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giovedì 25 febbraio 2016

Vergogna a Stoccolma

 
Abito in una zona a ridosso di una città che si espande ogni giorno come una macchia d’inchiostro. Dal limite estremo sentiamo l’odore delle novità, delle feste sulle terrazze e delle donne bellissime che la sera come piume d’uccello transitano sopra le vie del centro. Da noi l’autobus ci arriva da poco più di un anno. Il minimarket l’hanno aperto a settembre scorso e chiuso poi a febbraio. Il solarium non c’è più, al suo posto le pompe funebri. Due parrucchieri uno accanto all'altro. Un veterinario, e tre barpizzeriatavolacalda. Dieci anni fa abitavo in un palazzo scorticato dalle acque sulfuree e i tir la notte facevano manovra dietro al mio collo, e chissà che sogni on the road facevo in quelle notti. Stanotte invece ho sognato che partivo con il traghetto, mentre la mia famiglia restava sulla terra ferma e non riuscivo a fare i biglietti per restare sulla terra, e per questo litigavo in cabina con il Capitano, e così vedevo allontanarsi la terra con le persone a cui voglio bene: disperato mi sono svegliato di soprassalto. Sono stato tutta la la giornata ad accarezzare di sguardi mia moglie e i miei figli.

   Penso, mentre fischietto nel parchetto sbrindellato del quartiere, che negli anni avrei dovuto applicarla in scandinavia la mia moralità. Non qua. Ora osservo una bordura di bottiglie di birre intorno a un olivo piantato da me anni fa, tutto spontaneo qua, almeno la Malva resta silenziosa e regale, indifferente ai nostri affanni urbani. Piantavo alberi, facevo figli e cercavo il lavoro della mia vita. Poi sono cresciuto, quasi più veloce dell'olivo, ma sicuramente meno dei miei figli. Adesso, senza affanni misteriosi o attacchi di panico per strada, m'incammino lentamente verso la scuola del piccolo, e trattengo a stento le ghiandole lacrimali al pensiero che dimenticherò l'epoca delle prime pappe o della prima volta che hanno mangiato a pezzi, e i giochi pomeridiani sdraiati sul pavimento fino allo sfinimento, così come quei cambi di pannolini serali, con quella luce di taglio da ottobrata. Poi al letto si rideva fino a quando i bimbi crollavano a malincuore verso il sonno. Io restavo sveglio, e vagavo nel salone e su internet: rumori di auto fuori che si fondevano nello scricchiolio della connessione analogica, procurandomi un brivido che non so ancora spiegare. In quel tempo ansioso e felice comunque mi nascondevo, mi vergognavo, mi sentivo piccino, insicuro, buono a nulla e non riuscivo nemmeno a disprezzare chi andava disprezzato. Non era per bontà, no, era che non ci riuscivo proprio: mi mancava il coraggio della cattiveria a piccolo dosaggio.
   In questi giorni di minima cattiveria, di lucida resa e di clamorosa consapevolezza esistenziale, la mia commedia obbedisce a un'altra sceneggiatura: di vergognarmi ancora ma stavolta di quello che scrivo, e nonostante continui a farlo tutti i santi giorni con piacevole stordimento. 
Dottore, hai capito come sto?

il dottor Gachet (Van Gogh)

Ieri è tornata Lei, aveva gli occhi stanchi e pungenti e con la sua bellezza mi ha suggerito di vergognarmi ancora e di farlo regolarmente tutti i giorni. Già dall'alba. 
Come bere l’intera moka di caffè.
Come spiare la famiglia di fronte.
Come fare l’amore nel pomeriggio. 
Come raccontare la sua malattia. 
Come piangere durante la sua recita.  
Come vedersi tra i fiori fiero e fallito.
Come rinascere la domenica mattina.
Come adesso, poco prima del clic.
Ecco i buoni propositi da praticare prima di scappare a Stoccolma.




(voglio che la vita mi lasci in pace nella contaminazione tutta mia di queste canzoni)



lunedì 8 febbraio 2016

mi fermo un po'


   Cari miei non so più cosa scrivere. Mi vergogno, mi struggo, e penosamente capisco che qualcosa si è spento: quella smania esplosa cinque anni fa di scrivere, di esserci così, forse. Ora sono bloccato da mille paure, e fiutando il deserto interattivo, capisco di stuzzicare poco la vostra attenzione, allora mi rendo conto che tutti abbiamo infinite cose da leggere impilate sul comodino, o in attesa sul tablet. Quindi mi fermo un po'. 
Vi invito, se di tanto in tanto capitate qui, come faccio io, di dare un'occhiata ai vecchi post. Sto rivedendo cose scritte di fretta, buonine sì, ma che con l'entusiasmo di quei giorni buttavo troppo in fretta nel blog. Ecco, la fretta voglio ammazzare, e la grazia stare ad aspettare.

Belle cose a tutti voi.


sabato 6 febbraio 2016

Due ciambelle

    
   Edoardo arriva di corsa fino alla riva poi frena, col piede sinistro sfiora l’acqua, barcolla per due secondi e si volta per guardare la madre. Un attimo dopo arriva pure il fratello piccolo, ma non riesce a frenare: si ritrovano entrambi in acqua. Urlano per metà divertiti, e per l’altra metà preoccupati per l’imminente ramanzina della madre. Non sono ancora in costume. Non arriva nessuna ramanzina. I genitori sono già coi culi affossati nella sabbia, a un paio di metri uno dall’altro. Giocano con la sabbia. Lui scava rimanendo sempre allo stesso livello di profondità, lei invece se la lascia passare tra le dita lentamente, osservandola mentre scende. Da lontano si somigliano, e se non fosse per il seno di lei e il costume attillato di lui, potrebbero fondersi in un'unica figura. Ci sono pochi ombrelloni aperti, è fine giugno e i villeggianti se ne stanno ancora indaffarati in città. Nel frattempo i due bimbi sono in acqua alta quanto loro, affogandosi a vicenda fino allo sfinimento, ridendo. C’è una coppietta vicino a loro, sono nascosti da un gozzo ancorato; si baciano e si abbracciano e si capisce che quel salato tra le labbra sta aumentando le voglie di entrambi.

   Passa il traghetto al largo e spacca in due il mare come un grande cocomero, lasciando dietro alla poppa una scia che oggi appare ancora più inquinante: schiuma che si mischia col fumo nero di nafta. Poi sparisce.

