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giovedì 22 marzo 2012

a sud della metafora


Ieri mattina una metafora mi si è parata davanti, in un bagno, con dei nanetti intorno a trafficare di gioco e status. Mi sono piegato troppo in questi quattro anni di lavoro forsennato. Come un luterano, quasi, ho sfidato le gravità che mi spingevano verso il buio. Ne sono uscito, dal bagno, dalla furia lavorativa di affermazione. Diciamolo una volta per tutte: ho lasciato tracce di me in giro per i luoghi di lavoro frequentati ma, niente, o poco, che si sia radicato davvero. Stavolta era diverso. Stavolta non volevo morire. Se non scrivo certe mattine rischio di morire. Appunto, tiro fuori la testa dalla macchina e vedo Andrea: il miglior amico proiettato verso cose nuove. Se solo lo sapesse. Poco più in là S., che abbaglia la realtà con tutto il sud che si porta appresso. A me il sud fa pensare al dolore irreversibile, da fuggire in piena notte, dopo l’ennesimo delitto ai danni di Placido Rizzotto. Ma forse sbaglio. Poi S. sa il fatto suo. Intanto passava il capo con la sua scia inutile, che non è affatto ombra dostoieschiana, ma solo quella necessaria a coprire vizi di provincia che a Roma si nascondono meglio.
A casa la voce di Enrica ha forma di rete morbida a cui affido i miei tentacoli doloranti, che sono stufi di apparire retrattili.
C’è Bruno che mi aspetta festante sul tavolino. Non posso abbandonarlo in questa mattina indolenzita per niente inutile. Se solo lo sapessi.
foto di luigi ghirri

 
A me il sud trasmette dolore che sa confondersi con la vita, con le persone, per questo diventa un colore: rosso per esempio. A volte troppo colore rende sgargiante anche il pensiero, e questo comincia a disegnare scenari apocalittici, che poi, se la vena è giusta, diventano poetici. Universali. Da amare. Così come vuoi bene a un’amica, al suo colore preferito, al suo sud sfacciato che cerca un riscatto a ogni angolo. Alle sue parole dolci come nenie che cullano al mattino, come nel primo pomeriggio. Anche senza sole, anche all’ombra di un sole troppo forte. Ci sono. E questo è bello, nei giorni sfuggenti come carogne.
Sto precipitando dentro parole improvvise, quasi improvvisate, per scacciare ogni equivoco maligno che scaverebbe nei bassifondi delle nostre tenere anime.
Può bastare?

domenica 18 marzo 2012

sfogliando fra terra nuova, ami? (assaggio)


Bruno sta volando nella mia testa. Le parole di Nadia Terranova si sono legate per bene ai disegni di Ofra Amit, facendone una sintesi perfetta di una storia. Quella del bambino Bruno, che con la sua curiosità ci mostra un ambiente ricco di colori, parole e desideri. La malinconia rimane distante, a distanza di sicurezza dalle nostre emozioni. Ci sono dentro queste spesse pagine immagini che tendono a saldare un conto aperto che il personaggio Bruno Schulz aveva col mondo. Era ora. In questa breve storia c’è un monito non urlato: la diversità può diventare opportunità. Senz’altro prima deve trasformarsi in dolore raccontabile, in capacità individuali da esprimere al meglio.
Padri ingombranti a cui dare ruoli e piume a dismisura; così ogni gesto esagerato assume la forma narrabile nelle sue preziose sfumature. Per il bambino, per Bruno. Poi rimane quella timidezza che inciampa nella misantropia, che a sua volta poggia su disagi più o meno evidenti. Abnormi. Bene, tutto questo non produce in automatico riscatto attraverso l’arte, ma, se il demone giusto spinge in quella direzione, allora è un’epifania senza fine. Sempre se nel frattempo non interviene l’idiota nazista del caso a chiudere per sempre il nero portone. Da quel momento la storia si mangia la storia, facendo correre il rischio ai racconti, ai disegni e tutto il bello che conteneva quella storia, di perdersi nel gorgo.
In questo caso, in questo libro, tutto è recuperato e illuminato con la giusta luce e le necessarie parole. Meno male che ho avuto oggi l’opportunità di godermelo.

