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venerdì 28 giugno 2013

le cellule depresse di cugina memoria


Sento il contraccolpo del suicidio annunciato di alcune centinaia di mie cellule depresse. Erano giorni che ne avvertivo i segnali macabri e invadenti: l’ultimo ieri sera quando alle sette, poco prima della doccia, non mi hanno lasciato andare al Circolo degli artisti. Anzi, no, l’ultimo è stato un’ora fa, quando mi hanno costretto a mettere un cd dei Marlene Kuntz, di qualche anno fa. Mi andava di ascoltare Nina Zilli, così, per cazzeggiare in vista dell’imminente depressione estiva, e per illudermi di non dover cadere come sempre davanti alla fila di auto che vanno al mare, a mezzogiorno, prima di mangiare il panino con la mortadella, ma subito dopo aver evitato un collasso nervoso all’incrocio sull’Appia. Insomma, queste cellule mi hanno abbandonato dopo il mio ennesimo rifiuto di volteggiare con loro nel cielo disperato dei pomeriggi vuoti; che restano comunque vuoti, ma di un vuoto necessario, di un magone stagionale che anticipa la resurrezione invernale, quella sì che sa scaraventare ogni rottame all’aria, e fa piangere le cassandre da quattro soldi che ronzano intorno al caseggiato. Maledetta felicità gonfiata dai pubblicitari milanesi, estranea a me come lo è lo smog sul Gran Sasso; sì, se ne parla, tra un sentiero e un torrente, tra una risata e un bacio, ma è tutto così lontano! Ora, per farvi capire, la vedo giù a valle oltre l’autostrada, dietro le ultime case in pietra, di là del lago artificiale verso quei palazzoni pieni di gente in canottiera a righe.

 

Occasionale stupore di voler scrivere tracce bislacche, chiare solo a me. Avevo deciso di spegnere come cicche gli ultimi slanci, le ultime testimonianze al presente, e volgere lo sguardo verso facce e luoghi autentici. Non credo esistano più di quanto ce ne siano in questo specchio di bit dove mio cugino elargisce onestà come se fossero caramelle sulle teste dei bimbi nel ’44, nelle strade di Roma in festa. Certo, un’idea, uno slancio l’avrei pure: ci vorrebbe una festa liberatoria da organizzare per tutti quelli che leggono e sbuffano, spulciano e piangono dentro queste schermate indiscrete. Va', prepara il giardino e le sedie, le battute e le tovaglie, che qui bisogna apparecchiare la tua storia.

martedì 25 giugno 2013

ascoltare è dimenticare

vita rubina
 
                  ...mi rimprovera le cose che non ho voluto fare...

mercoledì 12 giugno 2013

solitudine (fermo per inventario)


c


"Dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z. Sono poesie in prosa. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l'amore”. Scritto da Goffredo Parise a proposito de "Sillabari".

giovedì 6 giugno 2013

mille euro al mese!


foto di luigi ghirri
 L’altra sera mi sono visto Piazza pulita. Ho subito un surreale dibattito con Grillo in una piazza che urlava contro La7 e i suoi giornalisti e i giornalisti in studio che parlavano di Grillo che ce l’aveva con loro. Tre ore così. Il tema strisciante che straripava dal video era l’impossibilità di vivere in un futuro decente per le prossime generazioni. Quest’ultima frase ronzava nella mia testa e mi ha costretto a stare sveglio fino alle tre. Giravo per casa a caccia di tranquillanti naturali: osservare i miei figli dormire sereni; intuire nel buio mia moglie placida e sognante; camomilla; pc a ruota libera; aprire la porta e sentire il buio sulla pelle. Poi, stremato all’idea che alle sei mi sarei dovuto svegliare, ho preso d’istinto un libro di Carver e mi sono letto il suo ultimo racconto: quello che riguarda gli ultimi giorni in vita di Cechov. E leggendo del brindisi dei personaggi col cadavere ancora caldo davanti, in una stanza all’interno della foresta nera, allora, chissà perché, in quel preciso istante ho pensato alla caducità come elemento che condiziona tutto quello che facciamo. Incluso osservare inebetiti un programma tivvù, in cui si recita il rancore e la banalità. Se si vuole, tutto questo può arrestarsi, lasciando entrare nelle nostre teste il peso della bellezza  (cit.) della vita. Fuori le scorie dalle nostre storie, ché alla crisi siamo già abituati da un pezzo, coi nostri mille euro al mese abbiamo costruito un mondo fantastico e privo d’invidia, di dolore e umanità come grappoli allegri che scendono su di noi.
L’indomani mi sono svegliato con la bellezza di Carver nei polmoni, e con la giornata che prendeva forma di rosa, ho sorriso in silenzio a tutti i bimbi che mi capitavano davanti, poi ho preso un caffè lungo chiudendo i conti con la notte.

