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venerdì 14 novembre 2014

Cose da tenere

Sto salvando una cartella di mail che ho chiamato Cose da tenere. Ci sono là dentro quattro anni di complimenti, attenzioni, critiche e stupori verso le cose che ho scritto negli ultimi quattro anni, con gioiosa fatica, per scavallare la giovinezza, il passato, con discrezione umana. Negli anni precedenti avevo sempre fatto presagire, sussurrando, o slanciandomi con l’aiuto del vino, della mia volontà di raccontare i sentimenti miei, o quelli altrui all’occorrenza. Ammettevo pure nel frattempo la mia scarsa tenuta tecnica, grammaticale, culturale: così mi sganciavo insicuro da ogni attesa smisurata. Poi aggiungevo altre zavorre tirate fuori col preciso scopo di inciampare da solo, senza il solito sgambetto della vecchia vocina stronza: lascia perdere e pensa a campa’, mi ridacchiava impietosa all’alba. Invece qualcosa poi ho scritto. Siccome mi sento alla fine di questo stato di grazia, di scrivere come se mangiassi o passeggiassi, e siccome sto cambiando gestore telefonico e la casella mail andrebbe persa, così, dall’altro ieri, mi son messo a rileggere tutta ‘sta corrispondenza rimanendo per tutto il tempo sul filo della lacrima, e con il desiderio di rispondere di nuovo ad alcune mail, anche di quattro anni fa. In questo periodo mi prende lo spavento per improvvisa incapacità, crollo definitivo, e prosciugamento creativo. Ma poi che fa? Non si può mica campa’ così una vita.
Potrei consolarmi con le mail di N. o di D. e anche di E. e A. senza scordare S. e V. e altre ancora che mi riempiono il cuore e carezzano la nuca quando sono a terra. Potrei ancora. Perché l’ho fatto davvero in questi anni. Invece di uscire la sera o imparare l’inglese, mi mettevo prima a scrivere per il blog, e, una volta sazio, a salvare o rileggere i complimenti o gli incoraggiamenti. Cari miei, vengo anch’io da deprivazioni più o meno pesanti, ingombranti, che poi col tempo non ho avuto il coraggio di riscattarle più: di troppa sensibilità si impazzisce di rabbia.
Rileggendole mi scatta anche un pensiero: quanta energia ho speso per scrivere? Così finisco col pensare alle notti e ai pomeriggi in cui ho trascurato moglie e figli, o qualche vecchio amico, e perfino quelli nuovi, conosciuti proprio perché scrivo. Anche la voce di mia madre ho un po’ scordato ultimamente, e nelle sue stanze strette rimbomba il suo silenzio.
Insomma mi fermo qui, poiché dopo quello che ho scritto per l’intero mese di agosto, in cui ho ficcato vent’anni di storie verosimili a quelle di decine persone conosciute, amate, temute, adesso mi siedo e aspetto: di rifare altre frittate. Di combinare incontri esplosivi, e ascoltare la sera i miei figli. Scopare la notte. Camminare e camminare. Come ho fatto l’altra sera, che ci siamo ritrovati a partecipare alla fiaccolata per Stefano Cucchi, insieme a tanti altri silenzi come noi, e ho potuto ammirare da vicino gli occhi dignitosi di Ilaria Cucchi, e ascoltare altre voci pari alla sua di coraggio e dolore. In quella piazza ho visto, sentito e strusciato persone, storie, che mi son sempre state vicine e che in questo periodo sto scacciando da me per mancanza d’aria: no, non vi odio più, ma lasciatemi solo e vi saprò dire altre cose interessanti.
Ricomincerò magari domani, intanto scuoto tappeti e lenzuola, non prima di aver conservato tutte le vostre cento dolci mail.

Vorrei scrivere di Pino e della sua improvvisa scomparsa, che per me l’anno scorso era stata una ricomparsa: di ricordi teneri, e parole scolpite durante passeggiate di secoli fa sul Circeo, o in campagna da me. I suoi enormi occhi, e le sue rose al taschino e le sue frasi che tentavano un salto nel blu, sono pietra da lavorare per la mia memoria.

 Ora mi fermo per davvero, e intanto penso a come raccontare meglio di lui e di me, di voi e di noi. Provo a non fermarmi.


venerdì 7 novembre 2014

fa freddo ( pensando a Pino, ovunque sia)

Fa freddo. Le sette del mattino. L’auto parte e mi porta a casa dei miei.
Nel frattempo.
Stringi gli occhi che non è successo niente, quello si è sbagliato, non ti agitare. Magari l’ha sentito appena, senza capirci nulla mi ha subito chiamato. Mo’ richiama. Sì, me lo sento. Mica può succedere oggi, fa troppo freddo. E’ settembre eppure fa freddo. Laggiù il mare è celestino di barche e silenzio. No, non voglio accendere la radio, ché poi se chiama non li sento. Perché chiama ora, che ti credi, e chiama su: ecchecazz! Vado a cento all’ora ma sto fermo, e i semafori li sfioro arancioni, poi abbaglianti, clacson, e mani sempre più piccole che si alzano per maledirmi. No, il pullmino della scolaresca no, non ci voleva; passate bambini belli, su, io non vengo, ché io da oggi non sono più bambino. Ma no, che pensi, che dici davanti a ‘sti tergicristalli che so’ partiti da soli. Mi sa che il braccio appeso sul volante ha schiacciato la leva. Boh! Devo farla vedere ‘sta macchina, l’altro giorno pure le quattro frecce son partite da sole. Ecco, manca poco, due semafori, un bar e l’incrocio dell’ospedale. So’ arrivato, aspettatemi.
Scendo e corro. Arrivo. Mi ricordo, appena vedo il divano con il cuscino sgualcito, e poi la faccia di mia madre che scompare nel collo e le mani di mio fratello che afferrano solo aria, sì, ricordo che ho sentito il suono dell’ambulanza, un secondo fa. Sì, allora è salvo. Invece ci abbracciamo io e mio fratello, l’ultima volta era successo dopo il goal di Hateley nel derby, un secolo fa. Ci abbracciamo, e io ora lo so: è muort’. Stringo anche mia madre, la sua angoscia bianca, e in un attimo tutte le foto della casa diventano bianco e nero.

Risalgo in macchina, e da solo raggiungo l’ospedale. L’atrio ha troppo marmo, e questo è l’ultimo pensiero dell’infanzia. Mi fanno entrare in una stanza enorme divisa a fette: da sipari di stoffa opachi. Sì, è lui. No, non fate l’autopsia. Ciao papà.


giovedì 16 ottobre 2014

Cosa c'è alla fine di una generazione?

