrebbe un bel libro o un albero coi frutti succosi, senz’altro una strada da calpestare con dolcezza; un mare piatto d’incognite che pendono un po’nascoste  come cozze agli scogli.

mercoledì 25 luglio 2012

diario balneare di mio cugino Arturo 2°puntata


Quello se n’è andato a vedere Raiz che cantava. Dice che resta una voce irripetibile, una persona sensibile. Si è portato il figlio dietro, che entusiasta gli trasmetteva affetto e orgoglio per tutto il Pigneto estivo. Sì, perché, non contento, ha seguito l’itinerante reading di alcuni scrittori e scrittrici davanti ai locali dell’area pedonale. Poi non riusciva a cercare una gelateria, ché la Lattanzi si era messa a leggere Devozione, e alcune pagine imbarazzavano il ragazzino, pensava lui. Il gelato era pure buono. La panna poi era gustosa come certe panne del passato al paese di mare. Meno male che la Terranova poi ha addolcito pure gli angoli densi di spacciatori, con il suo tenero Bruno.

Insomma, mio cugino sta abbastanza sereno e cerca ogni appiglio vitale per godersi l’estate in città. Oggi si è letto un articolo che l’ha scosso e preoccupato ma, in fondo, erano cose che o gli si sono appiccicate sulla pelle già da tempo, o altre che gli frullavano nella testa anche quelle da un po’; e c’è stato qualcuno più preparato a scriverle. Questo vuole che accada sempre: qualcuno preparato che si trovi là dove deve stare. A fare quello che sa fare. Anche se oggi gli avanzi dei talenti pare siano da spartire tra tante fotocopie ingiallite, in certi viali affollatissimi delle nostre povere e immense città. Lì bevono vino di qualità e sognano luoghi lussureggianti, ma poi in agosto le tante province misere italiane li riaccolgono come bambini malinconici a cui rintuzzare l’autostima a colpi di cibo e carezze, con certe mani nodose di calli contemporanei.

Mio cugino dice che deve seguire il suggerimento di Piccolo di scrivere almeno una paginetta al giorno, pure brutta, ma che deve farlo. E lui lo fa.

martedì 24 luglio 2012

passeggiare


Un pomeriggio scendevo dalle colline che portano verso il mare, insieme al mio amico Mario. Lungo la discesa ai lati dei nostri occhi tante case. Beh, dallo sputo che fece Mario verso uno dei tanti cancelli di ferro, aguzzi in cima, capii che si trattava di case speciali: le ville dei ricchi. Fino allora non mi ero mai interessato alla vicenda. Le case erano sì, grandi o piccole, puzzolenti o perfette di pulito e ordine, ma speciali no, non l’avevo mai capito. Quello sputo sapeva di rabbia e frustrazione. Che ho conosciuto quest’anno, dopo fregature lavorative e dolori alla schiena. Mario studiava al conservatorio e cantava ogni tanto a squarciagola dentro la sua 126 bianca. Io ascoltavo sbigottito sforzandomi di emozioni usate. Quest’anno ho amato la lirica, prima no, non la capivo, poi è arrivato il Don Giovanni in tv, e le emozioni sono diventate reali.

In questi giorni rifletto sulla capacità di farmi bastare quello che sono diventato. Considerare l’anima una cosa concreta, lasciando cadere le ambizioni che prendono la forma di potere-patrimonio-morte. Non è facile, poiché nel frattempo ho bruciato ogni illusione residua di un passato arcobaleno che non tornerà più. Le lotte sono intestine, le sfide esistenziali e la dignità duella ogni mattino con la cognata dell’insonnia: l’accidia.

Il mio amore è intatto ma contaminato, e le mie gambe pesanti di muscoli universali.

Stasera passeggerò per le strade del Pigneto senza scia di fighettume da lisciare, e nemmeno col gusto di appartenere a un mondo speciale, esclusivo. Passeggerò coi miei sentimenti frementi, e ascolterò l’umore di mio figlio come unico vero termometro da considerare.

martedì 17 luglio 2012

lascio perdere?


 A S. Basilio c’è una biblioteca. Poi un giovedì di luglio propongono un concerto e un film, l’aria è calda e ti viene voglia di canzoni d’amore degli anni sessanta. E’ fisiologico, per noi romantici sedotti da certa entropia letteraria.