     Luisa viene da una notte insonne, ma questo non le ha impedito di preparare la sua solita buona frittata, che si è andata a prendere tutta l’aria della casa annunciando la gita domenicale: al mare o scampagnata o giretto nei parchi cittadini. Oggi non si sta solo fino al primo pomeriggio, ché se va bene a papà, oggi si rimane addirittura fino al tramonto. Fino a quando gli spiaggini degli stabilimenti accanto non avranno smontato in fretta tutti gli ombrelloni, lettini e sdraio che durante il giorno disegnano la spiaggia come un enorme manto colorato. A quell'ora si beve la birretta con la busta di patatine aperta sull'asciugamano.
     Frequentano da sempre la spiaggia libera: un corridoio stretto e lungo che accompagna lo sguardo fino al mare. Dalla strada vedi armonie strambe di linee confuse e colori diversi, persone con pose che altrove sarebbero oscene, e bimbi che scavano infinite buche con l’idea fissa di trovare l’acqua, pur sapendo che sta lì a meno di tre metri dai loro piedi. Eppure, quando arrivano con le mani all’agognata acqua, urlano nemmeno avessero trovato le pepite d’oro nel proprio giardino. La spiaggia libera, questo spazio vivo, estemporaneo, caotico e colorato accoglie anche oggi Luisa e la sua giovane famiglia.
     “Ti ricordi quando passava la signora delle ciambelle?”.
     La frase non ha ancora ricevuto la brezza per spostarsi, rimane ferma in aria sotto gli aquiloni. Luisa non vuole rispondergli subito, oggi non le sembra il caso di rispondere immediatamente. Oggi ha dei suoi ritmi interni da rispettare, dominati dalle sue ansie strozzate in pancia. E quei grovigli di pensieri. Il marito aspetta con la testa abbassata cercando di trattenersi, almeno oggi vuole riuscirci.
   “Ricordo eccome! Ne volevo sempre due, una da mangiare subito e l’altra dopo il panino con la frittata”.
   “E sì, e che piacere tutto quello zucchero che si appiccicava alla bocca e andava via solo al primo tuffo in acqua, eh Luì?”
   Tonino invece risponde subito, a causa delle sue ansie da prestazione che galleggiano da sempre tra i suoi occhi e quella enorme bocca aperta. Aspettare per lui è come perdersi qualcosa, che poi non si capisce mai cosa sia davvero questo qualcosa.
Tonino, alleggerito della risposta sul ricordo delle ciambelle zuccherose, si fa coraggio e poggia la testa sul ventre della moglie. È bollente e molle, e gli procura un accenno di erezione. Vede il cielo azzurro senza nuvole e sente il mare della riva che si appoggia sulla riva. Pensa all’appuntamento di domani mattina, si scurisce, allora tenta di addormentarsi. Luisa nel sentirsi premere il ventre è costretta a uno sforzo di posizionamento, respira un po’ affannosamente, ma in fondo le è piacevole sopportare quei capelli e quelle ossa addosso: dallo sguardo si direbbe che la faccia sentire meno preoccupata.

foto di Luigi Ghirri


   “Mamma abbiamo fame!”
    Nel rialzarsi di scatto sente una fitta, ma nessuno se ne accorge. Rassicura i bambini che i panini sono nella borsa, e che glieli da subito, poi li osserva: dura pochi attimi. In quegli attimi lascia scorrere immagini di lei bimba nella sporca casa dello zio al paese, scure e tristi immagini che lottano nella sua mente con quelle dei suoi figli, di ora, nitide nel loro splendore. Sarebbero un caos nella testa di un altra persona ma non nella sua, che invece le accoglie e si commuove, ma nessuno se ne accorge. Ora Tonino è a gambe incrociate con il panino tra le mani, negli occhi il fastidio del sole, accanto alle sue gambe i due bimbi che sbriciolano felici.
   I due innamorati di prima sono usciti dall’acqua e camminano avvinghiati verso l’ombrellone fissandosi negli occhi, intervallando lo sguardo con vedute vaghe tra la sabbia e il niente.
   Il piccolo si sta leccando le dita impregnate di sottiletta filante e, tra i crateri di sabbia che hanno scavato poco prima, ci sono caduti pezzetti gialli di frittata che da lì a poco saranno sotterrati senza tanto sforzo da milioni di piedi irrequieti. I topi del turno serale sono già in allerta.
     “Ti va di andarmi a comprare un gelato?”.
     Tonino sta già contando gli spicci e si sta avviando quando Luisa gli chiede, con una smorfia che sembra un sorriso soffocato “ma almeno chiedimi quale gelato voglio, no?”. “Vabbè, ma lo so già, ti porto il solito cornetto”. Luisa sta per cazziarlo, ma osservando il marito di spalle, con quel costume blu comprato da lei otto anni prima all’Oviesse, e intuendo che quel suo corpo asciutto e curvo nasconda chissà quali paure, lo perdona con quei suoi enormi occhi verdi gonfi di lacrime, ma nessuno se ne accorge.

    “Coccobello, coccorinfrescante!”

    Con la pancia schiacciata sulla sabbia Luisa parla al telefono con Rosa: le racconta di come si sia prestata volentieri a delle nuove porcate, e di come a Tonino gli erano tanto piaciute. Anche se durante, continua, dice di averlo visto che faceva smorfie strane, erano d’insoddisfazione? Poi insiste che quando lei gli stava sopra, si era guardata le cosce, intravedendo una piccola, quasi impercettibile, smagliatura. E le chiede: perché ho fatto quelle cose per lui? Ho paura di perderlo? Per fortuna si erano subito messe a ridere come due adolescenti e le risposte erano rimaste sospese tra la sabbia bollente di Luisa e la pianura afosa di Rosa. In realtà nella sua testa non c’è niente di adolescenziale in questi giorni, tra l’amore di quella notte e il mare di questa mattina. Tonino lo sa, ma preferisce terminare le frasi al posto suo e correre a comprarle i gelati.


   Con tutta la panna che si scioglie sulle labbra e senza neanche pulirsi, e con tutta quella cioccolata che mastica nella bocca, Luisa, accortasi di un’imminente sonnolenza negli occhi del marito, gli dice: Tonì, ma domani, prima di andare in ospedale perché non ci fermiamo al bar a fare colazione? Ha certe ciambelle buone il Bar Del mare, così magari ce ne mangiamo due a testa. A quel punto con la lingua si decide a pulire il labbro inferiore e mentre lo fa sembra una bimba che non vuole far cadere nemmeno una goccia di gelato a terra, ché vuole trattenere più a lungo possibile quel sapore dolciastro nella bocca. Sorride con gli occhi socchiusi, e con la testa reclinata verso la sabbia produce uno sforzo esagerato. Ma nessuno se ne accorge.

(racconto di Elisa Gatti, ditele cosa ne pensate, le è necessario saperlo)




venerdì 22 gennaio 2016

Vi racconto questa al volo

    Cadute di mia madre, ricordi di mio padre: sintesi del mio asciutto presente assente.
Come mi piacerebbe ogni tanto scrivere così, di pensare così: fottermene di sembrare quello che sono davvero e sfondare l’ignoto che mi aspetta.