Quando ricomincio ad ascoltare i Diaframma vuol dire che qualcosa sta finendo, cambiando, rinascendo. Fiumani è l'aiuto catarsi per me, e interviene, suo malgrado, a determinare miei improvvisi e silenziosi passaggi epocali. Più sembrano che non siano politiche, sociali, morali e bla bla bla, e più le sue canzoni smantellano la mia mente, scuotono le arterie e stabiliscono un nuovo ordine, come direbbe Matteo Nucci. Aiutano a farlo, sia chiaro, il resto dipende da me.
Sì, lo so, sembro puerile, legato a una cultura apparentemente bloccata e viziata dai desideri a buon mercato. Ma cosa ne sai tu di me? mi verrebbe da dire a chi si avventa e sfiora la mia superficie online. Io scavo come un matto ogni giorno per aprire varchi, conoscere la differenza tra un avverbio e una congiunzione; mi sveglio ogni giorno per amare la cultura classica, per scacciare quel po' di ideologico e disumano che mi trascino ancora dietro come coda incendiaria e ridicola: testimonianza di tempo usato e saturo.
Cosa ne sai delle responabilità che allagano la testa e che ti fanno abbracciare di notte i figli, come in una stiva di una nave?
Me la caverò, ce la caveremo, ogni cosa avrà la sua giusta luce di riconoscenza. Intanto il tempo passeggia con me, in queste strade mai viste.



mercoledì 8 ottobre 2014

la spigola e la pausa pranzo

Ieri percorrevo a passo d’uomo la Tiburtina, fino a Tivoli: sul sedile posteriore avevo i fratelli fallimenti di questi anni. Case sgaruppate abitate per necessità. Posti di lavoro come manicomi, e uno per davvero: e io dentro a fare il basagliano con contratto a tempo indeterminato. Dopo i miei subconsci segnali di disobbedienza, che si traducevano in ritardi e malattie, sono stato sbattuto fuori proprio l’ultimo giorno di prova.
Stavo in macchina poco prima di Villa Adriana e sentivo quel puzzo di fogna-travertino e vedevo quel sabbione sporco ai bordi, e pensavo che questo scenario è stato permesso da ogni genere di giunta comunale. Da lì ci passano tutti: magistrati, preti, cittadini attivi e compagnia cantante, eppure, quella sabbia che si deposita ai lati delle cave fa parte del paesaggio, come una brutta abitudine che col tempo sembra faccia meno male. Come buttare le cicche per strada: si è sempre fatto, eh, direbbe il fumatore e qualche mio amico fricchettone. Una manica di abitudinari maschilisti ci governa i giorni, e quelli più velenosi non hanno ancora pieno potere: cialtronano leccando il culo nei corridoi affollati.
Ma lasciali stare, direbbe la vocina stronza. Ma come faccio?
Oggi mi godevo la mia mezz’ora di pausa, al sole d’ottobre, dopo cinque ore di ventisette bimbi negli occhi e nella testa, pianti compresi. Stavo nella piazzetta del quartiere veltroniano dove lavoro: ci abito pure in un quartiere simile, e dio solo sa quante illusioni si stanno sgretolando in quelle aiuole incolte, zeppe di cicche e preservativi, che perimetrano come un’isola viziosa e vuota il quartiere dalla città. Insomma, mi siedo a gambe accavallate sulla panchina di fronte al bar – niente caffè, niente dolcino, 1100 euri sfumano subito – e osservo quelli che prendono il caffè ai tavolini del bar. Focalizzo l’attenzione su due. Uno grosso, sulla cinquantina, l’altro tozzo, sulla trentina. Lavorano alla sede centrale di una grande banca italiana. Quello sulla cinquantina fa: oggi me so’ magnato una spigola e cento grammi de’ patate. E aggiunge, stavo dietetico comunque. Ecco, in quel preciso istante, mentre usciva l’ultima sillaba piaciona, in quel frammento di post-veltronismo, io e la mia coscienza ci siamo osservati allo specchietto del Mercedes parcheggiato: io e lui abbiamo lo stesso articolo 18, io e lui però siamo distanti come Domodossola e Canicattì. Eppure, ci legano una piazza, un suolo, una lingua e uno Statuto dei lavoratori. La spigola alla pausa pranzo no, e neppure la prospettiva: lui guardava me e la mia maglietta unta di bimbi, io lui e la sua giacca immacolata d’ordinanza, come fondale di un’intera diseguaglianza.


Non raccontateci imprenditori e sindacalisti, politici e giornalisti, di unità, di stesso comune destino, di alleanza strategica, del stiamo tutti sulla stessa barca. Perché no, caro mio panzone con la spigola in corpo già il mercoledì in pausa pranzo: ché su quella barca fino a qualche tempo fa c’era mio padre, e, magari, pescava le spigole per tuo padre: che poi portava, magari, come dono la domenica mattina a qualche console democristiano ciociaro.
Io mi sento forte dentro a una storia di sconfitte e rinascite, mica mi perdo davanti alle grossolane differenze che persistono, nonostante la tecnologia e la letteratura, e che spaccano il dibattito in due; no, io sto già a camminare lungo i bordi di memorie future. Bye bye.
Non importa cari miei, davvero, ché io da sempre preferisco le insuperabili alici fritte alle spigole cotte su piastre bisunte.
P.S.
A me che ci sia la ricchezza non disturba, che ognuno scelga come gli pare il proprio castigo; a me disturba, e tanto, che ci sia un eccesso di ipocrisia nel dibattito pubblico.
  
lo spinario

giovedì 2 ottobre 2014

parole improvvise

Vent’anni fa sognavo giorno e notte. Vent’anni fa sognavo in bianco e nero. Ora io mi chiedo come si faccia a restare stupiti nel mondo, accettarne l’incanto, mentre si sta sprofondati e soli in un’assemblea condominiale. Vorrei stupirmi ancora, spinto da un’influenza ossessiva e bambina che mi faccia continuare a essere metà allocco e metà segugio. Voglio rimanere con lo stupore in bocca, e osservare le spalle ricurve di quel padre, tralasciando i suoi vestiti posticci: seguire il suo sguardo non la sua disgrazia.
Ieri sera non prendevo sonno, ma leggendo Raymond Carver mi sono lasciato sollevare fino al soffitto delle possibilità: nuotando in questo periodo incerto sfruttando le influenze che ci sono.

Poi di fare il complicato non mi va, così ho pensato di mettere su questo blog due foto che feci nel ’91 a mio padre e agli altri pescatori della rezza. Così, per ridimensionarmi un po' e riavvicinarmi (tanto per dire) a quella beata semplicità che esprimeva quel mondo lì. 









Una piccola finzione da esporre, soltanto un modo simbolico e debole di rappresentare un passato trapassato, e poco più. Stanotte cullo un dolore blu già sconfinato nel futuro, cui dare voce una domenica mattina, prima del caffè, mentre gli altri dormono accanto al mio ticchettio frenetico, beatamente, sfiorati solo dalla mia tenerezza. 

Queste righe quassù volevo cancellarle, poi ci ho ripensato, poiché tra le cose che mi son riuscite meno nella vita son state le scelte, quelle azzardate. La fretta del cane affamato. Volevo dirvi che in questi giorni sto leggendo felicemente pezzi di scrittura femminile, sulla scrittura maschile al femminile, e la possibilità che anche gli eroi piangano, i maschi, appunto: che l'ondata di creatività femminile avvenga, come dice A. P.
Volevo metterlo a piè di questo strisciante - fintamente, spero si sia capito - nostalgico post senza fiato. Da sempre in realtà mi sento femminista da sparecchiamento anch'io, e, per spiccato senso femminile, ho sempre difeso, davvero o coi pensieri, tutte le possibili aggressioni, raggiri nei confronti delle donne. Una cosa innata, o forse una reazione a modo mio  a quel fantastico e orrendo mondo maschile che ci portiamo dietro. Reagivo così, e oggi sono fiero di scendere dentro a quei sentimenti che gran parte degli uomini evitano istintivamente.
Un cadere a terra a cercare frammenti di sementi.