lunedì 3 giugno 2013

parlo da solo

foto di josef koudelka


Stavi in mezzo alla carrozza, ti reggevi ai tubi freddi e guardavi gli scarponi. Due anfibi che ti avevano prestato, stretti, pesanti, ti costringevano a sederti. Avevi lavorato quattro ore presso il magazzino della panineria più diffusa del mondo. Trascinavi i carrelli zeppi di patatine e insalate, carne e maionese lungo i corridoi luccicanti della stazione Termini, con l’orrore negli occhi di incrociare altri occhi che ti conoscevano, e avrebbero riconosciuto un fallito, mica tu che eri partito carico di desideri. Stavi sulla metro e pensavi a un enorme buca. Avevi gli occhi gonfi e la schiena piegata. Non fissavi nessuno, come al tuo solito. Avevi voglia di sprofondare sul prato, o sul letto. Sei sceso e hai preso l’autobus facilitato dal sole di mezzogiorno. In tasca una ventina di euro sudati con disprezzo. Era luglio e molti chiudevano un anno di lavoro e pensavano alle vacanze. Tu chiudevi un anno di lavoretti e pensavi al lavoro che avresti cominciato a settembre. Un lavoro tutto nuovo, in un ambiente mai sfiorato prima: sensazioni da affrontare col cuore in spalla. Così fu.

Poi quella stanchezza spaesata e quello sguardo sarebbero tornati come torna la tramontana, ma per fortuna non torna quel terrore di buca aperta davanti ai sensi.

 

Stai in piedi e aspetti il referto, la paura si mischia alla noia e lo sguardo spazia dall’Eur ai Castelli, lasciando il presente che si sgretoli davanti alla macchinetta del caffè. Passerà, caro professore passerà, e gli sguardi avranno ancora alberi e fiori ad ostacolare il vuoto bianco.

Invece il vuoto che vedo sulla tua schiena, bianco di notte, lucido di crema, mi appassiona e fa volare verso le cose belle, e oggi basta così.

 

sabato 25 maggio 2013

trilogia della presunta onestà di mio cugino



Non me ne importa nulla di scrivere per diventare popolare, come dice mio figlio quando descrive i personaggi più in vista della sua scuola, no, scrivo per te. Per voi. E che sappiate bene cosa scrivo, cosa voglio dire; ora, nel 2013 avanzato, questa è la mia ridicola priorità. Dal vero, a cena o al parco, al telefono o via mail, è difficile, faticoso, delle volte impossibile. Scrivo per chiacchierare in pace. Per imparare a dire belle menzogne come nella prima riga di questo pezzo.
 
di Mimmo Jodice


E non mi accontento. Aspetto, e sono contento di piacere, di essere coinvolto in discorsi a volte più grandi di me, che, in fondo, quel me non ha letto ancora il meglio, e nemmeno ha vissuto molto, solo che si è fissato che vuol partecipare e provare a creare un mondo, una tana dove radunare amici e passanti curiosi.

Mi sono svegliato con questa frase nella testa: ricordo che avevo sempre voglia di dolce nel pomeriggio, da bimbo, ora, da uomo, vorrei che il dolce avesse voglia di me già dal mattino.

E poi, sempre come un chiodo nella testa appena sveglio, ma perché ce l’avevo già da ieri sera nei nervi e nel fegato, le canzoni di Giorgio Canali. Chissà perché.

 
 

giovedì 23 maggio 2013

block notes verde


L’ultimo film di Sorrentino mi ha lasciato un gusto strano nella testa. Speravo fino all’ultimo in un recupero, e che il film iniziasse davvero. Invece, ahimè, è stato un lungo prologo ridondante. Mi spiace, e mi pesa ammetterlo. All’uscita un nubifragio ha cancellato quasi tutto, ma stamattina mi sono svegliato con l’immagine della Santa negli occhi, e della sua ciabatta che tuona contro l’immobilismo della mondanità. Punto, e a capo.
 
 

Poi, vedi che non ci riesco? poi ho pensato, vedendo il film e tutte quelle scene su Roma e le sue albe, i suoi colori di marmi e di donne, ho pensato che io quella Roma non la conosco quasi per niente. L’altra sera infatti, cercando il Chiostro del Bramante, c’ho impiegato lo stesso tempo che forse ci avrebbe messo un semplice turista russo, includendoci una vodka al bar. Quindi, mi arrendo, e dichiaro la mia totale estraneità alla Roma di Flaiano-Fellini, Sorrentino- Gambardella, almeno dal punto di vista esistenziale. A meno che non vogliamo ammettere che l’estetica, il fascino di certi ambienti sia soltanto narrazione alta. Quasi fantastica, poco rappresentativa dei sentimenti sparsi a macchia di leopardo che fremono negli isolati quartieri della città. Allora ogni cosa avrebbe il suo posto, ogni libro il suo spazio, ogni personaggio la sua gloria. Ogni mio sentimento una propria mappa.