   Allora vi racconto questa al volo. Stavo ad Assisi con l’amore mio a visitare basiliche e vicoli. Mangiare panini al salame di cinghiale, soccombendo al cartello delle norcinerie: 4 euro a panino, arrenditi.
Insomma, si gironzolava nel borgo della pace, spensierati e beati: si aveva ancora addosso l’odore dell’amore ritrovato. Lei mi fa: andiamo a vedere anche S. Chiara. Ma no, faccio io, scade il ticket del parcometro, e poi c’è la nebbia fino alle porte di Roma, e sai che non mi piace guidare col buio e con la nebbia. Niente, ci vuole andare. Comincio a innervosirmi, aumentando il passo. Entriamo nella la chiesa di S. Chiara, al confronto delle basiliche francescane sembra una chiesetta qualunque. Facciamo un giro veloce. Poi la stacco, dicendole mentre mi allontano di raggiungermi con calma. Appena giro l’angolo comincio a correre. Mancano tre minuti e poi mi tocca dare altri soldi al Comune di Assisi. Prendo l’ascensore per il portico romano: un minuto. Batto il record di Mennea e arrivo davanti alla macchinetta, scavalcando un’intera famigliola. Infilo il ticket in scadenza. Ce l’ho fatta. Sudo di gioia. Mi chiede i soldi, e io con fare mitteleuropeo infilo il bancomat. La macchinetta impazzisce: lampeggia tutta, si blocca il display. Allora pigio l’allarme sos, pensando sia il microfono per parlare con un operatore. Intanto il bancomat non esce. Mi fermo un attimo per ragionare: ho infilato il bancomat nella fessura delle banconote. Momenti di terrore. La famigliola mi sostiene. Di colpo la macchinetta sputa fuori il bancomat. Rimetto il ticket ma non mi bastano i soldi. La famigliola me li presta. Infilo… scatta l’ora successiva. Sbraito. Maledico i santi dei parchimetri, gli assessorati e qualche municipalizzata: bestemmie da cittadino incazzato. Salgo su e minaccio l’omino barricato nel gabbiotto: perché non mi hai aiutato! Lui bofonchia spaurito ed io urlo. Poi il crollo. Lei mi sta guardando davanti al gabbiotto e gli faccio assai pena. Mi allontano in direzione del borgo accanto alle carceri. Passeggio e penso: sono uno scemo, un ossessivo e un finto pacifista. Basta un ticket scaduto e divento un mostro. Con questo pensiero osservo i balconcini ordinati, pieni di fiori invernali. Penso a come si rischia di far cazzate, di deludere i propri pensieri, la moglie, e di cosa penserebbero i miei figli se mi vedessero quando mi comporto così, nonostante tutto il resto che faccio.


  Ritorno verso il parcheggio con una smorfia nuova sul viso, mi avvicino al mio amore che diventa sempre più grande, a misura umana, e la bacio davanti a tutti.

(la verità è che mi vergogno di tutto, e negli anni mi sono sempre nascosto, ma oggi, pieno di fantasia e vuoto d’ignoranza mi tuffo sul ghiaccio per danzare nell’acqua).


P.S.
Sto rivedendo un racconto del 2011, ché mi sono accorto di averlo abbandonato ingiustamente. Avrei bisogno di farvelo leggere per capire se ne vale la pena risistemarlo. Contattatemi, così ve lo invio. peppestamegna433@gmail.com
Grazie davvero.




lunedì 21 dicembre 2015

il (mio) posto


     Me ne stavo sdraiato sul divano letto e tutto d’un fiato leggevo Il posto, di Annie Ernaux. Il libro comincia dalla fine e poi ripercorre attraverso poco più di cento pagine un distacco lungo almeno quanto una generazione. Lo fa senza nominare la mutazione antropologica né maledicendo il presente, eppure, nel suo silenzioso allontanarsi l’Io narrante srotola densi addii a un mondo, e al suo linguaggio passato: scorro le pagine e sento il distacco che sfuma lentamente. Una liberazione? Una necessità ineludibile, forse.


    Dentro certe case vecchie come questa di mia madre, e nei dialoghi di certi weekend pieni d’affetto ma privi ormai di comuni significati, avviene il mio distacco silenzioso: mentre si ricordano morti, malefatte dei vicoli, e ricordi di mangiate di pastarelle nelle domeniche passate. Il resto, quello che è accaduto nel frattempo, negli anni della crescita, riguarda soltanto te, e non più a quel mondo che intanto osserva stupito i tuoi capelli brizzolati, nonostante continuino a parlarti come se domani cominciassi la scuola media. A loro, infatti, in questi anni di tregua e dolori disseppelliti, racconti soprattutto quello che parte dal velo di normalità che copre oggi la tua storia: moglie, figli, lavoro e questioni di città.


 "Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci".

    In piena notte mi ritrovo a sottolineare a mente passi folgoranti e poi, verso la fine del libro, mi alzo nel freddo della stanza e punto a un mio vecchio cassetto. Cerco una matita per sottolineare, ricordare, ché mi sale la smania di raccontare agli amici queste frasi che stanno spegnendo per sempre ogni velleità di riattaccare rotture. Niente, nel cassetto c’è di tutto tranne una matita: batterie ossidate, guanti, pinze, bottoni, pagelle e foto giallognole sparse. In fondo scovo l’ultima carta d’identità di mio padre, fatta tre anni prima che morisse. Nella foto già i segni della senilità misteriosa che lo stava schiacciando; e immagino mia madre che fuori dalla cabina gli dice con insolenza di stare dritto, un attimo prima dello scatto. I suoi occhi sono spenti, niente forza né coraggio ma solo una resa che mi aveva dilaniato durante quel periodo: era il 2001, nasceva il mio primo figlio e dopo tre mesi piomba la morte di mio padre, poi con l’anno nuovo la mia laurea, inattesa e indifferente per quel mio vecchio mondo. Scosse di assestamento per tutto quell’inverno. Poi ho dimenticato, e oggi sono ritornato.

    Il libro di Annie Ernaux è esile e potente dentro una storia come tante dello scorso secolo, eppure lei sceglie parole e periodi che sanno inquadrare con maestria la sua storia che si rimpicciolisce dentro la Storia, e (a tratti) viceversa: lo sfondo si fonde nei fatti, nessun giudizio e nemmeno complicità emotiva durante le fasi più drammatiche. Solo una scrittura precisa, che squarcia i significati attraverso i fatti, le cose, le azioni delle persone che riempiono questa breve e intensa storia, prima che tutto scompaia in un vuoto futuro: il momento della lettura, o l'immagine sfocata di nostro figlio già in un'altra casa. Mi sono commosso lo stesso mentre mi spostavo nel letto a ogni capoverso per non cedere al pianto, a me piace cedere quando resto da solo, ma poi mi scopro a lottare lo stesso da sempre contro questa splendida debolezza. Chissà perché.


   "Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre. in cui anch'io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un'altra".
  Nel libro c’è solo concreta letteratura che poggia su quella politica della letteratura che la scrittrice francese ha utilizzato lentamente, sedimentando le parole, scegliendole accuratamente per raccontare questa storia: scrivendolo non in maniera spontanea. La riflessione sulle parole è per me qualcosa che assomiglia a una lotta, a una scelta che crea una necessaria disfatta di bauli di parole non utilizzabili per quello che  hai deciso di raccontare. Questo è un po’ quello che ho assorbito anche durante l’incontro di Annie Ernaux a Più libri più liberi, accanto al suo traduttore Lorenzo Flabbi, nella sua minuta posa ma con una forte personalità la scrittrice se ne stava un po’ spaurita davanti a noi devoti strambi di quest’arte della lettura, cui immoliamo interi pomeriggi festivi. Poi ho fatto la fila per la dedica, e mi sono inginocchiato dicendole “Mercì”.




lunedì 9 novembre 2015

Amavo Pasolini, amavo la mia sconfitta.


