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venerdì 29 giugno 2012

aspettare il mare


foto di lorenzo
Annaffiare quel che resta del prato. Sentire per telefono i settantacinque anni di mia madre, e sperare che il caldo la eviti. Abbracciare all’improvviso mia moglie. Giocare a pallone con i miei figli. Ascoltare il suggerimento di Andrea. Non pensare ai guai, al lavoro, e a tutte le cose opprimenti che mi spezzano le ali. Bere birra fresca. Chiedere un prestito a Stefano sapendo della sua infinita bontà. Lasciare stare le brutte persone, del loro nero imbruttire. Ricordare le cose belle ascoltate o lette per me. Che quelli che sbirciano questo blog siano persone curiose davvero delle faccende degli altri. Svegliarmi all’alba, cambiare l’acqua ai pesci. Poi aspettare in silenzio il fruscio delle foglie sopra ai miei pensieri. Mangiare pane e pomodoro.

http://www.poesieracconti.it/poesie/a/giorgio-caproni

lunedì 25 giugno 2012

lo stile di giulia


Questo porto non lo sopporto più. Vedo sempre le solite quattro barche vecchie con la ruggine che scende dai lati, e le funi pelose che pendono e puzzano solo a guadarle; e pure quel chioschetto squallido laggiù a sinistra, poco prima della pompa di benzina mezza abbandonata, dove i pochi avventori riescono a tenerlo in vita coi loro caffè corretti.

 A Gisella l’avevo detto: resto un paio d’anni, il tempo di far innamorare Guido e poi scappo via con lui verso Bologna o Roma, chissà. Proprio così le dissi quella sera che decisi di restare a vivere qui. Si stava tutti insieme spensierati su quella terrazza poco illuminata e piena di uomini con camicie bianche sbottonate e donne con tacchi alti e sorrisi generosi. Era estate, e davanti c’era tanto mare. Ero convinta che la mia vita avesse incrociato la fortuna di ritrovarsi insieme a persone belle, e lui. Pensavo. Invece, eccomi qua sopra a questa terrazza maiolicata blu e ben illuminata, con il grembiule nero fino alle ginocchia, e la sera gli occhi neri di matita che intimidiscono un po’ gli uomini. Sto con scarpe comode per correre svelta da un tavolo all’altro, dal martedì alla domenica, estate e inverno. Sempre qui. Mi rilasso un po’ la mattina al risveglio, sempre sul tardi, quando il sole già picchia e lascia poca aria in giro. Faccio colazione al bar di Maria, cui sto raccontando le mie ultime comiche pene. Con i colleghi c’è poco da fidarsi. Poi continuano ogni giorno, patetici e ottusi, a volermi sedurre con racconti di vite mai vissute da loro, o con slanci, fatti di battute e sguardi, per conquistarmi scacciando la mia amica apatia sociale. In fondo i loro poveri sogni di gloria si vanno a nascondere nella federa del loro morbido cuscino di mammà, ancora prima dell’alba, quando con facce da bimbi agognano di smarcarsi da mamme gigantesche, poco truccate e con il tavor sempre in borsa. Figurati. Stavo, e sto qui, in questa cittadina di mare salata e senza futuro, solo per rivedere Guido e la sua pittura. Loro lo sanno, ma, poveracci, si mettono a competere anche contro il suo fantasma, pur di provarci con me, che sono femmina da conquistare. Nei miei occhi neri riescono a entrare i pescherecci con le loro reti umide e piene di fravaglia, cosi i pescatori chiamano quei pesciolini senza qualità, quindi senza commercio, proprio come lo sono i miei colleghi camerieri che valgono poco davanti all’eleganza di Guido; anche davanti alla sua pittura, come nella sua capacità di esprimersi con uno stile asciutto e tutto suo. Così diceva quel critico di Firenze su quel catalogo. Maledetto lo stile e la mia ostinazione a volerlo bere come fosse limonata fresca. Speravo di baciare Guido tutte le mattine, così da assaporarne il suo stile, la sua unicità. Farmi contagiare come una santa col suo oppresso. Che scema, la solita scema ragazzina di trent’anni che beve cose di cui non conosce gli effetti né il sapore. Niente.

martedì 12 giugno 2012

Il ponte galleggiante. Le ortiche. Alice Munro

Image of Il ponte galleggiante - OrticheQuesti due racconti di Alice Munro sembrano gemelli, soprattutto nelle emozioni, un po’ meno nelle storie. Forse, gli elementi che ci fanno vedere immagini, collegate alle nostre percezioni, sono della stessa natura sentimentale: ponti su fiumi, fango, profondità trivellate, amori sospesi, malattie incombenti, morti in agguato. Desideri di tenerezze e di attenzioni che mai bastano alle vite di queste due donne. Queste due storie raccontano quei sentimenti che si trovano a metà tra noi, con le nostre debolezze umane, e i nostri intimi desideri che lottano contro i limiti terreni. Questi desideri non appaiono né morbosi tanto meno volgari: sono complicati dagli accadimenti esistenziali, che spesso sono affollati di cose, persone e un tempo dilatato che tracima nella vita.

 La protagonista de”il ponte galleggiante”, si perde con consapevole convinzione, tra granoturco e itinerari di adolescenti innamorati, anche per sentire la scossa che ogni tanto la vita ci concede, bloccando ogni ombra cupa che tormenta le nostre notti. Questo se si sceglie di lasciarsi andare verso percorsi aperti a sensazioni rischiose, per la nostra fragile stabilità stagionale.