venerdì 16 marzo 2012

innesti


Neppure conosco l’inglese, figurati il latino. Poi, a dire il vero, non me ne importava granché fino a ieri. Fino a quando ho letto che nella mia città di provenienza si parlavano due dialetti differenti. Addirittura? E mo’ mi poteva sfuggire ‘sto particolare? Ebbene sì; anche se sapevo che quelli della città vecchia parlano un po’ più il napoletano di noi del borgo, ma fino a dire due dialetti diversi no, caspita, avvisatemi prima voi di wikipedia. Il fatto è che a me piace stare sempre dentro le cose, e anche nei discorsi degli altri. Saperne più di te. Fa niente che al contempo sono convintissimo di saperne molto meno della media regionale, tant’è, m’illudo in quei tre secondi che mi capita di rispondere a tono alle questioni che si presentano; ma solo quando ci prendo, chiaramente.
Mio padre parlava benissimo il dialetto. Era un’artista del dialetto, per i toni e per gli accenti messi al punto giusto, oltre che per lo sfacciato stile libero.
Parlavo poco in giro, fuori di casa, intendo. Poi, al ritorno, rimbambivo mia madre con resoconti dettagliati che nemmeno Andrea coi suoi racconti. Così mi attrezzavo per una timidezza paralizzante, che cresceva a vista d’occhio intorno a me.
 Sono anch’io un po’ diesel, e tiro fuori il meglio alla lunga; gli altri poi restano sorpresi e non mi dicono quasi mai niente. A parte alcuni amici, e mia sorella. Gli altri sembrano timidi.
Ora rimango con una trentina di parole tra i denti, e mille immagini da scrivere.

E continuo ad ascoltare questo pezzo tutte le mattine in auto, lontano da me.


Quella domenica mi ero svegliato alle sette. Un freddo che i polpacci parevano due cosce di pollo. Mi scaldo correndo tra il mare e gli spogliatoi. I compagni tutti eccitati: ci sono quelli della Fiorentina! che poi erano anche quelli dello Scauri; insomma, avevano a che fare con i viola – squadre satelliti -  ma vivevano a Minturno. Io facevo finta di niente con la mia casacca larga addosso, ma in realtà tremavo dalla voglia di dimostrare quanto ero forte sulla fascia. Nuovo ruolo: non più centrale difensivo ma ala destra. Certi scatti sulla fascia che mi piacevo solo a immaginarmi, mentre lo facevo: la domenica sera, a letto, quando davo le pagelle a tutta la mia squadra, e a volte pure all’arbitro. Quel giorno invece correvo a vuoto. Cadevo a ogni rilancio. A metà del secondo tempo provo un tiro da fuori aria e la palla si alza a saetta e cerca di arrivare in porta. Niente, per quel tiro mi sono soltanto slogato la caviglia. La Fiorentina era più lontana del mio dolore. Pure al provino per la Roma ho corso e corso senza concludere nulla. Me ne sono mangiati cinque di avversari in un’azione, anche se poi davanti al portiere mi sono piegato come un gatto sul sabbione.
Vedevo bandiere ovunque e le braccia scendere vuote. Domani tirerò la cannonata mancata, subito dopo essermi fasciato per bene la caviglia. 
http://www.la7.it/invasionibarbariche/pvideo-stream?id=525854

mercoledì 14 marzo 2012

fiumani per voi


foto di francesca cervasi
Intervista di Peppe Stamegna a Federico Fiumani


Nel tuo ultimo “Niente di serio” ho notato un “sottile mutamento” riguardo ai temi trattati di solito dalle tue canzoni. Mi è sembrato che dalla poetica diretta del quotidiano, come nei rapporti con le donne, o con l’amicizia in genere, etc.. tu ti sia spostato verso riflessioni sullo scorrere del tempo. Come sempre utilizzando una lente sensibile sulla realtà, anche se stavolta mi pare con un minor coinvolgimento emotivo. Sbaglio?

Minor coinvolgimento emotivo non direi proprio, forse leggeri cambiamenti di stile dovuti al tempo che scorre. Ci sono pezzi sofferti e altri abbastanza ironici ma queste cose nei miei dischi ci sono sempre state.

