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domenica 11 novembre 2012

pietra lavica da scalare


Ieri avevo una febbre di quelle sotterranee, che minano l’umore e le gambe. Allora pensavo male di certi amici e di alcuni parenti, capita a volte di odiare col gusto di farlo e anche bene, se è il caso. Mi erano arrivate pure otto mail d’interesse, dirette a me. Niente, sentivo la vecchiaia che bussava alle mie ossa. Non voglio arrivare alla vecchiaia, pensavo. Poi oggi mi sveglio e penso a mio zio di novantadue anni che ancora urla alla moglie e la venera nemmeno fosse una madonna. E vederlo aggrapparsi ai gradoni di pietra lavica, alti quaranta centimetri, questa estate, mi era apparso come un’epoca che dava un ultimatum alla nostra tarda giovinezza annoiata. Lui, che ha salvato il corpo morto della principessa Mafalda, in Germania, appena scappato dal campo di concentramento nazista, e noi che al massimo abbiamo occupato l’istituto di Ragioneria negli anni del craxismo, e sembravamo pure dei sandinisti l’indomani, con tutte quelle ragazzette che ci adoravano mute e noi che le evitavamo con gli occhi assonnati di gloria. Bah, domani non voglio aggregarmi al gregge urlante di rutti e rancore, no, ma almeno sbattermi ancora per un ardore moderno sì. Magari usare la chiarezza del linguaggio come battaglia per una nuova generazione di persone. Oppure commuovermi sempre di più quando vedo mio figlio e gli altri piccoletti che corrono dietro a un pallone da pallacanestro. Ecco, il coraggio della commozione nell’era del digitale. Mescolo queste due cose e divento bello mentre cammino per le piazze senza abbassare lo sguardo, con qualche residuo salutare di sensi di colpa nelle tasche. Che non si sa mai, qui la domenica sembrano tutti purificati, e a me della purezza non m’importa più ché aspetto solo le giuste parole. Forse sarebbero utili per le vostre orecchie sporche, o per colorare i vostri vestiti griffati, e magari per molestare nella notte la vostra spocchia che sta oramai al posto delle ginocchia, scorticate di strade sterrate negli anni settanta. Del tempo puro, che non c’è più come non c’è più Marco l’amico mio.  
Per convivere al meglio in questi anni violenti di pace.
 
L’altra sera mi sono innamorato di una poesia e allora ho provato, per l’ennesima volta, di capirci qualcosa in fatto di metriche o giù di lì. Un caos di endecasillabi a maiori e a minore, e poi quelle classificazioni infinite che ti fanno passare la voglia di seguire i poeti. In fondo non è del tutto vero, quindi, caro T., pure se non ho fatto il liceo e capisco poco di grammatiche e metriche, lasciami godere di certe parole raggruppate con grazia e stile, come una casuale bellezza ammirata di sfuggita alla fermata del tram. Tanto alla fine della corsa il caos inghiotte me te e tutta la tribù analfabeta senza meta.
 
Questo pezzo mi piace come mi sta piacendo questo autore. Se qualcuno trova l'originale in giro, anche musicassetta, mi faccia un fischio. Ci conto.
 
 
 

mercoledì 7 novembre 2012

una poesia di Fortini scoperta questa sera

Avessi studiato da giovane
quand'ero pazzo di me.
Non avessi sciupato il tempo
non so nemmeno perché.
Non avessi creduto nel mondo.

Me lo disse una donna spettro
a Milano nel Quarantatrè
mentre bruciavano le strade
il fumo faceva tossire
e per quello che non si vedrà
si cominciava a morire.

Una donna terribile
come una Furia "Bada" mi disse
"tu credi troppo al domani".
Ma troppo parevano belle
le ragazze, le vive mani
sul nero delle rivoltelle
i pianti la libertà.

Oggi sarei come il buon Cases
come Folena, come Caretti
che conoscono i doveri,
ordinari, autori seri
cui si schiudono i libretti
degli esami nei bui chiostri
delle dolci università.

Avessi studiato da giovane.
Non sapessi la verità.


F. Fortini (1957)

sabato 3 novembre 2012

sonolivo


Poi raccogli le olive e sei contento. Stanco certo, ma pure soddisfatto. Sono anni che faccio il contadino per finta. Non so riconoscere le più comuni malattie dell’olivo, né il tipo d’oliva che raccolgo; frantoio, itrana, bah, sfumature grigioverdi e poco più. Non me ne fotte di diventare un bravo olivicoltore, neppure di fare il contadino quasi vero. No, sono retaggi romantici che mi hanno riempito il cervello da ragazzo, oggi voglio imparare l’Infinito a memoria, che dovrei già sapere, infatti, lo so, ve la dico? Ma no, vi dico che adoro certi ritmi che vivo tra gli alberi, cani, gatti e foglie dure. Acqua lete come se fosse vino, e birretta che sposa il panino con mortadella e melanzane sottolio come ricompensa maschile. Ogni tanto giochiamo a fare i contadini tipici, e l’erba alta intorno si fa una risata frusciosa. I rovi brindano al pericolo decespugliatore scampato, anche oggi come ieri le serpi neanche si nascondono. Sopra un cielo macchiato di nuvolette isolate. E le barzellette tra cesoie e rastrelli. Risate tra rami e cassette. Ricordi che si stendono accanto alle reti, che mi ricordano i pesci argento e neri che saltavano in spiaggia nell’ottantatre. Mio padre se ne sta in una scatola argento tra nonni antenati e fiori finto fresco. E le guance tue sono rosa, e sento scorrere il tuo sangue accanto al ruscello esangue. Vi abbraccio e parlo come un forsennato, parlo e ti accarezzo come un pazzo.

