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lunedì 20 aprile 2015

La manutenzione degli affetti

      I personaggi di questo libro di racconti camminano accanto a noi. Amano come noi. Tutto questo senza stringerci a loro, senza soffocarci nei loro sentimenti. In questi racconti si narra il presente e tutte le sue parole vivono tra di noi, ma non ci schiacciano né impauriscono. Ci accompagnano attraverso l’inquietudine, che percorre come una dolce serpe il libro. Lo stupore per i fatti quotidiani, anche se mostrati con raffinate lenti d’ingrandimento, sono carichi di elettricità e d’improvvisi turbamenti; cadute che nei giorni normali e quieti irrompono e deformano la realtà, costringendo ai personaggi ripensamenti e frenate davanti agli usci dei giorni. 


La “Manutenzione degli affetti” appare nel suo insieme come una sorta di mosaico del pensiero contemporaneo che, sorretto da uno stile diretto e acuto, forse aiuta a semplificare il groviglio incandescente dei sentimenti sottocutanei dei nostri giorni. Leggendo più volte alcuni dei racconti presenti nella raccolta, mi sono specchiato nei tanti specchi esposti: i sentimenti che si aprivano e dilatavano nelle descrizioni dei personaggi m’invitavano a pensare ai miei guai sentimentali, esistenziali, così come ero attratto dalla loro bellezza di racconti, tutto questo senza inciampare nelle buche del sentimentalismo, e neppure mortificandomi del mio essere solo lettore di passaggio. Ecco, questo libro di Antonio Pascale contiene un rispetto commovente per i lettori, ai quali presenta solo delle interessanti storie da ascoltare.
Una caparbia volontà di illustrare impressioni e vissuti attraverso gesti minimi, quotidiani, che fanno emergere uno stile asciutto e lineare, a cui l’autore si affida e confida per raccontare un mondo altrimenti trascurato e, forse, non visitato da altri, e solitamente neanche da noi. Quel mondo dove le persone dialogando con l’ambiente attraverso lampadine, ascensori, quadri, mettono in atto tic e modalità esistenziali, e così facendo mostrano tutte le conseguenze e le deflagrazioni che certe paure, certe ansie, certi affetti, e certe scelte irrompono nelle vite senza pietà. E poi sarà nel pensiero successivo, che non abita nel libro, la volontà di aggiustare o abbandonare certe storie, la manutenzione appunto, quella che ci permette di aggiustare il tiro e di continuare a vivere con dignità le cose delle nostre vite.
Fare i conti col passato, escludendo ogni salvezza possibile, ma elaborando vissuti incerti e fragili, caratterizzano e legano i racconti. Alcuni di loro sono proprio imparentati e scorrono paralleli, pur senza creare un’unica storia.  L’autore lascia  intendere che, le vicende di Rosaria e Alessandro, avevano bisogno di due racconti separati e quindi non chiude in cerchio le due storie; questo forse anche per rendere chiara una cosa: alcune storie possono essere raccontate solo attraverso gli occhi dei protagonisti, a cui lo scrittore si sottrae con maestria, lasciando emergere piano piano un vissuto doloroso che si avvicina ma non invade, né noi e né i due racconti “parenti”. Questa cosa è bella e fa della “Manutenzione degli affetti” una guida sentimentale a cui attingere di tanto in tanto, nei pomeriggi piovosi o nelle notti insonni, e perché no, anche al mare col sole che illumina ogni parola: leggerlo anche per non sprofondare comicamente nelle secche del presente. Almeno per me, che da qualche anno ne faccio uso in dosi minime ma costanti nel tempo.

“La manutenzione degli affetti”, Antonio Pascale, nuova edizione. Einaudi.


lunedì 13 aprile 2015

il bar all'incrocio

L’altra sera ho fatto un colloquio di lavoro, in un bar, si trattava di assistenza domiciliare. Mentre Giampaolo spiegava il tipo di mansioni da svolgere, facendolo con sensibilità ma pure con quel disincanto di chi lavora da anni nello sciagurato mondo del sociale, ascoltavo e dentro di me risuonavano quegli anni faticosi di quando ci lavoravo, in quel mondo. E i bimbi, quelli con cui lavoro ora, mi passavano davanti coi loro capricci adorabili, e con tutte le loro instancabili mutevoli forme di crescita. No, Giampaolo, appari onesto eppure quello che proponi è vecchio, inutile alla mia storia. Nello stesso bar del colloquio anni fa stavo con Andrea e altri a discutere sul contratto capestro che una tale Cooperativa ******* ci aveva rifilato al secondo colloquio, rimangiandosi quello promesso al primo: basta, direi basta con questa commedia dei buoni che si accontentano. Un guizzo di cattiveria ci vorrebbe. Lavoravo in una casa-famiglia a trecento metri da questo bar. Ci sono rimasto tre anni a fare il topolino-educatore da laboratorio per gli scienziati-psicologi del telefono *******. Noi a tamponare l’orrore di storie infantili schiacciate dagli adulti e loro di sopra a gestire un potere fatto di bontà, di conferenze e di politici da sedurre: sempre in tiro stavano coi loro stivali taccosi e addosso quei foulard vorticosi come serpenti. Ma il magone che avevo la domenica sera prima del turno notturno, che mi trascinavo come una coda di dinosauro sulla Nomentana buia, col pensiero di mia moglie e mio figlio da soli in quella casa sfiancata sonoramente dai tir delle cave tiburtine, dico, ma a chi potevo raccontarlo quel benedetto magone? Di certo non ad Ammaniti-padre in supervisione (tra l’altro, lo riconosco, l’unico a capire in un’ora di riunione ciò che gli scienziati di prima (quelli taccosi) non avevano capito di D. in due anni di terapie).

-         Lavora, questo hai scelto a vent’anni, e ora vai, salva l’umanità intera: bimbi sfigati, uomini soli, donne distrutte, ragazzi senza giovinezza. Teneri disabili.

Poi, una volta in casa-famiglia era tutta una lotta con D. che non voleva dormire ed io a raccontargli storie sdolcinate con finali tristi che vedevano come protagonista Gigi D’Alessio, il suo eroe. E la notte su internet a cercare altri lavori, altre fughe, e altri piaceri inafferrabili che si allungavano fino al mattino.
Mentre il colloquio procedeva con ampie parentesi sui rischi di lavorare con gli psichiatri, e non con i pazienti psichiatrici, i miei pensieri sono volati in quella casa umida che protegge una donna sola, che ride da sola, e pensa da sola, e si incazza (anche) con me, ma sempre da sola, e vuole recitare fino alla fine una parte triste, trafitta già dalla sua infanzia di guerra, con la complicità di quel piccolo paese ottuso e splendido che si sta facendo odiare anche da me adesso. Lei lo fa con un randagismo ironico, al limite del comico: quando la ascolti non resisti e ridi, poi ti incupisci un po’, ma intanto hai pure riso di gusto. E non è poco, se consideri la sua storia, il groviglio che ha in testa, e la rabbia senza freno che sprigiona in certi pomeriggi estivi. Io lo so, e un giorno ve lo racconterò. Forse.
 Mentre sorseggio il caffè, e il colloquio volge al termine, parliamo di scrittura autobiografica. Poi anche di esperienze con pazienti psichiatrici, di un dormiente che seguivo (poi suicida) e di sua madre, che mi rifilava leccornie durante il risveglio patetico e tragico del suo unico inafferrabile figlio: io e lei in cucina e lui sdraiato in cameretta, bottiglie di birra accanto al letto. Fumetti. Cicche. Capelli lunghi e sporchi che schiacciati su quel cuscino mi sembrano una medusa. Lo invoglio a tirarsi su da quel letto lurido. Poi guardo la madre, lei abbassa lo sguardo e fa un altro caffè.  Mi accorgo che raccontando solitamente ometto la morte, la pazzia e l’insostenibilità di quegli sguardi tremendi. Di quegli anni. Uso il presente, illusione per non sentirsi perdente.