giovedì 18 settembre 2014

il personaggio

Mi è arrivata una multa. Mi è costata 129 euro, pagandola con lo sconto. La polizia provinciale di Grosseto mi ha inviato due belle e nitide foto della mia auto che attraversa l’Aurelia deserta, il 7 agosto, a 89 all’ora. Si andava in Val D’Aosta. Si tentava la spensieratezza. All’avvenuta notifica per poco non svenivo: era la quarta notifica di atti giudiziari in quattro giorni, inclusa quella speciale di equitalia ancora da snotificare. Siccome l’autovelox era piazzato a Capalbio Scalo, e siccome proprio in quei giorni stavo scrivendo di un tale che abitava da quelle parti, io, scrivendone usavo una delicata cattiveria, come si fa con certi personaggi, lui ora, me lo sento, e me lo immagino pure: fa parte della polizia provinciale. Allora era lui, senz’altro, quello accovacciato dietro a quella reflex automatica posta sul cavalletto e ha fiutato, il tipo all’improvviso ha fiutato che in quell’auto c’era un file con un pezzetto della sua storia, così lui zac! mi ha immortalato senza pietà; ahimè, lui sì con cattiveria, lasciandomi in mutande i primi di settembre. Lo sento ancora che dice tronfio ai suoi colleghi, con quei suoi occhi da diavolo sotto il berretto verde: Se ne va in vacanza carico di debiti e con la velleità di descrivermi bene, tiè, allora io ti blocco l’istante di vita spensierata e vediamo se non la smetti. Così, beffato dal personaggio, per la prima volta mi va di ascoltare un messaggio ultraterreno e smetto di fare quello che scrive, e comincio, perché no, a capire meglio dove si è offeso il tipo, a che punto del racconto, in quale trama debole si è impigliato, bloccato. Caro tipo dal berretto verde, sappi che tutto questo sforzo lo faccio solo per riscriverti meglio. Così magari la prossima volta che sfreccio da quelle parti mi spari direttamente, che ne dici?
Tra qualche giorno riprovo a descriverlo, tanto il racconto giace ancora immobile tra la notifica beige spavento e la bolletta del gas, a nord di ogni possibilità di essere letto da qualcuno. Dorme in una mail ancora estiva.
Poi come un vento tiepido d’inverno, verso sera, due occhi bellissimi hanno osservato per qualche minuto il personaggio. Un improvviso lampo: l’attesa resta tra le poche cose godibili dell’età adulta.

Di Antonello da Messina



lunedì 8 settembre 2014

Non è mai (Mai!) troppo tardi

Sono sempre stato un somaro a scuola. Ho già scritto su questo blog che ho cambiato quattro prime superiori in quattro anni. Un disastro. Al piacere di imparare preferivo quello della fuga. Agli insegnanti - mai avuto di buoni, tranne la maestra Nardone - preferivo mio zio, o la terrazza assolata di panni stesi, senz’altro i cannoli alla crema, e poi le riviste patinate. Le partite a pallone infinite. Non era un vanto il mio non studiare, anzi, ne ho pianto e pure di brutto. Eppure.

 Poi ieri ho letto d’un fiato La scuola non serve a niente, di Andrea Bajani. L’ho preso in biblioteca con l’idea di capire meglio mio figlio scolaro. Durante la lettura si sono disseppellite una serie d’immagini ingiallite, tristi, un po’ disperate che riguardano i miei quindici anni, insomma, di cose accadute malamente; mi viene da urlare che non sta scritto da nessuna parte, con buona pace di Giovanni Lindo e tutti i tibetani lontani, che ciò che deve accadere accade. Macché.
Bajani prova a entrare nelle scuole dalla porta di servizio, quella lontana dai clamori delle annunciate riforme, o quelle dipinte dai giornali durante le consuete occupazioni. Entra dalla porticina e osserva. Ascolta. Immagina la vita di quei ragazzi, scruta i loro pensieri fragili, spietati, e ne fa un racconto a tratti desolante, ma, per nostra fortuna, anche illuminante, poiché riesce a captare da quegli incontri, da quegli sguardi, cosa c’è da migliorare nella scuola italiana. Migliorare, non abbattere. Ci suggerisce di fare pace con l’inutilità di alcune cose – contrapposta all’utile riconosciuto socialmente, ahimè - ché poi, come speso accade, queste risultano alla lunga le più utili: come amare l’insegnante e la materia che insegna. Chiedetelo a Recalcati cosa comporta, alla lunga, dopo decenni, quel tipo d’innamoramento.
Bajani ci dice come la lontananza dei professori dagli alunni, descritta bene durante le gite scolastiche, crei fallimenti e dolore. Ai professori nell’immediato, agli studenti magari nel tempo. L’autore fa periodicamente degli incontri nelle scuole, dove, oltre a leggere libri, si diverte con gli studenti a coniare neologismi: rinuncianesimo ne è l’emblema sublime, preoccupante, di queste ricerche sul campo. Interessante anche lo scritto di un ragazzo, che Bajani ha smarrito in un trasloco ma che ne ricorda alcuni passi; è un racconto polemico, stimolante, dal titolo: scaldare la sedia. Il libro pare che sussurri: lasciali parlare i ragazzi, che poi qualcuno di loro resterà ad ascoltare, magari sarà un ascolto sospeso nel tempo. Uno scambio post-datato. Un coltivare paziente tra zolle dure e altre friabili di terra, comunque coltivabili, magari con un po’ più di fatica del necessario. Ecco perché, forse, scappavo da mio zio contadino: all’epoca stavo già a cavallo della metafora. Povero me, oggi, circondato da troppe metafore e pochi maestri. O forse semplicemente avevo bisogno all’epoca (e oggi), come tutti, d’imparare là dove c’è dell’amore contaminato di sapere nell’aria?
All’interno del libro ci sono capitoli interessanti, divertenti, dolenti di altri autori coi racconti ambientati nelle loro scuole: quelli di Silvia Dai Prà mi hanno coinvolto di più, con quei narrare dal dentro; non soltanto delle aule, ma, soprattutto, dentro ai sentimenti di un insegnante precario. In questi giorni si parla di loro, del loro possibile assorbimento stabile nelle scuole: che sia intelligente e leggero il loro stare in quegli edifici enormi da colmare d’amore e sapere.


Stamattina ho fatto pulizia in cantina. Vecchi Manifesto, e tanti altri ritagli di giornali, e troppi diari. Ne ho scritti quintali di diari, cosette sentimentali, zeppe di tenerezze, rivendicazioni inutilizzabili; forse quelle cosette mi hanno preso troppo tempo, impedendomi di impegnarmi a dovere nello studio? Chissà; ma di certo in quell’idealismo di paese, io, somaro sensibile, trascuravo mio malgrado, le cose belle da imparare e montavo, insieme al mio orgoglio, sul comodo piedistallo della dittatura dell’incompetenza: fornito gratuitamente alla mia generazione, da quella precedente. Mannaggia. Credo che sia proprio così, ragazzo sensibile e devastato dalle assenze, ma tu crescevi lo stesso su quel filo d’alta tensione della tua esistenza ballerina. Senza nessun professore con cui chiacchierar. 
Per fortuna poi arriva questo pezzo di Antonio Pascale...