Una mia amica mi ha fatto notare che in quest’ultimo lavoro c’è una produzione più corposa, condivido questa impressione, anche se credo che la forza dei tuoi pezzi migliori stia nella semplicità di raccontare i sentimenti, in tutta la sua gamma, includendo anche quelli più complicati e profondi. È cambiato qualcosa nel tuo modo di produrre negli ultimi tempi?

Sì, sta cambiando. Adesso mi diverto di più in studio di registrazione, sto imparando a usarlo meglio.
Credo che questo disco sia realizzato meglio dei suoi predecessori e sono contento del risultato
.

Nel tuo libro “Brindando coi demoni” tratti aspetti della tua vita intimi, quindi personali, e lo fai  mostrando una discreta dose di coraggio, a cui va aggiunto uno stile inedito;  sentivi questa urgenza di aggiungere qualcosa alla tua produzione di “solo canzoni”? questo te lo chiedo anche pensando a una dichiarazione di uno scrittore che dice che a volte, le belle canzoni, quelle più riuscite, spiegano meglio della letteratura i sentimenti.

Era il momento giusto per farlo, quel libro. Non è che si sia sovrapposto alle canzoni...le canzoni abbisognano di un lavoro interiore di cui magari non ti rendi neanche conto, nel libro mi sono limitato a raccontare degli episodi così come erano successi…usando pochissimi filtri.

Il tuo riconoscimento come autore genuino, indipendente, è stata una conquista o un’esigenza?

Diciamo tutti e due.

Quali sono gli scrittori italiani contemporanei che leggi volentieri?

Ho avuto un periodo in cui leggevo tantissimo, ora meno. Nel contempo mi sono rimesso ad ascoltare più dischi. Un libro fra gli ultimi, quello di Elena Stancanelli "L'uomo giusto" e quello di Emanuele Trevi "Qualcosa di scritto".

Di solito quando porto amici che non ti conoscono ai tuoi concerti, osservandoli durante la serata, noto stupore sulle loro facce. Anche se all’inizio lasciano intendere che il fatto di non riconoscerti in quanto personaggio famoso, li renda un po’ sospettosi. Poi succede che nei giorni seguenti mi chiedono di masterizzargli qualcosa. Ti accorgi durante l’esibizione di trasmettere qualcosa che rimane sospeso tra emozioni, stupori e sogni? E a te cosa rimane dentro dopo questi concerti?

Mi rimane dentro la sensazione di aver fatto la cosa giusta, perché io penso di essere uno che sul palco ci sa stare. Le reazioni positive della gente mi gasano, è ovvio.

Durante una tua intervista ti ho sentito dichiarare che il termine pop, legato al tuo ultimo disco, ti faceva piacere, o giù di lì. Ecco, ascoltando in anteprima “ Carta carbone” - bellissimo video- ho pensato “cazzo che bella svolta pop ha fatto Fiumani”, anche se l’ho fatto sottovoce.... In fondo, bisognerebbe dare il giusto significato alle parole. Per esempio, quando ti etichettano come artista new wave, ti ci riconosci oggi?

No, non più. Per fare la new wave bisogna avere un gruppo con tutti sulla stessa lunghezza d'onda a livello di gusti musicali e poi dovrei suonare solo la chitarra senza cantare perchè avrei bisogno di pensare solo a quello.

Una costante nelle tue canzoni sta nel descrivere il dolore in maniera asciutta per poi, spesso lo percepisco, trovare appigli esistenziali per riscattarsi, e per cercare vie di fuga. Credo che questo leitmotiv caratterizzi buona parte delle cose che hai scritto e ti rende originale nella scena italiana, che tipo di ricerca c’è dietro?

Se si percepisce questo mi fa piacere, in fondo che cos'è fare arte ? Riuscire a trasformare le cose che succedono in un valore.

Una mattina ti svegli e puoi decidere quale artista essere per quel giorno, quale ti piacerebbe incarnare?

Paolo Conte.