Sento un odore di silenzio senza lamento. E dei seni che aspettano bocche e delle mani che cercano confini di carne da contenere. Per non scappare più e aspettare una telefonata o una mail, avvolte a pensieri d’affetto.

giovedì 1 novembre 2012

nessuna sorpresa


A me certi cattocomunisti stanno proprio antipatici. Nel profondo, dico. Ma non voglio scrivere di loro, no, troppo facile sarebbe oggi, con le nuvole grigie piene d’acqua sulla mia testa. Doveva essere giornata d’olive e reti, panini da addentare sotto gli alberi verdi. E invece. “Il Bidone”, di Fellini, mi ha addolorato e reso solo. Neanche la dolcezza di mia moglie bastava, né i saltelli di mio figlio o lo splendido testo di quell’altro grande, su Formia, la casetta e tutti gli affetti di questi anni. Che per me sono diventati anche di formazione montessoriana, di lotte brutali contro il potere, vero o immaginario. Di solitudine barattata su twitter, e questo blog. Che serve a me, non di certo al mio dolore. Di Fellini voglio ancora vedere tutti i suoi film, anche quelli meno riusciti, ché là forse si coglie il limite e quindi la bellezza dell’artista. Come per certe canzoni che avresti voglia di aggiustare, se solo fossi tu l’autore, ma perché? In fondo ai bordi delle strade i sassi coprono i fiori ma te li lascia sempre immaginare. Io immagino voi davanti a queste parole inodori e provo un brivido per voi. Di me, che fino all’altro ieri ero semianalfabeta e oggi volo di parole e coraggio, beh, domani ci darò un taglio. E ricomincio con la formazione montessoriana, per berla, sgasata da ogni facile esaltazione, così come si beve l’acqua alle fontanelle di città afose. Ricominciare a pensare in piccolo, e nel farlo aspettare il mattino con le sue colorate misurazioni. Acciuffare la mia sensibilità ragionevole. Riscrivere meglio.

Autonomia-libertà-condivisione, per me queste tre parole legate mostrano un manifesto programmatico da attaccare a ogni angolo del mondo. Ai bambini non lo dite, ma creategli le condizioni per vivere di poco e sognare tutto il resto.

Queste parole amare di dieci minuti fa mi sono uscite fuori come ieri sbucavano improvvise le teste delle persone al passaggio dei bambini, con i loro ”dolcetti o scherzetti”; erano teste sorridenti di spavento, che alle loro spalle lasciavano intravedere il set della loro storia fatta di salotto comune dalle pareti sgargianti e sgombre di presente. A me le loro caramelle sembrano scadute da un pezzo, tenute apposta nel cassetto per illudere anche quest’anno quei bimbi eccitati sull’uscio. Vi perdono, perché oggi non voglio odiare nessuno. E illudermi ancora.
 

lunedì 22 ottobre 2012

letto due volte, per ora.


L’altra sera mentre guardo lo “Spazio bianco” in tv mi è venuto in mente un altro racconto di Valeria Parrella, Behave, letto un anno fa. Il collegamento forse sta nella disabilità subita dai protagonisti; la disabilità che per i più è fonte di pietà, simpatia, diffidenza, ma, per un genitore che la subisce è senz’altro e soprattutto dolore amaro. Da quella condizione emotiva in giù poi ci sono tante altre cose intense, chiaramente. Come ci sono questi due genitori innamorati, due persone che riescono a stare in silenzio per ore perché si fidano uno dell’altro, insomma, una coppia che con il loro affetto discreto mi ha commosso attraverso gesti consapevoli, parole tenere e un attenzione ammirevole per il figlio un po’ storto. Colpisce e non va più via lo sguardo del padre che osserva il figlio mentre attende di sedersi al Behave, dove fa la pausa pranzo tutti i giorni, e attende con la bocca aperta e non risponde alle domande degli altri avventori, i quali lo scavalcano o deridono, e penso che questo sguardo sia di un padre che sa ascoltare (vedere) il proprio figlio in difficoltà, senza intervenire immediatamente. È un tipo di difficoltà legata ai ritmi, alle abitudini e pensieri di una persona non comune, unica, che lascia perplessi gli altri, ma non il padre, che, ascoltando la voce interiorizzata della moglie, lascia che il figlio utilizzi il suo tempo come meglio creda.

