Vi amo tutti voi che entrate e uscite da questo blog, come amo me, che sto lì a guardare i commenti, le statistiche, le nazioni che hanno sfiorato questo spazio verde di parole nere.
perchè?
chissà.
per me?
non so.
curiosità?
embè.
grattarsi un po'.
spolverare.
vedere un uomo che brucia.
far parte.
gettare un po' di tempo.
odiare in solitudine.
questa è una cazzata.....che non cancello. Tutto dietro mi porto, pure la segatura delle mie illusioni.
Mi sono preso
una scatola di plastica, di quelle che si ripongono negli armadi, con coperchio
e chiusura ermetica. Vado nei posti dove conduco i laboratori per bimbi
piccolissimi e i loro papà, con questa scatola di plastica gialla. Mi sento un
po’ come F.F. quando arrivava sul palco, negli anni ’90, con un borsone da
palestra piena di cavi, jack e altre
cosette per il concerto. Come lui in quegli anni (almeno credo) anch’io in
questo periodo mi sento in bilico tra il fallimento e la voglia di insistere,
magari fino al fallimento, che potrebbe essere un inizio in bilico.
Di far parte del
mondo delle parole – solo parole e niente vita – non se ne parla; di aggiustare
il tiro nei confronti dei miei capi attuali e ripartire, proprio no. Resta il
coraggio di mostrare le braccia senza tatuaggi coi muscoli tutti intatti,
disegnati da un gene inquieto e irriducibile. Sono gli stessi muscoli del
ragazzo che ero, di passaggio nelle stazioni arrugginite degli anni ’80, in
quelle sale d’aspetto piene di pedofili che non avevano ancora sulla schiena questa
definizione scialba quasi a legittimarli. La stazione termini era piena anche di
tossici, che loro hanno sempre avuto le peggiori definizioni sulla pelle,
perché della loro condizione derelitta aveva sete quella società: erano il
confine spinato da cui strappare i figli già viziati d’inganni finanziari, e
pieni di solitudini di benessere allucinato. Non ero adatto a quegli
estremismi, a quelle manie di postumi da benessere mal gestito; aggiravo quei
pericoli senza fatica, sicuro dello splendore che nascondevo sotto la
maglietta. A me bastava girare per le città col naso all’insù e fiutare gli
innamoramenti che esplodevano tra le vetrine e le panchine. Roma mi eccitava
per tutto il tempo che la calpestavo con quel mio passo veloce e sincero. Avevo
bisogno di questo allora.
Insomma, con
questa scatola di plastica provo a risistemare l’inventario delle mie aspirazioni,
sputando fuori il già visto per continuare ad aspettare nel mio giardino di
foglie gialle le persone migliori, quelle che ti fanno le domande e
s’immaginano le cose che racconti. Che ascoltano, come faccio io con loro,
sempre, ogni singola parola di racconto, ogni inciampo a cui presto orecchio e
braccia. Non sono un buono, no, ma so
di essere sensibile, e questo a volte significa complicarsi la vita; so di
essere attento utilizzando distrazioni che vanno a cercare i dettagli
sconosciuti alle masse. Che, come da mille anni, sono macigni con cui trattare per
avere lo spazio necessario per amare e continuare a lottare. Senza farsi
impaurire restare in bilico tra l’odio e tutto il vuoto intorno che ci
protegge.
Stanotte riconoscere
il dolore e tenerlo al fresco, accanto al latte.
(incipit) Quella
capanna lurida di cocci e legno ha seppellito ogni possibile conformismo, da lì
ogni mattino mi sono risvegliata, e il lenzuolo ipocrita, abbagliava ogni
ripartenza.Già al pomeriggio, in
quell’ufficio metallico balbettavo e tremavo davanti agli altri e le cosce mi
buttavano giù. Senza pronunciarne una le mie parole urlavano schiaffi dalla
bocca. E tu dal treno grigio ancora non mi amavi.
Con questo libro di Roth sono cresciuto come lettore. Ora posso dire di
aver assorbito tanta di quella rimbombante complessità, da risultare semplice
la visione d’insieme. Ho goduto dei ritratti netti che i personaggi indossano nel romanzo, coi loro panni delle mille corruzioni, e delle
infinite gabbie del male. Dell’autentica e zoppicante capacità adattiva.
Dell’amore costruito nel tempo, e di quello improvviso. Del sesso cosi com’è.
Inoltre ho imparato un po’ delle cose accadute in questi anni negli Stati
uniti, e nell’Occidente tutto. In fondo posso dire che questo libro ha fatto anche
emergere alcuni dei miei misteri oscuri, quindi ignoti, e appena appena
percepiti al volgere di certe pagine potenti. Questo è avvenuto leggendo
avidamente del percorso esistenziale di Coleman, e seguendo l’inquietudine di
Faunia come se fosse una derelitta per poi scoprire, appena entra in scena il
suo pensiero snocciolato, che la sua profondità non è misurabile in un quarto
d’ora, tanto meno esige compassione a buon mercato. E’ molto di più, che ancora
non ho del tutto elaborato.
Ogni personaggio di questo libro concorre, con la dignità nei passi, per
un posto nell’olimpo delle storie da studiare tra mille anni, così da tentare
una lettura definitiva su quel che siamo oggi noi occidentali nevrotici e
insaziabili, adorabili e informatissimi, in questi anni complicati dalla noia.
E non solo. Anche per mantenere uno specchio lucido - avendo intorno una
cornice dorata e tagliente – dove far specchiare le nostre facce sature di
presunzione.
Roth riesce a far penetrare i personaggi e le loro azioni senza che te ne
accorgi, col risultato di racconti nel racconto, di sentimenti che rimbalzano
senza fermarsi mai. Questo credo sia davvero bello, contemporaneo e generoso
che accada davanti ai nostri occhi sensibili.
Non solo. Con la lettura de “La macchia umana”, sono arrivato anch’io
davanti a un lago ghiacciato, prima di addormentarmi, da dove osservavo il male
come un intreccio di paure e desideri tra il candore e la neve, e quindi ricevendo
la conferma per la vacuità di ogni redenzione da compiere la domenica mattina.
Prima dell’aperitivo. Semmai, rovistare dentro di noi nelle secche di certe
sere d’inverno, con l’umidità ai massimi livelli, e le energie residue spente
da orribili persone di cui desideri la sparizione, che poi non basta farli
fuori col pensiero, perché la notte è immensa e accoglie ogni disfatta,
includendo gli spettri vestiti con le tue ansie migliori.
Avrei voglia di leggere come esigenza pari al bere, visto che quando è
asciutta la mia mente sbando arraffando il peggio che circola in giro: deformo
il mio mondo e lascio entrare il marcio.
Regalatemi libri a Natale o al mio compleanno, perché il vino lo prendo
io.
Maledizione ai
giorni lungamente grigi.Oggi avevo in
programma di andare alla fiera “Più libri più liberi”. Io e mio figlio. Ma un
dolore alla testa a seguito di una giornataccia lavorativa hanno decretato una
ritirata urbana. Eccomi solo col pc e musica dei Cccp a tutto volume. La casa
sembra un club anni settanta, fuori la quiete di un quartiere come tanti della
periferia, dentro fiamme e dolenti note. Poco prima, in vena ballereccia,
abbiamo ascoltato “Quelli che ben pensano”, poiché ai figli gli piace ascoltare questo pezzo in
alternanza con Il Piotta. Sembrava un mini-club del centro sociale occupato.