Progetti futuri?

margherite


Fino a ieri parlavo molto e scrivevo peggio. Oggi sono più sereno: aspetto. Anche se è attesa di cani randagi. Di uomini tutti di un pezzo. Nessuna affascinante scrittrice alla porta. La Parrella scrive da dio. Nessun amico magro a cercarmi. Lo so, state tutti intenti a nuotare verso spiagge solitarie.
C’è stato un tempo, incipit alla Ferretti, in cui scrivevo delle cose davvero tristi, pensando, forse, che alla lunga la tristezza avrebbe pagato; possibile che lo immaginavo come s’immaginano gli angeli, le principesse o le scope volanti?
Mia madre non mi parlava mai dei sogni. I suoi li vedevo cadere dagli occhi ogni giorno, fino a quando non si è messa a piangere tutti i pomeriggi, dopo il caffè.
Avevo tanta timidezza da offrire in certi pomeriggi, e non passavano mai. Mi sforzavo di parlare bene, al punto che una ragazza molto più grande di me, avevo quindici anni, con quel suo corpo che mi annientava, mi disse: ma tu non sei di Gaeta? Ma come, a parte un giorno a Roma e uno a Napoli, più il giorno della nascita a Formia, non mi sono mai allontanato da questo posto; insistendo: è che non sembra, parli bene, senza accento. Per me equivaleva a una pomiciata. Che non c’è mai stata. Come con quella roscia, anche lei più grande di me, che mi carezzava ogni volta che la incrociavo per strada. Mi faceva svenire. Una volta, durante questi sfregamenti discreti, presi un cazzotto da un delinquente del paese: era ubriaco e mi chiese pure scusa! Stordito, sono scappato a casa a farmi una pippa. Che non si sa mai, dovesse svanire l’effetto della roscia, pensai con tutto il dramma di quegli anni. Malati di adolescenza, quegl’anni scorrevano a tremila verso fughe pianificate a gambe all’aria dentro un letto unto di formica beige. Maledette gambe all’aria, ci volevano piedi a terra e ragazze d’amare tutte le mattine. Eh! Ci voleva sicuramente una voce dolce e potente a sbarrare le mie brame, d’immagini in bianco e nero da colorare.
Oggi nel mio quartiere periferico e un po’ paesano, appena fuori dal pianeta Roma, mi era parso di vedere persone di Gaeta che conoscevo, vagare sognanti anche loro. Una leggera dissociazione d’amore per un passato che resta sempre parallelo, nella sua giusta e irrevocabile distanza di rabbia, dal mio migliore presente possibile.
 
Questo mi ha raccontato stasera Antonio, poco prima dell’aperitivo, davanti alla piazzetta brulla dietro casa mia; più in là, oltre il marciapiede che chiude a ferro di cavallo tutto il circondario, c’è l’enorme vallata di fabbriche a tinta unita che galleggia prima della tanta pioggia agognata.


martedì 13 marzo 2012

talea


Ti hanno lasciata sola davanti al precipizio. E tu non sei caduta. Ti hanno lasciata sola in braccio all’orco. E tu sei scappata via. Hanno urlato come bestie mentre  stavi per addormentarti. E tu hai tappato le orecchie. Oggi davanti alla fermata del tram, poco prima della pausa pranzo, hai lasciato cadere nel cestino dei rifiuti tutte le belle foto che testimoniavano un periodo tristissimo.
Era seduto alla panchina con le gambe accavallate, con quella faccia che a te piaceva tanto e per cui quel mattino di novembre hai lasciato tutto rotolare dietro al treno che ti portava a Firenze, da lui. Era lì seduto e non voleva disturbarti, aveva solo voglia di immaginare il sale che scendeva dalle tue tasche; le stesse che contenevano quei pochi spicci per l’ultima ribollita alle palle d’oro. Fuori un freddo da cacciare, e tante strade d’attraversare.
Ti ha seguito fino a viale Liegi, dopo l’incrocio con la Salaria, poco prima degli odiati Parioli. Sei entrata svelta in quel portone enorme. Poche scale e stavi già tra facce sbalordite di sogno con quelle manine che coglievano l’aria, aspettando inquieti carezze pomeridiane. Ti accovacci tra di loro e pensi alla cena da preparare. Chiamare Luisa? Uscire con Paolo? Lo scorso fine settimana l’hai passato a piangere su quelle foto. Non volevi uomini né amiche tra i piedi. Ti sei dimenticata di mangiare. La doccia l’hai fatta per pietà dei colleghi. La Littizzetto ti stava pure antipatica quella sera. Cazzo, lasciatemi qui e basta! Poi la notte hai fatto un sogno intenso: tu che pedalavi sulla bicicletta di Alfredo, e che ti lasciavi andare in discesa senza mani fino giù al torrente. Intorno case con finestre sorridenti. Chiazze di serenità qua e là. Ti svegli calma e vai a correre a villa Torlonia. I bambù somigliano agli adulti come lì vedevi da bambina. Si piegavano poco, e resistevano bene allo schifo dello smog. Al lavoro hai brillato più del solito, e alle colleghe non restava che arrendersi e brillare d’inerzia anche loro. Per pranzo un panino divorato come anni fa un uomo smilzo in estate: all’aperto, accanto al gozzo, dopo le birre e le chiacchiere allegre che salivano fino alle stelle. Un caffè con panna chiudeva l’entusiasmo.
E da quel momento ha continuato a seguirti, dalle foto nel cestino, fin dentro a questo androne buio. Ti prego, apri questa porta, amore mio.