Il personaggio che ci narra la storia non prova rimorsi o rancori, a parte un po’ con Dio ogni tanto, ma vive, e qui la Parrella secondo me dipinge benissimo il carattere, l’esperienza della disabilità a modo suo, in equilibrio tra affetto e dolore, senza cadere o scappare; ci racconta il suo affetto attraverso uno sguardo lucido venato di simpatia che poi culmina nel dialogo tra i due all’interno del pub Behave, che dà il titolo al racconto.

Nel mezzo della storia c’è la morte della moglie, che sta nel mezzo solo nel filo narrativo, poiché la morte c’è già stata e probabilmente ha contribuito a rendere la narrazione a tratti malinconica, e non per questo pregiudica quella dignità che dà il ritmo alla storia. A un certo punto il suo sguardo obliquo si sposta sulla città che si sta trasformando mangiandosi il passato, e questo gli procura un po’ di scoramento che poi diventa una stoccata un po’ nostalgica contro la modernità, gli architetti e giù di lì. sullo sfondo la Liverpool che non cè più.  Il figlio risponde con un atteggiamento fresco di persona attaccata alla vita, quindi pronta al cambiamento. Credo sia la miglior risposta che un genitore possa aspettarsi da un figlio che cresce, nonostante gli inciampi,  e vede solo verde davanti a sé. Poi c’è la sua capacità di fiutare chi è vivo o chi è morto, osservando le persone che transitano davanti alla panchina, dove sosta assieme al suo amico, appare un tentativo di considerare l’umanità in base a quello che fa, e non a quello che pensa o dichiara. O cerca di mostrare goffamente. Le sue lapidarie valutazioni sono una sorta di lotta contro il conformismo e l’ipocrisia, la stessa che ci ammazza in certe serate, e in certi ambienti che subiamo.  

Infine narra di una stretta al braccio atrofizzato di un africano assiderato nel canale di Sicilia, che arriva come un pensiero sempre evitato. Come la morte, come la vita per quello che è per davvero, che il dialogare tra il padre e il figlio ci trasmette nell’ultima immagine del racconto.

martedì 16 ottobre 2012

vestivo di nero


Per due anni di fila ho vestito di nero. Facevo il dark. Non so quando ho cominciato, di fatto, una mattina x mi sono vestito di nero e dopo circa due anni ho smesso. Quasi in contemporanea con la fine della frequentazione di L., il mio migliore amico d’allora, a cui mi ispiravo nel vestire di nero. Per lui era facile, quasi naturale, visto che la sorella, fan dei Depeche mode, si vestiva di nero già da qualche tempo. L. aveva pure la macchina nera, inclusi gli interni, io solo la dyane beige. Era bello quel clima darkettone, dove gli altri ti invidiavano ammirandoti e tu, noi, non ci filavamo nessuno. Chiusi in macchina ad ascoltare i Cure. Poi il mercoledì ci si sperperava parte dello stipendio da camerieri in certi negozi di Roma, tipo Bacillario o i Cantieri del nord. Il resto si spendeva nei locali a Trastevere o giù di lì. Partivamo in tarda mattinata e, una volta all’Eur, già sentivamo quell’eccitazione fatta di localetti da godere e spaghetti da addentare. Poi al ritorno la pontina era lunghissima e senza luci né bar. Un tunnel di pensieri e progetti. In fondo mi aspettava un letto di formica beige, come la Dyane, come il frappé alla banana del pomeriggio: beige ero diventato pure io senza mete né amore.

Un giorno L., dopo il viaggio interrail a Stoccolma e Londra, e dopo aver commentato con gli amici che poi ‘ste bionde mica stavano ad aspettare noi, insomma dopo quelle ammissioni di essere poco latini e parecchio timidi, qualcosa è cambiato. Ho ricominciato a mettere vestiario colorato, e intanto avevo portato allo scasso la Dyane beige. L’amore s’intravedeva nei bar o a capodanno, e io lasciavo fermentare il mosto bene bene. Ché a me l’amore piace forte e denso. A L. non ho mai chiesto come gli piaceva l’amore, e neppure se i Cure, visti al palaeur vestiti tutti di bianco, gli piacevano di più dei Depeche mode? A me sì, senza dubbio.
 

Stasera vorrei vestirmi di nero e andare in qualche locale ad ascoltare gruppetti sopravvissuti agli anni zero e a certa memoria che trita tutto ciò che non è più di moda. Maledette le mode che durano l’arco di un amore o del possesso di una Dyane, di un’amicizia. Vabbè, sabato ci sono ancora una volta i Diaframma a Roma e posso andarci; loro suonano da una vita e navigano attraversando ogni moda degli ultimi decenni. Ecco, uno come Fiumani saprebbe spiegarmi qual è il segreto di resistere e durare più di una dyane, più di una passione esplosa senza cocci da raccogliere. Senza amici da abbracciare. Chissà, forse glielo chiedo.

