Pagine

venerdì 7 settembre 2018

Tonino ( Giulia, Tonino e la panchina)

Tonino
   A quindici anni volevo scrivere un libro, avevo pure il titolo pronto: I contrasti nell’era della pop art. Un titolo strambo adatto a un tipo strambo, com’ero io allora. Stavo sempre a pensare a ‘sto libro: la notte mi svegliavo e lo vedevo sul comodino, ancora vuoto di parole. Già, quelle non venivano mai quando le chiamavo: invece arrivavano parole pesanti piene di tristezza, ma soprattutto arrivavano nella controra, quando non le cercavo. Questo lo so oggi, ché allora mi parevano pure belle e importanti, le parole, quelle che mi capitavano tra la testa e le mani. Necessarie, pensavo. Macché. Erano solo ferri arrugginiti da lunghi inverni di lacrime, quelle sì necessarie. Mio zio mi cazziava quando non lo aiutavo, e la moglie, che non riesco neppure a chiamare zia, quando era nervosa, mi chiudeva nella cantina per interi pomeriggi. Lì mi facevo le pippe, e cos’altro potevo fare? Sì, anche al libro pensavo, ma come facevo a scriverlo? In realtà mi frullava tutto nel cervello, mi sarebbe bastato trovare un contenitore robusto dove versare il tutto. Ora devo ammetterlo, allora era più semplice pensare tutto il tempo alle cosce di Mariella, che a scrivere qualcosa di buono. Questo libro però un giorno improvvisamente ha visto la luce: una decina di pagine sgrammaticate che facevano apparire la mia realtà spaccata in due come un cocomero, come quelli che spaccava mio zio la domenica. I buoni e i cattivi, le femmine e i maschi. I miei zii e la mia rabbia. Ma comunque mi piaceva, ne ero soddisfatto e confidavo nella giustizia divina per la sua imminente diffusione; sì, allora avevo questo tipo di pretese: sei buono? Avrai la ricompensa. E io l’aspettavo tutte le sere la ricompensa, sdraiato sul materasso di lana aspettavo una ricompensa come fosse l’apparizione della Madonna. Invece arrivava Mariella, che mi sorrideva serena. Mi addormentavo, e ci mettevamo a fare bagordi insieme tra nuvole e tappeti. La mattina poi, prima del mezzo bicchiere di latte che la moglie di mio zio mi sbatteva sul tavolo di marmo all’aperto sotto il porticato, sennò sporcavo in cucina, come diceva zia. Insomma, all’alba scappava via Mariella, e a volte avevo proprio l’impressione di vederla con le sue gonne da zingara che si gonfiavano e sgonfiavano in lontananza, sulla strada poderale. Macché, erano solo cazzate di sogni che mi servivano per caricarmi: per riuscire ad andare a raccogliere i cocomeri dentro al caldo infernale del campo, alle dipendenze ringhiose di mio zio adottivo. Ma questo lo so soltanto oggi, prima, allora, tutto era fluido e vero. Pure Mariella.


 Così oggi mi ritrovo a fare questo lavoro strambo. Alcuni lo fanno facendo i cattivi, con atteggiamenti un po’ da delinquenti, oppure stanno sulla difensiva tutti i santi giorni. Perché è un lavoro duro tra persone imprevedibili, problematiche e a volte aggressive. A me basta sorridere un po’ alle persone che incontro nelle stanze o nei corridoi, poi bere caffè alla macchinetta con Giovanna, e ogni tanto chiacchierare con il professore d’italiano in pensione. Aspettare il ventisette per pagare l’affitto e la rata della macchina. Il resto del tempo, quello che mi avanza dalla clinica “Quiete serena”, lo impiego a leggere tutto quello che c’è da leggere sugli anni settanta in Italia. Qualche volta, quando si tratta di musica e movimenti giovanili, mi sposto anche verso le cose estere con la lettura. Ho una cantina piena piena di riviste e libri, dischi e articoli ingialliti.
Ogni tanto vedo Giovanna, quando non deve assistere sua zia malata, e allora andiamo al cinema e poi scopiamo a casa mia. Non succede nulla d’importante prima né dopo averlo fatto, ma durante stiamo da Dio. Siamo tutti e due single. Lei, a dire il vero, ha un altro amante: occasionalmente la passa a trovare un camionista del suo paese d’origine. Stanno insieme una notte. Poi lui la saluta con le lacrime agli occhi, lasciandole tra le mani un pacco di biscotti al cacao fatti dal forno del paese d’origine. Poi seguono settimane di silenzio. Nel frattempo lei viene al cinema con me. Ci sono dei periodi che non la voglio vedere. In quei giorni voglio solo pensare al passato, agli anni settanta. Vedo solo film dell’epoca e, se fosse possibile, uscirei solo con donne degli anni settanta. Dicono che sono un po’ monotono. In realtà lo dice solo Giovanna, che per me equivale a tante persone, perché ho pochissimi amici. Un tempo ne avevo a bizzeffe, e facevo con loro un sacco di cazzate. Un giorno poi ognuno di noi ha trovato il lavoro e allora ci siamo scordati di fare cazzate. A dire il vero all’inizio, durante qualche sabato sera, le facevamo lo stesso le cazzate, ma non erano più le cazzate di una volta. Quando non penso agli anni settanta, penso ai pazienti che vedo tutti i giorni. Molti di loro hanno vissuto il meglio della loro vita proprio in quegli anni, e quindi gli faccio le domande di questo genere: “avvertivi che stava cambiando tutto in quegli anni?”. Spesso mi ridono in faccia; qualcuno tenta di abbozzare un discorso articolato ma non ce la fanno, i farmaci vincono sulla loro lucidità, e alla loro memoria restano frasi mozzate che sanno di poco. Solo il professore parla bene, fino a farmi vere e proprie lezioni. Ogni tanto si ferma su qualche autore o fatto anche per più giorni, che sono costretto a prendere appunti. In cambio vuole un po’ di vino rosso di sottobanco. Quando beve racconta pure meglio, e io ascolto con più piacere. Insomma, se non l’avete capito, io, una volta che faccio quello che mi chiede il responsabile della clinica, assistere e imbottire di psicofarmaci i pazienti, poi non mi resta che chiacchierare con alcuni di loro. Un giorno il professore ha sforato negli anni ottanta e l’ho dovuto bloccare, stava diventando irritante in quell’uscio di anni opulenti e chiassosi di niente. Così, dopo che l’ho minacciato di non dargli il Chianti già comprato, è ripartito dalla battaglia per il divorzio senza fare una piega.

Giovanna non vuole che le dica frasi di circostanza dopo che abbiamo scopato. Dice che deve sentire i suoni. Non oso chiederle cosa siano i suoni, poiché lei non osa chiedermi perché mi sono accanito tanto con gli anni settanta. È un patto. A noi piace stare ognuno nelle proprie cose. Poi un giorno tutto finirà, e ognuno di noi dichiarerà tregua al mondo e farà qualcosa di meglio. Oggi ancora non è così, poiché non è ancora arrivato il momento giusto per fare di meglio.

mercoledì 5 settembre 2018

Giulia (Tonino e la Panchina)