Quelle ortiche che si ritrovano addosso i due protagonisti, poco prima della fine del racconto omonimo, ci lasciano quell’amara sensazione che la cronologia dei nostri sentimenti è scollegata dalla realtà, quasi sempre. In questa storia senz’altro, così facendo ci sbarra la strada a ogni mielosa conclusione ma, produce, inevitabilmente, una fine all’altezza della complessità dei personaggi. E noi siamo contenti lo stesso nell’aver partecipato con la nostra commozione, e spinti da autentica curiosità, ad assaporare i delicati movimenti di queste persone interessanti, che abitano i racconti.

Questi racconti sono pronti per ogni destinazione che preveda condivisione, lasciando alle spalle ogni inutile tragedia consueta. Spingono verso riflessioni leggere da fare al riparo del chiasso. Infine vivere – il più possibile lontano dall’ovvio che ci sovrasta ogni santo giorno - con intensità ogni minimo segnale di cambiamento.



Alice Munro. Il ponte galleggiante. Le ortiche.
Racconti d’autore. Il sole24ore

Il ponte galleggiante. Le ortiche. | 24letture#more-1460

domenica 10 giugno 2012

sdraiato



A quindici anni volevo scrivere un libro, avevo pure il titolo pronto: i contrasti nell’era della pop art. Un titolo strambo adatto a un tipo strambo, com’ero io allora. Stavo sempre a pensare a ‘sto libro: la notte mi svegliavo e lo vedevo sul comodino, ancora vuoto di parole. Già, quelle non venivano mai quando le chiamavo: invece arrivavano parole pesanti piene di tristezza, e soprattutto arrivavano nella controra, quando non le cercavo. Questo lo so oggi, ché allora mi parevano pure belle e importanti, quelle che mi capitavano tra la testa e le mani. Di parole. Necessarie, pensavo. Macché. Erano solo ferri arrugginiti da lunghi inverni di lacrime, quelle sì necessarie. Mio zio mi bastonava quando non lo aiutavo, e la moglie, che non riesco neppure a chiamare zia, quando era nervosa, mi chiudeva nella cantina per interi pomeriggi. Lì mi facevo le pippe, e cos’altro potevo fare? sì, anche al libro pensavo, ma come facevo a scriverlo? In realtà mi frullava tutto nel cervello, mi sarebbe bastato trovare un contenitore robusto dove versare il tutto. Intanto però, ora devo ammetterlo, allora era più semplice pensare tutto il tempo alle cosce di Mariella, che a scrivere qualcosa di buono. Questo libro però un giorno improvvisamente ha visto la luce: una decina di pagine sgrammaticate che faceva apparire la mia realtà spaccata in due come un cocomero. I buoni e i cattivi, le femmine e i maschi. I miei zii e la mia rabbia. Ma mi piaceva, ne ero soddisfatto e confidavo nella giustizia divina per la sua diffusione; sì, allora avevo questo tipo di pretese: sei buono? Avrai la ricompensa. E io l’aspettavo tutte le sere la ricompensa, sdraiato sul materasso di lana aspettavo una ricompensa come fosse l’apparizione della madonna. Invece arrivava Mariella, che mi sorrideva serena. Mi addormentavo, e ci mettevamo a fare bagordi insieme tra nuvole e tappeti. La mattina poi, prima del mezzo bicchiere di latte che la moglie di mio zio mi sbatteva sul tavolo di marmo, all’aperto sotto al pergolato, che sennò sporcavo, così diceva quella; insomma, a prima mattina scappava via Mariella, e a volte avevo proprio l’impressione di vederla con le sue gonne da zingara che si gonfiavano e sgonfiavano in lontananza, sulla strada poderale. Macché, erano solo cazzate di sogni che mi servivano per caricarmi, così per riuscire ad andare a raccogliere i cocomeri dentro al caldo infernale del campo, alle dipendenze di mio zio. Ma questo lo so soltanto oggi, prima, allora, tutto era fluido e vero. Pure Mariella.