verde smeraldo


Almeno venti secondi al giorno penso seriamente alla morte. Questo, soprattutto, per distrarmi dalle troppe vite morte indigeste che mi capita osservare. Per altri venti secondi ho una nausea tremenda, assoluta, senza scampo. Questo per distrarmi dai pensieri di morte. Tranquilli, penso anche al sesso, agli amici, ai figli e ai debiti. Al mio amore, agli anni di mia madre, al sudore degli operai, a come saranno da grandi i bambini che vedo, miei inclusi. Insomma, se non osservo penso, e quando non faccio entrambe le cose mi diletto nella logorroica presenza di spirito. Quella mia, patetica e a tratti grandiosa, e questi tratti dovrei proprio registrarli ogni tanto.

L’altra sera Fiumani e i suoi musicisti hanno fatto un concerto da paura, come ha dichiarato Andrea poco fa. Io ci credo a quello che dice Andrea, per questo sposo la sua impressione. In più, l’aver partecipato a questo concerto mi ha confermato una mia antica ossessione: che le persone alla lunga, se vogliono, migliorano anche con l’età che avanza. Questo dell’età che avanza è un concetto interessante: per me si tratta solo di una romantica evoluzione verso quel meglio che stiamo sempre ad annusare, ma che ci sfugge sempre all’ultimo minuto. Per questo non ci fermiamo mai, e spesso il movimento ci rende migliori davanti alle parole, e ai tuoi occhi; questo movimento può avvenire soltanto all’interno della nostra cornice esistenziale. E di nessun altro. Capito? Altrimenti si muore a ogni risveglio.

sabato 10 marzo 2012

fiorella



Tonino sapeva poco delle sue mani. Quella volta sì è fatto prendere dalla fretta e dai desideri. A lei era piaciuto, e mica poco. E voleva continuarlo a vedere ancora. Dietro quella macchina, al riparo da occhi indifferenti, avevano giocato a fare i grandi con le mani, la bocca e i sospiri. Nessuno a testimoniare. Peccato. Ché quello che si ricordano loro è già sedimento e si poggia sopra altri sentimenti, altre impressioni più o meno belle, senz’altro esperienze uniche e indimenticabili. Quella lo era stata. Fiorella non aveva il coraggio di raccontarlo alle amiche, e nemmeno alla cugina del cuore. Le pareva che fossero sorde a certe gioie improvvise. Così una mattina ha fatto una specie di test.
“ Secondo te Tonino ci vuole provare con me?”
“ Non credo, quello guarda sempre Maria.”
Appunto, pensò. E così quella primavera trascorse con passeggiate lungo tutte le scogliere possibili, dove calava sempre il sole. Ogni scoglio un bacio, ogni passo un abbraccio. E nel mezzo qualche spinta: diventavano all’improvviso come bambini  che lottano come in una danza primitiva. E loro lo facevano. Poi le mani ricominciavano a scendere invisibili a cercare anfratti di miele e spine. All’epoca la comunicazione passava tutta dal vero, e di virtuale c’erano solo i sogni.