Giampaolo, tu sarai un buon coordinatore, ed io forse non lo sarò mai, pur avendo sfiorato e fatto sfumare questo status tante volte: ora sono stanco di status, e pronto a mille oscenità sociali. Come questo mio scrivere così; al corso di scrittura autobiografica, che durante il colloquio mi hai detto di aver fatto anche tu, ma ahimè lì non insegnano che il troppo di noi raccontato può diventare una bolla di sapone per salvarci il passato. Domani io voglio bucarla quella bolla, e poi leccarmi la liscivia mischiata allo smog che discende giù dolcemente, come eccitante: per gli anni che ci restano per combattere e amare.
Coraggio, amico abbi coraggio di scartavetrare questo imponente passato: poi lasciateci divertire a impiastricciare le mani nei colori che ci ritroviamo.


“A letto, il bacio”, del 1892. Toulose Henri de Toulouse-Lautrec



Ps
Sì, sto cercando lavoro da integrare al mio part-time: tra quei milioni di lettori di questo blog se ce ne fosse uno interessato a offrirmene, sappia che metto a disposizione tutta la fantasia che ho. Per le referenze chiedete ad A. a E. a I. e a O.

Ps2

Durante l’arco di tempo che ho  scritto questo pezzo non ho fatto male a nessuno. Ho fatto l’amore. Ascoltato Fiumani e poi Beethoven. Annaffiato le piante del giardino. Ho letto al piccolo I ragazzi della via pal, e visto le foto che il grande ha fatto a Romics. Ho inviato decine di messaggi, e navigato un po’ disperato e un po' contento su internet. Ho telefonato a mia madre tutti i giorni. E pensavo ogni mattina a come dar retta a Kurt Vonnegut: Quando siete felici, fateci caso.





lunedì 6 aprile 2015

Che io sia stato un buono

Che io sia stato un buono, e di una certa sinistra, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato un buon amico, un marito perfetto, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato un buon figlio, un fratello adorato, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato uno con mille sogni nella testa, e cento progetti da raccontare, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe. Che io sia stato un appassionato di sport, e di calcio in particolare, a giudicare dalla giornata trascorsa, non si direbbe.
Oggi ho toccato con la mano il fango che da sempre è appiccicato ai miei piedi, che nel frattempo, di anno in anno, di guaio in guaio, di fallimento in fallimento, io sotterravo davanti a tutti. E tutti sorridevano, e chi mi faceva i complimenti, e altri ancora incoraggiavano questa pasticciona cazzata chiamandola originalità. Bah! Tra i pochi che ci videro bene, c’era un tale a Firenze che, con affetto anche lui, mi disse: ma tu non sei come vuoi far crederci (forse sei pure meglio). Tra parentesi il sottotesto che avrei voluto aggiungere allora, invece di prenderlo come un affronto inaudito a uno come me: che soffro! ma rido! e creo! io sono un uomo tutto nuovo! Sì, anche peggio di quell’altro pagliaccio che lo canta pure.

A giudicare dalla giornata appena trascorsa, e scrivendo davanti a questo specchio spento, posso dire con ostentata razionalità che io mi sono rappresentato troppo, e male, e che in fondo avrei fatto meglio a stare nel mezzo del silenzio a cercare idee potenti: ora dovrei stappare le vecchie cazzate passate e starmene dentro la meglio fantasia che ho. Così vediamo come va a finire; intanto affogo fino all’ultima goccia di me imbalsamato dall’affettuosa indifferenza altrui. Sì, un po’ è colpa mia, ma, dillo cazzo dillo, ma… e dillo: SIETE TUTTI STRONZI scritto sulla parete della mia cameretta a quindici anni, lo riscriverei ancora. E mi ci farei una foto strafottente da diffondere su internet. Stronzo anch’io, figurati.


foto di Diana Arbus

Scivere il secondo tempo, come si deve, è ciò che ci tocca dopo i quaranta, almeno credo.



martedì 31 marzo 2015

Mio padre è un osso di seppia

Ho ritrovato mio padre sulla spiaggia di Anzio. Era diventato un osso di seppia, striato da questi anni di silenzio. Stavo lì davanti agli scogli, infreddolito, solo, e lontano non vedevo neppure un’isola: mi sforzavo d’immaginare la sua barca anni cinquanta con quelle reti scure d’acqua. Sì, potrei raccontare che vendevi il pesce al mercato, e che restavi ad Anzio circa tre mesi l’anno. E dormivi rimpicciolito nella stiva, e mangiavi pane e alici fritte. Il vino bianco la sera. Un film la domenica. Gli occhi sui culi delle donne locali, nessuna avance, era un’epoca strana: facevate all’ammòr’ ma non ci avete raccontato da dove partiva la seduzione. Dalla fame? O dal sale o dall’argilla che impastava le tue nere braccia?

Mi sono tuffato e faceva già meno freddo, l’osso di seppia se ne stava su quegli scogli che morivano davanti a quella sabbia nera e bollente di ieri. L’osso di seppia aveva il cappello di mio figlio messo di traverso. Ho nuotato ore e ore fino a stordirmi di sale e silenzio.


Un anno fa scrivevo come sopra, stasera scriverei come un mostro: nel mezzo mi ascolto questa canzone fresca. Non chiedo più la luna o vette troppo alte per la mia storia, no, solo un po' di sincerità e amici da abbracciare la domenica mattina.
Fanculo le aspettative e il grigio dei tuoi occhi. 

Goffredo Parise lo spiegava meglio di me, così: "Non sopporto più le persone che mi annoiano anche pochissimo e mi fanno perdere anche un solo secondo di vita."

Goffredo Parise


venerdì 20 marzo 2015

Le piccole virtù

    Cercavo parole per la mia crisi con gli amici di sempre, e le ho trovate fresche e luminose. Cercavo frasi per approfondire meglio dell'amore e delle incomprensioni con mia moglie, e stavano là distese ad aspettarmi. Soffrivo l'assenza di confronto per capire le ragioni e le ribellioni di mio figlio adolescente, ed eccole spiegate senza disperazione. Cercavo una spinta per la mia vocazione, il mio mestiere, l'amore per la mia storia, e oplà, d'improvviso mi sento sollevato di non aver sperperato la speranza di ottenerla ancora.
    Sì, Le piccole virtù, preso in prestito in biblioteca, di colpo diventa il libro che brilla di più sul mio comodino in questi giorni di eclissi e silenzi.
   Natalia Ginzburg e la sua scrittura leggera, superba e profonda, mi suggerisce di non esser troppo entusiasta, e aspettare, in silenzio aspettare, quell'equilibrio segreto:
 "e d'un tratto le cose della terra ci sono apparse al loro giusto posto sotto il cielo, e così anche gli essere umani, e noi stessi sospesi a guardare dall'unico posto giusto che ci sia dato: essere umani, cose e memorie, tutto ci è apparso al suo posto giusto sotto il cielo. In quel breve momento abbiamo trovato un equilibrio alla nostra vita oscillante: e ci sembra che potremo sempre ritrovare quel momento segreto, ricercare là le parole per il nostro mestiere, le nostre parole per il prossimo;...


   Grazie Natalia Ginzburg, e scusa per averti incontrata così tardi (non è mai troppo tardi diresti, dolcemente seccata, ripetendomi di tenere sempre a mente quel momento segreto).

   Così metà disperato e metà sollevato mi avvio a un silenzio da me cercato, temuto, ma non per questo desiderato. Dovere delle cose, della memoria e delle attese che spaccano in due la nostra esistenza: un prima e un dopo. Intanto vado a cercarmi il mezzo, l'equilibrio, il segreto.

lunedì 9 marzo 2015

mio figlio dal ciuffo immobile

     Mi sono iscritto al primo superiore. Sì, sul sito del Miur hanno preso la domanda di mio figlio col mio nome. Il resto dei dati sono i suoi, ma il nome è mio. Dirai: lo soffochi, lo stressi, non gli permetti di sbocciare d’identità. Ehi, non esagerare, un po’ è vero ma mica sono così matto da schiacciare fino a questo punto la sua bella e acerba identità. E’ stata una falla online. Però in questi giorni di incazzature feroci sto scoprendo, e quando succede mi viene quasi da piangere, di come gli sto volendo sempre più bene a questo ragazzo oramai alto quanto me, e di come sta aumentando questo sentimento proprio mentre lui si stacca piano piano da noi. Eccolo coi suoi capelli dal ciuffo immobile, e quelle sue mani fulminee, e quel suo passo incerto tra montagnole e catrame del suo amato quartiere: dove al tramonto si intravede il cupolone, laggiù, come fosse una quinta consolante in miniatura per noi oltre raccordo. Quando deve farsi notare ha certi buffi movimenti di scatto: sembra un attore, fa bene l’attore, il mio ragazzo dal ciuffo immobile. 