 

domenica 19 maggio 2013

ballando s'impara


La fettuccia di cento chilometri sembrava un corridoio, ai lati c’erano le stanze dei miei amici di questi mesi: Itri, Sermoneta, Aprilia, Pavona. Poi gli spettri: la spiaggia di mio padre, la palude di Pennacchi, le montagne della guerra. Ma io non ci sono in quella Storia, appartengo alle mie piccole cose e a quei vecchi poster appiccicati nella mia cameretta, messi lì con scotch e puntine, con l’intenzione di dichiarare guerra alla realtà. La sera prima di addormentarmi farfugliavo: non studio più, vado via con i pensieri e aspetto gli amici migliori del mondo. Che mi salveranno. Mi comprenderanno, senza sciupare in mosse vigliacche la mia sensibilità. Sì, il mio unico tesoro sempre disponibile e mai in disuso, era e sarà la mia sensibilità. Non confondetela con la bontà, per cortesia, sapete meglio di me quante nefandezze fa commettere un’alterata sensibilità. Quanta furia ideologica fa precipitare fuori dalla testa un’ottusa sensibilità. Certo, a dire il vero, a me scuote anche l’anima dilatandola come una sacca di linfa dorata, ma non perdona passi falsi; crea bei pensieri circolari, ma poi la notte rade al suolo ogni certezza. Tant’è, sono alla sua mercé. Per questo rifiuto di leggere certi grandi classici, e non mi preoccupo di acquisire conoscenze imprescindibili per uno della mia epoca. Perché la presunzione, effetto collaterale della sensibilità, mi evita lo sforzo di studiare. A lei basta solo osservare - fissare le persone come opere d’arte - per poi ricrearne mondi e mostri. E già.

Vorrei dichiarare guerra alla mia sensibilità dissociandomi dalla sua tirannia, ma poi, a pensarci bene, questo significherebbe uscire di scena dal migliore palcoscenico che abbia mai gestito; così rimarrei un ordinario impiegato al servizio del potente di turno, con umile onestà parteciperei alla riuscita della società. E poco più.

Allora, mi sa che sia più saggio tradirla amandola anche nei pomeriggi afosi: la farsa, la spocchia, la prepotenza e la carezza. La notte poi, nascondendomi, mi lascerò sopraffare sotto i colpi emotivi della regina delle mie giornate migliori: la beata inconcludente sensibilità.

 Al mattino fresco e rilassato mi rallegrerò di come cazzo faccio a sopravvivere in un mondo così. Semplicemente, la mia seconda moglie, la ridente e fuggitiva sensibilità, mi costringe col suo sguardo a ballare tra alberi e palazzoni in compagnia di pensieri bambini e di oscene signorine. Ballando s’impara.

Vorrei stare ora nel pensiero di me che guido l’auto verso casa, dopo un lungo viaggio, e sul sedile ascolto già le parole dei miei figli, e vedo i loro sguardi di stupore nello specchietto; questo mentre scorrono davvero immagini di capannoni luminosi davanti a colline fantasma, e sotto alcuni uomini che scappano fingendo di evitare le oscenità nell’ombra dell’alba blu.

 

lunedì 6 maggio 2013

i racconti di Mimì


 Questi racconti hanno un filo fragile che li lega: i personaggi gravitano tutti nel mondo della musica, da outsider o precari, improvvisati o in declino. Che appare come un mondo cui lo scrittore voglia suggellare con dei ritratti asciutti e memorabili. Da sempre diffido di scrittori di canzoni che passano a scrivere libri di narrativa. Da sempre aspetto che lo faccia qualcuno in particolare, da potergli concedere il lusso di sfidare la mia patetica diffidenza. Non di certo mi aspettavo che Mimì Clementi scrivesse questi racconti. A volte aspettare è un po’ come annegare; invece questi racconti emergono con freschezza salata, di un tempo chiuso, lontano, da cui congedarsi con stile. Nei personaggi ce n’è di stile, nelle loro movenze o nelle loro vite dissolute, e in certe scelte che disegnano un profilo, assai diverso da quello che conoscevamo già. Questo pare che faccia Clementi, che già nei testi delle sue canzoni, secche e aperte, mostra ritratti definiti da gesti o passi illuminati da una luce di taglio. E mi pare un po’ come il muro che ho appena tinteggiato, che quando ci sparo il faretto da sotto mostra tutte le parti non rasate per bene e i buchi tappati troppo in fretta. Poi mi siedo e dal divano vedo una parete uniforme e bella, e lo è soprattutto perché so di quante sfumature compongono l’insieme, e il valore aggiunto sta nelle piccole crepe e nelle ruvidità ricoperte di verde che ne alimentano la bellezza.

Questo libro di racconti è limpido e fresco, nei suoi dialoghi misurati, nelle essenziali e sensibili descrizioni degli ambienti e nella – sempre difficile -  discrezione di mostrare con dignità le debolezze umane, senza tacerle o esaltarle nel brodo della diversità. Tutto appare difettoso nei personaggi, tutto barcollante e prossimo a cadute la narrazione di certi ambienti. Niente appare di più, o sfocato, perché ogni parola è a posto, ogni attimo è scandito con cura. Ecco, la forma si fagocita ogni diffidenza e mi lascia godere dell’affetto che lo scrittore ha nei confronti dei suoi personaggi: Fausto Rossi riappare come nella canzone sotto l’insegna della Sony, ma con una dilatazione che lo restituisce ancora più commovente. Marylin martoriata che risucchia dentro la sua morte ogni presunta innocenza americana. La signora che chiede di essere intervistata e costringe il giornalista e la sua morbosità a bassa tiratura a retrocedere davanti a una vetrata di un ristorante cinese, dove la signora, attrice improvvisata in un film su Glenn Gould, attraverso una sorta di affinità elettiva gli lascia intravedere un grumo di amicizia, nell’ascolto e nell’attesa della reciproca conoscenza. Bello vedere da dietro il giornalista-musicista che si aggrappa alla signora di settantadue anni, arzilla di curiosità nel suo presente.