  Questo porto non lo sopporto più. Vedo sempre le solite quattro barche vecchie con la ruggine che scende dai lati, con tutte quelle cime pelose che pendono e puzzano solo a guardarle, così come quel chioschetto infimo laggiù a sinistra, poco prima della pompa di benzina mezza abbandonata: i proprietari devono ringraziare i quattro pescatori puzzolenti se riescono a tenerlo in vita coi loro caffè corretti.
A Maria l’avevo detto: resto un paio d’anni, giusto il tempo di far innamorare bene bene Guido e poi scappo via con lui verso Bologna o Roma, o chissà dove
Proprio così le dissi quella sera che decisi di restare a vivere qui. Si stava tutti insieme spensierati su quella terrazza poco illuminata e piena di uomini con camicie bianche sbottonate e donne con vestitini sgargianti e sorrisi generosi, si beveva vino bianco e si rideva uno dentro la faccia dell’altro. Era estate, e davanti c’era tanto mare. Ero convinta che la mia vita avesse incrociato la fortuna di ritrovarsi insieme a persone belle, e un po’ strambe: questa scena della terrazza rappresenta bene come sognavo da ragazza la mia vita futura. Così desideravo immaginarmi da grande. Ma sognavo nel sogno. Ora eccomi qui sopra a questa terrazza maiolicata di blu e ben illuminata, con il grembiule nero fino alle ginocchia e gli occhi neri di matita che intimidiscono sempre un po’ gli uomini. Uso scarpe comode per correre svelta da un tavolo all’altro, dal martedì alla domenica, estate e inverno. Sempre qui. Mi rilasso un po’ la mattina al risveglio, sempre sul tardi, quando il sole già picchia e lascia poca aria in giro. Faccio colazione al bar di Maria; a lei sto raccontando i miei tormenti penosi di femmina. Con i colleghi c’è poco da fidarsi. Provano ogni giorno a sedurmi con racconti di vite mai vissute interamente da loro, o con quei loro slanci fatti di battute e sguardi per conquistarmi: cercando invano di scacciare la mia vecchia alleata apatia sociale. Tanto alla fine i loro poveri sogni di gloria si vanno sempre a nascondere nella federa del loro morbido cuscino di mammà, ancora prima dell’alba, quando con facce da bimbi provano a smarcarsi, almeno nei sogni, da mamme gigantesche: donne poco truccate, con il Tavor sempre in borsa. Figurati. Stavo, e sto qui, in questa cittadina salata e senza futuro, solo per l’ultima speranza di rivedere Guido e la sua pittura divina. Loro lo sanno, ma, poveracci, si mettono a competere anche contro il suo fantasma, pur di provarci con me, femmina da conquistare, secondo l’opinione di questi zoticoni di mare. Nei miei occhi neri invece lascio entrare volentieri i pescherecci che nel pomeriggio arrivano con le loro reti umide appese e piene di fravaglia, come i pescatori chiamano quei pesciolini senza qualità, e quindi senza commercio: come vedo io i miei colleghi camerieri. Valgono poco davanti all’eleganza di Guido, figuriamoci davanti alla sua pittura. Lui sa esprimersi con uno stile asciutto ma espressivo, così si distingue senza spocchia dalla moltitudine di pittoretti che sono in circolazione in questi anni barbarici. Così diceva quel critico di Firenze sul catalogo un po’ informale della sua ultima mostra. Maledetto lo stile e la mia ostinazione a volerlo bere come fosse limonata fresca. Speravo di baciare Guido tutte le mattine, per prendermi il suo stile, la sua unicità. Farmi contagiare ogni santo giorno come una santa col suo oppresso. Che scema, la solita scema ragazzina di trent’anni che beve cose di cui non conosce gli effetti né tanto meno il sapore vero, crudo e terribile della realtà che si appiccica ai nostri corpi. Niente, non capisco proprio niente, sarà la tara di famiglia.
Ecco questo golfo che diventa ogni giorno sempre più piccolo, con queste sue casette colorate una diversa dall’altra che tempo fa sognavo di abitare: qui avrei potuto scrivere pure un’altra Guerra e pace a puntate per il giornale locale, se solo avessi avuto l’opportunità di amare Guido. Lui amava il mare soprattutto d’inverno, ché d’estate scappava in Grecia, da quei suoi amici pittori squattrinati che stimava più d’ogni altra cosa. Di me, sicuramente. In fondo mi considerava una ragazza pigra e viziata da una famiglia di strambi, come mi disse quella volta durante una litigata. Ecco, credo sia questa la natura del suo rifiuto: scarsa considerazione di me, e del nostro futuro insieme. Anche se so di non avere prove al riguardo, Maria, dimmi tu allora perché mi ha poi evitato in tutti questi atroci e lunghi anni di separazione?
“In realtà non gl’hai mai fatto capire veramente che lo rivolevi così tanto. Allora lui ha fatto quello che avrebbe fatto chiunque: i fatti suoi. Che sono scelte, occasioni da cogliere, gesti umani legittimi, o no?”
“Maria, ma tu fai davvero? Stavo sempre con gli occhi addosso a lui, alle sue mani, al suo corpo …”
“Appunto! Cose vere solo per te, Giulia cara; tu hai fatto poco per prendertelo davvero.”

  Forse ha ragione Maria: ho sempre aspettato che le cose accadessero solo per la maniera con cui le guardavo e desideravo. La realtà ha vinto. Ora faccio la cameriera per quaranta euro a sera e aspetto il lunedì per scappare a Roma con la pazza speranza di incontrarlo. Frequento tutte le mostre o eventi culturali che propone la città, e dove possa esserci lui con la sua faccia un po’ triste a illuminare il mondo. E me.
“Giulia! Una margherita al tavolo uno. Dài, sbrigati”.
In questa pizzeria tutto è povero, ovvio e senza futuro. Vedi scorrere la felicità insieme alle pizze, che poi si ferma lì quella felicità momentanea, su quella pizza farcita sempre più in maniera esagerata: una volta c’era la capricciosa a fare la differenza, e poteva bastare. Poi guardo i clienti e capisco che la volgarità si sta mangiando il gusto, lo stile con cui avevamo fatto un patto, silenzioso, tra cittadini circondati da tanta bellezza e il resto del mondo.
Dentro questa pizzeria io adoro soltanto la storia di Kaled. L’altro pomeriggio sono stata a casa sua. L’avevo accompagnato a casa per via dell’acquazzone improvviso, e che andasse via in bicicletta con quelle ruote così piccole per le sue gambe, non mi andava giù. Allora mi sono fatta coraggio e ho messo da parte quel pudore che aleggia spesso tra me e lui, tra me e la sua cultura araba. Prima del caffè mi ha fatto assaggiare una sfilza di cose buone: dolci arabi, cocomero e gelato. Il caffè l’ha preparato la moglie, il figlio grande ha tagliato il cocomero, e il secondo ha servito i dolci. Gli altri due, tre e cinque anni, mi fissavano con due olive nere al posto degli occhi. Erano una famiglia, e condividevano così bene tutto quel poco.

Durante la notte, aiutata da una digestione lenta anche per tutto quel miele nei dolci arabi, ho sognato Adim. Da quella volta che l’ho investito su quella strada stretta di curve e vedute. Con quel potenziale omicida che erano le mie notti a base di alcol e cocaina, insomma, da quella volta ogni tanto mi torna in sonno a trovare: ha sempre il braccio ingessato e continua a venirmi a trovare con questa infermità, nonostante siano passati due anni da quell’incidente. Ora ha vent’anni, e sicuramente sarà tornato a lavorare ai mercati, con le sue braccia muscolose e veloci pronte a scaricare camion interi di frutta e verdure. Questa notte mi ha dato un bacio. Aveva lo stesso sapore di quelli che ricevevo nell’adolescenza. E mi sono svegliata di colpo in piena notte, poi ho bevuto un bicchiere d’acqua, ho preso due pasticche di valeriana e ho controllato le mail. Non si sa mai, che dall’etere arrivi qualche soffiata sulla mia disponibilità ad amare di nuovo.

Domani andrò a trovare papà in clinica. Domani gli dirò che deve trasferirsi da me. Non ha senso che continui a stare lì dentro, circondato da persone assurde. Lui sta bene oramai. E in fondo poi io, diciamolo una volta per tutte, non ho più speranze che Guido ritorni da me. È stata un’illusione che mi sono trascinata appresso anche per scacciare la decisione di ospitare papà a casa da me. Ancora mi spaventa l’idea, lo so, ma non posso più aspettare: lui invecchia e le nostre angosce si gonfiano sempre di più, dentro i nostri esili petti.
Domani all’alba vado e glielo dico subito, appena lo vedo. Altrimenti la sua tenerezza mi blocca come sempre, e poi comincia a raccontarmi di Tonino e delle sue smanie di conservare le vite degli altri nella testa: non sopporto più questo dipendere dalle scelte degli altri. Basta, papà deve venire a vivere con me, e non voglio sentire altre storie: questo devo dirgli con gli occhi più decisi del mondo.