mercoledì 27 agosto 2014

Come un dessert

Questa mia estate è stata come una lunga e affollata cena. All’aperto, sotto gli ulivi, in un luogo a me caro. Fingiamo che ci sia stata questa cena; la tavola lunga trenta metri, tanto quanto l’arco d’anni che abbraccia la frequentazione di questi miei amici convenuti. Ci sono quelli diventati manager, altri che credono che l’Isis sia un movimento di liberazione, oltre, meno male, a quelli che ho frequentato con tante aspettative affettuose negli ultimi anni. Non li ho mai incontrati, tanto meno frequentati, tutti insieme. I manager non li vedevo dai tempi della scuola. Quelli pro-Is (alcuni) dai tempi delle fricchettonate blande. Tutti mi sorridono. Io sono ansioso, no, non solo per le vongole che non capisco se sono spurgate o no; cari amici sono ansioso, fragile come un bicchiere scadente, anche per la confusione che ha prodotto il mio troppo accogliere. In questi anni cosa ho fatto in tal senso? Ho digerito posizioni politiche imbarazzanti, diffidenze inaudite, e infine una costante, implacabile assenza di empatia: del tipo comunicazione simmetrica, adulta. E ho ascoltato tutti. Eccomi là ora, impacciato che vi ascolto sentendomi inadeguato, mentre sento ogni fruscio dei vostri pensieri prepotenti. E so poco di certi argomenti, così mi arrendo come mi arrendevo a quindici anni, quando scappavo dai sapienti di paese sfruttando vuoti treni regionali.
C’è voluto l’acquisto della rivista IL a farmi frenare e precipitare nel mio mondo attuale: apprendista razional-individualista. E per fortuna a metà della scrittura di questo pezzo arriva mio nipote e mi spiega il mondo delle api, così capisco anche perché una specie di vespa (africana, che non ha concorrenti) scaccia le vespe autoctone dai loro favi. Di colpo sono uscito dal principio di paranoia che si nascondeva tra i rovi fetenti. 
Sì, quando sto da solo imparo di più, con gli altri pure imparo, che c’entra, infatti oggi sto finendo la panchina seguendo le indicazioni di E., ma più delle volte con gli occhi addosso vado nel pallone, e, ahimè, non è quello bianco e nero che mi faceva fare dei goal strepitosi da piccolo, ma qualcosa di tondo, viscido, che mi risucchia nel vorticoso nucleo antico dei miei avi.
Chiedo perdono, rispetto, e fiducia per la mia ansia usata male (insopportabile subirla quando c'è pure l’afa, lo so). Un giorno, di colpo, sparirà e io staro con voi contento.
Alla fine, in questa cena lunga trent’anni, mi sono ritrovato in disparte, senza più quella vecchia voglia gruppettara di esibirmi né quella sensazione che il meglio del mondo sia ai tuoi lati e non restava che assorbirne tutto il nettare dorato dell’epoca, così la vita andrà meglio. Macché! Queste son presunzioni scadute ormai. 
 Stop.
Questi pensieri sono morti ieri, oggi altre illusioni, altre parole mi cullano e fanno fare un passettino più avanti, forse non accanto a te vecchio amico che disegni un cielo con stelle cadute chissà in quale buco nero della storia. 


Passeggiavo tra i vicoli del mio vecchio paese e questa scritta mi ha fatto ridere, e non riuscivo a spiegare a mio figlio il vero motivo di questa risata sguaiata. C’è scritto W Ceausescu su una casa diroccata, accanto a una casa affittata a trenta villeggianti stipati in un bilocale, per duemila euro di affitto in nero. Chi ha affittato è la stessa vecchina che ha venduto l’altra sera il vino aspro, acido, alla mia ingenua madre. Gente così io l'ho adorata, fotografata, e rispettata sin da piccolo. Perchè? loro insieme ai tanti amici affollano la mia testa di passato e di terrore, in questo posto sfiorato dalla storia, qui ora chi è evasore, chi raccomandato, chi mantenuto segretamente dalla famiglia; allora di colpo vi sparo il faro negli occhi e vi vedo meglio: grillini-comunisti-meneffottisti. Un rimedio omeopatico il vostro stare contro, in comode case con aria condizionata, e Sky a go-go, e olio di extravergine su quelle spigole a miglia zero appena pescate da Salvatore, il factotum del vostro saldo benessere. Non invidio la vostra comodità, no, invidio un po’ la vostra sfacciataggine: me ne basterebbe un grammo per dirvi quattro cose alla fine di questa cena. Allora come un dessert potrei essere di troppo o disgustarvi, ma farei la sola cosa buona extravergine di questi miei anni di scarsi raccolti. Tanto lo so che anch’io sono un po’ abusivo, un pochino menefreghista, e gravito precario in questo mondo (cupo e sordido) alla ricerca di comodità inaudite, di goderecce situazioni. Ma sono adulto, e aspetto quello che c’è da aspettare: accadimenti trainati da fatiche, pensieri, e dedizioni mai espresse prima. Bravissimi, bellissimi, ansiosissimi. Questo è il cocktail che ci beviamo oggi, degno della nostra generazione metà stronza e metà fantastica.

Vi amo tutti lo stesso, perché in questo nostro tempo ci separano solo, in effetti, piccole, ma determinanti sfumature, che somigliano a certe scelte fatte di notte, lontano da tutti. Ogni vostro tenero ricordo me lo ricorda, e ora vi saluto col sole basso alle spalle e alla radio canzoni italiane che stanno per colonizzare ogni anfratto della mia sensibilità.





martedì 12 agosto 2014

Avevo una gran fretta di liberarmi degli anni '90

Avevo una gran fretta di liberarmi degli anni novanta. Sbagliando, come sempre, quando decido solo razionalmente cosa sia giusto fare. Quegli anni novanta dei centri sociali, delle letture e dei concerti necessari, quegli anni di dolore messo da parte, oggi, nel pieno delle ferie d’agosto, mi si presentano come figli abbandonati.
Negli ultimi anni mi sono difeso come una tigre da quei tempi di mangiamo solo biologico;  dal “non lo leggo perché non so se è di sinistra”; da “quegli amici degli amici che sono troppo normali”. Sto diventando pazzo tra il sentirmi libero di mangiare quello che voglio, di leggere o ascoltare e frequentare chi voglio, e quel mio annuire ringhioso quando invece sento gli altri dichiarare cose che non mi convincono del tutto, e sembra che stiano sussurando: siamo migliori perché diversi. Ammettilo, così facendo rischi l’isolamento, illudendoti di avere amici solo dalle notifiche, e non avvicinando davvero ai tuoi schiusi sentimenti gli amici veri.  Rischiando la faccia, e il cuore – questo sì che pare necessario – per fargli ascoltare le tue impressioni più spietate o delicate sul mondo, magari inaspettate anche per te.
 Ho percorso più di duemila chilometri in questi giorni (con pochi euro in tasca) per raggiungere un dubbio più autentico: basta razionale contro irrazionale, chilometro zero contro il mondo. Qui non si arriva a niente; già sono rimasto bloccato per un decennio a causa di un’insicurezza dettata dai soliti padroni del pensiero pieno, totale, quasi religioso. Ora vorrei scegliermi in santa pace il guado da attraversare, il libro da leggere, l’ignoranza da servire. Gli amici da frequentare.
Sto frequentando vecchi amici, oltre che per un affetto smisurato, per capire da dove arrivano le mie paure, così come le mie migliori intuizioni. Mi sento obbligato di continuare a vedere l’effetto che fa quando espongo al sole della rete i miei pensieri improvvisi, a tratti spregiudicati, che delle volte sorprendono e spingono al dilà della boa di sicurezza la mia esistenza.
No, non sarò mai uno che camperà solo di parole e d’idee, forse dopodomani, magari dopo una botta di culo, ma oggi a me importa che ogni cellula deviata del mio essere faccia il suo mestiere: scompaginarmi i piani e guidarmi nei sentieri del verosimile. Voglio essere un esempio per i miei afflitti e lacunosi anni novanta, spingendo più in là ogni frenata inevitabile, ogni tenera inadeguatezza. Sono bello così, quando arreso alla sera mi dipingo la testa e lascio scorrere la punteggiatura della mia storia. Umile, ricca, desolante (durante l’insonnia), vincente (quando godo le glorie di un attimo), ma soprattutto solitaria e piena di voci irrequiete che s’impongono per un legittimo riconoscimento. Oggi, non domani.