   Si muove svelto col suo carico di giovinezza: a volte ci sembra triste, altre troppo serio, poi in fondo magari sta cercando soltanto il suo stile, come ogni persona sensibile su questa terra. E ride di gusto davanti a quei video su YouTube, e scava in quel tubo per me misterioso alla ricerca di specchi suoi, soltanto suoi, e noi esclusi aspettiamo che ritorni cresciuto, col suo sorriso pieno di denti che assomiglia a una canzone.

    Mannaggia a me, e ai miei mille egoismi adulti. Perché non gli ho risparmiato quando era piccolino mille traslochi e quintali d’ansia. Lui se ne stava tra di noi con quegli occhi a fissare lunghe banchine di metro, giganteschi alberi nei parchi romani, persone curiose o sole, ed io tremante con la faccia contorta a evitargli di vedere le mie fragilità; ma meno male c’era la faccia serena e decisa di tua madre ad asciugare ogni paura. Ma quante rabbie e frustrazioni passavano lo stesso, sai; poi passavano anche parenti ottusi e amici fuggevoli, che c’entra. Passava tutto. Ce ne stavamo su quel marciapiede di domenica, e intorno a noi invisibili puzze sulfuree ad assorbire i nostri sguardi, per confonderli; poi sorridere all’improvviso è sempre stata un’arte per noi. D’estate in giro con la tenda insieme agli artisti di strada, e gli amici intorno, noi eccitati, loro perplessi. Tua madre con le gonne lunghe da zingara, e gli altri che non capivano quel nostro accanimento a voler muoverci come fossimo ancora persone come loro; adesso che loro ci sembrano piccole sette famigliari - guai chiamarli durante i pranzi domenicali - non sanno che mortificano un po’ il nostro spassoso passato comune. Beati loro. Noi restiamo così allegri ma serissimi, nonostante siamo diventati insieme famiglia e persone, restando belli e soli. Alle ortiche ogni rancore stanotte.

Quel giorno con tua madre sdraiati sulla spiaggia bianca di notte, il mondo là seduto silenzioso e blu - bloccato come in una foto con la posa b - mentre noi stiamo per iniziare l’amore salato: un disgelo che sappiamo solo noi e la nostra antica tenerezza.


Facciamo che mi sono iscritto al primo superiore, sì, perché vorrei ricominciare da zero con i pensieri teneri e luminosi di questi anni, ché quelli di ieri erano di seconda mano, angosciosi, dolci e poco più. Andrea, sai che reportage ne uscirebbe? Me ne starei con la vita esplosa nelle tasche a far dimenticare il dolore con le mie inutili storie: raccontandole una a una senza far rumore. Come bloccate in una foto.





domenica 18 gennaio 2015

Gli anni al contrario

Il settantasette. Anno potente, creativo, violento. Questo mi ha sempre evocato l’anno sacro per eccellenza, per noi che siamo spersi in ammassi d’anni indefiniti, arrivati sempre dopo. Ricordo l’emozione acida nel leggere il libro di Franceschini “Mara, Renato ed io”. All’epoca stavo sempre a sinistra di qualcosa. Quando poi in fondo era il desiderio di stare coi deboli, gli afflitti dell’universo, quelli che non ce la facevano mai; non avevo mica voglia di menare il prossimo, o sfasciare vetrine né trollare negli anni a venire sui social. Non capivo niente. In realtà da un po’ di tempo sto cercando di dissacrare il mio settantasette della mente. Quella poltiglia grigia che ha tentato di colonizzare le mie forze reali, autentiche in cambio di eroi di cartapesta, poca addestrati alla realtà, eppure cosi devianti verso tunnel paurosi che non vorrei più attraversare. Allora Gli anni al contrario coincidono col mio tempo, con la mia inattesa resa, e con la mia piccola soddisfazione di rinascere di martedì. E portare con me di quegli anni lì soltanto canzoni, film, e ogni commovente cosa che ancora li rappresenta. E alcune leggi dello stato fondamentali. 

 Poi compare un presente prepotente, spinto da raffiche di vento che scopre una storia, nuova, senza più polvere ipocrita a ricoprirla. Così mi sono ritrovato tra le mani “Gli anni al contrario”, in un pomeriggio qualunque, dentro un centro commerciale-scatolone, e lì dentro avevo voglia di alzarmi dalla panchina e dire ai griffati e flemmatici passanti: ecco la storia che aspettavo. Eppure, a essere onesto, non mi aspettavo che NadiaTerranova scrivesse questa storia. Di un uomo e una donna, uno stretto, due famiglie ingombranti alle spalle, la politica che schiaccia nei ruoli, ma nemmeno che raccontasse (così lucidamente bene) quegli occhi della picciredda. Per non parlare di quell’esaltazione che si trasforma in terrore, nelle pagine centrali del libro, senza giudicare se non raccontando con rigore quel tempo. In fondo nemmeno di quelle lampare spiate con dolcezza la notte, credevo mi raccontasse. Ero solo un bimbo in attesa del suo racconto, volutamente senza immaginazione.
 Così mi ritrovo in Via Teulada assieme ai profili ancora un po’ sfocati nella mia testa di Aurora e Giovanni. Entro in Rai; no, non faccio il presentatore, e neppure l’usciere da Vespa, continuo a leggere il libro nonostante la sala si vada riempiendo di aspiranti scrittori: di ogni età, e di tutte le velleità possibili. Resto un po’ ad ascoltare la litania, poi scocciato mi arrendo, saluto, esco, e ai tornelli m’incastro, e accanto vedo Riccardo Jacona che mi osserva come se fossi un piccione, o uno scemo. Sul 495 mi rimetto sotto con la lettura, che si apre, e mi confonde spingendomi dentro a quei sentimenti che ho sempre temuto, aspettato: quelli misteriosi e dolcissimi che si vengono a creare tra un genitore e il proprio figlio. Infatti, Mara e Giovanni cominciano una corrispondenza fantastica, che diventa l’appiglio elastico per gestire un amore, un dolore; che intanto Aurora sente come suo fallimento, ma a questo punto pare non si arrenda neppure lei, si defila con fatica e determinazione, permettendo al marito e alla figlia di crearsi un mondo un po’ migliore: popolato di frasi dolci, di animali da fattoria, e attese che colorano sogni a venire. Al capolinea di Ponte Mammolo sto tifando per la saggezza di Aurora, pilastro quanto Colapesce nel gestire le forze bestiali dello stretto, e delle fragili consistenze del futuro famigliare.
Poi arrivo a casa e saluto la famiglia, mi viene quasi da piangere a vederli lì con quegli occhi pieni e desiderosi di aspettarmi, invece sorrido più del solito, e nel mio tono di voce sento un sottile mutamento: ancora una volta un libro mi spinge un centimetro più in là della mia condizione precedente.

Mi ritrovo nel letto e subisco beato il crescendo emotivo del racconto: tutti dormono quando sento entrarmi dentro - da sconosciuto - la storia degli occhi nell’epilogo che fissano i miei già umidi, che stanno brillando di rimbalzo alle nuove luci comunali a led. Fuori c’è il solito vuoto di silenzio, dentro aria familiare che fa galleggiare paure e ignoti pensieri. Che bellezza questo minuto, mi dico, e che tenera sorpresa questo libro così vicino ai miei pensieri.


lunedì 12 gennaio 2015

Mascheriamoci da scrittori. E ridiamo, ridiamo...una possibilità.