martedì 4 settembre 2018

Giulia e i ciliegi



   Devo scendere. Sì, alla prossima fermata scendo. Devo prendere aria. Qui sto scoppiando. Mi sta salendo un missile quadrato in gola. Stringo forte il barattolino
giallognolo: è lì pieno e stretto nella tasca del pantalone. Dentro c’è la mia calma.
Certo, potrei prenderle ora, ma sarebbe imbarazzante qui nella metro: stanno tutti già
a fissarmi con quelle facce appese. Lo faccio pure io di solito, di fissare il mondo di
persone che scorre silenzioso e serio sottoterra.
Fermata Cavour. È piccola, anonima. Anni fa volevo iscrivermi a una scuola di
fotografia appena fuori dalla fermata. Proprio qui mi toccherà prendere per la prima
volta le dieci benedette gocce di Tranquillirt. L’ha deciso il due aprile duemiladue la
dolce psichiatra del San Camillo, non di certo io. Insieme ai suoi materni consigli
fece scivolare dal suo tailleur grigio pure questo flaconcino già aperto: utilizzato
chissà per quale altro dramma. Quella sera dalle sue mani affusolate finì dritto nella
mia tasca. Da quella sera è sempre con me.
Adesso me le tracanno d’un fiato, alla faccia dei basagliani d’accatto, che non
sanno niente di Basaglia né dei rischi che corre la nostra mente certe volte: voglio
vedere loro in queste condizioni cosa farebbero. Una ragazza sensibile come me, una
brava lavoratrice, gentile pure con le tigri che all’improvviso, dopo trent’anni vissuti
normalmente, si ritrova ad avere un enorme panico che parte dalla testa e come un
serpente sguiscia per tutto il corpo. Per questo motivo fare sempre figure di merda,
scappando quando si sta tra gli amici, sempre con la scusa dei mal di pancia, o della
gatta rimasta sola in casa. E il mio ragazzo che non vuole più fare l’amore, e so pure
che va dicendo in giro “sembra ‘na matta, con tutte ‘ste paure che gli vengono
all’improvviso”. A dire il vero, solo quando sono al lavoro sono sicura, puntuale, e
non scappo mai.
Devo scendere e andare verso il primo angolo buio della stazione, oppure uscire,
insomma, ora devo farlo: prendere le gocce come una tossica, come mia madre. Sono
ormai dentro questa storia che non conosce pace. Dovrei finirla una volta per tutte coi
pensieri perdenti, sembrano veri ma in realtà sono come le menzogne del tuo racconto
che non hai il coraggio di scrivere fino all'ultima riga.
Scende la calma.
Già mi sento meglio, le gambe alleggerite e l’asfalto che si ammorbidisce
lentamente sotto i piedi. Le insegne al neon che si allungano come giganti bolle di
sapone colorate: mi pare di vedere la faccia rugosa e serena di mia nonna annuire là
in fondo al cunicolo nero. Arriva il dolce rumore delle auto che mi spinge a sedere
mollemente sul gradino freddo della scalinata, e tutto si distende e apre, sento gli
scooter laggiù allontanarsi al rallentatore.
“Ciao, volevo dirti che la matta stasera si è fidanzata col Tranquillirt gocce e
preferisce il suo sapore aspro nella bocca, la sua dolce sicurezza nelle tasche, al tuo
flaccido braccio peloso sulla mia spalla”.
Questo messaggio lo cancello, perché non lo capirebbe e starebbe poi un’ora al
telefono a chiedermi scusa, sbaciucchiandomi di sms; no, lo lascio stare con la sua
serenità da ginnico che si ritrova. Già, lui va a correre tutti i giorni, e in più passeggia
nel parco durante le pause pranzo, dopo che ha mangiato pizza integrale bio nel forno
natura&sapori. Lo odio. Fa il maschio, l’uomo brillante e rassicurante solo con le sue
amiche, quelle fidate, dice lui, quelle stronze penso io. Ma non glielo dico, perché
devo rispettarle, e perché faccio parte della generazione che ”devi essere amica delle
sue amiche, e anche delle sue ex” e tutte ‘ste stronzate che stanno in piedi solo dentro
ai discorsi dell’aperitivo, ma che poi nessuno ci crede per davvero mentre rientra a
casa la sera. Ecco, sono di nuovo agitata, ma stavolta non voglio cedere. Ancora
dentro a questo budello nero di metro, cammino lentamente con la mia borsa rossa
che sfiora altri fruscii silenziosi. Fisso l’intero vagone di occhi, cellulari luminosi e zaini afflosciati: l’esercito dei pendolari felici solo a letto, quando mettono i piedi
gonfi sotto il lenzuolo ghiacciato. Smorfio un sorriso e mi siedo accanto a una
vecchietta truccata male, eppure con un viso pieno di tranquillità.
- Prego signorina, si sieda qui.
E intanto alza la borsa marrone dal sedile e con una mano bellissima mi invita a
sedermi. La ringrazio più con gli occhi che con le parole. Mi siedo accanto a lei e mi
viene voglia di continuare il viaggio fino al laghetto dell’Eur dove passeggiare,
passeggiare sotto quegli infiniti ciliegi umidi. Una volta ci abbiamo portato i bambini
del Centro diurno, durante la bellissima fioritura d’aprile: correvano come pazzi
calpestando l’erba, spernacchiando le anatre. Quel giorno avevo corso, saltato, riso
come una matta e avevo abbracciato tutti, e anche Guido, l’altro operatore in turno.
Poi è sparito l'abbraccio, è sparito Guido e pure quell’emozione elettrica di amare per
un attimo e non piangerne abbastanza. In fondo era colpa dei ciliegi, con quei fiori
viziosi ad annunciare chissà quali follie primaverili in città.
Chissà se stasera i ciliegi mi aspettano ancora fioriti.

Scritto da Peppe Stamegna
2016

domenica 26 agosto 2018

prove tecniche d'autunno


         Devo dimettermi, da me. In Italia non si dimette mai nessuno, ma io lo farò. Vorrei dimettermi dall’uomo che sono stato negli ultimi dieci anni. O almeno da quell’uomo che ha creduto di essere speciale. Spiego meglio. Ho fatto tante cose in questi anni, anni intensi in cui i miei capelli sono diventati brizzolati, ma volevo partire dalle parole, quelle che  hanno disegnato scene del mio mondo e sono arrivate agli occhi degli altri, che spulciavano nel mio blog. Niente, voglio ripartire dalle parole e dall’effetto che fanno verso gli altri (su di te). Ecco, questo è il punto, gli altri: io ho un bisogno infantile d’amore, lo so. Allora cercherò di dare un significato approfondito alle dimissioni annunciate all’inizio. Provo a dimettermi dal poppante che sono stato, e che in questi dieci anni ha preso le sembianze di uno scribacchino lirico, a tratti ironico, ma pur sempre tendente alla lagna pre-poppata. Forse il punto è un altro ancora: ho saputo scrivere di me, senza spocchia, con umiltà e ora sono sfiancato da tanto sforzo vano: perché non mi segue più nessuno, cazzo? Così va meglio, non ho bisogno di contradditorio io, ne produco dieci al minuto. Oggi voglio liberarmi di piccole verità e dare il ciuccio all'uccellino.
   Stanotte mi sono ricercato su google e ho capito che in questi anni avevo davvero bisogno d’attenzione. Di un amore diverso da quello che ricevi dalla tua famiglia o dagli amici, da tua moglie. Insomma, cercavo amore ma scrivevo che ne avevo già vissuto abbastanza nell’infanzia dorata, nell’adolescenza inquieta o nella giovinezza sfrontata e poetica: cazzate! Fingevo, come fa un bimbo insaziabile davanti ai seni rinsecchiti da lui medesimo. Poi, quando qualcuno coglieva sfumature di talento qua e là nelle vagonate di cose che scrivevo, allora mi ritiravo come una lumaca intimidita da una fogliolina che cade. Fingevo ancora di più, di non essere all’altezza, ma invece nella brace, tra i polmoni e il cuore , lasciavo bruciacchiare ogni residua modestia: sulla tastiera battevo i miei limiti, ma sulla faccia nascosta ingrossavo i miei desideri. Certe volte, dopo commenti positivi ma disinteressati che comparivano sotto i miei incessanti post, quelli che non provenivano da conoscenti, mi pavoneggiavo e pensavo al mio futuro di scrittore in camicia bianca sempre pronto a brindare con vino bianco da intenditore, nei bar del Pigneto al tramonto: cazzate! Intanto che fingevo questa condizione ridicola e lussuriosa, in casa, intorno a me,  trasmettevo finzione a reti unificate. Facevo l’ipocrita mettendo like ruffiani ma poi cercavo di bilanciarli spudoratamente con altri tweet autoironici, come se la derisione in differita facesse scomparire il mio gesto ruffiano e opportunista: volevo farmi notare come persona unica, come tutti. Anzi, a me non bastava che provenissero da centinaia e centinaia di persone nuove che non avevo mai visto, no, io volevo sollecitare i like della scrittrice, della regista, dei giornalisti che piacevano a me, solo a me. Velleitario, mi caricavo di quelle energie scintillanti leggendo quei commenti, like, retweet estorti con lunghe e sottili strategie social: facevo il simpatico. Intanto gli amici coi loro calici di vino del sabato sera, vini pregiati da supermercato, sparivano lentamente, come in un film di Muccino, ma al contrario. I figli, docili ma espertissimi di cose social, mi contraccambiavano con la stessa solitudine: arrancavo con loro, cercando lo stesso di rimanere un esempio, leggendogli i libri prima di dormire, ma intanto con le mie nevrosi brillanti gli stavo comunicando solo il mio fallimento a piccole dosi, come l’acqua fresca omeopatica: cercavo di risolvere il dramma con piccole scene drammatiche. Questo fino a ieri, l’altroieri per chi legge oggi. Ora, alla fine di questo periodo, cosa avevo intenzione di scrivere se non che ho esaurito le scorte di parole e se non mi metto a studiare (sul serio, cazzo!) da qui a un mese esplodo insieme a tutte le parole che non ho scritto ancora.