     All’epoca leggevo “Scritti corsari” notte e giorno, a casa dei miei, in una stanzetta disposta alla Van Gogh: invece sarei dovuto stare a Firenze nella scuola di Luciano Ricci a imparare come si fa lo still life. Leggevo Pasolini per nascondermi. Qualche anno prima avevo varcato una clinica psichiatrica per quindici giorni di fila: ci andavo a trovare una persona importante. E in quei giorni mi è piombata addosso la certificazione sociale della mia diversità: testata cambiando quattro prime superiori in tre anni. Avevo la testa che somigliava a una giungla: l’allerta, l’ansia e la solitudine sostituivano l’acne, le ragazzette e le canne. Facevo finta di niente, come se quelle bufere non accadessero proprio a me, e addirittura da quei giorni ho cominciato a sentire di poter salvare gli altri con la buona volontà, l’esempio. Figuriamoci se non mi salvavo anch’io, nel frattempo. Così Pasolini compare nella mia stanzetta e mi fa: Io so, ma non ho le prove.  Fu un gioco da ragazzi stare dalla parte dei giusti.
    Leggendo un pezzo su Rivista Studio mi è venuta la smania di disobbedire alla retorica e andare giù pesante contro la mia storia, e vedere bene cos’era la mia passione per l’intellettuale di Casarsa. Sì, perché la lezione di Pasolini io l’ho consumata mischiandola pericolosamente assieme alla mia inconcludente formazione, e poi nelle conseguenti mille peripezie lavorative. Dalla frequentazione di quei casi disperati, grovigli d’ingiustizie e sofferenze ho scoperto di aver sbagliato quasi tutto: avrei dovuto iscrivermi a Lettere, non a Scienze dell’Educazione. Punto.
    Correvo lungo le strade piene di erbacce del mio quartiere, con De Gregori nelle orecchie e pensavo all’idiota convinzione di allora di sentirmi bene in brutte periferie: ricordo che costringevo i poveri amici che venivano a trovarmi a Roma a tour domenicali per Tiburtino III, quartiere senza nemmeno l’ombra di un’imminente gentrification. Poi quel godere imbarazzante nel fare del bene, e quel leggero stato di trance quando sentivo di non dovermi preoccupare a imparare, perché mi bastava essere. In fondo me ne fregavo di quelle vocine che mi dicevano che stavo sbattendo soltanto contro un muro pieno di locandine di concerti in topaie o di cineforum anticapitalisti: dietro quei muri terribili solitudini a cui solo adesso riesco a dare un nome. Segretamente disprezzavo quell’approssimazione nei ragionamenti che circolavano in quel periodo sia nella mia testa che in certi luoghi che adesso fatico a considerare frequentabili: tutta quella fredda ideologia come pioggia insistente sulle nostre teste frastornate dal tempo. Mi rivedo in quella strada dritta e buia, nel quartiere degli studenti, con un magone che mi scivola fin dentro i pantaloni a coste di velluto, in compagnia della disperazione silenziosa che non raccontavo a nessuno, nemmeno a te.
   Tanti anni fa, in un pomeriggio di giugno, passeggiavo al Circeo con Pino quando lui all’improvviso mi fa: un giorno vorrei comprare una casa qui, dove ce l’avevano pure Pasolini e Moravia, ché a me il progresso e le industrie piacciono, eppure migliorarsi individualmente, come anche vivere nelle belle case. Io risi senza fiatare, come quando le mie convinzioni si voltano da un’altra parte lasciandomi solo davanti alle cose della vita: e mo’ rispondi tu, fanno loro, non possiamo consultare il manuale del perfetto pasoliniano qui al mare, facci fa’ un tuffo in pace. Anni dopo ho capito che Pino stava un po’ più avanti delle mie convinzioni, e ora che è morto sento di restituirgli una sottile verità che, insieme ad altre che ho conquistato negli anni, hanno ribaltato le mie convinzioni; nel frattempo erano diventate pallide come l’ingresso di un pronto soccorso d’ospedale.
    Arrivo a un’attuale convinzione: io Pasolini non l’ho conosciuto abbastanza. A parte il divorare gli Scritti corsari, svariati articoli e qualche poesia, già quando ho letto Ragazzi di vita ho fatto fatica a finirlo. Il Decameron lo vidi più volte con piacere ma Le 120 giornate di Salò era davvero pesante come film, troppo lontano da me. Così oggi la cosa più rispettosa da fare sarebbe rivedere bene Pasolini, con un approccio da pescare proprio in una delle sue rinomate ossessioni: non vi omologate!
So di aver detto qualche anno fa che la freschezza di Parise stava scansando per sempre Pasolini dal mio scaffale ideale, e oggi, dopo un lavaggio stirameno in lavatrice delle mie convinzioni, capisco che studiare, aspettare e divertirsi sia la miglior arte per avvicinarsi alla vecchiaia con stile, dimenticando quello che non ci appartiene più, e forse non ci è mai appartenuto davvero. Care vecchie e vigliacche convinzioni mie non perdonatemi: lasciate soltanto che scorra questo torrente di fatti e pensieri fino al loro affluente ancora ignoto.
Questo ieri.

Invece oggi.

   Alla fine ora abito in una villetta a schiera, e con la mia famiglia cerco di andare a tutte le domeniche gratuite nei musei, poi, ogni giorno, controllo nuove parole al vocabolario, e di altre ancora scopro la pronuncia sull’app del tablet: sogno che le cose che scrivo vadano dritte nella curiosità di alcuni scrittori che mi piacciono. Nei risvegli annoiati mando messaggi per stare anche nelle storie degli altri, ascoltandone le quiete risposte diaboliche: come stai? ma quando ci vediamo? Siamo diventati un insieme di sopravvissuti che cercano di scacciare via le epoche passate come se fossero soltanto delle zanzare giganti, in pomeriggi tutti uguali, dolci, afosi e misteriosi davanti alle nostre cialtrone convinzioni. E’ tutto quello che mi sta accadendo di buono oggi.


mercoledì 14 ottobre 2015

la rampa del futuro



    In una domenica mattina d'ottobre passo sotto al Municipio e vedo un vigilantes con tanto di scuotitore elettrico che raccoglie le olive, a Roma, nel 2015. E penso a quella volta che Veltroni venne ad inaugurare l’inizio dei lavori del raddoppio della via Tiburtina, era il 2006. Così ripenso a quei vecchietti scettici che durante l’inaugurazione bofonchiavano “see, e mo’ la fanno sta’ strada nova”; mi urtavano ai nervi e cercavo coi pensieri di emarginarli dentro alla loro vecchiaia acida: vedrete cosa sappiamo fare noi giovani cittadini attivi, eh! Ora pare che riescano a finirli i lavori prima del Giubileo, ché Marino in primavera sì è impegnato pubblicamente tra vescovi e imprese. Nel 2006 pure l’allora presidente del Municipio disse: guardate che nel 2009 in dieci minuti arrivate alla metro! E io segretamente a progettare uscite infrasettimanali verso Roma. In questo giorni per arrivare alla metro facciamo una vera gimcana e nei giorni feriali ci impieghiamo anche un’ora per fare sei chilometri.  