Parte la chitarra di Fausto Mesolella arpeggiando pericolosamente tra le capigliature rossastre delle nonne in terza fila. Le note cercano di arrivare fino all’ultima di fila, ma no, quaggiù dove siamo io e Enzo, c’è una barriera di chiacchiere di un’intera borgata ripiegata all’angolo dell’arena. Le note diventano familiari: Lucio Dalla Beatles. Niente, questi chiacchierano come forsennati. Il musicista, con fare educato, dichiara che questo vociare non lo fa suonare bene, pur ammettendo che un concerto di sola chitarra sia spesso una palla. Che stile Mesolella, riesce a zittirli tutti, trascinandoli dentro la sua musica discreta.

Si mette a musicare la scena tragica di “Un borghese piccolo piccolo”, e poi quando termina si siede ai bordi del palco a vedere anche lui il film di Fabrizio BentivoglioLascia perdere, Johnny” tratto dal suo raccontare i suoi inizi da musicista, a Caserta, negli anni settanta, in compagnia della sua adorabile timidezza.

Il film procura risate al gruppone chiacchierone, e anche a me, seppure con varie declinazioni sentimentali. A me il film è piaciuto, e non so il perché. C’è una tenerezza antica, pudica, che si presenta alle spalle dei vari personaggi di costume degli anni settanta; di quegli anni ancora tutti da esplorare con lenti trasparenti, e anche da raccontare meglio, scansando veli ideologici fuorvianti. Il racconto del film ci riesce nel narrare le difficoltà di un ragazzo a muoversi intorno alla sua passione, la musica, senza snobismi, ma non per questo gli è facilitato il percorso. Anzi. Un magnifico incontro costringe la sua insicurezza a rivedere le potenzialità e spingerlo verso palcoscenici improbabili, contro quella noia che spesso mortifica ogni possibilità di crescita.

Ci sono tanti bravi attori in questo film e belle canzoni, e facce da raccontare agli amici. Per sentirsi partecipi di storie mai del tutto dimenticate, e niente affatto lontane da quel che siamo. Bisogna tuffarsi in queste storie senza spocchia, ma con l’intenzione di fare pace con certa terra, certe facce, certi costumi, che ancora oggi condizionano il nostro liberatorio girovagare. Procurando risate e dolore, vertigini e attese. La timidezza di Fausto mi appartiene, e mi obbliga a rivedere i piani mai del tutto navigati in queste acque fangose, mai del tutto sicure. Lascio perdere?

lunedì 16 luglio 2012

pagliaccio di ieri


Confesso di aver appoggiato e alimentato illusioni prese a prestito. Un po’ da tutti, soprattutto da certa sinistra pigra. Oggi, dopo un’autoanalisi di circa quindici minuti ho pensato che: la realtà, e il lunedì, schiacciano ogni velleità e Gasbty sta lì a dimostrarcelo. Poi, il passato, e il suo corollario variopinto, ci costringono ogni pomeriggio a rivedere i nostri piani. Le nostre tenere e impacciate mosse sociali, su scacchiere gracchianti alquanto fragili. Infine, considerando la brevità del nostro passaggio terrestre - in fondo poco più di una settimana - sarebbe meglio osservare gli occhi dei nostri figli, gli amori e tutte quelle sfumature che colorano i nostri giorni; altrimenti, e senz’altro, in balìa delle onde poco umane e tanto distruttici del mondo che rotola, rischiamo di sbattere contro tutti i nostri buoni propositi.

E’ così.

Stanotte ci rifletto e poi proverò a spiegarlo meglio, nei giorni a venire. Nel divenire all’alba, senza traccia di birra nel sangue. Stavolta con le ali spiegate che impattano verso un cielo che assume ancora di più le sembianze simili a te, pastelli che ammettono la tua bellezza e spengono ogni disordinato assalto alla tua saggezza.

Stasera ti amo, stasera mi amo.

Mio cugino mi costringe a confessioni ardite sul mio stato d’animo, gratis e senza ritegno, e così tiro fuori il meglio delle nervature romantiche del mio corpo teso.

mercoledì 11 luglio 2012

diario balneare di mio cugino arturo (primo)


Ho una voglia matta di creare una lista, anzi due, dove elencare tutte le cose e persone brutte con cui ho avuto a che fare quest’anno. Poi un’altra dove evidenziare le persone e fatti che invece sono stati importanti e belli; ma in fondo in fondo non mi va di farlo. Basterebbe dire che tutto quello che ha riguardato il lavoro è stato pesante e a tratti orrendo, nel senso di pauroso per la profondità schifosa in cui stavo precipitando. Ah, ne approfitto di questa finestra pubblica per mettere un annuncio: cerco lavoro, di ogni genere, basta che lo stipendio superi, anche di poco, i mille euro.