Così oggi mi ritrovo a fare questo lavoro strambo. Alcuni lo fanno facendo i cattivi, quasi con atteggiamenti da delinquenti, questo anche perché è un lavoro duro tra persone imprevedibili. A me basta sorridere un po’ alle persone che incontro nelle stanze o nei corridoi, bere caffè alla macchinetta con Giovanna; ogni tanto chiacchierare con il professore d’italiano in pensione. Aspettare il ventisette per pagare l’affitto e la rata della macchina. Il resto del tempo, quello che mi avanza dalla clinica “Quiete serena”, lo impiego a leggere tutto quello che c’è da leggere sugli anni settanta in Italia. Qualche volta, quando si tratta di musica e movimenti giovanili, mi sposto anche all’estero con la lettura. Ho una cantina piena piena di riviste e libri, dischi e articoli ingialliti. Ogni tanto vedo Giovanna la sera, quando non deve assistere sua zia malata, e allora andiamo al cinema e poi scopiamo a casa mia. Non succede nulla d’importante prima né dopo averlo fatto, ma durante stiamo da dio. Entrambe siamo single. Lei, a dire il vero, ha un altro amante: occasionalmente la passa a trovare un camionista del suo paese d’origine. Stanno insieme una notte. Poi lui la saluta con le lacrime agli occhi, e lasciandole tra le mani un pacco di biscotti al cacao fatti dal forno del paese. Poi seguono settimane di silenzio. Nel frattempo lei viene al cinema con me. Ci sono dei periodi che non la voglio vedere. In quei giorni voglio solo pensare al passato, agli anni settanta. Vedo solo film dell’epoca e, se fosse possibile, uscirei solo con donne degli anni settanta. Dicono che sono un po’ monotono. In realtà lo dice solo Giovanna, che per me equivale a tante persone, perché ho pochissimi amici. Un tempo ne avevo a bizzeffe, e facevo con loro un sacco di cazzate. Un giorno poi abbiamo trovato il lavoro e ci siamo scordati di fare le cazzate. A dire il vero all’inizio, durante qualche sabato sera, le facevamo lo stesso le cazzate, ma non erano più le cazzate di una volta. Quando non penso agli anni settanta, penso ai pazienti che vedo tutti i giorni. Molti di loro hanno vissuto il meglio della loro vita proprio in quegli anni, e quindi gli faccio le domande di questo genere: “avvertivi che stava cambiando tutto in quegli anni?”. Spesso mi ridono in faccia; qualcuno tenta di abbozzare un discorso articolato. Non ce la fanno, i farmaci finora hanno sempre vinto sulla loro lucidità, e alla loro memoria restano frasi mozzate che sanno di poco. Solo il professore parla bene, fino a farmi vere lezioni. Ogni tanto si ferma su qualche autore o fatto anche per più giorni, che sono costretto a prendere appunti. In cambio vuole un po’ di vino rosso di sottobanco. Quando beve racconta pure meglio, e io ascolto con più piacere. Insomma, una volta che faccio quello che mi chiede il responsabile della clinica, non mi resta che chiacchierare con i pazienti. Un giorno il professore ha sforato negli anni ottanta; l’ho dovuto bloccare, stava diventando irritante in quell’uscio di anni opulenti e chiassosi di niente. Così, dopo che l’ho minacciato di non dargli il Chianti già comprato, è ripartito dalla battaglia per il divorzio senza fare una piega.



Giovanna non vuole che le dica frasi di circostanza dopo che abbiamo scopato. Dice che deve sentire i suoni. Non oso chiederle cosa siano i suoni, poiché lei non osa chiedermi perché mi sono accanito tanto con gli anni settanta. È un patto. A noi piace stare ognuno nelle proprie cose. Poi un giorno tutto finirà, e ognuno di noi dichiarerà tregua al mondo e farà qualcosa di meglio. Oggi no, poiché non è ancora il momento giusto per fare di meglio.

 Racconto contenuto nell'antologia "quando la finisci di scrivere 'ste cose?". Editore impossibile. Collana "utopie necessarie". roma 2012

giovedì 7 giugno 2012

scenari desiderabili


Ho sostenuto quarantadue esami all’università in tre anni, non tutti brillanti, sia chiaro, ma li ho fatti. Nel frattempo è nato mio figlio e morto mio padre. E poi lavoravo sodo. Insomma, oggi vorrei di nuovo tutta quell’energia là per investirla di nuovo, ma nel lavoro stavolta. Quello mio, non del dipendente che sono stato. Rischiare proprio oggi che mio figlio è stato bocciato all’esame del Trinithy, significa, forse, che sarebbe il miglior modo per abbracciare il futuro senza farsi stringere da cappi di presente stantìo; be’, qui si tratta davvero di impiegare il coraggio e non rabbie stagionali. Partecipare e non lamentarsi. Ma io sono pure tutte queste cose chiassose e folli, che mi schiacciano sopra il materasso molle della mia realtà. E anche altro di poco edificante. Insomma, umanamente allo sbando, dentro un circo variopinto di unghie laccate e senza peli superflui non mi resta che chiedere ad Andrea una ricetta per la leggerezza da praticare tra mura domestiche, gratis, e con scenari magnifici da desiderare.



Vorrei piangere tutta la notte, e svegliarmi con le ossa lucide.



Oggi la cosa più interessante che mi è capitata sotto gli occhi è questa:

martedì 5 giugno 2012

aspetta un attimo


Ti sei fatto una testa enorme di bolle e ossessioni: sei tu il mostro, gli altri sembrano zombie, e non sanno bene cosa sono. Sei come un temporale estivo, improvviso e spaventoso, poi passi e sei quasi salvifico per chi resta. Per chi sa usare sempre bene l’ombrello, nella direzione giusta dei propri interessi. Non come tua madre che piange un’ora sì e un’ora no, tra risvegli e piccole morti quotidiane. Hai paura della morte, me l’hai confessato, e si vede nei tuoi occhi lucidi quando la sera, mentre tutti dormono, spalle alla tivvù accesa, guardi il palazzo di fronte fino all’ultima finestra illuminata o aperta. Poi piangi.

Stai per partire verso la solita isola delle fughe, dove il respiro sa di aria fresca, e la sera riesci a tenere un intero gruppo davanti al tuo teatro che non delude mai. Le donne ti tengono d’occhio, e sperano in sguardi pieni. Tu abbracci tutti e corri verso la scogliera da solo, prima che l’ultima stella cada. Così quella sera di luglio, era l’ottantanove, il caldo faceva appiccicare le magliette alla pelle, e Anna aspettava il bacio. Chissà cosa aspetta ora Anna nel centro di Caserta, o in un ufficio a Mantova, o a Napoli sul lungomare di Chiaia. Di certo non a te, e alla tua insopportabile timidezza ad oltranza, nemmeno fossi un devoto della madonna. Niente sarebbe cambiato, ora staresti con le mani nervose lo stesso, davanti agli amici sbigottiti dalle tue scelte improvvise, senza paura, ma con lo spavento tra i denti.