   
    Sempre all'epoca ad una festa dell'Unità chiesi all’assessore ai lavori pubblici: ma ci state pensando alle scuole nel quartiere nuovo? E lui, un po’ alticcio per il vino di Olevano, fissa un suo collaboratore con un’espressione a metà tra House of cards e sintesi sguaiata del neorealismo nostrano, e gli fa: ce li abbiamo due milioni? Quello annuisce e l’assessore mi risponde: mettiamo due milioni per la scuola, facciamo un istituto comprensivo modulare. Un po' stordito mi son tenuto per me questa promessa con il timore che dicendola in giro il ridicolo poi sciupasse la speranza. Che scemo che ero.
    Nella stessa domenica d'ottobre dell'incipit sulla Tiburtina ho davanti una Smart nera che clacsona furiosa a una Fiat con un vecchietto dentro, poco prima di prendere la rampa per il Gra; i due della smart si accaniscono contro di lui, e subito dopo verso il gruppo di ciclisti che facevano rallentare il vecchietto. La carreggiata è stretta per i lavori in corso e non ci passa nemmeno la Smart coi ciclisti al lato. Ci vuole pazienza pensavo, ma senza preoccuparmi o incazzarmi, mentre osservavo i due esagitati con la testa di fuori che inveivano contro il vecchietto lento e spaurito oramai già sulla sua rampa.

    Nel 1995 vendevo in giro una rivista di poesia che si chiamava “Per terra”, e spesso la vendevo all’ingresso della facoltà di Lettere, oppure, usando il Trovaroma, scovavo tutte le rassegne dove trovare possibili acquirenti di poesie. Le ragazze della rivista erano contente di me, perché vendevo centinaia di copie ad ogni uscita. Ne ho regalata una copia a Lindo Ferretti prima di un suo concerto a Castel S. Angelo; Zamboni non c’era, ché aveva rischiato di perdere un occhio nel pomeriggio. Il concerto fu sconvolgente, e per il pogare allegro persi la cartellina con le poche copie invendute. Disperato ma felice ho aspettato seduto sul marciapiepe che il pubblico se ne andasse: la cartellina era lì per terra, schiacciata come in un fumetto, come una sottiletta, come la mia condizione d’allora, e dentro c’era anche la mia copia con autografo di Lindo. Com'ero beato e complicato allora.

    Fino a ieri avevo un patto in sospeso con la mia generazione: fai il bravo e seguici nelle nostre peripezie politiche, artistiche e mondane: dopo il futuro sarà splendido e autentico per te. Oggi sto alternando lo stuccare le pareti del mio seminterrato, allo scrivere frenetico di questi fatti al pc, con la colonna sonora degli Ustmamò: lì ascolto soprattutto per vedere l'effetto che fa. 
Al centro della stanza si è formata una nuvola rosa di polvere, e osservandola fantastico il progetto per una feconda vecchiaia a prova di rampa. Tutto questo mi piace e mi procura una smorfia di sorriso solitaria, e vorrei che durasse per un'altra vita ancora. Ma che fatica far sembrare questa condizione descritta come la mia realtà, e non come una metafora ispirata in una domenica che scappa via.




lunedì 14 settembre 2015

Adriana



    

    Adriana vive nel mio quartiere da tempo, in una casa popolare riscattata. Da giovane in borgata Adriana era un’autorità. Durante gli anni settanta, e nei primi anni ottanta, è riuscita insieme a quelli del comitato, donne soprattutto, a far trasformare la condotta medica in un Consultorio. Nella condotta pare che in quel periodo ci fosse un medico mezzo depravato. Inoltre, sono riusciti a trasformare la stalla del centro di riproduzione per cavalli del ministero dell’agricoltura, in un Centro culturale. Poi hanno fatto pressione insieme alle maestre venute dal nord, affinché le classi delle elementari fossero miste, nella scuola frequentata dai figli, e insieme a loro sono cresciuta e ho capito qualcosa della vita e ho imparato cos’è la Costituzione. Adriana definisce favolosa la scuola di allora: sono riusciti a creare anche un planetario in quel periodo, da poco ristrutturato. 
Adriana l’ho vista insieme all’allora presidente del Municipio nel documentario di Rulli e Petraglia all’inaugurazione del Centro culturale, mentre tagliavano il nastro. Dopo la visione ho parlottato con Adriana e mi ha raccontato quello che nel documentario era solo accennato. Un mondo ancora agricolo, lontano dal centro, dove un gruppo di persone s'impegnava a far avvicinare i servizi che le istituzioni egoisticamente trattenevano in centro. Era l’aria degli anni settanta a spingerli a fare cose così. Stavano sempre a baccagliare al Campidoglio, e riuscivano a ottenere risultati dopo trattative faticose. Adriana lavorava pure, faceva la sarta per il teatro e il cinema part-time, ma credo che la sua attività maggiore, oltre a fare la madre e la moglie, sia stata quella di assorbire il cambiamento che la sua epoca proponeva: una sorta di osmosi culturale borgata-centro-borgata. Voglio pensare a quegli anni pensando a persone così, non usando più la sterile rappresentazione della contestazione, ormai troppo idealizzata fino a farla dissolvere davanti ai nostri occhi.




   Adriana ora è stanca, anziana, eppure l’altra sera mi toccava il braccio per avere la massima attenzione mentre raccontava, costringendomi a guardarla negli occhi; così facendo è riuscita a trasmettermi una storia che quelli dell’estate romana sono riusciti solo ad accennare: loro mi hanno fatto vedere il documentario su un’installazione frammentaria che il vento rendeva ancora più difficoltosa la visione. A un certo punto una vecchina nel documentario racconta di essersi comprata il vocabolario d’italiano per conoscere le parole, e dice che lo sfogliava tutte le sere, soprattutto quando il marito pittore stava lontano per lavoro. Il tono trasognato della sua voce sommato a uno sguardo dolce e a una dizione conquistata in quelle notti di solitudine, oggi valgono più di mille ricerche sociologiche: si aveva fame di tutto, in quegli anni.