Insomma, ci siamo sforzati per smorzare ogni angoscia, ogni assenza che tuona
già all’uscio come ascia lucente. Balla ragazzo, scaccia la quiete che si
traveste da prete. Intanto “La macchia umana” aspetta di essere finito, per concederti
lo stupore di un tempo e di una società che corrode ogni creatura a dispetto di
quel bene tanto divulgato dal prete di sopra.
Preti e parenti
mi stavano rovinando, ma la musica e certi libri mi hanno tirato fuori da quella
melma infima. Ora sono qua, dentro a una serata ampia con la finestra alle
spalle e tutti i crimini con essa. Un muro bianco davanti da sfondare con
parole aguzze, coi respiri decisi di vetro. Le tazze di melissa da sorseggiare.
Uno a uno i vecchi tromboni da trascurare. Credere un po’ di più agli amici,
alle persone della mia età, e a quelli che sfiancano l’ipocrisia ogni santo
giorno, e nessuno a premiarli o a dargli una carezza. Santiddio! Diavolo!
Una carezza per questa mia generazione che sta sballottando tra un passato
glorioso e cazzuto (si fa per dire…) e un futuro non pervenuto. Una parola
dolce d’incoraggiamento per queste facce una diversa dall’altra, per questi
occhi all’ingiù che cercano mattonelle bizzarre da attraversare. Santo cielo!
Diluvia sull’ovvio dei nostri padri e sciacqua quelle mani di fango di Luisella
che sgobba tutto il giorno al call center e che aspetta Gianni ogni sera con le
sue delizie di sogni farciti di crema contemporanea. Ascoltali mentre Andrea ed io li asciughiamo
con cura amorevole nei dettagli, e falli arrivare freschi e forti al prossimo
mattino. Al resto ci pensiamo noi, che siamo pronti a non restare.
Dopo aver assistito all'ultimo concerto a Roma degli Offlaga Disco Pax, in un'atmosfera intensa e densa emotivamente, la curiosità mi ha spinto, in quell'occasione, di scambiare due chiacchiere con Max Collini per approfondire la sua conoscenza umana e artistica.
peppe stamegna
Com’è nato il
progetto degli Offlaga Disco Pax?
Esattamente all’inizio del 2003.Enrico venne a trovarmi per chiedermi se
potevo essere interessato a utilizzare in altra forma i racconti che stavo
scrivendo in quel periodo, racconti nati senza alcuna altra intenzione se non
quelli di restare un esercizio di scrittura e niente altro. Avevo quasi
trentasei anni, mi sembrò un’ idea bizzarra ma sposai la causa immantinente.
Daniele era appena stato informato via telefono da Enrico della cosa e anche
lui aderì al collettivo il giorno stesso. Iniziammo a provare, fu divertente ed
ecco nati gli ODP. Quelle ore probabilmente ci hanno cambiato la vita, ma non
ne eravamo certo consapevoli. Ancora adesso, dieci anni dopo, penso che il
nostro inizio sia stato figlio di una congiunzione astrale di eventi cosmici
irripetibili.
L’innesto dei tuoi testi
con le musiche di Enrico e Daniele come avviene?
Spesso partiamo dal testo, nel senso che difficilmente
Enrico e Daniele compongono senza tenere presente le atmosfere che per
similitudine o per contrasto i miei racconti o le mie liriche suggeriscono
loro. Non è sempre così, ma nella maggior parte dei casi si parte da quello. La
sala prove è però fondamentale anche per la mia scrittura definitiva: solo con
le musiche mi rendo conto di come il linguaggio può funzionare, la stesura del
testo e la sua resa narrativa con la voce non può prescindere dal suono in cui
viene inserita e non è raro che io cambi parole e frasi o almeno la loro
lunghezza e costruzione proprio in funzione di questo.
Sei consapevole delle
emozioni che riesci a far circolare durante i concerti? E dalla tua posizione
sul palco, cosa provi?
Sembrerà strano, ma anche dopo quasi dieci anni e
quattrocento concerti non sono mai completamente a mio agio sul palco. C’è
sempre un tratto di tensione, di ansia da prestazione, di vago disagio nel
mettersi a nudo e di scarsa adeguatezza al ruolo che mi rende terribilmente
nervoso. Più che di trasmettere emozioni spesso sono preoccupato di tenere a
bada le mie, ma di solito dopo tre o quattro brani il concerto diventa più
sereno, mi tranquillizzo, nelle occasioni più felici riesco anche a lasciarmi
andare un po’ di più e può accadere che mi esca una battuta o una
considerazione imprevista su quanto succede. Se parlo sul palco tra un brano e
l’altro e non mi limito alla sola presentazione del pezzo (già quasi sempre
scritta sul leggio per non sbagliare) significa che sto bene e che sono
rilassato, altrimenti è sostanzialmente impossibile che io scherzi o parli col
pubblico più di quanto già faccia attraverso i testi. Non si direbbe, immagino,
ma il palco mi annichilisce quasi sempre.
Da tempo leggo i tuoi
racconti, già dalla mailing list “neosensibilista”. Riesci a rappresentare un
presente ancora non del tutto raccontato, e per farlo spesso utilizzi pezzi di
storia personale che gravitano intorno all’universo Reggio Emilia. Qual è la
tua urgenza quando inizi a scrivere?
Proprio nessuna urgenza, da tempo sono diventato assai lento
e poco prolifico nell’approcciarmi alla narrazione. Sarà che il gruppo ha
assunto una sua specificità per cui ora scrivo pensando quasi esclusivamente a
quello, per cui mi cimento molto meno nel semplice diletto. Non è una cosa
voluta, così è avvenuto e così è al momento. Forse la responsabilità che
comporta oggi stare negli ODP ha un po’ limitato l’aspetto gioioso della cosa,
ma non posso farci nulla.
Nelle cose che scrivi
scorre molta Storia. Come se ci fosse una volontà di recuperare facce, gesta e
umori che altrimenti si perderebbero. C’è la volontà di sanare una ferita
storica, personale?
Se c’è è del tutto involontaria, non è uno scopo preciso
quello che agisce sulla mia “poetica”, se così vogliamo chiamarla, se non
raccontare una storia, qualunque essa sia. Certamente il mio imprinting culturale
è legato a un periodo che sta tra il riflusso, il declino e poi la fine del
patto di Varsavia e il conseguente nuovo ordine (o disordine) mondiale. La
scomparsa del PCI che ha accompagnato tutto questo è il lutto fondamentale che
ha segnato il mio esistere in quel momento, è quella la vicenda che in qualche
modo incide anche adesso sul mio sentire.
Che cosa stai
leggendo in questo periodo? E cosa ascolti?
Da parecchio tempo leggo appassionatamente tonnellate di
romanzi gialli svedesi, con una predilezione assoluta per Henning Mankell. E’una
cosa imprevista: fino al 2008 non avevo mai letto un giallo in vita mia,
nemmeno Simenon o Conan Doyle, per dire. Questa passione è nata per caso un
giorno in treno, mentre snobbavo come tanti altri la trilogia di Larsson mi
sono trovato davanti il primo volume: apparteneva alla signora di fronte a me e
che nel frattempo stava leggendo altro. Me lo ha prestato, l’ho iniziato, mi
sono appassionato all’istante, sono sceso dal treno e l’ho comprato subito per
poter continuare la storia. Da lì è nato l’amore per la Svezia, paese che ho
poi visitato nel 2009 viaggiando in macchina da Reggio Emilia fino a Stoccolma
e soggiornando anche a Ystad, la cittadina del commissario Wallander (un posto
che sta a Wallander come Vigata a Montalbano, per capirci).