 

(buttato giù oggi con le cuffiette alle orecchie ad ascoltare Cognetti su radiotre)

venerdì 12 ottobre 2012

venerdì sera


Amo il venerdì sera perché scaccia le nuvole nere e le angosce dei cinque giorni precedenti. Poi se ti arriva lo stipendio due giorni d’anticipo allora scappi alla coop a riempire il carrello come se fosse l’ultima spesa che hai a disposizione. Prendi il pollo allo spiedo che mette sempre allegria. Il banconista ride e sembra un gallo. I bambini corrono lungo i larghi corridoi semivuoti e a tratti, quando urlano per farsi vedere, sembra di stare dentro a uno Shining di provincia. Papà mi prendi fifa ’12? No, a Natale. Dopo cinque minuti: mamma mi ha detto di sì, prendo quello usato a dieci euro. Certo, caro figlio mio, visto che lo stipendio in anticipo è contagioso e scaccia le nuvole nere di tutti, in fondo. Alla cassa siamo rimasti un quarto d’ora col rullo in azione, ci mancava poco che la commessa ci chiedesse un invito a cena. Il pollo e lo stinco si agitavano tra detersivi e merendine. Il vino rosso di traverso tranquillizzava tutti gli altri prodotti inquieti. Nessuno di questi pazienti prodotti ancora non sapeva in quale casa sarebbero finiti. A me i prodotti nei centri commerciali sembrano tutti vivi e pensanti. Me li immagino di notte, in quell’ultima notte che passano assieme sopra a quei scaffali bui, a raccontarsi come sono finiti là, e sperare di ritrovarsi magari in qualche casa. Nella stessa credenza. Ascoltare le voci di quella casa e assaporarne il clima e quei lunghi silenzi che certe case contemporanee sanno mantenere. A volte scadono i prodotti, e se ne stanno là, in pace, oltre ogni possibile casualità, dentro stipi chiusi. La sera alle quiete cene sopraggiungono urla e silenzi imbarazzanti fatti di pizze prese all’ultimo minuto. Così loro restano ancora qualche giorno, fino a quando a Lei non viene voglia di ricominciare a sperare. Allora fa fuori il passato e la polvere.  E tutti loro.

Adesso lo scontrino più lungo della storia della mia famiglia se ne sta tra due calamite sul frigorifero. Un miracolo. Fino a stamattina scroccavo caffè a lavoro con la scusa che non avevo spicci. E facevo pure le mosse. Mi devo vergognare? E perché? Sto raccontando il quotidiano, e di certo non come fa solitamente la televisione, con le sue morbosità che prendono forma di tette e di facce truccate male. Per esempio, del caso mediatico del bambino conteso a Cittadella, a me non importa più nulla. M’importa forse della sofferenza che smagrirà ancora di più la storia di quel bambino, ma non voglio ascoltare le urla strumentali di parenti per gli occhi di quei telespettatori vari, che così  riempiono le flaccidi menti di questo dolore di seconda mano; e mentre lo fanno si sistemano quelle penose pettinature lucenti. Andate al diavolo insieme alle vostre misere concessioni in fatto di diritti e dignità.

Restano le belle canzoni, le telefonate d’affetto e il grappino che sta ingrossando il mio fegato con passione. E i suoni, quelli del venerdì sera che promettono bonaccia appena fuori dalla porta. Neppure un rospo sull’uscio.

lunedì 8 ottobre 2012

bimba


Ecco mani nervose che muovono aria viziata, e tutte le voci delle donne che fanno un coro immenso. Cammina veloce senza badare alla voce, e le mattonelle sono sorelle, di una storia urlata nelle notti d’agosto. C’era quella bimba che lo voleva sposare e lo cercava tutte le sere. A lui piaceva il vento che si alimentava tra le sue parole sussurrate e i suoi occhi spalancati. Tra balcone e balcone, cinque metri di ponte tibetano invisibile, da dove passava tutta la timidezza spinta da quella sua ebbrezza. Un vortice fresco di cui oggi sente una tremenda nostalgia.

Questa bimba giocava alla moglie e vestiva come quelle bambole in spaccata sui lettoni dei nonni. Sbuffava per farsi notare, cadeva per farsi prendere. Niente, lui teneva tra le mani solo figurine: “Zoff non esce mai”. Soffriva. Zoff era davvero inafferrabile. La bimba cantava la canzone di Modugno che sentiva cantare alla madre mentre lavava i piatti, con tutto l’odore dei broccoletti che pesava nell’aria. “Mamma, mi porti giù?”