Capita spesso che le parole colorino troppo le storie, soffocandole in anguste stanze, dove manca la necessaria sfumatura. Quello che riesce a fare Mimì Clementi in questo libro, sfatando diffidenze e pregiudizi che a volte mi costringono in scantinati polverosi della mente, è quello di riscaldare i racconti senza incendiarli, seppure le vite là dentro appaiono prossime all’autocombustione.

Grazie a Ettore per avermelo prestato, alleggerendomi di un’inutile diffidenza.

sabato 4 maggio 2013

la poesia è sempre in fuga



poesia di Dino Campana

La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la
[lampada? - c’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente

giovedì 2 maggio 2013

senza titolo


Ci sono delle volte che mi viene voglia di entrare in un centro sociale, o in certi parchi affollati di tardo-frikkettoni, e implorare: amici, il vostro conformismo tocca sublimi e imbarazzanti vette. Fate finta di niente e sdraiati beati  abbassate la guardia, al resto pensa papà, zio o qualche padrone cattivo. No, amici, così non va. Il vino è buono, le patate son biologiche ma i discorsi sanno di muffa che schiattano i miei ultimi neuroni libertari. Voglio passeggiare tra oleandri senza masticarli per forza, e osservare donne eleganti senza sfiorarle mai. Non per questo non ami gli oleandri rossi o non desideri le donne bionde. C’è stato un tempo di spavento dove avevo paura del vento che veniva da Ovest: ero piccolo nel mio cappotto. Oggi mi lascio vestire dal mio tempo, e non cedo al richiamo dei bei tempi.

A uno a uno vi fisso e non provo più amore. In quel recinto scalcinato, tra gonne lunghe e bimbi viziati, orti sinergici e tarantelle tristi, non sento più niente. Non vedo che tentativi già falliti. In questi rifugi anticontemporanei, in queste gabbie ecosostenibili io sento stanchezza che nella mia testa diventa amarezza. Potevamo di più, potevamo il mondo intero di sogni, amori e futuri inesauribili. Potevamo. E non siamo. Solo passaggi di testimone, che sono sempre gli stessi da quarant’anni. Basta, per oggi basta così. Perdonatemi amici, e nel farlo usate la vostra infinità genuinità, e lasciatemi sparlare di un mondo che ho sfiorato di ammirazione e mai amato fino in fondo. Allora meglio lasciarci da buoni amici, ché non capirsi come veri nemici.

Ho scovato questa poesia di Carver, essa mi ha spinto a scrivere questa cosa lugubre, non so davvero il perché, ma come dice Carver: scrivere è un processo di rivelazione.

raymond carver

TRA I RAMI

Sotto la finestra, sul balcone, ci sono degli uccellini malridotti
che si affollano attorno al cibo. Sono gli stessi, credo,
che vengono tutti i giorni a mangiare bisticciando. C’era un tempo,
[c’era un tempo,
gridano e si beccano. Sì, è quasi ora.
Il cielo rimane cupo tutto il giorno, il vento viene da ovest e
non smette di soffiare... Dammi la mano per un po’. Tienimi la
mia. Così va bene, sì. Stringimela forte. C’era un tempo in cui
pensavamo di avere il tempo dalla nostra. C’era un tempo, c’era
[un tempo,
gridano gli uccellini malridotti.

martedì 30 aprile 2013

enormi orecchie



van gogh
Il mio amico scrive di sé e del suo umore. Quando spulcio con passione il suo blog, e leggo il suo piegarsi leggero ai malanni stagionali, lasciando fuori dalla pagina le sue profonde e inquiete domande, allora, in quel momento, mi fa dispiacere un po’. Meno male che all’improvviso riesce a tirar fuori racconti dettagliati e neri con adorabili parentesi esistenziali, colorate da intermittenti stati d’animo, e allora leggerlo mi fa davvero piacere e spesso glielo commento, contento.