Kurt Wallander è il personaggio che ha segnato la carriera
di Henning Mankell, lo scrittore che ha influenzato più di tutti assieme alla
coppiaMaj Sjöwall e Per Wahlöö i tre romanzi di Larsson. Ora che ho esaurito i capiscuola
mi accontento delle seconde file: Asa Larsson, Camilla Lackberg, cose così. Non
è la stessa cosa, ma si fa come si può. So che molti si aspetterebbero da me
letture più sofisticate, ma io sono un geometra, non ho studiato filosofia, la
mia cultura letteraria ha dei limiti e mi piace leggere anche per il mero
divertimento che questo comporta e non sempre ho voglia di applicarmi. Di
recente ho letto “La vita agra” di Bianciardi, ero sempre stato prevenuto,
chissà poi perché, e invece è stata una bellissima sorpresa. Ringrazio davvero chi me lo ha regalato,
facendomi superare un pregiudizio atavico davvero immotivato.
Ti trovi a tuo agio
nella scena musicale indie italiana? Quali sono i gruppi con cui vorresti
collaborare?
Di norma mi trovo a mio agio ovunque, l’ambiente “indie” non
è poi così diverso da ogni altro ambito lavorativo e/o ludico. Certo, ha le sue
regole a volte un po’ astruse, ma è da lì che in qualche modo e con varie
sfumature veniamo, anche se ai primi concerti a più di qualcuno sembravamo dei
veri alieni! Non essendo un musicista non so rispondere precisamente alla seconda
parte della tua domanda, ma il “collega” che ammiro di più in termini di
espressività dal punto di vista letterario è Simone Lenzi dei Virginiana
Miller. Per la mia sensibilità i suoi testi sono bellissimi e in qualche caso
“importanti”. Ho letto di recente anche il suo romanzo d’esordio “La Generazione”
e lo consiglio. Da quel libro Virzì ha tratto spunto per la sceneggiatura di
“Tutti i santi giorni”, il suo ultimo film. Ovviamente libro e film non sono
proprio la stessa cosa e per quanto il film sia divertente il romanzo, come
quasi sempre accade, mi ha colpito di più.
Mio padre aveva un corpo tozzo di
muscoli e nervi, io no. Aveva uno sguardo torvo e penetrante, io no. E mi
voleva bene, questo senza corredo di parole, poiché quelle poche che utilizzava riguardavano
debiti, ingiurie o litigate con mia madre. Ma anche battute fulminanti o accenni di canzoni
a tema - se pioveva ne aveva un paio all'occorrenza - e suoi dolci ricordi d’infanzia. Riusciva a recuperare, l’affetto intendo,
con lunghe passeggiate silenziose che a me apparivano mete graduali per
arrivare all’amore totale. Solo per me. Così non era, ma ricordo la sua gioia quando capiva che lo ascoltavo fremente la sera sotto le coperte: racconti tragici o comici, di paura o
realmente accaduti. Storie. Mio padre era semi-analfabeta, ma leggeva tutte le
riviste accumulatesi durante l’inverno, che mia zia da Roma portava al paese.
Tutte. E le rileggeva pure; avesse avuto dei genitori sensibili almeno la
“Domenica del corriere” gliel’avrebbero comprata. Invece, solo fatiche di mare.
Io leggo, da sempre, anche se a scuola in italiano avevo al massimo cinque. E
la grammatica sta a me come la legalità sta a Berlusconi. Mio padre non mi seguiva coi compiti, gli interessi o gli stimoli che gravitavano intono a me, e
io, spero, invece di farlo coi miei figli. Ma è un altro discorso, un’altra
epoca, altri figli. Inutile leggere la storia come se fosse una strada lineare
e priva di buche…Quest’articolo mi sta facendo riflettere molto e quasi
spaventando dal piacere. Ma cosa scrivi? Cosa stai aspettando?
Lasciarmi andare verso strade già calpestate e
lo stesso amare la vita come un topo ama rosicchiare la guaina isolante del tetto.
Qualcosa dentro ci sarà, allora rosicchiamo il più possibile e facciamo tanto fracasso ché tanto
una trappola prima o poi ce la becchiamo pure noi.
Cala il gelo quando diciamo chi
siamo. Io col mio inadeguato e barcollante stare al mondo e tu, sereno, col tuo
attaccamento agli affari che contano. Ma tu sei buono, lo so, e ti voglio bene,
lo sai, ma questa fratellanza non può più durare in questa fetta di storia di
abbondanza maledetta che stiamo vivendo. A me tocca di continuare a starmene
tra le pieghe sentimentali dei giorni e a te in quelle che condizionano la
realtà, e che decidono, e che armano i nostri giorni futuri. Il presente ci
rende uguali, fratelli, ma non lo siamo. Ammettiamolo! cazzo, ammettiamolo. In
questi anni mi sono fatto pressare dai sensi di colpa di una famiglia fragile,
e così lo Stato, il sistema, e alcune decine di cooperative sociali, mi hanno
lasciato espiare tenendo a bada delinquenti e adorabili pazzi. A volte anche bimbi
molto più sfortunati di noi, oltre alla indefessa assistenza di anime sensibili
in preda a crolli ciclici. Pensavo di essere forte e unico, nel mio settore e
tra gli amici. All’improvviso un vento glaciale ha spettinato tutte le mie
velleità, e sono rimasto seduto ore e ore sul gradino di marmo: fuori il grigio
mangiava il blu, e gli uccellini anticipavano la migrazione esotica.
Ci sono stati giorni di sbandate
emotive fatte di conati e arrabbiature. Qualcuno mi ha abbracciato e altri
scacciato con eleganza contemporanea: vai dallo psicologo! E ci sono andato, e
ora sono tornato nel traffico delle parole, soldi, amici, vino e votiamo
Vendola, così giochiamo bene il nostro ruolo di guardiani del giusto. Bah,
intanto oggi mi sono visto un film che mi ha schiaffato in faccia la realtà che
ci giostra da anni da renderci quasi tutti piccoli piccoli ogni mattino, sotto
pensiline minuscole e la pioggia a vento che ci inzuppa; e noi subito a
scriverci poesie su, per far arrivare il bus in ritardo, che si sa che il
romanticismo rallenta ogni movimento. Ci resta il piacere dei corpi freschi che
ancora sentiamo addosso, e tanta legna da ardere per stordire dentro serate
ventilate nelle nostre strette e immense case.
Venendo a scrivere al piccì mi sono
staccato dagli affetti, credo che ogni vera scelta debba seguire quest’andamento
rinunciatario. Ecco, io non cambierò mai. E vincerò lo stesso. Scrivendo di me
e di te, che siamo stati belli anche senza trucchi.
Oggi ho visto un manifesto che
pubblicizzava un evento letterario. Dichiarava che si trattava di letteratura
libertaria, ribelle o giù di lì. C’era scritto di editori precari e anche
scrittori precari, e poi una serie di figure precarie o ribelli o clandestine.
Slogan. Solo slogan. Fino all’altro ieri anch’io campavo di slogan, i miei manifesti
erano le parole prese a prestito da situazioni gonfiate già da altri. Dagli
anni settanta fino all’altro ieri. Sono stufo. Sono sereno. Perché ho scelto di
parlare con i miei piedi, e di raccontare con le mie debolezze. So di poter far
meglio ma anche di non fare nulla. Avrei dovuto strappare quel manifesto pieno
di slogan, ma perché? In fondo non m’interessa contrastare qualcuno o qualcosa,
vorrei soltanto affermare il mio mondo, il mio limite verde.