   Quelli poi non l’hanno mica letto il mio racconto. Ci ho impiegato un mese per scriverlo: tutte le mie ferie. Porca miseria, va. Loro andavano al mare e io ticchettavo con il ghigno moraviano che mi faceva apparire misterioso, sì, ma lo ero soltanto per mia suocera che preoccupata continuava ad occhiarmi. Ma come, scrivo un racconto grosso, gonfio, romanzato, purafiction e tu, oggi, gennaio 2015, ancora non ti degni di leggerlo?
Porca miseria!
Mo’ organizzo ‘na serata a tema a casa mia: tutti mascherati da scrittori. Scegliete: chi da esistenzialista, chi da romantico, chi da tardo fricchettone, eppure gli scansati vanno bene, eh. Io mi maschero da contemporaneo di nicchia.  
Rido, per dio. E poi verso vino, e ascolto tutte le vostre battute col ghigno da scemo eccitato, a un certo punto mi metto come al solito vicino alle femmine e parlo e ascolto dei problemi e delle frustrazioni della nostra età: ‘sta smania nevrotica la conservo pure quando rido da scemo. Poi, all’improvviso, vado in camera e mi vesto tutto di bianco, prendo una sedia impagliata e ci salgo su e mi metto a urlare sguaiatamente: perché non avete ancora letto il mio racconto? la prucidana si è impossessata di me, vecchia e informe femmina dei vicoli della mia infanzia. Così, prima che cali la tensione nel salone entra Antonio - avvisato via sms – e prende la sedia, inforca gli occhiali e comincia a leggere il mio racconto. “Nel ’92 feci una breve vacanza…” Io accanto a lui abbasso lo sguardo e godo, come un cagnolino godo nel sentire queste parole uniche, mie, che cadono addosso a voi, mezzi imbriachi e mezzi schizzinosi. Eccheccazz! Ho sprecato le ferie, con gli occhi di mia suocera addosso, e senza aria condizionata nella stanza, neppure una limonata con quel caldo e tu, voi, che leggete tutti i post di fèsbùc, tutti, pure quelli di zia Lia dal Lussemburgo, ma il mio enorme racconto non lo leggete? Maledetti! Antonio a un certo punto molla, dice che non c’è attenzione in sala. Già, lui è abituato alla sala Umberto; ma gli ho pure pagato il taxi, e dato tre litri di olio buono in anticipo. Anto’, sussurro, Anto’ che figura di merda, non mollare pure tu. Anto’…

Eccomi nella saletta del pronto soccorso a leggere l’etichetta del sedativo giallo, c’è un sole pallido fuori, e capisco tutto, senza che me lo dica lui tutto incamiciato di bianco: le ferie son sacre, la prossima volta porta una limonata alla suocera e scappa di corsa al mare a limonare con tua moglie.

Ma lo vuoi leggere o no ‘sto racconto?

(La prego, signore, si corichi adesso e sogni le ferie).


Il novenne che ero ascoltava questa canzone sdraiato nel letto, attirato dal suo testo misterioso, e aspettando la parolaccia finale, speravo che mia madre intanto fosse uscita dalla mia stanza. Ciao Pinodaniele.

lunedì 29 dicembre 2014

ma la tua storia come sta?

“Non ricordo quasi mai niente. Il finale dei libri, dei film; di tutte le poesie che mi son piaciute. Della prima parola (parola) detta dal primo figlio, o della prima ferita col sangue del piccolo. Non ricordo della prima volta che le sono venuto dentro. Della faccia di mio padre morto. Del primo ricovero di mia madre. In realtà ora ricordo, di questi interminabili ricordi, solo i dettagli sentimentali rimasti appiccicati alla mente. E poco più.” (Memorio Carpito, 1970-2011)

Affaticato dalla nottata nervosa e priva di senso – il senso che serve per addormentarci sereni la sera - decido di uscire e percorrere tutto il perimetro del mio quartiere. Abito qui da nove anni. E’ un quartiere rettangolare, concepito rutelliano ma veltroniano di nascita, che alle due estremità est-ovest ha due ferri di cavallo di strade: ai lati la campagna romana arrabbiata. Più che una borgata pare una penisola, ma senza lungomare.

Sono le sette del mattino. Faccio i primi venti passi e mi blocco, prima della fermata del bus, paralizzato dall’eventualità che arrivino i maremmani: spesso dall’auto li vedo gironzolare liberi coi loro cinquanta chili per le strade deserte. Così lo sguardo si stacca e si alza fino a osservarmi laggiù come dentro a un diorama. La gamba sinistra avanti, di fronte c'è una coraggiosa donna ginnica. I figli stanno là con gli occhi appena aperti. Mia moglie minuscola, infreddolita e con un pensiero che ne contiene altri mille, sta lì a riflettere nel letto. Io resto immobile, come tutte le volte in cui ho lasciato scegliere agli altri, o al caso.
Sblocco l’immagine e comincio il giro nevroticamente programmato, poco prima nel letto insonne. Arrivo davanti a un passaggio mattonato, che apre in due un terreno di erbacce fino all’ingresso di un palazzo. Proprio qui un dirigente del comune di Roma disse a una signora del Comitato, dopo che gli chiedemmo che almeno un passaggio decente andava fatto: signo’, mica ha comprato casa a piazza Navona, eh! Questa risposta l’abbiamo digerita come sudditi informati, come coglioni. In fondo me la sono meritata, visto che all’epoca bevevo tutto quello che c’era da bere nell’aria prepost-comunista, per tenere duro, da neo-padre, davanti allo sgretolamento di ogni tipo di credenza, convinzione, che avevo maturato negli anni della militanza ideologica, sentimentale, dentro a un mondo (troppo grande per me) che di certo non coincideva precisamente col mio. E dillo cazzo! Sì, dovevi dirlo anche allora ai tuoi amici mentre passavano le giornate a citare film anni settanta, o a scopare le ragazze degli altri, o ad annunciare catastrofi mondiali durante gli intervalli delle partite dei mondiali. Avresti dovuto dirgliene quattro su chi eri veramente, invece di arrenderti in democratici ascolti di loro questioncelle ancora adolescenziali. Tu avevi la guerra nella testa, e loro giocavano coi soldatini. E vincevano quasi sempre loro. Oggi alcuni di loro stanno in calde e comode case ereditate o comprate bene, e io resto indebitato, serenamente indebitato, e con una casa a cui devo già rifare le fogne. Dillo cazzo che tu volevi stare (anche) per i fatti tuoi, con i tuoi film di Moretti, e con quelle canzoni che piacevano solo a te, quei libri di scrittori israeliani e, il vero motore anti-suicidio: con quella tua favolosa e invidiabile voglia di innamorarti di tutto. Avercelo avuto un grammo di coraggio, l’altro ieri, per scegliere fino in fondo la tua perfetta solitudine dentro alla moltitudine del mondo.
All’epoca loro allegramente faticavano a fare i giovani e tu timido col tuo vecchio groppo sempre in gola, con le primordiali paure nelle tasche, e oceani di ansie negli occhi, restavi fermo ad aspettare che ti chiedessero: ma la tua storia come sta?