Sto scrivendo spinto dalla lettura di questo bel pezzo; poi sempre ieri ho finito di leggere anche questo ma, inutile negarlo, soprattutto perché sto cercando di inventare una cosa che mi ha chiesto la mia “inservibile”, preferita, e indispensabile figura di riferimento del momento. Lo farò usando la mia voce, nient’altro che una voce delicata, cruda, sensibile, che cercherà di raccontare un pezzettino di vita romanzata senza lagne o presunte superiorità morali. Poco meno che me catapultato dentro tutti voi. Staremo a vedere, cari e pazienti amici veri o verosimili, chiunque voi siate.
I miei anni '90 appesi a un filo...
foto di claudio muolo


giovedì 31 luglio 2014

Mi era venuta un'idea

Mi era venuta un’idea, di quelle che ti sembrano originali solo mentre le stai digitando con quegli occhi che ti brillano: chiedere alle persone che ho letto di più quest’anno un consiglio di lettura. Su twitter, con l’hastag #drittedaleggereinferie. Ero partito bene, con Nadia Terranova che mi risponde fulminea; Luca Ricci, anche prima. Poi Andrea Pomella, che argomenta pure il consiglio. Infine uno svogliato consiglio di un’altra Federica. Il silenzio di Gipi mi ha allertato sulla mia deriva mitomane. Ne avevo un’altra decina di richieste in mente. Insicurezza, eccessi in rete, inconfessabile sbandata verso un altrove che smuove la mia mente, troppo. Cancellare non serve più, tutti ti hanno letto. Quest’anno ho giocato su twitter, dispensando timide considerazioni, e risposte azzardate, sfoghi secchi. Anche lanci di miei inevitabili post. Cose così. E’ una cosa un po’da bimbo davanti alla foresta: tanta paura, e la bellezza di starci, nel terrore della scoperta. I miei amici non lo sanno, che faccio questo. I miei amici sono al mare, o dispersi in pensieri atomici: guardano i culi delle ragazze e pensano ai prossimi silenzi dell’inverno a venire. Io sto dietro di loro osservando il fruscio, il dettaglio luminoso di un mondo che ci sta morendo in mano. Vi adoro amici.
E no! Chiuso l’anno, chiuso l’inganno. Fraseggiare non serve a niente, qui serve un tuffo senza maschera, una rovesciata sulla sabbia bollente. Un bacio a mezzogiorno.
Preparare frittate insieme a sconosciuti, per poi leccarsi le dita di meraviglia davanti al Tirreno agitato.
foto di Luigi Ghirri

Tra paure e gioie mi aggancio a questo mese d’agosto, con l’intento di lasciare delle tracce indelebili, scostumate, di parole e slanci: candore che assomigli al primo amore.
Insomma.
Volevo comunicarvi della chiusura per ferie di questo blog. Sono quasi quattro anni che spremo pensieri e azioni qui, per cavarne lacrime e attenzioni lì, davanti alla tua tastiera unta di sospiri. Fraseggio, come uno scrivano del villaggio, che non sa del Maggio, e sa poco della donna nuda che scappa davanti al mostro. E le nostre infime e scioccanti azioni da maschi: ho scritto una cosa definitiva sull’ottusa ostentazione del maschio tipico del sud. Basta così, delle cose tipiche non ne posso più, tanto meno del sud. Sto sempre con la testa apolide verso il centro, verso me, verso ogni profumo di novità. Di umanità. Di realtà.
Buone vacanze, cari miei. Buone deviazioni dall’ovvio.




venerdì 25 luglio 2014

Luisa non ci sta

foto di luciano ricci
Dopo cinque ore di autostrada nelle gambe e nella testa, entriamo lentamente nell’autogrill. Un paesone alle spalle, che lo scrittore anni settanta avrebbe demonizzato per le sue brutture. Invece io ascolto Massimo. Scendendo dalla macchina mi continua a raccontare “sai, poi l’ho penetrata, sdraiandola con forza sul cofano della macchina”. Sarà per lo scirocco sulla faccia, sarà per certi pensieri che mi stanno esplodendo tra la testa e il cuore, ma non ce la faccio più: ma tu fai proprio schifo, urlo con gli occhi di fuori. Lui sorpreso, e con quel sorriso da cugino maggiore mi fa: ma quella si era comportata male, mi aveva tradito e comunque stavamo ancora insieme. Lo spingo contro il cesto dei cd a 9.90 euro e scatto verso la zona pic-nic.
Il sole spacca in due l’intera piazzola. Siamo in pochi sotto quel sole, gli altri tutti all’ombra. Mi giro e vedo Massimo seduto a mangiare il panino che gli ha preparato la sua coinquilina. E’ sempre stato comodo nel guscio delle sue donne: la madre, la zia, la nonna, la fidanzata, la coinquilina. Lui fa il re. Abbiamo ancora due ore buone di viaggio insieme. Dopo questa incazzatura avrei solo voglia di dirgli che non lo sopporto più. Ma sarebbe peggio, perché comincerebbe a ripetermi di come siamo cresciuti insieme, di come ci fidiamo l’uno dell’altro da sempre, di come abbiamo fatto, e faremo, sempre le cose insieme. Era vero fino a ieri, oggi è diverso caro mio, questa storia di violenza contro Luisa mi sa che ci allontana per sempre. Anch’io ho amato Luisa; anch’io conosco Luisa; anch’io so che storia ha Luisa. Sapere, stare dentro le cose, conoscere i tragici segreti, e tutte le sue angustie passate: i cugini che la violentavano durante la sua infanzia. Ecco, l’ho detto, quindi, poiché so tutto questo, non ti perdono più. Mi sembra assurdo questo suo raccontare senza un minimo di pentimento, o di coscienza dell'ulteriore danno che ha procurato, no, caro Massimo, io faccio l’autostop e ti lascio proseguire da solo.
Eccolo che guida sicuro nella corsia centrale a novanta all’ora, e tutti quelli che lo sorpassano da destra che lo insultano giustamente; oggi non riesco nemmeno a cazziarlo come faccio solitamente. Guardo la strada e vedo la faccia di Luisa piegata di trasverso sul cofano che respira a fatica. Mi piombano negli occhi quelle parigine che ormai conosco anch’io, e subito dopo tutto quell’asfalto bollente che tiene in piedi la scena pietosa di Massimo che spinge soddisfatto; sotto c’è lei bloccata dalla sua mano e da milioni di anni di storia. E le donne di Massimo sempre a considerarlo come un re.
Stiamo andando a votare nel nostro paese d’origine: una commedia inutile votare un altro re circondato da altre mille schiave. E penso a mio padre: non l’ho mai visto dare una carezza a mia madre. E io, che amo Luisa da sempre, e adoro la sua fragilità, e conosco ogni suo segreto, sono costretto a piegarmi alla storia di questi uomini, e soffrirne anch'io. Sapevo già della violenza, sapevo dell’addio crudele che ha dovuto subire, ma sentirlo dalla bocca di Massimo con quel sorriso sghembo a esaltare il gusto di un gesto primitivo, be’, questo mi sta disintegrando la testa. Voglio picchiarlo.
All’improvviso prendo il volante e lo smuovo come un pazzo ridendo tutto il mio disprezzo sulla sua faccia di cazzo. Si spaventa, frena e mi da un cazzotto in testa.

Questo lo sto raccontando da un letto d’ospedale.  E Luisa non ci sta.