Invece è meglio parlare delle belle persone che ho conosciuto, sentito, frequentato in questi mesi. In primis la mia splendida famiglia. J. che eccelle a scuola, L. che ha imparato a giocare a pallone, ed è richiesto nelle squadre che nemmeno io da piccolo. E io ero forte, eh!

Poi tanti amici con cui ho scambiato euforie e depressioni. Inutile fingere, e soprattutto scrivendo di queste cose. I posteri già rideranno di noi, figurati se ci mettiamo pure ad abbellire i nostri trascorsi. San plutonio, facciamo gli adulti. Niente mezzucci formali per dichiarare i propri sentimenti. E dai, su.

In questi giorni di auto-reclusione mi sono comprato delle birre a buon mercato, sono di quelle che bevono i simpatici rumeni che abitano nel silos, una volta agricolo, ora più urbano di Bombay. Più gas che luppolo. D’istinto mi veniva di uscire sul pianerottolo e fare rutti in direzione del vicino. Non l’ho fatto, tranquilli, ho preferito usare questa birra come alleata della Valeria per donarmi gocce di splendore, di umanità. Poi ho letto molto: il grande Gastby, finalmente. E quella decadenza che si trasformava in tragedia pareva un monito anche per me. Ho ripreso “il più grande spettacolo della terra”, di Dawkins, che mi ha consigliato il mio scrittore preferito. Quello di Giordano Meacci non riesco a proseguirlo, quello della Raimo, solo in parte mi è piaciuto. “Lettera al padre”, di Kafka, mi chiama tutti i giorni dal comodino, invano. Ieri sera ho iniziato a vedere un film con Violante Placido, ma era davvero brutto, e, pur ammirando ‘sti corpi all’aperto sul mondo, ho preferito pensare cose astruse sul letto riguardo alle collocazioni precise in quel dato momento delle persone a cui voglio bene. Starà a letto o a fumare una sigaretta? magari si è ricordato ora di annaffiare la salvia. Continuando così fino al crollo nel sonno.

Poi ieri avevo ascoltato anche David Bowie, che di tanto in tanto mi entra nel cervello con quella sua musica così sognante.



martedì 10 luglio 2012

tamerice


Se ne rimane a casa da sola. Con le zanzare divertite a punzecchiarla. Il chiacchiericcio insopportabile della spiona di turno, forse le farebbe quasi piacere. I cani abbaiano più del solito e il libro della Munro pende dal tavolino, quasi inconsapevole. Come lo è l’amore mozzato da una scelta assurda: scontare la pena di non aver fatto quella necessaria, di scelta. Ma come pensavi che finisse, che venivano a chiederti scusa in groppa al mulo? Pensaci, hai anticipato gli eventi e collassato le illusioni un minuto prima della loro resa. Al più forte. Al potere che guizza come piranha travestito da merluzzo, sulle acque poco chete della tua realtà. Ombrosa e solare realtà che accoglie ogni cosa, ogni delinquente simpatico, pur di esserci. Maledizione!

Desideri ora rimbalzare tra i viali marini evitando i Tamerici che allegramente ne disegnano la bellezza; quei viali che facevi di corsa in bicicletta per acchiappare Giacomo o Gianni, e loro ghignavano sicuri della loro forza. Tu non piangevi e tiravi su il muco per non perdere tempo e continuare la rincorsa. Per poi aspettare la notte per disperarti, e tirando fuori l’inadeguatezza di sempre che diventava disprezzo per la tua famiglia; questo al riparo dagli sguardi dei tuoi amici e di tua madre. Ecco, quelle notti ritornano reali e concrete in questi giorni come se nulla fosse.

I tuoi anni schiacciati da suole pregiate, da persone che, sul limitare della decenza, tra il poco e il nulla, stanno applaudendo il prossimo buffone da corteggiare.

lunedì 9 luglio 2012

sulla panchina


      Sbuffo il fumo della sigaretta che mi ha lasciato Tonino a fine turno. Nel farlo, mentre osservo questi pini giganteschi davanti ai miei occhi, penso al viale di platani che mi conduceva a scuola. Da piccolo. E quegli alberi erano i miei baobab. Penso a mia madre che mi accompagnava con quell’aria sognante. Assente, a volte. Io ero contento e mi divertivo a scivolare ai lati dei gradini sul liscio marmo levigato da mille sederi come i miei, o a scambiare le figurine con i compagni, poco prima che la campanella scolastica anticipasse i rintocchi del campanile comunale. La sfida a questo punto era tra il bidello e il messo comunale, quest’ultimo più statale dell’altro nell’esser calmo di burocrazia.