Ero ripartito per il quartiere, già, ma forse è meglio osservare il diorama dall’alto e perdonare i vecchi amici, le loro selvagge certezze, e le loro misere necessità, che stanotte sono anche un po’ le mie. E dai, non cedere più al rancore; invece rivesti questo tempo che ti resta di morbidi decori luminosi, e che siano soltanto un po’ più veri di ieri, e che sfiorando appena quel lembo d’organo invisibile che pompa che è una meraviglia, poi producano un soffio di felicità urbana davanti alla tua soglia di domani.

giovedì 4 dicembre 2014

Guarigione (con un po' di Lacci)


   Mentre finivo di leggere Guarigione, proprio quando l’io narrante scopre di non essere lui, né la sua storia, la causa della malattia ereditaria del figlio, in quell’istante mio figlio novenne sbatte con la schiena al rubinetto della vasca. Piange e faccio i gradini tre alla volta per raggiungerlo. No, non credo ai pensieri magici, e cose del genere, no; in quel momento, osservando la sua ferita, mi è solo venuta voglia di abbracciarlo più forte del solito, e disinfettargliela per bene. Certi libri, quando sono scritti con rigore letterario, e hanno una forza intrinseca nelle parole usate, ti spingono a riflettere, ad agire, ma con discrezione, e magari riuscire ad avere un passo nuovo verso il mondo. Almeno nell’immediato, e uno poi spera che duri nel tempo. In questo libro, Cristiano De Majo, con tutta la materia incandescente che tratta, avrebbe potuto precipitare nell’emotività, nell’urlo acchiappa lettori, invece, pur raccontando di malattie, morti, rapporti conflittuali coi genitori e con la propria generazione, riesce a mantenersi in equilibrio tra la passione e la ragione. Racconta, non dispera.

   Da qualche tempo tendo a una quiete, a un fermo biologico e riflessivo sul mio tredicesimo anno di paternità, e leggendo questa storia ho intravisto alcuni appigli allo scopo: la tenacia, e le infinite attese della crescita, che di tanto in tanto lasciamo sfociare in oceani d’amore. L’amore complesso e trasparente per i figli. De Majo narra di un percorso nato da un suo tumore ai testicoli, risolto, passando dalla malattia alla pelle a uno dei due gemelli nati dalla sua storia con Laura, fino ad arrivare a una quasi guarigione, perlomeno a una convivenza con i suoi residui. Nel mezzo ci sono traslochi, fallimenti esistenziali di vecchi amici, ma anche esperienze lavorative fatte un po’ controvoglia che alimentano, contaminano, e determinano il passaggio concreto, doloroso e carico d’amore verso la paternità. Questo non prima di aver deciso di ascoltare la storia di un suo vecchio amico, morto in un incidente stradale, raccontata dai genitori del ragazzo, che intanto si sono rimessi insieme dopo il lutto: questo racconto nel racconto è struggente. Nella vecchia cameretta del vecchio amico vive nel frattempo una ragazza, figlia di una badante di un’anziana di famiglia, che partorisce una bimba; questo passo del racconto mi è sembrato una cosa tenera, cruciale, e forse decisiva per il protagonista: lo slancio verso un pensiero ancora più umano per le cose della vita. Gli occhi dell’autore cercano di giudicare il meno possibile, pur facendoci partecipi della sua opinione incerta su temi come la solidarietà, l’immigrazione, il mondo letterario, le relazioni famigliari e amicali, che in parte riesce a sbrogliare, pagina dopo pagina, ma soltanto dopo averla attraversata con l’esperienza diretta. Tra inciampi e sguardi verso la sua realtà.
    Ci sono pagine su Napoli che pare trattengano sentimenti in conflitto tra loro, eppure, evitando il troppo già detto, ne restituisce nitide immagini della sua potenza contraddittoria e vitale. La racconta, non la celebra né demonizza. A un certo punto fa specchiare la sua sonnolenta città natale con la modernità di Milano, e sono pagine memorabili di analisi e tormento di un giovane adulto alla ricerca di un luogo dove vivere meglio: il rimbalzo emotivo tra una voglia di fuga e la stabilità necessaria. Quelle sue sigarette ancora da accendere, appena spente, o fumate con voluttà, me lo fanno immaginare nel suo camminare nervoso, acceso da pensieri che disegnano futuri colorati nell’aria.

    Prima di Guarigione avevo letto Lacci di Starnone, e a me, che so poco di libri ma forse ne intuisco subito la potenza, sono sembrate parenti le due storie raccontate. Una finisce dentro l’altra, una scaccia l’angoscia dalle pagine dell’altra: una spiega meglio l’altra. Almeno per me, che dai libri voglio sempre una scossa, un intervallo sentimentale dalla vita che scorre, per poi starci giorni e notti con la testa dentro, che la vita, quelle che continua a scorrere implacabile, poi mi chiede il conto: cene saltate, carezze non date, telefonate mancate. Intanto me ne sto in poltrona, come patibolo di maschio distratto, e il libro sopra le gambe assomiglia a una bomba inesplosa: vedo già i frammenti caldi dei miei pensieri spazzati via al mattino.
    Chiudo suggerendo di leggere a tutti Guarigione, ma in particolare ai miei coetanei quarantenni, o giù di lì, così, tanto per avere giusto un pensiero in più durante questa nostra splendida convalescenza generazionale. E poi fatemi sapere se nella testa un formicolio non alimenta anche a voi quel desiderio di riordinare al meglio, senza paura né troppa malinconia, le nostre storie un po’ allegramente alla deriva.

venerdì 14 novembre 2014

Cose da tenere

Sto salvando una cartella di mail che ho chiamato Cose da tenere. Ci sono là dentro quattro anni di complimenti, attenzioni, critiche e stupori verso le cose che ho scritto negli ultimi quattro anni, con gioiosa fatica, per scavallare la giovinezza, il passato, con discrezione umana. Negli anni precedenti avevo sempre fatto presagire, sussurrando, o slanciandomi con l’aiuto del vino, della mia volontà di raccontare i sentimenti miei, o quelli altrui all’occorrenza. Ammettevo pure nel frattempo la mia scarsa tenuta tecnica, grammaticale, culturale: così mi sganciavo insicuro da ogni attesa smisurata. Poi aggiungevo altre zavorre tirate fuori col preciso scopo di inciampare da solo, senza il solito sgambetto della vecchia vocina stronza: lascia perdere e pensa a campa’, mi ridacchiava impietosa all’alba. Invece qualcosa poi ho scritto. Siccome mi sento alla fine di questo stato di grazia, di scrivere come se mangiassi o passeggiassi, e siccome sto cambiando gestore telefonico e la casella mail andrebbe persa, così, dall’altro ieri, mi son messo a rileggere tutta ‘sta corrispondenza rimanendo per tutto il tempo sul filo della lacrima, e con il desiderio di rispondere di nuovo ad alcune mail, anche di quattro anni fa. In questo periodo mi prende lo spavento per improvvisa incapacità, crollo definitivo, e prosciugamento creativo. Ma poi che fa? Non si può mica campa’ così una vita.
Potrei consolarmi con le mail di N. o di D. e anche di E. e A. senza scordare S. e V. e altre ancora che mi riempiono il cuore e carezzano la nuca quando sono a terra. Potrei ancora. Perché l’ho fatto davvero in questi anni. Invece di uscire la sera o imparare l’inglese, mi mettevo prima a scrivere per il blog, e, una volta sazio, a salvare o rileggere i complimenti o gli incoraggiamenti. Cari miei, vengo anch’io da deprivazioni più o meno pesanti, ingombranti, che poi col tempo non ho avuto il coraggio di riscattarle più: di troppa sensibilità si impazzisce di rabbia.
Rileggendole mi scatta anche un pensiero: quanta energia ho speso per scrivere? Così finisco col pensare alle notti e ai pomeriggi in cui ho trascurato moglie e figli, o qualche vecchio amico, e perfino quelli nuovi, conosciuti proprio perché scrivo. Anche la voce di mia madre ho un po’ scordato ultimamente, e nelle sue stanze strette rimbomba il suo silenzio.
Insomma mi fermo qui, poiché dopo quello che ho scritto per l’intero mese di agosto, in cui ho ficcato vent’anni di storie verosimili a quelle di decine persone conosciute, amate, temute, adesso mi siedo e aspetto: di rifare altre frittate. Di combinare incontri esplosivi, e ascoltare la sera i miei figli. Scopare la notte. Camminare e camminare. Come ho fatto l’altra sera, che ci siamo ritrovati a partecipare alla fiaccolata per Stefano Cucchi, insieme a tanti altri silenzi come noi, e ho potuto ammirare da vicino gli occhi dignitosi di Ilaria Cucchi, e ascoltare altre voci pari alla sua di coraggio e dolore. In quella piazza ho visto, sentito e strusciato persone, storie, che mi son sempre state vicine e che in questo periodo sto scacciando da me per mancanza d’aria: no, non vi odio più, ma lasciatemi solo e vi saprò dire altre cose interessanti.
Ricomincerò magari domani, intanto scuoto tappeti e lenzuola, non prima di aver conservato tutte le vostre cento dolci mail.