Scritto da Vita Amara, Edizioni Scriviscrivi, Collana Chepoitipassa


sabato 12 luglio 2014

Zi' Giannin' (fare pace con l'ansia)

Alla sua maniera aveva scommesso su di me: Pigliet’ la mesela e facc’gl’uort’, e così ho utilizzato il suo vecchio semenzaio e ci ho fatto il mio primo orticello. Da lì a poco avrei mostrato fiero i miei ortaggi agli adulti. Avevo nove anni e coltivavo pomodori, melanzane e peperoni, enormi e succosi già allo sguardo. Primo scoglio superato, potevo stare al mondo, la mia timidezza messa da parte per l’inverno successivo.
Mio zio Giannino è morto l’altro giorno, era nato nel 1920. Nel 1945 tra Weimar e Buchenwald aveva recuperato, insieme ad altri marinai, le spoglie della principessa Mafalda. Erano riusciti a fregare i nazisti, e pure tutte le paure che li avevano accompagnati e deportati dopo l'otto settembre da Pola. Poi era emigrato in Venezuela per qualche anno, guidava gru, lì ha deciso: ritornare e fare il contadino a vita. Produceva ortaggi e racconti, e sotto quel pergolato di uva pizzutello passavano intere famiglie ad ammirarlo, prima e dopo i pranzi succulenti di zia Civitina. Io più degli altri lo ammiravo, e avevo sempre fame di ascoltare. 



Ricordo di un viaggio in treno fino a Roma, io lui e mia cugina; l’intero scompartimento ascoltava le mie mille domande seguite dalle sue mille risposte: si parlava delle fitte vigne dei castelli romani, della fertile pianura pontina e le sue sterminate serre. Della guerra. Dell’enormità di Roma.
Mi dava la paghetta quando lo aiutavo nella raccolta dei pomodori. Ero bravo, e dalle cinque del mattino alle dieci - quando la panzanella di mia zia somigliava un po’alla sirena delle fabbriche - faticavo come un mulo per desiderare la sera soldi e stima da loro. Un giorno gli ho fregato 500 lire, forse di più, e quel giorno resta il mio giorno della vergogna.
L’ultima volta che l’ho visto, quest’inverno, l’ho filmato col telefonino mentre raccontava della sua epopea tedesca: sentiva poco, e le sue mani cercavano la mia faccia, la mia approvazione per la sua lunga storia che stava per spegnersi al terzo piano di via indipendenza.

Dopo il funerale ho incontrato parenti che non vedevo da secoli. Una mi fa (magistrato di successo): come sei diventato bello! Da piccolo eri una peste…ah sì, rispondo io, ma se ero un santo e non dicevo parolacce. Sì, ma scappavi sempre, ribatte e poi aggiunge che mi trovava davvero bene, e bla bla. Non è stata l’unica a sorprendersi del mio essere sopravvissuto alle loro sfumate condanne provinciali di un tempo, al loro credere che prima o poi crollerai, se a otto anni prendi l’autobus da solo e a sedici hai già cambiato quattro diverse scuole superiori. Onestamente loro un po’ di ragione l'avevano all’epoca, pure io non ci credevo mica che sarei arrivato a scrivere di loro, e nel farlo, sentire quell’odore secco di essere arrivato: alla soglia delle possibilità, e poco più.



lunedì 7 luglio 2014

il futuro ci risorprenderà?

Davvero compare, come pietra preziosa e un po’ misteriosa, un essere rosa, già tranquillo d’amore mostra i segni di esso: occhi verso gioie sconosciute, a chi pretende amore senza sacrificio d’attesa. Oggi un battito forte e inquietante percorre la notte, di chi come me dorme distratto da niente, poiché il giorno sapeva di vuoto. Non posso piangere la gioia che verrà, oggi non posso che vedere un corpo tenero di carne che si appoggia a un braccio vecchio di sogni. La notte sta chiudendo un giorno indimenticabilmente felice: concedo una tregua al mio stupore d’amore per te, Lorenzo, protagonista di un giorno che davvero compare…


Tredici anni fa, dopo una notte di travagli cesarei, con i miei enormi occhi che esplodevano felicità su quei muri scrostati di scritte, arrivato a casa, ho scritto di getto la cosa lassù in corsivo. Non capivo quasi nulla. Scrivevo anche perché lo avevo dichiarato con un piglio spudorato, sullo spartitraffico della tiburtina, a due persone cui volevo un mare di bene. In un pomeriggio caldo di aprile, del '93. Aggiungendo, oltre al segreto che il mio desiderio morboso fosse di scrivere, anche che non sapevo neppure fare un'analisi grammaticale come si deve. Loro ridevano, e intanto sapevo che pensavano a quel racconto che avevo scritto per la tesina a un corso Caritas: un caso umano, una storiella esistenzialista in pasto ai preti puntigliosi di virgole, e sospettosi dei miei periodi troppo articolati. Oggi non capisco l'esistenza della Caritas sulla terra, e scrivo come mi pare in questa certezza di blog. Tiè.


sabato 28 giugno 2014

Amo Carmen

Dal quarto piano del teatro dell’Opera di Roma, seduto al buio con il mio Amore accanto, e con quell’aria condizionata che non capivo da quale barocco anfratto provenisse, osservavo la Carmen, minuscola laggiù, dentro una luce azzeccata, malinconica e finta. Come la vita.
L’indomani a pranzo un’impepata di cozze, e una falanghina fredda e discorsi sul perché siamo così, perché? dice il mio Amore - con la sua tenerezza invendibile su eBay-  siamo riusciti ad arrivare a oggi, e alla nostra libertà, senza sfanculare intere famiglie assurde e lontane anni luce dalla nostra sensibilità? Eh, perché? Ma chissenefrega, oggi, tanto la falanghina scendeva bene lo stesso e le parole le correvano dietro meglio di tante altre volte: un capolavoro che non vedrà mai la luce, i nostri discorsi onesti che finiscono sempre sulla sabbia delle nostre paure: Amore allora ci abbraccia e ci riduce ad amarci.
Poi leggo tanto, senza costrutto, e spio i miei miti d’oggi, senza scomodare Barthes, ma cliccando twitter, e blog sconosciuti ai più. Son fatto così, mi accontento di una impepata di cozze, della falanghina e di mille rivoli di frasi mozzate dall’amore.

Amo Carmen, e la sua morte di ieri è soltanto una frase d’amore mozzata male sul finale.