   Uno scrittore su Twitter definisce le prossime uscite editoriali immature, poiché trattano il tema genitori-figli in chiave di conflitto irrisolto. Fa sorridere, ma cos’altro stiamo a fare sui social, nelle nostre case, nei bar, davanti alle nostre scivanie Ikea? Non cerchiamo di dissimulare la nostra tenera incapacità di fare il passo avanti che ci emanciperebbe da questa bella vita sospesa, adolescenziale e gravida di ogni possibile destino? E che ci permette di cazzeggiare a quarant'anni come non si era mai visto fare nelle epoche precedenti. Almeno cazzeggiamo con stile, senza invidie, ipocrisie, conflitti d’interessi: amiamoci di più, cazzo. Non ci somigliamo un po' tutti nelle nostre nevrosi sporche di umanissimo snobismo?

            Pezzetti di racconti estivi

   Entrati nella Valle dei Templi, avevamo gli occhi spalancati al massimo per far entrare tutto quel mondo invecchiato benissimo. Davanti al Tempio della Concordia tutto rosaceo, siamo rimasti in sospeso anchr noi come colonne doriche. Mio figlio piccolo era tutto rosso di tramonto e scattava foto, e girava intorno alle colonne e le osservava come si osservano certi giocattoli sacri dell’infanzia: un posto dove l’atmosfera è fatta d'aria propria, che già in biglietteria scompare. Mio figlio inciampava, saltava e rideva per tutta la curiosità che respirava. Per quanto mi riguarda da lì a poco, dopo lo stupore di stupirmi a osservare l’anima in trasparenza di mio figlio, e il vedere mia moglie diventare più bella con quei riflessi rosacei, mi sono ritrovato nel parcheggio tra gli ulivi senza le chiavi della macchina. Mi metto a piagnucolare, poco prima avevo lasciato per una mezz’oretta lo zaino incustodito su un muretto a secco: ecco, si sono prese le chiavi, ripetevo al buio tra gli ulivi e circondato da minacciosi latrati. No, scemo che sono, la macchina è lì, coi suoi 220000 mila km in corpo. Mi avvio verso mio figlio e mia moglie con fare da disperato. Mia moglie, insieme al custode del museo mi ripetono come due infermieri di calmarmi e controllare nelle borse. Niente, non ci sono le chiavi. Sono le ventitré, stanno uscendo tutti attraverso i viali illuminati con luce fioca dei Templi, lo spettacolo teatrale in siciliano sta finendo, ci siamo io e mio figlio con le torce dei cellulari fiondate su quei viali che abbiamo percorso poco prima felici e stupiti di meraviglia greca. Montiamo sopra un taxi elettrico, con la complicità di un vigilantes originario del Piemonte: ma che ci fa qui? mi chiedo, tra una boccata d’ansia e un pianto strozzato. Anche nei momenti peggiori me ne sto lì a scervellarmi del perché uno stia lì, in quel momento, davanti a me, invece di stare in un altro posto: mi fisso con le scelte che fanno le persone, lo faccio da sempre. Insomma, entro nel bar dove eravamo stati poco prima e il barista alla mia domanda “avete trovato un mazzo...” mi mozza la frase rispondendo: ma la capa dove ce l’hai? ecco, la capa ce l’ho impegnata a pensare le scelte cruciali che fanno gli altri, con tutti i sentimenti che ne conseguono. A questo punto abbraccio mio figlio, e me lo tengo abbracciato lungo tutto il viale, mentre mi preparo a ricevere il giusto cazziatone da mia moglie. Poi ci ho parlato col vigilantes, facendogli una specie di intervista come non facevo da anni: un tempo gli amici mi chiamavano Marzullo. Del vigilantes ormai so il perché della sua scelta di vivere ad Agrigento, ma quello che non so ancora me lo sono immaginato dopo in macchina. Ma del perché proprio lui fosse lì, in quel minuto che io perdevo le chiavi e lui, gentilmente, con l’accento nordico, mi rassicura e aiuta come un angelo terapeuta con la faccia d’attore di film alla Banfi, ecco, questo non lo so ancora e per saperlo  forse devo scrivere e scrivere fino alla fine. Perché stavo lì davanti a lui, in quella notte di luna tagliata a metà che si stagliava sulle colonne d'Ercole?

   Al rientro in auto sfiorando paesi con nomi montalbaniani, continuavo a pensare al perché fossi lì, e non a San Vito Lo Capo come tutti gli altri, in questa estate 2018. Lo sapevo in realtà: perché dovevo risarcire il figlio grande per la mia disattenzione di questi ultimi anni di scrittura e paura: dovevo restituirgli un desiderio. Per farlo abbiamo preso una casa sgarruppata, sul mare però, a Scoglitti, terra di seconde case di contadini arricchiti sfruttando, oltre che la biotecnologia, anche tanti immigrati affamati di stabilità. I nostri vicini di cortile avevano una età media di settant’anni, claudicanti come noi, seppure noi solo d’animo per un inverno pesantissimo alle spalle. Quel mare increspato di schiuma che alla lunga ci ha stufato e, grazie a questo nostro stufarci per tempo, ci ha permesso di vedere paesi dell’entroterra che solitamente mi fanno pensare: chissà come vivono d’inverno queste persone. Passeggiando per Ibla mi è salito un sentimento folle di volerci vivere almeno un mese dentro quelle casette barocche di ringhiere e di misteri, magari a gennaio, quando ci restano a vivere in tremila, come mi aveva detto con un certo sollievo il barista poco prima che mi uscisse dalla bocca questo desiderio. I figli davanti a certe frasi mi danno retta e rilanciano ipotesi di vita diverse dalla nostra: si affacciano con me su balconi di fantasie. Questo filo, questa follia, mi unisce a loro, oltre che per un convinto disprezzo per Salvini e il suo bullismo oramai imperante anche nei bar. Mia moglie ci osserva arresa, ma rincara la dose contro Di Maio, a cui dedica un “scappiamocene a vivere in Spagna”. Ci siamo divisi per bene anche le idiosincrasie, in famiglia.

   Interno, mercato del pesce di Scoglitti. Stiamo davanti alla banchina delle barche zuppe di pesce, accanto a un faro: di fronte un bar e due strade che scendono parallele. Compriamo una cassetta di polpi di scoglio, pescati un’ora prima. Paghiamo e scoppia il temporale. Ai lati, e poi anche al centro, di questa enorme zattera di cemento pieno di pesce appena pescato e con persone bramose di comprarlo, scorrono fiumi d’acqua. I tombini saltano, siamo tutti intrappolati. Comincio a fissare la Razza gigantesca e il suo sguardo pacifico, poi passo in rassegna le facce preoccupate dei pescivendoli con le loro scope inadeguate per deviare l’acqua. Il mare intorno è placido, nero. Un coglione parcheggia con un Suv gigantesco davanti all’ingresso creando una deviazione d’acqua verso la zattera-mercato: i pescivendoli pescatori urlano in siciliano stretto maledizioni che gli fanno prontamente inserire la retromarcia. Un’acquirente vogliosa di pesce fresco come noi è preoccupata per i suoi genitori bloccati in auto, a cinque metri da lei, ma che non si vedono per la pioggia e in parte anche per il Suv di prima. Mia moglie cerca di consolarla, io continuo a circumnavigare la zattera di cemento e noto che solo alcuni metri quadri sono rimasti non allagati d’acqua sporca piovana. Trattengo l'ansia pensando alla sfiga poetica dei Malavoglia, ma mi sale una voglia assurda di cannoli siciliani con la ricotta messa dietro le quinte dei bar.
 La nostra macchina è semisommersa, fino all’altezza del marciapiede, così, quando decidiamo di sfidare i torrenti di fango per andare a casa, dove era rimasto il figlio a leggere Giamburrasca, ci paralizziamo di paura e aspettiamo. Poi i neuroni genitoriali ci spingono a partire, ma ci ritroviamo ancora fermi sul lungomare allagato: è diesel, si rovina, impreco da genitore che deve poi ricomprarsi l’auto. Riusciamo a sentire il figlio, aveva come spesso accade il cellulare silenziato, dice di stare in casa: è salvo, urliamo dentro, ma senza sfiorare il ridicolo di dirlo ad alta voce. Chiediamo indicazioni per strade secondarie e dopo dieci minuti ci ritroviamo sull’uscio di casa con una busta di polpi e con degli occhi a fanale sul figlio: sei vivo, stavolta quasi scappa fuori il suono ridicolo di due comici spaventati genitori.
   I polpi erano buoni, mangiati col limone, come aveva suggerito Camilleri ai suoi paesani quando è tornato a trovarli dopo anni di esilio romano.
Mio figlio aveva divorato Giamburrasca e le sue avventure, invece delle nostre rideva senza appassionarsi più di tanto. Allora ci riproverò, scrivendogliele meglio domani.