Nel budello di cortile faceva freddo d’inverno con tutto quel mare che smuoveva l’umido, e pioveva poco. Le sparute macchine chissà quali corpi di donne maltrattate obbligavano a viaggiare. Senza stelle certi paesi restano oscuri. La bimba pensava a quegli odori, e sentiva quelle urla strozzate. I nonni ancora non erano rientrati. Le tende immobili spegnavano le speranze, di supereroi pronti a intervenire. Nessuno. Neppure zio Mimmo, ché stava sempre imbarcato su navi gigantesche piene di petrolio nella pancia. Insieme al cugino Alfredo nel pomeriggio aveva visto il capodoglio sdraiato sulla banchina, morto, accerchiato da uomini vigliacchi: lo sapesse Achab, sai che calci con quella sua gamba d’avorio. Invece silenzio, in paese deve scendere il silenzio, altrimenti diventa città. La bimba, con gli occhi tutti rossi e quelle guance graffiate dalle proprie unghie, voleva, in quella serata pungente, soltanto che quel bambino coi capelli neri spettinati le dicesse ciao.

sabato 6 ottobre 2012

etichette d'autunno

Negli ultimi mesi mi hanno definito: ossessionato, strano, attore, immischiato, almeno quello che mi hanno detto in faccia. Potrei scriverci su un post o farmici un toast, senz'altro pensare a come non pensarci. Questo il reale problema: infilarsi tra le etichette messe a mo' di torero e scappare a polmoni aperti verso stradine sconosciute, dove incrociare persone adorabili di solitudini e pensieri.
Intanto fuggo al Maxxi, almeno là le etichette sono contemporanee, per niente retoriche o di seconda mano. Azzardiamoci un presente all'altezza dei nostri desideri, no?

Poi vorrei capire come sia capitato quello che, scrivendo nel motore di ricerca google scopa mia moglie blog spot, ne sia uscito fuori il mio blog. E io che pensavo di aver trattato benissimo la mia amata moglie. Vatti a fidare degli algoritmi va. Meglio le chiacchiere della comare al vico, ché almeno difettava di fantasia.



 

la vostra vita


Ho appena finito di vedere “La nostra vita” di Luchetti. Il dramma nel film emerge utilizzando la direzione sbagliata che prende il protagonista – prima operaio edile poi imprenditore in subappalto - dopo la morte, di parto, della moglie. Un’ostinata volontà di fare un passo avanti per scacciare il lutto e ripartire dall’illegalità, dai soldi che servono per continuare a immaginare le vacanze in costa smeralda. Intanto servono a coprire il vuoto di sentimenti che i figli vivono in quella casa. Poi segue una narrazione di ruggine e dolore.

 Sento cinismo nell’aria stasera. Già al parco, mentre i miei figli giocavano a pallone insieme a una cricca di ragazzetti sboccati e pallonari incalliti, mi chiedevo il limite tra le ragazzate e l’abisso verso l’indifferenza. Li osservavo da lontano, da una panchina di fronte al tramonto romano, in fondo vedevo pure il cupolone come in un plastico, e pensavo alla violenza che non vediamo quasi mai ma che percepiamo quasi sempre. Agli infiniti linciaggi che accadono ogni notte negli angoli. Al buio. E pure sappiamo, e la coscienza ribolle impaziente come quando l’incubo si veste di paure d’infanzia, in stanze minuscole di poster e porte chiuse.

Allora vedo questa rabbia che prende forma di cartacce sparse al parco. Di figli dolci in braccio a madri glaciali. Macchine lucidate con assassini a bordo. Lampioni spenti uno si e l’altro no. Curve di erbacce mai tagliate. Una donna africana avanza in compagnia delle sue pesanti buste della spesa. Del mio silenzio dignitoso contro i sorrisi sperperati in luoghi sterili.

Le telefonate fatte per noia. Gli sms sbagliati di tono.

Odiavo l’indifferenza di mio fratello mentre amavo la tua dolcezza futura.

martedì 2 ottobre 2012

Al corso di Antonio


Tempo fa feci un corso presso una libreria. Tutti i giovedì per qualche mese. Il conduttore aveva, e credo abbia ancora, una capacità comunicativa commovente e uno stile asciutto espresso attraverso una forma diretta, umana. Così riusciva sempre a creare un’atmosfera serena e, considerandola nel suo complesso, accogliente e stimolante. Volevo scrivere socratica, ma è inutile scomodare sempre il passato per valutare il presente, soprattutto quando questo si mostra originale, e quindi, dovrebbe essere alla ricerca di una propria identità.

Mi mancano quelle serate di parole calde e pensieri come eruzioni: spesso si riusciva a condensare in poche frasi pensieri che altrove magari ci impiegavi tre ore. Questo era frutto non di una magia, nemmeno di un miracolo, soltanto della capacità di una persona in gamba che ci immergeva in un contenitore di brodo buono, evocativo e saporito.

Grazie Antonio.

 Poi l’anno successivo spinto da una collega di corso, per ripicche di pizzate non fatte, e altre diavolerie femminili, che alla fine mi suggerì di fare un altro corso e io ascoltai. Maledetta prima fase. Ora sarei pronto per la seconda, ma è tardi, caspita è troppo tardi. No?