L’altra sera ho assistito a un
concerto di un gruppo che fa musica gradevole, con impegno e stile. Eravamo una
ventina a sentirli eppure oggi penso commosso alla loro gentilezza e al loro
furgone pieno di strumenti e ambizioni. Giusto che sia così altrimenti perché
non cantare soltanto per la propria fidanzata?
L’altra mattina ho coordinato un
gruppo di papà coi loro bimbi, credo sia stato un momento di serenità per me e
per le loro storie acerbe. Ci sporcavamo le mani assieme senza conoscere i
nostri segreti intimi, e con essi le nostre ambizioni, le nostre fughe da
vicoli stretti. Vedere una collaborazione viva tra i bimbi e i papà e tra bimbi
e bimbi, e tra me e tutti loro, in una stanza di luce obliqua che metteva in
rilievo le forme appena realizzate, be’, tutta questa mescolanza umana mi ha
proiettato fuori dall’incubo durato vent’anni. Il piano è resistere, dice il
cantante.
Tonino scende di corsa le scale del
policlinico. Una volta all’uscita si ferma e guarda il grande piazzale del
parcheggio. Sembra ghiacciato d’auto. Minuscole persone che staccano dal turno
anch’esse. Il gabbiotto del parcheggiatore è buio, si riconosce per abitudine d’orizzonte.
Il tondo fascio dei lampioni gialli non arriva a coprire l’enorme lago
ghiacciato. Qua e là ciuffi d’erba sopravvissuti al calpestio pensieroso dei
visitatori ansiosi di arrivare il prima possibile dallo specialista, o dal
parente ricoverato. Il rumore di tazzine scaraventate con stile da baristi
scalmanati è solo ricordo di giorno, niente, ora c’è soltanto il lago
ghiacciato.
“Pronto, dimmi!”
“Ciao Grazia, niente, sto in rosticceria
e volevo chiederti se ti va di mangiare con me il pollo alla diavola”.
“ Ti ricordo che non viviamo più
assieme da mesi, sei un po’ distratto…”.
“ Già, ma avevo voglia di divorare il
pollo con te”.
“ Senti finiamola qui prima di sprecare
venti euro di telefonata per niente”.
Stasera la città è vuota di partita
di calcio e il percorso lavoro-casa si accorcia, la mancanza di code gli fa
balenare nella mente la possibilità di telefonare a Sara, dopo il categorico e
scontato rifiuto di Grazia. A Sara piace ricevere telefonate la sera,
all’improvviso, e risponde sempre come se fosse la CHIAMATA. Mentre tentenna
prima di chiamarla sfoglia la posta della pubblicità della cassetta condominiale.
Viaggi fantastici e pizze consegnate a domicilio con soltanto quattro euro, con
la birra in omaggio, se prendi pure il supplì. Di fronte la vetrata sporca da
lavori in corso interrompe la trasparenza. Fuori, nel piazzaletto mattonato
marrone si vedono piante solite da condominio, almeno romano, almeno urbano.
Dentro all’atrio parte la telefonata. Interrotta un attimo dopo dal segnale
tutu tutu. Allora sale i due piani fino a casa lentamente. Forse sta
trascorrendo lo stesso tempo che c’impiega solitamente Sara nel baciarlo, poco
prima che gli sbottona i pantaloni, quel lungo bacio dove passano milioni d’intenzioni,
sogni e aspettative di fine settimana di vita. Una volta Sara ha pianto dopo
quel bacio. Voleva spiegargli con parole miste a lacrime la sua condizione di
ragazza trentenne laureata, sottopagata, e con una credenza piena di carciofi e
melanzane sottolio, scamorze e soppressate. Da mangiare nelle serate fredde, da
sola, perché con quella con cui divide la casa proprio non le va di dividere
pure il cibo tribale che sua madre le invia ogni mese. Allora mentre piagnucola
si mette a raccontare di quel ragazzo del suo paese che la tormenta per tutto il
mese d’agosto, a cui non ha dato nemmeno un quarto del bacio che da solitamente
a lui, ma che, lo stesso, insiste peggio di un operatore di sky per quei cazzo
di abbonamenti. Ti piace il calcio? E i film? Ma va va, questo Sara lo dice
proprio mentre sta passando il guado lagnoso per approdare alla cintura di
Tonino, slacciandogliela anche stavolta. Subito dopo si disperdono in una
nuvola rossa il ragazzo opprimente del sud, la rompipalle di sky e tutte le
pieghe tossiche del giorno. Tonino con una smorfia testimonia il passaggio
della nuvola e accetta sereno il rimedio.
“Sara cara, come stai?”
“ Benone! E tu, cucciolo mio, come
va? Non ti sento mica sereno, come mai?”
“ Niente, solo stanco di una giornataccia
di lavoro…ma cosa fai, ora, che fai?”
“ Sto andando al cinema, vieni pure
tu, dài”.
“ Al cinema? No, no, mangio qualcosa
e vado a dormire. Grazie però”.
“ Vabbè non insisto, perché tu sei proprio
un capoccione. Un bacio”.
Sbatte la porta sovrappensiero. Ma il
rumore lo scuote lo stesso e gli indica il tormento da seguire. Così si siede
davanti al portatile e comincia a scrivere.
Stavo nel salone dell’ostello. Come spesso accade in questi luoghi
s’incontrano persone, quindi spensierati si chiacchiera fino tarda sera. Stavo
lì con Grazia, e anche lei come me era affamata e curiosa di persone da
conoscere. C’era un ragazzo. Del sud. Pareva un po’ ubriaco. Diceva cose
sconnesse e s’intuiva una rabbia mista a rancore per alcuni parenti di giù. Non
era tutto chiaro. In questi casi capita che uno diventa personaggio per quella
serata e si prende tutta la scena.
Questo ragazzo lo aveva fatto con un po’ di aggressività. Scherzavamo cercando
di abbassargli d’istinto l’aggressività, ridendo delle sue lugubri battute.
Almeno ci abbiamo provato. A un certo punto questo ragazzo alza il tono della
voce e fa vedere la pistola che ha con sé. Dice che deve ammazzare un parente.
Tutti restano col fiato strozzato in gola. Nessuno parla più. Dopo dieci minuti
mi ritrovo in bagno e vedo questo ragazzo e la sua pistola in evidenza. Ho
paura, per la prima volta ho paura davvero della morte. Di quella improvvisa.
Quei cinque minuti in bagno assieme a quel ragazzo con la pistola sono stati
tremendi. Perché quel ragazzo cominciava a delirare contro gli ospiti dell’ostello
e maneggiava la pistola come fosse una compagna perversa con cui fare cose
strane. Una volta nella stanza, nel mio posto a piano terra del letto a
castello, mi sono messo ad ascoltare i discorsi di politica che gli altri due
dei piani alti stavano facendo. Il craxismo e le sue schifezze era il tema,
tenerezze al confronto del pistolero pazzo in bagno. Quella paura per una morte
casuale, violenta e improvvisa ancora oggi è viva nella mia mente. E anche oggi
voglio scacciarla, stavolta al posto di Craxi c’è Sara. Anche se lei ora sta
comoda al cinema e io qua mi slaccio i pantaloni da solo.