sabato 28 luglio 2018

vorrei pensare alla felicità anche se so qual è la verità

   

     Tutti i giorni mi sveglio con due illusioni sul comodino, mi aspettano come due gatte guardinghe, belle. La domenica faccio finta di non vederle, scendo giù, preparo il caffè, controllo le notifiche, e mi bevo l’intera caffettiera. Aspetto che si alzi J., poi E., poi comincia la tensione per l’ultimo risveglio. Come starà oggi? Allora annaffio le piante, leggo qualche pagina di libro rimasto a metà, sfoglio quotidiani e supplementi impilati accanto allo stereo, che intanto fa uscire canzoni selezionate dal mio youtube: Nick Cave, Brunori, Lucio Dalla, Rancore...
Poi si alza il sole, dentro fa meno caldo, ma l’aria è malaticcia come quel sole nero che staziona sopra il parcheggio semideserto. Vado giù, parlo usando parole il più possibile leggere, selezionate dalla parte migliore del mio cervello. Faccio in modo che sfiorino la sua mente: che vedo agitata e scura già a quest’ora del mattino. Faccio il possibile, mi ripeto tutto il giorno, faccio il possibile per creare un clima di equilibrio e speranza in questa casa. Sfido le tare famigliari, gli stipendi magri, gli umori dell’Italia in questi mesi, il caldo che soffoca ogni vostro desiderio.
Così mi ritrovo a essere fortissimo, a organizzare campeggiate dei ragazzi all’Ecofest, una vacanza in Sicilia, l’uscita in piscina di oggi. Poi uno sguardo torvo, due messaggi pessimistici, disperati nel tono, e la tempesta, quella di cui scriveva la Ginzburg per tentare di tranquillizzare i genitori di adolescenti; subito dopo che è passata, sento di essere asciutto di ogni energia. Sento pure l'irrequietezza salire dalle cosce, e allora faccio le scale due alla volta e vado dalle illusioni: non ci sono più, stanche anche loro degli scarsi risultati ottenuti si sono lanciate dalla finestra.  Sì, forse è inutile stare mesi e mesi aggrappati all’idea di cambiare i pensieri degli altri. Se non sei un professionista, dicevano gli Afterhours, non puoi giocare col dolore delle persone. Ma io sono il padre! Ho digerito delusioni, rifiuti, eppure non mi sono disperato e nemmeno intristito. Quel fuoco che spinge a voler salvare qualcuno, in dei giorni semplicemente te stesso, e che riesce a spegnere ogni fallimento o tormento e ti lascia uno spazio enorme da colmare attraverso vuoti e vuoti di sofferenza luminosa. Una lotta da matti contro la propria storia. Questa è la strisciante brutta verità. Questo sangue malato degli antenati da contagiare con sangue fresco di queste giornate strambe, mai viste così nitidamente prima d’ora.
  Mi stendo sul divano, stavolta c’è musica di radio sonica che riempie il soggiorno, sullo sfondo Rainews24 con volume silenziato, e in alto il ventilatore che imperterrito tenta di raffreddare tutto. Ho voglia di dormire. Di pensare corpi e luoghi accoglienti, ma non crollo, infatti mi rialzo e chiamo il figlio per il pranzo. Un panino e la pizza, era per il pranzo in piscina ma ci ritroviamo su questa solita tavola ikea per la sua rinuncia, che sposa la mia paura di lasciarlo da solo. Sono carico, così inizio a parlare con voce tremolante, tendente al duro, ma un duro che somiglia a una debolezza trascinata dai lontani anni disastrati della mia adolescenza, mai dimenticati. Da dimenticare con determinazione, oggi. Per rinascere col muso duro, spietato: così mi metto a scacciare la vecchia faccia implorante di mia madre, i remoti farfugliamenti in dialetto di mio padre, i soliti sussurri di mia sorella e gli eterni silenzi di mio fratello. Andatevene, vi prego, ché oggi ho da fare una cosa importante: bruciare ogni mia lagna residua.

  Sono allo stremo della pazienza, sento il peso della lentezza dei cambiamenti. Il mio ritmo, la mia presunta ciclotomia ne soffre, ma insisto, così gli faccio un discorso che sa di don Milani, e sa pure della mia storia scorticata come muri impregnati da quei silenzi che vivevo a casa dei miei.
Urla Giuseppe, fatti sentire. Sussurra la vocina stronza rimasta nel cofano della mia mente in questi anni strani di troppo amore, di puzza di cose fatte a metà, del suo inutile orgoglio di oggi che non serve proprio a niente. Quella vocina cattiva che sa farmi vedere le cose buone da fare.
 Così scrivo per scacciare la morte sotto il tappeto, e quella sua puzza d’agguato che scolorisce i nostri giorni brevi. Sognavo amici illuminati, poeti di fatto, sensibili e operosi quanto un carico di api che sciamano per la Regina. Ah, tempesta che aspetta un segnale, uno sguardo che sciolga ogni dubbio, ogni colpa residua di un tempo che sfuma e abbaia gloria mai avuta. Notte che s’ingolfa di ricordi sbiaditi e lontanissimi come pianti di bambini davanti a gonne a fiori sopra le ginocchia con quel loro vischioso sapore misterioso di naftalina.
Ora dormo, mi fermo, e aspetto quella pagina bianca, candida, così piena di peccati mai praticati nemmeno nel pomeriggio.  
 
  In un pomeriggio afoso pieno di promesse arriva il crollo. Lui accovacciato contro il muro, io che gli rimango accanto, al piano di sotto E. e J. preoccupati. Tutti e quattro soli di spavento. Un filo di nylon ci lega e strangola, e a soffocare oggi sono io. Scappiamo al pronto soccorso, in auto penso a quanto debba essere brutto l’ultimo viaggio di uno che ha due figli che lo aspettano a casa per cena. Invece rieccomi sul tavolo ikea a scrivere di un risveglio splendente, fatto di discorsi progressisti, umani, contro i salviniani che ci circondano: ci avessero ascoltati dall’alto, un premio Pulitzer all’intera famiglia ce l’avrebbero dato eccome. Stamattina dal pescivendolo ho affrontato un novax con stile, dicendogliene quattro, ma ragionevolmente: sono migliorato, non urlo più e tiro fuori meglio le mie opinioni, i miei sentimenti. Ieri al pronto soccorso stavo tra un nigeriano preso a bottigliate nella jungla di San Basilio e un tipo caduto dallo scooter. Il nigeriano aveva ferite mostruose, una faccia sofferente, e un tono di voce dolcissimo mentre mi raccontava le sue peripezie. Nell’attesa il tipo dello scooter faceva casino, reclamava l’antidolorifico e cure come un mammone, mentre il ragazzo nigeriano dormiva coperto da un lenzuolo di pensieri e cure istituzionali. Io che avevo avuto un malore da stress emotivo, con dolori al torace, aspettavo le analisi e radiografie che mi dichiarassero salvo. In mezzo a loro mi sentivo forte e fortunato, e con ancora anni e anni per svolgere al meglio il ruolo di padre, di uomo mite con un fuoco nel torace che cerca pace.
Mi sentivo a disagio in mezzo a quello stanzone di infarti, morti imminenti, punture d’insetto, eppure mi sentivo accudito, rispettato da persone un po’ nevrotiche ma così umane di competenza e pazienza.
Al rientro avevo dieci gocce di Tranquillirt in circolo che mi facevano scandire meglio le mie bellissime parole sensate: avevo la voglia di fare discorsi importanti, scanzonati e belli da far ascoltare agli altri. Spero che mia moglie e R. ne abbiano goduto ieri sera durante il rientro in auto. Ah, io voglio vivere così: parlare, scrivere, vivere e poi schiattare felice all’improvviso, se è possibile in un giorno di pioggia fitta fitta.
Poi arriva un altro mattino pieno di caldo e ti vediamo uscire con la camicia verso il tuo primo impegno di lavoro. Neanche ci emozioniamo tanto è lo stupore di vederti uscire velocemente dal cancelletto mentre il gatto coi suoi occhi arancioni segue i tuoi passi che somigliano sempre meno ai miei.
Poi arriva oggi, in cui con fare riflessivo riconosci che quel “lavoretto”, di vendite di macchine del caffè e materassi spaziali, era un bluff e, come scrivi in un messaggio a tua madre: sfruttano i ragazzini per non farsi dire di no agli appuntamenti, e io non voglio realizzarmi nella vita con queste cose. In questi giorni l’ho lasciato vivere questa esperienza senza intromettermi: il suo talento, e il suo tormento, lo hanno fatto desistere e ridere di queste persone che stressano altre persone per vendergli cose di cui non hanno bisogno.
Di cosa hai bisogno tu, figlio, ragazzo che mi dichiari una resa con queste parole “vorrei pensare alla felicità anche se so qual è la verità”.