“Ma perché quell’uomo si è tuffato in mare? Stava su quella barchetta, lontano dalla spiaggia, eppure si è tuffato.”
“Ma no, guarda che io non sono mica sicuro che si fosse tuffato. Si vedeva poco con quella foschia. Abbiamo visto solo qualcosa che cadeva in acqua. Bo', io non sono sicuro che fosse un uomo.”
“Certo che lo era. La stranezza non fu il tuffo, quanto che fosse marzo e faceva ancora freddo.”
“Ora ti metti a ricordare quel fatto triste. Già all’epoca litigammo per questa cosa, oggi no, dobbiamo andare al concerto, dai.”
“Mi è tornato in mente perché ho pensato a quel periodo.”
“Tra le tante cose, belle, intense e significative, tu proprio a quella barchetta barcollante in mezzo al mare devi pensare?”
“Senti, io penso quello che mi va di pensare. E poi non voglio litigare, solo ricordare, hai capito ora?”
L’arrivo della metro tardava, e loro assumevano un atteggiamento che lì faceva sembrare a una stazione ferroviaria del paese piuttosto che in città, presso uno degli snodi più importanti. Sulla banchina erano soli. Si sentivano dei rumori provenienti da sotto di due uomini, forse slavi, che discutevano alzando ogni tanto la voce. Di colpo il silenzio, e il vento caldo e prepotente che anticipa l’arrivo della metro scaccia ogni scenario possibile. I due uomini magari ora stanno bevendo di gusto il Tavernello rosso, comprato al discount dopo una giornata di scrocco miserevole. Intanto dentro i posti da scegliere sono tanti, Tonino come al solito preferisce quelli accanto alla porta d’uscita. Quella buona per la loro fermata, subito dopo Ostiense. Fiorella infila la bocca di rossetto viola nella sua bocca. Lui sente di cadere all’indietro, si capisce da come si aggrappa ai tubi laterali. Un poster fuori dal vetro illustra una scena di vita campestre con dei biscotti tondi al lato, stanno lì come se non fossero loro i protagonisti di questa storia.

venerdì 9 marzo 2012

ridere


foto di luciano ricci
Com'è facile ridere con tutta questa luce addosso. Sembrare inquieto dentro questa forza ignota che spala male davanti agli occhi, non è proprio il caso. Sì, sì, qui si sorride di te e di me e delle gambe veloci di certe persone ridicole. Lo sappiamo tutti che la fine è nota, la notte perversa e il mattino pulitore. Eppure, ogni volta pare la prima volta. Ogni parola sembra nuova e anche le ripetizioni si presentano senza pudore alla porta. Lo stupore, unico baratto possibile con le storture inaccettabili; per noi bimbi con le ginocchia sbucciate di polvere e sangue.
Com’è difficile scrivere del tuo sorriso.

mercoledì 7 marzo 2012

un albero


Conoscevo bambini dalle facce crudeli. Vedevo i loro padri con le panze di fuori, e dietro c’erano le mogli informi con quelle mani minuscole, a chiazze rosse sul dorso, che si agitavano ferme. Conoscevo una ragazzina con i capelli lunghissimi e una bocca senza voce. Conoscevo quella strada in discesa da dove vedevo il castello con le sue torri tonde, e tutta la fortezza che disegnava il resto. Poi lo splendore di quel dolore improvviso che ci scuoteva come sarde nella cassetta: appena pescate e non ancora scampate al loro inutile destino ignoto. Come me e le mie fragole da mangiare d’un colpo nel pomeriggio, mentre dalla sua faccia colava sudore senza fatica, senza dolore.
Era ieri e sembrava tutto perso dentro quel tram verde Roma anni sessanta, e la Magnani coi suoi viziosi capricci adorabili già era passata. Non volevo avere numero telefonico ieri e nemmeno una finestra. Volevo una zattera levigata libera di guidarmi senza freni.
Appena un albero mostra il primo germoglio mi spoglio e come una scimmia sorridente salgo fino alla cima, solo gli occhi fuori dalla chioma: sotto un blu che lascia cadere giù, e io ad osservare la fretta come ricordo di un vecchio mondo.