lunedì 16 giugno 2014

Antonio e il suo giugno

Le giornate di giugno parevano deserte nel loro avanzare di debiti e vacanze da rinunciare. Antonio al risveglio leggeva con gli occhi gonfi Diario di scuola, nel pomeriggio Marcovaldo, e la notte, con gli occhi in allerta per il giorno che andava a spegnersi, Skillig. Aveva questo pensiero gommoso che la sua vita fosse appesa ai libri, e intanto i figli, la moglie, e i pochi amici con cui chiacchierare, stavano nei loro letti, al riparo dai guai: impotenti per lui. Un esercito di amarezze avanzava in quel giugno, ma il caldo improvviso almeno aveva sciolto una delusione indicibile, e che per fortuna i temporali erano riusciti a farla scordare. Come sempre le delusioni nella sua testa diventavano minuscole possibilità. Fughe. Così era riuscito ad arrivare anche a questo giugno: ancora sorridente nonostante una schiacciante riunione condominiale. Anche dopo i debiti, o i rancori vivi come alici nelle reti, e le discussioni aperte con dei vecchi amici degli anni novanta, che somigliavano ai libri difficili sui comodini. Metti pure le telefonate che non squillavano mai e le risposte ai tweet attesi al mattino come certi amici d’estate, durante l’infanzia. Tutto avanzava come un brutto libeccio, e non c’erano più scogliere a rallentarne la forza.
Non aveva colpe e non c’era vento quel giorno, permettendo all’afa di dilatare l’anima - come scrive su tastiera vellutata Vittoria, e l’anima di Antonio era così zeppa di desideri e rabbie invernali, slabbrata, che somigliava a un aquilone in soffitta. E il vino bianco, quello fresco che scende in gola dopo la patatina alla paprika, era lì solitario ad aspettarlo in un locale del Pigneto, pieno e desolato di ragazze ancora più vogliose di lui: dopo un inverno ad ammuffire in un bilocale, da dividere con quattro sconosciute, che avevano quelle finestre che davano sul muro di cavi elettrici bianchi.
Quel giugno se lo sarebbe ricordato come sempre per le occasioni perse, le cene rimandate e quelle obbligate. Finalmente arrivano i sorrisi eccitati dei figli davanti al televisore giallo e verde di palloni, come sola novità estiva, diventavano un beato appiglio infantile per strozzare il suo silenzio. La moglie sdraiata sul divano nero, col suo vestitino leggero leggero come una piuma, era un po’in disparte come se avesse bisogno di altro spazio per i suoi pensieri infiniti.

Continua...

Scritto da Antonio Anonimo per la Collana "Data in pegno". Editore Velleità 

sabato 31 maggio 2014

Intercity, giorno.

Il treno parte alle nove. Un intercity. Intanto l’autobus numero quattordici si offre, sbuffando, di farmi arrivare in tempo fino a Milano. Fa un freddo che non conosco. La città non mi sembra rinascimentale, soltanto fredda, e forse io non sto tanto bene. Leggo “Il giovane Holden” e non rispondo al telefono: almeno dieci chiamate senza risposta. Ieri sera mi sono studiato la cartina di Milano. So con precisione il prossimo tragitto casa-lavoro-casa che mi aspetta. Il numero delle fermate: venti. Una frenata improvvisa dell’autista mi fa alzare gli occhi sulla strada. E’ piena di giapponesi e giacche di pelle appese davanti ai loro occhi.  Un bimbo accanto alla bancarella ha gli occhi spalancati e la bocca serrata, sta per piangere ma, chissà, forse non lo farà oggi. Queste cose ai miei occhi sembrano un gancio, una stretta forte. La felicità. Canto in mente la canzone e sto per piangere. Ma guarda un po’, piangere, a vent’anni, sul numero quattordici, poco prima delle nove. Utilizzo tutti questi numeri per cercare una cifra, uno stile, un urlo rotondo per scendere di corsa dall’autobus arancione. No, non se ne parla, perché il lavoro è importante e non posso campare facendo il lavapiatti, restando iscritto all’università, sono già sei anni, e a dieci esami dal traguardo. Non rispondo al telefono. Nemmeno scambio lo sguardo con la ragazza mora dagli occhioni neri, truccata benissimo, dirimpettaia d’autobus. Davanti a me vedo solo la prossima stanza quadrata d’ufficio con una sedia vuota davanti al monitor: che aspetta indifferente un culo nuovo. Il libro mi spaventa. Non vedo laghetti ghiacciati ma sento dei dialoghi nevrotici tra i miei afflitti organi. Fa freddo. Eccola la stazione: appare all’improvviso come una dimenticata caserma. Le vado incontro pensando al palazzo dei fantasmi di quando ero piccolo, e di come riuscivamo a entrarci nonostante il terrore tra le mani, che si stringevano con le dita al buio. Qui sono solo. Un fiume nero di persone: mi vengono incontro artisti con tele vergini sotto al braccio, e ragazzi con chitarre a tracolla, e laggiù ragazze sorridenti poco prima del mazzo di fiori. L’androne è smisurato: in fondo devo solo passarci per arrivare al treno. L’architetto della stazione forse pensava che ci sarei arrivato con i cavalli e le giraffe? Mancano dieci minuti. Mancano le forze.

Un lungo fischio che sembra l’intro di un pezzo brasiliano mi fa sedere contento sull’Espresso per Napoli. Il gioco dell’oca l’ho sempre preferito al monotono monopoli.

Reale albergo dei poveri, Napoli.
Foto di Mimmo Jodice



domenica 18 maggio 2014

il camion e il bambino

Caldo. Un camion. Un bambino di nove anni. Un uomo sudato. Una strada di campagna. La campagna dello zio. Niente, si era incaponito con il padre che voleva tornare a casa con quel camion. Non aveva mai viaggiato in un camion, prima di quel giorno. Il papà gliel’aveva concesso. Era prima di pranzo.
 Dopo due minuti che erano partiti il camionista gli fa con uno sguardo di sbieco: Aspetta, cinque minuti e torno. Lo osserva mentre si avvicina a dei contadini; prende due cassette di legno vuote con una mano, e con l’altra gesticola. Passano venti minuti. Torna e ripartono. Il bambino suda. La strada che vede davanti è stretta, lo diventa di più quando sfiorano un canneto. Sorpassato il torrente, arrivano all’altezza di un emporio. Stavolta gli dice solo “cinque minuti”. Prende una cassetta di pomodori e la mette nel cassone. Poi torna indietro, e si mette ad aspettare lui cinque minuti il negoziante. Che poi arriva. Parlano, quasi litigano, e dal vetro intravede parolacce e parole irripetibili per la sua bocca di nove anni. Intanto suda nell’abitacolo pieno di santini e donne nude. L’uomo ritorna. E’ arrabbiato. Neanche lo guarda. Il bambino comincia a piangere. Magari è solo sudore copioso. Tutto si sta mischiando sulla sua faccia. Il camion sfreccia su quella strada poderale e sembra un elefante che avanza nella giungla. Si ferma di nuovo. Stavolta il camionista non dice niente. Scende. C’è una donna seduta sotto un Noce. Le mani sopra le cosce. I suoi sandali bassi che strofinano lentamente sulla terra sabbiosa. Accanto c’è un campo di cocomeri. Lui si avvicina lentamente. Dal vetro si capisce che si conoscono. Lui la fissa. Lei continua a strofinare. Sono fermi nelle loro posizioni. Il camion è acceso. Il bimbo sente un rumore salire insieme al calore. Non c’è nessuno oltre ai due là fuori. Dentro al camion le donne nude sembrano agitarsi. I santini no, quelli stanno con quel loro sguardo fisso verso il materasso stretto tra le spalle del bimbo e la lamiera. Quando il bambino si volta verso i due, la donna non c’è più. L’uomo torna a bordo e parte come una saetta. Il bambino sta piangendo da cinque minuti e lui neanche se ne accorge.