Con lui ho condiviso, durante un agosto di anni fa, risate e racconti dentro a una stanza assolata dell’asl più a sud di Roma. Ci s’immergeva dentro enormi risate in un luogo dove di solito persone raccontavano cose pazzesche ai loro psichiatri di fiducia. Noi lì isolati come educatori-scrivani, sfruttando l’assenza per ferie della gran parte degli addetti asl, eravamo curiosi di noi e del mondo e aspettavamo che il tramonto arrivasse, per tornare quieti nei nostri cari paesi oscuri. Era ampia quella stanza, e noi la colonizzavamo tutta coi nostri sandali provati da tuscolane battute in solitudine. Caffè lunghi, gelati e sguardi paralizzavano beatamente quei pomeriggi. Con lui avevo sempre voglia di raccontare in quei giorni eccitati e vuoti d’estate, nel farlo cercavo di esorcizzare ogni male antico, elencando la mia vita come indice di un saggio romanzato. Ecco, quest’amico che vedo quattro o cinque volte l’anno; che sento tre o quattro volte al mese; con cui scambio mail o messaggi ogni settimana, bene, questa bella persona, insieme, ma non in contemporanea, ad altre quattro o cinque persone, l’anno scorso, nel mio annus horribilis, questo amico mi ha percepito in bilico sul filo dei giorni grigi: sotto avevo un torrente fognario di pensieri. Non si può dire che mi abbia teso la mano, per narrare il verosimile oggi dichiaro che quello non è stato propriamente tendere la mano; eppure, le sue orecchie, quelle sensibili orecchie abbronzate, mi hanno saputo ascoltare così bene fino a contribuire a far defluire silenziosamente tutta la merda sotto di me. Oggi sotto la mia storia c’è un giardino di ginestre, ortiche e rose, e confido di creare un orto al più presto. Pianterò finalmente un limone.

 Tra vent’anni nelle serate d’agosto mi sdraierò al centro del giardino, sotto al limone suadente, e leggerò le storie ancora non scritte con una birra accanto. Nel monitor di fronte a noi immagini che dissolvono serenamente il futuro accettato.

venerdì 19 aprile 2013

cugina vocina


Vocina stronza vattene via, le tue prediche odiose non le sento più. Mi hai fatto cambiare quattro scuole in quattro anni. Neanche quella ragazzina bionda del nord mi hai fatto baciare in pace. Poi, tutta la noia che m’istigavi, che prendeva la forma di quella stanzetta d’adolescenza buia e terribile, no, vocina stronza, ora non ti ascolto più. Tutti i posti di lavoro che facevi diventare all’improvviso lager, come temporali infiniti; o certe frasi che ricevevo che parevano uscissero dalla bocca di un boia, ma solo per te.  Invece oggi dico che certe frasi mi andavano dette, non solo per subirle ma per ascoltarle e digerirle anche lungo strade incerte. Mi hai fatto scappare da Firenze e dal sogno, in quel pomeriggio di gennaio, quando tutto era ancora da vivere e scrivere, sei arrivata tu in quello studio di posa e, inciampando apposta sulla Nikon, hai creato subbuglio nella mia testa e terrore nelle caviglie. Scappa e scappa, ma solo per tornare nel ventre melmoso del paese noioso. E dai. Tanto lo sai che lontano da lì ho dato il meglio lasciandomi contaminare dalla bellezza inaudita.

E la sera me ne sto a strofinare i pensieri tra lo smog e il silenzio, per aspettare liberato un solletico o un’intuizione, sul davanzale fiorito dei miei desideri. Questo oggi sono io, un incrocio bastardo tra istinto e storia, un po’ mio nonno snello evanescente e un po’ come la mia città aperta e immensa di vuoto.

Ho conosciuto centinaia di persone in questi anni e pure, se mi fermassi un secondo a riflettere, so che ne ho saputo trattenere poche nel mio salotto. Così mi ritrovo a maledire quei giorni di pigrizia che mi procurava sembianze amiche in pingue relazioni annoiate. Perché? C’entra la vocina, Lei c’entra sempre quando sbaglio mosse o dispero senza ragione scappando dalle parole. Già la ragione, quella che adesso è diventata la mia ossessione per difendermi da risacche ideologiche, mai del tutto superate o cacciate per sempre fuori dalle mie viscere nere. Vivo accanto alla ragione e perdo amicizie e ragioni, che avevo da vendere fino all’altro ieri. Dicono gli altri, gli stessi che pugnalano di primo mattino quel lembo di carne viva e dolorante che espongo al mondo dal mio corpo: abnorme desiderio mai sepolto.

Verrai di sera con il buio a prendermi, e le mie braccia agitate si fermeranno: nemmeno un lamento per quel che sono stato e diventato, con te, con Lei e le infinite favole del dormiveglia che da giovane ingoiavo con gli occhi e le orecchie.
 

Quel che resta, dieci minuti o trent’anni conta poco, quel che rimane per te è un sapore di ruggine sulla lingua. Montagne sognate e mari dimenticati, l’odore del mattino di giugno senza scuola e quello della prima sega di sera, nascosto da alberi e canneti. Un treno che sfreccia alle spalle e un ragazzetto piegato accanto al nespolo rugoso, sentinella di sentimenti oscuri che intanto davano forma all’amorevole cura di una piantina di pesco, da me seminata. La ricoprivo di nylon e canne, e per la notte mettevo una candela per riscaldarla. Un incendio poteva incenerirla, e, di fatto, anche intenerirla; in realtà né l’una e nell’altra sciocchezza è avvenuta mai. Sono qui a testimoniare nefandezze di vocine pazze, mica a cadere nel tranello mieloso della nostalgia che affligge metà della mia generazione: vacante tra rabbie prese a prestito via guru e seghe in rete via mail.