Le ossa del pollo formano un quadro
astratto, tipo cubista. La faccia di Tonino un po’ espressionista riflette nel
piatto cubista e si pietrifica. Fuori le macchine si rincorrono dopo la
partita. I vicini vedono un film porno a tutto volume. Il cinema dove siede
Sara è mezzo vuoto. Tonino forse pensa a Grazia, alla sua irriducibile volontà
di abbandonarlo ogni giorno, dopo ogni telefonata. Anche in quelle serate
mondane dove s’incontrano da amici, pure col sorriso leggero riesce a
trasmettergli una chiusura ermetica al suo cuore. Grazia non è cattiva, solo
delusa. Poteva aspettarsi di tutto da lui, in fondo quando l’ha scelto era così
strambo nelle sue manie. No, l’ha abbandonato alle sue manie per il fatto che
non aveva più voglia di stare con uno che si era rassegnato a fare il
portantino, assunto tra l’altro da una cooperativa, quindi sottopagato, pur di
non insistere con l’università, la scrittura e un mondo di intellettuali
brillanti. Loro in fondo ne facevano ancora parte di questo mondo, ma solo a
sprazzi, come outsider senza portare nulla di originale in quei sabati sera di
vino e risate. A lei questo pareva assurdo. Infatti, sforzandosi come una
ribelle marxista degli anni venti, si era iscritta all’università e dava esami
tra turni massacranti allo sportello reclami dell’agenzia delle entrate. Un
lavoro fatto di pazienza e strategia, altro che statali imboscati, qui si salva
il paese dalle insurrezioni quotidiane! Così raccontava agli amici quella sera,
e mentre lo faceva provava quel gusto di donna impegnata che le ricordava certe
donne degli anni settanta che rigorose e belle rappresentavano un cambiamento
possibile.
Intanto Tonino contava gli ossicini del pollo
grattandosi il capo lentamente.
La strada lampeggia insegne e il
vento anima il silenzio, Sara si è fatta accompagnare a casa di tonino. Citofona.
“Posso salire cucciolo?”
Il pantalone a terra forma una V e
dirige lo sguardo verso i suoi piedi minuti. Le unghie viola sembrano morte e
le caviglie mostrano una tensione appena vinta. Tonino osserva il corpo
rannicchiato di Sara rimbalzando di tanto in tanto lo sguardo verso il soffitto,
come un flipper impazzito dove non si vince mai. Di scatto, dopo averle
studiato ogni venatura e ogni piega della carne, le accarezza la nuca
ripetendo, anche se con un ritmo più lento, gli stessi movimenti del pompino
appena ricevuto. Subito dopo Sara si è addormenta di colpo, succede che si
addormenti sopra la sua pancia dopo l’intimità di quei momenti. L’aria della
stanza è umida e fa pensare alle lagune con quei rospi sazi a fare da guardia
al buio lungo la riva sabbiosa. Dopo averla accarezzata, va allo scrittoio e
comincia a scrivere nervosamente.
Quella volta della paura per la morte improvvisa in effetti è stato solo
una prova, per i miei nervi, la mia sensibilità. Avevo bisogno di capire dove
stava riposto quel buco nero, quello della memoria sporca di esperienze da
custodire al riparo da tutti. Quello delle botte prese dai parenti. Quello
delle violenze subite, viste, nei racconti e dal vero. Più dai racconti, certo;
anche se ricordo bene quella volta che abbiamo prelevato una donna dalla sua
casa, alle due di notte, per portarla sulla spiaggia e dove alcuni di noi
l’hanno palpeggiata pesantemente, anche se lei era consenziente già dall’uscio
di casa, risultava comunque una scena insopportabile; di certo non era del
tutto consenziente la mia coscienza che si è messa a urlare agli altri di farla
finita, visto che quella signora era anche un po’ ritardata, e anche madre, con
una sua vita normale di paese. (Maledizione! Ma chi frequenti?) Ma ormai era
tardi e alcuni amici con quel nostro accento siciliano marcato stavano già
volgarizzando di più la scena, con parole sconce che provocavano risate e cazzi
dritti al resto della banda. Quella notte ho deciso di fuggire via da Milazzo,
e ho percorso con la mente tutte le schifezze vissute a cui non avevo dato un
peso fino ad allora. Certi ambienti sono vigliacchi già dalla nascita, e non
lasciano spazio alle cose belle da immaginare. Solo schifezze e violenze. L’Espressonotte
che mi ha condotto a Roma era pieno di questi attori schifosi, con quella loro puzza
di piedi che prendeva alla gola. Fanculo, dormo nel corridoio.
Il primo autobus del mattino fa la
sua curva con la solita scioltezza. Il bar è già aperto, e il via vai rende la
strada viva e densa di attese. Ognuno di loro si aspetta qualcosa. Quella donna
con il vestito nero oggi ha un colloquio di lavoro importante. Il signore con
il giubbotto di pelle e il casco che gli pende dalla mano, sta immaginando come
sarà la ragazza conosciuta su Facebook, cui offrirà un cappuccino al miglior
bar del quartiere. Quel ragazzo con i capelli biondi accelera per non perdere
il treno, quello che lo porterà all’ingresso del liceo, e infine, tra le
braccia di Cristiano, che non lo sa ancora nessuno, ma già è diventata una cosa
importante.
Tonino rientra nel salotto
stringendosi le braccia. Osserva lo sguardo infantile di Sara mentre va verso
la cucina. Il primo caffè va bevuto da solo.
Ieri avevo una febbre di quelle
sotterranee, che minano l’umore e le gambe. Allora pensavo male di certi amici
e di alcuni parenti, capita a volte di odiare col gusto di farlo e anche bene,
se è il caso. Mi erano arrivate pure otto mail d’interesse, dirette a me.
Niente, sentivo la vecchiaia che bussava alle mie ossa. Non voglio arrivare
alla vecchiaia, pensavo. Poi oggi mi sveglio e penso a mio zio di novantadue
anni che ancora urla alla moglie e la venera nemmeno fosse una madonna. E
vederlo aggrapparsi ai gradoni di pietra lavica, alti quaranta centimetri,
questa estate, mi era apparso come un’epoca che dava un ultimatum alla nostra
tarda giovinezza annoiata. Lui, che ha salvato il corpo morto della principessa
Mafalda, in Germania, appena scappato dal campo di concentramento nazista, e noi
che al massimo abbiamo occupato l’istituto di Ragioneria negli anni del
craxismo, e sembravamo pure dei sandinisti l’indomani, con tutte quelle ragazzette
che ci adoravano mute e noi che le evitavamo con gli occhi assonnati di gloria.
Bah, domani non voglio aggregarmi al gregge urlante di rutti e rancore, no, ma
almeno sbattermi ancora per un ardore moderno sì. Magari usare la chiarezza del linguaggio come battaglia per una nuova generazione di persone. Oppure
commuovermi sempre di più quando vedo mio figlio e gli altri piccoletti che
corrono dietro a un pallone da pallacanestro. Ecco, il coraggio della
commozione nell’era del digitale. Mescolo queste due cose e divento bello
mentre cammino per le piazze senza abbassare lo sguardo, con qualche residuo
salutare di sensi di colpa nelle tasche. Che non si sa mai, qui la domenica
sembrano tutti purificati, e a me della purezza non m’importa più ché aspetto
solo le giuste parole. Forse sarebbero utili per le vostre orecchie sporche, o
per colorare i vostri vestiti griffati, e magari per molestare nella notte la vostra
spocchia che sta oramai al posto delle ginocchia, scorticate di strade sterrate
negli anni settanta. Del tempo puro, che non c’è più come non c’è più Marco l’amico mio.