Tonino quando ha finito di sbrigare con le terapie e i vari giri nei reparti per verificare se stiamo tutti tranquilli, poi gli rimane un po’ di libertà che spende ad ascoltarmi. Siccome sono stato professore d’Italiano, e appassionato di Storia contemporanea, lui vuole sapere da me quello che è successo davvero negli anni settanta, soprattutto in Italia. Dice che in quegli anni lì, terribili e creativi, si è trasformato tutto. Poi mi suggerisce che bisogna analizzare a fondo tutte le questioni che sono state affrontate in quegli anni di fermenti e cambiamenti sociali epocali, per capire meglio quello che siamo diventati. Un po’ credo che abbia  ragione, e così ci mettiamo a fare queste chiacchierate storiche con l’intento di capirci di più entrambi. A me piace farlo, mi tiene vivo dentro questo pre-obitorio fatto di zombie coi camici  e sciroccati vestiti malissimo. Anche se ci sono dentro anch’io in questa moltitudine umana barcollante di anime che ancora cercano qualcosa, tra gli infiniti viali e i bui corridoi, ma almeno io la mattina mi scelgo la camicia da mettere.

 Tonino mi chiama sempre professore, e questo mi lusinga un po’. L’ho fatto per dieci anni in una scuola privata, e fu un’occasione d’oro dopo altri dieci di gavetta tra i mille istituti della città, e doposcuola vari. Così un giorno a un convegno sulla “Didattica come strumento di emancipazione”, conosco Piero, il direttore della scuola privata “Montale”, e facciamo una bella chiacchierata, durata un intero pomeriggio al tavolino del chioschetto di viale Ippocrate, sull’importanza degli studi nel trasformare la propria vita in meglio. A settembre stavo già nel suo istituto a insegnare Italiano e Storia a ragazzetti un po’ viziati e un po’ ambiziosi. Anzi, a dire il vero, ambiziosi lo erano soprattutto i loro genitori poiché credevano, iscrivendoli da noi, che poi avrebbero disegnato un percorso scolastico su misura per i loro figli d’allevamento. Illusi anche loro.

Tonino non si stanca mai di ascoltarmi e a volte resta anche oltre il proprio turno di lavoro, e questo accade quando c’è ancora da dire sull’argomento iniziato e che non si può rimandare al suo prossimo turno di lavoro, poiché si spezzerebbe il filo. L’incanto. Affrontiamo scientificamente ogni segmento di quegli anni, perché vogliamo costruire un atlante per le nuove generazioni. Questo lo dice Tonino che pensa di ricavarne qualcosa da queste discussioni, lezioni direbbe lui, poiché crede sia importante approfondire la conoscenza dei fatti per riuscire ad orientare meglio nel mondo le nuove generazioni. Lui ci crede. Io invece, quando parlo con lui, passo il tempo nei migliori dei modi possibili qui dentro, e con una limonata fresca davanti in estate, o un orzo bollente d’inverno, è il massimo di quello che posso aspettarmi da questo posto. Allo spaccio-bar gestito dai pazienti le opzioni d’acquisto sono poche. Io mi arrangio anche lì, tanto resistere per me significa soprattutto poter mettere tutti i giorni un vestito diverso, elegante, così da conservare almeno lo stile nel tempo che mi rimane. A me è sempre piaciuto lo stile, pur dentro il peggio delle umane possibilità che mi sono capitate.