 

sabato 6 aprile 2013

le lampade di Claudio vanno ad Aosta

Ho scritto 'sta cosetta per Claudio Muolo e le sue belle lampade. Riguarda l'interessante mostra che lo studio maRAMEo farà ad Aosta tra qualche settimana; intanto beccatevi queste mie impressioni:


Queste lampade ti fissano e aspettano un cenno, un invito a sederti per osservarle meglio, davanti, di dietro e di fronte. Magari anche dall’alto. Io l’ho fatto qualche tempo fa, che poi, all’improvviso, spinto da un impulso di euforia, mi sono alzato dalla sedia con la voglia di toccarle.  Tocco la pietra leccese, rugosa al tatto e soffice alla vista, e ti rimane sulle dita quella sensazione di deserto caldo. Metallo, pietra, carta, me li immagino mentre scappano verso le spiagge d’inverno a cercare i resti dell’estate, del mare, del temporale di ieri. Questo pare che facciano i materiali che compongono le lampade dello studio maRAMEo. Quel pesce là, quello che sta passando davanti ai nostri occhi per poi scomparire un secondo dopo, quel pesce furbo colorato, quello di sicuro ha fatto solo il minimo sforzo per ricrearsi laggiù in spiaggia. E c’è quella libellula che proietta i nostri occhi verso quella stanza di nuvola, dove riposare e aspettare altri sogni.

La bambina che imparò a volare danza blu e raccoglie farfalle di pensieri, evita gli aquiloni che continuano a volare incerti nel movimento, per arrivare su quella parete eccitata, fino a un secondo fa era soltanto orfana e sola.

Alcune lampade mi fanno un po’ paura, soprattutto quelle che scendono dai soffitti; con quei tentacoli perfetti, misurati nella luce per donarci uno spazio d’attesa, al dì sotto, prima della terra.

Messe tutte insieme queste lampade, da comodino, da parete, da soffitto, da divano, da libro, da letto d’amore, sì, tutte queste lampade messe in uno spazio formano una casa, anzi, una storia da illustrare. Sarebbe leggero passeggiare tra quelle forme morbide, allora quelle pietre assumerebbero d’incanto silenzi umani. Farebbero entrare tutti, mostrandoli diversi, forse autentici, e alla fine, l’ultimo che andrebbe a dormire, spegnendo l’ultima lampada, avrebbe una scossa di pace tra le dita.

Claudio una volta mi ha detto che sono le lampade a decidere le case dove abitare, e io gli credo, anzi, lo immaginavo già, e pensavo alla potenza evocativa che tale magia potesse procurare ai genitori adottivi di queste belle lampade. Perché una volta scelta la dimora queste lampade diventano casalinghe, e aspettano che i coinquilini si vadano a collocare intorno a loro, per sbrigare le faccende umane, facendosi illuminare o coccolare, a deciderlo magari ci penserà la notte, o il mattino. Forse il cielo in transito di quel momento.



 

venerdì 5 aprile 2013

adorabile

Anna Maria Ortese

Un'infanzia di stenti e gli studi da autodidatta. Vita difficile di una donna che aveva imparato a usare la solitudine per difendersi. E a scrivere più che a vivere

di Lucrezia e Giorgio Dell'Arti - 12 ottobre 2012

Anna Maria OrteseFoto Milestone
Anagrafe Anna Maria Ortese, nata a Roma il 13 giugno 1914, figlia di Oreste Ortese, impiegato governativo, e di Beatrice Vaccà, dipendente delle Poste, cinque fratelli (uno suo gemello, Antonio, morto a 29 anni) e una sorella (Maria), passò un’infanzia di stenti a vagabondare da un paese all’altro, lasciò la scuola a quattordici anni ma si mise a studiare sui libri dei fratelli e imparò, da sola, il francese e lo spagnolo. L’esordio in poesia nel 1935 con una lirica dal titolo Manuele, come il fratello marinaio, morto in Martinica due anni prima.

Ignorante «Sono ignorante. Non conosco né i greci né i latini; poco dei moderni; nulla o quasi dei modernissimi. Gabriele D’Annunzio è per me, con reverenza, un ignoto» (dal risvolto di copertina del suo libro Angelici dolori).

domenica 24 marzo 2013

eri una canzone muta


La stanza con le tapparelle abbassate è luminosa. Sdraiato e scomodo, ti guardo il collo scoperto mentre le scarpe restano sospese nell’aria per alcuni secondi, poi s’immolano pesanti sul cotto scurito dagli anni, e il tuo sospiro accelera incauto. I corpi si schiacciano tra il muro e il letto a una piazza, le lenzuola definitivamente a terra. Una stampa di Van Gogh mugugna sbilenca. Le mani, quelle mani che hanno sfiorato l’umido tra le gambe ora penetrano la pelle per sentirne il gusto tossico. Intanto le tue labbra gonfie di stupore baciano tutta la pelle per ridurne la febbre: i seni pogano silenziosi.