Per convivere al meglio in questi
anni violenti di pace.
L’altra sera mi sono innamorato di
una poesia e allora ho provato, per l’ennesima volta, di capirci qualcosa in
fatto di metriche o giù di lì. Un caos di endecasillabi a maiori e a minore, e poi quelle
classificazioni infinite che ti fanno passare la voglia di seguire i poeti. In fondo
non è del tutto vero, quindi, caro T., pure se non ho fatto il liceo e capisco
poco di grammatiche e metriche, lasciami godere di certe parole raggruppate con
grazia e stile, come una casuale bellezza ammirata di sfuggita alla
fermata del tram. Tanto alla fine della corsa il caos inghiotte me te e tutta
la tribù analfabeta senza meta.
Questo pezzo mi piace come mi sta piacendo questo autore. Se qualcuno trova l'originale in giro, anche musicassetta, mi faccia un fischio. Ci conto.
Avessi studiato da giovane quand'ero pazzo di me. Non avessi sciupato il tempo non so nemmeno perché. Non avessi creduto nel mondo.
Me lo disse una donna spettro a Milano nel Quarantatrè mentre bruciavano le strade il fumo faceva tossire e per quello che non si vedrà si cominciava a morire.
Una donna terribile come una Furia "Bada" mi disse "tu credi troppo al domani". Ma troppo parevano belle le ragazze, le vive mani sul nero delle rivoltelle i pianti la libertà.
Oggi sarei come il buon Cases come Folena, come Caretti che conoscono i doveri, ordinari, autori seri cui si schiudono i libretti degli esami nei bui chiostri delle dolci università.
Avessi studiato da giovane. Non sapessi la verità.
Poi raccogli le olive e sei contento.
Stanco certo, ma pure soddisfatto. Sono anni che faccio il contadino per finta.
Non so riconoscere le più comuni malattie dell’olivo, né il tipo d’oliva che
raccolgo; frantoio, itrana, bah, sfumature grigioverdi e poco più. Non me ne
fotte di diventare un bravo olivicoltore, neppure di fare il contadino quasi
vero. No, sono retaggi romantici che mi hanno riempito il cervello da ragazzo,
oggi voglio imparare l’Infinito a memoria, che dovrei già sapere, infatti, lo
so, ve la dico? Ma no, vi dico che adoro certi ritmi che vivo tra gli alberi,
cani, gatti e foglie dure. Acqua lete come se fosse vino, e birretta che sposa
il panino con mortadella e melanzane sottolio come ricompensa maschile. Ogni
tanto giochiamo a fare i contadini tipici, e l’erba alta intorno si fa una
risata frusciosa. I rovi brindano al pericolo decespugliatore scampato, anche
oggi come ieri le serpi neanche si nascondono. Sopra un cielo macchiato di
nuvolette isolate. E le barzellette tra cesoie e rastrelli. Risate tra rami e
cassette. Ricordi che si stendono accanto alle reti, che mi ricordano i pesci
argento e neri che saltavano in spiaggia nell’ottantatre. Mio padre se ne sta
in una scatola argento tra nonni antenati e fiori finto fresco. E le guance tue
sono rosa, e sento scorrere il tuo sangue accanto al ruscello esangue. Vi
abbraccio e parlo come un forsennato, parlo e ti accarezzo come un pazzo.
Sento un odore di silenzio senza
lamento. E dei seni che aspettano bocche e delle mani che cercano confini di
carne da contenere. Per non scappare più e aspettare una telefonata o una mail,
avvolte a pensieri d’affetto.
A me certi cattocomunisti stanno
proprio antipatici. Nel profondo, dico. Ma non voglio scrivere di loro, no,
troppo facile sarebbe oggi, con le nuvole grigie piene d’acqua sulla mia testa.
Doveva essere giornata d’olive e reti, panini da addentare sotto gli alberi
verdi. E invece. “Il Bidone”, di Fellini, mi ha addolorato e reso solo. Neanche
la dolcezza di mia moglie bastava, né i saltelli di mio figlio o lo splendido
testo di quell’altro grande, su Formia, la casetta e tutti gli affetti di
questi anni. Che per me sono diventati anche di formazione montessoriana, di
lotte brutali contro il potere, vero o immaginario. Di solitudine barattata su
twitter, e questo blog. Che serve a me, non di certo al mio dolore. Di Fellini
voglio ancora vedere tutti i suoi film, anche quelli meno riusciti, ché là forse
si coglie il limite e quindi la bellezza dell’artista. Come per certe canzoni
che avresti voglia di aggiustare, se solo fossi tu l’autore, ma perché? In
fondo ai bordi delle strade i sassi coprono i fiori ma te li lascia sempre immaginare.
Io immagino voi davanti a queste parole inodori e provo un brivido per voi. Di
me, che fino all’altro ieri ero semianalfabeta e oggi volo di parole e
coraggio, beh, domani ci darò un taglio. E ricomincio con la formazione
montessoriana, per berla, sgasata da ogni facile esaltazione, così come si
beve l’acqua alle fontanelle di città afose. Ricominciare a pensare in piccolo,
e nel farlo aspettare il mattino con le sue colorate misurazioni. Acciuffare la
mia sensibilità ragionevole. Riscrivere meglio.
Autonomia-libertà-condivisione, per
me queste tre parole legate mostrano un manifesto programmatico da attaccare a
ogni angolo del mondo. Ai bambini non lo dite, ma creategli le condizioni per
vivere di poco e sognare tutto il resto.
Queste parole amare di dieci minuti
fa mi sono uscite fuori come ieri sbucavano improvvise le teste delle persone al
passaggio dei bambini, con i loro ”dolcetti o scherzetti”; erano teste
sorridenti di spavento, che alle loro spalle lasciavano intravedere il set della
loro storia fatta di salotto comune dalle pareti sgargianti e sgombre di
presente. A me le loro caramelle sembrano scadute da un pezzo, tenute apposta nel
cassetto per illudere anche quest’anno quei bimbi eccitati sull’uscio. Vi perdono,
perché oggi non voglio odiare nessuno. E illudermi ancora.
L’altra sera mentre guardo lo “Spazio bianco” in tv mi è venuto in mente un altro racconto di Valeria Parrella, Behave, letto un anno fa. Il collegamento
forse sta nella disabilità subita dai protagonisti; la disabilità che per i più
è fonte di pietà, simpatia, diffidenza, ma, per un genitore che la subisce è
senz’altro e soprattutto dolore amaro. Da quella condizione emotiva in giù poi
ci sono tante altre cose intense, chiaramente. Come ci sono questi due genitori
innamorati, due persone che riescono a stare in silenzio per ore perché si
fidano uno dell’altro, insomma, una coppia che con il loro affetto discreto mi
ha commosso attraverso gesti consapevoli, parole tenere e un attenzione
ammirevole per il figlio un po’ storto.
Colpisce e non va più via lo sguardo del padre che osserva il figlio mentre attende
di sedersi al Behave, dove fa la pausa pranzo tutti i giorni, e attende con la
bocca aperta e non risponde alle domande degli altri avventori, i quali lo
scavalcano o deridono, e penso che questo sguardo sia di un padre che sa
ascoltare (vedere) il proprio figlio in difficoltà, senza intervenire
immediatamente. È un tipo di difficoltà legata ai ritmi, alle abitudini e
pensieri di una persona non comune, unica, che lascia perplessi gli altri, ma
non il padre, che, ascoltando la voce interiorizzata della moglie, lascia che
il figlio utilizzi il suo tempo come meglio creda.