Oggi leggendo questo pezzo ho avuto la sensazione di continuare il corso, e questo è molto bello.

giovedì 27 settembre 2012

niente sale stasera


Nell’ultimo post si avvertiva un sentore di morte, di vertigine per i declini intravisti, e di tutte le parole di sale non dette ma odorate, dal primo all’ultimo bit, che non avrei potuto scrivere altro; e poi tutti se n’erano andati a dormire, comprese le ragionevoli attese, le immancabili speranze. In realtà erano enormi e gonfie paure, visto che oggi poi ho trottato come un mulo e nella testa pensieri come di un fanciullo prima di tuffarsi in mare, nel mese di aprile ai primi caldi.


Antonio, capisci che la situazione non è poi così statica: tutto si muove, come in un vortice magari, da non lasciarci fermi neanche con le certezze nelle tasche. Mi viene voglia di fermare ogni cosa o battito, e vedere se le cose da sole cambiano e dove vanno a finire. Ma non ce la faccio, quindi, mi sdraio sull’asfalto e ascolto il rombo lontano come monito per scappare verso marciapiedi infiniti. Vedo parallele strade accompagnare i tuoi pensieri, coi tuoi preziosi consigli sui bordi per me. Sarò forte da non deviare all’improvviso o tuffarsi in qualche altro personaggio o idea, no, stavolta sarò saldo e luminoso nel captare ogni buona occasione per non sragionare dietro pensieri altrui. Starò notte e giorno con gli occhi sbarrati a osservare il mondo abbaiare. Così aspettare il momento giusto, tra latrati e paure, per tirare su le serrande abbassate della mia bottega di parole e colori.

mercoledì 26 settembre 2012

occhi rossi


Guardavo quella bimba alla sua prima prova di danza, in una stanza quadrata di legno e specchi, e quasi mi veniva da piangere: una scossa di pensieri sui miei figli proiettati lontano da lì. Fuori dal mondo, da quello mio e da quello loro, che si spegnerà come tante altre meteore bizzarre di passaggio. Capito Raymond?  guardo una bimba incerta sulle sue gambe sopra a quel pavimento liscio, e mi vedo all’angolo accovacciato con gli occhi rossi e gonfi. Anche l’orologio alla parete andava avanti, e la musica forzava le porte e tutte le finestre. Fuori la Prenestina faceva già paura coi suoi motorini velenosi e spietati, che fanno apparire i pedoni degli scampati al tramonto, e nessuno che si dava la mano.

Caro amico mio io non ricordo quasi nulla. Perdo ogni memoria, desiderando che questa sottrazione porti davvero verso la timida leggerezza che amavo da bambino. Invece eccomi accovacciato con la barba incolta a immaginare Toronto, Carstairs e il dolce fango femminile che ne deriva. Le bimbe ballavano e io navigavo.

lunedì 17 settembre 2012

Quella signora


Nel ’93 lavoravo come assistente, inviato da una cooperativa, presso una signora che soffriva di Alzheimer. Mi era molto simpatica, con quel suo accento del nord che utilizzava con disinvoltura in giro per il quartiere AppioTuscolano. Una mattina, al mio arrivo, la intravedo dal cancelletto del giardino che traffica dentro la sua lavanderia; cerca di mettere la montagna enorme di panni sporchi nella lavatrice facendo una fatica enorme, poiché non riesce a coordinarsi bene davanti a quell’elettrodomestico che un tempo avrebbe domato in un attimo. Non ce la fa e si vede. Mi commuovo a quella scena, ma, una volta dentro il giardino, mi arrabbio un po’ ricordandole che mi avrebbe dovuto aspettare, poiché l’avremmo fatto insieme il bucato, così come d’accordo preso insieme all’assistente  sociale. Si mette a ridere e mi dice che sono dolce. Lo è lei senz’altro - anche perché nonostante il figlio tossico  che spesso la maltrattava cercando di estorcerle soldi -  resiste col suo stile discreto dentro a una casa diventata troppo grande dopo la sua malattia e la morte del marito. Il figlio quando non va in crisi è tranquillo e sonnecchia più del tempo in camera sua. Questo ragazzo allo sbando mi obbligava ad ascoltare le sue composizioni malinconiche chitarra e voce, live nella sua cameretta; mi faceva pure ascoltare musicassette registrate tempo prima, quando si faceva un po’ di meno, e collaborava con altri musicisti. Così diceva. E io lo ascoltavo, coi miei vent’anni, i capelli lunghi e tutte quelle illusioni speranzose che mi hanno fatto vedere decine e decine di film in giro per la città; mi hanno fatto leggere libri come mai era successo prima. Alla fine queste illusioni mi hanno fatto vedere pure Rutelli, poco prima che diventasse sindaco, dentro a una Ritmo beige al tiburtino terzo, subito dopo un comizio davanti a una platea di borgatari e me. Questo perché ero curioso fino all’osso, e dopo anni di attese in una piccola città di mare ora mi toccava nuotare tra le splendide aspettative in una Roma ancora più polverosa e per niente eterna, che si sdraiavano ogni giorno davanti ai miei occhi sensibili.