    


   Negli anni ho partecipato anch’io nel quartiere – ormai ex-borgata – alle inaugurazioni di parchetti, piazzette e asili, e sono stato ad assemblee con politici, a manifestazioni: ma questi sono gli anni del kilometro zero, delle decrescite abbozzate e dei contentini ideologici. Quel pezzo di storia era diverso, sempre pieno d’inciampi e contraddizioni come oggi, certamente, ma con la differenza che Adriana e le altre riuscivano a concretizzare alcuni diritti reclamati: alla salute e alla cultura in periferia, in primis. Mi sento ridicolo se penso a come ci abbiamo provato noi del comitato, con le richieste di una biblioteca, e di un percorso pedonale e ciclabile che unisse il quartiere vecchio dal nuovo: non per le richieste in sé, ma per le inutili discussioni tra di noi (sei, al massimo otto persone a ogni incontro), che ha prodotto nel giro di tre anni il dissolvimento del comitato stesso. In quel tempo ho contribuito a piantare decine di alberi, all’organizzazione di due feste di carnevale, alla venuta di una troupe del tg3Lazio, e, vera soddisfazione ahimè, a far smussare un’aiuola spartitraffico per agevolare le manovre con le auto. Niente, Adriana e le altre con i loro atti e fatti mi hanno insegnato che la concretezza segue un pensiero chiaro, deciso: ma tu cosa vuoi davvero?





  Leggendo Gli anni, di Annie Ernaux, ho riflettuto su quel noi che ha contraddistinto l’epoca del dopoguerra con l’Io che rappresenta questi nostri anni: non c’è soltanto contrapposizione tra plurale e soggettivo, forse la verità è che ci sono epoche più grandi di noi, e poi ci siamo noi, con il nostro oscillante Io che preme insoddisfatto, affamato. Non sempre le istanze coincidono con i veri desideri, e per quanto mi riguarda poche sono le volte che vado a dormire con l’idea di aver aggiunto davvero un tassello, una conquista in questo mio tempo evanescente, ma bellissimo.
Oggi Adriana è il ritratto in cui voglio specchiarmi: un tassello in arrivo dal passato.
    


mercoledì 2 settembre 2015

La mia vita vera è dentro questo file?


 1.
    Passare una serata davanti a uno schermo in riva al mare, dove proiettano un film su Nick Cave, stelle cadenti che si spengono in acqua, poi alla fine, mentre ascolto Ettore pronunciare mondi lontani, lascio entrare beatamente il film nella vena del mio entusiasmo. Ma arrivo a casa e penso, con l’insonnia addosso, a quel ragazzo che cade e muore sulla scogliera: postilla tragica che rimescola la visione nella mia mente.
   
 


  

L’indomani andare a una sagra all’oratorio per mangiare pesce fritto a cinque euro, vino rosso incluso, e poi digerire giocando a basket, sudatissimo, tra ragazzini e madri. Ecco la vita che non ha un senso e rotola via in queste notti d’agosto, paralizzato dai pochi soldi e con la canonica voglia di cambiare tutto. Mai niente, davvero.
    Questi miei giorni estivi: elencare fatti lontani, nominare persone preistoriche, tuffarsi in mare di pomeriggio, stare su twitter come un bimbo, leggere furiosamente. Organizzare una cena tra vecchi amici dove, mentre gli uomini un po’ stempiati parlano di calciomercato e delle loro scappatelle su skysport nelle sere d’inverno, le mamme scambiano pareri febbrili per l’imminente inizio della scuola, altri un po’ sparsi dietro cespugli si infervorano parlando di progetti che realizzeranno a settembre. Io senza progetti e senza sky mi stacco da terra e osservo queste persone un tempo a me familiari (e ora?), e mi aiuta, per capirci qualcosa in più, questa luce fioca alogena: poi scendo e ho una parola per ogni loro desiderio. Intanto parlo con P. delle presentazioni di libri a cui ho assistito durante l’anno, come se fosse la mia vita vera. La mia vita vera è dentro questo file, negli occhi che mi ritrovo quando resto da solo e mi faccio spaventare dal futuro. O nel sudore appiccicoso di quando tento di potare gli ulivi, e sta anche nella delusione di vedere affogare proposte di lavoro dentro una solitaria mail estiva. La vita vera sta ora nei desideri incessanti che non riesco a raccontarvi: colpa di quell’odore acre che sa di rassegnazione. Questo sono. Sta pure nelle dormite napoleoniche, coi sorrisi dei figli al risveglio o coi loro benedetti e rari capricci. Sta nella devozione a una moglie sognante e umorale che cerca l’agognata (meritata) pace nei fortini altrui, e mannaggia alle famiglie-famiglie, queste famiglie che si risucchiano le nostre battaglie di crescita. La vita vera sta nei pensieri per una madre sempre più rimpicciolita nella sua storia di vestiti cascanti, a fiori, che delira dolcemente già dal primo caffè. Sullo sfondo ci sono i messaggini evocativi degli amici, a volte tranchant o elusivi e spesso lontani come quelle isole che neppure quest’anno riusciamo a visitare: siete troppo cari voi di Laziomar.
 
murales a Gaeta


   Ho scritto un racconto di morti e resurrezioni, un tentativo di far gemmare storie che stanno nell’aria di questo Golfo, che ho trattenuto nei miei pensieri a forma di gatto, negli anni di silenzio. Ora non so cosa farne di questo racconto, ma chi l’ha letto dice: meraviglia! (ma senza immagini dice tutto e bene, nello stesso magnifico istante).

Fa caldo per tutti. Scappiamo tutti. Scriviamo tutti. Spettegoliamo tutti. Ma nessuno vuole apparecchiare coi bicchieri di cristallo queste serate estive. A nessuno piace la solitudine degli altri. Tutti aspettano. E usano tristi bicchieri di plastica.

2. 
   Stiamo andando da tua nonna, in lontananza fulmini che si scagliano in mare come tre milioni di anni fa, e io ti mostro lo spavento senza camuffarlo con ansie stagionali. Ripariamo in un bar, avviso l’amico, accorso per donarmi L’eco di uno sparo. Lui stava sotto e dentro quella ‘tempesta”. Ripartiamo e troviamo un ingorgo che blocca le due strade: con una virata decido di percorrere la strada panoramica che attraversa le frazioni. Il cielo è di nuovo terso, si vede Ischia, le torri in successioni e noi due dentro l’auto che sfreccia sulle facce delle vecchine nere. Alla radio ascoltiamo l’ultima canzone di Freddy Mercury, poi i Beatles, parliamo di Aids e dei sentimenti che si appiccicano per sempre a certe canzoni. Ti agiti, senti nausea e me la mostri senza disperare. Chiacchieriamo, e penso a quella poesia di Carver, e il cielo mi rapisce i polmoni.
Comicamente, non sapendo dove buttare l’immondizia, riparo in un ingresso di una banca e la butto nei loro enormi secchioni gialli. Ridiamo all’idea che mi becchino con le telecamere del bancomat. Entriamo nel budello che divide i vicoli, guardiamo una vetrina di scarpe, ma io guardo anche il tuo profilo, i tuoi lineamenti che pare stiano lì per lì per far esplodere la tua sognante personalità. Arriviamo da mia zia novantatreenne e lì, seduta come una ragazzina, c’è anche tua nonna. Poi cugine, e neonati che non conosco. Si parla di abitudini in città, e si percepisce una cordiale estraneità coltivata in questi ultimi trent’anni, tra me e loro. Mio zio è morto da circa un anno e la sua assenza la colmiamo parlando tutti contemporaneamente. Usciamo. Salendo le “Scale dei scalzi” scatto una foto e ti racconto della direttrice suicida e della sua leggenda che assieme ai miei compagnetti violammo arrivando a quel terzo piano inagibile, impenetrabile dagli altri. Tu sorridi, assorbi la mia ennesima storia e cammini ancora più veloce di me.