Esco poco dalla clinica. Anche se non ho limiti alle uscite, preferisco stare dentro. Ogni mattina esco soltanto per comprare le sigarette, poi mangio una ciambella e bevo un caffè, e mi leggo tutti i quotidiani del bar, e basta. Un tempo uscivo più spesso e anche per l’intera giornata, lo facevo anche per smaltire tutta l’inquietudine che producevano i miei tanti pensieri inquieti. Mi capitava di uscire in compagnia di Rosetta, un’assistente sociale che avevo conosciuto durante l’anno che aveva lavorato da noi. Con lei passavo giornate in giro con la sua auto a parlare e ridere di quello che abbiamo combinato nei nostri passati remoti. Si andava anche nei mercatini o nelle librerie. Qualche volta pure al cinema. Poi, scansato il pudore delle differenze di status, ci rotolavamo sul suo letto a due piazze. Lei viveva da sola e quel letto accoglieva pure qualche altro ragazzo occasionalmente. Così mi diceva. Non vedo più Rosetta dal giorno che mi ha raccontato cose troppo tristi sulla sua famiglia: non ce la facevo più, visto che con lei uscivo per cercare un’oasi femminile dopo le giornate vuote e maschili della clinica. Qualche anno fa mi ha scritto una bella e articolata lettera. Spiegava con delicatezza che forse è stato meglio così per noi due, cioè, dichiarava pure che con me è stata una cosa speciale, ma, a pensarci bene, chiosava che sarebbe stato difficile proseguire. Si era fidanzata. Bastavano queste parole ed io avrei capito lo stesso, invece, col gusto delle complicazioni, mi aveva fatto una disanima un po’ professionale e un po’ da ex fidanzata sulla nostra stramba relazione. Che poi non era così stabile, infatti nessuno di noi due pensava di essere fidanzato con l’altro. Dopo di lei ho smesso di uscire in quel modo. Solo piccoli gesti quotidiani che mi aiutano a non smettere di conservare dignitose abitudini, soprattutto la mattina, prima che arrivi l’assistente con i suoi modi brutali a servirci la colazione e a ribadirci rozzamente la nostra misera condizione. Io prendo solo i biscotti e m’incammino verso il bar.


Ho avuto anche una moglie, certo. E pure due figli. Sono stato un discreto padre di famiglia, e un decente marito. Ma che fatica. Amavo mia moglie, e i suoi modi dolci e accoglienti. E le sue intuizioni fulminanti.  Un po’ meno amavo le sue pretese di vedermi normale. Ogni volta che avevo una crisi, e ne avevo una ogni due o tre anni, mi diceva che la dovevo smettere di fare il ragazzino. Come se dipendesse da me, le suggerivo col quel tono di voce flebile e senza convinzione che mi usciva in quei momenti di crisi. Aveva ragione, ora lo so. All’epoca ero avvolto in una nebbia sentimentale che mi faceva sentire bene sempre nel torto, quindi nel giusto: osservavo la mia situazione dal punto di vista dello sfigato senza futuro che mi ricucivo addosso. Invece, posso dire che in fondo m’impegnavo pure coi ragazzi a scuola,  producendo anche buoni risultati. Ricordo che mi ero inventato un concorso per racconti brevi, rivolto ai ragazzi degli Istituti che gestivamo. Organizzavo ogni anno gite che per metà erano culturali e per l’altra metà puro divertimento. Per tutti. Vero pure che ogni tanto mi fissavo per certe situazioni ipocrite che si generavano nelle relazioni coi colleghi, ma durava solo qualche mese. E poi sfumava nelle nevrosi comuni, questo almeno era come lo percepivo io. La scuola, con i suoi cicli di studi, mi dava la possibilità di cambiare ogni tanto le facce con cui avevo a che fare, colleghi inclusi. Avendo tre sedi, quindi avevo anche la possibilità di girarmele tutte e tre. Questo avveniva quando andavo in crisi, e uscirne significava cambiare aria. Devo ammettere che mi sono preso anche diversi periodi di aspettativa, oltre a riduzioni degli orari, e tante altre scappatoie per non scoppiare del tutto. Ma la mia ex moglie non sopportava più questo stato di cose. Voleva tranquillità esistenziale e serenità familiare. Mica aveva torto.

I miei figli ora chissà cosa pensano davvero di me, dopo che per anni abbiamo condiviso casa e abitudini, fino alla loro adolescenza. Poi il crollo. La clinica. La separazione. Sto sragionando aspettando l’incontro con mia figlia, vorrei mettere in ordine il caos del mio passato, così per ripulire quei pensieri appiccicosi che sempre mi perseguitano. Lo faccio sempre per esorcizzare il mio passato strambo, per sembrare migliore agli occhi di Giulia. No, è inutile far finta di essere normali, ché poi lei s’innervosisce quando lo percepisce. Ogni due o tre mesi passa a trovarmi. Mangiamo nella trattoria in collina, lontani dall’opprimente perimetro immenso della clinica. Parliamo un po’, o meglio, sono io che le faccio mille domande. Ricevo un paio di risposte lunghe, esaurienti ma articolate, in cui ci infila pure notizie della madre: le vanno bene le cose con Claudio. Ma di solito poi aggiunge frasi così: anche se secondo me la malinconia la sta divorando in silenzio. Poi mi da qualche informazione sul fratello che insegna a Mantova: vedessi come crescono le figlie. A mio figlio lo vedo solo a Natale e in estate, pochi giorni insieme per sconfiggere la paura dell’addio. Porta pure le figliolette, che oramai mi vedono solo come un nonno misterioso e simpatico da temere cautamente.