ps
ti ho lasciato insieme ai tuoi amici al capolinea di Saxa Rubra, state andando a campeggiare a Caprarola dove stasera ci sarà il vostro Rancore, a me resta un amaro buonumore.
Buon viaggio!


lunedì 2 luglio 2018

Il ritorno

 Stanotte parlavi chiuso nel bagno con un tono sussurrante, implorante, amaro di incomprensioni subite, di sbandamenti non accolti; forse parlavi con uno dei tuoi amici che non frequenti più. Forse ti hanno chiamato per darti gli auguri. Un po’ me lo auguro, anche se ero intontito dal sonno e a tratti, per il sacro rispetto della privacy, mi tappavo le orecchie. Diresti, lo scrivi sul blog e ora fai la morale? Aspetta, scrivo soprattutto di me, anche rischiando di coprire la sua storia. In realtà il nostro rapporto ha tante di quelle variabili adolescenziali, di mie preoccupazioni trattenute, oppure slanci che potrebbero finire in qualche poesia postuma di Carver. Se ti va fai che questo racconto diventi una scorticata pittura rupestre da contemplare mentre fuori imperversano battaglie e amori.
Una persona che ha letto la scorso episodio sul blog, mi fa: ma i tuoi figli non s’infuriano per le cose che scrivi? No, ché non lo sanno e io non so fino in fondo perché mi ostini a questo lacrimoso esercizio esibizionista. Appena finite di leggere questo post chiamatemi che ci facciamo risate su risate sulle situazioni comiche che sto vivendo davanti a persone con facce strambe, un po’ alla Battiato e un po’ alla Pippo Baudo, e nel mezzo le mie chiacchiere con signore dalle collane lussuriose e buste della Crai portate alla maniera di quelle di Fendi.

 Stiamo in una città che ha fatto del suo meglio per diventare brutta, e quella colonna sconsolata e dorica mi ha schiantato i polmoni: era lì a trenta gradi, sparuta tra erbacce e palme, e si lasciava bullizzare dalle svettanti ciminiere Eni.
Eppure tu valorizzi l’umanità di questa città: buona 'sta pizza, qui so’ curiosi, me pare quel quartiere di Roma, o Formia. Io ci vivrei, dici al culmine della tua contentezza di aver frequentato per qualche giorno una persona con cui parli, ridi, come non facevi da mesi.

Ti hanno appena chiamato dall’istituto paritario, ti hanno fatto delle domande e convocato per un colloquio. Mentre ascoltavo le tue risposte educate scrivevo dallo smartphone mentre la persona importante di prima ti fissava gli occhi mentre rispondevi sereno alla segretaria della scuola.

 Potrei andare a fare un bagno, il cortisone è smaltito ormai, oppure mettermi in mezzo ai vecchi in piazza a leggere il giornale e intanto origliare, come ho fatto ieri, parole che danzano ora dolcissime ora spietate tra quelle facce rugose e oscene: favolose. Poi ho scelto i vecchi, anche se il barista, quando ha capito che venivo da Roma mi fa: ah sorcino!
 In questo vicolo fresco di cornetto alla crema e canzoni in cuffia mi dedico alla migliore cosa che so fare, e in questo periodo della mia storia non è di certo montare una zanzariera o mettere zizzania in terrazza.



  Stai irrigando su questa terra grigia malata delle tre un’intera stagione d’amore per te.
Io ti stringo, ti scrivo e lascio scorrere questa desertica piana fertile che fu. Ora vacche sperse e ruderi di sole facciate di pietra, poi trivella, tubi, sporco di progresso egoista. Mattei volteggia con la sua aspirazione bambina petrolio, noi seduti uno accanto all’altro cullati da musiche che non sanno più di plastica.
Eccoci visti dall'alto di una superstrada, con la tua morbida testa sopra la mia spalla umida che ti sostiene e fa appoggiare sentimenti nuovi per i tuoi occhi.
Elefante di Catania, ti prego, asciuga questo pomeriggio.

Continua...

sabato 30 giugno 2018

Figlio contento

   Stiamo nel b&b uno accanto all'altro. Tu ascolti musica, io provo a usare i social per bilanciare nel mio piccolo (invano, sia chiaro) la follia collettiva che sta incattivendo mezza Italia: l’odio esasperato, ottuso, per i migranti.
Stamani sono stato a vedere le mura greche. Dopo che ho percorso un tratto di sentiero mi è salita l’antica fobia per i cani. Nel sito c’ero solo io, così mi sono fatto coraggio e ho chiesto, dichiarando la mia fobia, al custode di garantirmi che non ci fossero cani in giro. Lui lo fa, ma i miei occhi supplicavano altro: capisce, e mi accompagna lungo tutto il perimetro di Capo Soprano. Chiacchiero con lui di Magna Grecia e della Madonna Delle Grazie, e alla fine ci salutiamo senza che nessuno dei due avesse imbarazzo delle proprie fragilità. Ecco, vorrei che la mia vita prendesse questa direzione. Non farsi paralizzare dal presente pressante, e abbandonarsi agli occhi degli altri, alle loro infinite e sconosciute sensibilità. Le differenze tra le persone spesso sono dovute ad agenti superficiali o passaparola velenosi, noi, umani scorticati di storia e paure, dobbiamo fare lo sforzo di capire chi abbiamo davanti, non necessariamente amarlo ma accogliere almeno le sue parole.


Pranziamo in una tavola calda fresca piena di piatti gustosi. Poi cominci a srotolare fuori tutto il benessere di questa breve vacanza. Parli di sport, di persone, di mamma e di luoghi come non avevi mai fatto prima. E hai gli occhi scintillanti che insieme alle mani mi disegnano scenari fantastici. Come ho detto a Daniela al telefono poco prima, voglio godermi questa tua rinascita senza troppa ansia.
Mentre prendo il caffè al bar, passa un video di Ultimo, e tu dici che è stato proprio bravo a emergere da San Basilio. Intanto, ci incamminiamo e cominciamo a parlare di tuo fratello, e dici che è bravo a fare beat, conosce le note e ha talento. Ti ascolto trattenendo l’emozione e le parole che stavano fecondando, voglio soprattutto ascoltarti: sentire quello che sale lentamente dai tuoi abissi. Non voglio illudermi che sia finito quel tuo malessere che esplode all’improvviso, però vorrei fare un passo di lato e vederti nei prossimi mesi camminare deciso e sereno.
Anche il sangue scuro delle nostre famiglie, come scrive coraggiosamente Simone Lenzi, ci condiziona e rompe gli argini della ragionevolezza, tant’è, la nostra resta una lotta contro quei mostri umani dei nostri matti antenati che ci perseguitano da secoli. Mica siamo gli eroi che li sconfiggeranno con una vita appena, macché, ce ne vorranno di generazioni più attrezzate delle nostre per sconfiggerli del tutto. A me oggi basta sentire la tua voce felice che dice: comunque so’ davvero contento, oggi.

Poi ci sdraiamo ad ascoltare Luché che canta un pezzo insieme ad Avitabile. Succede una cosa che mi fa sentire sceneggiato da Virzì. Il testo riguarda noi, parla di quello che ci stiamo dicendo con parole diverse in questi giorni. Racconta quello che sto provando a scrivere da questo mare metà inquinato e meta splendente: che ce la possiamo fare se diamo potere ai nostri occhi, alle nostre storie, alle nostre sensibilità. Tutti, nessun escluso. Vabbè, qualcuno lasciamolo col cerino acceso mentre si fa l'ennesimo stronzo selfie.

Una cuffia tu e una cuffia io, navighiamo su suoni e parole che trasudano malattia e paura, eppure vedi come sta evaporando tutto nell'aria? Figlio, mi riesci a vedere quanto sono contento mentre ti sto cantando?



venerdì 29 giugno 2018

Sicilia scaccia via quest'inverno di paure.