Vorrei scrivere di Pino e della sua improvvisa scomparsa, che per me l’anno scorso era stata una ricomparsa: di ricordi teneri, e parole scolpite durante passeggiate di secoli fa sul Circeo, o in campagna da me. I suoi enormi occhi, e le sue rose al taschino e le sue frasi che tentavano un salto nel blu, sono pietra da lavorare per la mia memoria.

 Ora mi fermo per davvero, e intanto penso a come raccontare meglio di lui e di me, di voi e di noi. Provo a non fermarmi.


venerdì 7 novembre 2014

fa freddo ( pensando a Pino, ovunque sia)

Fa freddo. Le sette del mattino. L’auto parte e mi porta a casa dei miei.
Nel frattempo.
Stringi gli occhi che non è successo niente, quello si è sbagliato, non ti agitare. Magari l’ha sentito appena, senza capirci nulla mi ha subito chiamato. Mo’ richiama. Sì, me lo sento. Mica può succedere oggi, fa troppo freddo. E’ settembre eppure fa freddo. Laggiù il mare è celestino di barche e silenzio. No, non voglio accendere la radio, ché poi se chiama non li sento. Perché chiama ora, che ti credi, e chiama su: ecchecazz! Vado a cento all’ora ma sto fermo, e i semafori li sfioro arancioni, poi abbaglianti, clacson, e mani sempre più piccole che si alzano per maledirmi. No, il pullmino della scolaresca no, non ci voleva; passate bambini belli, su, io non vengo, ché io da oggi non sono più bambino. Ma no, che pensi, che dici davanti a ‘sti tergicristalli che so’ partiti da soli. Mi sa che il braccio appeso sul volante ha schiacciato la leva. Boh! Devo farla vedere ‘sta macchina, l’altro giorno pure le quattro frecce son partite da sole. Ecco, manca poco, due semafori, un bar e l’incrocio dell’ospedale. So’ arrivato, aspettatemi.
Scendo e corro. Arrivo. Mi ricordo, appena vedo il divano con il cuscino sgualcito, e poi la faccia di mia madre che scompare nel collo e le mani di mio fratello che afferrano solo aria, sì, ricordo che ho sentito il suono dell’ambulanza, un secondo fa. Sì, allora è salvo. Invece ci abbracciamo io e mio fratello, l’ultima volta era successo dopo il goal di Hateley nel derby, un secolo fa. Ci abbracciamo, e io ora lo so: è muort’. Stringo anche mia madre, la sua angoscia bianca, e in un attimo tutte le foto della casa diventano bianco e nero.

Risalgo in macchina, e da solo raggiungo l’ospedale. L’atrio ha troppo marmo, e questo è l’ultimo pensiero dell’infanzia. Mi fanno entrare in una stanza enorme divisa a fette: da sipari di stoffa opachi. Sì, è lui. No, non fate l’autopsia. Ciao papà.


giovedì 16 ottobre 2014

Cosa c'è alla fine di una generazione?

Quando ricomincio ad ascoltare i Diaframma vuol dire che qualcosa sta finendo, cambiando, rinascendo. Fiumani è l'aiuto catarsi per me, e interviene, suo malgrado, a determinare miei improvvisi e silenziosi passaggi epocali. Più sembrano che non siano politiche, sociali, morali e bla bla bla, e più le sue canzoni smantellano la mia mente, scuotono le arterie e stabiliscono un nuovo ordine, come direbbe Matteo Nucci. Aiutano a farlo, sia chiaro, il resto dipende da me.
Sì, lo so, sembro puerile, legato a una cultura apparentemente bloccata e viziata dai desideri a buon mercato. Ma cosa ne sai tu di me? mi verrebbe da dire a chi si avventa e sfiora la mia superficie online. Io scavo come un matto ogni giorno per aprire varchi, conoscere la differenza tra un avverbio e una congiunzione; mi sveglio ogni giorno per amare la cultura classica, per scacciare quel po' di ideologico e disumano che mi trascino ancora dietro come coda incendiaria e ridicola: testimonianza di tempo usato e saturo.
Cosa ne sai delle responabilità che allagano la testa e che ti fanno abbracciare di notte i figli, come in una stiva di una nave?
Me la caverò, ce la caveremo, ogni cosa avrà la sua giusta luce di riconoscenza. Intanto il tempo passeggia con me, in queste strade mai viste.



mercoledì 8 ottobre 2014

la spigola e la pausa pranzo

Ieri percorrevo a passo d’uomo la Tiburtina, fino a Tivoli: sul sedile posteriore avevo i fratelli fallimenti di questi anni. Case sgaruppate abitate per necessità. Posti di lavoro come manicomi, e uno per davvero: e io dentro a fare il basagliano con contratto a tempo indeterminato. Dopo i miei subconsci segnali di disobbedienza, che si traducevano in ritardi e malattie, sono stato sbattuto fuori proprio l’ultimo giorno di prova.
Stavo in macchina poco prima di Villa Adriana e sentivo quel puzzo di fogna-travertino e vedevo quel sabbione sporco ai bordi, e pensavo che questo scenario è stato permesso da ogni genere di giunta comunale. Da lì ci passano tutti: magistrati, preti, cittadini attivi e compagnia cantante, eppure, quella sabbia che si deposita ai lati delle cave fa parte del paesaggio, come una brutta abitudine che col tempo sembra faccia meno male. Come buttare le cicche per strada: si è sempre fatto, eh, direbbe il fumatore e qualche mio amico fricchettone. Una manica di abitudinari maschilisti ci governa i giorni, e quelli più velenosi non hanno ancora pieno potere: cialtronano leccando il culo nei corridoi affollati.
Ma lasciali stare, direbbe la vocina stronza. Ma come faccio?
Oggi mi godevo la mia mezz’ora di pausa, al sole d’ottobre, dopo cinque ore di ventisette bimbi negli occhi e nella testa, pianti compresi. Stavo nella piazzetta del quartiere veltroniano dove lavoro: ci abito pure in un quartiere simile, e dio solo sa quante illusioni si stanno sgretolando in quelle aiuole incolte, zeppe di cicche e preservativi, che perimetrano come un’isola viziosa e vuota il quartiere dalla città. Insomma, mi siedo a gambe accavallate sulla panchina di fronte al bar – niente caffè, niente dolcino, 1100 euri sfumano subito – e osservo quelli che prendono il caffè ai tavolini del bar. Focalizzo l’attenzione su due. Uno grosso, sulla cinquantina, l’altro tozzo, sulla trentina. Lavorano alla sede centrale di una grande banca italiana. Quello sulla cinquantina fa: oggi me so’ magnato una spigola e cento grammi de’ patate. E aggiunge, stavo dietetico comunque. Ecco, in quel preciso istante, mentre usciva l’ultima sillaba piaciona, in quel frammento di post-veltronismo, io e la mia coscienza ci siamo osservati allo specchietto del Mercedes parcheggiato: io e lui abbiamo lo stesso articolo 18, io e lui però siamo distanti come Domodossola e Canicattì. Eppure, ci legano una piazza, un suolo, una lingua e uno Statuto dei lavoratori. La spigola alla pausa pranzo no, e neppure la prospettiva: lui guardava me e la mia maglietta unta di bimbi, io lui e la sua giacca immacolata d’ordinanza, come fondale di un’intera diseguaglianza.