Quando mancano ormai pochi giorni dall’arrivo di mia figlia, comincio ad agitarmi già dal mattino. Parlo troppo, perdo un po’ quello stile riflessivo che mi crea una certa riverenza da parte degli altri qui dentro. In fondo questa calma artificiale, fatta di pasticche e riflessioni astratte con Tonino, mi fa stare bene ma, appena compare la realtà, la mia vecchia realtà che bussa al portone della clinica, allora mi tira fuori un’ansia urbana e passata, mai del tutto addomesticata.
Durante il primo anno in clinica non ho visto nessuno. Dico dei parenti o amici. Nessuno. Ero agitato e quando esageravo, magari urlando contro un altro paziente insolente o mi rifiutavo di prendere la terapia, gli infermieri mi sedavano nella maniera antica: botte. Lì per lì non soffrivo tanto, ché un po’ me le cercavo visto che per capricci esistenziali avevo mollato tutto per farmi condurre qua. Così, una ramanzina energica ci stava tutta, ammettevo in silenzio.   Ma poi, nei giorni successivi, quando i lividi diventavano neri, cominciavo a intristirmi. Allora chiamavo mia moglie, ancora non eravamo separati, magari alle sei del mattino e le urlavo che era una stronza, per niente umana, una carogna. E lei rincarava la rabbia dicendomi che non ho combinato nulla nella vita e ora era giusto che stessi lì. Lo pensavo anch’io che fosse giusto stare qui, visto che là non avevo combinato granché. Quello che mi faceva piangere, non al telefono, ma dopo nel corridoio della mensa, era sentirmi dire “e i ragazzi non te li faccio vedere perché sei pazzo”. Ecco, questo non me lo meritavo. Adoravo i miei figli, e non potevo sopportare la loro lontananza. Almeno all’epoca. Di fatto, tra insulti, botte, mie agitazioni, non ho visto nessuno per quasi un anno. Poi sono cambiato. E le chiamate con la mia ex moglie avevano quel retrogusto dolciastro che mi faceva dormire bene poi la notte. Sono diventato un paziente modello, a detta del dottore. Mi ero adattato bene, come sempre nella mia vita. Quando si tratta di sopravvivenza tiro fuori una forza oscura e funzionale.


Domani arriva mia figlia. Spero mi porti il libro che le avevo chiesto. Tutto questo pensare mi ha stremato, nemmeno la discussione sullo statuto dei lavoratori con Tonino mi aveva procurato tanta fatica. Una fatica dolce, una stanchezza che sa di cose belle dentro i fatti brutti. Panna e puzza di ferro bruciato nello stesso istante che ti avvolgono e stordiscono un po’. Ho sonno. Vado a sdraiarmi su la solita panchina accanto al vecchio pollaio. Oggi Tonino è di riposo, andrà al cinema con Giovanna. Dormo un po’, prima che arrivi l’ora della cena. Prima che i pensieri divorino il ricordo di certe faccine che mi faceva mia figlia da piccola, al parco, davanti alla fontana con quegli schizzi improvvisi. Era tenera Giulia davanti a quell’acqua gioiosa che s’infrangeva arresa al vetro della Nikon, poco prima dello scatto. Poco prima del crollo. Poco prima.


“Ciao papà. Scusa il ritardo ma ‘sti treni sono sempre più lenti”.

“Non ti preoccupare. Vuoi un po’ d’acqua fresca?”

“Sì, grazie. Papà voglio farti subito una proposta: vieni a vivere a casa mia?”.

“Ma stai scherzando? Vero?”

“No, ci penso da tempo. Cosa resti a fare qui? Non sei più giovane. Starai da me. Tanto col lavoro che faccio a casa ci sto solo la notte e un po’ la mattina. Faremo colazione insieme. Poi le giornate le passerai in giro per il paese. Al mercato del pesce. Oppure in casa a leggere i tuoi libri. No?”