 Scrivo mentre stai dal professore A., scrivo mentre non ci sei, perché mentre ci sei cerco di stare con te. Non riesco più a starti lontano, ché ho paura che resti troppo da solo, e star solo oggi non è più come quando stavi solo l'anno scorso.
In questo pomeriggio luminoso sto davanti a un Campari che mostra la scorza d’arancia come una vela malconcia. Intorno a noi ragazzine viziate sorseggiano coca cola qui nel bar al confine dei Parioli. Forse non sono viziate, poiché non so quasi nulla di queste ragazzine, ma vedo quel loro modo sgraziato di accavallare le gambe, o di chiamare il cameriere, che stavolta mi fanno andare d’accordo col pregiudizio. Quando il bicchiere di Campari era pieno, c’eri anche tu seduto al tavolino che divoravi un tramezzino: sbirciavo mentre fiutavi gli sguardi di quelle ragazzine vocianti di biondo.
Poi sono venuto a prenderti, insieme al libro che non riuscivo a leggere nella mano, e nell’altra stringevo lo smartphone; arrivi tu, apri il portone e mi dici di entrare. Il professore col suo amabile, calmo e roteante modo di parlare mi fa sapere che il percorso termina davanti ai tuoi progressi che gli hai appena raccontato tra questi arazzi e libri, che ci mancheranno un po’. Spiazzato, accenno mugugni, che il professore interroga subito. Ripercorro in un minuto le tue espressioni, le tue parole, da gennaio ad oggi, e ammetto che il professore sa quello che fa, nel congedarti pur restando disponibile dopo l’estate. Così entriamo in auto sorridenti. Metti il Cd di Rancore e  passiamo in rassegna i testi di Rancore, e questa passione filologica spero resti come testamento emotivo nei tuoi racconti futuri.
Eccoci in macchina verso casa, ora la musica col bluetooth fa uscire sentimenti ammazzati dentro un’auto in Florida; mi fai ascoltare quel rapper che dici di avermi fatto già ascoltare l’estate scorsa. L’estate prima della tempesta, quella che sembra un’era di rabbia fa.
Passiamo a prendere mamma, sta lì con le sue buste di soddisfazione equo e solidale e il suo sorriso somiglia sempre di più al tuo sorriso di questi giorni: lo stesso che è in quella foto da bambino su quella bici gialla, anni fa. 2005, o giù di lì, quando è nato tuo fratello.
Vorrei piangere ora, ma io sto piangendo ora, e sto scrivendo come non facevo da secoli.
Intanto studio le mappe siciliane del nostro prossimo viaggio. Quello stretto, quel fuoco, e quella storia sapranno accoglierci come si aspettano i sogni al mattino? Ora spazzare via questo lirismo sdentato e scrivere del mio crollo di oggi. Un chiodo lungo un anno che premeva nella testa, “gli altri” che non sopportavo più, il tuo ennesimo risentimento che ho bloccato all’istante, e poi quella tua insopportabile rabbia esplosiva contro tuo fratello, insomma, tutto quel peso di nuvole nere che c’era oggi Roma.


Maledetto questo tempo di cattiverie esibite come medaglie, fatto di parole povere, concetti assenti, sensibilità soffocate per una rabbia bambina di non avere il macchinone nero, né un lavoro donato, né una fidanzata bionda. È che fa ringhiare anche persone insospettabili contro le facce spaventate dei migranti.

E noi che parliamo così bene quando difendiamo i più deboli, e noi che staremmo sempre su un treno a fantasticare mondi a suon di musica e libri. Ah, Il lamento di Portnoy, che mi sto godendo in questa ciclotomia passeggera che mi fa vedere tutto nero, ma poi leggo e tutto scompare.


Ora stiamo sul pullman uno accanto all’altro. Io scrivo, messaggi a casa, altri sui social, e tu ascolti il nuovo pezzo di Ernia - senti ch’è bella, pa’,e mi presti una cuffietta - e io che ascolto e penso alle tue insicurezze sempre più evidenti eppure sempre più scacciabili. So quanto ho contribuito in questi anni a farle crescere, perché crescevano anche in me. Scusa, scusatemi, in questi mesi ce la sto mettendo tutta a trasmettere energia buona a tutta la famiglia, e sto usando tutte le migliori parole che ho per voi.
A volte cedo, altre rinasco, poi ricado, e poi ancora mi rialzo e soffio dentro alla mia testa una sorta di tisana del pensiero: blocco ogni scatto aggressivo e riparto che sembro Gandhi in un centro commerciale.
Arrivati in questa cittadina spellacchiata e già generosa, poiché ti ha concesso di sfoderare sorrisi e battute in quantità che trabocca una quasi felicità.
Dal letto del b&b scrivo in mutande e registro sullo smartphone questi segnali di disgelo emotivo, e sto benissimo.
(Continua)


domenica 10 giugno 2018

L'esordiente e la coca cola

Due parole, due parole buone per descrivere una sconfitta liberatoria. Sono rimasto due mesi ad aspettare che mi convocassero quelli della casa editrice L’eruttiva, per definire l’uscita del mio libro di racconti. Ero pronto per la collana esordienti. I racconti erano autosufficienti e avevano bisogno solo di un editing finale, così mi disse con un tono flebile Antonio Campanella, editor che mi accolse con una coca cola tenuta come una sigaretta, in un pomeriggio tiepido poco prima dei miei quarantotto anni. Quella sera fu una delle ultime volte che mi incazzai platealmente in casa, dopo un diverbio col figlio grande. Poi uscii, vagai con una paura di rovinare tutto e tutti, e feci un patto con i miei demoni tirando fuori una smorfia di sorriso che si  specchiò dentro una vetrina di un compro oro. Mi sono detto: da oggi faccio l'esordiente, basta capricci, lagne o altri drammi ereditati da una vita sempre in salita, quella vecchia vita spesa perlopiù a compiacere gli altri. Comprai lo spumante e brindammo in piedi: col contratto in una mano e nell’altro il calice, confessai ai ragazzi di queste mie velleità letterarie. Da sempre le avevo strozzate a colpi di vergogna e insicurezza. Il piccolo disse: io lo sapevo già, ho letto un tuo file aperto. Mia moglie era raggiante e il grande mi dava pacche sulle spalle a ritmo di “bella papà”. La famiglia, a cui ho dedicato i miei ultimi anni e a cui ho sottratto squarci di vita intima destinata a creare mondi paralleli, parentesi sofferte in cui cercavo di dare il meglio di me a dispetto del mio frustrante e amato lavoro e della mia storia interrotta a quindici anni: la famiglia che mi cingeva e amava davanti a una tavola apparecchiata. È da quando ho sedici anni che vorrei scrivere un libro. Ingenuo, curioso, caparbio e carico di un’ignoranza linguistica e lessicale insormontabile, attesi fino ai quarant’anni prima di iscrivermi a un corso di scrittura di Antonio Pascale. Da lì in poi gioco a ping-pong con le mie velleità. Frequentando come un imboscato presentazioni di libri, dove spaesato sudavo sotto quelle mie camicie colorate. Poi arrivò la scrittura matta e incessante per il blog, e gli amici sorpresi che mi incoraggiavano, e la scrittrice curiosa che mi sosteneva. E quelli che mi leggevano senza mie sollecitazioni pruriginose, mi gratificavano ancora di più. Poi arrivò Elisa a suggerimi di andare a un incontro pubblico con questi editor della casa editrice L'eruttiva. Ci andai un sabato mattina, e Campanella insieme al suo capo stavano seduti tra gli scaffali nella stessa libreria dove feci il corso di scrittura. Il destino, pensai, il coglione che sono, penso ora. Sì, perché se fossi stato più intelligente quella coca cola a mo’ di sigaretta che teneva Campanella, con quella sua posa stanca, avrebbe dovuto farmi riflettere: cosa significa autosufficiente quando parli di racconti di un esordiente? Campanella me lo disse in un incontro successivo, senza il suo capo, lo stesso che poi disse che Campanella fu radiato, e da quel momento in poi la linea editoriale cambiò. Un po’ dubitai, a dire il vero, dopo l’incontro della coca cola, ma per comprimere il timore della riemersione di antiche paranoie ereditate in famiglia, mi zittii da solo, in macchina, dentro un pomeriggio radioso e appena ventilato che mi accolse all’imbocco del Gra. E bevvi tutto d’un sorso quella aspettativa frizzante. Ci campai una primavera intera, la stessa che vide il figlio grande imbrigliato nella sua adolescenza inquieta. Ecco, L’eruttiva mi diede quel più di vita che sto utilizzando ancora per ascoltare meglio le paure e i desideri di mio figlio. Oggi colgo il mio stato di grazia per ringraziare anche la casa editrice L'eruttiva. Ciao a voi.
Il destino, penso ora, quello che ci facciamo sceneggiare da editor con la coca cola penzolante in mano, è un racconto scritto male senza trama né sospensione: una lineare cazzata che sa di panna e preti vecchi, donne incantate e limonata. Il destino, bah, sempre meglio un mattino fresco con una dolce erezione tra cinguettii e bip-bip dei compattatori che penetrano nella mia finestra.


domenica 27 maggio 2018

Scritto col lavabo in faccia.