3.

   In questi giorni di mare e campagna, di nuvole e chiacchiere, ho capito che il mio fallimento in questo posto di mare è frutto di una vecchia paura: evitare i conflitti e stare nel quieto vivere individuale. Anche se poi litigo con un erborista mezzo stregone che con un pendolo in una mano, e l'altra che tiene la mia, dice: non puoi mangiare i fichi d'india, sono negativi per te (ma va va, io me li mangio eccome). L'Antonio Pascale che è in me lo ha divorato in un'ora scarsa di argomentazioni ragionevoli. Peccato però che mia moglie, sconsolata ma d'accordo con me, dice che sembravo un po' Sgarbi mentre lo attaccavo per le sue scemenze grilline e terapie radiononmiricordocosa. Tant'è.

(E non andare più per mare con l'ansia al posto della ciambella, mai, perché se poi ci vai anche col pedalò semini il panico in famiglia, contadino scemo che non sei altro). 

Tanta rassegnazione che sai gestire sempre di più, con il fegato che si presta a bilanciare il guaio: bevi e ridi, ridi e scordi. Famiglie, amici, pensieri arcinoti che vanno a braccetto con i risentimenti: ecco lo stato dell’arte dentro la mia testa. E tu mi dici di non scrivere cose tristi, ma come faccio amore mio a usare i colori dentro questa istantanea di tempesta? Pieno, vuoto, fermo ora mi berrei un litro di vino e canterei stonato le rime dei miei avvenimenti e impiegherei i giorni che mi restano per raccontare ciò che rende la mia ombra, soltanto un’ombra raccontabile: vedrai amore mio che contrasti che nemmeno Giacomelli coi pretini: poi di domenica arriveranno tutti i colori dei pittori amati, direttamente dal mare.

foto di Mario Giacomelli
P.S.
Le mie vacanze vere le ho passate a Circello, dalla mia amica Antonella, dove abbiamo ricevuto affetto e accoglienza dalla sua famiglia, e generosità e semplicità dal paese, in soli due giorni. Le mie Maldive sono lì, tra forche caudine e dolci montagne.


Circello, agosto 2015

mercoledì 8 luglio 2015

l'evoluzione del fricchettone

    Dovevo decidere: mare o lago. L’idea di scendere a Gaeta era naufragata nel mare d’inquietudine, e mi ci vorrebbe una traversata oceanica per spiegarvela bene. Dovevamo decidere: l’ha fatto per noi google maps. Per arrivare a Martignano solo 41 minuti! Per S. Severa ci voleva più di un’ora. Partiamo sereni col navigatore del tablet sulle gambe, e apprezziamo, ma ben oltre i 41 minuti previsti, i cespugli boscosi della Cassia. Per poco non arriviamo a Viterbo. Imprechiamo, e ci incazziamo tra di noi per poi ritrovarci a circumnavigare metà del lago di Bracciano, ma non ci piace per balneare. Puntiamo di nuovo su Martignano, dopo quasi due ore arriviamo e ci accoglie lo sconto per il bus navetta delle 15.00; sembriamo quasi felici, e ci pare di stare in vacanza per davvero dentro al pullmino che traballa a ritmo di musica house: stupiti guardiamo la polvere che si alza alle nostre spalle. Gli occhi dei miei figli, i beni preziosi che ho. 
Questo lago oggi ci abbraccia e protegge.



Nella testa avevo una strana paura di ritrovarmii tra milioni di fricchettoni, e tanti cani inzuppati, o suoni monotoni di bonghi. Sì, c’erano i fricchettoni e i cani, ma sono pochi rispetto a vent'anni fa, e sembrano evoluti e discreti che si godono, rispettandola, la quiete del posto. Comincio a cambiare umore, non sono più incazzato, e così mi tuffo con i figli nelle acque grigie. Sì, starai pensando “Vieni da un posto di acque cristalline e ti tuffi qui?”. Lo ripeto: ci vuole una traversata per spiegarti i tanti buchi grigi della mia esistenza, amica mia. 
A un certo punto mentre leggo Paura, di Zweig, un gruppo di ragazzi alle mie spalle con chitarra e bongo tirano fuori un repertorio anni ’90 niente male. Così penso a come certe canzoni dei Radiohead, pur non essendo mai stato un loro fan, riescono sempre a sfibrarmi per bene i sentimenti. Parte Creep e chiudo gli occhi come fanno certe ragazze innamorate in attesa del pensiero giusto per sognare. Ci provo anch'io.




Poi partono i Marlene Kuntz, gli Aftherouse e anche i Litfiba, ma quelli del periodo a cui avevo già voltato le orecchie: Lacio drom e giù di lì. Stavo per alzarmi e chiedergli Labbra blu, magari andando verso di loro per cantarci insieme. Invece ho continuato a leggere e sorvegliare i figli tra aquiloni, smartphone e rive sabbiose. Pensavo a come siamo arrivati a questo equilibrio che sa di tregua e ansia, e cercavo di ricordarmi le salvifiche deviazioni che non ci hanno fatto impantanare dentro a quegli anni. Il mio amico dice che sono nostalgico, non credo, sai, eppure non so come fare a staccarmi da canzoni come Nuotando nell’aria, o dal raccontare ogni volta quel tempo incastonato nella mia memoria, strambo, eppure pieno di aspettative eccitanti. Forse ci voglio rimanere ancora un attimo dentro a quel tempo, e setacciarlo bene, per poi esaminarne i detriti preziosi con la luce potente di oggi. Amico mio in fondo hai un po’ di ragione riguardo alla mia nostalgia, forse è soltanto paura di ammettere che adesso siamo diventati altro: tutti i giorni penso di scrivere sul mio blog una dichiarazione di realtà, su cosa credo di essere diventato. Poi mi scoraggio pensando a come continuano a vedermi gli altri: sempre uguale a ieri, mi sa. Forse ho paura dei cortocircuiti e preferisco l’uscita di scena dal branco di appartenenza con una luce fioca alle spalle, lentamente, magari con le mani in tasca e lo sguardo sui miei piedi.


(Come mi vedete davvero? Ditemelo almeno in privato, accidenti ai vostri occhi pigri e troppo compassionevoli).

Nella pancia di questa placida giornata al lago ci sono pensieri di debiti enormi come montagne di terra arida, che lascio sbriciolare frivolmente davanti a future uscite serali: ondeggiare tra le persone che desidero imitare, lasciando gonfiare la mia illusione per un’altra vita ancora. Un mite mitomane, me e il mio sorriderci con te.