Fallo per loro, i tuoi gioielli cogl’occhi belli, che stanno crescendo proprio bene. Che non c’entrano con le tue scelte. Che si aspettano il meglio da te. Che ti adorano come si adora una stella del cinema. Ché stanno tra il sogno e il futuro, e poche incertezze su di te. Aspetta un attimo, non distruggere il mondo che ti sei costruito intorno alla tua formidabile sensibilità; che ora si ribella e usa, maldestramente, colpi di fogna come una carogna. Nessuno si mette paura, pensaci caro mio, e pensa alle brutte persone che ti verranno a trovare nel sonno se non la smetti di frequentarle coi tuoi pensieri quotidiani: i tuoi pensieri vogliono tornare alla tenerezza dei tuoi pomeriggi.

Ti voglio bene, aspetta un attimo.

venerdì 1 giugno 2012

ci siamo


Oggi voglio essere come questo pulcinella. Ieri volevo incarnare tutto l’articolo quattro. Domani un bacio al giorno.

Seni, mani, labbra, orecchie e capelli: una fisarmonica che sbaglia sempre il tempo. Volevo di più, e ho te. Un po’ ermetico lo sono diventato, forse a furia di sussurrare il presente. Basta, usciamo fuori dal tempo e godiamoci questa notte senza angosce.

Ti sei innamorato di nuovo delle tue gambe, e dei tuoi capelli impazziti al vento. Del ricordo.

Pensati bene, e guarisci la rabbia delle mille battaglie perse.

Finiscila!

Considerare il mondo un pasticcio necessario alle nostre forze, alle nostre passioni, ai nostri amori. Poi intorno cenere di chissà quale disastro che cade sulle nostre teste, leggere di desideri mai del tutto appagati. Ci siamo, ogni scossa verso la bellezza ci fa vedere attimi di assoluta felicità, in riva al fiume, accanto a una donna sdraiata sul suo piacere.
Occorre manutenzione.

martedì 29 maggio 2012

poco fiato


Mio padre non aveva parole in bocca. Nei suoi occhi guizzi d’intuizioni, senza parole. Ne possedeva poche di parole, invece tante espressioni dialettali che facevano sorridere o inorridire, a seconda del tempo o delle persone che aveva davanti. Nessun libro letto, tante riviste divorate. A me restano parole oscure da definire e digerire. Non ho voglia. Non ho fiato. Ora bizzarre nuvole che sfiorano i palazzoni di Roma. Intorno trema tutto, io rimango in silenzio e aspetto le canzonette della sera.

Ho sprecato ore e ore in edificazioni su terreni fangosi e per niente sicuri. Donne con la pancia ingolfata da merendine e reality, con unghie splendenti, aspettano che mi sfregi la faccia solo. Mi offrono dei bei coltelli luccicanti di griffe.

Sono un topo in trappola, nel regno delle zoccole buone. Il gallo tiene tutti sotto controllo palpeggiando i punti deboli di ognuno.

Sono solo sul ring, e non c’è nessuna spugna zuppa d’acqua contro la mia faccia; e già vedo gambe in spalla scappare senza nemmeno sporcare.

Avevo già visto, avevo già pianto. Allora meglio rileggere le ultime del dottor Kevorkian dal tunnel celeste.


Accolgo dritte su come alleggerire la mente, poco prima dell'esplosione estiva.

venerdì 25 maggio 2012

stupore d'allora


kirchner (marcella)
In quei pomeriggi dolciastri d’agosto o di luglio, che oggi non so più, in quei lunghi e circolari pomeriggi senza vento, noi si amava Mariella. Eravamo in tre. Gianni, Enrico e io. Una volta battuto i cento scalini e passa che ci portavano in collina da lei, dove spesso si superavano vecchiette nere nere coi capelli nascosti che formavano un’enorme cipolla grigiastra: una volta ho visto mia nonna con i capelli sciolti e per poco non svenivo alla vista di quella chioma che le raggiungeva sicuro i polpacci, forse anche le caviglie.  Il mio sguardo ladro attraverso la stanza e il bagno durò mezz’attimo, poi per scacciare l’immagine di mia nonna capellona dai miei occhi mi sono messo a pensare a Mariella. Insomma, dopo quell’infinita scalinata si arriva davanti a un cancello arrugginito da secoli di piogge, che allagano gli amanti da sempre; a trenta metri c’è la casa fatiscente ma bella di attese, della famiglia di Mariella.

 Dentro la madre cicciona sta già mangiando un’intera cesta di ciliegie. Noi col pettine di Enrico tra le mani siamo quasi pronti: gli ultimi ritocchi sulle chiome nere, prima del duello finale per Mariella. Gianni e io con le mani grattiamo i capelli crespi e brillantinati di Enrico. Che ride; ché lui rideva sempre quando stava con noi, mica come quando stava con quel teppista triste di Carlo. Enrico aveva una risata rilassante che piegava ogni aggressività, e questo poco prima del duello appariva disarmante a me e a tutto il quartiere collinare.