L’ultima volta che ho visto la signora con l’Alzheimer stava al S. Giovanni, tra altri malati, e con suo figlio accanto al letto. Di lì a poco un parente del nord l’avrebbe portata a vivere con sé; del figlio non ho saputo più niente. Il mio intervento assistenziale è apparso, alla luce dei fatti, e per una logica di welfare, perlopiù inutile.

Questa cosetta mi è venuta in mente dopo aver letto il pezzo di Pascale.
 
Ecco, pensando a Roversi penso anche a questa canzone:
 
 

 

venerdì 14 settembre 2012

mitomania


Devo imparare a gestire la mitomania virale che si presenta la domenica mattina; per farlo, e per praticare una giusta distanza da questa materia incandescente che sta poco più sotto dell’amigdala, devo leggere. Tanto. Il meglio. Quello che serve per la mia formazione a singhiozzo, che negli anni, da sempre, mi ha garantito slanci memorabili attraverso prestazioni da nobel – magari che durava un paio di mesi – e vuoti immensi quanto gli oceani, dove precipitare nell’abisso dell’inabilità. E in quei momenti mi sento un ignorante di gran classe, un emerito nulla al galoppo del suo tempo. Di velleità quasi televisive, di anticorpi che prendono la forma di sempliciotte soluzioni di redenzioni a portata di mouse. No. Non può essere sempre così, non oggi né domani. Intanto v’invito a leggere quest’articolo davvero azzeccato di Nicola Lagioia.

http://www.minimaetmoralia.it/?p=9358

 

martedì 11 settembre 2012

stavo a terra


Stavo a terra e guardavo le nuvole che si rincorrevano come cani al rallentatore. Intorno non c’era nessuno. Ai lati dei miei piedi pompelmi e mandarini, fratelli amari messi lì da qualche giardiniere sensibile, anni fa. Quando per le strade si usciva mano nella mano e si mangiava la pizza il sabato sera, prima delle malinconie quiete delle domeniche. Ah sì, era il tempo dei concerti con pochi soldi, almeno due o tre il mese e poi il fine settimana in Umbria o un volo all’ultimo minuto per Londra. C’era Gianni che offriva sempre la birra, il venti del mese, giorno godereccio del suo stipendio. Antonia no, a lei mancava il coraggio di vivere spensierata ché il padre aveva sempre sofferto di depressione bipolare, e non le sembrava giusto godere di quelle esagerate libertà di quegli anni. Già, e c’era pure Oreste che sentiva tutti quei brividi sulle braccia quando la notte rincasava e ripensava ai racconti ironici, pungenti e azzeccati che Sandro narrava nei locali pieni di fumo e vino rosso.

Mancavo io, che stavo già a pensare a questo pezzo-testamento da scrivere, ma adesso ci sono, e mi ritrovo nel locale con le pareti rosso scuro senza fumo e con vini solo biologici e per niente rilassanti. Non so cosa fare né da dove cominciare a scalpitare per presentarmi brillante davanti a quest’ultimo atto denso di attese che vedo correre al rallentatore come i cani bianchi dietro al vento.

 

sabato 8 settembre 2012

simpatia


Mia moglie merita un posto d’onore tra le creature che, attraverso un intreccio di stile e dolcezza, sanno meritare l’appellativo di persone perbene. Io da oggi ambisco a ciò.

Un’amica dai lineamenti sereni mi ha trasmesso pensieri in rivolta, senza toni aggressivi né guerre di religione per praticarli. Lode a questa ragazza esile e forte e con quella sua carnagione che la sa lunga sul diritto alle vacanze di noi tutti. Bene, sono contento di aver scambiato con lei per circa un inverno pensieri e sogni, incubi e incomprensioni.

Un amico mi lascia intendere che gli trasmetto sincerità e coraggio; mi nutro di questo silenzioso complimento e spero di digerirlo molto lentamente.

Una bimba di nove mesi con un faccione esplosivo che ride al primo sguardo.

Allo stupore di certe simpatie improvvise verso persone mai annusate prima, e, annusandole, ti accorgi di un simile odore d’infanzia che ti volteggiava sulle spalle al mattino, prima della partita di pallone. La prima partita, delle trenta e più che affronterai con gli altri dieci ragazzini drogati di pallone come te, in quelle giornate estive.

Alla speranza che la tua storia si faccia scrivere da mani decise e sincere, per niente ruffiane, no, ma almeno che possano gravitare libere tra l’autentico e il feroce, magari di notte.

Al sudore speso per amore per niente sportivo.

Alle persone simpatiche che incontrerò.