Il personaggio che ci narra la storia
non prova rimorsi o rancori, a parte un po’ con Dio ogni tanto, ma vive, e qui
la Parrella secondo me dipinge benissimo il carattere, l’esperienza della
disabilità a modo suo, in equilibrio tra affetto e dolore, senza cadere o
scappare; ci racconta il suo affetto attraverso uno sguardo lucido venato di
simpatia che poi culmina nel dialogo tra i due all’interno del pub Behave, che
dà il titolo al racconto.
Nel mezzo della storia c’è la morte
della moglie, che sta nel mezzo solo nel filo narrativo, poiché la morte c’è già
stata e probabilmente ha contribuito a rendere la narrazione a tratti malinconica,
e non per questo pregiudica quella dignità che dà il ritmo alla storia. A un
certo punto il suo sguardo obliquo si sposta sulla città che si sta trasformando
mangiandosi il passato, e questo gli procura un po’ di scoramento che poi
diventa una stoccata un po’ nostalgica contro la modernità, gli architetti e
giù di lì. sullo sfondo la Liverpool che non cè più. Il figlio risponde con un atteggiamento fresco di persona attaccata
alla vita, quindi pronta al cambiamento. Credo sia la miglior risposta che un
genitore possa aspettarsi da un figlio che cresce, nonostante gli inciampi, e vede solo verde davanti a sé. Poi c’è la sua
capacità di fiutare chi è vivo o chi è morto, osservando le persone che
transitano davanti alla panchina, dove sosta assieme al suo amico, appare un
tentativo di considerare l’umanità in base a quello che fa, e non a quello che
pensa o dichiara. O cerca di mostrare goffamente. Le sue lapidarie valutazioni
sono una sorta di lotta contro il conformismo e l’ipocrisia, la stessa che ci
ammazza in certe serate, e in certi ambienti che subiamo.
Infine narra di una stretta al
braccio atrofizzato di un africano assiderato nel canale di Sicilia, che arriva
come un pensiero sempre evitato. Come la morte, come la vita per quello che è per
davvero, che il dialogare tra il padre e il figlio ci trasmette nell’ultima
immagine del racconto.
Per due anni di fila ho vestito di nero.
Facevo il dark. Non so quando ho cominciato, di fatto, una mattina x mi sono
vestito di nero e dopo circa due anni ho smesso. Quasi in contemporanea con la
fine della frequentazione di L., il mio migliore amico d’allora, a cui mi
ispiravo nel vestire di nero. Per lui era facile, quasi naturale, visto che la
sorella, fan dei Depeche mode, si vestiva di nero già da qualche tempo. L.
aveva pure la macchina nera, inclusi gli interni, io solo la dyane beige. Era
bello quel clima darkettone, dove gli altri ti invidiavano ammirandoti e tu,
noi, non ci filavamo nessuno. Chiusi in macchina ad ascoltare i Cure. Poi il
mercoledì ci si sperperava parte dello stipendio da camerieri in certi negozi
di Roma, tipo Bacillario o i Cantieri del nord. Il resto si spendeva nei locali
a Trastevere o giù di lì. Partivamo in tarda mattinata e, una volta all’Eur,
già sentivamo quell’eccitazione fatta di localetti da godere e spaghetti da
addentare. Poi al ritorno la pontina era lunghissima e senza luci né bar. Un
tunnel di pensieri e progetti. In fondo mi aspettava un letto di formica beige,
come la Dyane, come il frappé alla banana del pomeriggio: beige ero diventato
pure io senza mete né amore.
Un giorno L., dopo il viaggio
interrail a Stoccolma e Londra, e dopo aver commentato con gli amici che poi ‘ste bionde mica stavano ad
aspettare noi, insomma dopo quelle ammissioni di essere poco latini e
parecchio timidi, qualcosa è cambiato. Ho ricominciato a mettere vestiario
colorato, e intanto avevo portato allo scasso la Dyane beige. L’amore
s’intravedeva nei bar o a capodanno, e io lasciavo fermentare il mosto bene
bene. Ché a me l’amore piace forte e denso. A L. non ho mai chiesto come gli piaceva
l’amore, e neppure se i Cure, visti al palaeur vestiti tutti di bianco, gli
piacevano di più dei Depeche mode? A me sì, senza dubbio.
Stasera vorrei vestirmi di nero e
andare in qualche locale ad ascoltare gruppetti sopravvissuti agli anni zero e a
certa memoria che trita tutto ciò che non è più di moda. Maledette le mode che
durano l’arco di un amore o del possesso di una Dyane, di un’amicizia. Vabbè,
sabato ci sono ancora una volta i Diaframma a Roma e posso andarci; loro
suonano da una vita e navigano attraversando ogni moda degli ultimi decenni. Ecco, uno
come Fiumani saprebbe spiegarmi qual è il segreto di resistere e durare più di
una dyane, più di una passione esplosa senza cocci da raccogliere. Senza amici
da abbracciare. Chissà, forse glielo chiedo.
Amo il venerdì sera perché
scaccia le nuvole nere e le angosce dei cinque giorni precedenti. Poi se ti
arriva lo stipendio due giorni d’anticipo allora scappi alla coop a riempire il
carrello come se fosse l’ultima spesa che hai a disposizione. Prendi il pollo
allo spiedo che mette sempre allegria. Il banconista ride e sembra un gallo. I
bambini corrono lungo i larghi corridoi semivuoti e a tratti, quando urlano per
farsi vedere, sembra di stare dentro a uno Shining di provincia. Papà mi prendi fifa ’12? No, a Natale.
Dopo cinque minuti: mamma mi ha detto di
sì, prendo quello usato a dieci euro. Certo, caro figlio mio, visto che lo
stipendio in anticipo è contagioso e scaccia le nuvole nere di tutti, in fondo.
Alla cassa siamo rimasti un quarto d’ora col rullo in azione, ci mancava poco
che la commessa ci chiedesse un invito a cena. Il pollo e lo stinco si
agitavano tra detersivi e merendine. Il vino rosso di traverso tranquillizzava
tutti gli altri prodotti inquieti. Nessuno di questi pazienti prodotti ancora non sapeva in
quale casa sarebbero finiti. A me i prodotti nei centri commerciali sembrano
tutti vivi e pensanti. Me li immagino di notte, in quell’ultima notte che passano assieme
sopra a quei scaffali bui, a raccontarsi come sono finiti là, e sperare di
ritrovarsi magari in qualche casa. Nella stessa credenza. Ascoltare le voci di
quella casa e assaporarne il clima e quei lunghi silenzi che certe case
contemporanee sanno mantenere. A volte scadono i prodotti, e se ne stanno là,
in pace, oltre ogni possibile casualità, dentro stipi chiusi. La sera alle
quiete cene sopraggiungono urla e silenzi imbarazzanti fatti di pizze prese
all’ultimo minuto. Così loro restano ancora qualche giorno, fino a quando a Lei
non viene voglia di ricominciare a sperare. Allora fa fuori il passato e la
polvere. E tutti loro.