Eccoci al cospetto della principessa Mariella, davanti al suo castello di tufo e pietre, da cui sentivamo provenire la canzone di Michael Jackson. Un saluto e già stiamo ballando tutti insieme dentro a un salone lungo e mezzo buio; ma la luce che riesce a passare dalla finestra è più luminosa di quella di fuori. L’odore di fagiolini bolliti rallenta l’esplosione di ormoni, che il passaggio della sorella di Mariella, abbracciata a un marine creolo, procura ai nostri occhi, che intanto si occupano di disegnare il percorso dei due fino al piano di sopra. Certo che gli ormoni non è che scappassero tutti verso l’alcova del primo piano, e no, ché con Mariella beata e ballereccia tra di noi, questo non era proprio possibile; invece ce li siamo passati da buoni amici, di bocca in bocca, di tasca in tasca, fino a gonfiare ogni cosa. La madre immola la trecentesima ciliegia, e con gli occhi segue i nostri passi. Oramai la collina di noccioli ci separa dal suo mondo, mentre i seni di Mariella ci costringono al suo, di mondo, dorato e levigato, da chissà quale mani, o quali cuori. Il duello lo sto di sicuro vincendo io con quei movimenti da molleggiato che metto in pista, e che da sempre sono la mia carta vincente. Da sempre, ma non in quel momento. Infatti, proprio allora vedo Gianni accompagnare Mariella nel giardino di sotto, tra mandarini, limoni e api, e nello spazio dello stesso sguardo vedo pure le loro lingue che si presentano felici. Io, Enrico e la madre di Mariella in quell’attimo formiamo un triangolo ridicolo, immobile di musica degli Immagination, e vorticoso di nervi tra l’infuocato piano di sopra e il mieloso giardino di sotto.

La cagnetta dorme sotto le cosce enormi della signora.




domenica 20 maggio 2012

il tuo io un po' nazista


Pagare, c’è da pagare il conto di questi anni di illusioni quasi gratis per noi. Mutuo, gas e multe. Sono stati giorni di tasche vuote come quando adolescente campavo d’aria. Ecco, a volte mi sento una bolla d’aria e me ne vado rotolando tra nuvole e colline in cerca di erba fresca di pensieri.

Ci sono fatti che ci inchiodano alla realtà per ore e ore, anche di sabato, fin dopo il tramonto. Un televisore sputa fuori senza soluzione di continuità quaderni immolati sull’asfalto ancora più nero. E noi paralizzati come il divano, e con una voglia di stare zitti fino al domani, bloccando per un minuto le parole amare di sangue.

Ieri mentre facevo certi esercizi di canto, sentivo dei suoni interni, delle vibrazioni, che coprivano tutta la stanza. Senza parole eravamo tutti migliori. Alla fine avevo voglia di abbracciarli tutti, quelli del corso. Una bolla d’aria. In quegli attimi tutte le convinzioni che fabbrico di solito all’alba, e che mi servono per corazzarmi contro una realtà d’incertezze e di parole vuote, si sono sedimentate per bene lasciando spazio al leggero presente. Per il resto nessuno che usi parole piene verso di me, ma, a dire il vero, nemmeno per gli altri lo fanno, mi sa. Spesso sono frasi di seconda mano e a volte così vuote che ne sento anche il rimbombo. Allora mi metto a riempirlo quel rimbombo: faccio il clown.

Ridurre le aspettative, leggere un libro nuovo, andare al cinema, toccare la pietà di Michelangelo. Osservare il piacere prima di toccarlo. Senza affanno, come un lord alle prese con dei simpatici selvaggi chiassosi e muscolosi. Come Nanni Moretti nel circo di Cannes.

Cercare le parole necessarie per raccontare, evitando di dichiarare, prima di narrarlo, le cose che prendonoforma nel tempo che gli hai dedicato.  Non avere paura del buio né degli altri: farsi un tuffo nell’acqua ghiacciata di un nuovo concetto di diversità. Facendolo non sentirsi meglio del diverso, ma solo un po’ più contemporaneo e sereno del tuo dio nazista.


Arriva il pomeriggio e mi ricordo di un complimento che mi ha fatto vedere terra nuova, poi sorrisi famigliari che sbocciano tra i gerani al balcone e, come presenza improvvisa e deflagrante, un libro di racconti con tante parole inedite.

Questo basta per salvare dal dirupo un purgatorio di fine settimana?

domenica 13 maggio 2012

il titolo metticelo tu


foto di lorenzo
Venerdì alle 14.49 si è decisa la mia stagione. Da questo sottoscala chiamato bla bla della sera, in questa mattina dove le migliori idee vengono fagocitate dal trambusto cittadino, prima di allora, e solo per voi, dichiaro la resa al tempo che sfugge fesso. Di quello subito dopo frasi che tiri fuori nemmeno fossi un’ostetrica alle prime armi, che fatica però, amico mio, non avere uno straccio di risposta. Eh! Di quel vuoto che segue a ruota prima un’ammissione forte forte, poi, come cenere inutile di barbecue, il silenzio che si allontana verso il primo piano. Tutto è leggero in questo quarto di secolo. Tutto fugge infilandosi tra un mi piace di facebook e un twett rapidissimo sulla propria unghia di fresco smalto.

Non ci sto.

Anche se, forse un po’, mi dispiace poco poco. Non esserci intendo, altrimenti perché continuare a sentirne la mancanza anche in una splendida e accogliente domenica di maggio?

Ieri sera mi sono innamorato di una famiglia numerosa. Lui egiziano, lei polacca, e cinque figli nell’arco seminale di otto anni che giocavano davanti a noi. Parlavo con loro e mi sentivo in un film di Kiarostami, doppiato bene;  o a Gaeta nei primi anni sessanta, o a Bombay fra vent’anni. Mi sentivo bene:‘ste cazzo di sovrastrutture che meno male si sbriciolavano davanti all’ottovolante che rifaceva i capelli a tutti questi bambini sorridenti.  Poi nel letto stanco di pensieri e attese, un sogno di spavento come al solito verso l’inverno: e lasciatemi stare beato con una birretta e tutti i fantasmini con gli occhi spiritosi a sostenere l’afa di questi giorni.