Non raccontateci imprenditori e sindacalisti, politici e giornalisti, di unità, di stesso comune destino, di alleanza strategica, del stiamo tutti sulla stessa barca. Perché no, caro mio panzone con la spigola in corpo già il mercoledì in pausa pranzo: ché su quella barca fino a qualche tempo fa c’era mio padre, e, magari, pescava le spigole per tuo padre: che poi portava, magari, come dono la domenica mattina a qualche console democristiano ciociaro.
Io mi sento forte dentro a una storia di sconfitte e rinascite, mica mi perdo davanti alle grossolane differenze che persistono, nonostante la tecnologia e la letteratura, e che spaccano il dibattito in due; no, io sto già a camminare lungo i bordi di memorie future. Bye bye.
Non importa cari miei, davvero, ché io da sempre preferisco le insuperabili alici fritte alle spigole cotte su piastre bisunte.
P.S.
A me che ci sia la ricchezza non disturba, che ognuno scelga come gli pare il proprio castigo; a me disturba, e tanto, che ci sia un eccesso di ipocrisia nel dibattito pubblico.
  
lo spinario

giovedì 2 ottobre 2014

parole improvvise

Vent’anni fa sognavo giorno e notte. Vent’anni fa sognavo in bianco e nero. Ora io mi chiedo come si faccia a restare stupiti nel mondo, accettarne l’incanto, mentre si sta sprofondati e soli in un’assemblea condominiale. Vorrei stupirmi ancora, spinto da un’influenza ossessiva e bambina che mi faccia continuare a essere metà allocco e metà segugio. Voglio rimanere con lo stupore in bocca, e osservare le spalle ricurve di quel padre, tralasciando i suoi vestiti posticci: seguire il suo sguardo non la sua disgrazia.
Ieri sera non prendevo sonno, ma leggendo Raymond Carver mi sono lasciato sollevare fino al soffitto delle possibilità: nuotando in questo periodo incerto sfruttando le influenze che ci sono.

Poi di fare il complicato non mi va, così ho pensato di mettere su questo blog due foto che feci nel ’91 a mio padre e agli altri pescatori della rezza. Così, per ridimensionarmi un po' e riavvicinarmi (tanto per dire) a quella beata semplicità che esprimeva quel mondo lì. 









Una piccola finzione da esporre, soltanto un modo simbolico e debole di rappresentare un passato trapassato, e poco più. Stanotte cullo un dolore blu già sconfinato nel futuro, cui dare voce una domenica mattina, prima del caffè, mentre gli altri dormono accanto al mio ticchettio frenetico, beatamente, sfiorati solo dalla mia tenerezza. 

Queste righe quassù volevo cancellarle, poi ci ho ripensato, poiché tra le cose che mi son riuscite meno nella vita son state le scelte, quelle azzardate. La fretta del cane affamato. Volevo dirvi che in questi giorni sto leggendo felicemente pezzi di scrittura femminile, sulla scrittura maschile al femminile, e la possibilità che anche gli eroi piangano, i maschi, appunto: che l'ondata di creatività femminile avvenga, come dice A. P.
Volevo metterlo a piè di questo strisciante - fintamente, spero si sia capito - nostalgico post senza fiato. Da sempre in realtà mi sento femminista da sparecchiamento anch'io, e, per spiccato senso femminile, ho sempre difeso, davvero o coi pensieri, tutte le possibili aggressioni, raggiri nei confronti delle donne. Una cosa innata, o forse una reazione a modo mio  a quel fantastico e orrendo mondo maschile che ci portiamo dietro. Reagivo così, e oggi sono fiero di scendere dentro a quei sentimenti che gran parte degli uomini evitano istintivamente.
Un cadere a terra a cercare frammenti di sementi.





giovedì 18 settembre 2014

il personaggio

Mi è arrivata una multa. Mi è costata 129 euro, pagandola con lo sconto. La polizia provinciale di Grosseto mi ha inviato due belle e nitide foto della mia auto che attraversa l’Aurelia deserta, il 7 agosto, a 89 all’ora. Si andava in Val D’Aosta. Si tentava la spensieratezza. All’avvenuta notifica per poco non svenivo: era la quarta notifica di atti giudiziari in quattro giorni, inclusa quella speciale di equitalia ancora da snotificare. Siccome l’autovelox era piazzato a Capalbio Scalo, e siccome proprio in quei giorni stavo scrivendo di un tale che abitava da quelle parti, io, scrivendone usavo una delicata cattiveria, come si fa con certi personaggi, lui ora, me lo sento, e me lo immagino pure: fa parte della polizia provinciale. Allora era lui, senz’altro, quello accovacciato dietro a quella reflex automatica posta sul cavalletto e ha fiutato, il tipo all’improvviso ha fiutato che in quell’auto c’era un file con un pezzetto della sua storia, così lui zac! mi ha immortalato senza pietà; ahimè, lui sì con cattiveria, lasciandomi in mutande i primi di settembre. Lo sento ancora che dice tronfio ai suoi colleghi, con quei suoi occhi da diavolo sotto il berretto verde: Se ne va in vacanza carico di debiti e con la velleità di descrivermi bene, tiè, allora io ti blocco l’istante di vita spensierata e vediamo se non la smetti. Così, beffato dal personaggio, per la prima volta mi va di ascoltare un messaggio ultraterreno e smetto di fare quello che scrive, e comincio, perché no, a capire meglio dove si è offeso il tipo, a che punto del racconto, in quale trama debole si è impigliato, bloccato. Caro tipo dal berretto verde, sappi che tutto questo sforzo lo faccio solo per riscriverti meglio. Così magari la prossima volta che sfreccio da quelle parti mi spari direttamente, che ne dici?
Tra qualche giorno riprovo a descriverlo, tanto il racconto giace ancora immobile tra la notifica beige spavento e la bolletta del gas, a nord di ogni possibilità di essere letto da qualcuno. Dorme in una mail ancora estiva.
Poi come un vento tiepido d’inverno, verso sera, due occhi bellissimi hanno osservato per qualche minuto il personaggio. Un improvviso lampo: l’attesa resta tra le poche cose godibili dell’età adulta.

Di Antonello da Messina



lunedì 8 settembre 2014

Non è mai (Mai!) troppo tardi

Sono sempre stato un somaro a scuola. Ho già scritto su questo blog che ho cambiato quattro prime superiori in quattro anni. Un disastro. Al piacere di imparare preferivo quello della fuga. Agli insegnanti - mai avuto di buoni, tranne la maestra Nardone - preferivo mio zio, o la terrazza assolata di panni stesi, senz’altro i cannoli alla crema, e poi le riviste patinate. Le partite a pallone infinite. Non era un vanto il mio non studiare, anzi, ne ho pianto e pure di brutto. Eppure.

 Poi ieri ho letto d’un fiato La scuola non serve a niente, di Andrea Bajani. L’ho preso in biblioteca con l’idea di capire meglio mio figlio scolaro. Durante la lettura si sono disseppellite una serie d’immagini ingiallite, tristi, un po’ disperate che riguardano i miei quindici anni, insomma, di cose accadute malamente; mi viene da urlare che non sta scritto da nessuna parte, con buona pace di Giovanni Lindo e tutti i tibetani lontani, che ciò che deve accadere accade. Macché.
Bajani prova a entrare nelle scuole dalla porta di servizio, quella lontana dai clamori delle annunciate riforme, o quelle dipinte dai giornali durante le consuete occupazioni. Entra dalla porticina e osserva. Ascolta. Immagina la vita di quei ragazzi, scruta i loro pensieri fragili, spietati, e ne fa un racconto a tratti desolante, ma, per nostra fortuna, anche illuminante, poiché riesce a captare da quegli incontri, da quegli sguardi, cosa c’è da migliorare nella scuola italiana. Migliorare, non abbattere. Ci suggerisce di fare pace con l’inutilità di alcune cose – contrapposta all’utile riconosciuto socialmente, ahimè - ché poi, come speso accade, queste risultano alla lunga le più utili: come amare l’insegnante e la materia che insegna. Chiedetelo a Recalcati cosa comporta, alla lunga, dopo decenni, quel tipo d’innamoramento.
Bajani ci dice come la lontananza dei professori dagli alunni, descritta bene durante le gite scolastiche, crei fallimenti e dolore. Ai professori nell’immediato, agli studenti magari nel tempo. L’autore fa periodicamente degli incontri nelle scuole, dove, oltre a leggere libri, si diverte con gli studenti a coniare neologismi: rinuncianesimo ne è l’emblema sublime, preoccupante, di queste ricerche sul campo. Interessante anche lo scritto di un ragazzo, che Bajani ha smarrito in un trasloco ma che ne ricorda alcuni passi; è un racconto polemico, stimolante, dal titolo: scaldare la sedia. Il libro pare che sussurri: lasciali parlare i ragazzi, che poi qualcuno di loro resterà ad ascoltare, magari sarà un ascolto sospeso nel tempo. Uno scambio post-datato. Un coltivare paziente tra zolle dure e altre friabili di terra, comunque coltivabili, magari con un po’ più di fatica del necessario. Ecco perché, forse, scappavo da mio zio contadino: all’epoca stavo già a cavallo della metafora. Povero me, oggi, circondato da troppe metafore e pochi maestri. O forse semplicemente avevo bisogno all’epoca (e oggi), come tutti, d’imparare là dove c’è dell’amore contaminato di sapere nell’aria?
All’interno del libro ci sono capitoli interessanti, divertenti, dolenti di altri autori coi racconti ambientati nelle loro scuole: quelli di Silvia Dai Prà mi hanno coinvolto di più, con quei narrare dal dentro; non soltanto delle aule, ma, soprattutto, dentro ai sentimenti di un insegnante precario. In questi giorni si parla di loro, del loro possibile assorbimento stabile nelle scuole: che sia intelligente e leggero il loro stare in quegli edifici enormi da colmare d’amore e sapere.