Amore, la prima volta che ti ho vista eri una canzone.

Le cuffie, quelle mostruose e rosse degli anni ’90, ti avevano già da un pezzo sussurrato: questo è l’inverno che ci consola.

 

Nella casa affollata di studenti, pensieri e alimenti rubati alla Coop, ci sono due corpi in lotta per l’amore eterno, quello dei libri, o quello dei nonni, poco importa oggi ai nostri muscoli in festa.

Da dentro a una foto in bianco e nero su di un letto di vimini obliquo, dove ti sdrai per il mio sguardo, dichiari muta: tranquillo, che un filo di solitudine vale una vita di carezze. Lo sappiamo e per questo lottiamo, e si sente nell’aria il vento di un piacere intermittente.

 

martedì 19 marzo 2013

1949, l'altro ieri


Ieri ho ascoltato una storia tragica accaduta alla mia famiglia. Me l’ha raccontata mia madre, in macchina, dentro all’inferno del raccordo anulare, mentre la accompagnavo alla stazione. La coda di auto aumentava la tensione, e le lamiere mi proiettavano fredde verso la disgrazia colorata di particolari emersi dalle mie mille domande. Si tratta di un mio lontano cuginetto, che nel 1949, a soli tre anni, morì. Il fatto è tragico ed ebbe risvolti irreversibili per suo padre. Mio zio. Chiaramente, ne risentì l’intera famiglia. Oggi anche un po’ io.  Mi appare l’enorme fragilità che irrompe e che investe e modifica per sempre i caratteri, le abitudini, le scelte, le posture - e le tante parole non dette - che hanno determinato la storia della famiglia. La guerra era appena finita oltre che nella sua rappresentazione scenica, che conosciamo a memoria dai film, anche dai cocci, dai corpi feriti, e dalle infinite scorie psicologiche, che stavano appena appena facendo i conti con la gioiosa frenesia di ricominciare daccapo. Da misere e scoraggianti macerie. In quel fermento di donne formose e uomini smagriti, di case tirate su in una nottata e strade polverose piene di bambini scalzi, in questo scenario accadde la disgrazia. Fellini faceva ancora lo sceneggiatore.

Non riesco ancora a raccontarla una disgrazia, un dramma così scioccante che rischia di succhiarsi tutta la storia, a dispetto dei preziosi dettagli, delle ombre e delle omissioni e delle comparse e dei silenzi, che avrebbero più spessore del fatto centrale, almeno per la mia sensibilità. Eppure vorrei raccontarla, poiché rappresenterebbe un inizio, un margine da cui risalire e raccontare delle mostruosità familiari, che stanno lì, stese al vento dei giorni del presente: ne vedi i contorni, le sbavature e le inconfondibili storture narrative. Di fatto, ieri, prima di riascoltarla, ne conoscevo appena il dieci per cento di questa storia; adesso potrei riempirne quasi la metà di cose vere. Ma siccome il puro autobiografismo mi annoia ormai, non mi resta che aspettare una tempesta perfetta che scompagini il vero, accettandone il fantastico; ci sarebbe l’autofiction, direbbe Pascale. Il grottesco, Ammaniti. I racconti a mosaico, Cognetti. La commedia, Piccolo. Lo psicoanalista, una mia amica.
 
foto di luciano d'alessandro
 

Ecco, a me piace assai raccontare fatti privati che si mischiano ai fatti pubblici. Cose realmente accadute, dentro abnormi e verosimili cazzeggi urbani. Scopate drammatiche al limite di un amore, che sbattono contro fellatio liberatorie in parcheggi di stazioni lunari. Innamoramenti improvvisi, prima di abbandoni tardivi. Conformismi astuti di grigiore, accanto a discorsi diretti e umanissimi di compassione. Questo vale per tutti, compreso te, vigliacco spione che non sai dichiarare il dolore.

                        Auguri giovane ottantenne di Newark!
 
pastorale

venerdì 15 marzo 2013

auguri cugino!

Ho una voglia matta di scrivere pieno pieno di retorica, pomposo e ridondante, come un aristocratico che ammuffisce tra lo champagne e donne pacchiane. Vorrei comunicare tutto il peggio di me, quello che scarterebbe pure un satanista in forma, dal suo profilo online. Sì, uno spurgo di stagione, una valanga di amenità. Insomma, presentare il mio lato nero, la mia ombra strafottente e la mia lingua enorme e rossa come non mai.
Mostrare tutta la mia antica ignoranza, la giovane volgarità, il mio humor che danza tra le facce sbigottite delle mie colleghe. Dentro mattinate di noia per niente spleen. Cioè, tirare fuori dalla cantina, dal fegato, il peggio di quest'inverno denso come il miele. Mentre lo faccio precipitare dai gradini e ruzzolando magari mi parte pure una scorreggia. Così, per presentare il ventaglio di cose losche che normalmente trattengo precisino, a modo, che non si sa mai.
Vedere così se le cose si raddrizzano da sole, se prendono la giusta e bilanciata piega rozza che tanto mi manca.
Ecco, l'ho fatto, d'ora in poi avrò davanti due mesi in cui mi gioco tutto, e Tutto gioca contro di me.
Auguri cugino!
Niente, volevo avvisare qualcuno...