Fatevi fottere, e godetene nel frattempo. Che il tempo bello si nasconde tra i capelli neri di Adim, che desidera il futuro e vorrà cominciare a mangiucchiarselo per bene già da questo fine settimana.

mi dimetto un po' da questo sottoscala silenzioso.
ciao

venerdì 11 maggio 2012

dura poco

Ci sono momenti durante questa giornata in cui mi commuovo al pensiero dei miei pensieri, a quei desideri minimi di volontà di stupire pure le tapparelle chiuse. In questo giorno poi, quando la mattina sembra lunghissima, e il pomeriggio inarrivabile, si è creato qualche momento di solitudine gioiosa. Dura poco. Infatti, la malinconia la trovo che si è già apparecchiata a tavola. Io dal divano la evito. Un libro di Rodari mi sostiene. Qualche ricordo di piacere, una canzone romantica alla radio. Nessun demone al portone. Ma non basta. Mi sussurra parole tenere, ma che non si spezzano nel tratto tavolo-divano. Cambio posa, mi rimetto al mandato di ragazzo sensibile, un po’ sfortunato, poco determinato. L’aura della genitrice debole lascia cadere una piuma. Si posa sulla sedia vuota. La malinconia sta in braccio a me. Dal caminetto scende polvere sconosciuta. I miei occhi abbassano la guardia, le pieghe ai suoi lati dichiarano pace. I cani abbaiano di più per un secondo, poi tutto tace: il ticchettio del carpentiere si prende tutta la scena periferica assolata. Sopra i tetti e tra gli alberi o vicino ai lampioni, adesso solo dei riflessi di pulviscolo colorato. La mia fortuna prende un altro caffè e si sdraia pudica sul divano. Questo non è ancora il giorno adatto: tutto necessita di tempo e spazio per l’adattamento, altrimenti il caos è sterile. Nessun calore poi spinge verso il cambiamento. Rimangono alla finestra statiche considerazioni di tregue utili agli altri; ai capi, ai ricchi, ai nonni spariti su barche corazzate di storie vecchie a cui non crediamo più.

giovedì 10 maggio 2012

dimentica


Dimentica. Dimentica il vuoto dei silenzi. E le volte che hai capito troppo. Il volto di pietra di tuo padre; le parole che scappano nell’aria di tua madre. Tu sei nascosto e guardi e senti tutto. Pure l’odio che le pareti trattengono a stento.

Dimentica quelle mani, quegli occhi e i soldi che non hai per fermare quel vortice blu. Ti senti povero, e non solo per mancanza di averi, ma soprattutto per quella paura di spegnerti stanco, senza lottare. E quelle scale bianche non hanno bisogno di piedi scalzi da sostenere. Vogliono solo sentire parole scendere lente di respiro, e sorprese taglienti di ferite necessarie ad aspettare domani.

Dimentica pure tutta quella bella ignoranza che ti porti a spasso tra mura antiche e libri profumati di oggi. Quello sei tu: delicato e annoiato dentro a un tempo da masticare ancora senza mare.

Dimentica, caro io.

martedì 8 maggio 2012

scritto in sette minuti (e si vede)


Oggi ho bevuto quasi un’intera bottiglia di falanghina. Ho mangiato come un dio. Festeggiato come un pascià. Altre cosette intime che non sto a dire. Niente retorica: Grillo è la novità, una volta le prugne sapevano quasi di prugne, eh! No, oggi, in questo giorno speciale, di solitudine e amore, di tensione e silenzio, io vedo la mia vita sgargiante. Potrei vivere pure povero e con tachicardie, ma salto tra le vostre convinzioni come un grillo vero e bacio in bocca le farfalle. Io vedo tutto, anche i tuoi punti neri. Anche la tua innocenza. E poi ho letto Dino Campana, mica Montale, e tutto il suo ermetismo che sa di tappo. Pardon, premio nobel, ossequi a voi discepoli come polli d’allevamento, io scelgo sempre il peggio. Non so fare altro. Vedermi morire davanti a una fila di ombrelloni chiusi, ecco il mio testamento che sa di selenio. Amore mio, perdonami e portami a Parigi. Fammi toccare il letto di Van Gogh, e i capelli di Tina Modotti. Portami in braccio fino in Patagonia, e non scomodare Chatwin.

Una fila di amici davanti al mio letto, e nemmeno un pidocchio di nemico: cazzo, meglio di Berlinguer.

Delirante sogno di fuga, e non so deandrè, gli amici fragili li accarezzo perché sono veri di ossa e sangue. Nessun dolore borghese da espiare, no, io sono uno straccio di vicolo mezzo avvizzito. Embè? Toccami e ti darò quel che vuoi, una frase, un bacio, un progetto per sognare. Chiamami.