A voi ex o presunti ex fricchettoni che avete colorato le pareti beige della mia giovinezza, oggi, davanti a questo lago pacificante, vi chiedo perdono di tanto mio accanimento contro la vostra condotta discutibile di allora, spesso incoerente, sicuramente modaiola. In fondo v’invidiavo anche per le vostre libertà sessuali, ma, soprattutto, per tutte quelle comodità famigliari che vi sostenevano, e quel benessere che riuscivate a procuravi anche lontano da casa: io squattrinato, sempre inadeguato e pieno di sensi di colpa, riuscivo a scopare sulla spiaggia solo da ubriaco, per esempio. Poi al mattino smontavo la tenda con fare mitteleuropeo, e già maledicevo la caduta di stile della notte. Ero matto, lo so. E oggi osservando il vostro conformismo di sempre, vedendovi pieni di tatuaggi, placidi, e senza rimorso alcuno per le condotte passate e attuali, capisco che state sempre nel fuoco del vostro tempo. Sembra che non abbiate mai avuto colpe, né ripensamenti o cadute davanti a un’epoca che, al massimo, vi chiedeva di sacrificare una vacanzetta a Lisbona con gli amici, in cambio del solito giro in barca a Ponza con mamma, papà e nuova compagna di papà. Ecco quello che vi ho sempre invidiato: le vacanze spesate, e le lingue apprese in giro per l’Europa in quegli anni di spensieratezza. 
Perché stanotte ancora tutto questo rancore davanti a un mare di stelle?

Al lavoro, mentre stavo in bagno, un pensiero nerissimo mi ha risucchiato nel vortice luttuoso che non voleva saperne di vedere luce. Appena ne sono uscito ho avuto un brivido nel vedermi allo specchio sopravvissuto a tante brutte storie e a giornate buie, così come a questo pensiero pesante che lascia la gola secca. Di corsa sono uscito in giardino scordando dietro di me le invidie, le frustrazioni e i dolori: piangendo di gioia come un uomo.

p.s.
Vorrei convocare le persone che stimo, e quelle che amo, e magari anche quelle che non mi hanno mai creduto fino in fondo a una partita di pallone: farvi vedere quanto sono bravo, fantasioso e generoso nel gioco del calcio. Il mio unico grande rimpianto è di non aver insistito a quindici anni a giocare nella squadra degli allievi della mia città: da lì, guarda caso, qualcosa poi si è bloccato. Fatemi fare una partita ancora, solo così potrò fare quei goal necessari per mettere un punto al mio rancore e ricominciare a vedere il mondo come ad una ennesima magnifica possibilità.

mercoledì 10 giugno 2015

giro, fantastico e aspetto.

Giravo per Formia fiutando le opinioni sull’omicidio dell’avvocato Piccolino. In libreria, mentre compravo “Le streghe” per mio figlio e per me, una signora, forse un’insegnante, affermava che l’avvocato era un po’ provocatore col suo blog; poi un altro davanti a un negozio d’abbigliamento sportivo fa “era anche strano quello è”; un mio amico al telefono sottolinea che “era anche sui generis, però”. Per raccogliere un po’ di dolore e spavento sono dovuto arrivare al Circolo Arci, dove non ero ancora mai stato: oggi annulliamo la presentazione di un libro per la fiaccolata (me lo dice un signore gentile con una voce flebile, di chi teme che la camorra cominci davvero a fare guerre anche qui). 


Non vado alla fiaccolata, perché sono due mesi che non vedo mia madre e le avevo detto che avrebbe passato la serata con noi. In fondo non so bene perché non vado, forse credo sia una cosa che riguardi i formiani - io poi sono pure di Gaeta - e in fondo oramai da anni vivo a Roma. Non vado forse perché amaramente girando per la piazza ho salutato la prima persona solo dopo mezz’ora: estraneo ora quando un tempo ero solo strano. Ma sbaglio. Perché quest’omicidio brutale deve riguardare tutti, anche me, e anche quelli che commentano con distacco, aggiungendo alla fine della frase che l’avvocato (un po’ eh!) se l’è cercata: forse così si rischia di arrivare allo stesso sragionamento di quelli che stanno usando i ma per non premiare i disegnatori di Charlie. Se uno ti spara per quello che dici, scrivi o disegni, non ci sono ma che tengano, a meno che tu non sia inconsciamente più vicino al carnefice che alla vittima per paura, per vigliaccheria o chissà per quali altre diavolerie psichiche e sociali che qualcuno prima o poi dovrà decifrare: per capire meglio questi anni, e le nostre storie confuse che ci sono finite dentro. Per riempire di senso questo vuoto creatosi tra quello che facciamo realmente in famiglia e in società e quello che professiamo poi da una tastiera o da un bar, e farlo anche a costo di autocritiche feroci, e di solitudini temporanee.

Così il giorno dopo mentre sistemavo il glicine e potavo il melograno, sono sprofondato nel fantasticare di una presentazione estiva de “Gli anni al contrario”, proprio qui, in questo pezzetto di terra disordinato che circonda la nostra casetta: negli anni è stato un ritrovo estivo per amici e parenti, oggi lo è un po’ meno, ahimè. 


E vaneggiavo per difendermi da questa sottile solitudine, e anche per tentare di rispondere a quelli che si rifugiano nei piccoli mondi famigliari: forse proprio lì si nasconde quel varco invisibile, velenoso e pericoloso per ogni futuro scenario malavitoso della città. In questi posti tutto si svolge e risolve in mezzo al proprio (enorme) nucleo famigliare. Il senso civico se visto dall’alto appare a macchia di leopardo, pochi sparuti luoghi belli da frequentare, il resto è tutta una gran barricata cementosa davanti ai miseri e opportunistici interessi. Tremo all’idea di quello che sarei potuto diventare restando qui. E allora ho scritto una mail a N. sull’eventualità della presentazione, facendolo col mio solito esagerato entusiasmo: ma cos’altro mi ha salvato da questo piccolo mondo se non l’entusiasmo per gli abbracci da desiderare?
Se solo avessi due grammi di forza organizzerei davvero la presentazione del libro come suggello a quello che non siamo diventati, magari facendolo proprio durante la notte di S. Lorenzo, e tu sai il perché.

Qualcuno mi presta quel grammo mancante?


[il desiderio di me bambino con le ginocchia tra le mani a desiderare gli amici che avrei avuto da grande, e mentre fantastico provo un brivido che mi anestetizza il presente incerto, doloroso a cui sono comunque legato e, tremando all'idea di perderlo, corro ad abbracciare chi c'è: un attimo di splendore illumina quel dolore e poi dagli occhi arriva quel sorriso che somiglia a un pronto soccorso appena lasciato]

p.s.
oggi ha confessato l'omicida dell'avvocato: non era un camorrista, ma un imprenditore risentito che si è vendicato. Resta il fatto grave e assurdo, e restano le impressioni che ho raccolto per strada.