Stamattina ho fatto pulizia in cantina. Vecchi Manifesto, e tanti altri ritagli di giornali, e troppi diari. Ne ho scritti quintali di diari, cosette sentimentali, zeppe di tenerezze, rivendicazioni inutilizzabili; forse quelle cosette mi hanno preso troppo tempo, impedendomi di impegnarmi a dovere nello studio? Chissà; ma di certo in quell’idealismo di paese, io, somaro sensibile, trascuravo mio malgrado, le cose belle da imparare e montavo, insieme al mio orgoglio, sul comodo piedistallo della dittatura dell’incompetenza: fornito gratuitamente alla mia generazione, da quella precedente. Mannaggia. Credo che sia proprio così, ragazzo sensibile e devastato dalle assenze, ma tu crescevi lo stesso su quel filo d’alta tensione della tua esistenza ballerina. Senza nessun professore con cui chiacchierar. 
Per fortuna poi arriva questo pezzo di Antonio Pascale...

mercoledì 27 agosto 2014

Come un dessert

Questa mia estate è stata come una lunga e affollata cena. All’aperto, sotto gli ulivi, in un luogo a me caro. Fingiamo che ci sia stata questa cena; la tavola lunga trenta metri, tanto quanto l’arco d’anni che abbraccia la frequentazione di questi miei amici convenuti. Ci sono quelli diventati manager, altri che credono che l’Isis sia un movimento di liberazione, oltre, meno male, a quelli che ho frequentato con tante aspettative affettuose negli ultimi anni. Non li ho mai incontrati, tanto meno frequentati, tutti insieme. I manager non li vedevo dai tempi della scuola. Quelli pro-Is (alcuni) dai tempi delle fricchettonate blande. Tutti mi sorridono. Io sono ansioso, no, non solo per le vongole che non capisco se sono spurgate o no; cari amici sono ansioso, fragile come un bicchiere scadente, anche per la confusione che ha prodotto il mio troppo accogliere. In questi anni cosa ho fatto in tal senso? Ho digerito posizioni politiche imbarazzanti, diffidenze inaudite, e infine una costante, implacabile assenza di empatia: del tipo comunicazione simmetrica, adulta. E ho ascoltato tutti. Eccomi là ora, impacciato che vi ascolto sentendomi inadeguato, mentre sento ogni fruscio dei vostri pensieri prepotenti. E so poco di certi argomenti, così mi arrendo come mi arrendevo a quindici anni, quando scappavo dai sapienti di paese sfruttando vuoti treni regionali.
C’è voluto l’acquisto della rivista IL a farmi frenare e precipitare nel mio mondo attuale: apprendista razional-individualista. E per fortuna a metà della scrittura di questo pezzo arriva mio nipote e mi spiega il mondo delle api, così capisco anche perché una specie di vespa (africana, che non ha concorrenti) scaccia le vespe autoctone dai loro favi. Di colpo sono uscito dal principio di paranoia che si nascondeva tra i rovi fetenti. 
Sì, quando sto da solo imparo di più, con gli altri pure imparo, che c’entra, infatti oggi sto finendo la panchina seguendo le indicazioni di E., ma più delle volte con gli occhi addosso vado nel pallone, e, ahimè, non è quello bianco e nero che mi faceva fare dei goal strepitosi da piccolo, ma qualcosa di tondo, viscido, che mi risucchia nel vorticoso nucleo antico dei miei avi.
Chiedo perdono, rispetto, e fiducia per la mia ansia usata male (insopportabile subirla quando c'è pure l’afa, lo so). Un giorno, di colpo, sparirà e io staro con voi contento.
Alla fine, in questa cena lunga trent’anni, mi sono ritrovato in disparte, senza più quella vecchia voglia gruppettara di esibirmi né quella sensazione che il meglio del mondo sia ai tuoi lati e non restava che assorbirne tutto il nettare dorato dell’epoca, così la vita andrà meglio. Macché! Queste son presunzioni scadute ormai. 
 Stop.
Questi pensieri sono morti ieri, oggi altre illusioni, altre parole mi cullano e fanno fare un passettino più avanti, forse non accanto a te vecchio amico che disegni un cielo con stelle cadute chissà in quale buco nero della storia. 


Passeggiavo tra i vicoli del mio vecchio paese e questa scritta mi ha fatto ridere, e non riuscivo a spiegare a mio figlio il vero motivo di questa risata sguaiata. C’è scritto W Ceausescu su una casa diroccata, accanto a una casa affittata a trenta villeggianti stipati in un bilocale, per duemila euro di affitto in nero. Chi ha affittato è la stessa vecchina che ha venduto l’altra sera il vino aspro, acido, alla mia ingenua madre. Gente così io l'ho adorata, fotografata, e rispettata sin da piccolo. Perchè? loro insieme ai tanti amici affollano la mia testa di passato e di terrore, in questo posto sfiorato dalla storia, qui ora chi è evasore, chi raccomandato, chi mantenuto segretamente dalla famiglia; allora di colpo vi sparo il faro negli occhi e vi vedo meglio: grillini-comunisti-meneffottisti. Un rimedio omeopatico il vostro stare contro, in comode case con aria condizionata, e Sky a go-go, e olio di extravergine su quelle spigole a miglia zero appena pescate da Salvatore, il factotum del vostro saldo benessere. Non invidio la vostra comodità, no, invidio un po’ la vostra sfacciataggine: me ne basterebbe un grammo per dirvi quattro cose alla fine di questa cena. Allora come un dessert potrei essere di troppo o disgustarvi, ma farei la sola cosa buona extravergine di questi miei anni di scarsi raccolti. Tanto lo so che anch’io sono un po’ abusivo, un pochino menefreghista, e gravito precario in questo mondo (cupo e sordido) alla ricerca di comodità inaudite, di goderecce situazioni. Ma sono adulto, e aspetto quello che c’è da aspettare: accadimenti trainati da fatiche, pensieri, e dedizioni mai espresse prima. Bravissimi, bellissimi, ansiosissimi. Questo è il cocktail che ci beviamo oggi, degno della nostra generazione metà stronza e metà fantastica.

Vi amo tutti lo stesso, perché in questo nostro tempo ci separano solo, in effetti, piccole, ma determinanti sfumature, che somigliano a certe scelte fatte di notte, lontano da tutti. Ogni vostro tenero ricordo me lo ricorda, e ora vi saluto col sole basso alle spalle e alla radio canzoni italiane che stanno per colonizzare ogni anfratto della mia sensibilità.