Parole, parole consumate senza luci naturali, vengono fuori come zampilli d’amore che piangono davanti agli occhi di Tiziana, ragazzina nomade che vaga da due anni nei boschi piatti di una Roma stiracchiata e lontana.

lunedì 7 maggio 2012

giobbe


Non bevo più, mangio meno. Lo pensavo convinto fino a tre ore fa. I discorsi, e certi discorsi ancora di più, vanno terminati per bene; altrimenti il veleno si spande e spreca la vita. Non avevo paura e non avevo remore: ogni uomo con la propria ombra. Ogni donna con la sua brace. Mi vergogno un po’ di certi desideri, ma non mi pento per niente della mia realtà. La faccio brillare a suon di pezzi di musica italiana, mai abbastanza amata, mai del tutto ascoltata. E lei? Mi sbatte dentro a una sceneggiatura che potrebbe intitolarsi: Giobbe di giorno, coglione di notte. Nessuno che blocchi tutto il circo, tutti che scappano inseguiti da niente: che nemmeno dichiaro guerra e già lì che mi tocca fare patti di non belligeranza per non perdere mille euro al mese. Mille euro al mese! E che i passi lievi, le mosse giuste, e tutte quelle capacità di adattamento sublime perché svenderle al primo coglione che capiti?

In queste serate di ruggine rossa non mi resta che pensare ai miei figli, alle loro incredibili capacità di stupirmi.

Mi farò sputare fuori domani all’alba da un sogno di slanci e baci.

Giuro.

domenica 6 maggio 2012

graffi e schiaffi tra le rose


Un anno di merda. Un anno pesante senza tregua. Un anno di graffi e schiaffi, senza una vera guerra. Un anno finito che mi ha sbattuto a terra, rompendo ogni ossa a parte la testa. Nessun colpevole, tranne che me; ma vedo occhi serrati e labbra secche davanti ai miei incubi; orgogli frantumati lungo vie ancora luminose, dove passeggiare diventa quasi agonia, con buste della spesa piene di poco, incollate a mani colorate di vene e petrolio.

Questo veleno ha lo stesso colore dei tuoi occhi, nella mattina che accoglie piogge e parole feroci. Guardiamoci e lasciamo uscire il nero che si diverte dentro le nostre bocche carnose. Come ha fatto Gerardo, tuo cugino, che si è fatto sbattere fuori di casa dalla moglie. Oramai portava a casa meno di mille euro al mese e i pomeriggi li passava a bere birre e mangiare noccioline. Poi la sera film porno giapponesi, in lingua originale. Le poche energie che restavano di certo non le donava alla moglie, che coi suoi capelli lisci e puliti lo salutava appena la mattina, dopo il caffè. Quella domenica invece l’ha sbattuto fuori con parole che grondavano sangue viola; lui ha fatto la valigia, e sentendosi a suo agio in questi anni isterici, attraversando il salone ha fatto una sceneggiata discreta da salotto. Poi una porta che sbatte, e il figlio che si rimette con la testa dentro al nintendo. Una vecchina passa lì davanti con un bustone di cicoria di strada e sorride serena al pappagallo nel mosaico.

Allora perché sfigurarsi di sera con gli occhi dentro al pozzo rosso di cianuro e dolore? Meglio sarebbe farsi crescere i baffi e noleggiare un camper. Come aveva fatto Gino, il tuo ex ancora amico tuo, che aveva vinto il camper di seconda mano alla sagra della cipolla trifolata. I primi tempi andavano sempre in giro per l’Italia, ché i figli urlavano di gioia a ogni data annunciata: Ravenna, Genova, Rimini, e poi tante altre località attraenti sulle coste. Poi un pomeriggio, dopo uno schiaffo e un regolamento di conti inaspettato, si è ritrovato ad apparecchiare per uno nel piazzale dei capolinea dei bus. Una scatola di tonno e un bottiglione di verdicchio dimenticato nella dispensa, segnano un inizio che abbraccia una fine pietosa.

Allora perché ridi di tua moglie che stramazza sempre di più nella stanza, per il disagio che invade ogni angolo di casa e del cuore? perché non prenderla per mano e provare a passeggiare in quelle stradine un po’ buie e piene di gerani e odori sereni?

Staresti meglio coi baffi, certo; come Antonio, che adesso accompagna nei giorni dispari la figlia a scuola. La vede entrare di corsa nel portone che inghiotte bambini e zaini, e, una volta che scompare dai suoi occhi, scappa in macchina a sfidare gli attacchi di panico che lo aspettano nel sedile accanto.

Allora spacca le pietre che aspettano in giardino di essere divise per poi trovare posto tra rose, ciclamini e odori vari.

venerdì 4 maggio 2012

scappa


Non volevo venire fino a quaggiù, ma stamattina mi hanno chiamato, e seppure non volevo, ho dovuto accettare senza pensare.  I primi a uscire sono due ragazzi robusti con sopracciglia rifatte e magliette nere attillate; dietro due ragazze bionde con pantaloni stretti e unghie affilate viola, la testa bassa e con quelle lacrime dorate che si vedono solo in tivù. Una delle due porta una borsa rosa piena di documenti, sembrano troppi per la loro giovane età. Ora mi passa accanto una donna con cosce robuste e mi sembra di riconoscerla: provo un assenso ma sembro invisibile. Intorno sento un torrente scorrere, sarà sotterraneo che qui vedo solo auto e motorini accoppiati a disegnare una valle di metallo. Neppure un amico. Non volevo venirci, lo sapevo, ché dopo mi arrivava il magone e quella voglia di piangere sarebbe svanita alla vista di chi stava già peggio di me. Come quella volta sul camion militare che tutti piangevano e vomitavano per il distacco, tranne me, che il distacco l’avevo anticipato in solitudine, dentro la cameretta piena di scritte oscene e incazzate verso il mondo. Oggi nessuno è incazzato ma tutti hanno voglia di essere deboli e ammettere ogni fragilità, nascosta preziosamente sotto il cuscino fino a stanotte. Ora scendono in parecchi, forse è un gruppo, una squadra, una classe intera o semplicemente si ritrovano per caso nello stesso stato e vanno insieme.