 

giovedì 6 settembre 2012

pezzo d'amore


Oggi festeggio un anno dalla fregatura più grottesca e spietata che mi sia mai capitata in vita, incubi esclusi. E che fa? Niente, perché tanto niente cambia se faccio. Questo potrei dire se fossi una persona conformista e vagamente di sinistra. Invece io, a dispetto di quel che sembra, sono sì libertario nei movimenti, ribelle negli aggiustamenti e moderato di temperamento (ma poi, cosa sembro?); alla fine però se mi rompi o freghi mica ti lascio fare. Eh! Allora scatta quello sbrocco che tanto ha caratterizzato la mia vita lavorativa. In fondo ognuno fa politica come crede: c’è chi chiacchiera e dichiara guerra tutte le sere al mondo sprofondando sul divano e chi, magari, si inserisce in gruppetti puri e duri e pensa di stare all’avanguardia del meglio, ogni santa mattina. Beati voi. Vi voglio venire a trovare a uno a uno nei vostri posti di lavoro, o tra le vostre reticolanti famiglie. Ho scelto, già da giovanissimo, di affidarmi al mio fiuto sociale e alla mia fedele sensibilità. Quasi sempre c’ho preso. Altre volte sono caduto dentro me stesso, come in un vortice mi sono lasciato risucchiare dal buco nero; altre volte ancora sono entrato in crisi e poi scappato verso lidi più caldi. Non mi pento caro mio, vorrei solo aver imparato a riderne con tutti i denti splendenti in mostra: la mia prima linea combattiva e convinta, tra canini e sorrisi.

Lasciamo stare ché in questi giorni sono sereno al punto giusto e non voglio precipitare nel gorgo fascinoso, sempre pronto per noi vecchi nevrotici. Stavolta mi godo gli interstizi tra l’amore e la noia, e per dare un segnale alla popolazione fremente mi zittisco e prometto che il prossimo post sarà solo di risate e porcate.
 
Ascoltate questo bel pezzo d'amore.

martedì 4 settembre 2012

Alla ricerca del personaggio perduto


C’era il personaggio c’era. Stava dietro la sua gonna, e cercava l’odore. Quello denso e vivo utile a tirare fuori il carattere. I contorni netti. Poche scene, quelle necessarie a far muovere le sue gambe in groppa ai propri sentimenti: un passo irresistibile.

Ti dico che c’era il personaggio e nuotava a largo, intorno alla boa, lontano dagli scogli. Poi una barca lo fa salire e lui si tuffa con stile accennato. Ancora si tuffa, e prende l’aria, quella a filo d’acqua che contiene brodo, o sapore, di un mondo profondo e ignoto. Sopra la sua nuca bagnata e salata un cielo blu senza nuvole. Intorno tutto aperto, troppo aperto ché fa vedere la morte in fondo. Ma lui non ci sta e vuota il sacco: una serie di sfumature sulle sue incapacità e di amori impossibili appena accennati, nei suoi giorni normali.

Insomma, c’è quel mostro che scalda i muscoli e spacca specchi, in bettole di campagna, nelle camerette dell’adolescenza già distrutte a colpi di bastonate, nelle notti d’angoscia. Davanti a un seno da succhiare. Un gatto da accarezzare.

 
Il personaggio sta nei nostri occhi, caro Andrea, e vuole scappare con tutto il tesoro.

Ora mi sdraio sul letto e gli faccio lo sgambetto, intanto uno della casa va al gabinetto. Adoro queste scene quotidiane, mentre sogno altre meridiane.

 

sabato 1 settembre 2012

mutante


 Appena vedo un trailer dove Toni Servillo fa l’attore protagonista, capisco che il film ha già un suo perché. Quest’attore di Caserta, di cui so poco della sua vita privata, e che magari fa vita monacale, per cui può permettersi di fare almeno due o tre film di alto livello ogni anno, è il mio attore preferito e credo sia tra i migliori . Di sempre. A me il suo recitare emoziona e turba. Come vedo la sua faccia modificata per il regista di turno, mi preparo a un’immersione in una storia da godere.

È poetico sapere di mutazioni casuali del DNA che ci sono capitate, con le quali abbiamo fatto i conti per tutta la giovinezza, spesso incrippandoci, dando mille significati diversi ai nostri passi falsi, alle nostre mosse azzeccate, improvvise, che ci hanno fatto sentire un po’ speciali e un po’ coglioni.

 
Mutare o essere mutanti, questo dilemma oggi mi fa apparire pacificato davanti alla mia storia. Almeno per oggi. Forse anche domani. E magari per tutto settembre, che già mi emoziona col suo ventaglio di possibilità. Col suo fresco passaggio di giornate luminose e semplici. Con la sua carica erotica che ci spinge a voler far l’amore tutti i pomeriggi, e a non contare più i giorni sprecati dietro a deboli prospettive. Sì, Toni Servillo mi spinge a mutare per ogni parte da affrontare. Senza vergogna, senza freni, quelli tanto già ci sono in me; ma con ogni molecola allertata, ogni muscolo pronto, e tutti i sentimenti in movimento, nel costruire il personaggio azzeccato e memorabile da cui ripartire.