Quei due ragazzi lasciati soli qualche anno fa non avevano proprio bisogno di quest’assenza improvvisa, che significa un padre morto mentre lo diventava lentamente. Se becco lo sceneggiatore che sta dietro le loro storie, giuro che gli do un rovescio come si deve. Eh! Qui c’è un conto salato già pagato. Un abbraccio P. e D.

 
(da SIGMUND FREUD, Opere. 1915-1917 Volume 8°,  BORINGHIERI 1976)  1915
CADUCITA’
Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato.

martedì 6 marzo 2012

crescere



Voglio crescere, altroché. Solo che non voglio farlo avvolto da bandiere scolorite, dentro slogan senza senso. In tutta onestà stanotte vorrei  seppellire le mie frasi dell’altroieri, anzi, a pensarci meglio, le voglio spolverare di senso e ridargli vita. Ma che cazzo scrivo? Quest’onnipotenza verbale mi fa tremare: in fondo sto qui a divertirmi di me e delle nuvole che mi passano sugli occhi in certe giornate strane.

Così si avvicina a quella fotografia a toni tenui, che aspetta di essere stampata in quella domenica d’agosto. Ma il vento tormenta i suoi capelli, e un principio di nervoso saliva su dai suoi piedi; quindi, preferisce bere un caffè con panna. Il chiosco poggia sulla scogliera, sotto a filo d’acqua cime logore di vecchie barche già riciclate dal mare. Aspetta, e intanto i capelli litigano con le sue mani sempre più agitate. Non vede più le case pastello una attaccata all’altra, che solo un secondo fa scorrevano come immagini dentro macchinette fotografiche finte, che vendevano alle feste patronali. Appena arriva glielo racconta, di come scattava quelle foto sapendo di scattare un desiderio. Per poi vedere uscire fuori facce e posti fintamente dimenticati, per esplodere di stupore verso quei grigi aperti verso neri opachi: i bianchi si erano immolati per la causa ottusa di certe teorie ideologiche. Ecco che il vento smette di istigare, tutte le finestre dentro quei pastelli si aprono e aspettano. Che esca fuori una donna, un sorriso o uno sbuffo, poco fa; importa che ci sia estate là dentro. Come sulla scogliera, che ora si stacca dal porto e lentamente deriva verso i palazzoni vecchi d’inverno, quasi galleggianti sulla città vecchia, e che si burlano di tutte quelle case pastello e dei loro balconcini che esplodono di basilico.
Si sveglia con la testa leggera e i capelli tagliati. Apre le persiane e vede il vento schiaffeggiare le chiatte deserte del porto: tutti già in mare, il niente da immortalare.
Due ragazzi, uno alto e uno basso, che forti di solitudine si fanno sospingere da una velenosa adolescenza. Il faro rosso oscura ogni verità inutile agli occhi degli altri. L’ombra a levante è calda e protegge da sguardi insidiosi, che vorrebbero raccontare loro questa storia grigia di paure e desideri.

lunedì 5 marzo 2012

musicassetta rossa


Me ne stavo tutto il tempo a guardare le sue canzoni, sì, avete capito bene. La mattina, nell’inverno dell’ottanta, in fila per andare in bagno, mi guardavo le sue canzoni. E vedevo ballare il ballerino. Poi mia sorella mi diceva che se non mi sbrigavo…e allora mi sbrigavo, e in un lampo, stavo già sulla via della scuola. Una volta arrivato lì, senza farlo vedere a nessuno, mi guardavo di nuovo tutte le canzoni che stavano chiuse dentro la musicassetta rossa. Non lo dicevo a nessuno dei miei amici che guardavo le canzoni, e, forse, è la prima volta che lo dico. Questo perché stamattina in fila, stavolta in auto dietro ad altre centinaia di persone in auto, e nessun suono dolce a dire “sbrigati”, proprio stamattina mi sono rimesso a guardare le sue canzoni.
Da tempo che non lo facevo, stavolta poi avevo altre immagini di piazze grandi e piene, occhi di lacrime, e ritratti più o meno azzeccati e sinceri. Fa niente dai, io conservo il mio dentro quella cassetta rossa, quella con lo zuccotto.