Forse ancora non tocca a me e allora compro il giornale, siedo al bar, dove prendo un caffè con panna. Mando un messaggio. Osservo la barista. Sembra lontana da quelle persone che scendono le scale in fretta; questa barista con dei grandi occhi neri mobili e scintillanti, che non sa neppure del fatto che stiamo vivendo, mi potrebbe tornare utile tra poco. È presto, meglio gustarmi il caffè e tutta la panna, che perdermi tra i seni di questa ragazza svelta e gentile e sicura tra questi tavoli deserti, davanti a una piazzetta che per metà è parcheggio con strisce gialle.

Sono già in corsa che scappo da questo posto di merda pieno di gente che non conosco affatto e soffro per qualcosa che mi stava capitando. Soffro sì, ma già è ricordo che scappa con me; come mio zio che scappa dal campo di Buchenvald e soffre all’idea di riabbracciare la moglie giovane dopo un giorno di cammino per le strade devastate di quell’Italia là. Oggi è di nuovo scassato il mondo e io scappo per non doverlo dire: sono un’ottimista del bene e sorrido sempre alle persone che incontro. Come uno scemo di guerra corro verso altre persone, queste sono stanche di me e del mio ottimismo. Corro e mi vedo sulle gambe di mia madre, giovane, appare forte nel tenermi per sé. Corro e sento puzza di bruciato di ferraglia ai lati della strada, sì, è tutto quel che riesco a sentire d’intere comunità diverse e lontane da me; sì, è vero, non riesco più a pensare davvero bene, se non di qualcosa che già conosco.

Sbatto contro l’albero gigantesco davanti al palazzo storico e bello della sua semplicità, con attorno una piazza tonda che vuole accogliere tutti, un po’ alla volta, tutti quelli che capitano per sbaglio qua. Mi sdraio allungandomi e sento un odore dolce di sudore. È mio, lo riconosco, sono ancora qui allora, tra di voi e piantato anch’io nella piazza che accoglie ma lascia passare, non trattiene nessuno. Non ha senso farsi trattenere per sempre quando si è liberi solo in movimento. Come gli zingari. Come i gruppi rock che vanno su e giù per l’Italia a cantare a squarciagola i sentimenti nuovi.

domenica 22 aprile 2012

Parise al presente


Ci sono certe domeniche che ogni cosa si appoggia sull’altra: la polvere sul mobile, così come i corpi sui divani, o anche gli occhi su dei libri. Così sono arrivato a leggere ancora una volta i racconti de “Sillabari”, di Goffredo Parise. Ogni tanto me ne leggo due o tre dei suoi cinquanta e passa racconti, e poi sto meglio senza più quella pesantezza a cui non sai o non vuoi dare un nome. Come fa lo scrittore veneto, nel racconto “Malinconia”, facendo vivere a una bambina tutta la dolce anticamera della parola giusta per definire una condizione: un susseguirsi di azioni che raccontano uno stato d’animo. Senza mai nominarlo, semmai dichiararlo al momento opportuno, e col giusto ritmo. Invece, nel racconto “Sesso”, osserviamo una signora in compagnia della sua noia che si trasforma in una parentesi di desiderio. Noi con lei a sentire gli odori. L’attesa assonnata di una chiamata, di un incubo che riempie la notte.
A me questo libro serve in certe domeniche, e in certi tiepidi pomeriggi estivi. Quando sono spaventato dal cielo grigio, o dalle parole a salve che certe cattiverie degli amici esplodono in dei sabati sera inutili.  E per duellare contro l’insostenibile morte lenta che ci toglie il fiato.
Avrei dovuto leggere qualche pagina di questo libro a M., prima dello schianto, poco prima della disperazione, al posto dell’ultimo caffè. Sarebbe servito? Non credo, ma mi viene da pensare al benessere improvviso, ma antico, poiché già mille volte provato, che trasmette incautamente questo libro di racconti brevi. Aggiusta i quadri alle pareti, rendendo più saturi i colori.
Di solito uso la stessa movenza nel prenderlo nella libreria accanto al caminetto: disegno un arco leggero col braccio, nella mano già alcuni colori. Poi la stessa posa raccolta e ipnotica durante la lettura. Immersione totale. Il volume intorno si abbassa, la luce fionda sulla pagina. Dietro di me soffici pensieri, davanti l’odore di Silvia, i muscoli di Giovanni e le strade in bianco e nero sullo sfondo.
Le pagine si dilatano per entrare quasi tutto al suo interno viscerale e sensibile: amore, sesso, malinconia, potere, morte. Una pioggia sottile che neanche si posa, questa la sensazione che le parole dei racconti donano al ricordo; quando, a distanza di mesi che non l’hai riletto, e allora aspetti di farlo nella domenica giusta o nel pomeriggio perfetto, per dichiarare guerra alla noia e recuperare l’aria nuova che spesso scordiamo di respirare.
Il tempo di questo libro è al presente. Gli uomini e donne sono lì dentro per sempre. I bambini o i cani, le macchine e le nuvole, ogni cosa rimane là dentro nitido e fresco, e la copertina rosa antico invita a stare leggeri dentro al tondo mondo dei suoi racconti.