Adesso lo scontrino più
lungo della storia della mia famiglia se ne sta tra due calamite sul
frigorifero. Un miracolo. Fino a stamattina scroccavo caffè a lavoro con la
scusa che non avevo spicci. E facevo pure le mosse. Mi devo vergognare? E
perché? Sto raccontando il quotidiano, e di certo non come fa solitamente la televisione, con le
sue morbosità che prendono forma di tette e di facce truccate male. Per
esempio, del caso mediatico del bambino conteso a Cittadella, a me non importa
più nulla. M’importa forse della sofferenza che smagrirà ancora di più la storia di quel bambino,
ma non voglio ascoltare le urla strumentali di parenti per gli occhi di quei telespettatori vari, che così riempiono le flaccidi menti di questo dolore di seconda mano; e mentre lo fanno si sistemano quelle penose
pettinature lucenti. Andate al diavolo insieme alle vostre misere concessioni
in fatto di diritti e dignità.
Restano le belle canzoni,
le telefonate d’affetto e il grappino che sta ingrossando il mio fegato con
passione. E i suoni, quelli del venerdì sera che promettono bonaccia appena
fuori dalla porta. Neppure un rospo sull’uscio.
Ecco mani nervose che muovono aria
viziata, e tutte le voci delle donne che fanno un coro immenso. Cammina veloce
senza badare alla voce, e le mattonelle sono sorelle, di una storia urlata
nelle notti d’agosto. C’era quella bimba che lo voleva sposare e lo cercava
tutte le sere. A lui piaceva il vento che si alimentava tra le sue parole
sussurrate e i suoi occhi spalancati. Tra balcone e balcone, cinque metri di
ponte tibetano invisibile, da dove passava tutta la timidezza spinta da quella
sua ebbrezza. Un vortice fresco di cui oggi sente una tremenda nostalgia.
Questa bimba giocava alla moglie e
vestiva come quelle bambole in spaccata sui lettoni dei nonni. Sbuffava per
farsi notare, cadeva per farsi prendere. Niente, lui teneva tra le mani solo
figurine: “Zoff non esce mai”. Soffriva. Zoff era davvero inafferrabile. La
bimba cantava la canzone di Modugno che sentiva cantare alla madre mentre
lavava i piatti, con tutto l’odore dei broccoletti che pesava nell’aria.
“Mamma, mi porti giù?”
Nel budello di cortile faceva freddo
d’inverno con tutto quel mare che smuoveva l’umido, e pioveva poco. Le sparute
macchine chissà quali corpi di donne maltrattate obbligavano a viaggiare. Senza
stelle certi paesi restano oscuri. La bimba pensava a quegli odori, e sentiva
quelle urla strozzate. I nonni ancora non erano rientrati. Le tende immobili
spegnavano le speranze, di supereroi pronti a intervenire. Nessuno. Neppure zio
Mimmo, ché stava sempre imbarcato su navi gigantesche piene di petrolio nella
pancia. Insieme al cugino Alfredo nel pomeriggio aveva visto il capodoglio sdraiato
sulla banchina, morto, accerchiato da uomini vigliacchi: lo sapesse Achab, sai
che calci con quella sua gamba d’avorio. Invece silenzio, in paese deve
scendere il silenzio, altrimenti diventa città. La bimba, con gli occhi tutti
rossi e quelle guance graffiate dalle proprie unghie, voleva, in quella serata
pungente, soltanto che quel bambino coi capelli neri spettinati le dicesse
ciao.
Negli ultimi mesi mi hanno definito: ossessionato, strano, attore, immischiato, almeno quello che mi hanno detto in faccia. Potrei scriverci su un post o farmici un toast, senz'altro pensare a come non pensarci. Questo il reale problema: infilarsi tra le etichette messe a mo' di torero e scappare a polmoni aperti verso stradine sconosciute, dove incrociare persone adorabili di solitudini e pensieri. Intanto fuggo al Maxxi, almeno là le etichette sono contemporanee, per niente retoriche o di seconda mano. Azzardiamoci un presente all'altezza dei nostri desideri, no?
Poi vorrei capire come sia capitato quello che, scrivendo nel motore di ricerca google scopa mia moglie blog spot, ne sia uscito fuori il mio blog. E io che pensavo di aver trattato benissimo la mia amata moglie. Vatti a fidare degli algoritmi va. Meglio le chiacchiere della comare al vico, ché almeno difettava di fantasia.
Ho appena finito di vedere “La nostra vita” di Luchetti. Il dramma nel film emerge utilizzando la direzione sbagliata
che prende il protagonista – prima operaio edile poi imprenditore in subappalto -
dopo la morte, di parto, della moglie. Un’ostinata volontà di fare un passo
avanti per scacciare il lutto e ripartire dall’illegalità, dai soldi che servono
per continuare a immaginare le vacanze in costa smeralda. Intanto servono a
coprire il vuoto di sentimenti che i figli vivono in quella casa. Poi segue una
narrazione di ruggine e dolore.
Sento cinismo nell’aria stasera. Già al parco,
mentre i miei figli giocavano a pallone insieme a una cricca di ragazzetti
sboccati e pallonari incalliti, mi chiedevo il limite tra le ragazzate e
l’abisso verso l’indifferenza. Li osservavo da lontano, da una panchina di
fronte al tramonto romano, in fondo vedevo pure il cupolone come in un
plastico, e pensavo alla violenza che non vediamo quasi mai ma che percepiamo
quasi sempre. Agli infiniti linciaggi che accadono ogni notte negli angoli. Al
buio. E pure sappiamo, e la coscienza ribolle impaziente come quando l’incubo
si veste di paure d’infanzia, in stanze minuscole di poster e porte chiuse.
Allora vedo questa rabbia che prende
forma di cartacce sparse al parco. Di figli dolci in braccio a madri glaciali. Macchine
lucidate con assassini a bordo. Lampioni spenti uno si e l’altro no. Curve di
erbacce mai tagliate. Una donna africana avanza in compagnia delle sue pesanti buste
della spesa. Del mio silenzio dignitoso contro i sorrisi sperperati in luoghi
sterili.
Le telefonate fatte per noia. Gli sms
sbagliati di tono.
Odiavo l’indifferenza di mio fratello
mentre amavo la tua dolcezza futura.
Tempo fa feci un corso presso una
libreria. Tutti i giovedì per qualche mese. Il conduttore aveva, e credo abbia
ancora, una capacità comunicativa commovente e uno stile asciutto espresso
attraverso una forma diretta, umana. Così riusciva sempre a creare un’atmosfera
serena e, considerandola nel suo complesso, accogliente e stimolante. Volevo
scrivere socratica, ma è inutile
scomodare sempre il passato per valutare il presente, soprattutto quando questo
si mostra originale, e quindi, dovrebbe essere alla ricerca di una propria
identità.
Mi mancano quelle serate di parole
calde e pensieri come eruzioni: spesso si riusciva a condensare in poche frasi
pensieri che altrove magari ci impiegavi tre ore. Questo era frutto non di una
magia, nemmeno di un miracolo, soltanto della capacità di una persona in gamba
che ci immergeva in un contenitore di brodo buono, evocativo e saporito.
Grazie Antonio.
Poi l’anno successivo spinto da una
collega di corso, per ripicche di pizzate non fatte, e altre diavolerie
femminili, che alla fine mi suggerì di fare un altro corso e io ascoltai. Maledetta prima
fase. Ora sarei pronto per la seconda, ma è tardi, caspita è troppo tardi. No?
Oggi leggendo questo pezzo ho avuto la sensazione di continuare il corso, e questo è molto bello.