foto di Josef Koudelka



lunedì 28 aprile 2014

lo chiederò a Igiaba Scego

Una mattina mi son svegliato e sono andato a Porta San Paolo. Da giorni che pensavo di farlo: l’ho fatto portando con me figli, moglie e amici. Sopra il palco vecchietti arzilli e sotto bandiere e persone. La persona che mi racconta meglio di tutti la resistenza è Luciana: riesce a commuovermi come volevo, con la sua storia dei partigiani. Intanto, tra le bandiere e le persone, esplode il caos tra il gruppo della brigata degli ebrei e quello dei pro-palestinesi. Lei continua a parlare, e quando il presidente la invita rozzamente a tagliare, Luciana s’infervora di più e dice che deve finire il suo discorso. In quel momento l’ho amata, odiando, con tutto il mio maschio femminismo, il vecchio presidente baffuto. Lo scontro tra le bandiere ebraiche e quelle palestinesi non finiva più, diventando un inutile spettacolo, complicandomi il racconto sulla resistenza che avrei fatto la sera ai miei figli.
Per pranzare ci siamo sdraiati al parco tra mille badanti e il loro tempo libero, di vino, musica e pensieri di piombo che sembravano appesi davanti ai loro enormi occhi azzurri.
Nel pomeriggio ci spostiamo al museo di via Tasso. Le mie orecchie sono ancora lì ad ascoltare le storie di De Angelis sui partigiani romani, i nazisti e le loro prigioni, e poi di delatori fascisti e di eroi coraggiosi. E i miei occhi vedono ancora tutte quelle facce in bianco e nero stropicciate dal tempo, gli eroi nel vento: della storia, della retorica, del laviamoci la coscienza con gli eroi di ieri. I loro sguardi non sembravano quelli dei futuri eroi, ma avevano semplicemente una posa da documento d’identità, e che a me faceva pensare a storie stropicciate e strappate da uomini ottusi tre generazioni fa.
E noi tra quelle stanze in silenzio ad aspettare che la Storia arrivi a spiegarci perché oggi lasciamo che cortei tristi e neri scorazzino ancora nei nostri quartieri ornati di gerani. La sera prima: noi lì ad aspettare, con le orate fresche nelle buste Coop, di passare una spensierata serata prefestiva e questi, bloccando il quartiere, scortati, sfilano scuri di fiaccole e slogan, che pensavamo di non far ascoltare più alle nuove generazioni. Dopo una settimana di fatica lavorativa pagata appena per una decenza mal gestita, ci ritroviamo a lasciar scorrere questo fiume rabbioso davanti alla nostra spensieratezza part-time. Perché? Lo chiederò a Igiaba Scego. E la presentazione del suo nuovo libro potrebbe essere l'occasione. Clicca qui.
Verso sera mangiamo un gelato dalle parti di piazza Vittorio, e non ci va di metterci a torturare il presente per evitare di capire il passato: sorridiamo come sanno sorridere le bimbe nei cortili fioriti in aprile.



Poi ho deciso di scrivere questa cosa che sa un po’ di me e un po’ di noi. Stanotte spingeva per uscire dal mio mal di testa.



Poi oggi pomeriggio ho letto questo racconto di Gipi e stavo per cancellare questo mio esile esile.
Vabbe', mi perdono va'.

domenica 13 aprile 2014

unastoria e un po' di me

Mi sono iscritto alle notifiche dei commenti sotto un’intervista a Gipi. Volevo addormentarmi, il giorno dopo avevo una cosa medica che mi turbava, ma arrivano a cadenza d’insonnia le notifiche: parte una discussione tra lo stesso Gipi e una tale F. Non prendo più sonno. Ho unastoria sdraiata sul comodino, la prendo, mi siedo e la leggo. Metà libro mi risucchia e mi presenta il dolore in varie tonalità. Penso all’esame medico, al perché Gipi abbia avuto “il genio” di fare questo libro. 
Perché tanto strillare? Magari per evitare quella vocina stronza che ci spinge a insistere con questa vita casuale che ci tocca interpretare, no, amica, strillare non serve a niente. Lascia passare i crucchi e i grigi di questi pomeriggi, e poi un collo luminoso e un incontro inaspettato, o uno o l’altro, per poi tornare a portare in giro una smorfia di stupore che ti ricorda il vecchio sgomento, e ti costringe a vivere. Bene. Quel che basta per farsi perdonare dai posteri, dalle scolaresche chiassose che verranno.
L’indomani l’esame è andato bene, e mi sono ritrovato senza un perché in doppia fila con le quattro frecce davanti alle fosse ardeatine. C’era un sole violento, e c'era una guida carina che temporeggiava chattando, ridendo. Entro. Quasi corro verso le grotte di tufo. Arrivo in fondo e capisco di stare tra studenti tedeschi. Sono tanti, sono circondato da redenzioni. Vedo quelle pietre sgretolate e penso alla durezza della guerra, alla sua assurdità che un tempo pareva normale. Il loro tempo. Mica quello mio e di questi tedeschini che agognano solo di pomiciare tra di loro, e si lasciano trascinare dalla storia. Vado dove ci sono le lapidi schiacciate dalla luce sporca dell’Ardeatina. Esco. Veloce raggiungo la macchina e mando un tuitt per scacciare fuori tutta quella storia che non capisco. 

Stanotte ho finito unastoria. Ci sono poche parole e tante immagini. Perfetto per pensare a quel gesto, a quella vita che l’antenato si porta dietro dalla guerra. Quel gesto che un tempo avrei giudicato violento, oggi temo sia stato necessario. E nel temerlo mi accorgo che questo libro contiene qualcosa che ci fa tremare: giù tra una parola e l’altra, in quel silenzio, nascondiamo una terribile storia da rivelare. Una volta deciso, non si riesce più a tornare indietro. Credo che questo abbia spinto Gipi a passare dalla sedia per giocare al pc a quella dove cominciare a disegnare questa storia: lasciar scorrere quel chiarore, quell’albero, quelle facce, quelle nuvole. E quel magnifico collo lì ad aspettare la vita. Che ora è diventata unastoria commovente. Scordarsi la quiete per un po’, ce lo chiede sottovoce un dolore, un’amica o la storia. Grazie Gipi.

sabato 5 aprile 2014

Quel silos con le finestre accese

Stasera per la prima volta ho dovuto contrastare un filo di qualunquismo in una frase di mio figlio. Si parlava di profughi, e d'immigrati, il discorso era condito di diavolerie di quartiere: paura per una struttura per profughi che stanno per aprire. Stava ripetendo una frase detta e ridetta in classe da altri compagni, si capiva che la ripeteva senza capirla fino in fondo. Adesione naturale, forse, quella verso la sua comunità. Ma io non ci sto e urlo che deve pensare con la propria testa e bla bla bla. Lui si ritira offeso. Riparto facendo un quadro dettagliato sulle differenze tra profugo e immigrato, delinquenza e bisogno di sicurezza. E la pace è tornata, accompagnata da una quiete indifferente.
Con mia moglie allora ci diciamo sottovoce: a volte quanto è faticoso non essere come tutti gli altri. Lo diciamo con parole diverse, ma l’inquietudine è la stessa. Facile parlare, facile sentirsi buoni tra buoni, poi, quando vivi in un quartiere che pare un’enclave di giovani coppie scappate da quartieri dormitorio malfamati, e convinti che qui, dove la metro dista otto km e nei silos dove una volta c’era il grano ora c’è Dimitri – che gironzola su una safari scassata ridendo di birra e di sole e che a me non fa paura – si starà per forza meglio da dove veniamo. Mentre a me invece deprime l’idea che mio figlio debba arrivare in una scuola superiore dopo un’ora e mezza di bus stracolmi di rabbia.
Siamo in gabbia, e ce la siamo costruita controvoglia. Quel silos lo guardo nelle serate estive e ci proietto contento le seguenti parole “sì lo so che quello che sono solo io lo so”, ma poi rientro in casa confuso e calpesto ogni ragionamento con un logoro ottimismo appiccicato sotto le ciabatte.


Sarà che mi dispiace tanto della morte di Enrico Fontanelli, musicista degli ODP, sarà che la stanchezza spezza ogni cosa, ma qui, ora, stasera ogni cosa è tremendamente al proprio posto.