Oggi è il compleanno di Jacopo. Ho scritto anche di lui in questo blog. Dal 2011 scrivo qui. È un diario, o un quaderno delle mie velleità aperto, talvolta pure inviato furbescamente, da far leggere alle persone curiose di leggermi? Non lo so. Sicuramente qualcuno l'avrà fatto per piacere.
Ho deciso di rinunciare anch'io a qualche pezzo di me sociale, in cambio di uno scrivere autentico di me privato.
Comincio dal dichiarare che una piccola casa editrice mi ha tenuto per circa due mesi in sospeso per la pubblicazione di alcuni miei racconti. Hanno fatto quasi tutto loro, a parte scrivere quei racconti belli, intensi e frutto di lotte interiori con i miei fantasmi: storia di follie famigliari, e con la paura di non compiere il mio intento di scriverci su delle storie.
Ci sono andato vicino, poi l'editor è andato via e quelli che sono rimasti hanno cambiato linea. Bah. Di fatto l'avevo detto ai figli, e ora come la mettiamo?
Direi di scriverci su una storiella di come si sono comportati con me questi della piccola casa editrice, anche solo racvontando le mail e i due incontri avuti direttamente con loro.
Siete pronti?
Fatemi sapere. Altrimenti cosa la scrivo a fare?

sabato 19 maggio 2018

ecco cosa mi sta accadendo

  Ecco ora che sta accadendo. Io ascolto un mix su you tube, e c’è Vasco Brondi che canta “all’estero…”, il figlio piccolo è di sotto a combattere con la matematica e con lo spettro della sua insegnante ingombrante. Ho appena osservato dalla finestra mia moglie, accompagnata dal figlio grande, che riempivano la macchina di panni usati, da portare al mercatino. Erano mesi che non li vedevo insieme così sereni. Ah, in verità ora sto cercando di scrivere di questi ultimi mesi per niente sereni, ma pieni pieni di fatti che prima o poi dovrò raccontare. Non riuscivo a farlo bene in questi mesi, quindi spesso ci ho rinunciato. Invece preferivo leggere cose tipo In esilio, Nati due volte, Nel nome del figlio, o pezzi su Basaglia, su Don Milani. In realtà preferisco scrivere struggenti quanto inutilmente liriche cose sui social. Non riesco a concentrarmi, a essere asciutto, a raccontare a un amico quello che sto passando veramente. Non è vero, ma qui mi piace camuffare la realtà, poiché ne ho parlato con alcuni amci e amiche del mio disastro che preannuncia un riscatto, sì, ché così mi piace esprimermi per incoraggiare la mia famiglia, quando, davanti a urla, pianti e porte sbattute pareva che stessimo scoppiando come quelle mongolfiere minuscole nei cieli americani. Preferisco uscire di più coi miei figli, e starmene lì ad ascoltare la loro musica in auto lungo le luminose strade di Roma; o vederli di spalle mentre sono in fila dal kebabbaro, oppure poco prima che cominci la lezione di musica, oppure ancora mentre si scatenano a furia di canestri durante gli allenamenti. No, in partita l’allenatore al grande non lo faceva giocare, per poi dire in allenamento che lui, il grande, gioca per la squadra, ma in allenamento non mi pare, spiffero nell’unico accenno di polemica in otto anni di mia frequentazione della palestra. Forse ci piace dare il meglio negli allenamenti? dietro le quinte, dietro una tastiera? Forse, e gli altri lo capiscono? Non credo che lo facciano, siamo numeretti, così come ci ha fatto capire l’insegnante che ieri non ci ha accolti, respingendoici con parole che puzzavano di burocrazia, facendo intendere che sarebbe stato meglio che il grande non si fosse trasferito da loro l’anno prossimo. No, nella mia gamma di patologie mancano le manie di persecuzione e questa insegnante con lunghi capelli bianchi, e nello sguardo cinque ore di battagie con gli adolescenti, con noi ha avuto un atteggiamento pessimo, costringendomi a perpetuare nei miei pensieri un’idea di scuola lontana anni luce dagli studenti: non gli ha chiesto neppure una cosa a lui, al grande, coi suoi sedici anni di insicurezze che gli uscivano dagli occhi. Ora quello che conta è che ci ascoltiamo di più, e che ridiamo meno istericamente nei venerdì sera euforici post settimane faticose. No, ora ridiamo di gusto, lavoriamo con più determinazione e andiamo a scuola grintosi, a parte il grande, che sta riprendendosi da anni di incertezze. La sua scuola in questo periodo sono gli incontri con il professore A., l'ascolto di canzoni, vedere i pezzi sul bullismio su Nemo, e anche le presentazioni dei libri a cui gli chiedo di partecipare, sempre con agganci musicali o per incontrare personaggi che piacciono anche a lui: Zoro, Gipi, Virzì, Lenzi, Brunori, ecc. il mio pantheon che sfiora e accarezza un po’ anche lui, col suo sguardo che si presenta prima torvo, ma poi si scioglie in sorrisi primordiali di felicità mai dimenticate. Io non ho mai amato così bene la mia famiglia, ora lo so, perché l’ho verificato col mio sensore emotivo. Un giorno lo spiegherò meglio, ora ho fretta di andare a preparare gli spaghetti alle vongole, di organizzare la notte ai musei, di incoraggiare ognuno di loro a non sperperare il tempo prezioso che ci rimane da vivere insieme, prima di deviare, ognuno per conto suo, verso luoghi e volti che ameremo e capiremo solo noi, pur con la voglia di farne assaporare il piacere anche agli altri che continueremo ad amare, a raccontare, su quei nuovi divani morbidi, dove assumeremo ognuno in un soggiorno diverso, la stessa ottusa e commovente posizione che abbiamo avuto sin dall’infanzia. Io cercherò di farlo senza ansia, ah non ve l’ho detto? Non sono più malato di ansia, mi è passata, ora sono malato di pazienza: aspetto che si faccia giorno, che si faccia qualcosa insieme, che si prenda coraggio e si esca dalle nostre vecchie vite anguste. Voi che fate stasera?


foto rappresentativa non trovata

martedì 1 maggio 2018

Sostieni quel papà in fila a un concerto rap?

Forse stiamo sbagliando tutto. O forse sono queste incertezze che stanno rovinando tutto. O forse ancora, è colpa di questo ottimismo che mi trascino dai tempi in cui ero bambino: è forse il vero responsabile di ogni mio tormento del mattino dopo. Ieri sera abbiamo ascoltato sedicenni che rappavano in un locale, e questo evento lo ha creato Lorenzo. A lui piace stare dietro le quinte, dietro quelle strofe dense di rabbia e riscatto, dove per alcuni istanti si celebra l’Esserci: forti e sfrontati, col dolce tono di chi ha cambiato voce l'altroieri.
In fila, distanziando il pubblico giovane, stavo accanto a un papà di un rapper che si sarebbe esibito da lì a poco. Quando mi capita di parlare con papà che condividono le stesse passioni dei miei figli, ma rispetto al basket qui ci sono in gioco trame di tormenti e attese di rime che possano disvelare un qualche messaggio che altrimenti resterebbe appiccicato alle pareti delle nostre solitudini dei sabato sera. Insomma quando vedo l'impaccio tenero di certi papà come me, mi sento di respirare si la stessa aria inquinata di Roma, ma  in quei momenti è come se arrivasse un ponentino direttamente dagli anni '50. Ci somigliamo nel nostro stare in allerta, e con quell ottimismo crudo che non si tratti di “una fase”, o “poi passerà”, no, qui stiamo sulla soglia della vita adulta dei nostri figli, e noi un tappetino antiscivolo per i loro temporali lo abbiamo sempre pronto. Eppure, loro già si muovono in un mondo che è anche nostro, ma noi ci ostiniamo a pensare che invece non è così, poiché loro sono ancora legati ai nostri pensieri, al nostro uscio sicuro e al nostro amore quotidiano. I nostri figli hanno la testa fuori dalla nostra casa, quella che li ha sempre accolti come naufraghi, ma dispersi in laghetti di quartiere eh, eppure ci ostiniamo a negargli la conoscenza di alcune parole: residuali misteri di parole per soli adulti. Ma io ho smesso di fare così, e in questi mesi ho rivelato al grande quasi tutto quello che mi opprimeva, così come ho cavato fuori dalla mia testa anche le cose belle che ho fatto e che vorrei fare. Ho smesso di fare il padre dietro le quinte, su il sipario, ché noi si vive così in questo tempo incerto e sconfinato.




Da padre concedetemi parole con accenni epici, con significati profondissimi, con quel mio presunto scandagliare i nostri abissi. Noi padri così abbiamo bisogno di barchette colorate con nomi di donna per attraversare il laghetto vulcanico entro cui nuotano i nostri figli belli.
Perdonateci, sosteneteci, salutateci soprattutto quando stiamo in fila per una serata rap.