Questo perchè ieri sera mi era venuta 'sta cosa qua:

Sarebbe leggero passeggiare tra quelle forme morbide, quelle pietre assumerebbero d’incanto silenzi umani. Farebbero entrare tutti, mostrandoli diversi, forse autentici, e alla fine, l’ultimo che andrebbe a dormire, spegnendo l’ultima lampada, avrebbe una scossa di pace tra le dita.




“Io non combatto più, mi sembra inutile. Voglio restare passivo, guardare il mondo con calma. Ogni altro programma non mi interessa”. (F.F.)

domenica 10 marzo 2013

la Tiburtina porta a piazza vittorio?


A Roma le voglio bene, non c’è che dire; e alla Tiburtina ancora di più, altrimenti, come avrei fatto a sopportarla in questi anni con le sue buche e tutta quella  monnezza ai lati delle strade?

In questi mesi però la Tiburtina m’immalinconisce sempre di più, coi suoi scatoloni illuminati a sala giochi che si alternano ad altri scatoloni pieni di macchine invendute. Dal bus vedo quel disoccupato che conosco, legge avidamente Il Messaggero, nemmeno fosse Madame Bovary, con gli occhi spaventati incollati all’attualità; a quest’ora le prostitute ancora non ci sono in strada, stanno in casa a preparare gli zaini dei loro figli biondi. Intanto, su infinite linee gialle di lavoro in corso, vedo impiegati in bilico con l’auricolare collegato a you porn: l’audio sesso per ora può bastargli dentro a quel nero impermeabile. Se sapesse mio padre in che strada mi ha lasciato circolare. Be', non mi direbbe nulla. Il suo silenzio mi ha concesso il mondo. A me bastavano una città, un lungomare, un mestiere. Ma questo non gliel’ho mai detto. Né scritto.

 

Scrivevo queste cose ieri poiché stavo a piene mani nella pozzanghera dell’impasse, quella fangosa che ti paralizza i pensieri; e la faccia stava quasi a terra. Oggi, invece, oggi è stata una giornata di sbalzi d’umore, a me tanto cari; so che senza gli sbalzi vivrei a metà le mie esperienze. Eh, già, annuisce l’amico mio.

Sbalzi in ordine cronologico: sofferenza sull’assenza su di un campo di basket, che poi è solo un’attesa di forme migliori. Poi una piazza con il via vai di ragazzini coi loro padri, madri e fratelli di ogni età, stavano appiccicati l’un l’altro a scambiar figurine e desideri: di voler fermare quegli attimi tra la colla e la pagina, che sembrano grumi di felicità che sta per sbocciare nei caldi esili muscoli. E li vedevo e volevo stringerli tra le braccia per poi non scomparire mai più nell’ammuffita caverna. Meno male che mi hanno aiutato le mille facce dei cingalesi, egiziani e marocchini nella luce del mercato di piazza Vittorio. Il piccolo l’avevamo perso, tra i banchi del pesce e patate giganti, due minuti e la famiglia si stava paralizzando davanti al nulla. All’improvviso sbucano decine di occhi dai bulbi bianchissimi che capivano prima di ogni paura quello che stava accadendo: una catena di sguardi, chiamate e rassicurazioni hanno risolto il caso. Ecco il piccolo che tornava insieme a un ragazzo che in altri contesti forse avremmo ridotto a clandestino disperato, in cerca di speranze inutili. Ma chi siamo noi per decidere le mosse di vita degli altri? Davvero riusciamo a entrare nelle loro teste piene di ritmi a noi sconosciuti, e di comprendere i loro colori accesi, e apprezzare le loro promesse di amori eterni in lingue sconosciute, e accogliere le tante parole piene di carezze che abitano nei loro pensieri? davvero crediamo di poterlo fare con uno sguardo stanco? niente, abbiamo acquisito l’arroganza di conoscere gli altri dalle nostre frustrazioni. Dai nostri casini politici. Dall’assenza d’amore. E pieni di quest’assenza ci vestiamo in maniera impiegatizia e costruiamo idee di mostri grigi che tiriamo fuori nei momenti peggiori, per divertire gli amici o il nostro capoclan di turno. Le fidanzate annoiate.

Da quando sto dentro a tre bei progettoni, due di lavoro e uno di piacere, non riesco più a muovermi disinvolto. O di scrivere sciolto. Incapace a costruire mi dileguo. Poi ritorno appena posso e tiro fuori il meglio, che c’è, lo so, per questo mi lascio commuovere beato dall’intero banco di frutta esotica che non sono riuscito a comprare. Troppo lusso, e troppe storie da contenere. Oggi prendo solo delle pere.

venerdì 8 marzo 2013

va e viene

 
Scritto di Parise a proposito de "I sillabari
 
Dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z. Sono poesie in prosa. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l'amore”.