“Giulia… a me non dispiacerebbe, ma come faccio… devo finire di raccontare la storia a Tonino”.

“Lo chiami al telefono, o lo puoi invitare di tanto in tanto a venire al paese. Papà, ma ora non ti puoi mettere a pensare a Tonino”.

“Non posso lasciarlo senza aver terminato la storia, lui ne ha bisogno”.

“Assurdo, assurdo. Ma come fai a pensare a queste cose? Boh...

“Sono contento che tu mi voglia vedere in giro per il paese, è bella come immagine, ci starei bene dentro. Però, Giulia capiscimi, sono quindici anni che sto qui e avrei bisogno di un po’ di tempo per disabituarmi. Mica posso uscire oggi all’improvviso. Dammi un po’ di tempo. Magari in autunno ti raggiungo”.

“In autunno! In autunno, ma perché? Hai sempre bisogno di tempo per te. Vero? Alla fine hai usato sempre la maniera più comoda di prendere tempo davanti a una scelta. Che però non hai fatto mai, non è vero? Ora è Tonino con le sue ossessioni a farti rallentare. Papà, pensaci bene, è un’occasione per ripartire con più dignità. In fondo, fare colazione assieme è stata tra le cose più belle che abbiamo fatto in passato”.


Giulia come sempre mi ha scosso col suo temperamento pieno di rabbia e desiderio. Mi spaventa l’idea di diventare un peso. E poi quanto potrà durare? Qui poi non mi riprendono più, che ti credi. Qui ho il posto fisso, sto meglio degli statali, e Tonino si sarebbe fatto una risata a questa mia battutaccia. E pure Giulia. Nei prossimi giorni nella testa di Giulia sarò un misto di rancore e speranza. Vorrei mescolare il tutto per una notte intera e poi decidere. Ma non ce la faccio. Non decido da quindici anni. Dovrebbero farmi un TSO al contrario. Un’ambulanza a sirene spiegate che mi sbatta dentro casa di mia figlia. Con le comari fuori a bisbigliare sbigottite. E poi? Niente, mi sa che intanto finirò di raccontare a Tonino gli anni settanta. Dopo, nei giorni seguenti, scriverò una cosa carina e significativa a tutte le persone a cui voglio bene qui dentro; solo allora me ne starò ancora qualche giorno su questa panchina a decidere sul da farsi: alle cuffie avrò a tutto volume le canzoni di Modugno a sostenermi per l’impresa. E' il massimo che io possa fare per te. Credimi.




Racconto contenuto nella trilogia "quando la finisci di scrivere 'ste cose?".  Editore impossibile. Collana "utopie necessarie". Roma 2012

domenica 1 luglio 2012

chiuso

Chiuso per mancanza di slanci.
Aspetto già impaziente i temporali estivi.
Scusate il niente.
ciao

van gogh "dottor gachet"

gioiello


Undici anni e i capelli non li vuoi tagliare. Sei sensibile almeno quanto la somma di ieri e oggi con tutto l’amore tra tua madre e me.

Non avere paura e scaccia le mosche dispettose. Prenditi l’aria che c’è, i suoni e le parole sincere. Ama fino a notte fonda come me, per poi aspettare il velo azzurrino del mattino che copre il tuo corpo fino al risveglio. Impara i silenzi necessari e urla contro gli ipocriti.

Fa quello che credi e senti, e lascia stare le inutili tradizioni.

Insomma, non ascoltarmi oggi se vuoi, ma cerca di sentirmi domani.



Undici anni fa mentre esplodevo di felicità, ho scritto ‘sta cosa qua:



Davvero compare, come pietra preziosa e un po’ misteriosa, un essere rosa, già tranquillo d’amore mostra i segni di esso: occhi verso gioie sconosciute, a chi pretende amore senza sacrificio d’attesa. Oggi un battito forte e inquietante percorre la notte, di chi come me dorme distratto da niente, poiché il giorno sapeva di vuoto. Non posso piangere la gioia che verrà, oggi non posso che vedere un corpo tenero di carne che si appoggia a un braccio vecchio di sogni. La notte sta chiudendo un giorno indimenticabilmente felice: concedo una tregua al mio stupore d’amore per te, Lorenzo, protagonista di un giorno che davvero compare…02/07/2001